Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
UN OCEANO PACIFICO CONTRO IL TERRORISMO… E HOLLANDE RADDOPPIA I CONSENSI
La Francia ha indossato i colori più belli per un’oceanica marcia contro il terrorismo e in memoria dei 17 caduti innocenti dei giorni scorsi.
Le piazze e i boulevard di Parigi si sono riempiti all’inverosimile del popolo della Rèpublique, quello dell’universalità dei diritti: franco-francesi e africani, ebrei con la kippa e musulmani che ora si sentono sotto tiro, famiglie intere con i bimbi sul passeggino e gente di tutte le età , senza bandiere di partiti e sindacati. Semmai bandiere di tutto il mondo.
Niente cordoni, fiumi di gente e striscioni fai-da-te. L’unico servizio d’ordine, con fascia rossa, l’hanno assicurato militanti di tutti i partiti, dai post-gollisti (Ump) ai comunisti.
Una sfilata “senza precedenti” dice il ministero dell’Interno.
La Prefettura rifiuta di dare i numeri e le stime più attendibili arrivano a due milioni di persone, tre o poco meno con con le manifestazioni in altre città francesi.
La Place de la Rèpublique era strapiena due ore prima, i due cortei fitti fitti hanno riempito i boulevard, marciapiede compresi, per poi riunirsi nella grande place de la Nation.
Non ci stavano tutti, strapiene anche le poche strade alternative accessibili, c’è chi non si è mai mosso da Rèpublique.
Cantavano la Marsigliese, innalzavano i cartelli “Je suis Charlie, je suis flic (poliziotto, molto più carino di sbirro, ndr), je suis juif (ebreo, ndr)” e scandivano slogan piuttosto rari, uno per tutti “merci à la police”.
E poliziotti e gendarmi erano lì, a stretto contatto.
Mai viste simili misure di sicurezza: chiuse numerose stazioni della metropolitana, blindati 3 dei 20 arrondissement della capitale, sbarrati gli accessi a quasi tutte le strade che incrociavano i due percorsi.
Tiratori scelti sui tetti, uomini in tenuta antisommossa o con la fascia arancione “police” a tutti gli angoli. La gente, passando, li salutava e li incoraggiava.
Il pericolo di attentati era ritenuto concreto, in Francia ci sono almeno un migliaio di jihadisti potenziali che potevano pensare di fare il botto, anche per imitare gli autori della strage nella redazione di Charlie Hebdo, dell’omicidio di una vigilessa 26enne e del sanguinoso sequestro di venerdì in un supermercato ebraico di periferia.
Chi era in piazza non ha neanche visto il corteo guidato dal presidente Franà§ois Hollande, accanto al presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita e alla cancelliera tedesca Angela Merkel e seguito da una cinquantina capi di stato e di governo dell’Europa e di mezzo mondo.
Compreso Matteo Renzi, certo, accolto molto affettuosamente da Hollande all’Eliseo ma poi confinato in seconda fila, dove sembrava quasi mettersi in punta di piedi. C’erano anche quelli che non avrebbero mai pensato di marciare insieme, il palestinese Abu Mazen e l’israeliano Benjamin Netanyahu.
All’Eliseo è tornato perfino Nicholas Sarkozy, accompagnato da Carla Bruni. Si è visto Romano Prodi.
“Oggi Parigi è la capitale del mondo”, ha detto Hollande.
Il presidente ha vinto la scommessa dell’unità nazionale, raccogliendo la profonda emozione di questi giorni e la volontà di non arrendersi di un Paese che, negli anni 80 e 90 e più di recente, aveva già subito la ferocia dell’islamismo ultraradicale.
Meglio ancora, ha emarginato Marine Le Pen che pure ha
molte carte da giocare in un Paese sensibile ai riflessi securitari più o meno xenofobi. La leader del Front Nazionale ha manifestato a Beaucaire, 17 mila abitanti nel sud della Francia.
Intanto Hollande potrebbe aver superato, nei numeri, le folle che accompagnarono Charles de Gaulle sugli Champs-Elysèes dopo la Liberazione e Franà§ois Mitterrand al Panthèon all’indomani della vittoria socialista del 1981. Gli ultimi capi di Stato scesi in piazza.
Circolano, all’Eliseo, sondaggi secondo i quali il presidente, in pochi giorni, avrebbe raddoppiato gli indici di popolarità , passando dal 16-17 al 35-36 per cento.
Non a caso qualche cartello innalzato qua e là ieri diceva “non à la recuperation politique”, cioè alla strumentalizzazione. E da domani la Francia sarà di nuovo alle prese con la sfida fondamentalista: dovrà decidere se la lotta al terrorismo giustifica o meno ulteriori restrizioni delle libertà , reclamate anche dagli specialisti di polizie e servizi.
Alessandro Mantovani
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PARIGI CAPITALE DEL MONDO: LA FESTA DI LIBERAZIONE DAL TERRORE
Le tragedie fanno versare lacrime, indignano, ma dolore e collera possono provocare miracoli.
Politici si intende.
In Place de la Rèpublique ho avuto l’impressione di vivere una festa della liberazione. Quella dell’Europa non più litigiosa ma solidale, non più depressa ma grintosa. Liberata da timori e lamenti. Qualcosa di simile a una rinascita.
Si può dunque rinascere a quasi sessant’anni, quanti ne ha l’Unione europea?
Il sussulto è probabilmente effimero, ma al momento esaltante. Sulla statua di Marianna, simbolo della Repubblica, al centro della piazza, giovani di tante nazionalità agitano tricolori francesi, ma anche qualche tricolore italiano, e bandiere tedesche, spagnole, portoghesi, danesi, britanniche; e in mezzo a quelle europee ce ne sono alcune israeliane, palestinesi, tunisine, turche…
Ecco questo è il miracolo politico cui assisto imprigionato in una folla tanto compatta che mi impedisce di respirare.
Devo stare sulla punta dei piedi per prendere aria. Non c’è violenza, nè rabbia. Molta euforia. Non ho mai ricevuto tante gomitate accompagnate da sorrisi.
Ci pigiamo giovani e vecchi come se ci abbracciassimo. Non è sempre piacevole, ma nessuno vuole guastare la festa con litigi o brontolii.
Il fatto di trovarsi in tanti insieme sembra creare sollievo. Capita di rado. Le esclamazioni sono in tante lingue, sono tedesche, inglesi, arabe, oltre a quelle dominanti francesi.
Il freddo non aggressivo e il cielo arruffato, ma con ampie chiazze di sereno, contribuiscono all’aria di festa. Non so quanta gente ci sia tra la Rèpublique e la Nation, sulle piazze e gli ampi boulevard; e sottoterra, dove oggi si viaggia sulla metropolitana senza biglietto.
Un gendarme mi dice più di un milione. Un altro dice: no, due milioni.
L’euforia non risparmia le forze dell’ordine. C’è euforia, eppure siamo qui a ricordare diciassette e morti, quelli delle tre drammatiche giornate parigine, sette, otto, nove gennaio. Mercoledì, giovedì, venerdì della scorsa settimana.
I loro cadaveri sono ancora negli obitori, per gli esami anatomici necessari alla giustizia. I parenti delle vittime sono in testa al corteo diretto verso la Nation lungo viale Voltaire. Ma non c’è nulla di funereo.
E’ una “marcia repubblicana”, una manifestazione con cui si vogliono ribadire i principi democratici europei insanguinati da tre terroristi. Tre terroristi musulmani, ma di nazionalità francese. Nati in Francia.
Quindi ufficialmente europei nonostante le origini delle loro famiglie. La ventata di odio che ha spinto alla strage veniva da altre contrade, ma è stata compiuta da gente di casa. Pare che Cherif, uno dei fratelli assassini non parlasse quasi l’arabo.
Il triplice attentato (il massacro di Charlie Hebdo, l’uccisione a Montrouge dell’allieva vigile urbano, e la scarica micidiale di kalashnikov a Porta di Vincennes contro gli ostaggi ebrei) non era soltanto un’offensiva dei jihadisti mediorientali in Europa ma anche l’episodio di un conflitto civile.
Più insidioso dunque, perchè gli assassini sono tra di noi. E continueranno a colpire. La marcia repubblicana serve a liberarsi dalla paura. E per scrollarsela di dosso ci vuole grinta. Una società depressa subisce.
Un’atmosfera solenne ma funebre avrebbe demoralizzato il paese. Franà§ois Hollande, il presidente troppo normale, afflitto da un’impopolarità senza precedenti nella Quinta Repubblica, perchè giudicato incerto, inconcludente, si è rivelato deciso quando lui stesso ha ordinato l’assalto finale ai terroristi venerdì sera, e un uomo geniale quando ha subito mobilitato il paese con la marcia repubblicana.
Questa giornata è per lui un successo. Ha trasformato un avvenimento funesto in una festa della liberazione, liberazione dalla paura, e di riflesso in un insolito slancio europeo.
In place de la Rèpublique la gente riprende coraggio e vive la tardiva presa di coscienza che soltanto unendo le proprie forze l’Europa può far fronte alle insidie che la minacciano. In particolare a quella del fanatismo religioso, che nulla ha a che fare con il vero Islam.
Per questo Franà§ois Hollande ha dato alla marcia repubblicana una forte impronta europea. Tra i manifestanti ci sono degli arabi. Non sembrano frustrati. Nè timorosi. Una giovane donna porta un cartello appeso al collo su cui è scritto: sono una parente dell’agente Ahmed Merabat, musulmano assassinato il 7 gennaio insieme a quelli di Charlie Hebdo.
Ahmed Merabat era il poliziotto ucciso con un colpo alla nuca quando giaceva ferito sul marciapiede, davanti alla redazione del settimanale satirico.
Le perplessità , i timori affiorati nelle moschee durante le preghiere del venerdì, hanno probabilmente impedito un forte affluenza dei musulmani alla manifestazione in place de la Rèpublique, nonostante le ripetute esortazioni degli imam.
Ma molte ragazze maghrebine leggono tra gli applausi dichiarazioni in cui si nega ai terroristi jihadisti il diritto di richiamarsi all’islam.
Le sconfessioni si ripetono durante tutta la giornata mentre il corteo si muove tra la Rèpublique e la Nation. Alcune sono spontanee altre suonano come dei rituali.
Nel tardo pomeriggio Hollande fa visita ai familiari di Ahmed Merabat, il poliziotto assassinato. E poi alla grande sinagoga per ricordare gli ebrei massacrati alla Porta di Vincennes.
Accusato di essere molle, il presidente rivela un dinamismo insolito. In un momento di grande tensione, compie tutti i gesti indispensabili per il primo cittadino di un paese che conta circa cinque milioni di musulmani e la più numerosa comunità ebraica, dopo Israele e gli Stati Uniti.
Ha invitato più di quaranta tra capi di Stato e di governo e la gente non gli risparmia gli applausi quando imbocca viale Voltaire con Angela Merkel sottobraccio.
Gli applausi arrivano anche dalle finestre e dai balconi. E sono spesso accompagnati da uno sventolio di bandiere di solito dedicato ai liberatori.
Quello su viale Voltaire è un saluto all’Europa accorsa per esprimere solidarietà alla Francia ferita, e rivela la sorpresa davanti ai numerosi uomini di governo venuti a dimostrare che l’Europa, in preda a rigurgiti sciovinisti e da incomprensioni sul piano economico, nel vero dramma sa essere unita.
È il momento delle emozioni, non quello di chiedersi per quanto tempo durerà quel comportamento esemplare.
Adesso immaginiamo un’Europa rinata. Oltre ai leader europei (Merkel, Cameron, Renzi…) affiancano Hollande monarchi, emiri e ministri arabi. Ci sono anche Abbas, presidente palestinese, e Netanyahu, primo ministro israeliano.
Avere preso l’iniziativa di farli camminare quasi fianco a fianco in una circostanza in cui i rapporti tra musulmani ed ebrei sono più tesi del solito, è stato un gesto al tempo stesso di coraggio e di buona diplomazia.
Ma anche di saggezza perchè può servire a placare la tensione tra gli elementi delle due comunità più sensibili alle ondate di antisemitismo e di islamofobia, di cui si accusano a vicenda. In queste ore vedere il leader palestinese e il primo ministro israeliano quasi fianco a fianco per le strade di Parigi ci è apparso un atto soprattutto giusto Un atto che dà prestigio a chi ne ha avuto l’iniziativa.
Questa domenica di lutto ha offerto l’occasione per un rilancio dell’Europa depressa e spesso disunita, ed anche per creare nel paese che ne è stato il teatro l’opportunità di placare almeno per qualche giorno le rivalità nella politica interna.
Nicolas Sarkozy, sconfitto tre anni fa da Hollande ed oggi capo dell’opposizione di centro destra, ha partecipato alla marcia repubblicana. E cosi l’UMP, il suo partito. Tutte le formazioni politiche erano presenti, ad eccezione di quella di Marine Le Pen che ha compiuto la sua marcia, non repubblicana, in un feudo elettorale del Front National, nel Sud della Francia.
La presidente dell’estrema destra voleva un invito ufficiale e comunque non poteva percorrere il classico, storico itinerario della sinistra francese, che va dalla Rèpublique alla Nation.
Sul quale invece Hollande è riuscito a portare, almeno per una domenica, la società politica democratica francese ed anche l’Europa.
Bernardo Valli
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
MICHEL CATALANO, TITOLARE DELLA TIPOGRAFIA, HA RACCONTATO AL “FIGARO” L’ORA TRASCORSA CON I TERRORISTI
Ancora sconvolto da quella che ha definito “un’esperienza surreale”, il titolare della tipografia dove si sono asserragliati ieri i fratelli Kouachi a Dammartin-en-Goele ha raccontato oggi a Le Figaro l’ora trascorsa con i due terroristi.
Tutto è cominciato, ha detto Michel Catalano, quando è suonato il campanello poco dopo le otto.
Mentre scendeva, ha sentito due uomini parlare con il capo dell’atelier e ha visto che erano armati.
Allora ha ordinato a Lilian, il grafico di 26 anni, di nascondersi, ed è andato incontro ai Kouachi che salivano le scale.
“E’ stato un momento incredibile gli ho offerto il caffè nel mio ufficio e abbiamo parlato”.
Catalano racconta che i due autori del massacro a Charlie Hebdo non sono mai stati aggressivi con lui e gli hanno anche consigliato di chiamare i gendarmi per dirgli che era con loro.
Quando è arrivato un fornitore, Catalano ha chiesto di lasciarlo andare e loro lo hanno fatto.
Poi sono arrivati gli agenti della gendarmeria e i due hanno fatto segno di non sparare fino a quando Catalano non si è messo a riparo. A questo punto vi sono stati dei colpi e Said, il maggiore, è rimasto ferito al collo.
Catalano gli ha messo una benda.
I due fratelli hanno detto al tipografo di non preoccuparsi perchè l’avrebbero fatto andare via.
Alla terza richiesta da parte di Catalano, il minore dei due, Cherif, ha accettato di farlo uscire. Appena fuori, Catalano ha avvertito che Lilian era nascosto all’interno.
E’ cominciata allora un’attesa estenuante con una forte preoccupazione per il giovane grafico: “se gli fosse accaduto qualcosa, non me lo sarei mai perdonato”, afferma.
La sera, dopo che tutto era finito e Lilian era sano uscito sano e salvo dalla tipografia, Catalano è riuscito a tornare a casa.
Allora c’è stato un lungo abbraccio con il figlio Valentin, che fa l’apprendista in tipografia ma ieri mattina era a scuola.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL RAGAZZO DI 24 ANNI HA AVUTO LA PRONTEZZA DI SPIRITO DI NASCONDERLI IN TEMPO
È riuscito a salvare sei ostaggi, nascondendoli in una cella frigorifera. 
Lassana Bathily, 24 anni, immigrato del Mali di religione musulmana, dipendente del supermarket kosher, è un altro degli eroi della vicenda che si è consumata nella zona di Porte de Vincennes a Parigi.
Il ventiquattrenne, musulmano originario del Mali, si sarebbe subito reso conto della gravità della situazione: secondo il racconto dei sopravvissuti, avrebbe cercato di radunare quante più persone possibili per nasconderle in una cella frigorifera del negozio.
Bathily non avrebbe lasciato nulla al caso. Ha spento l’impianto di raffreddamento insieme alla luce della stanza, per non destare sospetti.
Dopo aver messo in salvo i clienti ed essersi messo in contatto con la polizia, il giovane sarebbe tornato tra i corridoi del negozio.
Sono almeno sei le persone che, alla fine delle dure ore di prigionia, avrebbero abbracciato e ringraziato Lassana.
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL RACCONTO AL “DAILY MAIL” DI UN SOPRAVVISSUTO: “HA RUBATO LA PISTOLA A COULIBALY MA NON CE L’HA FATTA”
Ci sono stati anche atti di eroismo all’interno del supermercato kosher di Parigi dove Amedy Coulibaly teneva in ostaggio alcune persone.
Un sopravvissuto, Mickael B, che si trovava nel negozio insieme al figlio di 3 anni, all’indomani della tragedia ha raccontato il coraggio di uomo che avrebbe tentato di fermare il sequestratore, ma sarebbe poi stato ucciso a sangue freddo.
Secondo la sua ricostruzione, l’ostaggio sarebbe riuscito a prendere la pistola di Amedy e l’avrebbe rivolta contro di lui.
Ma qualcosa non ha funzionato: l’arma era bloccata e questo avrebbe dato il tempo al sequestratore di comprendere la situazione e di uccidere l’uomo.
Mickael ha raccontato al Daily Mail la sua drammatica esperienza: “Stavo cercando qualche moneta nelle mie tasche per pagare quando ho sentito un bang, un suono terribilmente forte. Voltandomi ho visto un uomo di colore, armato con due Kalashnikov e ho iniziato a capire cosa stesse succedendo. Ho afferrato mio figlio e l’ho portato nel retro del negozio. Lì, con altri due clienti del negozio, abbiamo sceso le scale fino ad arrivare ai sotterranei. Eravamo uno sopra all’altro, riuniti in due stanze freddissime e non riuscivamo a chiudere le porte. Eravamo terrorizzati. Cinque minuti dopo un’impiegata del negozio è stata mandata giù, dove eravamo noi, dal sequestratore. Ci ha detto che dovevamo tornare su altrimenti ci avrebbe uccisi tutti. Io mi sono rifiutato”.
Il racconto continua con la descrizione degli attimi di terrore: “Da quel momento in poi, mio figlio è andato nel panico. Qualche minuto dopo, l’impiegata è tornata con lo stesso messaggio. Ho deciso di salire. Una volta sopra ho visto un uomo morto, in una lago di sangue. Poi il sequestratore si è presentato a noi. Era stranamente calmo. “Sono Amedy Coulibaly, musulmano. Servo lo Stato Islamico”, ci ha detto. “E poi ci ha obbligati a lasciare i nostri telefoni per terra. Girava per la stanza, armato, continuando a parlare di Palestina, dei suoi fratelli in Siria e di altre cose”.
Ed è a questo punto che un altro ostaggio ha preso il coraggio di rubargli la pistola: “Improvvisamente – racconta Mickael – un uomo ha tentato di prenderla, l’ha afferrata e gliel’ha puntata. Ma non funzionava. Amedy l’aveva lasciata per terra proprio perchè si era bloccata dopo il primo colpo. Il sequestratore l’ha visto e l’ha ucciso immediatamente, davanti ai nostri occhi”.
Il telefono del negozio continuava a squillare. Il bambino ha iniziato a piangere e continuava a dire al padre che voleva tornare a casa. “Ho continuato ad usare il mio cellulare in modo discreto, ero in contatto con la polizia. Le autorità mi avevano avvertito del blitz, dicevano che dovevamo buttarci a terra appena fosse iniziato”.
Per quanto riguarda il terrorista: sapeva di dover morire. “Diceva che sarebbe stata la sua ricompensa. All’improvviso ha iniziato a pregare”.
Poi il boato, gli spari, il fumo: “Amedy era morto. Era finita”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
ASSALTO DELLE FORZE SPECIALI ALLA TIPOGRAFIA, CINQUE MILITARI FERITI, UCCISI I DUE FRATELLI… POCHI MINUTI DOPO BLITZ ANCHE A PARIGI: LIBERATI QUASI TUTTI OSTAGGI, UCCISO UN TERRORISTA
Spari ed esplosioni alla tipografia di Dammartin, dove i due killer della strage del Charlie Hebdo
asserragliati da venerdì mattina con degli ostaggi, sono stati uccisi.
La polizia ha dato il via alle 17 al blitz per chiudere la partita con gli attentatori di Parigi, in fuga da mercoledì, dopo l’attacco terroristico che ha portato all’uccisione di dodici persone. secondo la France Press i due terroristi sarebbero rimasti uccisi nell’attacco.
Pochi minuti dopo, si sono sentite cinque forti esplosioni anche a Parigi.
A Dammartin si sono sentiti spari, forti detonazioni e dall’edificio si è visto uscire del fumo.
Prima degli spari sono stati visti almeno quattro membri delle forze di sicurezza sul tetto dell’edificio.
Dopo pochi minuti è scattata anche l’azione a Parigi, dove la polizia si è aperta la strada con cinque esplosioni.
Elicotteri si sono posati sul tetto dell’edificio per raccogliere i feriti. Ambulanze e barellieri sono intorno al negozio kosher, dove si sono visti alcuni ostaggi fuggire.
L’ostaggio prigioniero dei due killer di Charlie Hebdo a Dammartin-en-Goele è stato liberato nell’assalto ed è indenne. Lo riferisce Bfm Tv
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL DOCENTE UNIVERSITARIO ANALIZZA LE MOTIVAZIONI DEI FOREIGN FIGHTERS NEL LIBRO “LO JIHADISTA DELLA PORTA ACCANTO”
È un terrorismo di “prossimità ”, una guerra non per il territorio ma per un’idea del mondo. 
Nel suo ultimo libro Il jihadista della porta accanto, di cui sta per uscire un aggiornamento incentrato sul massacro di Parigi, il sociologo e docente universitario di origine algerina naturalizzato italiano, Khaled Fouad Allam, ha scavato il fenomeno dei cosiddetti foreign fighters, i giovani musulmani nati in Europa che, dopo essere andati a combattere in Siria, tornano in quelle che considerano le loro “matrigne patrie” con l’intento di combattere per imporre un altro sistema di valori e di vita.
Quale professor Allam?
Quello dell’islam politico basato sui valori della sharia (la legge coranica) e non su quelli creati dall’Illuminismo: uguaglianza e libertà . Lo slogan dell’islam politico è “islamizzare la democrazia”, ma per noi occidentali la democrazia è o non è . Non esiste una via di mezzo. Secondo questi militanti della jihad, soprattutto la Francia rappresenta la terra dei miscredenti perchè lì c’è stata la rivoluzione francese, perchè lì c’è stata la separazione tra politica e religione, ossia la cosiddetta secolarizzazione.
Perchè dice che non è una guerra per il territorio, quando vediamo i militanti dell’Isis che combattono per creare uno Stato con confini e terre ?
Mi stavo riferendo ai jihadisti che tornano in Inghilterra, Francia, Italia, Germania e negli altri paesi dove vige il sistema di valori ereditati dall’Illuminismo che si basa sulla libertà e l’uguaglianza, dunque sulla democrazia.
I jihadisti della porta accanto perchè arrivano a tanto?
Per loro non è arrivare a tanto, fanno quello che pensano sia giusto, dopo essere stati indottrinati e combattere una guerra in cui il miscredente deve soccombere. E deve soccombere perchè non condivide il loro modo di interpretare la società .
Cosa li ha attratti fino al punto di non temere la morte o il carcere a vita?
Credo che ad agire sia innanzitutto il vuoto di significato, l’emarginazione viene dopo. Tanti lo fanno per un senso distorto del riscatto sociale, per essersi sentiti esclusi, ma la maggior parte lo fa per dare un senso alla propria vita. Purtroppo l’indottrinamento subito in Siria, i cattivi maestri, ossia gli imam radicali delle moschee parigine o londinesi, li hanno portati a credere che per trovare un significato alla propria esistenza devono combattere una guerra di religione.
Perchè i milioni di musulmani pacifici che vivono in Europa non urlano la loro contrarietà a questa barbarie, perchè non scendono in piazza contro il terrorismo?
Uno dei motivi è la fine della speranza collettiva, ma questo vale anche per noi. Per quanto riguarda i musulmani va sottolineato che le autorità religiose islamiche francesi hanno subito condannato questo attacco ma certo è che non ci sono leader forti in grado di coagulare attorno a sè tutta la popolazione islamica. Un’altra ragione può essere la paura. Dobbiamo renderci conto che ci troviamo davanti a una guerra che riguarda prima di tutto la comunità islamica e quindi noi occidentali, considerati tutti quanti miscredenti perchè non musulmani.
Quali problemi vive il mondo?
Oltre allo scontro fratricida tra sciiti e sunniti, c’è la questione della libertà . Già 20 anni fa scrissi in un mio libro che l’islam politico rifiuta la libertà in tutte le sue accezioni. Uccidere i vignettisti è come uccidere un filosofo, significa cercare di cancellare la libertà di pensiero.
Però questi giovani militanti non rifiutano internet, i social network, che sono nati per aumentare lo scambio, la conoscenza e traslatamente, la libertà di pensiero .
Sì, è così. Ma non si sentono in contraddizione: sfruttano uno strumento creato dai “nemici” per combattere meglio la loro guerra. Se di contraddizione si può parlare, si tratta di una contraddizione inconscia in senso lacaniano.
Ma alla fine perchè uccidere per delle vignette?
L’islam non ha conosciuto la secolarizzazione. Nella maggior parte della nazioni governate da musulmani non c’è stata una separazione netta tra religione e Stato, non c’è la separazione tra potere religioso e temporale. Ecco perchè si può arrivare a uccidere per una vignetta.
Roberta Zunini
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
ORA SAREBBERO BARRICATI IN UNA FABBRICA DI DAMMARTIN-EN GOULE CIRCONDATI DALLE FORZE SPECIALI… I FERITI SAREBBERO VENTI
I due fratelli Kouachi, sospettati per il massacro nella redazione parigina della rivista satirica
Charlie Hebdo, sono braccati.
Dall’alba le forze dell’ordine francesci si concentrano tra i villaggi e le foreste in Piccardia, nel nord della Francia.
Verso le 8 ora locale, camionette della Brigata di ricerca e intervento della polizia giudiziaria sono arrivate nella zona a 80km a nod-est di Parigi.
Qualche ora dopo, poco prima delle 9, c’è stata una violenta sparatoria a Dammartin-en-Goele, nel dipartimento della Seine-et-Marne, 45 chilometri a est di Parigi, a mezz’ora dal punto in cui i fratelli Kouachi erano ricercati.
Secondo fonti della polizia dopo aver rubato una macchina a Montagny Sainte-Fèlicitè, i due fratelli si sono rifugiati in una fabbrica nel comune francese Dammartin-en-Goele, nel dipartimento di Senna e Marna, ad alcuni chilometri dall’aeroporto di Roissy, qui avrebbero preso un uomo in ostaggio.
Dopo la violentissima sparatoria con le forze dell’ordine, i fratelli sono fuggiti in auto. E’ una delle più gigantesche cacce all’uomo degli ultimi tempi.
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Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
GRANDE CALMA NEI MOVIMENTI, MA SBAGLIANO INDIRIZZO E SI MUOVONO COME RECLUTE
Gli assalitori commettono nei primi minuti quello che sembra l’unico errore di un piano accurato.
Sbagliano indirizzo, un paio di numeri civici: irrompono al 6 di rue Nicolas Appert, urlano «è questo Charlie Hebdo?», sono gli archivi del settimanale satirico, non è il loro bersaglio.
Con i kalashnikov già imbracciati, i volti coperti dai passamontagna, corrono verso il 10 della stessa via ed entrano nella sede del giornale, salgono al secondo piano dove si sta tenendo la riunione di redazione.
Il primo sbaglio non li ha confusi, hanno raggiunto l’obiettivo della carneficina.
Sono rimasti calmi.
È quella calma a colpire gli esperti, che parlano di addestramento militare dopo aver analizzato alcuni video dell’attacco ripresi dai testimoni con i telefoni cellulari. «Dimostrano sangue freddo in tutte le fasi», commenta una ex guardia del corpo all’agenzia France Presse.
Nervi solidi e attenzione ai dettagli: uno degli attentatori corre per recuperare una scarpa da tennis caduta dall’auto usata nell’operazione, non vuole lasciare tracce. Nervi solidi e ferocia: un poliziotto viene finito con un colpo alla testa mentre è già ferito a terra, il terrorista spara in corsa senza neppure fermarsi.
«Non sprecano proiettili – fa notare la stessa fonte all’agenzia Afp – è chiaro che sanno maneggiare i fucili mitragliatori».
Il kalashnikov è l’arma più diffusa in Medio Oriente, gli estremisti lo considerano così facile da usare «che anche un bambino potrebbe premere il grilletto».
I due attentatori lo tengono vicino al corpo, non sventagliano a casaccio, i fori nella vetrata sono precisi, uno vicino all’altro.
«Sono in totale controllo delle loro emozioni e delle loro armi», spiega alla televisione francese Renè-Georges Querry, già capo di una squadra anti-terrorismo della polizia. Bill Roggio, che pubblica il Long War Journal, per il centro di ricerca Foundation for the Defense of Democracies arriva a ipotizzare che siano ex militari.
Thomas Gibbons-Neff, veterano dei Marine americani, è più scettico.
Evidenzia sul Washington Post che i caricatori portati avvolti sul petto sono del tipo in dotazione agli eserciti e riesce a riconoscere dal rumore degli spari due differenti versioni di fucile mitragliatore: l’Ak74 e l’Ak47.
L’esperienza gli permette di notare però un’imprecisione nei movimenti del commando: mentre risalgono la strada e si preparano alla fuga, gli uomini incrociano i loro passi, «un gesto che viene sconsigliato alle reclute perchè riduce l’area tenuta sotto tiro»
Anche se gli investigatori e gli esperti concordano sulla preparazione professionale, non sono ancora in grado di ricostruire in quale dei campi d’addestramento sparsi tra la Siria, l’Iraq e il Nordafrica (qualcuno non esclude la Francia stessa) gli attentatori se la sarebbero procurata
Gli uomini localizzati nei dintorni di Reims dalla polizia sono tre (come aveva sostenuto qualche testimone) e sono nati a Parigi, due di loro sono fratelli.
Sarebbero andati a combattere in Siria, eppure gridano: «Dite ai giornali che apparteniamo ad Al Qaeda nello Yemen».
Un altro elemento che non combacia emergerebbe da uno dei video.
Un attentatore avverte l’altro: «Allontanati, è finito» (si riferisce al poliziotto) e l’ordine sarebbe scandito con un’intonazione strana.
Sul loro accento francese non c’è concordanza: alcuni testimoni dicono di non aver sentito inflessioni, altri sostengono che non parlassero bene la lingua.
I giovani di origine francese andati a combattere in Siria con le milizie dello Stato Islamico sono almeno 700, il gruppo più numeroso tra gli europei, calcola uno studio del King’s College di Londra.
L’arruolamento di nordafricani e occidentali è considerato il più massiccio dai tempi della guerra in Afghanistan contro i sovietici: gli «stranieri» che hanno scelto di unirsi agli uomini in nero del Califfo sarebbero almeno dodicimila in tre anni, sulle montagne attorno a Kabul arrivarono in totale a ventimila.
I servizi segreti in Europa hanno lanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal ritorno a casa di questi combattenti.
Difficili da controllare, spesso pianificano gli attacchi nel chiuso di una stanza, mettono insieme piccoli gruppi come quello di Parigi.
Non devono aspettare il via libera dai capi all’estero, non c’è bisogno che arrivi un ordine dall’alto.
È già stato dato: l’Occidente è un bersaglio.
Davide Frattini
(da “il Corriere della Sera”)
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