Ottobre 7th, 2019 Riccardo Fucile
MALMENATO ANCHE UN PASSANTE 60ENNE CHE AVEVA PROVATO A DIFENDERLO … ARRESTATI, HANNO TUTTI PRECEDENTI
Un clochard è stato aggredito e picchiato da un gruppetto di giovani che lo hanno affrontato sotto i
portici di via Cernaia, quasi all’angolo con piazza XVIII Dicembre.
Malmenato anche un passante, un uomo di oltre 60 anni, che aveva provato a intervenire in difesa del clochard.
L’uomo è stato inseguito dai ragazzi fino all’ascensore che conduce alla metropolitana e picchiato a sua volta.
I poliziotti hanno poi rintracciato gli autori dell’aggressione nella collinetta che sorge tra corso Bolzano e piazza XVIII Dicembre: uno di loro ha tentato anche di opporsi ai controlli degli agenti. Si tratta di tre giovani italiani tra i 20 e i 23 anni, tutti con precedenti di polizia.
I tre sono stati arrestati; il più violento di loro, il ventiduenne, oltre che per violenza privata aggravata, contestata anche agli altri due, è stato arrestato anche per lesioni, resistenza, minaccia e lesioni a pubblico ufficiale.
(da agenzie)
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Ottobre 7th, 2019 Riccardo Fucile
QUANDO UNA MATTINA LEGGEREMO CHE DECINE DI CRIMINALI SONO STATI ARRESTATI PER ISTIGAZIONE ALL’ODIO E CONDANNATI A DIECI ANNI DI CARCERE DURO FORSE VORRA’ DIRE CHE SIAMO TORNATI AD ESSERE UN PAESE CIVILE
La notizia delle vittime del naufragio a sei miglia dalle coste di Lampedusa è un qualcosa che
provoca rabbia e dolore. Ma non in tutti.
Da quando esistono i social, infatti, è stato creato un ibrido dalle sembianze umane, le dita da leone e il cuore freddo di chi pensa che ironizzare su una tragedia sia necessario tanto quanto insultare la memoria delle vittime di stragi come queste.
E il naufragio Lampedusa (come altri casi) non si distingue dai precedenti. Ed ecco che su Facebook si è scatenata la marmaglia dei commentatori seriali che non hanno contezza di quanto siano ridicoli i loro giudizi.
Capita di leggere questo vergognoso schifo. Basta avere un profilo Facebook e seguire le pagine social dei principali quotidiani italiani.
Ed ecco che tra i commenti spunta l’indicibile che, al tempo della rete ovunque e perennemente connessa, diventa detto.
Facendo una rapida scorsa sulle notizie presenti in rete, troviamo molti che ribadiscono il concetto (alcuni con un italiano abbastanza rivedibile) secondo cui «se non fossero partiti non sarebbero morti».
La classica semplificazione di chi non conosce le condizioni socio-politiche dei Paesi nordafricani che tutti dicono di voler aiutare (per aiutarli a casa loro), ma che tutti si dimenticano. Sempre.
L’italiano non deve essere il forte di quest’uomo delle strada che ha le risposte a tutti i perchè del mondo. Ma tra i commenti che abbiamo trovato oggi in rete, questo è uno dei più soft e più razionale (immaginate gli altri).
Il resto dei commenti sui social (oltre ad alcuni che sono veramente rammaricati per l’ennesima tragedia del mare) è un misto tra povertà intellettuale e voglia di fare sensazionalismo.
C’è chi allude che con i porti aperti anche le pompe funebri avranno più lavoro, chi paragona le vittime del naufragio Lampedusa al dominicano che ha ucciso i due poliziotti a Trieste e chi ironizza sull’assenza di Carola Rackete nei salvataggi
Alla fine arriva il fenomeno. Una donna che vuole fare ironia. La più becera possibile sulle vittime che hanno perso la vita cercando di arrivare in un mondo migliore del loro. Ma che non ce l’hanno fatta.
Un qualcosa di violento e orrendo. Ma la immaginiamo a rimirarsi davanti allo specchio e darsi le pacche sulle spalle per una battuta che neanche il peggior teatrino da avanspettacolo avrebbe mai scritturato. Ma sui social, ormai, vale tutto.
Perchè lo schifo è gratuito.
(da Giornalettismo)
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Ottobre 7th, 2019 Riccardo Fucile
CACCIANDO DAI CENTRI DI ASSISTENZA MIGLIAIA DI DONNE VITTIME DELLA TRATTA, IL GOVERNO LE HA RESTITUITE ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
In un’intervista rilasciata a La Stampa, Francesca De Masi della cooperativa “Be Free”,
impegnata da anni nella lotta contro la tratta e nell’assistenza alle vittime, spiega che il Decreto Sicurezza aiuta il business della prostituzione in Italia:
«Innanzitutto perchè viene cancellata la protezione umanitaria. Secondo i dati dell’Unhcr, nel 2016, il 27,58% delle donne nigeriane che ne hanno fatto richiesta hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Sono 990 donne. Che fine faranno quelle che avranno subito le stesse violenze e che avrebbero lo stesso diritto a una protezione? Aumenteranno le donne senza permesso di soggiorno, che finiranno in circuiti irregolari e quindi vittime della criminalità organizzata».
I decreti prevedono un ridimensionamento dei servizi di assistenza nei centri
«Lo smantellamento trasforma i centri in semplici buchi spazio-temporali dove le donne non possono più ricevere assistenza. Non ci sono più psicologi, nè corsi di italiano, nè persone in grado di costruire, come accadeva in passato, i necessari rapporti di fiducia. Le donne diventano invisibili e sono ancora più criminalizzate».
Che cosa accade ora alle donne fermate in strada e trovate senza documenti?
«In questi casi scatta l’espulsione. Per le donne trattenute in un Centro permanenza per i rimpatri, o nella fase di esecuzione di un provvedimento di espulsione, è praticamente impossibile accedere alla richiesta di protezione reiterata: è prevista automaticamente l’inammissibilità . Significa che le donne sopravvissute alla tratta, che in un primo momento non hanno parlato della loro situazione proprio a causa della costrizione subita da parte dei trafficanti sono pertanto quelle più a rischio di deportazione nel proprio Paese di origine, con gravissime ripercussioni sulla loro incolumità personale».
(da agenzie)
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Ottobre 7th, 2019 Riccardo Fucile
SONO APPARTENENTI O VICINI A CASAPOUND
Dopo quasi quattro mesi si è arrivati a un primo passo contro i protagonisti dell’aggressione
Cinema America del 16 giugno scorso a Trastevere, in pieno centro a Roma.
Tre persone, tutte vicine a movimenti dell’estrema e dell’ultra-destra capitolina, sono finite agli arresti domiciliari per quel vergognoso episodio di violenza che non ha giustificazione dietro gli ideali politici.
Un atto criminale deliberato e gratuito nei confronti di alcuni ragazzi che, nei pressi di piazza San Cosimato, sono stati colpiti a calci, pugni e testate solamente perchè indossavano la maglietta del Piccolo Cinema America.
Era lo scorso 16 giugno quando quattro ragazzi stavano concludendo la loro serata dopo aver assistito alla proiezione di un film organizzata proprio dal Piccolo Cinema America. Uno di loro indossava anche la maglietta con scritta e logo dell’associazione e questo, secondo le indagini, avrebbe scatenato la violenza ingiustificata delle tre persone finite questa mattina ai domiciliari per l’aggressione Cinema America.
La Digos, che ha provveduto agli arresti, ha individuato i responsabili di quella barbara violenza incrociando le immagini delle telecamere di sicurezza della zona.
Arrivando, dopo quasi quattro mesi, a dare un volto ufficiale e un’identità alle tre persone che si sarebbero rese protagoniste di questo vile gesto nella notte romana. Utili per l’identificazione sono stati anche i racconti dei testimoni e dei ragazzi rimasti vittime di questa aggressione.
Come evidenziato già dalle prime ore dopo l’aggressione Cinema America, il movente sarebbe politico. I tre agli arresti domiciliari, infatti, sarebbero tutti giovani appartenenti (o vicini) a movimenti dell’estrema destra capitolina, dal Blocco Studentesco a CasaPound.
E la violenza, dunque, sarebbe avvenuta per quell’odio provocato dalla maglietta del Piccolo Cinema America indossato da uno dei quattro ragazzi aggrediti. Il giorno seguente, come ricorda la cronaca, fu aggredita sempre in quella zona anche l’ex fidanzata del presidente dell’associazione.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2019 Riccardo Fucile
DA UN ANNO L’ONU AVEVA DENUNCIATO CHE IL CAPO DELLA GUARDIA COSTIERA DI ZAWYAH ERA UN TRAFFICANTE OMICIDA E L’ABBIAMO FATTO ENTRARE IN ITALIA CON TUTTI GLI ONORI
Quattro giorni dopo il meeting in Sicilia, Bija era ospite della Guardia costiera per un «incontro
formativo» Nei report Onu di un anno prima le notizie sulle uccisioni di profughi nel campo di Zawya
La foto ufficiale dell’incontro presso la Guardia costiera a Roma. Il quarto da sinistra è Bija. Il terzo, un delegato su cui stanno lavorando i pm (www.guardiacostiera.gov.it)
Se la visita delle delegazione libica al Cara di Mineo e in altri centri per immigrati in Sicilia non era mai stata resa pubblica prima delle rivelazioni di Avvenire, emerge ora una foto del 15 maggio 2017 a Roma, nel quartier generale della Guardia costiera italiana quattro giorni dopo il meeting in Sicilia.
Accanto agli ufficiali italiani c’è Bija con gli altri emissari nordafricani tra cui, alla destra del trafficante di uomini, una figura su cui si stanno concentrando i legali di diversi migranti passati dai campi libici, testimoni chiave in alcune inchieste avviate nell’isola.
Grazie a Luca Raineri, ricercatore di Relazioni Internazionali e Security Studies presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, scopriamo che Bija era a Roma per una serie di «incontri di formazione».
Nella nota che, sul sito della Guardia costiera, accompagnava la notizia si legge: «Nell’ambito del progetto “Sea Demm — Sea and Desert Migration Management for Libyan authorities to rescue migrants”, coordinato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), il Comando Generale delle Capitanerie di porto — Guardia Costiera ha ricevuto in visita una delegazione composta da rappresentanti di diverse amministrazioni libiche e di funzionari dello stesso Oim».
Bija, in abito scuro, pettinatura impomatata e posa atletica, è tra i più eleganti.
L’appuntamento «si è dimostrato un’importante opportunità per trattare argomenti cruciali quali la ricerca e il salvataggio della vita umana in mare, il border control (il controllo dei confini, ndr), l’attuale divisione delle aree Sar (ricerca e soccorso, ndr) nel Mediterraneo Centrale e il progetto di cooperazione tra Italia e Libia, che si propone, attraverso il ricorso a finanziamenti europei, di istituire un efficiente Maritime Coordination Center in quest’ultimo Stato».
Era l’inizio della cooperazione che ha portato a delegare alla cosiddetta Guardia costiera libica la cattura dei migranti in mare.
Senza che mai, nonostante le promesse di tutti i governi italiani che si sono susseguiti da allora, vi sia stato un miglioramento dei diritti umani di base, tanto da far chiedere alle Nazioni Unite e anche all’Unione Europea, la chiusura di tutti i campi di prigionia, a cominciare da quello sotto il controllo di Bija e dei suoi complici.
Nelle ricostruzioni ufficiali sul resto del viaggio di Bija, peraltro, rimangono altre grandi zone d’ombra.
Le notizie pubblicate dal nostro giornale, infatti, hanno provocato varie reazioni. Dai servizi segreti italiani all’Unione europea. Bruxelles ha chiesto alla Guardia costiera libica di «affrontare il caso di Abdalrahman al-Milad», detto Bija, che «a quanto ci risulta è stato sospeso dal servizio». In altre parole, Bija non può essere considerato un referente delle guardie costiere dell’Ue.
Ma in realtà , come documentato più volte da Avvenire e altre testate internazionali, oltre che da indagini delle Nazioni Unite, le motovedette del boss di Zawyah sono ancora attive e rispondono alle chiamate della centrale di Tripoli, a sua volta allertata dalle Guardie costiere di Paesi come Italia e Malta.
L’Ue, dunque, non si assume responsabilità per quanto i singoli Stati fanno, ritenendo di avere dato indicazioni precise per stare alla larga da personaggi con pochi scrupoli.
Contattati dall’agenzia AdnKronos, i vertici dell’intelligence italiana hanno formulato una «smentita categorica» circa la presenza di funzionari del servizio segreto a Mineo. Con un distinguo.
Nella precisazione viene indicato che «nessun funzionario dell’Aise ha mai partecipato a quella riunione». L’Aise è l’agenzia per la sicurezza esterna. Curiosamente, non viene indicata l’assenza anche di uomini dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Tuttavia, come confermano diverse fonti, non c’è dubbio che l’intero viaggio sia stato seguito da funzionari del ministero dell’Interno, sia a tutela della delegazione estera, che per monitorare gli spostamenti e le mosse degli “ospiti libici”.
Rileggendo le denunce delle Nazioni Unite sui crimini contro i diritti umani commessi dalla Guardia costiera di Zawyah, divulgati precedentemente all’arrivo in Italia della discussa delegazione libica, si ha la conferma che qualcuno in quei mesi ha chiuso un occhio.
Quasi ogni trimestre, nei due anni precedenti, le Nazioni Unite hanno denunciato il dramma dei migranti.
Il 16 aprile 2016, in uno dei dossier del Consiglio di sicurezza, viene descritta la situazione del centro di detenzione ancora oggi sotto il controllo di Bija e del suo clan. «L’1 aprile a Zawiyah, quattro detenuti dalla struttura di detenzione di al-Nasr, che è gestito dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (presso il governo di Tripoli, ndr), sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e 20 altri sono rimasti feriti a seguito di un apparente tentativo di fuga. Anche una guardia è stata ferita. Il caso ha mostrato la seria preoccupazione in corso riguardo alla terribile situazione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia, comprese le condizioni relative a il loro trattamento e la detenzione prolungata».
Il 5 aprile 2017, un mese prima della visita in Italia, la più importante agenzia fotografica del mondo pubblicava un servizio proprio su Bija, ritratto a cavallo, a corredo di una serie di inchieste giornalistiche nelle quali è indicato come perno del network del traffico di esseri umani. Davanti a questi documenti è anche solo difficile ipotizzare che un esponente proveniente da quell’area, ripetutamente indicato per nome e immagini dalla stampa italiana e internazionale, potesse ottenere un salvacondotto per entrare in Italia con la garanzia di poter ripartire senza conseguenze.
(da “Avvenire“)
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Ottobre 5th, 2019 Riccardo Fucile
MIRACOLOSAMENTE DOPO LA TRATTATIVA SEGRETA E L’ESBORSO DI MILIONI AI CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA DIMINUIRONO LE PARTENZE
Un mese dopo l’atterraggio di Bija in Sicilia (leggi anche il precedente articolo), succede
qualcosa di strano: di colpo le partenze di immigrati e profughi dalla Libia precipitano ai minimi storici, con una riduzione superiore al 50% per ogni mese.
Si passa dai circa 26mila di maggio — il vertice nel Cara di Mineo è dell’11 maggio — ai quasi 5mila di settembre.
Le statistiche elaborate dal ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, fanno venire in mente Leonardo Sciascia, secondo il quale «le sole cose sicure in questo mondo sono le coincidenze».
Eppure, sull’organizzazione di quell’incontro, il giallo continua.
Secondo fonti vicine all’allora esecutivo Gentiloni, l’appuntamento di Mineo fu suggerito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Oim, agenzia delle Nazioni Unite che ha suoi funzionari anche in Libia.
Al contrario, dall’Onu fanno sapere che l’incontro fu organizzato dai ministeri italiani coinvolti a vario titolo nella gestione della crisi migratoria insieme al governo libico, che aveva trasmesso la lista dei partecipanti.
All’epoca dei fatti, fonti del governo italiano facevano sapere che «noi dialoghiamo con le autorità legittimamente riconosciute, ma anche con i sindaci, con le tribù, che costituiscono il tessuto connettivo del Paese. Occorre un dialogo politico tra Est e Ovest, una forte spinta diplomatica».
Un negoziato che, apprendiamo oggi, avrebbe consentito a figure di spicco delle organizzazioni criminali di venire accolte nel nostro Paese con la considerazione solitamente concessa a esponenti di governo.
Bija era tra questi, ma non era il solo. Secondo alcune fonti presenti al meeting mai reso pubblico presso il Cara di Mineo, tra i libici vi erano anche altri esponenti vicino all’uomo forte di Zawyah. Nomi che oggi potrebbero essere rinvenuti tra i torturatori di migranti indicati dalle vittime nel corso di varie inchieste delle procure siciliane.
Gli investigatori si sono mostrati molto interessati alle rivelazioni di Avvenire e già nei prossimi giorni potrebbero esserci sviluppi inaspettati.
Fonti delle Nazioni Unite confermano che l’incontro avvenne in accordo con il governo italiano e che Bija si presentò inizialmente come direttore di un centro per migranti. Successivamente venne indicato come funzionario della Guardia costiera e ebbe modo anche di visitare la struttura di Pozzallo.
La sua figura era nota, tanto da venire riconosciuto da alcuni rappresentanti di agenzie umanitarie assai sorpresi di vederlo in Sicilia e da cui ancora oggi trapela lo sconcerto per avere appreso che a uomini su cui pendono anche le investigazioni della Corte penale internazionale dell”Aia sia stata concessa una via d’accesso sicura per entrare e uscire dall’Italia.
Al centro degli incontri vi era il «modello di accoglienza italiano da esportare in Libia», specialmente il Cara di Mineo, inaugurato nel 2011 dal governo Berlusconi con l’allora ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni.
Poi la delegazione ha visitato anche altre due strutture siciliane. Un “modello” a cui i libici erano molto interessati e su cui, a quanto raccontano le fonti contattate da Avvenire, «avevano grande interesse anche per i costi di gestione e i finanziamenti che sarebbero stati necessari dall’Italia e dall’Europa per analoghe strutture in Libia».
Poco dopo arriveranno ulteriori accuse dagli investigatori Onu, acquisite dalla Corte penale dell’Aja.
«Le sue forze — si legge in uno dei documenti — erano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard». E alcuni uomini della sua milizia «avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento» nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia
Inoltre proprio Bija è sospettato di aver dato l’ordine ai suoi marinai di sparare contro navi umanitarie e motopescherecci. Traffici che secondo gli esperti Onu si possono riassumere «nell’affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco», la cooperazione «con altri trafficanti di migranti come Mohammed Kachlaf che, secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere operazioni illecite».
Kachlaf, leader della famigerata brigata Al-Nasr, è a sua volta soggetto alle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu per traffico di esseri umani ed è ritenuto il vero padrone del centro di detenzione di Zawyah, dove hanno sporadico accesso gli osservatori Onu.
Le autorità del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, assicuravano nelle scorse settimane che Bija era stato reso «inoffensivo».
In realtà sarebbe più in sella che mai. Diverse foto circolate in Libia ritraggono Bija mentre festeggia le vittorie sul campo insieme ad altri miliziani. È riconoscibile per la mano destra menomata dall’esplosione di una granata.
(da “Avvenire”)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
LO SCOOP DI “AVVENIRE”, IL CAPO DEI TRAFFICANTI CHE PIGLIA IL PIZZO PER NON INTERCETTARLI CON LA “SUA” GUARDIA COSTIERA CHE L’ITALIA PAGA… RICERCATO A LIVELLO INTERNAZIONALE, ENTRA IN ITALIA SENZA ESSERE REGISTRATO CON UN LASCIAPASSARE ACCOMPAGNATO DA FUNZIONARI DEL VIMINALE
Il giornalista di Avvenire Nello Scavo ha scoperto grazie a una fonte anonima che uno dei
più violenti trafficanti di essere umani della Libia ha partecipato a un incontro riservato che si è svolto in Italia il 27 maggio del 2017 al Cara di Mineo, vicino a Catania. Abd al-Rahman al-Milad — noto col soprannome di Bija — è stato accusato di essere il capo di una cupola di stampo mafioso nel suo paese d’origine.
Un video del Times pubblicato a febbraio del 2017 lo ritrae mentre è intento a frustrare alcuni migranti soccorsi al largo delle coste libiche.
L’incontro
Scavo scrive che durante l’incontro, al quale hanno partecipato anche delegati nordafricani di alcune organizzazioni internazionali, l’Italia avrebbe negoziato con le autorità libiche il blocco dei migranti e dei profughi, e che Bija era stato presentato come “uno dei comandanti della Guardia costiera libica”.
Il giornalista specifica che di lui non c’è traccia nel registro degli ingressi, ma aveva ottenuto un lasciapassare per studiare il funzionamento del Cara — chiuso nel luglio scorso — ed era arrivato sul posto “accompagnato” dalle autorità italiane. Con lui c’erano altri cinque libici, di cui una donna.
Bija non ha aperto bocca, ma gli altri della presunta delegazione hanno fatto molte domande sul centro e hanno proposto di realizzare qualcosa di simile in Libia, a carico dell’Italia: così, hanno detto secondo l’inchiesta, si sarebbe potuto risparmiare denaro e problemi.
Non si sa molto altro dell’incontro: Avvenire ha ottenuto e pubblicato alcune foto ma ha reso irriconoscibili — per questioni di privacy — i volti degli altri funzionari presenti, mentre Scavo non ha fornito altre informazioni su Bija e i suoi spostamenti.
Alcune settimane dopo quell’incontro, la giornalista Francesca Mannocchi e Associated Press avevano però scritto che il governo italiano — allora era presieduto da Matteo Renzi — aveva effettivamente stretto un patto con le milizie che controllavano il traffico di esseri umani. L’esecutivo aveva smentito la notizia.
A pochi giorni di distanza era arrivato anche un report del Consiglio di sicurezza dell’Onu in cui si chiedeva il congelamento dei beni di Bija e l’imposizione di un provvedimento restrittivo nei suoi confronti che gli avrebbe impedito di lasciare la Libia. Nel testo, che Scavo riporta in parte, si leggeva: “Abd al-Rahman Milad e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco”.
Le responsabilità del governo italiano
Scavo scrive che è impossibile che le autorità italiane non sapessero chi è Bija, in quanto personaggio molto conosciuto nel giro libico (inoltre nei mesi precedenti era salito alla ribalta della cronaca per i soprusi che aveva commesso, e in più c’era stato il già citato video del Times).
Nancy Porsia, una giornalista freelance esperta di Libia, aveva per esempio ricostruito la storia di Bija in un articolo per Trt World, scrivendo che i trafficanti libici erano costretti a corrispondergli una somma forzata, assimilabile al pizzo mafioso. Chi non lo faceva veniva punito. “[I trafficanti] vengono intercettati dalla sua ‘guardia costiera’ che ruba loro i motori e lascia le barche piene di migranti in mezzo al mare, oppure li riporta nel centro di detenzione Al Nasser di Zawiyah, sempre di proprietà della tribù di al Bija”.
Diversi giornali e associazioni internazionali sostengono da tempo che l’Italia abbia stretto accordi anche coi trafficanti libici per interrompere i flussi di migranti.
Il 30 agosto 2017 Associated Press ha scritto che l’Italia aveva stretto un accordo con due potenti milizie libiche coinvolte nel traffico di essere umani.
Circa un mese dopo in un articolo d’opinione pubblicato sul New York Times si leggeva: “…è difficile pensare che i fondi europei per limitare l’immigrazione non abbiano raggiunto questi gruppi”.
(da Whired)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
INCREDIBILE: IL FAMIGERATO BIJA, UNO DEI CAPI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, DEFINITO DALL’ONU “UN TRAFFICANTE CRIMINALE”, E’ STATO INVITATO IN ITALIA COME ESPERTO PER RIDURRE LE PARTENZE
Quando il minibus coi vetri oscurati entra nel Cara di Mineo, solo in pochi conoscono la
composizione della misteriosa delegazione da Tripoli.
È l’11 maggio 2017. L’Italia sta negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti. Oggi sappiamo che quel giorno, senza lasciare traccia nei registri d’ingresso, alla riunione partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija.
Le numerose immagini ottenute da Avvenire attraverso una fonte ufficiale, documentano quella mattinata rimasta nel segreto.
Accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti.
Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite.
All’incontro, partecipavano anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignari di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle peggiori violazioni dei diritti umani.
Non deve essere un caso se, pochi giorni dopo, le Nazioni Unite in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza denunciavano: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco».
Si chiede il congelamento dei beni e il divieto di viaggio di Bija al di fuori della Libia. Nel dossier quel nome viene citato per sei volte: «È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera. Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf».
Questi erano a capo della “Petroleum Facilities Guard”, controllavano la locale raffineria disponendo di una milizia di almeno duemila uomini.
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno.
Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali. Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone.
Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita.
Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija».
Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani. Numerose e ininterrotte da anni sono le inchieste di Francesca Mannocchi per l’Espresso e svariati altri media, di Sergio Scandura per Radio Radicale, oltre che di alcune tra le principali testate del mondo.
Nonostante la grande mole di informazioni, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come «uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia», racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo.
Quel giorno però accade un imprevisto. Un migrante libico ospitato nel Cara finisce per errore nei pressi del prefabbricato dove erano attesi Bija, alcuni delegati del premier Serraj e del Ministero dell’Interno tripolino. Quando dal minibus di una azienda di servizi turistici della provincia di Catania sbarcano i libici (almeno sei), l’immigrato si allontana spaventato: «Mafia Libia, Mafia Libia», dice in italiano.
Le immagini che oggi pubblichiamo parzialmente per proteggere l’identità di diversi funzionari italiani presenti a vario titolo, mostrano Abdou Rahman seduto accanto a due suoi connazionali, un uomo e una donna.
Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto di intervenire.
I libici fanno domande precise: «Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo».
Poi, racconta la fonte di Avvenire, in modo neanche troppo diplomatico «fanno capire che in fondo il “modello Mineo” si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi».
Da lì a poco parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano.
In realtà , ha spiegato l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci nel corso di uno speciale mandato in onda dopo essersi recato di persona a Zawyah per intervistare proprio Bija appena dopo il viaggio in Sicilia, «è come se giocassero a guardie e ladri, ma in salsa libica: con i ruoli degli uni e degli altri che si invertono di continuo a seconda delle convenienze».
La trattativa deve essere andata a vantaggio dei trafficanti, se Bija è ancora in servizio. E anche i governi che si sono susseguiti hanno continuato a sostenere indirettamente ma consapevolmente le attività dei boss libici.
Diversi testimoni in indagini penali «hanno dichiarato — si legge nei report dell’Onu — di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portati al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture».
Queste informazioni hanno avuto un inatteso riscontro proprio nei giorni scorsi. Mentre gli investigatori di Agrigento e Palermo indagavano per arrestate i tre presunti torturatori camuffati tra i migranti dell’hotspot di Messina, alcune delle vittime hanno raccontato che a decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra».
Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui».
Quando gli chiedono se qualche volta avesse sentito il suo vero nome, il migrante risponde con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman».
(da “Avvenire”)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
CON MINNITI MINISTRO FU INVITATO IL BOSS BIJA A UN CONVEGNO AL CARA DI MINEO CON FUNZIONARI DEL VIMINALE… E’ QUESTO IL MODELLO CHE RIVENDICA LA MINISTRA LAMORGESE?
Era l′11 maggio 2017, l’Italia stava discutendo con la Libia per arrivare a un accordo con il quale bloccare il flusso dei migranti verso l’Italia e, al Cara di Mineo, senza lasciare traccia, entrava il boss dei trafficanti libici, il famigerato Bija. Per trattare con gli 007 italiani. Lo racconta l’Avvenire, che parla di una trattativa segreta avvenuta nel centro di permanenza dei migranti, e riporta le foto dell’incontro.
A quel tavolo, insieme con Abd al-Rahman al-Milad, questo il vero nome del trafficante, oltre a rappresentanti dell’Italia, c’erano anche altre persone.
Il quotidiano dei vescovi spiega
(erano presenti) “Anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignare di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle violazioni dei diritti umani.
Che l’Italia non sapesse chi aveva varcato le soglie del Cara di Mineo è molto diffiicile. Il nome di Bija non era ignoto, e i suoi crimini erano conosciuti. Nonostante ciò fu presentato come “uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia:
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno. Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche.
Qualche giorno dopo la strana trasferta in Italia, anche le Nazioni Unite si occuparono di lui, in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza.
Della presenza di Bija al Cara di Mineo si accorse anche uno dei migranti che era ospite della struttura. Per caso capitò nell’area dove si teneva l’incontro e, riconosciuto il trafficante, si allontanò spaventato dicendo : “Mafia Libia, mafia Libia”.
Ma cosa fece il boss in durante l’incontro? L’Avvenire ricostruisce:
Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto (della Libia, ndr) di intervenire
Dopo la rivelazione del quotidiano parte la polemica.
Matteo Orfini ha commentato la vicenda su Twitter: “Ricordate quando tutti accusavano le ong di trattare coi trafficanti libici? Non solo non era vero, ma un’inchiesta di Nello Scavo oggi dimostra che a farlo davvero erano i servizi italiani. Una vergogna che rende ancora più urgente l’istituzione di una commissione d’inchiesta”, si legge nel post.
La straordinaria inchiesta di Nello Scavo pubblicata oggi sul quotidiano avvenire rivela uno scenario tanto clamoroso quanto grave. La collaborazione che emerge tra il nostro governo e uno dei peggiori esponenti di quella criminalità libica che in questi anni è alla testa di una organizzazione dedita tanto al traffico di esseri umani che alla loro cattura, responsabile di torture e violenze indicibili, è assolutamente scandalosa”, ha affermato Nicola Fratoianni.
“Ciò che abbiamo sempre denunciato rispetto alla cosiddetta “guardia costiera libica” si conferma ancora una volta. – Prosegue il parlamentare di leu – e si conferma la necessità di chiudere la pagina vergognosa degli accordi con la libia, in particolare in tema di politiche migratorie e di sostegno alla cosiddetta ‘Guardia costiera libica’”.
Il parlamentare chiede l’intervento del governo: “Per questo oltre a presentare nelle prossime ore ogni strumento di indagine parlamentare per chiedere al governo di fare luce sui fatti riportati nell’inchiesta di avvenire, torniamo a porre la necessità , a questo punto non rinviabile di istituire una commissione di inchiesta parlamentare su tutte le vicende che circondano questa vergognosa pagina della nostra storia recente”.
Luca Casarini, invece, si rivolge direttamente alla titolare del Viminale: “Ministra Lamorgese, sicura che vuole proseguire sulla strada tracciata da Minniti? Ha capito chi fa il “buon lavoro” in Libia? Aprirà un’inchiesta per capire il ruolo dei suoi funzionari? Il codice di condotta lo scriviamo noi perchè lo rispettino i governi”, scrive su Twitter il capo missione di Mediterranea.
(da “Huffingtonpost“)
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