Febbraio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
INCHIESTA DEI ROS, 22 ARRESTI PER MAFIA
Capimafia e boss della Stidda sono coinvolti nell’inchiesta della Dda di Palermo che oggi ha
portato a 22 fermi. L’indagine colpisce le famiglie mafiose agrigentine e trapanesi ed è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara, Claudio Camilleri e Gianluca De Leo.
L’inchiesta riguarda anche un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio, e un avvocato
Gli indagati rispondono a vario titolo di mafia, estorsione, favoreggiamento aggravato.
La Stidda si ricompatta attorno boss ergastolano in semilibertà . È emerso dall’inchiesta del Ros che nel mandamento mafioso di Canicattì la Stidda è tornata a riorganizzarsi e ricompattarsi attorno alle figure di due ergastolani riusciti a ottenere la semilibertà .
In particolare uno dei capimafia, indicato come il mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio e rivitalizzare la Stidda che sembrava ormai sconfitta.
Dopo aver scontato 25 anni per l’assassinio del giovane magistrato, trucidato il 21 settembre del 1990 e da poco proclamato Beato da Papa Francesco, il boss Antonio Gallea è stato ammesso alla semilibertà dal tribunale di sorveglianza di Napoli il 21 gennaio del 2015 perchè ha mostrato la volontà di collaborare con la giustizia.
L’altro capomafia attorno al quale la Stidda si sarebbe andata ricompattando ha scontato 26 anni ed è stato ammesso al beneficio della semilibertà il 6 settembre del 2017 e autorizzato dal tribunale di Sassari a lavorare fuori dal carcere.
Anche lui avrebbe mostrato l’intenzione di aiutare gli investigatori. Una “collaborazione” che la giurisprudenza definisce “impossibile”, in quanto entrambi hanno parlato di fatti già noti alla magistratura non apportando, dunque, contributi nuovi alle indagini, ma che ha consentito a tutti e due di beneficiare di premialità .
Dall’inchiesta è emerso che gli stiddari sono tornati a far concorrenza a Cosa Nostra, con la quale alla fine degli anni ’80 si erano fronteggiati in una guerra con decine di morti. Stavolta la “competizione” tra le due organizzazioni criminali non ha ancora visto spargimenti di sangue, anzi le due mafie si sarebbero spartite gli affari. Come quelli nel settore delle mediazioni nel mercato ortofrutticolo, uno dei pochi produttivi della provincia di Agrigento.
Dall’indagine viene fuori inoltre che gli stiddari avrebbero usato la loro forza intimidatoria per commettere estorsioni e danneggiamenti. Scoperto anche un progetto di omicidio di un commerciante e di un imprenditore, evitato grazie all’intervento degli investigatori. La Stidda – hanno scoperto i militari dell’Arma – poteva contare su un vero e proprio arsenale di armi.
Boss al 41bis si scambiavano messaggi.
Dall’inchiesta emerge anche che diversi capimafia, come il boss ergastolano agrigentino Giuseppe Falsone, sarebbero riusciti a parlare tra loro, a scambiarsi messaggi – nonostante fossero detenuti al carcere duro – e a far arrivare ordini all’esterno. In alcuni casi, secondo le indagini, grazie alla complicità di alcuni agenti di polizia penitenziaria addetti ai controlli dei carcerati al 41 bis, a volte riuscendo, per falle del sistema, a eludere la sorveglianza e a passare informazioni a gesti senza essere intercettati.
In particolare, dall’indagine è emerso che un agente in servizio nel carcere di Agrigento, durante un colloquio telefonico tra il boss ergastolano Giuseppe Falsone, ex capo della mafia agrigentina, e un’avvocata, fermata oggi con l’accusa di mafia, avrebbe consentito alla legale di portare in carcere lo smartphone e di usarlo rispondendo alle telefonate ricevute nel corso dell’incontro con Falsone.
Il boss, inoltre, sarebbe riuscito a inviare messaggi all’esterno, perchè in alcuni istituti di pena non viene controllata la corrispondenza tra i detenuti al 41 bis e i propri difensori. Sfruttando questo limite nella vigilanza Falsone, attraverso il suo avvocato, sarebbe riuscito a fare uscire dal carcere i messaggi che, in prima battuta, essendo destinati a terzi, erano stati censurati dal magistrato di sorveglianza.
L’indagine ha accertato inoltre che boss di Agrigento, Trapani e Gela, tutti detenuti nel carcere di Novara, sfruttando inefficienze nei controlli dialogavano tra loro riuscendo anche a saldare alleanze tra cosche di territori diversi.
Durante l’inchiesta, è stata anche intercettata una telefonata di un agente di polziia penitenziaria in servizio ad Agrigento all’avvocata indagata: i due avrebbero parlato di un assistito della legale, detenuto in cella per mafia. L’agente avrebbe informato la donna che il suo cliente l’indomani sarebbe stato spostato in aereo in un altro carcere.
Summit dei boss nello studio di un penalista.
Per 2 anni i capimafia di diverse province siciliane si sono riuniti nello studio di un’avvocata di Canicattì finita in cella oggi nel blitz dei carabinieri del Ros. La legale, difensore di diversi mafiosi, era la compagna di un imprenditore già condannato per associazione mafiosa. Il suo studio era stato scelto come base logistica dei clan perchè la legge limita le attività investigative negli uffici degli avvocati.
Gli inquirenti hanno accertato che la donna, Angela Porcello, compagna di un mafioso, aveva assunto un ruolo di vertice in Cosa nostra organizzando i summit, svolgendo il ruolo di consigliera, suggeritrice e ispiratrice di molte attività dei clan. Rassicurati dall’avvocato sulla impossibilità di effettuare intercettazioni nel suo studio, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, un ex fedelissimo del boss Bernardo Provenzano di Villabate (Pa) e il nuovo capo della Stidda si ritrovavano secondo le indagini nello studio, per discutere di affari e vicende legate a Cosa nostra.
Le centinaia di ore di intercettazione disposte dopo che, nel corso dell’inchiesta, i carabinieri hanno compreso la vera natura degli incontri, hanno consentito agli inquirenti di far luce sugli assetti dei clan, sulle dinamiche interne alle cosche e di coglierne in diretta, dalla viva voce di mafiosi di tutta la Sicilia, storie ed evoluzioni. Uno spaccato prezioso che ha portato all’identificazione di personaggi ignoti agli inquirenti e di boss antichi ancora operativi.
Comanda ancora Matteo Messina Denaro.
Matteo Messina Denaro, capomafia trapanese latitante da 28 anni, è ancora riconosciuto come l’unico boss cui spettano le decisioni su investiture o destituzioni dei vertici di Cosa nostra. Anche Messina Denaro è destinatario del provvedimento di fermo, che è stato emesso per 23 persone, ma eseguito solo nei confronti di 22, visto che il padrino trapanese resta latitante. Il ruolo del boss di Castelvetrano viene fuori nella vicenda relativa al tentativo di alcuni uomini d’onore di esautorare un boss dalla guida del mandamento di Canicattì. Dall’indagine emerge che per di realizzare il loro progetto i mafiosi avevano bisogno del beneplacito di Messina Denaro che continua, dunque, a decidere le sorti e gli equilibri di potere di Cosa nostra pur essendo da anni imprendibile.
Mafia in Sicilia e negli Usa ancora legate.
Non sono mai cessati gli storici rapporti tra la mafia siciliana e Cosa nostra americana scoperti già negli anni ’70 da Giovanni Falcone, il giudice ucciso a Capaci nel ’92. Dall’indagine è emerso che emissari statunitensi della “famiglia” dei Gambino di New York nei mesi scorsi sarebbero andati a Favara, nell’agrigentino, per proporre ai clan locali business comuni.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
I TERRORISTI SOVRANISTI ERANO RIUSCITI A ENTRARE NEL SUO UFFICIO AL CAMPIDOGLIO: “HO TEMUTO PER LA MIA VITA”
Il 6 gennaio scorso il mondo intero ha assistito alle immagini provenienti dagli Stati Uniti, dove un
gruppo di terroristi criminali (sostenitori del presidente uscente Donald Trump) ha assaltato il Campidoglio in segno di protesta contro il risultato delle elezioni.
L’episodio ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine e tante voci politiche si sono levate affinchè la protesta cessasse. Quel giorno i rivoltosi hanno fatto molti danni, ma ciò che fino a questo momento non si sapeva è che qualcuno ha anche rischiato un’aggressione sessuale.
Si tratta della deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez. In un video ha raccontato quei drammatici momenti in cui è scampata a una violenza sessuale.
Al pubblico di Instagram Alexandria Ocasio-Cortez ha raccontato la vicenda di cui è stata purtroppo protagonista il 6 gennaio, il giorno dell’assalto al Congresso.
I rivoltosi stavano distruggendo tutto al loro passaggio, li sentiva avvicinarsi, sentiva i loro colpi sui muri e si era nascosta nel bagno dell’ufficio. Da lì sentiva le loro voci: “Dov’è lei? Dov’è lei?” dicevano.
Tra le lacrime è tornata a quei terribili momenti: “Ho sentito che qualcuno era entrato nel mio ufficio”. Ed è stato lì che ha temuto il peggio: “Mi sono resa conto che era troppo tardi. Ho pensato di morire”.
Nascosta dietro la porta ha aspettato che quegli interminabili minuti passassero: “Ho visto un uomo bianco con un berretto nero”. Poi un membro dello staff è andato a prenderla e l’ha fatta uscire dal bagno, a rivolta finita.
Ocasio-Cortez ha spiegato di non aver superato quel trauma, quella paura: ha affermato di sentirsi ancora in pericolo, non al sicuro, come se l’episodio potesse ripetersi in ogni momento. Tra l’altro lei è latina e il fatto che tra i rivoltosi ci fossero molti suprematisti bianchi l’ha messa ancora di più in allarme.
Anche se si sta facendo forza la 31enne sa che per lei, come per tutte le vittime di violenza, questo momento è delicato e non tutti hanno la sensibilità per comprenderlo: “Le persone ci dicono di andare avanti, che non è un grosso problema, che dovremmo dimenticare quello che è successo, dicendoci persino che dovremmo scusarci. Queste sono le stesse tattiche che usano gli aggressori”
La deputata ha posto l’accento su ciò che subiscono le vittime dopo la violenza: non vengono aiutate, non vengono sostenute e nemmeno credute spesso. Questo accentua il loro dolore: il trauma non viene mai realmente interiorizzato e superato in questo modo, ma viene costantemente rivissuto. O peggio, si “giustifica” l’accaduto, si finge che non sia successo, si finisce col dar ragione a chi dice che non è nulla di grave.
Da questa esperienza la Ocasio-Cortez ha deciso di uscirne migliore e di mettersi al fianco delle vittime: “Non lascerò che accada di nuovo a me. Non lascerò che accada di nuovo alle altre persone”. La deputata democratica è molto sensibile al tema della violenza sulle donne e a quello della discriminazione di genere: la sua più che una battaglia politica o sociale è una battaglia culturale, per sradicare l’idea della supremazia dell’uomo purtroppo ancora così diffusa.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL METICCIO BILLY ATTENDE TUTTO IL GIORNO IL RITORNO DEL SUO PADRONE, RICOVERATO PER COVID… UN ESEMPIO DI “UMANITA'” IN UN MONDO INQUINATO DALL’EGOISMO
Bellissima storia da Pavia, dove da due mesi Billy, un meticcio di un paio d’anni, non vede più il suo padrone, ricoverato da novembre per il coronavirus.
E da due mesi Billy ogni mattina si piazza davanti alla porta della sua casa di Dorno, nel Pavese, aspettando che torni.
Impossibile spostarlo, se non alla sera quando a fatica i nipoti di Marco Maiolani, 55 anni volontario della Protezione civile, riescono a convincerlo ad entrare il casa.
Al mattino torna trascinando coperta e cuscino e si rimette in attesa.
“Mi manca molto. E’ una compagnia impagabile e insostituibile” spiega il suo padrone che, dopo aver trascorso un lungo periodo al San Matteo, anche in terapia intensiva, ora è stato trasferito all’istituto Maugeri per la riabilitazione.
“Ancora un po’ di pazienza – dice – e poi tornerò alla normalità . Non vedo l’ora di poter accarezzare il mio Billy”.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2021 Riccardo Fucile
L’EX INVIATO SPECIALE DELL’ITALIA IN SIRIA E MEDIO ORIENTE: PARLA IL DIPLOMATICO MARCO CARNELOS
Di fronte al principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman, in un gioco di lusinghe Renzi ha definito il Paese come la patria di un «neo-rinascimento». E il 31 gennaio, in un’intervista al Corriere della Sera, è andato addirittura oltre elevando Riad a «baluardo contro l’estremismo islamico».
Difficile pensare che il senatore non sia a conoscenza delle violazioni dei diritti umani, l’incarcerazione di attivisti e attiviste, e l’uccisione di un giornalista.
«Soltanto chi non conosce la politica estera ignora il fatto che stiamo parlando di uno dei nostri alleati più importanti» ha dichiarato Renzi.
Ma «la sensazione è che il primo a non conoscere la politica estera, e in particolare quella che caratterizza il Medio Oriente, sia proprio Renzi», commenta a Open Marco Carnelos, ex ambasciatore italiano in Iraq, e inviato speciale dell’ex ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per il processo di pace in Medio Oriente e in Siria.
«È vero — dice Carnelos — che l’Arabia Saudita è un partner importante dell’Italia ma non al punto da giustificare la piaggeria di cui Renzi ha dato prova. Non si può parlare di alleanza con l’attuale Arabia Saudita a meno che l’Italia non intenda assumere un atteggiamento bellicoso in Medio Oriente».
Dottor Carnelos, Renzi ha anche parlato dell’Arabia Saudita come di un baluardo contro l’estremismo islamico. Ma che cosa ci dicono gli ultimi 20-10 anni del ruolo regionale dell’Arabia Saudita proprio in merito al contrasto, o meno, del radicalismo islamico?
«Quando Renzi identifica l’Arabia Saudita come un baluardo contro l’estremismo islamico è evidente che non sappia di cosa stia parlando. Il Paese che negli ultimi 40 anni ha maggiormente sostenuto l’estremismo islamico è proprio l’Arabia Saudita, che ha sovvenzionato copiosamente il filone più estremista dell’Islam, quello wahabita che è nato in quel Paese circa tre secoli fa; quello che, per intenderci, ha originato Al Qaeda, l’11 settembre e ISIS».
Pochi giorni fa l’Italia ha bloccato la vendita di armi ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi in particolare alla luce della guerra nello Yemen. Qual è l’azione saudita nel Paese?
«L’Arabia Saudita ha intensificato lo conflitto nello Yemen tentando di imporre un’irrealistica soluzione militare e determinando un’immane catastrofe umanitaria ed esponendo se stessa ed i suoi alleati a probabili crimini di guerra. La decisione italiana sull’embargo sulle armi — adottata anche dall’Amministrazione Biden — va inquadrata anche in questo contesto».
Renzi ha parlato di neo-rinascimento. Perchè elogia il piano Vision 2030, e cosa prevede veramente?
«Il piano 2030 sulla carta sembra piuttosto attraente in materia di riforme, ma il giudizio sulla monarchia saudita deve fondarsi sui fatti e non sulle visioni proiettate verso il futuro. Sotto la gestione de facto del principe ereditario Mohammed bin Salman abbiamo avuto il conflitto fratricida nello Yemen ancora in corso, il sequestro del Primo Ministro libanese Saad Hariri, l’uccisione truculenta del giornalista Jamal Kashoggi, il sequestro a fini intimidatori ed estorsivo di decine di membri della famiglia reale saudita e la crisi nell’ambito del Consiglio di Cooperazione del Golfo con il fallito tentativo di isolare il Qatar. Ho qualche difficoltà a riconciliare questa condotta con un atteggiamento Rinascimentale. Mi domando chi sia il consigliere di politica estera di Renzi, se fossi in lui lo cambierei».
Pochi giorni fa anche Macron ha invitato l’Europa a includere l’Arabia Saudita nell’accordo sul nucleare iraniano. Perchè questo “avvicinamento”, sia d parte di Macron, che di Renzi, a Riad?
«Un conto è tenere in conto l’opinione dell’Arabia Saudita sul programma nucleare iraniano ben diverso è conferire a quest’ultima un diritto di veto sulla possibilità di ritornare al rispetto dell’accordo nucleare JCPOA siglato nel 2015 che, credo, sia nell’interesse di tutti coloro che ambiscano ad una de-escalation della tensione. La presa di posizione di Macron, che in altre circostanze ha dato prova buon senso, è francamente stupefacente, specialmente quando ha di recente scimmiottato la posizione (assurda) dell’Amministrazione Biden secondo cui è l’Iran che deve tornare a rispettare il JCPOA quando è risaputo che il primo Paese ad aver violato platealmente l’accordo sono stati gli Stati Uniti con il Presidente Trump nel 2018 e quindi sarebbero quelli che dovrebbero fare il primo passo».
Oltre alla componente economica, quali interessi ci sono secondo lei dietro alle affermazioni di Renzi?
«Non saprei proprio. Azzarderei che Renzi si sia iscritto a quel gruppo di Paesi che vede negli Accordi di Abramo, nella liquidazione della questione palestinese e in un atteggiamento bellicoso verso l’Iran la soluzione delle tensioni in Medio Oriente. Per quanto gli accordi di Abramo siano uno sviluppo interessante, a me francamente sembra che il resto del percorso sia alquanto pericoloso e rischi di provocare un’escalation potenzialmente incontrollabile. Non c’è pace senza giustizia e la condizione dei palestinesi è tutto fuorchè giustizia».
Come diplomatico, e inviato speciale in zone guerre, come vede la posizione di Renzi verso un regime repressivo e la sua totale assenza di un discorso sullo stato di diritto?
«Renzi non è il primo è non sarà nemmeno l’ultimo ad adottare un doppio standard in materia di relazioni internazionali. È purtroppo una prassi ampiamente in voga, specialmente tra i paesi occidentali che predicano bene ma sovente razzolano malissimo. La politica internazionale è ancora dominata dalla realpolitik. Ma anche quest’ultima va condotta con un minimo di accortezza e di decenza e credo che, in questa circostanza, siano entrambe venute meno».
Può l’Italia fare a meno dell’Arabia Saudita?
«Certamente no. Il Paese è il maggior produttore di greggio al mondo e un significativo mercato per il nostro export ma un conto è intrattenere relazioni economico-commerciale un altro è appiattirsi in modo imbarazzante verso l’interlocutore».
(da Open)
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Febbraio 1st, 2021 Riccardo Fucile
LA SUA FAMIGLIA EBREA ERA STATA NASCOSTA DAGLI ABITANTI DI CHAMBON-SIR-LIGNON, IN FRANCIA
Un gesto di riconoscenza nei confronti del villaggio francese che aveva salvato lui e la sua famiglia
dalle persecuzioni naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. Eric Schwam, ebreo austriaco morto all’età di 90 anni lo scorso Natale, ha inserito nel suo testamento la piccola cittadina di Chambon-sur-Lignon, nell’alta Loira, destinando una somma che sarebbe stata quantificata in circa 2 milioni di euro.
Gli abitanti della località francese divennero famosi durante il conflitto per aver concesso rifugio a oltre 2500 ebrei in fuga dal regime nazista.
”È una grande somma per il paese”, ha detto il sindaco Jean-Michel Eyraud, rifiutandosi di specificare l’importo poichè il testamento è ancora in fase di analisi. Il suo predecessore, però, aveva detto a un sito web locale di aver incontrato Schwam e sua moglie due volte per parlare della donazione, quantificandola in circa due milioni.
L’uomo e la sua famiglia arrivarono a Chambon-sur-Lignon nel 1943 e rimasero nascosti in una scuola per tutta la durata del conflitto, trattenendosi poi nel paese fino al 1950.
Il primo cittadino ha riferito che l’uomo aveva chiesto che la donazione venisse usata per iniziative educative e dedicate ai giovani, in particolare per l’assegnazione di borse di studio.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 1st, 2021 Riccardo Fucile
UN EX SOSTENITORE DI TRUMP PORGE LE SCUSE AL GIORNALISTA DELLA CNN PER AVER CREDUTO A UNA PALESE BUFALA CHE CIRCOLAVA ONLINE
La teoria della Cospirazione ha toccato vette inarrivabili.
A svelarle è stato il giornalista e anchorman della Cnn Anderson Cooper che ha realizzato un’inchiesta per scavare all’interno di Qanon: quel folto gruppo di complottisti che sostenevano (e sostengono, anche se ora meno rumorosamente) Donald Trump citando improbabili teorie avverse per mettere fuori gioco l’ex Presidente degli Stati Uniti.
Una community nata sul web seguendo tesi irreali, come quelle che hanno portato alle scuse sostenitore Qanon allo stesso giornalista della Cnn.
«Ai tempi credevi che Democratici di alto livello e celebrità adorassero Satana e bevessero il sangue dei bambini?», chiede Anderson Cooper rivolgendosi a un ex sostenitore della teoria della Cospirazione denominata QAnon. E la risposta lascia allibiti.
«Anderson, pensavo che tu lo facessi e per questo, ora, vorrei chiederti scusa — ha risposto l’ex sostenitore di QAnon pentito -. Mi scuso per aver pensato che tu mangiassi (quindi non solo il riferimento al sangue, ndr) i bambini».
Lo stesso giornalista, sorpreso, chiede all’uomo in collegamento streaming di ripetere quanto appena detto. E lui conferma quella sua versione dei fatti. Insomma, all’interno del circolo magico di QAnon, erano state messe in circolo assurde fake news. E la conferma arriva poco dopo.
Oltre alle scuse l’uomo spiega che tipo di informazioni circolavano all’interno della loro rete cospirazionista: «Credo che fosse perchè Q ti aveva nominato e lo avesse fatto molto tempo fa. Poi ha parlato anche della tua famiglia. Sarò sincero — prosegue -: in realtà la gente ne parla ancora oggi».
E pensare che questa sembra essere la cosa più banale all’interno di quel mondo artefatto che mira a creare realtà parallele: il mondo di QAnon.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2021 Riccardo Fucile
“SE SI LIMITA A CHIEDERE CAMBIAMENTI ALLA GIUSTIZIA E AL LAVORO SI PUO’ FARE, SE OLTREPASSA QUEL LIMITE CI SONO LE URNE”
«Solo Renzi sa cosa ha in testa Matteo Renzi». Un deputato, poi un altro, un senatore e un portavoce: gli uomini di Italia viva, alla domanda sul punto di caduta del senatore di Rignano, rispondono tutti con la stessa frase. Infarcendola, ovviamente, con le motivazioni già note, dalle difficoltà del mondo scuola agli investimenti del Recovery Plan. Eppure, dietro alle lotte sui macrotemi, ci sono delle richieste concrete che Renzi sta avanzando, più o meno tacitamente, e dalle quali dipenderà la permanenza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi
La questione Domenico Arcuri è la più ostica, il vero snodo della partita di Renzi. «Non si tratta di Arcuri in sè, ma di un singolo individuo su cui si è accentrato un potere immenso», spiegano fonti di Italia viva. Ogni investimento pubblico fatto per la pandemia di Coronavirus passa dalle mani del Commissario per l’emergenza: terapie intensive, mascherine e adesso vaccini. «Credo che Renzi, e faccia bene, voglia che questo enorme potere sia suddiviso tra più persone, così è più facile che si limiti da solo. La diarchia Conte-Arcuri era diventata troppo pericolosa per la trasparenza della cosa pubblica».
Parole dure, ma altrettanto resistente sarà la barricata di Conte: cedere sull’uomo al quale ha affidato la gestione della pandemia e così esposto mediaticamente vorrebbe dire delegittimare le scelte più importanti fatte da Palazzo Chigi nell’ultimo anno. La richiesta di togliere ad Arcuri le competenze sui vaccini non dovrebbe essere accolta dalla controparte. Così come la poltrona del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel bersaglio di Italia viva, sarebbe fuori discussione: «Per il bene del Paese alcune persone devono restare e faccio riferimento al ministro dell’Economia», l’ha blindato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.
Nelle dichiarazioni di Renzi, non manca mai un attacco alla gestione del rapporto scuole-pandemia. Anche su questo punto, però, la trattativa non si schioda ed è difficile che il dicastero sarà affidato a un renziano. Sono due i temi, invece, sui quali Renzi sta davvero vincendo la partita: la giustizia, e qui Italia viva è supportata anche dal Pd che chiede la fine della linea giustizialista di Alfonso Bonafede, e il lavoro. Nessuna delle forze di maggioranza sembra disposta a immolarsi per difendere l’operato della ministra Nunzia Catalfo. Il suo dicastero, inoltre, è una buona contropartita per la trattativa in corso, data la centralità del Lavoro in alcune voci di spesa del Recovery Plan.
«Se Renzi si limita a queste due richieste, la quadra si può trovare», afferma a Open un membro della direzione del Pd. «Sul Mes, invece, deve fermarsi: è un tema identitario dei 5 stelle». Il punto di incontro, qui, potrebbe essere raggiunto aumentando le risorse per la sanità previste nel Pnnr. «La pazienza negli altri partiti è arrivata al limite e stiamo rischiando grosse spaccature interne pur di dare una seconda chance a Italia viva — conclude il Dem — . Se Renzi continua a tirare la fune la situazione degenererà e l’unica alternativa al caos istituzionale resteranno le urne».
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2021 Riccardo Fucile
DIETRO IL PRESSING RENZIANO CONTRO IL MINISTRO DELL’ECONOMIA INTERESSI MILIARDARI DEI GRUPPI ECONOMICI
L’ultimo a fare quadrato intorno al suo nome è il segretario del Pd Nicola Zingaretti: “Queste sono
proprio cose che non vanno neanche ripetute perchè diventano una notizia”.
Le “cose” sono le voci, sempre più insistenti, che vogliono Roberto Gualtieri fuori dal ministero dell’Economia. Per volontà dei renziani.
Ettore Rosato, il presidente di Italia Viva, prova a spostare l’asse della questione e usa il metodo già adottato per Giuseppe Conte: “Nessun veto nei confronti di nessuno”, il tema è la “discontinuità nella linea politica rispetto al passato”.
Ma il recinto costruito intorno a Gualtieri (appena domenica dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi) e il toto-nomi del successore (in testa Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della Bce) sono lì a dire che la questione c’è ed è caldissima.
Il Tesoro è custode di un bottino, anche politico, molto ambito. Dentro ci sono le nomine e il Recovery Fund.
Prescindendo dal ruolo strutturale che il ministero dell’Economia ha assunto con maggior vigore negli ultimi anni – tenere a freno ministri e partiti da impeti di spesa ingenti – la poltrona di via XX settembre è cruciale anche per la gestione della pandemia.
Un extra deficit di 108 miliardi nel 2020 e un nuovo scostamento di bilancio da 32 miliardi a gennaio di quest’anno hanno allargato a dismisura il perimetro dei soldi da iniettare nel Paese. Passano da queste risorse e dalle misure che le contengono passaggi cruciali della gestione economia e politica della crisi che è scoppiata con il virus.
Misure come la cassa integrazione, gli aiuti alle imprese, il potenziamento degli ospedali, ancora i soldi per la scuola e per i trasporti, hanno nel Tesoro un passaggio obbligato e determinante.
Se una fetta degli interventi del Governo è finita sotto il cappello della struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, un’altra altrettanto decisiva è in capo al Mef. Politicamente parlando. Perchè a livello economico non si muove soldo senza il via libera della Ragioneria generale dello Stato, il controllore dei conti.
La strategia economica anti Covid va ora aggiornata. Bisogna capire fino a quando allungare la cassa integrazione, come prorogare lo sblocco dei licenziamenti, più in generale settare la macchina degli aiuti.
E poi ci sono questioni che il virus ha portato alla luce e che hanno bisogno di risposte altrettanto pesanti: il destino del reddito di cittadinanza, quello di quota 100, la necessità di tirare su una riforma degli ammortizzatori sociali e delle pensioni. Un mix tra misure ancora emergenziali e interventi strutturali che mette il Mef al centro della partita.
Ma essere ministro dell’Economia oggi, con una pandemia che impone di pensare già al dopo, non è solo questo. Si apre qui un’altra finestra, che allarga ancora di più il perimetro delle competenze e delle responsabilità (quindi anche del peso politico): il Recovery plan.
È al Tesoro che sono arrivati i contenuti e i numeri dai diversi ministeri per tirare su il piano italiano da 209 miliardi (poi cresciuto a 222 miliardi con l’aggiunta dei soldi del Fondo per lo sviluppo e la coesione).
È qui che è stato fatto un lavoro di incastro e di aggiustamento che è risultato determinante per far corrispondere le sei missioni, con annessi contenuti, ai parametri europei. E qui, soprattutto, che si sono rifatti i conti quando Matteo Renzi ha di fatto aperto la crisi, proprio sul Recovery, lamentando carenze – anche di risorse – sulla sanità e su altri temi.
Fu Gualtieri, insieme al ministro per il Sud Giuseppe Provenzano e a quello per gli Affari europei Enzo Amendola, a tirare dentro i soldi del Fondo per il Mezzogiorno in modo da ampliare la torta delle risorse e dare spazio alle richieste dei renziani.
Come l’aumento della quota degli investimenti e il taglio di quella destinata ai bonus, ma anche più soldi per la sanità e per l’agricoltura.
Tra l’altro per blindare Gualtieri, Bonomi ha tirato in ballo proprio il ruolo determinante del ministro nell’aggiustare il tiro del Recovery, in questo caso in favore delle imprese (“Quel che portiamo a casa con il Recovery Fund è merito del ministro Gualtieri”).
E sempre al Tesoro è legato il passaggio successivo e altrettanto cruciale del Recovery: chi gestirà i soldi che arriveranno dall’Europa.
Il tema della governance – anch’esso tra le cause della crisi di Governo – è stato annacquato, meglio cancellato, proprio da Giuseppe Conte per provare a contenere le critiche di Renzi.
Ma l’ultima bozza del piano italiano, depurata dalla questione che ha generato discordia e veleni dentro all’esecutivo, ha solo rimandato il problema. E l’assetto iniziale faceva del Tesoro, insieme a palazzo Chigi e al ministero dello Sviluppo economico, uno dei perni del triumvirato a cui affidare la guida della macchina con i soldi.
L’altro grande bottino del Tesoro sono le nomine. Anche qui Renzi vuole toccare palla e il Mef, azionista di riferimento di molte società , è fondamentale nell’indicazione dei nuovi vertici. A iniziare da quelli della Cassa depositi e prestiti, che scadono in primavera, e quelli della Rai, che andranno rinnovati in estate. Tutte le nomine implicano trattative, accordi, tradimenti, compromessi.
Anche la prossima tornata da circa 500 nomine pubbliche tra posti nei consigli di amministrazione e collegi sindacali non farà eccezione. Non è la tornata della primavera dell’anno scorso, quando toccò alle poltrone più ambite: Eni, Enel, Leonardo e Poste. Ma non per questo, la nuova tranche sarà meno ambita. Il tema – tra l’altro – riguarda tutti, Conte come Renzi.
Nel risiko delle nomine contano palazzo Chigi, il Tesoro e gli equilibri di maggioranza. In questa operazione, Renzi ha potuto giocare in attacco perchè un giro di nomine importanti fu fatto proprio quando era premier. E la scorsa primavera, al netto del suo peso politico più ridotto, riuscì a incassare parecchio. Era il 20 aprile 2020
Scorrendo la lista di quella tornata, Renzi ottenne la conferma di Claudio Descalzi ad Eni, di Francesco Starace ad Enel e di Matteo Del Fante a Poste. E poi altri posti strategici dentro Leonardo e Terna.
Pochi mesi prima, a gennaio, il ritorno di Ernesto Maria Ruffini all’Agenzia delle Entrate. Lo scoppio della pandemia impose un effetto freezer su gran parte delle nomine, ma questo non riduce il ruolo giocato da Renzi nella partita.
Nei mesi a venire si apre un nuovo round. Come si diceva, Cdp e Rai su tutte le altre partite. Alla Cassa scade il mandato di Fabrizio Palermo.
Da settimane si rincorrono voci di un cambio per opera di Conte, che preferirebbe al suo posto Arcuri. Ma il commissario per l’emergenza Covid è impegnato su più fronti, la campagna vaccinale in primavera sarà in pieno fermento. Toto-nomi a parte, è la casella a essere ambitissima.
E il ministro dell’Economia dice eccome la sua dato che l′82,77% di Cdp è proprio del Tesoro. Tra l’altro guidare la Cassa significa guidare la Ferrari del Paese. Ha in mano le partite industriali più calde: Autostrade, Borsa Italiana, la rete unica, Nexi-Sia per i pagamenti digitali. Attraverso il Fondo Patrimonio Rilancio gestirà 44 miliardi di soldi pubblici destinate alle imprese.
L’altra partita clou è la Rai. E poi c’è una miriade di altre partite che impattano su temi altrettanto cruciali. Nel piano 2016-2020 di Anas ci sono 36 miliardi di investimenti: i vertici di questa società rappresentano posti cruciali nel determinare le politiche dei prossimi anni in materie di opere pubbliche stradali.
Altro aspetto, molto importante per i renziani: nella lista dei commissari per la realizzazione o lo sblocco delle opere c’è una sfilza di nomi targati Anas. Ancora le partite di Invimit (la società al 100% del Tesoro che si occupa delle operazoni sul patrimonio immobiliare pubblico), di Sogei, il big dell’informatica, le controllate di Eni tra cui la petrolifera Snam.
Il bottino del Tesoro cresce a dismisura.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 1st, 2021 Riccardo Fucile
LO SCONCIO: VA IN DIRETTA IN DUE PROGRAMMI SU TRE DI INTRATTENIMENTO NELLO STESSO GIORNO, DI DOMENICA SERA E SENZA CONTRADDITTORIO
Dal salotto di Barbara d’Urso (in collegamento video) a quello di Massimo Giletti (al telefono). Chi
era sintonizzato su Canale 5 poco prima delle 22 ha potuto assistere all’ennesimo comizio di Matteo Salvini “intervistato” dalla regina di Canale 5 su “Live, non è la d’Urso”.
Se durante la pubblicità avete poi cambiato canale e siete finiti su La7, magari sarete incappati nell’intervento telefonico — sempre di Matteo Salvini — nello studio dell’amico Massimo a “Non è l’Arena”.
Sarà perchè attratto dai due nomi di programmi negazioni di loro stessi (“Non è la D’Urso, Non è l’Arena”. I più maliziosi darebbero una definizione anche per Salvini iniziando con un “Non è…”), ma i due programmi se lo contendono spesso la domenica sera.
Il primo perchè della rete amica (di Silvio Berlusconi), che da tempo ha sposato la linea sovranista e populista, e quindi salviniana.
Il secondo perchè a condurre è Massimo Giletti, con cui li lega un’amicizia datata. Basta ricordare che quando il conduttore era in Rai (con il programma quasi omonimo “L’Arena”), e Matteo Salvini aveva percentuali di consenso bassissime, a lanciarlo e a invitarlo in studio a esibire felponi con tanto di nomi di città era proprio Massimo Giletti. L’unico tra i programmi di intrattenimento giornalistico della domenica sera che non lo desidera come ospite è invece Fabio Fazio su Rai Tre con “Che tempo che fa”.
Insomma, ieri sera il senatore della Lega ed ex ministro dell’Interno è stato ospite di Barbara D’Urso. In collegamento ha parlato di elezioni, chiedendo che si possa tornare alle urne per la Pasqua (quest’anno cadrà di domenica 4 aprile), dicendo no all’ipotesi di un governo guidato da Mario Draghi, perchè: “La stima per lui c’è, ma non per i parlamentari”.
Ha poi attaccato la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina per i famosi banchi a rotelle, e altre varie così. Quindi ha salutato Barbara e — sotto consiglio della Bestia — ha cambiato canale. In quello momento su La7 c’era il magistrato Luca Palamara, cacciato dall’Anm e radiato dal Csm, sotto indagine per corruzione.
Il magistrato era in studio da Giletti per promuovere il libro scritto a quattro mani con il direttore del Giornale Giovanni Sallusti, dal titolo “Il Sistema”.
E figurarsi se Giletti non ne avrebbe approfittato per mostrare le chat in cui Palamara scriveva “bisogna attaccare Salvini”. Proprio in quel momento chiama Salvini: lui si scusa pubblicamente con il leader della Lega, che lo assolve. Apparendo come l’uomo giusto pronto a perdonare. E voilà che Matteo Salvini entra nelle casi di milioni di italiani senza un contraddittorio.
(da agenzie)
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