Gennaio 11th, 2020 Riccardo Fucile
E L’ITALIA CONTINUA A FINANZIARE UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
“Siamo stati chiamati da dei migranti intercettati dalla cosiddetta Guardia Costiera Libica:
dicono che alcune delle 65 persone si stanno rifiutando di sbarcare a Tripoli, e che la Guardia Costiera ha sparato a un migrante e gettato il corpo in mare”.
Così denuncia su Twitter Alarm Phone, la linea telefonica diretta di supporto per persone che attraversano il Mar Mediterraneo verso l’Unione Europea
Anche la rappresentanza in Libia dell’Oim, organizzazione delle migrazioni, con un tweet precedente, aveva segnalato che una sessantina di migranti si starebbero rifiutando di sbarcare a Tripoli.
Fonti dell’organizzazione avevano poi fatto sapere che i migranti avrebbero raccontato al personale in Libia che sul gommone con loro era salito anche un nigeriano ferito da un colpo d’arma da fuoco e che l’uomo sarebbe morto durante il viaggio.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 6th, 2020 Riccardo Fucile
DOPO IL SEQUESTRO DELL’AMBULANZA LA TITOLARE DEL VIMINALE GARANTISCE “MASSIMA ATTENZIONE” SULLE AGGRESSIONI AL 118
“Dal 15 gennaio saranno attive le prime telecamere sulle ambulanze in servizio nel
territorio di Napoli come sollecitato il 16 dicembre scorso in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica mentre è prevista la realizzazione da parte dei presidi ospedalieri di sistemi di videosorveglianza collegati con le centrali delle Forze di polizia”.
Lo annuncia la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, poche ore dopo il sequestro di un’ambulanza da parte di un gruppo di giovani.
I ragazzi volevano, in questo modo, costringere i sanitari a soccorrere un amico sedicenne con una distorsione. “L’attenzione sulle gravissime aggressioni al 118 è massima”, ha spiegato la titolare del Viminale.
Le nuove misure, in vigore dal 15 gennaio, sono state definite dal ministro: “Uno sforzo operativo che verrà rafforzato per garantire sicurezza e tutela al personale sanitario quotidianamente impegnato a servizio della comunità ”.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 6th, 2020 Riccardo Fucile
6 MILIONI DI ETTARI IN FIAMME, 24 PERSONE E 500 MILIONI DI ANIMALI MORTI, 1,8 MILIARDI DI DOLLARI IN FUMO SOLO A SIDNEY… GLI INCENDI STANNO RIVELANDO IL VERO COSTO DEL RISCALDAMENTO GLOBALE
L’Australia, il 18esimo Paese più ricco al mondo — 49.882 dollari a persona di Pil pro capite, più della Danimarca, del Regno Unito, della Francia, dell’Italia — sta bruciando da settembre e non riesce a spegnere una serie di incendi che hanno 6 milioni di ettari di territorio — più o meno l’equivalente di Piemonte, Lombardia e Veneto messe assieme — e ammazzato, finora, 24 persone e 500 milioni di animali.
Finora i danni economici sono stimati in circa 165 milioni di dollari di richieste di risarcimento danni alle assicurazioni, ma nella sola Sidney si calcola che la somma dei giorni non lavorati da settembre a oggi abbia bruciato circa 15-20 milioni di dollari al giorno. Contati male, circa 1,8 miliardi di dollari nella sola Sidney.
Se volevate una lezione brutale su cause e conseguenze del riscaldamento globale, eccovi serviti. Cause, già .
Perchè è accertato che a scatenare una simile ondata di incendi nel continente australiano siano state le temperature record di questi ultimi mesi, con una temperatura nazionale media che il 19 dicembre scorso ha toccato i 41,9 gradi centigradi, una siccità che dura ormai da tre anni, e un vento che soffia a velocità superiori ai cento chilometri orari.
Ergo: potete fare i negazionisti finchè volete, ma quando Greta Thunberg dice che la nostra casa è in fiamme — letteralmente, nel caso australiano — dice esattamente questo.
Che gli eventi climatici estremi stanno già devastando il nostro pianeta, qui e ora. E che essere ricchi e civilizzati serve a poco, quando la Terra mostra all’umanità il conto della sua inerzia.
Che tutto questa accada all’Australia, Paese guidato da uno dei governi che più ferocemente negano le responsabilità dell’uomo sul cambiamento climatico, è solo tragica ironia.
E farebbe sorridere, se non ci fosse da piangere, che il premier Scott Morrison, nel suo discorso alla nazione abbia ancora negato qualunque legame tra gli incendi che stanno devastando il suo Paese peggio di una guerra e le politiche che lui stesso ha promosso.
Tanto per fare qualche esempio, il Climate Change Performance Index (CCPI) 2020 ha recentemente assegnato all’Australia il peggior punteggio in assoluto nella valutazione della politica climatica, fanalino di coda sia nella categoria delle emissioni di gas serra che in quella delle energie rinnovabili. Ciliegina sulla torta, l’uscita dagli accordi di Parigi e la cancellazione della Garanzia Energetica Nazionale (NEG), un programma energetico, che già di suo era ampiamente insufficiente per sperare di tagliare le emissioni.
Abbiamo parlato di guerra non a caso. L’Australia ha dichiarato guerra alla Terra, sperando vanamente che la guerra non gli tornasse in casa.
Un po’ come noi, quando alziamo le spalle di fronte agli incendi in Siberia e Alaska, di fronte alla siccità in Etiopia ed Eritrea, agli uragani nel sud est asiatico, convinti che il riscaldamento globale si possa tranquillamente gestire col telecomando dell’aria condizionata o con la carta di credito in mano. Che sia faccenda riguardi chi vive in ambienti estremi, o chi non può importare cibo da qualunque luogo del mondo, o banalmente i nipoti dei nostri nipoti.
Guardate l’Australia, e poi provate a immaginare il giorno in cui i pezzi di ghiacciaio si staccheranno davvero, distruggendo le vostre case vacanze.
O quando le valanghe saranno eventi tanto frequenti da rendere impraticabile lo sci alpino.
O quando saranno le foreste delle Alpi e degli Appennini a bruciare ininterrottamente.
O quando Venezia finirà una volta e per sempre sott’acqua.
O quando la cappa di smog renderà inabitabile la Pianura Padana. Fate due conti: in Australia sta succedendo oggi.
Quanto tempo può passare prima che tutto questo succeda da noi?
Ecco perchè è necessario un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo. Ecco perchè la nostra economia incardinata sui combustibili fossili dovrebbe essere tumulata nel più breve tempo possibile, altro che plastic tax.
Ecco perchè non c’è alternativa, se abbiamo a cuore la sopravvivenza del genere umano sulla Terra. Perchè saremo noi a soccombere, se non l’avete capito. Perchè la Terra, ben prima di diventare un forno sferico come Marte o Venere, troverà il modo di cancellarci dalla sua superficie, per salvare se stessa e tutte le altre specie viventi.
Perchè boschi e foreste torneranno a crescere, i ghiacciai a espandersi, la fauna selvatica a ripopolare i propri habitat. E di noi — piccole creature che si sentono Dio, ma non riescono a spegnere un incendio — non rimarranno che le rovine delle nostre città , monumenti alla memoria della nostra ignoranza, della nostra inerzia, della nostra stupidità .
(da “Fanpage)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 6th, 2020 Riccardo Fucile
PUGNO DURO DELLA LAMORGESE: “QUESTA E’ LA RISPOSTA DELLO STATO”
Armi, munizioni da guerra e ordigni esplosivi sono stati sequestrati durante le circa 100
perquisizioni compiute a Foggia dopo tre attentati intimidatori e un omicidio.
Lo rende noto la Dda di Bari che in una nota del procuratore Giuseppe Volpe «plaude all’iniziativa delle Forze di Polizia che, all’esito di una riunione di coordinamento tenutasi in Bari anche con la partecipazione della Procura di Foggia, questa notte hanno eseguito d’iniziativa numerose perquisizioni sequestrando armi, munizioni da guerra e ordigni».
Tra il materiale sequestrato nel corso delle circa 100 perquisizioni compiute questa mattina a Foggia c’è anche un ordigno esplosivo di oltre tre chilogrammi. Sull’ordigno sono in corso accertamenti per stabilire se si tratti di materiale esplosivo «solitamente utilizzato per compiere attentati dinamitardi o di materiale esplodente usato per la fabbricazione di fuochi pirotecnici», precisa la procuratrice di Foggia, Ludovica Vaccaro. Durante le operazioni di questa mattina sono stati anche sequestrati un fucile e delle munizioni. Tre persone sono state arrestate per vari reati
Sono finiti nel mirino di polizia, carabinieri e finanzieri i rioni popolari Candelaro (zona piastre), nelle vicinanze del luogo dove giovedì scorso è stato ucciso Roberto D’Angelo, e il rione Cep.
Numerosissime, scrive l’Ansa, le perquisizioni eseguite nelle abitazioni di «soggetti sensibili» — così come vengono definiti dagli stessi investigatori. Cinturati anche il cosiddetto ‘palazzone ex ONPI’ di corso del Mezzogiorno, la palazzina di alloggi popolari alla periferia di Foggia e l’ex distretto militare in Via Fuiani.
«Grande soddisfazione» esprime in una nota la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. «Grazie alla magistratura e alle centinaia di donne e uomini delle Forze di polizia che hanno effettuato controlli e perquisizioni in diversi quartieri della città : è stata data una risposta immediata ai recenti episodi delittuosi che hanno colpito quel territorio».
La massiccia operazione «conferma la massima attenzione e lo straordinario sforzo, sia sul versante investigativo che su quello repressivo, per dare risposte concrete ed efficaci al fine di contrastare l’aggressione criminale», dice ancora Lamorgese. I cittadini «devono avere fiducia nell’azione delle istituzioni, tutte insieme impegnate per garantire sicurezza e tutela della legalità nella città e nella provincia di Foggia».
Per il procuratore della Dda di Bari Giuseppe Volpe, con le perquisizioni e i sequestri di armi, munizioni da guerra ed ordigni esplosivi compiuti la notte scorsa a Foggia «lo Stato ha fornito dimostrazione della capacità di reazione di fronte all’aggressione della criminalità manifestatasi nei primi giorni del nuovo anno» con tre attentati intimidatori ed un omicidio.
«Abbiamo voluto ribadire la presenza dello Stato in città », aggiunge la procuratrice di Foggia, Ludovico Vaccaro. «Queste bombe, questi attentati impoveriscono la città e ne impediscono lo sviluppo — rileva Vaccaro -. I cittadini sono stanchi di vedere le serrande dei negozi chiuse o divelte dalle bombe. Vogliono vedere attività commerciali aperte che lavorano e generano economia e danno posti di lavoro».
Alle operazioni hanno partecipato uomini del Servizio centrale operativo, Ros, Gico, Reparto prevenzione crimine, Cacciatori di Puglia, Baschi Verdi, Reggimento Carabinieri Puglia, unità cinofile ed elicotteri. Sono stati circondati interi edifici soprattutto in viale Candelaro, quartiere dove giovedì sera è stato ucciso D’Angelo.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 5th, 2020 Riccardo Fucile
NEL 1943, CON I VIGILI DEL FUOCO DI POLA, RIESUMO’ LE VITTIME DEI PARTIGIANI DI TITO… “SI BEVEVA COGNAC PER CERCARE DI RESISTERE ALL’ORRORE”
Non aveva origini istriane nè aveva nulla a che spartire con la tormentata storia dei nostri
italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia.
Eppure suo malgrado era l’ultimo testimone vivente di come le salme furono tirate su a grappoli dalle Foibe nell’autunno del 1943, dai Vigili del Fuoco di Pola. Per questo Giuseppe Comand due anni fa, all’età di 97 anni, ricevette dal capo dello Stato Mattarella il titolo di Commendatore al merito della Repubblica.
Un’ultima inaspettata gioia, che gli fu conferita dopo che Avvenire aveva scoperto e raccontato la sua storia.
Il 2 gennaio, a due anni dall’intervista, il commendatore Comand a 99 anni ha però lasciato questa vita.
Comand nel 1941 fu scelto tra un gruppo di militari trasferiti a Sussak, nei pressi di Fiume (allora Italia, oggi Croazia) in appoggio al Corpo dei vigili del fuoco di Pola guidati dal maresciallo Arnaldo Harzarich.
Dopo l’8 settembre del ’43 «i tedeschi ci destinarono a riesumare dalle foibe quei poveri corpi», ci raccontò nel gennaio di due anni fa.
«L’odore della decomposizione era pestilenziale, l’aria irrespirabile fino a chilometri di distanza. I miei compagni coraggiosi, Vigili del Fuoco di stanza a Pola, buttavano giù cognac prima di calarsi nella foiba: scendevano per centinaia di metri con due corde e una specie di seggiolino, mettevano il cadavere nella cassa e davano quattro colpi di corda, il segnale per dire tiratemi su». Un ricordo ancora insopportabile, antico di decenni eppure sempre vivido: «Sono passati 74 anni, ma sento ancora quell’odore, e soprattutto le parole dei miei compagni, che sotto choc si sfogavano tutte le sere raccontando ciò che avevano trovato…».
«Norma Cossetto sul fondo, a occhi aperti»
Allora Giuseppe Comand era un ragazzo di 23 anni, ma non scordò mai l’orrore delle stragi compiute dai partigiani comunisti di Tito contro gli italiani.
Tra i suoi ricordi più vividi, quello della giovanissima Norma Cossetto, figura simbolo del martirio istriano, recuperata dalla Foiba di Surani dove giaceva «con gli occhi spalancati che ancora guardavano in su» verso l’apertura irraggiungibile. È la prima volta che lo riferisco a qualcuno», ci aveva detto in pianto Comand.
Testimoniò anche ciò che gli raccontarono due sorelle che in quei giorni cucinavano per la squadra di Harzarich, e che in foiba avevano perso un fratello: «La povera Norma era stata sequestrata dai partigiani di Tito e per tutta la notte si erano sentite le sue urla mentre la seviziavano e la stupravano in branco. Non aggiungo cosa le fecero prima di gettarla in foiba viva, non ce la faccio: anche allora ero scioccato, ma erano tempi in cui all’orrore si era abituati, adesso soffro di più».
È morto in serenità , senza accorgersi di nulla, aspettando la cena in casa sua, racconta la figlia Maria Luisa. «Sarò sempre grata ad Avvenire che gli ha permesso di togliersi quel macigno dal cuore – aggiunge -. Erano decenni che sentiva il tormento di un’ingiustizia troppo grande: lui, che istriano non era, non sopportava quando vedeva negare le stragi avvenute nelle Foibe, così come non tollerava più il silenzio che troppo spesso copre ancora oggi la verità su questa tragedia. Si sentiva investito della responsabilità di testimoniare quanto aveva visto con i propri occhi, ed essere riuscito a farlo anche se in vecchiaia gli aveva regalato un sollievo che desiderava da tanto. L’onorificenza data da Mattarella e il clamore che ne seguì, con tante altre interviste su diversi giornali, gli restituirono la pace».
(da “Avvenire”)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 5th, 2020 Riccardo Fucile
“E’ UN ASSASSINIO DI STATO COMPIUTO IN TEMPO DI PACE CHE VIOLA OGNI LEGGE INTERNAZIONALE”
L’assassinio del generale iraniano è un atto che viola ogni trattato o legge internazionale, il più grave assassinio di stato compiuto dagli Usa in tempo di pace
È vero che in questi tempi si sta sgretolando tutto il sistema di rapporti e di equilibri che ha retto il mondo negli ultimi decenni, ma non possiamo per questo considerare normale e accettabile quel che accettabile non è.
Gli Stati Uniti, non dobbiamo mai dimenticarlo, hanno avuto un ruolo decisivo per schiacciare il nazismo e i suoi alleati, e portare la libertà nel nostro continente, e poi preservarla sotto l’ombrello della Nato dalla minaccia sovietica.
È grazie al rapporto tra Europa e Stati Uniti che la democrazia rappresentativa si è imposta nel mondo come modello di partecipazione e di organizzazione delle nazioni.
Ma proprio per tutto questo non si può passare quel che sta succedendo come il pugno liberatorio di chi troppo a lungo è stato provocato.
L’omicidio del Generale Soleimani, la figura più importante in Iran dopo l’Ayatollah Khamenei, è il più grave assassinio di stato compiuto dagli Usa in tempo di pace, e non per modo di dire: uccidere il comandante generale di uno stato sovrano, e per di più mentre si trova in un altro stato sovrano, è un atto che viola ogni trattato o legge internazionale.
L’ultima volta che gli Stati Uniti uccisero un capo militare di un’altra nazione in un paese straniero- come ricorda il New York Times — fu durante la Seconda guerra mondiale, quando decisero di abbattere l’aereo su cui volava l’ammiraglio giapponese Isoroku Yamamoto.
È certo possibile, anzi è provato, che Soleimani fosse il burattinaio di tanti gruppi militari sulla scena mediorientale, che ci sia la sua mano dietro a azioni sanguinose, che in un mondo ideale figure come la sua sarebbero messe sotto processo.
Ma gli Stati Uniti non sono lo sceriffo del mondo, e se su questo pianeta ricominciasse a farsi strada la legge del più forte sarebbe proprio la democrazia la prima delle vittime.
L’omicidio di Soleimani è avvenuto in Iraq, il paese diventato di fatto un satellite dell’Iran dopo la guerra di invasione americana (e britannica) del 2003, motivata dall’accusa secondo cui il regime di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa.
Quell’accusa, portata in consiglio di sicurezza dell’Onu dall’allora segretario di Stato americano Colin Powell, era costruita ad arte.
Gli atti di guerra fabbricati su misura non solo sono illegali, ma provocano sempre effetti contrari a quelli cercati.
Tolsero l’Iraq a Saddam per regalarlo a Teheran: sedici anni dopo, a cosa porterà l’operazione Soleimani?
Enrico Mentana
(da Open)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 5th, 2020 Riccardo Fucile
“CI STUPRANO E CI UCCIDONO”: CRONACA DAL LAGER DI BANI WALID… SOLO DEI GOVERNI CRIMINALI POSSONO AVER RESPINTO IN LIBIA QUESTI PROFUGHI, RICONSEGNANDOLI AI LORO CARNEFICI
Una giovane eritrea appesa a testa in giù urla mentre viene bastonata ripetutamente nella
“black room”, la sala delle torture presente nei centri di detenzione in Libia. Questa è una sequenza di frame del video choc spedito dai suoi aguzzini ai familiari della donna presa a bastonate allo scopo di estorcere soldi per salvare la figlia
È quello che accade a Bani Walid, centro di detenzione informale, in mano alle milizie libiche.
Ma anche nei centri ufficiali di detenzione, dove i detenuti sono sotto la “protezione” delle autorità di Tripoli pagata dall’Ue e dall’Italia: la situazione sta precipitando con cibo scarso, nessuna assistenza medica, corruzione.
In Libia l’Unhcr ha registrato 40mila rifugiati e richiedenti asilo, 6mila dei quali sono rinchiusi nel sistema formato dai 12 centri di detenzione ufficiali, il resto in centri come Bani Walid o in strada.
In tutto, stima il “Global detention project”, vi sarebbero 33 galere. Vi sono anche detenuti soprattutto africani non registrati la cui stima è impossibile.
La vita della ragazza del Corno d’Africa appesa, lo abbiamo scritto sette giorni fa, vale 12.500 dollari. Ma nessuno interviene e continuano le cronache dell’orrore da Bani Walid, unanimente considerato il più crudele luogo di tortura della Libia.
Un altro detenuto eritreo è morto qui negli ultimi giorni per le torture inferte con bastone, coltello e scariche elettriche perchè non poteva pagare. In tutto fanno sei morti in due mesi.
Stavolta non siamo riusciti a conoscere le sue generalità e a dargli almeno dignità nella morte. Quando si apre la connessione con l’inferno vicino a noi, arrivano sullo smartphone con il ronzio di un messaggio foto disumane e disperate richieste di aiuto, parole di angoscia e terrore che in Italia e nella Ue abbiamo ignorato girando la testa o incolpando addirittura le vittime
«Mangiamo un pane al giorno e uno alla sera, beviamo un bicchiere d’acqua sporca a testa. Non ci sono bagni», scrive uno di loro in un inglese stentato. «Fate in fretta, aiutateci, siamo allo stremo», prosegue.
Il gruppo dei 66 prigionieri eritrei che da oltre due mesi è nelle mani dei trafficanti libici si è ridotto a 60 persone stipate nel gruppo di capannoni che formano il mega centro di detenzione in campagna nel quartiere di Tasni al Harbi, alla periferia della città della tribù dei Warfalla, situata nel distretto di Misurata, circa 150 chilometri a sud-est di Tripoli.
Lager di proprietà dei trafficanti, inaccessibile all’Unhcr in un crocevia delle rotte migratorie da sud (Sebha) ed est (Kufra) per raggiungere la costa, dove quasi tutti i migranti in Libia si sono fermati e hanno pagato un riscatto per imbarcarsi.
Lo conferma lo studio sulla politica economica dei centri di detenzione in Libia commissionato dall’Ue e condotto da “Global Initiative against transnational organized crime” con l’unico mezzo per ora disponibile, le testimonianze dei migranti arrivati in Europa.
I sequestratori, ci hanno più volte confermato i rifugiati di Eritrea democratica contattati per primi dai connazionali prigionieri, li hanno comperati dal trafficante eritreo Abuselam “Ferensawi”, il francese, uno dei maggiori mercanti di carne umana in Libia oggi sparito probabilmente in Qatar per godersi i proventi dei suoi crimini.
Bani Walid, in base alle testimonianze raccolte anche dall’avvocato italiano stanziato a Londra Giulia Tranchina, è un grande serbatoio di carne umana proveniente da ogni parte dell’Africa, dove i prigionieri vengono separati per nazionalità .
Il prezzo del riscatto varia per provenienza e sta salendo in vista del conflitto. Gli africani del Corno valgono di più per i trafficanti perchè somali ed eritrei hanno spesso parenti in occidente che sentono molto i vincoli familiari e pagano. Tre mesi fa, i prigionieri eritrei valevano 10mila dollari, oggi 2.500 dollari in più perchè alla borsa della morte la quotazione di chi fugge e viene catturato o di chi prolunga la permanenza per insolvenza e viene più volte rivenduto, sale.
Il pagamento va effettuato via money transfer in Sudan o in Egitto.
Dunque quello che accade in questo bazar di esseri umani è noto alle autorità libiche, ai governi europei e all’Unhcr. Ma nessuno può o vuole fare niente.
Secondo le testimonianze di alcuni prigionieri addirittura i poliziotti libici in divisa entrano in alcune costruzioni a comprare detenuti africani per farli lavorare nei campi o nei cantieri come schiavi.
«Le otto ragazze che sono con noi — prosegue il messaggio inviato dall’inferno da uno dei 60 prigionieri eritrei — vengono picchiate e violentate. Noi non usciamo per lavorare. I carcerieri sono tre e sono libici. Il capo si chiama Hamza, l’altro si chiama Ashetaol e del terzo conosciamo solo il soprannome: Satana».
Da altre testimonianze risulta che il boia sia in realtà egiziano e abbia anche un altro nome, Abdellah. Avrebbe assassinato molti detenuti.
Ma anche nei centri di detenzione pubblici in Libia, la situazione resta perlomeno difficile. Persino nel centro Gdf di Tripoli dell’Acnur per i migranti in fase di ricollocamento gestito dal Ministero dell’Interno libico e dal partner LibAid dove i migranti lasciati liberi da altri centri per le strade della capitale libica a dicembre hanno provato invano a chiedere cibo e rifugio.
Il 31 dicembre l’Associated Press ha denunciato con un’inchiesta che almeno sette milioni di euro stanziati dall’Ue per la sicurezza, sono stati intascati dal capo di una milizia e vice direttore del dipartimento libico per il contrasto all’immigrazione.
Si tratta di Mohammed Kachlaf, boss del famigerato Abd Al-Rahman Al-Milad detto Bija, che avrebbe accompagnato in Italia nel viaggio documentato da Nello Scavo su Avvenire. È finito sulla lista nera dei trafficanti del consiglio di sicurezza Onu che in effetti gli ha congelato i conti.
Ma non è servito a nulla. L’agenzia ha scoperto che metà dei dipendenti di LibAid sono prestanome a libro paga delle milizie e dei 50 dinari (35 dollari) al giorno stanziati dall’Unhcr per forniture di cibo a ciascun migrante, ne venivano spesi solamente 2 dinari mentre i pasti cucinati venìvano redistribuiti tra le guardie o immessi nel mercato nero. Secondo l’inchiesta i danari inoltre venivano erogati a società di subappalto libiche gestite dai miliziani con conti correnti in Tunisia, dove venivano cambiati in valuta locale e riciclati. Una email interna dell’agenzia delle Nazioni Unite rivela come tutti ne fossero al corrente, ma non potessero intervenire. L’Acnur ha detto di aver eliminato dal primo gennaio il sistema dei subappalti.
(da “Avvenire”)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
“HO VISTO QUELLA FAMIGLIA PRESA A BOTTE E SONO INTERVENUTO: I MIEI GENITORI MI HANNO INSEGNATO A COMPORTARMI COSI'”
Il Fatto Quotidiano torna oggi sull’aggressione subita da Arturo Scotto a Venezia a Capodanno, raccontando la storia del ventenne Filippo Storer, che la notte di Capodanno in piazza San Marco a Venezia è intervenuto per difenderlo.
“Ero in piazza San Marco con amici. Ma in quel momento li avevo persi di vista ed ero solo. A un certo punto ho sentito quei ragazzi che urlavano le frasi su Anna Frank e sul Duce. E ho visto quel signore… ”.
Chi, Scotto, l’ex parlamentare?
“Ecco, sì, chiedeva di smettere. Ma loro gli sono andati addosso e hanno cominciato a dargli un sacco di pugni”.
Tu che cosa hai fatto?
“Bè, mi sono messo in mezzo, con le spalle verso il signore e la sua famiglia e la faccia verso i ragazzi”.
Ma perchè lo hai fatto?
“Non ci ho pensato, mi è venuto d’istinto, era giusto così, dovevo farlo. Ho visto quell’uomo (Scotto, ndr), sua moglie e il figlio spaventati e presia botte esono intervenuto…punto e basta”.
A Filippo sembra normale anche se intorno altra gente non muoveva un dito: “Forse non si sono accorti di ciò che succedeva o magari hanno avuto paura che qualcuno potesse prendere una bottiglia…posso capirlo”.
Ma tu no?
“Non ci ho pensato”.
Inutile cercare di strappargli una scintilla di compiacimento: “Mio padre e mia madre mi hanno insegnato così”.
Sembra già tutto archiviato: “C’è qualcuno che mi ha detto che sono un eroe nazionale…”, ride, “a me non sembra di aver fatto niente di eccezionale”.
E i tuoi amici cosa ti hanno detto?
“Che ho fatto bene, ma poteva scapparci una bottigliata”.
È intervenuto per questo Filippo, ha visto una famiglia in difficoltà . Tutto qui, la politica non c’entra granchè: “Sì, seguo qualcosa, cerco di informarmi. Ma niente destra o sinistra. Il fascismo? Non mi piace…poi la violenza, l’odio…io non sono così”.
Filippo difende il suo Veneto:“Non è vero che siamo razzisti”.
Ma non hai paura che adesso gli amici dei fascisti ti rompano le scatole?
“No, in tanti mi hanno detto che ho fatto bene, anche nel mio paese. Non mi sento solo”.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Gennaio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
VENDICARE SOLEIMANI. DALL’IRAQ A GAZA, DA ASSAD A HEZBOLLAH, ESPLODE LA RABBIA: “GLI USA COMPRINO BARE PER I LORO SOLDATI”
Insorge il mondo sciita per l’uccisione in un raid americano del generale iraniano Qassem Soleimani, capo militare delle Quds Force, lo stratega di Teheran in Medio Oriente. “L’opera e il percorso del generale Qassem Soleimani non si fermeranno qui. Una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste si sono macchiate del sangue di Soleimani e degli altri martiri dell’attacco avvenuto la notte scorsa”, ha avvertito Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, commentando il raid aereo americano all’aeroporto di Baghdad in cui è morto il generale Soleimani, comandante delle Guardie islamiche della Rivoluzione, e uomo chiave del regime degli ayatollah.
La chiamata alle armi si solleva dal Libano all’Iraq, dalla Siria a Gaza.
Il leader libanese degli Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah ha assicurato che la sua potente milizia sciita continuerà il percorso tracciato da Soleimani anche dopo la sua uccisione. Nasrallah ha poi accusato gli Stati Uniti di essersi macchiati di un “grande crimine” che sarà responsabilità di tutti i combattenti punire. È una “responsabilità collettiva” quella di infliggere una “giusta punizione” ai responsabili, ha detto. E ancora: “Gli Stati Uniti non raggiungeranno nessuno dei loro obiettivi con l’uccisione di Soleimani”.
Il leader religioso sciita iracheno Moqtada al-Sadr ha ordinato al suo Esercito del Mahdi di riprendere le attività contro gli Stati Uniti per “proteggere l’Iraq”. “Ho ordinato ai mujahideen di essere pronti a difendere l’Iraq. Consiglio a tutti di agire con saggezza e astuzia”, ha scritto al-Sadr su Twitter. L’esponente sciita ha quindi aggiunto di aver chiesto ad “altri” gruppi armati “nazionali e disciplinati” di prepararsi alla lotta. Al-Sadr ha quindi inviato le sue condoglianze all’Iran per l’uccisione di Soleimani.
Il raid aereo condotto dagli Stati Uniti vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad rappresenta una “violazione della sovranità irachena”, ha dichiarato il Grande Ayatollah Al-Sistani, massima autorità sciita irachena.
“Il malvagio attacco all’aeroporto internazionale di Baghdad della scorsa notte rappresenta una violazione insolente della sovranità irachena e degli accordi internazionali. Ha portato all’uccisione di diversi comandanti che hanno sconfitto i terroristi dello Stato Islamico”, si legge in una nota diffusa dall’ufficio di al-Sistani. “Questo e altri eventi indicano che il Paese sta andando verso tempi molto difficili. Chiediamo a tutte le parti interessate di comportarsi con autocontrollo e di agire con saggezza”, ha affermato.
Anche la Siria ha condannato il raid statunitense che ha provocato la morte del numero uno della Forza al-Quds e del leader delle Unità di mobilitazione popolare, Abu Mahdi Al-Muhandis. Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Sana, Damasco ha definito l’attacco statunitense “un’aggressione infida e criminale” che rappresenta una “grave escalation” nella crisi tra Stati Uniti e Iran e che oramai ha coinvolto anche l’Iraq.
L’ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione iraniana (i Pasdaran) e attuale segretario del Consiglio per il Discernimento Mohsen Rezaei ha promesso “vendetta” per l’uccisione del generale Qassem Soleimani. “Il martire Qassem Soleimani si è unito ai suoi fratelli martiri, ma ci vendicheremo duramente dell’America”, ha twittato Rezaei.
“La gioa di americani e sionisti si trasformerà in men che non si dica in lutto”, ha tuonato il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione Ramezan Sharif.
Gli Usa “devono iniziare a ritirare le loro forze dalla regione islamica da oggi, o cominciare a comprare bare per i loro soldati”, ha affermato il vice capo delle Guardie della rivoluzione iraniane, Mohammad Reza Naghdi, citato dall’agenzia Fars. Naghdi ha aggiunto che “il regime sionista (Israele, ndr) dovrebbe fare le valigie e tornare nei Paesi europei, da dove è venuto, altrimenti subirà una risposta devastante dalla Ummah islamica”. “Possono scegliere – conclude l’ufficiale iraniano – a noi non piacciono gli spargimenti di sangue”.
Avvertimenti a Usa e Israele arrivano anche dalla Jihad islamica. “Il gen. Qassem Soleimani è stato ucciso dal nemico americano-sionista mentre si trovava al fronte. Ci stringeremo tutti assieme contro questa aggressione”, ha affermato la Jihad islamica palestinese. Un esponente di Hamas, Bassem Naim, ha avvertito che la sua scomparsa rischia di destabilizzare la Regione.
Espressioni di cordoglio sono giunte anche dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina. “Soleimani era un leader che amava combattere sul terreno – ha affermato in un comunicato. – Si era schierato con la resistenza in Palestina, in Libano, nello Yemen ed ovunque”. “Con questa uccisione – aggiunge il Fronte popolare – l’America ha spalancato le porte dell’inferno”.
Al di là dei proclami, è chiaro a tutti che l’uccisione dello stratega di Teheran in Medio Oriente è destinata ad avere conseguenze importanti. Ne è consapevole la Russia, secondo cui il raid americano avrà come effetto un aumento delle tensioni nella regione. Lo ha detto il ministero degli Esteri russo in una nota rilanciata dall’agenzia di stampa Ria Novosti e dalla Tass. “L’uccisione di Soleimani è stato un passo avventurista che aumenterà le tensioni nella regione”, si legge nella nota. “Soleimani ha servito la causa di proteggere gli interessi nazionali dell’Iran con devozione. Esprimiamo le nostre più sincere condoglianze al popolo iraniano”, prosegue il comunicato.
Anche la Cina condanna il raid americano a Baghdad e chiede agli Stati Uniti di “esercitare moderazione e evitare l’escalation delle tensioni”. Pechino chiama tutte le parti, “soprattutto gli Stati Uniti” a dar prova di moderazione a seguito della morte del generale Qassem Soleimani. “La Cina si è sempre opposta all’uso della forza nelle relazioni internazionali”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang parlando con i giornalisti.
“Esortiamo le principali parti, specialmente gli Stati Uniti, a mantenere la calma e dar prova di moderazione per evitare nuove escalation della tensione”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: criminalità | Commenta »