Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 2006 LE POLEMICHE PER UNA SERIE DI CARICATURE DEL PROFETA MAOMETTO
Charlie Hebdo, conosciuto come “Charlie”, è un settimanale satirico senza pubblicità , più volte finito nel mirino dei fondamentalisti islamici per aver pubblicato vignette su Maometto.
Il giornale uscì in edicola per la prima volta nel 1970, ispirato a Charlie Brown e sulle ceneri di ‘Hara Kiri Hebdo’, censurato dopo la clamorosa prima pagina il giorno dopo la morte del generale De Gaulle: “Ballo tragico a Colombey, un morto”.
Il giornale ha un successo straordinario che dura per qualche anno, fin quando le cause in tribunale non gli rendono la vita impossibile.
Abbandonato da molti lettori, chiude nel 1981 dopo 580 numeri.
Ricompare nelle edicole 11 anni dopo con ispirazione libertaria e populista, e più volte si scontra con le gerarchie religiose, non soltanto quella musulmana.
Le prime caricature di Maometto risalgono al febbraio 2006, 400.000 copie vendute e un attentato di matrice islamica.
A fine 2011, la redazione viene completamente distrutta da un incendio doloso e il sito del giornale piratato dopo un numero speciale denominato ‘Sharia Hebdo’. Temporaneamente, la redazione si trasferisce nei locali del quotidiano Liberation, per poi migrare in nuovi locali.
Ancora nel settembre del 2012, la sede fu blindata dalla polizia dopo le minacce per la pubblicazione di vignette ispirate al film anti-islam “L’Innocenza dei musulmani” che all’epoca stava infiammando il mondo islamico.
Charlie Hebdo ha una tiratura media settimanale di 100.000 copie, con 15.000 abbonati.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI GIUSEPPE COSTANZA: “IN QUESTO PAESE PER ESSERE RICORDATI BISOGNA ESSERE MORTI”
Il 23 maggio del 1992 Giuseppe Costanza era in macchina con Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo.
Avrebbe dovuto guidare lui la macchina della scorta, una Fiat Croma.
E invece Falcone, atterrato da Roma, chiese di mettersi alla guida per “riaccompagnarsi” a casa.
Quella macchina però a casa non ci arrivò mai perchè, come tutti sanno, esplose all’altezza di Capaci.
Morirono Falcone, la moglie e tre uomini della scorta ( Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro).
Lui, Costanza, che in quell’occasione sedeva dietro si salvò. Un miracolato.
La volontà , come scrive Giovanni Terzi sul Giornale, di guidare la macchina di Falcone e il sedersi dietro la Fiat Croma di Costanza determinò il limite tra la vita e la morte.
Quel giorno, il 22 magio 1992, la vita di Costanza è cambiata per sempre: “L’ultima cosa che ricordo di Falcone – racconta – è che gli chiesi quando dovevo andare a riprenderlo: mi rispose lunedì mattina”.
Poi il botto e il vuoto.
Sopravvivere un segno del destino ma anche una condanna: “Per me e per i miei figli” dice al il Giornale.
Una ferita lacerante, un dolore insopportabile a cui ha fatto seguito l’indifferenza delle istituzioni .
In 22 anni, racconta Costanza, non è mai stato invitato a una commemorazione ufficiale, invisibile per le istituzioni.
Completamente, continua Terzi, dimenticato dallo Stato: “In questo paese per essere ricordati bisogna essere morti” dice provocatoriamente.
Oltre al disagio morale c’è anche una causa aperta con il Tribunale per i benefici di legge per le vittime di attentati di mafia: “Le sembra possibile – dice – che io debba fare causa per avere ciò che mi sarebbe garantito per legge? Non dovrebbe essere lo Stato – si chiede – che in modo autonomo cerca di risarcire le vittime?”.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
PER L’UOMO CHE HA SPARATO DAVANTI A PALAZZO CHIGI GIUDIZIO IMMEDIATO…MATRICOLA ABRASA DA UN ESPERTO, CELLULARE MUTO DA DUE GIORNI PRIMA DELL’AZIONE
Il telefonino è rimasto muto per due giorni prima dell’azione. 
La pistola è stata trapanata da un esperto e non c’è alcuna possibilità di risalire alla sua origine.
Sono gli ultimi due dettagli che mancavano per comporre il puzzle dell’inchiesta su Luigi Preiti, l’uomo che il 28 aprile scorso – giorno del giuramento del governo guidato da Enrico Letta – sparò contro i carabinieri in servizio di vigilanza davanti a Palazzo Chigi, ferendo gravemente il brigadiere Giuseppe Giangrande e in maniera più lieve il suo collega Francesco Negri.
E adesso i pubblici ministeri si accingono a chiedere per lui il giudizio immediato.
Si chiude la fase istruttoria e chissà se sarà il processo la sede per fugare tutti i dubbi che ancora segnano questa vicenda.
La difesa appare orientata a fare in fretta, tanto da aver rinunciato anche al ricorso al tribunale del Riesame contro l’ordinanza di custodia cautelare.
L’accusa mette insieme i pezzi, ma proprio la decisione di arrivare subito in aula sembra escludere l’eventualità che l’indagine si allarghi a chi potrebbe aver aiutato, o quantomeno sollecitato l’uomo a colpire.
E questo nonostante gli interrogativi tuttora aperti.
E alimentati proprio dalle relazioni degli investigatori dell’Arma consegnate al procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e al sostituto Antonella Nespola secondo cui Preiti e i suoi oggetti sembrano sbucati improvvisamente dal nulla.
La Beretta «cancellata».
Sette colpi esplosi, nove cartucce nella borsa. Le analisi sull’arma utilizzata dall’attentatore condotte dagli investigatori del Ris confermano la ricostruzione dei primi momenti, ma consegnano dettagli inediti sulla «punzonatura».
La pistola è una Beretta 7,65 modello 70. Per cancellare i numeri di matricola è stato usato un trapano e nella relazione si specifica che a farlo è stata una mano esperta, quella di uno specialista.
Non ci sono «sbavature» o striature nelle impronte lasciate dall’arnese. Non solo.
Ancor più interessante è il dettaglio che esclude la possibilità di ricostruire la storia della pistola.
È stato infatti scoperto che è stato raschiato via anche l’anno in cui l’arma è passata al banco di prova.
Una modalità generalmente utilizzata negli ambienti criminali. E questo sembra avvalorare l’ipotesi che Preiti si sia procurato la Beretta proprio in Calabria, dove viveva da due anni, e non al mercato clandestino di Genova dove invece aveva raccontato di averla acquistata circa quattro anni fa.
Nelle banche dati non è registrato alcun episodio in cui sia comparsa la stessa arma e questo impedisce di fare qualsiasi tipo di comparazione o comunque di avere qualche dato in più sulla provenienza.
Il cellulare «muto».
Anche il telefonino utilizzato da Preiti ma intestato a un cittadino dello Sri Lanka, non ha fornito elementi utili su eventuali complici, ma dimostra ulteriormente la meticolosità nella preparazione dell’agguato avvalorando la possibilità che le fasi cruciali siano state studiate da un professionista.
Il cellulare è rimasto infatti «muto» nei due giorni precedenti l’attentato e l’esame dei tabulati degli ultimi due anni non ha fatto emergere alcun nome interessante.
Possibile che, pur vivendo a Rosarno, Preiti non abbia parlato con nessuno dei suoi concittadini?
Possibile che una persona capace di comprare una pistola al mercato clandestino, come lui stesso ha dichiarato, non abbia poi avuto altri contatti strani o sospetti?
L’ipotesi è che in realtà quel telefono fosse «dedicato», cioè utilizzato soltanto in maniera pulita proprio per non lasciare altre tracce.
L’obiettivo istituzionale.
Era stato l’esame dei filmati a confermare l’intenzione di Preiti di uccidere uno dei carabinieri e non, come aveva inizialmente sostenuto «un politico perchè loro stanno bene e la gente muore di fame».
Le testimonianze raccolte in queste settimane hanno confermato che cercò per ben due volte di entrare in piazza Colonna attraverso i varchi vigilati dalla polizia senza riuscire. Passare attraverso il terzo era la sua ultima possibilità per arrivare a Palazzo Chigi. Quando è stato fermato si è messo in posizione di tiro e ha fatto fuoco, determinato a colpire alla testa proprio l’uomo che indossava la divisa dell’Arma.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 30th, 2013 Riccardo Fucile
LA MAPPA DI ROMA SEGNATA, LA PUNTA DI TRAPANO, IL VESTITO, IL MODO PROFESSIONALE CON CUI HA SPARATO
Una punta da trapano nascosta nella borsa. 
È il dettaglio nuovo che conferma i dubbi sulla ricostruzione fatta da Luigi Preiti, l’uomo che domenica mattina ha sparato contro i due carabinieri in servizio di sorveglianza davanti palazzo Chigi.
Proprio con quell’attrezzo l’attentatore potrebbe aver cancellato i numeri di matricola della pistola Beretta 7,65 utilizzata per ferire i due militari.
E questo dimostra che ha mentito quando ha raccontato di aver acquistato l’arma già «punzonata» al mercato clandestino di Genova quattro anni fa.
Mentre avvalora l’ipotesi, già seguita dagli investigatori dell’Arma, che se la sia procurata in Calabria prima di partire alla volta di Roma.
Sono tre gli indizi chiave che fanno comprendere come il caso non sia affatto chiuso.
Tre elementi che segnano la ricostruzione dei suoi spostamenti, fino alle 11.34 di due giorni fa. Perchè la Beretta rimane al centro delle indagini.
Ma poi ci sono anche il vestito e una cartina di Roma «segnata» nei punti chiave, che l’uomo custodiva nella borsa rimasta a terra dopo l’agguato.
La mappa segnata in tre punti
Preiti parte da Gioia Tauro alle 9.35 di sabato. All’altezza di Praia a Mare la polizia ferroviaria gli chiede una verifica dei documenti.
È un controllo di routine, lui non si scompone. Ha probabilmente l’arma nella borsa, però non ha precedenti penali ed è difficile che possa subire una perquisizione.
Rimane tranquillo e tutto fila liscio. Arriva alla stazione Termini alle 15.
Poco dopo entra all’Hotel Concorde, appena dietro piazza dei Cinquecento. Prende l’ultima stanza disponibile. Esce dopo poco.
Racconta il portiere dell’albergo: «È uscito verso le 17. Tra le 18 e le 19 è entrato nella stanza senza uscirne più».
Quando viene immobilizzato e buttato a terra dopo aver sparato, Preiti lascia cadere una borsa. All’interno ha una cartina di Roma segnata in tre punti.
Sono le zone chiave che segnano il suo percorso dall’arrivo fino all’agguato.
Adesso bisognerà capire se sia stato lui a evidenziarlo oppure se qualcuno gliel’abbia suggerito. Non si sa che cosa abbia fatto in quel lasso di tempo trascorso fuori dall’hotel, ma non è escluso che abbia compiuto un sopralluogo.
L’esame dei filmati potrebbe aiutare a scoprirlo.
Quelli già visti dimostrano che domenica mattina ha effettuato almeno due tentativi per arrivare sotto la sede del governo, prima di sparare.
Vestito scuro per forzare il varco
Sono ancora le parole del portiere ad aiutare gli investigatori dell’Arma nella ricostruzione: «Quando è rientrato non ha chiesto la sveglia, non ha fatto colazione, non ha lasciato niente nella stanza. La domenica, verso le 9.30 è venuto da me e ha pagato il conto dicendomi che partiva. Mi sembrava tranquillo, ben vestito, con una giacca blu».
Dal telefono della camera d’albergo Preiti non fa nessuna chiamata, si sta analizzando il suo cellulare per capire se l’abbia usato per mettersi in contatto con qualcuno.
Il completo che indossa è identico a quelli utilizzati dagli addetti alla sicurezza delle sedi istituzionali.
La scelta accurata dimostra che l’uomo non ha affatto agito d’impeto perchè disperato.
Ogni sua mossa appare lucida e studiata, quasi da professionista. Quando arriva in piazza Colonna cerca di passare un primo varco presidiato dai poliziotti.
Lo bloccano perchè hanno già sistemato le transenne in vista del primo consiglio dei ministri che deve cominciare subito dopo il giuramento del nuovo governo guidato da Enrico Letta fissato per le 11.30 al Quirinale.
Lui gira intorno alla piazza e fa un ulteriore tentativo di fronte ad un secondo varco.
Anche qui trova la strada sbarrata. Ma non si arrende. È determinato ad arrivare fino a palazzo Chigi. Decide così di far il giro dell’isolato e di arrivare dal retro.
Passa di fronte a Montecitorio, sbuca di fronte alla garitta dei carabinieri
Posizione di tiro e proiettili
Riesce ad avvicinarsi, probabilmente proprio perchè è vestito in giacca e cravatta.
Ma quando è al limite della piazza i militari lo fermano. A questo punto esplode la sua rabbia. Chi ha visionato i filmati ripresi dalle telecamere di sorveglianza che sono sistemate in tutta l’area afferma che si sarebbe addirittura messo in posizione di tiro.
Di certo c’è che Preiti ha mirato in quelle parti del corpo non protette dal giubbetto antiproiettile. Il brigadiere Giuseppe Giangrande viene colpito al collo.
Il suo collega Francesco Negri è ferito a una gamba. «Non volevo uccidere», ha dichiarato l’attentatore nel suo primo interrogatorio.
La dinamica sembra dimostrare il contrario.
Nei prossimi giorni i carabinieri del Racis dovranno verificare se la Beretta avesse sparato prima e soprattutto se sia possibile ricostruire i numeri di matricola.
Secondo un primo esame nella pistola sarebbero rimasti tre colpi inesplosi. «Volevo uccidermi», ha anche dichiarato Preiti.
Non c’è alcun elemento che avvalori questa sua intenzione. Anzi.
L’ipotesi più probabile è che volesse arrivare fin dentro l’androne di palazzo Chigi e lì aprire il fuoco.
Nella borsa aveva altri nove proiettili.
Possibile che la sua intenzione fosse di ricaricare l’arma durante l’azione?
Misteri, dubbi, dettagli da chiarire per scoprire se Preiti è davvero il disperato che dice di essere o se invece dietro il suo gesto ci sia qualcosa di più.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
ALLE 11.40 HA APERTO IL FUOCO CONTRO DUE CARABINIERI, FERENDOLI: LUIGI PREITI, 49 ANNI, E’ STATO BLOCCATO, FERITA LIEVEMENTE UNA PASSANTE
Sei colpi di pistola contro due carabinieri. E’ quanto accaduto alle 11.40 di fronte a Palazzo Chigi durante il
giuramento del nuovo governo.
Gli esponenti delle forze dell’ordine sono stati feriti uno in maniera grave al collo, l’altro alla gamba, ma entrambi — pur se ricoverati in codice rosso — non sarebbero in pericolo di vita. L’attentatore è stato subito fermato: si tratta di Luigi Preiti, classe ’64, calabrese di Rosarno, ma residente da anni ad Alessandria.
Anche lui è rimasto ferito, ma non a seguito della sparatoria, bensì durante la colluttazione con i carabinieri. Nessun precedente penale alle spalle, è accusato di tentato omicidio, porto e detenzione di armi.
L’uomo, in giacca e cravatta, ha attraversato la piazza e all’improvviso, dopo aver gridato alle forze dell’ordine “Sparatemi, sparatemi!”, ha aperto il fuoco contro i due carabinieri: feriti il brigadiere Giuseppe Giangrande, di 50 anni, e il carabiniere scelto Francesco Negri, di 30, entrambi del Battaglione Toscana.
Il primo è ricoverato in prognosi riservata per una ferita al collo, il secondo è ferito gravemente alla gamba. Lo si apprende da fonti dell’Arma.
Anche una passante, secondo quanto riportano le agenzie, è rimasta ferita in modo lieve: colpita di striscio da una scheggia, è stata soccorsa dal 118 e trasportata in ospedale. Si tratta di una donna incinta.
Dopo aver sparato, Luigi Preiti ha cercato di fuggire, ma è stato bloccato. In un primo momento, si era parlato di lui come di uno squilibrato con seri problemi psichici, ma successivamente la testimonianza del fratello dell’attentatore ha dato una versione diversa sulle condizioni di salute del 49enne di origini calabresi.
Luigi Preiti, infatti, non soffrirebbe di turbe psichiche: “Fino a ieri mattina Luigi era una persona lucida e intraprendente. Lui viveva a Predosa, poco lontano da me — ha detto Arcangelo Preiti – Ha perso il lavoro e si è separato dalla moglie, è padre… Problemi psichici? No, no… Da 49 anni a questa parte no… Sono sconvolto, non lo vedo da agosto: era tornato in Calabria a vivere con i nostri genitori”.
L’attentatore è un muratore, aveva deciso due anni fa di lasciare il Piemonte e tornare nel suo paese d’origine non solo in seguito alla separazione, ma anche a causa della disoccupazione, conseguenza della crisi che ha colpito l’edilizia.
A Rosarno l’uomo aveva trovato solo n impiego saltuario e faceva anche dei lavori in proprio.
“Mio fratello non è uno squilibrato, non ha mai sofferto di patologia psichiatriche — ha poi detto Arcangelo Preiti — Si stanno raccontando tante cose non vere… Siamo allibiti, non sappiamo spiegarci quel che è potuto accadere”.
Nel paese d’origine, dove è rientrato da solo mentre la moglie e il figlio di dieci anni sono rimasti in Piemonte, qualcuno lo ricorda come una persona dedita al lavoro e che, in estate, cantava nei lidi della zona.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
TROVARE ALTRE DUE BOMBE, ALLARME A NEW YORK…FUOCO E BOATI SULLA LINEA DI ARRIVO, TORNA L’INCUBO TERRORISMO
Terrore e sangue sulla maratona di Boston.
La prima bomba è esplosa a poche centinaia di metri dal traguardo.
I runner che stavano per raggiungere l’arrivo sono stati travolti dall’onda d’urto, quelli che avevano appena oltrepassato la linea bianca si sono fermati e voltati di scatto, pietrificati dalla terribile esplosione.
Il tempo di realizzare di essere nel bel mezzo di un’emergenza, e una seconda bomba è esplosa più giù, lungo la strada.
Una terza esplosione si è verificata alla biblioteca John Fitzgerald Kennedy, a poche centinaia di metri.
Ma in questo caso non ci sono persone coinvolte.
In totale ci sarebbero almeno due morti, tre secondo la FoxNews. 
Un primo bilancio parla anche di almeno 64 feriti.
La polizia ha chiesto a tutti di restare all’interno degli edifici e a non raccogliersi in gruppi.
La gara podistica più antica al mondo dopo quella di Atene è terminata così, nel panico generale, tra sirene impazzite e atleti che si aggiravano per l’area del traguardo gravemente feriti, alcuni mutilati, altri stesi al suolo, esanimi.
CITTà€ IN ALLERTA
L’allarme è stato esteso anche alle città di New York e Washington.
Sul cielo di Boston è stato chiuso lo spazio aereo.
Il presidente Obama, subito informato dell’accaduto, ha chiamato sindaco e governatore e ha ordinato all’amministrazione di fare il necessario per assistere le autorità del Massachusetts mentre
il suo vice Joe Biden ha evocato subito un possibile attentato parlando a sua volta di «bombe».
A Londra, in vista, della maratona della prossima settimana, la polizia ha subito rafforzato le misure di sicurezza.
I SOCCORSI
Le due deflagrazioni principalo hanno avuto origine all’interno dell’hotel Fairmont Copley Plaza. La polizia ha poi individuato altri due ordigni inesplosi.
I feriti, ancora sanguinanti, sono stati momentaneamente ricoverati nelle tende mediche allestite per assistere i corridori in difficoltà .
Poi, all’arrivo delle ambulanze, sono stati trasferiti in ospedale. Intorno all’area del traguardo la polizia ha cinto un cordone di sicurezza, che col passare dei minuti viene allargato sempre di più. Anche un altro albergo della zona è stato sgomberato a scopo precauzionale.
Gli altri atleti non ancora arrivati sul rettilineo finale, sono stati fermati a poche centinaia di metri dall’ingresso in Boylston street, dove termina la gara.
COME L’11 SETTEMBRE
Il Boston Globe, lo storico quotidiano della metropoli del Massachusetts, riporta la testimonianza di un volontario che lavorava in quel momento a pochi passi dalla linea d’arrivo: «I boati, poi il fumo e il fuoco. Sembrava di rivivere l’11 settembre».
Sul profilo twitter del quotidiano vengono postate a ritmo costante foto di persone con gli arti tranciati, macchie di sangue sull’asfalto, panico e soccorsi caotici.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
SPESSO EQUITALIA HA USATO METODI AGGRESSIVI E QUALCHE DEBITORE SI E’ SUICIDATO…ORA IL SERVIZIO ANDRA’ IN APPALTO COL RISCHIO DI AFFIDARLO A SOCIETA’ MENO EFFICIENTI
C’è chi festeggia la liberazione dal fisco rapace; chi sta alla finestra in attesa dell’iter parlamentare; chi teme di perdere gettito e chi, al contrario, è convinto che una riscossione diretta aumenterebbe gli incassi.
L’emendamento che libera i Comuni dall’obbligo di farsi riscuotere le tasse da Equitalia trova sul territorio un fronte dei sindaci variegato.
«Ci saranno comuni che svolgeranno il compito con strutture interne e altri che metteranno a gara il servizio coattivo, affidandolo a nuove società che distingueranno tra l’evasore a cui si continuerà a pignorare la casa e a mettere le ganasce all’auto e le persone in difficoltà a cui bisognerà concedere qualche dilazione», esulta Attilio Fontana, sindaco leghista di Varese, la capitale del Carroccio.
Secondo Fontana, che è anche presidente dei comuni lombardi, questa linea «è condivisa da molti colleghi tanto che l’Anci nazionale ha varato una propria agenzia di riscossione tributi operativa a breve».
«Prima di pronunciarmi attendo l’esito parlamentare»: sparge prudenza Flavio Zanonato, sindaco democratico di Padova.
«Per riscuotere direttamente senza Equitalia bisognerebbe strutturare una sezione tributaria comunale, non è cosa semplice. Gli enti locali possono assumere solo un quinto del turnover, dovrei rivedere l’organizzazione interna».
Dopodichè, continua il sindaco veneto, «l’emendamento sembra una bandierina politica della Lega per ottenere consensi strizzando l’occhio al mondo degli evasori». Una specie di surrogato ideologico del federalismo che non c’è. «Un conto è avere un atteggiamento comprensivo per chi è in crisi, un altro verso chi fa il furbo…».
Più laica la posizione del pidiellino Alessandro Cattaneo, giovane sindaco formattatore di Pavia: «Potenzialmente — spiega – è una scelta positiva perchè si apre il mercato alla competizione nei servizi di riscossione, aumentando efficienza e sobrietà nell’approccio al tema tasse. Spesso con Equitalia le cartelle ti arrivavano dopo 2 anni, con super interessi e nessuna possibilità di gestire il contenzioso». Attenzione però al facile trionfalismo.
«Ricordiamoci la mega truffa di Tributi Italia», puntualizza Cattaneo.
«Il tema riscossione è molto delicato, servono competenze. Sarà un lavoro complesso affinare strumenti tributari interni». Ad esempio per accertare se chi è insolvente lo è per motivi reali o perchè conta sull’inefficienza del sistema, «nascondendo» evasione.
Scendendo al sud una posizione interessante è quella di Vincenzo De Luca (Pd), primo cittadino di Salerno, isola felice campana.
«Personalmente ripristinerei il meccanismo del ‘riscosso per non riscosso’.
Una volta noi davamo ad Equitalia mandato per riscuotere 70 milioni di euro e loro ci anticipavano l’80%: in questo modo erano incentivati nella riscossione. Oggi è difficile”
Marco Alfieri
(da “La Stampa“)
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Maggio 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL KILLER RIPRESO DALLE TELECAMERE MENTRE PREME IL TELECOMANDO… LA PROCURA: “VOLONTA’ STRAGISTA”
Pubblichiamo un’immagine del presunto autore dell’attentato di Brindisi, ripreso nel momento in cui starebbe attivando il telecomando che ha innescato la bomba alla scuola Morvillo-Falcone.
Il fotogramma proviene dal video a disposizione degli inquirenti, di cui ha parlato stamani il procuratore di Brindisi Marco Dinapoli.
“Sono immagini terribili”, ha commentato il procuratore, spiegando che ritraggono un uomo in giacca, di età presunta di 50-55 anni, che alle 7:37 provoca l’esplosione.
Abbiamo sfocato i tratti del volto dell’uomo – qui ritratto in apparenza con una mano in tasca mentre esegue l’attentato – per non compromettere le indagini in corso mirate a identificarlo.
Si stringe dunque il cerchio attorno all’attentatore di Brindisi, che con una bomba che ha dilaniato la vita di Melissa e di altre sei studentesse rimaste ferite.
Secondo inquirenti e investigatori è stato un gesto «isolato» ma con una chiarissima «volontà stragista» e non per forza eversiva, un gesto «individuale» che nulla a che fare con la criminalità organizzata locale e ancor meno con l’anarco-insurrezionalismo, ma ancora dal movente oscuro. La svolta è arrivata dalle immagini registrate da una telecamera nei pressi della scuola. 
Immagini che «ci siamo andati a prendere», dice il procuratore capo Marco Dinapoli sottolineando che gli investigatori hanno lavorato a testa bassa per raccogliere tutti quegli elementi che vanno raccolti subito altrimenti sarebbero andati perduti.
In quel video, ha spiegato, c’è l’identikit dell’attentatore, anche se è ancora senza nome.
Un uomo di 55-50 anni, bianco, probabilmente italiano. Ma in quei frame ci sono anche, parole sue, «immagini terribili» in cui si vede l’uomo azionare il telecomando che innesca l’ordigno e attendere il “botto”. Dunque con un significato ben chiaro: voleva la strage e l’ha ottenuta.
LE INDAGINI
Gli investigatori stanno passando al setaccio tutte le rivendite di bombole e i supermercati della regione, per cercare di capire dove l’uomo possa aver acquistato le componenti dell’ordigno e il cassonetto: una corsa contro il tempo che però, grazie alle immagini estrapolate dal video, potrebbe portare presto risposte positive.
Inquadrato il gesto, resta però da capire il movente. Privato? Professionale? Ideologico? O semplicemente il gesto di un folle? Collegato alla scuola o al nome dell’istituto? O magari con il vicino tribunale?
«Non ci sono elementi per dire che c’era un obiettivo specifico dell’azione – ammette il procuratore – e non necessariamente siamo di fronte ad un atto terroristico», nel senso di un atto eversivo.
Certo, prendendo per buona l’ipotesi del gesto isolato, prosegue, si può pensare ad una «persona arrabbiata e in guerra con il mondo, che si sente vittima o nemico di tutti e che utilizza una simile occasione per far esplodere tutta la sua rabbia».
Una persona che, però, non era proprio sprovveduta, visto che ha confezionato un ordigno che richiede conoscenze di elettronica sopra la media.
E che potrebbe non aver agito da sola, almeno nella fase preparatoria: «Non è impossibile che tutta l’organizzazione sia stata fatta da una persona sola – conferma Dinapoli – anche se non sappiamo allo stato se ha agito una o più persone nella fase organizzativa».
IL FILMATO
Il video che ha dato agli investigatori la chiave per inquadrare un gesto comunque ancora senza movente lo fornisce una telecamera che probabilmente il killer non sospettava di trovare: quella installata su un chiosco che vende bibite, panini e giornali a meno di 20 metri dall’ingresso della scuola.
Proprio di fronte al cancello principale.
Un chiosco senza pretese e che però potrebbe rivelarsi fondamentale per le indagini: la piccola telecamera montata all’angolo più vicino all’istituto e rivolta verso l’altro lato della strada, registra infatti immagini che durano abbastanza per fornire quegli elementi che il procuratore capo di Brindisi Marco Dinapoli definisce «significativi».
Elementi che consentono di «non lavorare più al buio». Soprattutto, registra l’intero minuto che trascorre dall’attivazione dell’ordigno, con un comando a distanza, all’esplosione: sessanta secondi pieni di dettagli.
L’IMMAGINE PUBBLICATA SU LASTAMPA.IT
Nell’immagine che LaStampa.it pubblica in esclusiva c’è un uomo.
Un adulto bianco, molto probabilmente un italiano che potrebbe avere tra i 50 e i 60 anni.
Vestito come un tipo qualunque: giacca scura, pantaloni chiari e scarpe da ginnastica. Non sono ancora le 7.40 e lui è già li.
Il cassonetto «armato» con la bomba è dall’altra parte della strada, pronto ad esplodere.
Portato, sembrerebbe, poco prima delle 3 di notte.
Gli investigatori stanno lavorando anche su quest’aspetto perchè la donna che ha raccontato di aver visto qualcuno proprio attorno a quell’ora, non avrebbe riconosciuto la persona nel video come la stessa che si sarebbe mossa verso la scuola di notte con il cassonetto.
È probabile, ed è questa l’ipotesi che prevale tra gli inquirenti, che il testimone abbia avuto difficoltà a ricordare i dettagli di una persona vista in piena notte e per pochi secondi, ma non possono escludere che il killer possa aver avuto un complice. O più d’uno.
Resta il fatto che, alle 7.40, il cinquantenne è pronto a mettere in pratica il suo piano di morte.
Nel video si vede l’uomo appoggiato al muro, sul lato del chiosco più lontano dalla scuola, armeggiare con una specie di telecomando: è il meccanismo che attiva l’ordigno.
Si tratta, ha spiegato Dinapoli, di un congegno volumetrico, uno di quelli che una volta attivato si innesca al passaggio delle persone. «È qualcuno – afferma Dinapoli – che conosce l’elettronica. Il congegno non è particolarmente complesso, ma è di difficile fattura per chiunque sia a digiuno di nozioni di elettronica».
IL LUTTO
In attesa degli sviluppi, domani a Brindisi è il giorno del dolore.
Alle 16.30, nella chiesa madre di Mesagne, si svolgeranno i funerali di Melissa Bassi, alla presenza del premier Mario Monti – che è rientrato anticipatamente dagli Stati Uniti – e del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, che domani mattina assieme alla collega Paola Severino presiederà un vertice in prefettura.
(da “La Stampa”)
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Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile
NOTTE INSONNE PER IL DEPUTATO, COSTRETTO A SVEGLIARSI NELLA NOTTE: “IL LETTO ERA INVASO DA ANIMALETTI”…. AD AMAPA’ PENSAVA CHE NESSUNO LO CONOSCESSE E INVECE…
Verrebbe da dire «anche le formiche nel loro piccolo si inc….» e anche loro prendono di mira Domenico Scilipoti, il deputato, omeopata, agopuntore, filantropo passato alla storia per aver salvato il governo Berlusconi nel dicembre 2010.
Hanno provato a fargliela pagare nel cuore della notte in una stanzetta d’albergo nello stato dell’Amapà , nella foresta amazzonica.
Qui il nostro eroe è andato a dormine sereno e contento dopo «una giornata a portare aiuto e conforto alla gente di quella terra martoriata» ma alle quattro del mattino è stato costretto a svegliarsi perchè il suo letto era completamente invaso dalle formiche.
Un manto di piccoli animaletti inferociti che lo hanno assalito in ogni parte del corpo, anche quelle su cui è meglio tacere.
Nel cuore della notte il povero Domenico Scilipoti da Barcellona Pozzo di Gotto ha trovato conforto solo in un’energica doccia fredda ma non riuscendo più a prender sonno.
L’icona del movimento dei «Responsabili» prova a ridimensionare.
«È stato solo un piccolo incidente – spiega -, nulla di grave e lontanamente paragonabile con quanto avviene altrove».
Spesso Scilipoti è costretto a andare in giro con la scorta per difendersi dagli insulti che rimedia per strada.
Almeno in Amazzonia pensava si essere al sicuro, ma evidentemente anche li non tutti lo amano.
Alfio Sciacca
(da “Il Corriere della Sera”)
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