Ottobre 22nd, 2019 Riccardo Fucile
I PRIMI FUNERALI DELLE VITTIME CURDE, SFILANO LE BARE TRA LE LACRIME: “AMERICANI TRADITORI, NON LO DIMENTICHEREMO MAI”
Le urla delle donne affrante sovrastano la musica. Nessuno riesce a trattenere le lacrime. “Ma perchè ancora
morti? Non abbiamo già pagato abbastanza?”, grida una donna vestita di nero e una sciarpa colorata al collo.
Sulla spianata otto bare avvolte da un drappo rosso. Sul lato la fotografia. Sei curdi e due arabi. Dietro di loro, sei linee di donne e uomini in divisa pronti a dare il loro ultimi saluto ai loro compagni. “Questo è il risultato del tradimento americano. Niente riuscirà a lavare questa macchia, non lo dimenticheremo mai”, dice l’uomo all’altoparlante.
“Sehid Namirin” ripete tre volte. I martiri non muoiono. Segue un lungo applauso. Poi la musica e quindi una lunga processione per interrare le bare.
Un migliaio di persone è arrivato al cimitero militare di Hasakah per i funerali di alcuni dei combattenti uccisi a Serekanye, la città capitolata domenica dopo una resistenza durata 12 giorni.
“Non è giusto”, scuote la testa un bambino con gli occhi rossi. La cerimonia è durata almeno un’ora e la rabbia si legge sul volto di tutti. La cerimonia si svolge nel giorno in cui gli americani hanno quasi completato il ritiro
In mattinata decine di persone hanno contestato la lunga carovana di mezzi blindati statunitensi che lasciava il nord est della Siria. Poi l’annuncio a sorpresa: “Rimarranno 200 soldati vicino ai pozzi di petrolio”, principalmente nella zona di Deirzzor, centinaia di chilometri dal confine preso d’assalto dalle milizie turche e dagli aerei di Ankara.
Hanno paura i curdi, molta. La cosiddetta tregua sta per finire. Martedì sera alle 7,30 sembra essere un appuntamento con il destino. La gente è divisa. Le opzioni sul tavolo non sembrano molte. O sarà guerra totale lungo tutto il confine, o si fermeranno nell’area tra Serekanye e Tal Abyad.
Un portavoce del governo di Ankara ha già fatto sapere che arriveranno due milioni di rifugiati siriani. “Loro non sono di questa zona. Arrivano da Ghouta, Homs, Aleppo”, spiega Khabat Abbas, una giornalista locale.
“E poi perchè noi dobbiamo andare via dalle nostre case per fare posto a loro? Non ha un senso”. Per tutta la giornata si sono rincorse notizie di scontri. La Turchia ha continuata ad attaccare nei villaggi intorno a Serekanye, Tal Abyad, Kobane, cercando di guadagnare sempre più terreno.
“Questa è una farsa, non una tregua”, ripetono i combattenti delle FDS. Intanto l’amministrazione autonoma del Rojava chiede una missione di pace sul confine. La situazione deve essere risolta al più presto, il tempo stringe.
E il memorandum con il regime sembra non abbia avuto l’effetto sperato. Infatti le forze di Bashar al-Assad si sono spinte non oltre Kobane, lasciando liberi quasi 700 chilometri di confine all’incursione turca.
In serata si sparge la notizia che i russi sono arrivati a Qamishli per trattare. “La verità è che non ci possiamo fidare di nessuno”.
(da TPI)
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Ottobre 20th, 2019 Riccardo Fucile
SONO LE STESSE MILIZIE PAGATE DAI TURCHI A DIFFONDERE IN RETE IMMAGINI DEI LORO OMICIDI
Le organizzazioni umanitarie denunciano, le Nazioni Unite indagano e i turchi negano l’evidenza.
Ma – purtroppo o per fortuna – sono gli stessi assassini, soprattutto le milizie jihadiste al soldo di Erdogan – a girare video e scattare foto per vantarsi delle loro uccisioni.
Oltre a ciò le squadre di soccorso stanno trovando i corpi dei civili morti sotto le macerie di case bombardate dagli aerei turchi mentre dagli ospedali vengono diffuse le foto e i video di morti e di persone ustionate dall’uso di armi chimiche, in particolare bombe al fosforo lanciate contro la popolazione.
Nelle immagini (ne pubblichiamo solo una debitante oscurata) i miliziani della Sultan Murad Brigade, sostenuti dalla Turchia, hanno pubblicato alcune foto per mostrare l’esecuzione di 3 civili a Serekaniye avvenuta il 17 Ottobre
(da Globalist)
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Ottobre 17th, 2019 Riccardo Fucile
EROICA RESISTENZA DEI PATRIOTI CURDI: I TURCHI NON RIESCONO A ENTRARE A SEREKANIYE E A RAS LA-AYN
Sotto accusa quello che sta accadendo nella città di Serekaniye, dove la resistenza mostrata dai
combattenti di Sdf ha fino ad ora impedito l’avanzata turca e delle milizie filo-turche
C’è il forte sospetto che i jihadisti abbiano fatto ricordo a armi proibite dalle convenzioni internazional
Fonti curde sostengono che i quartieri della città di Serekaniye siano stati sottoposti ad attacchi aerei, di artiglieria e di razzi dall’occupazione turca, oltre all’uso di fosforo proibito a livello internazionale
Numerosi casi di adulti e ragazzi con ustioni sono stati segnalati ​​all’ospedale di al-Hasakah. “Ogni giorno riceviamo decine di persone ferite nell’attacco. Lo stato di occupazione turco utilizza tutti i tipi di armi pesanti, perchè molti casi sono gravi”, ha affermato il dottor Fares Hammu all’agenzia curda Havar.
“Ci sono molte persone con ustioni. Ma sospettiamo che lo stato turco usi armi proibite a livello internazionale come le armi chimiche”
Ankara avrebbe fatto ricorso alle armi vietate a seguito anche della resistenza, del tutto inaspettata, incontrata nella città di Ras al-Ayn. «L’aggressione turca sta usando tutte le armi disponibili contro Ras al-Ayn — si legge nella nota — Di fronte all’evidente fallimento del suo piano, Erdogan sta ricorrendo ad armi che sono vietate a livello globale come il fosforo e il napalm».
Le persone ricoverate negli ospedali di Ras al-Ain, nella Siria settentrionale, ad esempio, presentano «ferite per nulla comuni», che fanno temere che siano «state usate armi non convenzionali» ha dichiarato il medico curdo Manal Mohammed, responsabile del Rojava Health Board, che all’emittente Rudaw ha detto che «il nostro personale sanitario sta ora indagando per vedere quale tipo di armi siano state usate contro di noi».
(da agenzie)
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Ottobre 16th, 2019 Riccardo Fucile
MA NON VUOLE RIVELARE I DETTAGLI DEGLI INCONTRI A PORTE CHIUSE CON FUNZIONARI DEL VIMINALE SUI FLUSSI MIGRATORI
«Sono stato offeso. Per venire da voi ho avuto un visto regolare, con documenti autentici. Dire che ho
nascosto la mia identità è una menzogna».
Abd al-Rahaman al-Milad non ha preso bene l’inchiesta di Avvenire sulla sua controversa missione in Italia nel 2017, «per discutere — è la sua versione — di come fermare i flussi migratori».
Ma il «comandante Bija», come adora essere chiamato, è anche arrabbiato con il governo che aveva parlato di documenti «probabilmente falsi» presentati dal libico per arrivare in Sicilia e a Roma in occasione di alcuni incontri a porte chiuse.
Tra l’ambiguo e l’intimidatorio, Milad lancia accuse a chi lo descrive come un criminale
Inutile fargli domande scomode. «Bugie», risponde senza mai aggiungere altro.
L’Onu lo accusa d’essere un signore della guerra tra i principali boss del traffico di esseri umani.
Nel 2018 il Consiglio di sicurezza ha ordinato il congelamento dei suoi beni e decretato il divieto d’espatrio. Il governo del premier Sarraj ha più volte assicurato che Bija è stato estromesso da ogni incarico.
Ma ad Avvenire lui assicura di «continuare a lavorare per la patria», beninteso dalla parte del governo Sarraj sostenuto da quella stessa Onu che contro Milad ha varato sanzioni.
Quanto ai guardacoste di Zawyah, sostiene di non avere mai smesso di «contrastare l’immigrazione illegale», secondo «gli accordi con l’Italia del 2008», stretti tra Berlusconi e Gheddafi e «validi ancora adesso».
Più abile che astuto, sfugge agli interrogativi scivolosi lanciandosi in proclami a sfondo religioso.
All’occorrenza si fa perentorio: «Hai scritto menzogne, apriremo un caso e ti processeremo», scrive in uno dei messaggi forse alludendo a una procedura giudiziaria. Come a voler mostrare dentro e fuori la Libia d’essere un intoccabile, in piena notte rende pubbliche su uno dei suoi molti profili sui social network alcune delle nostre domande: quasi un trofeo (la conquistata visibilità internazionale) da esibire e da irridere. Bija, però, vuole far capire di non aver dimenticato.
Così ci recapita la foto di una giovane donna, della quale fornisce dettagli professionali e familiari che solo in pochi possono conoscere. Non ne indica il nome, ma la accusa: «Ha raccontato menzogne su di me».
È forse uno dei passaggi più inquietanti. Si tratta di Nancy Porsia, giornalista freelance italiana tra le prime a documentare già dal 2016 l’ascesa dell’allora sconosciuto «comandante Bija».
«L’Italia e l’Unione Europea pagano questo genere di criminali», osserva un giornalista libico da tempo nascosto in Europa e su cui pendono le promesse di morte di diverse fazioni, inclusa la brigata al-Nasr, di cui Milad è uno dei capi.
«In questo modo l’Italia si sta rendendo responsabile del terribile destino di migliaia di persone lasciate in balia dei trafficanti», aggiunge il reporter che collabora per il sito “AlMasrsad”.
Tra i personaggi su cui il Consiglio di sicurezza ha emesso una serie di interdizioni vi è Mohammed Kachlaf, figura di primo piano indicato come sodale e complice di Bija. «La sua milizia controlla la raffineria di Zawiyah, fulcro centrale delle operazioni per il traffico di migranti», si legge nell’atto con cui vengono stabilite le sanzioni.
Alla fine della scorsa settimana Kachlaf ha inaugurato un moderno centro medico privato (convenzionato con il governo libico) costruito con proventi propri. Per gli investigatori Onu è chiaro da dove vengano quei soldi.
Di questo Bija non vuol parlare. Piuttosto vuole farci sapere che non è solo la stampa a tenere d’occhio lui. Ma anche il contrario.
Lascia la conversazione inviando un ritaglio da Avvenire del giugno scorso, quando una motovedetta di Zawyah prelevava il motore di un gommone dei trafficanti: «Anche questa è una bugia».
Già , tutto è «bugia».
(da “Avvenire“)
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Ottobre 16th, 2019 Riccardo Fucile
BIJA E’ ANCHE IL CAPO DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA DI ZAWYAH, FINANZIATO DALL’ITALIA… IL TRAFFICANTE CONFERMA: “SONO STATO INVITATO DAL VIMINALE E NON AVEVO DOCUMENTI FALSI”
Bija è stato universalmente riconosciuto come il re degli scafisti.
Per presentarlo, nulla è più efficace di un episodio raccontato da Nello Scavo, giornalista di Avvenire.
Quando l’uomo si presentò al tavolo con i funzionari del Viminale al Cara di Mineo nel 2017, un migrante che lo aveva avvistato si era messo a gridare «mafia Libia, mafia Libia».
Bija, al secolo Abd al-Rahaman al-Milad, è regolarmente attivo sui social network, attraverso più account. È uno che conosce il mondo e che legge i giornali italiani.
È a conoscenza di quanto sta scrivendo Avvenire, il quotidiano che si sta occupando dell’inchiesta sulla sua presenza al tavolo delle trattative con il Viminale, quando il ministro dell’Interno era Marco Minniti.
Per questo ha accettato di scambiare alcuni messaggi con Nello Scavo. Messaggi che hanno un tono tutt’altro che collaborativo.
Secondo il trafficante, quanto scritto in questi giorni sui giornali italiani non è altro che una «bugia». Bugia sembra essere la sua parola preferita: lo è, secondo Bija, l’accusa dell’Onu di essere un signore della guerra, lo sarebbe anche la fotografia di un gruppo di scafisti che prelevano il motore di un gommone con i migranti a bordo.
Poi, dopo aver sottolineato il fatto di essere arrivato in Italia con documenti regolari e non sotto falso nome per trattare con i funzionari del Viminale per fermare i flussi migratori verso il nostro Paese, passa alle minacce dei giornalisti.
Si rivolge direttamente a Nello Scavo, con fare intimidatorio: «Hai scritto menzogne: apriremo un caso e ti processeremo».
Poi invia la fotografia di una giornalista freelance, Nancy Porsia, che, in passato, aveva scritto di lui e delle sue azioni nei porti della Libia: la accusa pure senza indicare il suo nome e cognome «di aver scritto menzogne» su di lui.
Toni inaccettabili per quello che è considerato un vero e proprio gestore della tratta, con il quale — a quanto pare — l’Italia si è messa allo stesso tavolo per trattare.
Dopo quegli incontri, avvenne la famosa contrazione delle partenze che ha caratterizzato la tratta Libia-Italia nel 2018 e nel 2019.
(da agenzie)
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Ottobre 16th, 2019 Riccardo Fucile
UN GRUPPO WHATSAPP TITOLATO “THE SHOAH PARTY”, VENTICINQUE INDAGATI
The Shoah Party: video terribili a sfondo nazista scambiati sui cellulari tra minorenni
Video terribili di una violenza inaudita a sfondo nazista e anche pedopornografico: se li mandavano ragazzini minorenni, appena tredicenni o poco più, che avevano creato un gruppo su whatsapp dal nome terrificante: “the Shoah party”.
Venticinque le perquisizioni che i carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale hanno eseguito questa mattina: otto di questi sono tra Torino e Rivoli.
Qui vivevano anche i due amministratori del gruppo, un ragazzino minorenne e un maggiorenne. Tra loro anche uno studente iscritto al primo anno del Politecnico. Tutti figli di famiglie per bene, ignare di quello che stava accadendo.
L’indagine è partita da Siena dai carabinieri del nucleo provinciale dopo la denuncia di una mamma che ha scoperto i video sul cellulare di suo figlio e ha sporto denuncia. Tanti ragazzini nel tempo sono entrati e usciti dal gruppo ma nessuno ha avuto la coscienza di denunciare. Secondo gli investigatori per loro era quasi una prova di maturità vedere immagini raccapriccianti.
Dopo mesi d’indagini si è poi risaliti agli amministratori del gruppo, quelli che lo hanno creato e alimentato, minorenni e maggiorenni, tutti residenti nella zona di Rivoli, le immagini e i video postati sono stati attribuiti singolarmente alla responsabilità di qualcuno, e alla fine ne è venuta fuori una ben documentata informativa di reato che è finita sul tavolo dei magistrati operanti.
Questi hanno ritenuto necessario interrompere da subito l’attività delittuosa. I carabinieri avevano ricostruito tutto.
Maggiori elementi potevano emergere solo dalle perquisizioni. Sono stati così emessi 25 decreti di perquisizione a carico degli indagati, 19 a carico di minorenni e 6 a carico di maggiorenni, eseguiti nella nottata di ieri in 13 Provincie d’Italia. Sui sei 13enni coinvolti non era possibile procedere, essendo non imputabili per la legge italiana. Venticinque gli indagati anche per razzismo.
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2019 Riccardo Fucile
“SE LASCEREMO CHE ERDOGAN ESPUGNI KOBANE PERDEREMO LA FACCIA”
La notizia di questa mattina è che centinaia di carri armati, mezzi blindati e unità militari dell’esercito
turco e delle Milizie arabe aggregate alla bisogna sono entrate nel nord della Siria, nella zona a ovest del fiume Eufrate che è già controllata dalle forze armate di Ankara.
Si apprestano — dicono fonti certe e credibili — a sferrare un attacco alla città simbolo di Kobane.
Ecco, è inutile farla lunga: se il mondo, l’Europa e per quel che ci riguarda l’Italia permetteranno che i soldati di Erdogan compiano la loro azione di morte e distruzione in quella città , che non è solo emblema della presenza curda in Siria, ma anche della resistenza e della vittoria contro l’Isis, l’esercito dello Stato Islamico, compiute in nome di tutti noi e della nostra civiltà , sarebbe la nostra sconfitta più vergognosa.
Ciò che non abbiamo osato, abbiamo già perduto.
Già Trump e l’America hanno perso la faccia con la loro ritirata che ha permesso l’azione turca. Abbiamo poche ore di tempo, come paesi dell’Europa, per non perdere la nostra, ignominiosamente, per viltà o peggio per convenienza.
Enrico Mentana
(da Open)
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Ottobre 13th, 2019 Riccardo Fucile
COLPITI I MONUMENTI CHE RICORDANO LE DIECI PERSONE ASSASSINATE DA UN GRUPPO NEONAZISTA TRA IL 200 E IL 2007
Sono stati profanati in Germania alcuni monumenti costruiti in memoria delle vittime di Nsu, la
Clandestinità neonazista.
Lo scrive il quotidiano tedesco Welt am Sonntag, che ha svolto una ricerca nelle otto città dove sono stati eretti memoriali per le vittime: alcuni di loro sono addirittura stati distrutti più di una volta.
Il gruppo neonazista e xenofobo ha ucciso nove persone di origini straniere e una poliziotta tra il 2000 e il 2007 per poi rimanere latitante per anni nella città di Zwickau.
In onore di uno di loro, Enver Simsek, venditore di fiori a Zwickau, era stata piantata una quercia, distrutta a inizio ottobre.
A un altro era stata dedicata una panca di legno con un’iscrizione, anche questa vittima di atti vandalici.
Le altre erano state profanate negli anni precedenti: nel 2014 a Kassel una targa commemorativa era stata coperta di spazzatura mentre su un’altra a Norimberga era stata disegnata una svastica.
Altri monumenti sono stati rubati, gettati nel fiume, a volte più di una volta nel corso degli anni. «La profanazione dei memoriali alle vittime dell’Nsu è uno schiaffo ai defunti e non può essere tollerata dalla società », ha dichiarato il ministro dell’Interno, Horst Seehofer al domenicale tedesco.
A pochi giorni dall’attentato neonazista di Halle che ha ucciso due persone, Seehofer ha aggiunto che è necessario intraprendere un’azione decisa contro tutte le forme di estremismo e di xenofobia, che in Germania stanno diventando sempre più violente.
«Il terribile crimine a Halle ha mostrato che dobbiamo agire ora. Le parole di dispiacere non sono sufficienti per fermare le minacce contro la sicurezza dei nostri cittadini».
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2019 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DI SANZIONI ED EMBARGO: QUALI SONO LE ARMI ECONOMICHE
Una missione Nato per difendere il confine con la Siria che, adesso, sa di beffa. Miliardi di euro dati a Erdogan per la gestione dei flussi migratori. Due prese in giro per l’Europa, il primo mercato di export per la Turchia: ed è da qui che deve partire la contromossa in difesa dei curdi
Troppe volte gli interessi economici hanno giustificato manovre belliche, soprattutto in Medio Oriente. È una delle aree più instabili al mondo ed è la presenza di combustibili fossili a renderla tale: le velleità di accaparrarsi la gestione di giacimenti altrui hanno causato continui conflitti.
Eppure, non pare questo il motivo scatenante dell’assalto di ErdoGan nel nord della Siria: una zona falcidiata negli ultimi anni dall’espansione di Daesh, dalla lotta dell’Esercito siriano libero contro Assad e dagli attacchi esterni per impedire il processo di indipendenza del Rojava.
L’interesse del sultano di Ankara è attuare una vera sostituzione etnica del popolo curdo, da sempre individuato come corpo estraneo nella retorica del partito nazionalista dell’Akp.
Il nemico, il diverso, che cerca autonomia dentro e fuori la Turchia. Recep Tayyip Erdogan ha una paura da incutere nella popolazione turca: finchè c’è il pericolo curdo, la sua linea dura, il suo potere che si prende gioco dei valori democratici, sono giustificati.
E cosa può fare l’Europa per salvare i curdi, popolo senza Paese che vive in una delle aree più complicate del mondo?
Intervenire in difesa di un popolo che ha fatto della parità di genere e dei diritti civili la propria radice identitaria è un dovere. A maggior ragione se tale esempio democratico si è radicato in un territorio dove sultani e dittatori imperversano da secoli.
Ancora, è possibile dimenticarsi dell’aiuto curdo nel debellare Daesh, nemico di tutto l’Occidente, da Siria e Iraq?
Per non schierare carri armati contro la Turchia, Paese che fa comunque parte della Nato e che sarebbe potuto diventare anche membro dell’Unione europea, prima della deriva islamico-autoritaria impartita da ErdoÄŸan, bisogna utilizzare la leva economica.
L’Europa è il primo sbocco commerciale di Ankara: ancor prima di Russia, Cina e Stati Uniti, sono i Paesi europei i maggiori acquirenti di prodotti turchi.
Il 42% dei rapporti commerciali stretti dal Paese anatolico, nel 2018, è avvenuto con l’Unione europea.
Considerando i soli scambi con l’Italia, gli ultimi dati Eurostat dicono che, annualmente, il nostro Paese importa merci e beni turchi per un valore di 9 miliardi di euro. In direzione opposta, l’export italiano in Turchia raggiunge il corrispettivo economico di 8,7 miliardi.
Al primo posto per scambi commerciali con Ankara c’è la Germania, Nazione dove risiedono oltre tre milioni di cittadini turchi. Il timore per Berlino e i Paesi dell’Europa continentale è che le sanzioni comportino, come reazione turca, la riapertura della rotta balcanica. A 3,6 milioni di rifugiati potrebbe essere concesso di lasciare la Turchia per riversarsi in Europa, a discapito di quei 6 miliardi di euro promessi dall’Unione europea ad Ankara per la gestione della crisi migratoria del 2016.
Ad ogni modo, imporre sanzioni economiche non è impossibile, visto che la Turchia è strettamente dipendente dal commercio con l’Europa. Ma soprattutto, per fermare la belligeranza di Ankara, è necessario porre un embargo sulla vendita di armi. Erdogan ha fatto incetta negli ultimi anni di strumenti e tecnologie militari: negli ultimi quattro anni, Roma ha venduto alla Turchia 890 milioni di euro in armi e 463 milioni di materiale bellico.
Solo nel 2018, la Farnesina ha autorizzato 360 milioni di euro di vendite di armamenti, cifra che corrisponde al 15% del totale dell’export italiano nel settore bellico.
Certo, l’embargo non riuscirebbe a fermare l’invasione della Siria, visti i depositi di armi e la capacità dell’industria bellica turca molto sovvenzionata da Erdogan. Ma avrebbe l’effetto di disinnescare, per il futuro, buona parte della capacità militare di Ankara.
Il gruppo Leonardo, ad esempio, fornisce tecnologie per realizzare gli elicotteri da combattimento Mangusta. Fermare le forniture riuscirebbe a bloccarne l’utilizzo futuro per mancata manutenzione.
Il problema è riuscire a trovare una linea comune per i Paesi europei che, negli anni, con i vari dittatori nordafricani e del Medio Oriente, hanno approfittato degli embarghi dei vicini per aumentare la vendita delle proprie armi.
E, nel caso turco, l’alleanza militare con l’Occidente assume le sembianze di una beffa: 130 militari italiani e una batteria di missili Samp-T, dal 2016, sono impiegati in Turchia proprio per vigilare sul confine siriano. La Spagna, attiva nella stessa missione Nato, ha già annunciato che ritirerà la sua batteria di missili anti-aerei Patriot.
Spinosa, dunque, la questione dell’appartenenza della Turchia alla Nato. Già dopo l’acquisto di Ankara dei sistemi di difesa missilistica S-400 di fabbricazione russa, i rapporti diplomatici si sono sono incrinati. Erdogan ha a disposizione un esercito di 400mila soldati, il secondo della Nato dopo quello statunitense.
E l’Alleanza atlantica è nata proprio in contrapposizione alle mire espansionistiche russe. Avviare collaborazioni belliche con Mosca, che non fa parte dell’alleanza, ha suscitato i timori che la Turchia potesse in qualche modo rivelare segreti militari e informazioni sensibili della Nato.
C’è, infine, un alto dossier che fa della Turchia un amico scomodo dell’Unione europea. Si tratta delle trivellazioni a nord-est di Cipro.
L’isola, divisa in due dal 1974 dopo l’invasione di Ankara, è composta da Cipro Nord, zona turca non riconosciuta dalla comunità internazionale, e dalla Repubblica di Cipro, membro dell’Unione europea.
Lo scorso luglio ErdoÄŸan ha annunciato l’avvio di nuove esplorazioni per trivellare i giacimenti di gas nelle acque territoriali contese. La Francia ha già annunciato l’invio di una fregata per monitorare la situazione cipriota, dato che la sua società petrolifera Total e quella italiana Eni, sarebbero le uniche titolari delle licenze per operare in quell’area.
Dopo le giravolte di Donald Trump, che aveva scaricato la questione dichiarando «i curdi non ci aiutarono nella Seconda guerra mondiale» e adesso annuncia eventuali sanzioni, spetta alla più vicina Unione europea dettare una direzione da seguire per ridimensionare Erdogan.
Giovedì 17 ottobre, a Bruxelles, i leader della Ue si riuniranno per affrontare la questione. Meeting che sarà preceduto dall’incontro dei ministri degli esteri europei lunedì 14. Olanda e Svezia sono tra i Paesi più severi riguardo sanzioni ed embargo di armi.
Anche la Francia è convinta che la strada giusta sia quella di sanzionare Ankara: «Non si può rimanere impotenti di fronte a una situazione scioccante per i civili, per le forze che sono state cinque anni al fianco della coalizione anti-Isis, ma soprattutto per la stabilità della regione», ha detto il viceministro per gli Affari europei Amelie de Montchalin.
«Lo dirò chiaro e forte al vertice Ue della settimana prossima: l’Ue non può accettare il ricatto dell Turchia — ha dichiarato il premier italiano Giuseppe Conte -, l’iniziativa militare deve immediatamente cessare».
(da Open)
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