Destra di Popolo.net

IERI PAKISTANO, OGGI SAUDITA: E’ LO SCHEMA RENZI

Gennaio 31st, 2021 Riccardo Fucile

UN ANNO FA A SCIARE IN PAKISTAN IN COMPAGNIA DI ZIA CHISHTI, CAPO DEL FONDO D’INVESTIMENTI SULL’INTELLIGENCE ARTIFICIALE, OGGI OSPITE DEL FONDO FINANZIARIO SAUDITA , SICURAMENTE CAMPIONI DELLA RIDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA… UN DESTABILIZZATORE PER CONTO TERZI

In principio fu il Pakistan. Se ci fosse ancora qualcuno capace di affermare che Renzi è uno sprovveduto, un giocatore d’azzardo, un improvvisato, non solo si sbaglia ma ha la memoria corta. Lo schema di gioco, in realtà , è sempre lo stesso. Un vero e proprio deja vu.
Puntualmente un anno fa, a febbraio, (ricordo l’episodio perchè ero ospite della trasmissione di Lilli Gruber dove fu commentato l’evento) aveva acceso la miccia deflagrante contro Bonafede, sulla prescrizione, ma anche allora era solo (o davvero) questo il motivo?
Lanciata la bomba, scappava in Pakistan a “sciare” sulla morbida “neve”, in compagnia dell’Investitore Zia Chishti, guarda caso con il board della società  con sede a Washington e che si interessa di intelligence artificiale applicata alle telecomunicazioni, oltre che con il top manager di Tim Federigo Rogoni
Ovvio che in Pakistan allietavano gli incontri il presidente della Repubblica, Il primo ministro e il capo dell’esercito a Islamabad.
In Italia si avvia la destabilizzazione (poi fermata da un imprevisto sovraumano e inimmaginabile: una pandemia) e lui inspiegabilmente si ritrova con capi di Stato e di Eserciti di regioni “calde” nello scacchiere internazionale; con vertici dei fondi di investimento in prodotti d’intelligence, manager di industrie italiane sempre delle telecomunicazioni, insomma cose che avrebbero dovuto far interrogare molti già  allora, ma poi ….la pandemia.
Ora Renzi, ancora una volta e nel pieno della stessa pandemia, apre una crisi dai risvolti inquietanti e cosi come un anno fa scappa, a Riyad, in Arabia Saudita, dove lo attende un gettone di 80.000 euro per i suoi servigi non solo da conferenziere…
In quella capitale dove è insediato uno dei regimi più sanguinari e spesso messo in relazione con l’Isis, una delle dittature che lo ha voluto fra i suoi membri di un comitato consultivo dell’ente di stato, e al quale in queste ore Washington ha bloccato le forniture militari, subito dopo seguito dal Governo italiano, nel cui Parlamento Renzi occupa un posto nella commissione difesa (bisogna esplicitare ancora?).
Gia prima della sua “puntata“ in Pakistan del febbraio 2020, era stato “ospite” di Flavio Briatore nel di lui Billionaire, poi si sa: da cose nascono cose, da conoscenze nascono conoscenze, da accreditamenti nascono accreditamenti, da incarichi nascono incarichi e in questo germogliare di relazioni fioriscono… interessi (politici, strategici, a quali livelli?).
Allora se si mette in relazione tutta una serie di eventi, si vede che può essere rintracciato un filo conduttore che si intreccia alla discussione sui Servizi segreti (apparentemente derubricata, ma fra i punti primari), l’attacco politico per contendere la gestione delle somme europee (eventuali supporti “ombra”, nella programmazione), il fronteggiare un’eventuale, seppur timida svolta sul terreno della ridistribuzione della ricchezza e di sostegno al reddito (Confindustria è preoccupata di poter vedere rallentata l’allegra cavalcata delle corriere che in questi decenni hanno trasferito masse di danaro dal lavoro al capitale?) e contestuale riscrittura delle relazioni sindacali, in senso di maggiore ruolo ai soggetti intermedi della rappresentanza.
La partita che si sta giocando è di quelle che possono compromettere definitivamente la tenuta del Paese, a partire dal terreno delle lacerazioni sociali e delle loro conseguenze, oltre a rinculi istituzionali e ruoli in seno alla Ue.
Renzi è sempre stato organico a un progetto con molti obiettivi e agisce con sistemi da guerriglia, dove l’insieme di attacchi diversi e differenziati punta a non fare capire quelli che sono lo scopo primario e quello secondario della sua azione, fermo restando che quello finale è certamente il ruolo che l’Italia deve avere nell’Europa, condizionandone la politica estera, nelle diverse vicende geopolitiche che si stanno venendo a dispiegare e scontrarsi in questi tempi.
E come non ricordare questo suo agire da piromane, che puntualmente si ripete, nell’accendere la miccia e correre   fuori dall’Italia in attesa di verificare come procede la fiamma e nel frattempo far capire a chi ha da capire, con chi interloquisce e da chi intende ricevere legittimità ?

(da “Huffingtonpost”)

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COSA NON DOVEVANO VEDERE I QUATTRO EUROPARLAMENTARI OLTRE IL BLOCCO DELLA POLIZIA CROATA

Gennaio 31st, 2021 Riccardo Fucile

LA MISSIONE SULLA ROTTA BALCANICA PER VERIFICARE LE CONDIZIONI DISUMANE IN CUI SONO TENUTI I MIGRANTI IN BOSNIA… DISPREZZO ETERNO PER LA SEDICENTE DESTRA ITALIANA CHE UN TEMPO SAREBBE STATA IN PRIMA LINEA PER DIFENDERE LE VITTIME E ORA STA CON I CARNEFICI

Il racconto a Huffpost degli europarlamentari dem Bartolo, Benifei, Majorino e Moretti, in missione sulla rotta balcanica, per vedere cosa accade ai migranti che stazionano in Bosnia al freddo nella speranza di varcare il confine europeo
E così, la polizia croata l’abbiamo sperimentata anche noi, in modo fermo ma, riflettiamo, sicuramente più cortese di quanto capiti a uomini, donne e bambini intrappolati in quello che chiamano “The game”, il gioco crudele che costringe i migranti ad attendere la notte per cercare di attraversare la linea ambigua che fa da confine fra l’Unione europea e la Bosnia.
Coloro che riescono a passare in Europa sperano di poter chiedere lo status di rifugiati o di richiedenti asilo. Coloro non riescono a passare vengono respinto a decine di chilometri dal confine, in mezzo alla neve, spesso senza più cellulare nè denaro, di cui subiscono il sequestro immotivato e illegale.
Siamo quattro eurodeputati italiani in missione sulla rotta balcanica. Vogliamo vedere con i nostri occhi. Il bosco è quasi più difficile da monitorare del mare. Ieri a Zagabria, nell’unico centro di permanenza ufficiale della Croazia, in quell’Hotel Porin dove non hanno consentito l’ingresso ai giornalisti che erano con noi – non proprio un segno di trasparenza – abbiamo avuto conferma, dalle persone che vi sono accolte, della veridicità  di tanti racconti fatti puntualmente in questi mesi nei reportage di stampa e nei resoconti delle Ong che cercano di dare una mano sul campo. Le condizioni dignitose delle persone che risiediono all’Hotel Porin non bastano a far loro dimenticare quello che hanno vissuto e visto sul confine.
È anche per questo che in una delle tappe del nostro viaggio ci addentriamo nella foresta di Bojna, verso il punto dove avvengono molti attraversamenti, lontano dai riflettori. Ma lì ci attende la polizia croata, che ci ferma. Un drone ci ronza sopra la testa.
Centinaia di metri prima del confine, un nastro di cellophane, evidentemente improvvisato, ci blocca la strada. A piedi incontriamo gli agenti e discutiamo a lungo con loro, spiegando che verificare la situazione sul territorio europeo è una delle nostre responsabilità  e prerogative.
Intervengono per telefono gli ambasciatori, quello italiano in Croazia e quello croato in Italia, ma invano. Gli agenti si irrigidiscono. Allora ci incamminiamo pacificamente per forzare il blocco e proseguire, rimanendo comunque all’interno dei confini europei. Gli agenti ci inseguono e ci fermano di nuovo, formando poi un cordone per impedirci di andare avanti.
Si tratta di un fatto gravissimo, e piuttosto raro, che non depone certo a favore della trasparenza della gestione croata sul confine esterno dell’Unione. Avevamo comunicato per tempo le nostre intenzioni.
La nostra libertà  di movimento come cittadini europei su suolo europeo è stata negata. E siamo rappresentanti eletti di cittadini europei. Non dimentichiamo poi che il bilancio di Frontex, l’agenzia europea che collabora con tutti i governi nazionali per la gestione dei confini, viene approvato proprio dal Parlamento di Bruxelles, cioè da noi.
Come parlamentari europei, abbiamo il dovere di ispezionare e verificare cosa accade ai confini d’Europa. E ognuno di noi quattro, insieme all’eurodeputato Massimiliano Smeriglio che si unisce a noi sul versante italiano, sente fortemente la responsabilità  morale del benessere e della sicurezza di uomini, donne e bambini che hanno la sola colpa di tentare la sorte, correndo molti rischi e spesso arrivando da molto lontano – Afghanistan, Kurdistan, Bangladesh – per cercare un futuro migliore.
Le autorità  croate sostengono da tempo che i racconti drammatici dal confine siano solo montature. Ma allora perchè negarci il passaggio, anche scortati lungo il tracciato della strada? Riprendendo il nostro viaggio, che ci porta a Bihac e poi verso il campo di accoglienza di Lipa, non possiamo non chiederci cosa ci fosse che non dovevamo vedere, oltre le spalle di quegli agenti croati.
E che destino riservano quegli agenti a chi, a differenza di noi, non ha alcuna protezione. Quello che ci è chiaro senza ombra di dubbio è che le politiche europee in materia di migrazione vanno cambiate radicalmente.
Basta appellarsi all’emergenza, basta scaricare responsabilità , basta esternalizzazione continua delle frontiere. La responsabilità  è corale, e un nuovo quadro di regole, di libera circolazione e di accoglienza di qualità , va costruito con la collaborazione di tutti. Più che mai, come ci ha detto un giovane volontario, qui “c’è bisogno di Europa”.

(a cura degli europarlamentari del Pd, Pietro Bartolo, Brando Benifei, Pierfrancesco Majorino, Alessandra Moretti)
(da “Huffingtonpost”)

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IL CENTRODESTRA E’ UNA PRESA IN GIRO: UNA COALIZIONE DIVENTATA FETICCIO

Gennaio 30th, 2021 Riccardo Fucile

IN NESSUN PAESE EUROPEO UNA DESTRA MODERATA VA A BRACCETTO CON CHI DOVREBBE ESSERE IL SUO PRINCIPALE AVVERSARIO

Il centrodestra è una grande presa in giro. Eh sì, è proprio così. Una presa in giro prima di tutto nei confronti di quei tantissimi italiani di destra che continuano pervicacemente a fidarsi di una classe dirigente sempre più arroccata su se stessa.
Ma una presa in giro, vale la pena di sottolinearlo, anche nei confronti di se stesso o, meglio, nei confronti dei tanti dirigenti e militanti sempre più a disagio per una commedia diventata farsa.
La delegazione del centrodestra che si è presentata venerdì nello studio di Mattarella sembrava un esercito d’invasione: 13 componenti (13!) capaci solo di far intervenire la polizia per assembramento abusivo. Mancava solo il vichingo di trumpiana memoria. E strano non abbiano invitato Iannone di Casapound…
Un’immagine di unione che in realtà  svela ormai tutto il ridicolo di una coalizione diventata feticcio, di un’alleanza che si tiene insieme senza un come, senza un cosa, e soprattutto senza un perchè che non sia quello di difendere la precaria sicurezza di garantire qualche strapuntino in più.
Poca cosa. Davvero poca cosa. Davvero nulla. Un nulla che serve solo ai cultori del niente sovranista, del vuoto populista, dello zero estremista.
Che serve solo a chi si è posto (consciamente o inconsciamente) come unico destino politico quello di stare sempre e comunque all’opposizione, sempre e comunque sulle barricate dell’urlo a tutti i costi.
Gli unici a guadagnarci sono quel Matteo Salvini e quella Giorgia Meloni che sfruttano i moderati del centrodestra come utili idioti nel tentativo di sdoganare in Italia ciò che nel resto d’Europa è posto garbatamente ma inesorabilmente ai margine del sistema politico, al di fuori delle alleanze di governo.
E nessuno venga a dire che è questione di numeri. Perchè quei numeri sono in realtà  garantiti proprio dal masochismo dei moderati che danno agli estremisti un’agibilità  politica che non dovrebbero avere in un grande paese europeo. Anzi, che non hanno in nessun paese europeo tranne che in Italia.
Provate a immaginare la destra repubblicana francese andare a braccetto con i lepenisti. E la Cdu tedesca a braccetto con l’estrema destra alleata di Salvini.
Solo in Italia succede ciò che in Europa è considerato impossibile. Chiedere alla Merkel per conferma.
Solo in Italia i moderati si accalcano imbarazzanti e senza imbarazzo per una foto opportunity con chi dovrebbe essere il loro primo avversario.
E più si accalcano e più perdono ruolo e identità . E più perdono ruolo e identità  e più gli estremisti conquistano una centralità  politica che non si meritano e che (soprattutto) non dovrebbero avere per una questione di civiltà .
E di buona politica.

Filippo Rossi

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OCCORRE DARE AGLI ITALIANI LA LIBERTA’ DI SCEGLIERSI IL VACCINO, SONO DIVERSI PER EFFICACIA

Gennaio 30th, 2021 Riccardo Fucile

IL RISCHIO DI AMMALARSI DOPO IL VACCINO ASTRAZENECA E’ SETTE VOLTE SUPERIORE A PFIZER E MODERNA

Accanto ai due vaccini in uso, Pfizer e Moderna, Astrazeneca è stato approvato dall’Ema per l’Europa; altri due vaccini – Johnson & Johnson e Novavax – hanno avuto risultati molto positivi e saranno ragionevolmente approvati in un prossimo futuro.
Tuttavia, ci sono grandi differenze tra questi vaccini.
Pfizer e Moderna sono praticamente equivalenti: nei vaccinati nei primi mesi il rischio di ammalarsi cade a circa il 5% rispetto al rischio dei non vaccinati.
Invece, con Astrazeneca questo rischio scende solo a circa il 35%.
In conclusione, il rischio di ammalarsi dopo il vaccino Astrazeneca è circa sette volte maggiore che dopo il vaccino Pfizer o Moderna.
Inoltre non abbiamo informazioni sperimentali sull’efficacia del vaccino Astrazeneca sulle persone con più di 65 anni: nella sperimentazione clinica un po’ meno di 400 persone hanno ricevuto il vaccino e lo stesso numero di persone ha ricevuto il placebo.
Una persona si è ammalata nel gruppo del vaccino e una si è ammalata nel gruppo del placebo
Nello studio fatto gruppo di vaccinati invece con meno di 65 è quasi 20 volte più ampio e abbiamo informazioni sicure solo su questa fascia di età . Per sapere veramente quanto è efficace Astrazeneca nella popolazione anziana dobbiamo aspettare i dati sull’effetto delle vaccinazioni nel Regno Unito.
L’Ema ha concluso che presumibilmente il vaccino Astrazeneca dovrebbe essere efficace per le persone con più di 65 anni, mentre l’agenzia regolatoria tedesca ha concesso per il momento l’autorizzazione solo per persone con meno di 65 anni vista la sostanziale assenza di dati per le persone con più di 65 anni.
Chissà  cosa deciderà  l’Aifa? Aspetterà  i dati inglesi per prendere una decisione per questa fascia di età ?
Certamente in presenza di vaccini con caratteristiche molto diverse non sarà  facile decidere come fare un piano vaccinale dettagliato, tenendo anche conto che non ci sono studi scientifici che affrontano questo problema e che la protezione indotta dai vaccini a distanza di molti mesi non è chiara.
Nel migliore dei mondi possibili bisognerebbe esaminare urgentemente le cartelle cliniche di 25 milioni di Italiani con più di 60 anni o con una malattia cronica e decidere quale vaccino usare con un criterio possibilmente razionale. Inoltre, ci sono altri criteri che dovrebbero essere considerati: per esempio le coabitazioni con persone più giovani oppure le attività  lavorative.
È evidente che una soluzione perfettamente razionale non è praticabile: la sola raccolta delle informazioni necessarie è un compito impossibile. Una decisione basata solo su criteri di età  avrebbe molti elementi di arbitrarietà  e sarebbe considerata da molti una vessazione (per non parlare del possibile ginepraio di ricorsi al TAR).
Una possibile soluzione è la creazione di due o più canali di prenotazione a seconda del vaccino.
Ci sarebbero due file, due sportelli con tempi di attesa diversi. Il cittadino, dopo essersi consultato con i medici curanti, potrebbe scegliere per esempio di vaccinarsi con Astrazeneca il giorno dopo o con Pfizer e Moderna tra tre mesi.
Col passare dei mesi, quando saranno chiare sia la capacità  di protezione del vaccino a lungo termine che quella di interrompere il contagio, sarà  forse possibile fare delle scelte razionali per tutti.
Almeno in un primo momento, bisogna dare ai cittadini la libertà  di scegliersi il vaccino che si adatta meglio alle loro esigenze e alle loro condizioni di salute: ovviamente i tempi di attesa sarebbero diversi a seconda della scelta fatta.

(da “Huffingtonpost”)

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SE RENZI VIVESSE IN ARABIA SAUDITA, “CULLA DEL NUOVO RINASCIMENTO”

Gennaio 30th, 2021 Riccardo Fucile

SCALFAROTTO VERREBBE TORTURATO E INCARCERATO IN QUANTO GAY, LA BELLANOVA SAREBBE ANCORA A RACCOGLIERE POMODORI, LA BOSCHI NON POTREBBE DIVENTARE , IN QUANTO DONNA, NEANCHE CAPOSCOUT   E RENZI, SE VOLESSE FAR CADERE IL GOVERNO, FINIREBBE SEZIONATO DA UNA SEGA ELETTRICA COME I DISSIDENTI

L’Arabia Saudita è la culla del nuovo Rinascimento, dice Matteo Renzi.
Lui, che fa cadere il governo per l’eccessivo autoritarismo di Conte, perchè va mica bene che abbia la delega ai servizi segreti e poi cos’è questa task force sul Recovery. Ma scherziamo.
Ci manca solo che Conte si faccia crescere il baffetto alla Hitler. Vuoi mettere l’Arabia Saudita, in cui la delega ai servizi segreti in effetti è, sì, in mano a Mohammad Bin Salman, ma lui preferisce più democraticamente servirsi del suo gruppo mercenario personale, lo Squadrone delle Tigri.
E di professionisti rigorosi, che sanno smembrare corpi con una sega per ossa, così da non creare antipatici ingombri anti-democratici.
E poi Bin Salman figuriamoci se penserebbe mai a una task force per gestire qualcosa. Ma soprattutto, figuriamoci se qualcuno, lì in Arabia Saudita, avrebbe voglia di far parte di una task force, considerato che se sbagli un bilancio non ti trova più manco il luminol.
Chissà  se Matteo Renzi ha provato solo per un attimo a immaginare la sua vita in Arabia Saudita. Il suo Rinascimento, in Arabia Saudita. Perchè, forse non lo sa, ma il suo Ivan Scalfarotto verrebbe torturato e punito perchè gay.
La Bellanova raccoglierebbe ancora pomodori assieme ai tanti lavoratori sfruttati e “proprietà ” dal loro padrone , o forse no, perchè al primo tentativo di rivolta sarebbe finita in carcere o in un barattolo di passata. Roba da rimpiangere il caporalato
Maria Elena Boschi non subirebbe battute su cosce e minigonne, è vero, ma semplicemente perchè non potrebbe indossarle. E comunque non le sarebbe permesso di diventare non dico ministra, ma neanche caposcout.
Lui, Renzi, potrebbe tentare di far cadere il governo parlando di vulnus democratico, certo: siamo certi che il principe ereditario riterrebbe la sua iniziativa una scintilla rinascimentale a cui rispondere con una scintilla d’arma da fuoco.
Insomma, sarebbe una vita bellissima quella di Matteo Renzi in Arabia Saudita. Nel frattempo, tornando alla triste realtà , il leader di Italia Viva in questo momento ha tra alternative: non replicare alle critiche sapendo che prima o poi un giornalista lo incrocerà  e la domanda gli arriverà . Replicare con una delle sue supercazzole il cui sunto sarà  “e mica solo io gli ho stretto la mano”. Ammettere che l’Arabia Saudita ha qualche problema con la democrazia e non vedere più un euro.
O finire venduto in tranci in qualche mercato ittico del Golfo Persico.

(da TPI)

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CRISANTI: “I CONTAGI REALI SONO 30.000 AL GIORNO”

Gennaio 30th, 2021 Riccardo Fucile

“I CONTAGI NON CALANO. E’ COME RIEMPIRE UNA VASCA CON UN RUBINETTO MENTRE L’ACQUA ESCE DALL’ALTRA PARTE ALLA STESSA VELOCITA'”

Sulla situazione coronavirus in Italia, “i contagi non calano perchè non ci sono misure sufficienti per farli calare, nel senso che abbiamo raggiunto un equilibrio tra la capacità  del virus di trasmettersi e quella nostra di bloccarlo e quindi rimaniamo su questi livelli. E’ come se si riempisse una vasca con un rubinetto e l’acqua uscisse dall’altra parte alla stessa velocità . Siamo in equilibrio”.
Lo ha affermato Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova e docente di Microbiologia a SkyTg24.
“Dipende dal risultato che si vuole raggiungere, e dal prezzo che si vuole pagare – ha aggiunto Crisanti – se si vuole raggiungere il risultato di mantenere le attività  economiche in piedi e allo stesso tempo accettare un certo livello di trasmissione e magari il prezzo di 500 morti al giorno, la cosa sta funzionando”.
E ancora: “Quello che si sarebbe dovuto fare è che le misure che si possono attuare per risolvere questa situazione purtroppo non si realizzano nel giro di uno o due giorni o una settimana, si sarebbe dovuto costruire un efficiente sistema di tracciamento e sorveglianza per impedire che una volta che i numeri si sono abbassati il contagio riprenda”.
“Ora la situazione è complicata dall’uso dei test rapidi che a mio avviso sono veramente uno strumento di confusione di massa – ha aggiunto Crisanti – e lo dimostra il fatto che la percentuale di test rapidi positivi è molto più bassa di quelli molecolari quindi significa che questi test antigenici qualche problema ce l’hanno. Il problema del controllo della trasmissione sul territorio non si risolve con i test rapidi. E’ chiaro si sarebbe dovuto costruire un sistema che non è stato fatto e a questo punto nessuno ha la bacchetta magica”.
“Si sarebbe dovuto intervenire a maggio – giugno – ha proseguito Crisanti – potremmo teoricamente essere ancora in tempo anche visto i dati che ci sono sulla distribuzione del vaccino, tenga presente che le due cose hanno un effetto sinergico potentissimo, perchè se da una parte aumenta il numero delle persone vaccinate e dall’altro si investe su un sistema di tracciamento a interruzione della trasmissione sul territorio, le due cose avrebbero un effetto moltiplicatore”.
Il numero reale di positivi al coronavirus in Italia? “Dovremmo viaggiare intorno ai 30mila casi al giorno, anche considerando quanti sono i decessi, visto che muoiono l’1,5% degli infetti”, risponde.
Secondo Crisanti “il numero di positivi dipende dal tipo di tamponi e la situazione è complicata dall’uso dei test rapidi, strumento di confusione di massa, lo dimostra il fatto che la percentuale dei positivi è molto più bassa di quella rilevata dai molecolari, questi test antigenici qualche problema ce l’hanno”.
“L’Rt ci dice quanto è stata la trasmissione una settimana fa, non fotografa la situazione attuale, sarebbe stato meglio basarsi sull’incidenza, sui casi giornalieri, è un valore che riflette la situazione attuale. Le Regioni si sono strenuamente battute sull’utilizzo dell’incidenza, sul quale non ci sarebbero stati dubbi di interpretazione. Il sistema con l’Rt è macchinoso”, sottolinea ancora.

(da agenzie)

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LA BALLA DI SALVINI CHE DICE CHE “LA LOMBARDIA E’ IN ZONA GIALLA PER MERITO DEI RICORSI DELLA REGIONE”

Gennaio 30th, 2021 Riccardo Fucile

IL RICORSO AL TAR E’ STATO RITIRATO DALLA REGIONE STESSA E LA ZONA GIALLA E’ FRUTTO DELLA RETTIFICA DEI DATI SBAGLIATI OPERATA DALLA REGIONE

Sarà  stato, giustamente, distratto dalle vicende nazionali e dalle Consultazioni al Quirinale. Però Matteo Salvini è riuscito nell’impresa di sbagliare completamente nove parole nel suo tweet in cui annuncia la Lombardia zona gialla (da lunedì per tutte le Regioni interessate, non da domenica).
Le prime nove parole. Il segretario della Lega, infatti, sostiene che il declassamento (per valori di rischio epidemiologico) della Regione guidata da Attilio Fontana sia merito dei ricorsi fatti dal Pirellone contro la decisione (di due settimane fa) dell’Istituto Superiore di Sanità  e del Ministero della Salute.
Ovviamente la storia, come noto, non è andata così.
«Dopo i ricorsi e le denunce fatte dalla Regione». Nove parole sbagliate che raccontano una realtà  parallela che non è mai avvenuta (e confermata anche da Attilio Fontana che, dopo giorni di polemiche, ha provato a cavarsela pubblicamente dicendo che probabilmente nessuno aveva colpe specifiche per aver fatto rimanere la Lombardia zona rossa per una settimana).
Di quali ricorsi parla il leder della Lega? Sicuramente fa riferimento al Tar che però — forse Salvini se l’è perso perchè in altre faccende affaccendato — è stato fermato.
Da chi? Dagli avvocati della Regione Lombardia dopo il passaggio da zona rossa a zona arancione di domenica scorsa (24 gennaio).
La riclassificazione è arrivata dopo che i tecnici del Pirellone (quelli che settimanalmente inviano all’Istituto Superiore di Sanità  i dati che vanno a configurare i parametri per la classificazione della Regione in base al livello di rischio epidemiologico) hanno corretto (era il 20 gennaio) i dati corretti e aggiornati, come confermato dalle interlocuzioni rese pubbliche dall’ISS nei giorni scorsi.
Eppure Salvini continua a gettare fumo negli occhi per accalappiare consensi. La realtà , evidente a tutti, è che l’errore madre era nelle comunicazioni fatte negli ultimi mesi (si parla di 54 segnalazioni di errori) dalla Regione Lombardia che, dal 17 al 23 gennaio è stata zona rossa (con tutte le restrizioni del caso, compresi i negozi chiusi) senza alcun motivo. E l’errore è partito dal Pirellone.
Anche se il leader della Lega continua a indossare i panni del novello Alberto da Giussano che difende a spada tratta i suoi. Anche mistificando la realtà .

(da agenzie)

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“PER 40 ANNI TRUMP E’ STATO UN NOSTRO UOMO”

Gennaio 30th, 2021 Riccardo Fucile

LA RIVELAZIONE DI UN EX MAGGIORE DEL KGB

Nel libro «American Kompromat» scritto dal giornalista americano Craig Unger, l’ex agente Yuri Shvets ha svelato come negli anni ’80 Mosca avvicinò l’ex presidente americano: «Era molto incline alle lusinghe»
L’Unione sovietica, spie, guerra fredda. Il protagonista di quella sembra la trama di una spy story scritta da John Le Carrè è Donald Trump.
Il 45esimo presidente americano, secondo quanto rivelato al giornalista Craig Unger dall’ex maggiore russo Yuri Shvets, sarebbe stato per 40 anni «un uomo» del Kgb.
Shvets, intervistato dal The Guardian, ha paragonato Trump ai «Cinque di Cambridge», ovvero le spie doppiogiochiste britanniche che durante la seconda guerra mondiale, e all’inizio della Guerra fredda, passarono informazioni segrete a Mosca.
Shvets è una delle principali fonti di American Kompromat, il libro di Unger che ripercorre i legami tra Donald Trump e l’Urss, e anche il suo rapporto con il finanziere Jeffrey Epstein.
Shvets, mandato in America come corrispondente dell’agenzia di stampa Tass, ha poi ottenuto nel 1993 la cittadinanza statunitense e ora si occupa di sicurezza per grandi aziende.
Nel libro, Unger spiega che Trump era finito sotto i radar russi nel 1977 quando sposò la sua prima moglie, Ivana Zelnickova, una modella cecoslovacca.
Qualche anno dopo il miliardario comprò circa 200 televisori per i suoi hotel da Semyon Kislin, un emigrato sovietico co-proprietario del negozio Joy-Lud, sulla Quinta strada di New York. Ma, secondo Shvets, Joy-Lud era controllata dal Kgb e Kislin aveva identificato Trump come «un promettente giovane uomo d’affari alla ribalta».
Nel 1987, in un viaggio con la moglie in Russia, Trump venne avvicinato dal Kgb: «Avevano molte informazioni su di lui, la sensazione era che fosse intellettualmente vulnerable, e incline alle lusinghe», spiega Shvets.
Fu questa caratteristica, dice l’ex maggiore, che i servizi segreti sfruttarono: «Gli fecero credere di essere estremamente impressionati dalla sua personalità  e che un giorno sarebbe dovuto diventare presidente perchè “sono le persone come te che possono cambiare il mondo”».
Ed è subito dopo il suo ritorno negli Stati Uniti che Trump iniziò a esplorare la possibilità  di una candidatura repubblicana alla presidenza. Il primo settembre dello stesso anno acquistò una pagina pubblicitaria sul New York Times, il Washington Post e il Boston Globe pubblicando una lettera aperta contro le posizioni di Ronald Reagan sulla Guerra Fredda, e accusando il Giappone di sfruttare l’alleanza con gli Stati Uniti.
Trump espresse inoltre scetticismo sulla presenza degli Usa nella Nato: «L’America deve smettere di spendere soldi per difendere Paesi che si possono difendere da soli».
Posizioni che allora furono considerate bizzarre e che certo attrassero ancora di più l’interesse del Kgb. Trent’anni dopo, durante la campagna presidenziale del 2016, come evidenzia l’inchiesta di Rober Mueller, ex capo dell’FBI, sul Russiagate, Trump e il suo staff
Secondo Unger “Trump era un asset” dei sovietici ma “non c’era un grande piano di far sviluppare questo tizio che 40 anni dopo sarebbe diventato presidente, a quel tempo i russi cercavano di reclutare come pazzi e andavano dietro a decine e decine di persone”. “Trump era un obiettivo perfetto – conclude il giornalista – la sua vanità , il suo narcisismo lo rendevano un target naturale che i russi hanno coltivato per oltre 40 anni fino alla sua elezione”.ebbero almeno 272 contatti e almeno 38 incontri con operativi collegati a Mosca

(da agenzie)

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CONFLITTO D’INTERENZI: MATTEO RENZI OGGI E’ UN LEADER POLITICO O UN UOMO D’AFFARI?

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

PERCHE’ NON DICE CHI RAPPRESENTA? VUOLE FORSE UN GOVERNO TECNICO VICINO A CONFINDUSTRIA CHE GESTISCA I MILIARDI DEL RECOVERY E SI VERGOGNA A DIRLO?

È opportuno che un senatore della Repubblica Italiana nel pieno delle sue funzioni viaggi su un jet privato, su invito di un principe saudita, a spese del fondo sovrano di un altro paese per offrire consulenze retribuite quando siamo nel mezzo di una pandemia globale e dopo aver fatto piombare il Governo, di cui lui stesso faceva volontariamente parte, in una crisi che la gran parte dei cittadini comuni ritiene assolutamente ingiustificata oltre che irresponsabile?
Con quale credibilità  quel senatore (incidentalmente un ex presidente del Consiglio) percepisce denaro sotto forma di regolare compenso come membro del comitato dei garanti di una piattaforma di eventi che si propone di promuovere gli interessi di uno Stato che calpesta i più basilari diritti umani e al contempo dà  lezione di morale a noi comuni mortali
E’ lecito credere a un uomo come Renzi che fa e disfa ciò che vuole a suo piacimento, quando meglio crede e unicamente nel nome dei suoi stessi interessi (guarda caso questa crisi arriva solo oggi)?
Lo stesso che poi parte per l’Arabia e incassa una regolare parcella per una serie di conferenze annuali che hanno come fine quello di promuovere gli interessi di quella nazione? È credibile che quest’uomo abbia davvero a cuore l’interesse degli italiani, “dei nostri figli”, così come dice?
Chi è Matteo Renzi oggi? Il leader di un importante partito italiano che tiene in bilico la politica italiana e riempie le prime pagine dei giornali (così come legittimo che sia per un politico di razza) oppure un uomo d’affari che mina la credibilità  e l’autorità  di un esecutivo per poi volare, in quelle stesse ore, nel pieno di una crisi, in un altro paese a spese di un principe saudita per dire la sua sul mondo?
La contemporaneità  e il parallelismo in cui avvengono le due cose indica un clamoroso conflitto d’interessi che dovrebbe preoccupare tutti.
Come possiamo essere certi che Renzi agisca in piena autonomia quando verrà  chiamato a occuparsi dei rapporti fra l’Italia e l’Arabia Saudita?
E questo senza voler fare cattivi pensieri, come ad esempio chi oggi — alla luce di quanto emerso — sospetti che ci fosse qualcosa dietro quella sua crociata per il controllo sui servizi.
Il bello è che nella narrativa dei media tradizionali tutto questo teatrino è accettato e passa per un colpo da genio politico. Viene così dipinto anche nel giorno in cui Renzi vola e torna dall’Arabia Saudita pur violando le regole che qualsiasi essere umano è oggi chiamato a rispettare, e per di più si presenta 48 ore dopo niente di meno che dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, senza isolarsi in quarantena, col rischio che generi un focolaio.
Dunque cosa vuole esattamente Renzi, e cos’ha in testa, appurato che le critiche al Recovery sono poca cosa? Un Governo tecnico vicino a Confindustria che gestisca i fondi del Recovery, (mediati e ottenuti dal Governo Conte)?
È questo l’interesse di un leader politico o di un uomo d’affari che ha entrature e riceve denaro da paesi esteri che non perseguono certo l’interesse degli italiani?

(da TPI)

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