Ottobre 29th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA SI FACCIA RESTITUIRE LE MOTOVEDETTE CHE GLI ABBIAMO REGALATO, NON SIAMO COMPLICI DI CRIMINALI: IN ALTERNATIVA LE AFFONDI, COSI’ I LORO SPORCHI TRAFFICI LI FANNO CON I PEDALO’
Il decreto, emesso dal Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico, porta la data del 14 settembre e ha come oggetto “il trattamento speciale delle organizzazioni internazionali e non governative nella zona libica di ricerca e salvataggio marittimo”.
E’ stato inviato anche in Italia ed è un grottesco tentativo di ostacolare ancor di più l’operato delle navi umanitarie ma soprattutto di aggredirle con operazioni di polizia con la minaccia di condurle e sequestrarle nei porti libici.
Un decreto che, alla vigilia della scadenza del patto tra Italia e Libia, desta ulteriori preoccupazioni anche perchè alle Ong, che continuano ad operare in zona Sar libica, non è mai stato sottoposto. Ma è già , almeno sulla carta operativo.
E, per assurdo che sembri, prevede che i naufraghi salvati non possano essere portati in Libia.
Il decreto, che Repubblica ha consultato tradotto dall’ufficio immigrazione Arci, consta di 19 articoli ed esordisce così: “Si applicano le disposizioni del presente regolamento a tutte le organizzazioni governative e non governative impegnate nella ricerca e salvataggio marittimo”.
Alle Ong “interessate a collaborare nella ricerca e salvataggio marittimo” è imposto di presentare una preventiva domanda di autorizzazione alle autorità libiche a cui sono obbligate “ a fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie, anche tecniche — relative al loro intervento.
Ed ecco le condizioni che vengono imposte alle navi umanitarie: “lavorare sotto il principio di collaborazione e supporto, non bloccare le operazioni di ricerca e salvataggio marittimo esercitato dalle autorità autorizzate dentro l’area e lasciare la precedenza d’intervento”.
“Le Ong si limitano all’esecuzione delle istruzioni del centro e si impegnano a informarlo preventivamente su qualsiasi iniziativa anche se è considerata necessaria e urgente”.
E poi gli articoli che più preoccupano le Ong perchè preludono ad un intervento di tipo poliziesco e autorizzano la Guardia costiera libica a salire a bordo delle navi. “Il personale del dispositivo è autorizzato a salire a bordo delle unità marittime ad ogni richiesta e per tutto il tempo valutato necessario, per motivi legali e di sicurezza, senza compromettere l’attività umana e professionale di competenza del paese di cui la nave porta la bandiera”.
L’articolo 12 è il più contraddittorio perchè a fronte di una rivendicazione di coordinamento assoluto degli interventi di soccorso nella sua zona Sar, prescrive che “i naufraghi salvati dalle organizzazioni non vengono rimandati nello stato libico tranne nei rari casi eccezionali e di emergenza”.
La Libia invece vuole “le barche e i motori usati” (forse perchè li restituiscono ai trafficanti?)
Alle Ong è richiesto di “non mandare alcuna comunicazione o segnale di luce per facilitare l’arrivo d’imbarcazioni clandestine verso di loro.
Infine le sanzioni: “ tutte le navi che violano le disposizioni del presente regolamento verranno condotte al porto libico più vicino e sequestrate. E non verrà più concessa alcuna autorizzazione”.
“Il “codice Minniti libico” per le Ong è, come quello dell’ex Ministro italiano, un atto che punta ad ostacolare e criminalizzare i salvataggi in mare – commenta Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci – Per di più è illegittimo, essendo stato emanato non da uno stato sovrano, ma da una delle parti in causa nella guerra civile in atto. Le ragioni che dovrebbero spingere verso la chiusura degli accordi con la Libia sono tali ed evidenti che chi si rifiuterà di farlo si renderà complice di questi criminali.
Il “codice Minniti libico” conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, le ragioni che ci spingono a chiedere la cancellazione degli accordi con la Libia e l’azzeramento del Memorandun. Per cambiare pagina si ponga fine a questa follia e si metta subito in campo un piano straordinario di evacuazione delle persone detenute.”
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2019 Riccardo Fucile
DE FALCO: “E L’ITALIA DOVREBBE MANTENERE ACCORDI CON QUESTI DELINQUENTI?”…E A QUESTI SCAPPATI DALLE GALERE ABBIAMO PURE REGALATO MOTOVEDETTE E MILIONI DI EURO
La nave Alan Kurdi della ong Sea-Eye ha denunciato di essere stata minacciata da imbarcazioni riconducibili alla Guardia Costiera libica mentre stava prestando soccorso a un gommone con a bordo oltre 90 persone.
I libici avrebbero esploso dei colpi d’arma da fuoco in aria e verso il mare, terrorizzando i migranti e spingendo alcuni di loro a gettarsi in acqua.
“Nelle scorse ore la nave Alan Kurdi della ong Sea-Eye ha iniziato il soccorso di un gommone bianco con a bordo circa 90 persone a Nord-Ovest di Zuwara. Subito dopo che i due Rhib della ong hanno finito di distribuire i giubbotti di salvataggio alle persone sul gommone, sono giunte sul luogo del soccorso due piccole imbarcazioni non meglio identificate. Una di queste presentava a prua una mitraglietta. Le persone a bordo di queste imbarcazioni hanno ostacolato il soccorso minacciando l’equipaggio e sparando alcuni colpi di arma da fuoco in aria e in acqua”, si legge in una nota a firma di Sea Eye.
“Alcune delle persone presenti sul gommone si sono buttate in acqua in preda al panico. Tutte avevano indosso il giubbotto di salvataggio e sono state successivamente soccorse dai Rhib di Sea-Eye – continua la ong – Dopo diversi momenti di tensione, le piccole imbarcazioni hanno lasciato la zona. L’equipaggio della Alan Kurdi ha quindi completato il soccorso delle persone a bordo del gommone portandole a bordo della nave”
Un portavoce dell’equipaggio, Gordon Isler, ha raccontato all’agenzia stampa Dpa che i libici avevano il volto coperto e hanno sparato colpi d’avvertimento in aria e verso il mare. La situazione di “minaccia acuta” si è conclusa e i libici si sono allontanati, ha aggiunto Isler. “Per l’equipaggio è stato uno shock totale – ha detto – non c’era mai successo nulla di simile in precedenza”.
La Alan Kurdi aveva denunciato le minacce in diretta su Twitter. “L’equipaggio di #AlanKurdi è in questo momento minacciato dai libici. Ci minacciano con armi da fuoco. Alcune persone sono in acqua. 92 persone e 17 membri dell’equipaggio sono in pericolo di morte”, si legge nel tweet di Sea Watch.
La ong parla anche di una seconda imbarcazione con a bordo migranti, che sarebbe stata presa dai libici. “Fortunatamente tutte le 90 persone sono state soccorse a bordo di Alan Kurdi. La milizia aveva sparato in aria e in acqua verso le barche mettendo in serio pericolo la vita delle persone. I libici hanno poi lasciato l’area, ma una seconda imbarcazione è stata rapita da loro”, denuncia la ong su Twitter.
“I libici minacciano oltre 100 persone sulla Alan Kurdi della Sea Watch, compreso l’equipaggio, che viene ostacolato nel salvataggio di 92 persone. Tutti sono in pericolo di vita. Evidentemente non sono bastati, in questi due anni, i ripetuti rapporti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le denunce di organizzazioni internazionali e di Ong impegnate sul campo e le testimonianze drammatiche dei migranti riusciti a sopravvivere a torture violenze di ogni genere, a fermare la collaborazione tra governo italiano e forze libiche”. Lo scrive la Senatrice di +Europa Emma Bonino sulla sua pagina Facebook. “La sciagurata decisione di fermare gli arrivi a tutti i costi – continua la Bonino – ha portato l’Italia, e subito dopo l’Ue, a mettere da parte principi e norme di diritto internazionale, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e procedendo, per loro tramite, a respingere migliaia di persone e chiudere gli occhi davanti all’orrore dei campi di detenzione.
Le recenti inchieste giornalistiche e la recente intervista di Francesca Mannocchi – prosegue Bonino – hanno inoltre confermato l’ambiguità pericolosa dei rapporti del governo italiano di allora con alcuni capi delle milizie libiche, tra cui il famigerato trafficante di esseri umani ‘Bija’, su cui pendono sanzioni dell’Onu, addirittura portato in missione in Italia nel 2017 a visitare centri di accoglienza e istituzioni, tra cui il Viminale: fatti molto gravi su cui è doveroso da parte di chi quella missione ha voluto, fare chiarezza. Alla luce di quanto accaduto dalla firma del Memorandum con la Libia, è impensabile che quegli accordi vengano oggi rinnovati: a cos’altro dobbiamo assistere per fermare questa scellerata collaborazione che ha reso l’Italia colpevole di violazioni gravissime e complice delle più efferate violenze nei confronti di decine di migliaia di persone nelle mani di uomini spietati?”, conclude Bonino.
“L’equipaggio della #AlanKurdi è stato minacciato con armi da fuoco dalla sedicente “Guardia costiera libica”. La nave della Ong Sea-Eye stava soccorrendo 92 persone, alcune delle quali cadute in acqua. E secondo voi dovremmo ancora mantenere gli accordi con quei delinquenti?”. Questa la dura presa di posizione del senatore Gregorio De Falco, ex M5S, su quanto sta accadendo nel Mediterraneo.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2019 Riccardo Fucile
IL SERVIZIO DI FRANCESCA MANNOCCHI DALL’INFERNO DI TRIK AL SIKKA, UNO DEI CENTRI GESTITI DAI TRAFFICANTI LIBICI CON I SOLDI DI GOVERNI EUROPEI CRIMINALI
“Per favore, per favore aiutami. La gente qui muore. Ti stiamo implorando. Sentiamo il rumore delle
bombe ogni giorno, ogni giorno”.
È il disperato appello affidato alla giornalista Francesca Mannocchi da Mohammed, 35enne del Ghana, finito nel centro di detenzione libico di Trik al Sikka dove vengono rinchiusi i migranti fermati dalle autorità libiche.
Il servizio, andato in onda ieri su La7 a Propaganda Live, documenta le condizioni di degrado totale in cui sono costretti a vivere i migranti bloccati in Libia.
“Qui non c’è acqua, ci danno due cucchiai di cibo al giorno. Puzziamo, non abbiamo vestiti nè scarpe. Ci hanno tolto tutto. Non ho più un telefono per avvertire mia moglie e i miei bambini che sono vivo. Vogliono che torniamo nel nostro Paese? Ok. Ma non qui, fate qualcosa per noi, vi prego”.
“Dopo quello che ha raccontato ieri Francesca Mannocchi a Propaganda Live non dovrebbero più esserci dubbi: no al rinnovo degli accordi con la Libia e subito una commissione d’inchiesta per indagare su quanto accaduto. Non farlo significherebbe essere complici”, così in un tweet Matteo Orfini, parlamentare del Partito Democratico.
Sempre Mannocchi, su L’Espresso, racconta un altro spaccato della Libia che è un atto d’accusa nei confronti degli accordi stretti da Roma con la Libia. Si tratta di un’intervista ad Abdul Rhaman Milan detto “Bija”, l’uomo accusato di essere un trafficante e invitato in italia nel 2017.
“Ho ricevuto l’invito [in Sicilia] da Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) tramite la Guardia costiera che fa parte della Marina libica. Il viaggio non riguardava solo l’Italia ma anche Tunisi e la Spagna. È stato un viaggio molto fruttuoso, in Italia abbiamo cambiato posto ogni giorno, in Sicilia, a Roma, nel Lazio. È stato utile perchè abbiamo visitato le navi dell’Operazione Sofia e della Guardia costiera italiana, il centro di accoglienza in Sicilia a Mineo”, racconta Bija.
“Abbiamo incontrato membri del Ministero dell’Interno […]. Non ricordo i nomi, non chiederli perchè non ricordo”. Il ministro Minniti? “Non so, forse, non ricordo”. “Siamo andati anche alla Guardia Costiera italiana — prosegue il libico — alla Croce Rossa italiana, al Ministero della Giustizia italiano e poi siamo andati al Palazzo del Ministero dell’Interno stesso”.
Italia complice di una associazione a delinquere.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2019 Riccardo Fucile
LA VERSIONE DELLA RAGAZZA E’ DIVERSA DA QUELLA DELLA POLIZIA
Anastasya Kylemnyk è la fidanzata di Luca Sacchi. Alle telecamere del Tg1 — intervistata da Giuseppe
La Venia — ha raccontato la sua versione di quanto accaduto nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 2019: il tentativo di furto, a suo dire, e l’uccisione del fidanzato di 24 anni ad opera di due ragazzi con accento romano.
«Ho sentito solo che mi hanno detto ‘damme sta borsa’ — ha raccontato Anastasya Kylemnyk -, poi non ho capito più niente: mi hanno dato una bastonata sulla schiena e sono caduta. Mi hanno raccontato che Luca ha reagito per difendermi, come ha sempre fatto».
Poi, scende nel dettaglio. La ragazza afferma di non essere stata cosciente nel corso dell’aggressione e di aver scoperto soltanto in un secondo momento, dopo essersi ripresa, che il ragazzo era stato colpito da una pistola: «Si sono spaventati perchè Luca era grosso ed era uno sportivo — ha affermato ai microfoni del Tg1 -. Per questo gli hanno sparato».
Infine, la ragazza ha commentato i recenti sviluppi dell’indagine, che parlano di uno scambio di droga finito male. «La droga? Che droga? — si è cheista Anastasya Kylemnyk — Non c’entriamo niente con questa storia. Luca era l’amore. Gli altri che gli hanno fatto questo sono dei mostri. Noi eravamo lì per andare a salutare il fratellino piccolo di Luca che era nel locale. Non c’entriamo nulla con la storia della droga».
Di parere opposto, però, sembra essere il capo della polizia Franco Gabrielli, che ha parlato di solidi elementi nelle mani delle forze dell’ordine per poter affermare con serietà questa ipotesi investigativa: «Comprendiamo che si parla della morte di un ragazzo di 24 anni — ha detto il capo della Polizia -, ma vi posso assicurare che non siamo di fronte a una rapina andata male. Gli accertamenti e le cose che l’autorità giudiziaria disvelerà , quando riterrà opportuno, non ci raccontano la storia di due poveri ragazzi scippati».
Il capo della Polizia, in ogni caso, ha letto in maniera positiva la collaborazione dei familiari degli aggressori, per i quali si attende la convalida del fermo. Roma avrà pure i suoi problemi, ma non è di certo Gotham City».
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2019 Riccardo Fucile
NON SI SAREBBE TRATTATO DI UNA COMUNE RAPINA MA DI UNO SCAMBIO DI DROGA FINITO MALE
Sono stati interrogati in Questura a Roma i due sospettati per la morte di Luca Sacchi, il 24enne ucciso due sere fa nel quartiere Colli Albani di Roma. Si tratta di Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, entrambi 21enni, residenti nel quartiere San Basilio. Nei loro confronti la procura di Roma ha emesso un decreto di fermo; gli agenti li hanno scortati nel carcere di Regina Coeli.
Secondo gli inquirenti, non si sarebbe trattato di una comune rapina, ma di uno scambio di droga finito male.
Che dietro ci sia dell’altro lo ha detto chiaramente il capo della polizia Franco Gabrielli. “Gli accertamenti che l’autorità giudiziaria disvelerà quando riterrà opportuno non ci raccontano la storia di due poveri ragazzi scippati. Lo dico tenendo sempre ben presente, non vorrei essere equivocato su questo, che stiamo parlando della morte di un ragazzo di 24 anni”, ha detto il numero uno della polizia.
“Parliamo – ha sottolineato Gabrielli, a margine della cerimonia per i 70 anni della rivista Poliziamoderna – di una vicenda gravissima. È morto un ragazzo di 24 anni. Questo dovrebbe imporre ad ognuno di noi un atteggiamento di grande riflessione e rispetto”.
“Sono soddisfatto – ha proseguito – della risposta delle forze di polizia, che hanno agito in maniera sinergica, senza gelosie. E non posso non notare, con un certo sollievo – ha sottolineato il capo della polizia – che questa vicenda, sotto il profilo dell’accertamento della verità , ha visto coinvolta la stessa famiglia di uno degli autori dell’efferato gesto”.
La fidanzata della vittima, Anastasia Kylemnyk, ha smentito ai microfoni del Tg1 che la droga c’entri qualcosa. “La droga? Non centra niente. Luca era lì per guardare il fratellino piccolo che si trovava nel pub”. “Luca non ha mai incontrato gli spacciatori – ha aggiunto Anastasia – Non ho visto e sentito nulla. Ho sentito solo la voce di un ragazzo romano e giovane. Mi ha detto ‘dammi sto zaino’. E Luca mi ha protetto come ha sempre fatto: l’ha messo a terra e forse per questo si sono spaventati”.
I due sospettati non si sono affatto costituiti, come era emerso inizialmente.
“Non si sono assolutamente costituiti, sono stati raccolti elementi e poi sono stati catturati fuori dal domicilio, in luoghi dove si nascondevano: uno era in zona San Basilio, l’altro era in un residence, non è stato facile rintracciarlo. Hanno usufruito di legami familiari e conoscenze”, hanno detto il capo della Squadra Mobile di Roma Luigi Silipo e il colonnello Mario Conio, comandante del Reparto operativo dei Carabinieri di Roma.
È stata sequestrata la vettura che i due sospettati hanno utilizzato per fuggire dal locale in zona Appio dove avrebbero commesso l’omicidio di Luca Sacchi.
Secondo una prima ricostruzione Luca Sacchi e la ragazza volevano acquistare droga ma poi le cose sono degenerate fino al tragico epilogo. Dai primi accertamenti i due sospettati, notando che nello zainetto della donna c’erano parecchi soldi, si sono offerti di procurare lo stupefacente per poi ritornare armati di pistola e rapinare la ragazza. Alla reazione di Luca hanno poi sparato in testa al giovane.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2019 Riccardo Fucile
NON C’E’ STATO NESSUN TAGLIO ALLE FORZE DELL’ORDINE, A PARTE QUELLO DEL PAGAMENTO DEGLI STRAORDINARI DI CUI E’ RESPONSABILE PROPRIO SALVINI
“Se qualcuno si permette di fare speculazioni su un fatto del genere in campagna elettorale lo trovo miserabile”. Risponde così Giuseppe Conte agli attacchi di Matteo Salvini in seguito all’omicidio di Luca Sacchi, il ragazzo di 24 anni, ucciso con un colpo alla testa, mentre difendeva la fidanzata da uno scippo, davanti a un pub a Colli Albani, alla periferia di Roma.
“Qui rischio di arrabbiarmi, Si può ingrassare il consenso in tutti modi, ma se si pensa di lucrare consenso in questo modo lo trovo davvero miserabile”.
Il leader della Lega aveva subito puntato il dito contro l’attuale esecutivo. “Da ex ministro dell’Interno fa ancora più male vedere tutta l’insicurezza della capitale governata dai 5Stelle e i tagli disastrosi che Renzi, Conte e Zingaretti fanno al fondo per le forze dell’ordine”
Una menzogna indecente dato che non c’è stato alcun taglio al fondo. Semmai è colpa di Salvini non aver pagato ancora gli straordinari 2018-2019 agli agenti.
Immediata la reazione del presidente del Consiglio: “Mi ha molto addolorato la morte di questo ragazzo di 24 anni, anche per la sua brutalità : sono molto vicino alla famiglia, ai suoi cari, la sua fidanzata. E’ un fatto che ci addolora molto, un fatto che ci rende consapevoli di assicurare la massima sicurezza ai cittadini” spiega Conte. “Da questo punto di vista non bisogna abbassare la soglia, ho parlato con Gabrielli, faranno di tutto per assicurare alla giustizia i responsabili di questo omicidio. Ma è un episodio e c’è un contesto generale” ma “allo stesso tempo ragionando in termini più ampi Roma resta una delle metropoli più sicure in Europa se guardiamo agli indici di delittuosità ” conclude Conte.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2019 Riccardo Fucile
IL DRAMMATICO RACCONTO DELLA FIDANZATA DI LUCA: “GLI HANNO SPARATO UN COLPO IN TESTA”… INVESTIGATORI SULLE TRACCE DI DUE ITALIANI SUI 30 ANNI CON ACCENTO ROMANO
Voleva difendere la sua ragazza da un rapinatore e impedire che le rubassero lo zaino. Ma il bandito
ha impugnato la pistola e gli ha sparato un colpo alla testa, ferendolo mortalmente. L’aggressore poi è fuggito con un complice a bordo di una Smart.
Un dramma quello che si è consumato ieri sera intorno alle 23.30 in via Bartoloni, a Colli Albani. La vittima si chiamava Luca Sacchi, faceva il personal trainer e aveva 24 anni. La sua fidanzata, Anastasia Kylemnyk, è una babysitter di 25 anni.
Quando è stato soccorso dagli operatori del 118 nella tarda serata, il giovane era ancora vivo ma è apparso subito in condizioni gravissime. Trasportato d’urgenza all’ospedale San Giovanni, è stato anche sottoposto ad intervento chirurgico. Nello stesso ospedale è stata accompagnata anche la fidanzata per un contusione alla testa.
La violenta aggressione è avvenuta poco distante da un pub, il John Cabot, tra via Teodoro Mommsen e via Bartoloni, vicino al parco della Caffarella. Il locale a quell’ora era aperto e affollato e l’allarme sarebbe partito proprio da lì. Un bossolo è stato ritrovato anche all’interno del locale..
I primi ad arrivare sul posto sono stati i medici. Hanno stabilizzato il giovane e trasportato in codice rosso all’ospedale e ricoverato, fino al decesso avvenuto nella tarda mattinata di oggi, nel reparto di terapia intensiva.
“Quei ragazzi stavano venendo verso il locale – raccontano alcuni testimoni- quando due persone che li seguivano da qualche minuto su una Smart bianca all’improvviso sono scese e hanno cercato di strappare la borsa alla ragazza. È scoppiata una colluttazione e hanno colpito il ragazzo col calcio della pistola e poi gli hanno sparato. Un altro colpo è finito all’interno del locale senza però ferire nessuno”.
Sul caso indagano i carabinieri di piazza Dante insieme ai militari del Nucleo Investigativo che stanno procedendo con i rilievi e la ricostruzione della brutale aggressione. Si stanno inoltre esaminando quattro telecamere puntate della zona La procura sta procedendo per omicidio volontario. Il fascicolo è affidato al pm di turno esterno Nadia Plastina. Già ieri notte gli investigatori hanno ascoltato a lungo la ragazza della vittima, di nazionalità ucraina, anche lei ferita ma in modo lieve.
“Eravamo appena usciti dal pub. Mi sono sentita strattonare da dietro, mi hanno detto: ‘dacci la borsa’. Gliela stavo consegnando quando mi hanno colpito con una mazza.
A questo punto è intervenuto Luca che ha reagito bloccando il ragazzo che mi aveva aggredito, quindi è intervenuto l’altro aggressore che gli ha sparato alla testa”. Secondo quanto riferito dalla giovane, lei e il fidanzato erano andati nel locale dopo una giornata di lavoro per bere una birra. La ragazza ha riferito agli inquirenti che i due aggressori sarebbero fuggiti a bordo di una Smart. Altri testimoni hanno invece raccontato che i due sarebbero fuggiti a piedi. A dare l’allarme è stato un tassista che si trovava a passare in via Bartoloni.
Gli investigatori sono sulle tracce di due italiani sui 30 anni con accento romano
L’intero quartiere è sotto shock: “Questo è un quartiere tranquillo, non riesco a crederci”. Incredulità e amarezza: sono questi i sentimenti che regnano tra i cittadini della zona. “Qui cose del genere non sono mai accadute. Dobbiamo aver paura anche uscire di casa ora?”, si chiede una donna, titolare di un’attività poco distante dal lungo dell’agguato.
“Non riesco a crederci. Sono sconvolta. Povero ragazzo”, aggiunge commossa una signora anziana che ha appreso di quanto accaduto solo stamattina passando davanti al pub di Colli Albani dove si sono radunati giornalisti e telecamere. “Ma veramente? non è possibile”, commenta incredulo un cittadino della zona che abita poco distante. “Io sono nato qui e posso dire che è sempre stato un quartiere tranquillissimo”. Intanto sul luogo dell’omicidio sono comparsi gigli, margherite e alcune rose bianche.
Intanto è iniziato un via vai di omaggi sul luogo dellUn mazzo di rose rosse, margherite. A deporre mazzi di fiori sono anonimi cittadini del quartiere che non conoscevano la vittima. “No, non conoscevo Luca ma quello che è successo è una tragedia incredibile che mi ha commosso”, racconta una donna con un passeggino, venuta a lasciare alcune rose davanti al pub John Cabot dove Luca, insieme alla compagna, stava per entrare prima di essere ucciso.
Lo sport, gli amici, la famiglia e Anastasia: erano queste le passioni di Luca. “Un bravissimo ragazzo” continuano a ripetere in via Vittorio Fiorini, all’Appio, dove viveva insieme ai genitori e al fratello. “Non possiamo credere che sia morto così” dicono scuotendo la testa. Era un appassionato di moto e moto cross. Avrebbe compiuto 25 anni il prossimo febbraio Luca che dopo il diploma scientifico – conseguito al liceo Kennedy – aveva coltivato la sua passione per lo sport ed era diventato un personal trainer. Una passione, quella per la palestra, che condivideva anche con la sua fidanzata: “Li vedevamo spesso insieme in giro per il quartiere con il loro cane, Jenna – raccontano i vicini di casa – erano davvero una bella coppia. Lui un ragazzo educato e sempre gentile con tutti. Siamo sicuri che abbia reagito per difenderla – aggiungono – ancora non riusciamo a credere a una morte tanto assurda”.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2019 Riccardo Fucile
PASSA LA MOZIONE DI CONDANNA CON 354 VOTI CONTRO 60
“I repubblicani Never Trumper sono in certo modo peggiori e più pericolosi per il nostro Paese dei
democratici nulla facenti. State attenti, sono feccia umana!”.
E’ questo il duro attacco che Donald Trump, ovviamente via Twitter, ha rivolto ai repubblicani ‘dissidenti’ usando il termine, Never Trump, con cui, ai tempi delle primarie del 2016, si erano riuniti esponenti dell’establishment repubblicano, e delle passate amministrazioni Gop, che cercarono di bloccare la sua ascesa verso la nomination.
In un successivo tweet Trump poi ha dato del ‘Never Trumper’ a Bill Taylor, il diplomatico di lungo corso, nominato ambasciatore in Ucraina nel 2006 da George W. Bush, richiamato poi come incaricato d’affari a Kiev dopo la rimozione dell’ambasciatrice Marie Yovanovitch.
Taylor due giorni fa ha testimoniato di fronte alla commissione d’inchiesta dell’impeachment delle pressioni fatte su Kiev da Trump per ottenere vantaggi politici.
Trump, che nel tweet attacca anche John Bellinger un altro diplomatico dell’era Bush che nel 2016 fu tra i firmatari della lettera in opposizione a Trump, afferma di non aver mai incontrato Taylor, anche se è stato Mike Pompeo a richiamarlo in servizio per sostituire l’ambasciatrice da lui allontanata dietro le pressioni di Rudy Giuliani, architetto del ‘teorema’, alla base del Kievgate, cioè l’intervento di Joe Biden a favore della società ucraina per la quale lavorava il figlio Hunter.
La virulenza dell’attacco di Trump è però il segnale di un certo nervosismo alla Casa Bianca per il crescente numero di prese di distanza tra le file dei repubblicani di Capitol Hill dalla sua politica in Siria alle controverse decisioni sul G7.
Alla Camera la mozione di condanna del ritiro e del tradimento degli alleati curdi è passata infatti con 354 voti favorevoli e solo 60 contrari, quindi con il sostegno di decine di repubblicani.
Trump poi sarebbe stato costretto a fare marcia indietro sulla scelta del suo resort privato in Florida per il vertice del giugno prossimo dopo che i repubblicani gli hanno detto che su questo non avrebbero potuto difenderlo
E le prese di distanze che si stanno anche allargando sul terreno, quanto mai pericoloso, dell’impeachment: basti pensare che lo stesso leader della minoranza alla Camera, Kevin McCahrty, ha espresso il suo disagio per il fatto che Trump ha definito la procedura di impeachment a cui è sottoposto un linciaggio, evocando i fantasmi della pagina più buia del razzismo in America.
La paura che è questi siano i segnali di una spaccatura in senso al partito: “l’impeachment sarà approvato, ma bisogna che il voto della Pelosi sia il più di parte possibile”, sintetizza Steve Bannon, tornato in queste ore in campo per coordinare un push mediatico anti impeachment, sottolineando che è cruciale che vi siano “zero voti” Gop alla risoluzione di impeachment che la maggioranza dem approverà .
Non solo. L’ex stratega della Casa Bianca, che rivendica di aver guidato gli ultimi mesi della campagna di Trump alla vittoria, rivela che si sta facendo già un pressing sui deputati repubblicani in odore di eterodossia, in particolare quelli che non si presenteranno alle prossime elezioni, e chi quindi potrebbero avere le mani libere per votare contro Trump “prima di imboccare la porta”.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA SOSTITUZIONE ETNICA NEI TERRITORI CURDI
Tradimenti e deportazione. L’Onu ridotto a spettatore inerme. La Nato che non muove foglia per
non irritare Ankara. Trump che annuncia di aver deciso di togliere le sanzioni imposte alla Turchia il giorno dell’inizio dell’invasione in Siria. L’Unione Europea latitante.
Uno Stato membro delle Nazioni Unite che si vede di fatto amputata una parte di territorio che resterà nelle mani turche con la Russia come garante.
Le cifre in ballo dicono molto sulle intenzioni del progetto: stanziare 3,5 milioni di persone in un’area di 32 km per 450 significa modificare completamente la demografia, la società , la cultura di quei luoghi.
Sintesi della capitolazione della comunità internazionale e delle sue istanze rappresentative sul fronte siriano. Dove a dettar legge sono i contraenti del “patto di Sochi”: il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, e il suo omologo turco Recep Tayyp Erdogan.
Il primo che sarà garante della spartizione dei pozzi petroliferi del Roiava con Bashar al-Assad e l’alleato iraniano. La morsa si è chiusa attorno ai curdi siriani.
Il presidente siriano “sostiene pienamente” i risultati dell’incontro tra Putin ed Erdogan a Sochi. Lo afferma il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov, parlando con i giornalisti.
A detta di Peskov, Assad ha anche assicurato la disponibilità “delle guardie di frontiera siriane di pattugliare insieme alla polizia militare russa il confine” tra Siria e Turchia. Tali affermazioni, dice il portavoce del Cremlino, sono state fatte nel corso di una telefonata che Putin ha avuto con Assad per informarlo dei contenuti del Memorandum sottoscritto al vertice di Sochi.
Durante il colloquio, avvenuto su iniziativa russa, il capo del Cremlino ha anche informato Assad che la “principale priorità consiste nel restaurare l’integrità territoriale della Siria e di rafforzare gli sforzi di natura politica”.
Il regime di Damasco, prenderà il controllo del nord del Paese con la benedizione di Mosca, che funge da garante per Ankara rispetto alle mosse del presidente Bashar al -Assad. Un ruolo di garante che si manifesterà nel rinnovato impegno della Russia a garantire la prosecuzione dell’accordo di Adana, con cui il padre di Bashar, Hafez, nel 1998 si impegnò a impedire attacchi dei curdi del Pkk alla Turchia dal proprio territorio (Ypg è considerata l’ala siriana del Pkk e la contiguità tra le due organizzazioni è per Ankara un dato di fatto)
Un’intesa, quella tra Russia, governo siriano e turco, che esclude come già annunciato il quarto soggetto in campo, le milizie e la popolazione curda, e rappresenta la diretta conseguenza della stretta di mano in dieci punti raggiunta ieri a Sochi tra Erdogan e Putin.
La Turchia continuerà a mantenere il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità , compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al Ayn (est) sottratto a Ypg con l’offensiva “Fonte di pace” delle scorse settimane.
A partire dalle 12 di oggi militari russi e siriani controlleranno l’effettivo abbandono della safe zone da parte dei miliziani Ypg, entro 150 ore al di fuori dalla suddetta area, destinata a rimanere sotto il controllo di Ankara. Mosca si è impegnata a garantire l’abbandono totale dei miliziani Ypg della città di Tal Rifat, ma soprattutto di Manbij. Quest’ultima si trova fuori dalla “safe zone”, a oves dell’Eufrate
ed è da sempre un centro che la Turchia ha insistito con gli Usa negli ultimi anni perchè fosse abbandonato da Ypg.
Pattugliamenti congiunti Russia-Turchia sono invece previsti per una profondità di 10 km, a est e ovest del territorio tra Tel Abyad e Ras Al Ayn sotto il controllo dell’esercito di Ankara, lungo tutto il confine turco, con esclusione della città di Qamishli. Un’azione congiunta per la quale sarà costituito un meccanismo di coordinamento permanente.
Il fine condiviso da Erdogan e Assad è lo sradicamento dei curdi e la loro sostituzione forzata coi profughi siriani, che curdi non sono, ma che verrebbero stabilizzati in quella striscia di territorio denominato “zona di sicurezza”, adiacente al confine tra Turchia e Siria. Il che, tradotto in denaro, significa 27 miliardi di dollari per costruire villaggi, moschee, ospedali e scuole, ovvero un tentativo di ripresa economica per un Paese in gravissima crisi.
Tutto questo operando una mastodontica sostituzione demografica, che porterebbe due milioni di profughi siriani in una striscia di terra al confine con la Turchia, fino ad allora abitata storicamente dai Curdi. Due milioni di profughi costretti a tornare nella terra da cui sono fuggiti perchè perseguitati dal feroce regime di Assad, e centinaia di migliaia di curdi sparsi non si sa dove e perseguitati ancora una volta per la propria ambizione alla libertà , all’essere un popolo.
Quella che si sta per avviare è una enorme operazione forzata di “sostituzione etnica”.
E’ l’arabizzazione del Rojava. E’ la disintegrazione di un modello, oltre che di un territorio, Le conseguenze dell’accordo si sono già viste a Ginevra: un uomo di etnia curda si è dato fuoco di fronte alla sede dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati(Unhcr).
Il manifestante, un 30enne che vive in Germania, si è cosparso di benzina nel cortile dell’Unhcr, tra Rue de Montbrillant e Avenue de France. I soccorsi lo hanno trasferito in elicottero al Chuv di Losanna, un ospedale specializzato nel trattamento dei grandi ustionati.
Nel frattempo, sempre l’infaticabile portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che gli Stati Uniti hanno “abbandonato” i loro alleati curdi in Siria lasciandoli affrontare da soli l’offensiva turca. “Gli Stati Uniti sono stati gli alleati più stretti dei curdi. Eppure li hanno abbandonati, essenzialmente li hanno traditi e ora preferiscono mantenere i curdi al confine. In pratica, li costringono a combattere i turchi”, sentenzia il portavoce, citato dall’agenzia di stampa Sputnik.
Secondo Peskov, è “ovvio” che, se i curdi non si ritireranno dalla cosiddetta zona sicura al confine, le guardie di frontiera siriane e la polizia militare russa dovrebbero lasciare l’area.
In questo caso, i restanti gruppi curdi, ha affermato, verrebbero “annientati” dall’esercito turco. “I due più grandi Paesi al mondo”, Usa e Russia, hanno riconosciuto la “legittimità ” dell’operazione Fonte di Pace lanciata dalla Turchia nel nord-est della Siria e gli accordi raggiunti da Ankara con le due potenze sono “successi politici”.
A rivendicarli è il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Anadolu. In merito all’accordo raggiunto ieri a Sochi, il capo della diplomazia di Ankara ha sottolineato che se le forze turche individueranno “elementi terroristici nell’area dell’operazione Fonte di Pace, li neutralizzeranno”. Secondo Cavusoglu, l’azione della Turchia ha impedito la nascita di uno “Stato terrorista” nel nord della Siria. Il ministro ha quindi definito l’operazione una “svolta” per il futuro del Paese arabo.
Una forzatura trionfalistica? Niente affatto. Perchè ad esultare per la realizzazione della “safe zone” è lo stesso inquilino della Casa Bianca. Trump ha definito un “grande successo” la creazione di una zona di sicurezza in Siria”. “Grande successo al confine tra Turchia e Siria, creato zona di sicurezza!”, ha twittato il presidente Usa, secondo cui” Il cessate il fuoco ha retto e le missioni di combattimento sono finite”, ha scritto su Twitter il presidente degli Stati Uniti. Inoltre, “i curdi sono al sicuro e hanno lavorato molto bene con noi”. E “al sicuro” sono stati definiti anche i prigionieri dell’Isis catturati. Ed è solo l’antipasto.
The Donald dà appuntamento ai giornalista sul prato della Casa Bianca per provare a trasformare un tradimento in una vittoria: “Il cessate il fuoco tiene, credo che la tregua sarà permanente”, per questo le sanzioni alla Turchia “saranno revocate, annuncia Trump, rivendicando come ”questo risultato sia stato creato da noi, non da altre nazioni″. “Ho chiesto al segretario del Tesoro — dichiara il tycoon – di revocare tutte le sanzioni imposte il 14 ottobre in risposta all’offensiva della Turchia”. “Questa mattina – ha reso noto il presidente – il governo turco ha informato la mia amministrazione che fermerà i combattimenti e l’offensiva in Siria e renderà il cessate il fuoco permanente. E credo lo sarà ”.
Così, ha continuato nella sua dichiarazione dalla Diplomatic Reception Room, “le sanzioni saranno revocate a meno che non succeda qualcosa della quale non siamo felici”. “Ci aspettiamo che la Turchia rispetti i suoi impegni riguardo all’Isis”, aggiunge, rivendicando “il grande lavoro fatto, abbiamo risparmiato migliaia di vite”.
Un piccolo numero di soldati Usa resterà in Siria nell’area dove c’è il petrolio e si deciderà in futuro cosa fare col petrolio, ha poi aggiunto. Ma quel “qualcosa” del quale “non essere felici” è già avvenuto. Quanto alle coraggiose combattenti curde che tanto avevano emozionato l’Occidente, come marchio d’infamia per una Europa incapace di andare oltre parole di condanna e uno stop tardivo e parziale alla vendita di armi alla Turchia, valga un video agghiacciante, che circola in rete.
“Questa è una delle vostre puttane. Ora è sotto i nostri piedi”. Il video dell’infamia, rilanciato da analisti internazionali come Mutlu Civirolu, mostra un gruppo di uomini appartenente alle fazioni supportate dalla Turchia, esultare per l’uccisione di una combattente curda tra Kobane e Tal Abyad.
Il gruppo, in particolare, è quello di Faylaq Majid, coinvolto nella battaglia nella regione di Idlib contro il regime di Bashar al-Assad e alleato di milizie jihadiste come quella di Tahrir al-Sham e Ahrar al-Sham
L’identità della milizia è rivelata, nel filmato dagli stessi aguzzini, e confermata dai ricercatori del Rojava Information Center. Milizie assoldate da Erdogan, con il sostegno di Putin e l’avallo di Trump. La vergogna si è consumata. Il cerchio si è chiuso. La “grande spartizione” può iniziare.
(da “Huffingtonpost”)
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