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SALUTO ROMANO IN CONSIGLIO COMUNALE A COGOLETO: LA DIGOS DENUNCIA I TRE CONSIGLIERI

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

LA LEGA SOSPENDE IL SUO CONSIGLIERE… REATO: VIOLAZIONE DELLA LEGGE MANCINO

I tre consiglieri protagonisti del presunto saluto fascista durante il consiglio comunale a Cogoleto sono stati denunciati dalla Digos di Genova per violazione della legge Mancino. L’episodio è avvenuto il 27 gennaio, Giorno della Memoria.
Il capogruppo della Lega Biamonti, uno dei tre consiglieri coinvolti, aveva spiegato che avrebbe querelato chi lo accusava di aver fatto il saluto fascista. Intanto però la Lega lo ha sospeso. Anzi, Edoardo Rixi, spiega Liguriaoggi, ha annunciato che se le accuse fossero confermate Biamonti sarà  espulso.
Una cambio di rotta radicale rispetto alle prime reazioni leghiste che stamattina venivano raccontate da La Stampa: “il commissario regionale Edoardo Rixi non parlava, mentre quello genovese addirittura lo difendeva. Il deputato Lorenzo Viviano crede invece nella buona fede di Biamonti, che è militante storico del partito di Salvini: “Il consigliere ha deciso di querelare chi parla di gesto fascista. L’accusa è infamante e vomitevole, è evidente che se si fosse trattato di quello sarebbe stato un gesto da condannare e lui da cacciare, ma temo che ci sia stata soprattutto strumentalizzazione da parte del sindaco”.

(da agenzie)

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LA CROCIATA DI RENZI SUI SERVIZI SEGRETI ORA DIVENTA SOSPETTA

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

RENZI E’ COMPONENTE DELLA COMMISSIONE DIFESA DEL SENATO: COME TALE, E’ AMMISSIBILE CHE ABBIA RAPPORTI REMUNERATI CON UNA POTENZA STRANIERA? NEL BOARD DELLA FONDAZIONE DI CUI FA PARTE ESPONENTI DELLA FINANZA INTERNAZIONALE… PERCHE’ E’ POTUTO ANDARE DA MATTARELLA IL GIORNO DEL RIENTRO DA RIAD QUANDO LA LEGGE PREVEDE 14 GIORNI DI QUARANTENA?

Matteo Renzi è sfortunato. E lo è così tanto che oggi, forse, anche la sua battaglia per togliere a Giuseppe Conte la delega ai servizi segreti acquista una nuova luce.
Renzi è sfortunato perchè da ieri — dopo il suo clamoroso discorso sul “nuovo Rinascimento Saudita” — esiste un enorme potenziale conflitto di interessi, per lui.
La notizia che arriva dall’America, infatti, è che il nuovo corso di Joe Biden in politica estera è iniziato con una sacrosanta cesura rispetto al passato: gli Stati Uniti decidono di tagliare la vendita della armi all’Arabia Saudita, e l’Italia sta seguendo (per fortuna) questa direttrice.
Una decisione, quella americana, annunciata dal nuovo segretario di Stato Antony Blinken, che ha definito questo gesto come “typical” per una nuova amministrazione.
La drastica “revisione” è stata motivata dal numero uno della diplomazia americana con l’argomentazione che è resa “necessaria” dall’obiettivo di mettere al sicuro i nuovi “obiettivi strategici degli Stati Uniti”.
Bene, adesso fatevi una domanda: in che commissione siede a Palazzo Madama Matteo Renzi? In commissione Difesa.
E ora fatevi un’altra domanda: se domani un qualsiasi senatore della maggioranza giallorossa o del centrodestra attento agli interessi nazionali presentasse un nuovo e normalissimo ordine del giorno in Commissione per attuare immediatamente lo stop alla vendita di armi proposto dall’amministrazione Biden sull’Arabia Saudita, come voterebbe Renzi?
La domanda non può avere una risposta scontata dopo la scoperta dei rapporti economici fra il leader di Italia Viva e gli enti sovrani sauditi.
E soprattutto dopo che sono diventati noti i rapporti economici (e politici) tra il senatore di Pontassieve e la corona saudita. E — soprattutto — dopo l’intervista entusiastica e buffamente apologetica a “my friend, your royal highness” il principe ereditario Mohammad Bin Salman.
È mai accaduto che si conoscessero i rapporti così stretti e remunerati di un singolo membro del Parlamento italiano con una potenza straniera? In Italia no.
E qui il tema non è più solo quello, pur gravissimo, del rapporto con un Paese che non rispetta i diritti civili, che muove guerre, che non rispetta i diritti dei lavoratori, che si regge su una teocrazia misogina dove sono violati i diritti delle donne.
Qui il vero tema è che un leader influente (come stiamo vedendo) sui destini di un governo, ammette alla luce del sole di svolgere una azione di lobbying retribuita da un altro Stato.
Fra l’altro, il compenso di Renzi, non è limitato alla sua attività  di conferenziere, e quindi ad un singolo evento, come si era pensato in un primo tempo. A Riad l’ex premier è diventato un animatore della cosiddetta “Davos del deserto” (Riad ha preso come modello la città  svizzera dove si tiene il Forum economico mondiale) organizzata dalla Future Investment Initiative (Fii).
E Renzi siede nel Board di questa organizzazione — pagato (80mila euro l’anno) — che gli garantisce anche un prezioso imprimatur per gestire relazioni in quel Paese.
La Fondazione, tuttavia, non è un organismo indipendente (in Arabia Saudita sarebbe impensabile) anche dal punto di vista formale, dal momento che è stata creata con un decreto del re saudita, Salman Bin Abd al-Aziz Al Sau. Fa capo in qualche modo a suo figlio — “our royal highness” — Mohammad Bin Salman.
È più che un ente governativo: è una emanazione diretta della famiglia reale. Da pochi giorni (per obbligo legislativo) è diventato noto il reddito di Matteo Renzi, relativo al 2019: l’ex premier dichiara di aver guadagnato un milione 92mila e 131 euro. Se si sottrae il reddito da senatore restano quasi 800mila euro di guadagni che derivano dalle sue attività  professionali esterne alla rappresentanza elettiva.
E se non fosse scoppiata la crisi (innescata peraltro da lui) invece delle consultazioni si sarebbe votato sul decreto ristori, e probabilmente l’opinione pubblica non avrebbe scoperto che Renzi era a Riad, impegnato nella sua attività  professionale del board, e costretto a ritornare precipitosamente a Roma, con un costoso volo (La Verità  lo ha definito il “taxi volante”, spiegando che è costato 28mila euro) messo a disposizione dagli stessi sauditi.
È corso nella Capitale per partecipare alle consultazioni, malgrado ai comuni cittadini   — e persino ai funzionari dello Stato “non in missione diplomatica” — sia imposta una quarantena fiduciaria di 14 giorni a chi torna da Riad (come può verificare chiunque telefonando al numero verde 1500 del Ministero della Salute).
Ecco, alla luce di questa complessa rete di relazioni economiche, politiche e personali, davvero dobbiamo riconsiderare la polemica di Renzi, che sembrava astrusa anche ai più scaltri, sul controllo della delega ai servizi segreti che — non va dimenticato — era uno dei due principali motivi della crisi.
Oggi Renzi curiosamente non ne parla più, dopo averne addirittura rivendicato l’ipotesi del controllo per il suo partito. Noi ci chiedevamo come mai Conte non la volesse cedere. Mentre la domanda era mal posta: bisognava domandarsi come mai Renzi desiderasse che non la mantenesse lui.
Perchè, come è noto, il controllo della sicurezza nazionale è prerogativa di quella istituzione. E in qualsiasi Paese del mondo, una crisi di governo pilotata da un leader che si trova — anche fisicamente — a Riad avrebbe suscitato qualcosa di più di un sentimento di stupore o di inquietudine.

(da TPI)

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THE GOOD LOBBY: “NON E’ AMMISSIBILE CHE UN SENATORE DELLA REPUBBLICA PERCEPISCA UN COMPENSO PER PROMUOVERE GLI INTERESSI DI UN PAESE STRANIERO”

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

L’ASSOCIAZIONE: “OCCORRE UNA NORMA CHE LIMITI LE ATTIVITA’ EXTRAPARLAMENTARI”… IN MOLTI STATI E’ CONSIDERATO UN ILLECITO IL LOBBISMO A FAVORE DI PAESI STRANIERI

Secondo Federico Anghelè, direttore dell’associazione, non è ammissibile che un senatore della Repubblica, e anche ex presidente del Consiglio, possa “viaggiare su un jet privato offerto dal fondo sovrano di un altro Paese”, così come non è opportuno, a suo avviso, che “egli percepisca un compenso regolare come membro del comitato dei garanti da una piattaforma di eventi che si propone di promuovere gli interessi internazionali di quello stesso Stato”.
“Come facciamo a essere certi che Renzi e gli esponenti di Italia Viva, il partito ex di maggioranza da lui guidato agiscano in piena autonomia quando sono chiamati a occuparsi dei rapporti dell’Italia con l’Arabia Saudita? Ed è opportuno che un senatore nel pieno delle sue funzioni offra consulenze retribuite a un altro Paese?” rimarca Anghelè.
Secondo il direttore di The Good Lobby la vicenda Renzi-Arabia Saudita evidenzia un vuoto normativo che le istituzioni internazionali chiedono di colmare già  da tempo: “È dal 1997 che il Consiglio d’Europa chiede all’Italia di introdurre un codice di condotta per i parlamentari. Mentre la Camera ha approvato il suo nel 2016 modellandolo su quello del Parlamento europeo, il Senato è rimasto indietro e non ha mai colmato la lacuna”.
“Il Senato non ha ancora introdotto un codice di condotta che regolamenti (e limiti) le attività  extraparlamentari dei senatori, prevenendone eventuali conflitti di interessi — dichiara ancora Anghelè — La legge anticorruzione ‘Spazzacorrotti’ sancisce il ‘divieto di ricevere contributi, prestazioni o altre forme di sostegno provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri e da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia’. Ma si applica ai partiti politici e non anche ai membri eletti di quelle stesse forze politiche. Cosa si aspetta per colmare questo gap definendo una volta per tutte regole chiare e precise?”.
“Occorre senso di responsabilità  maggiori che dovrebbe indurre a valutare con attenzione ciò che è opportuno fare per non compromettere la credibilità  del Paese. E per non doversi giustificare dall’accusa di essere un (parlamentare) lobbista al soldo di una potenza straniera. Attività  considerata illecita in molti Paesi” conclude Federico Anghelè.

(da agenzie)

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DECAPITAZIONI IN PIAZZA, CIVILI BOMBARDATI, OPPOSITORI INCARCERATI

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

ECCO L’ARABIA SAUDITA DI RENZI “CULLA DEL RINASCIMENTO”

Qualche giorno fa, il leader di Italia Viva Matteo Renzi è volato in Arabia Saudita, dove ha partecipato al panel “Il Futuro di Riad”, della Future Investement Initiative, l’iniziativa rinominata la ‘Davos del deserto’.
Un vertice internazionale organizzato a partire dal 2017 dal principe erede saudita Mohammed bin Salman per attrarre investimenti stranieri nel Golfo. Il dialogo tra lui e Renzi è stato trasmesso in video nella seconda e ultima giornata della conferenza, a cui hanno partecipato 150 relatori, tra cui David Solomon, ceo di Goldman Sachs, Stephen Schwarzman, direttore del fondo di investimento Blackstone e Larry Fink, ceo della società  americana Blackrock.
Renzi nel suo intervento ha sostenuto che “l’Arabia Saudita è il luogo del nuovo Rinascimento”. Un Rinascimento che somiglia molto a un Medioevo.
Tornando indietro nel tempo, ma neanche troppo, si può capire come stiano davvero le cose nel Paese.
Sei anni fa, il 9 gennaio 2015, Raif Badawi, blogger, attivista e fondatore del sito “Liberali sauditi”, riceveva le prime 50 frustate di una pena che ne prevedeva ben mille. Tutto accadeva nella pubblica piazza di fronte alla moschea al Jafali, Gedda era piena di gente. Il blogger era stato condannato per dei semplici post pubblicati sui social, accusati di “offendere l’Islam”. Raif Badawi è tuttora in carcere
L’ipocrisia sull’emancipazione femminile
Il 28 dicembre scorso, l’attivista saudita per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul è stata condannata a cinque anni e otto mesi di carcere, al termine di un processo iniquo celebrato dal Tribunale penale speciale, che si occupa di casi di terrorismo.
Loujain è stata giudicata colpevole di “spionaggio per potenze straniere” e “cospirazione contro il regno” saudita, solo per aver promosso i diritti delle donne e aver chiesto e ottenuto la fine del sistema del guardiano maschile, deputato a presiedere su ogni aspetto della vita delle donne della sua famiglia.
Loujain è in carcere in Arabia Saudita solo perchè è stata tra le prime donne a mettersi alla guida di un’automobile. Insieme ad altre difensore dei diritti umani, Loujain stava conducendo una campagna pacifica per il diritto alla guida, per porre fine al sistema di tutela maschile e per la giustizia e l’uguaglianza delle donne in Arabia Saudita. Tre mesi dopo il suo arresto, altre donne difensore dei diritti umani sono state arrestate.
L’inganno del G20
A novembre 2020, l’Arabia Saudita ha ospitato il vertice del gruppo G20. Assumendone la presidenza, le autorità  saudite hanno pubblicizzato tutta una serie di iniziative sulle opportunità  di lavoro per le donne e hanno dichiarato che l’agenda del vertice è “fortemente orientata” verso l’emancipazione delle donne e delle ragazze. Tutto ciò, nonostante il fatto che le attiviste che hanno promosso le campagne per i diritti delle donne soffrano in carcere o siano sotto processo.
Oltre Loujain al-Hathloul, ci sono Nassima al-Sada, Samar Badawi, Maya’a al-Zahrani e Nouf Abdulaziz che hanno condotto campagne per i diritti delle donne, tra cui quelle per il diritto alla guida e per la fine del repressivo sistema di tutela maschile. E mentre l’Arabia Saudita si serve delle recenti riforme come l’allentamento delle restrizioni sociali e l’aver svincolato il sistema di tutela maschile dall’approvazione del tribunale per farsi pubblicità , le attiviste per i diritti delle donne restano in carcere
Pena di morte
Nel 2019 in Arabia Saudita si è registrato un numero record di esecuzioni, nonostante le cifre in calo a livello mondiale. In quell’anno sono state effettuate ben 184 condanne a morte — sei donne e 178 uomini — la cifra più alta mai registrato dall’ong Amnesty International nel paese durante un solo anno. Tra queste poco più della metà  erano cittadini stranieri. Nel 2018 si sono registrate 149 esecuzioni.
Solo nel 2020 c’è stata un’inversione di tendenza: le condanne a morte eseguite sono state 27, l’85% in meno del 2019. Secondo l’organizzazione non governativa Reprieve ci sono ancora 80 persone a rischio di essere condannate a morte in Arabia Saudita e molti sono attivisti per i diritti umani a cui non sono stati garantiti processi equi.
La maggior parte delle esecuzioni sono per crimini legati agli stupefacenti e omicidio. Amnesty International ha però documentato un maggiore ricorso alla pena di morte come arma politica contro i dissidenti appartenenti alla minoranza musulmana sciita.
Il 23 aprile 2019, si è tenuta un’esecuzione di massa di 37 persone, di cui 32 uomini sciiti condannati per “terrorismo” dopo processi basati su “confessioni” ottenute sotto tortura. Una delle persone messe a morte il 23 aprile era Hussein al-Mossalem, che mentre era detenuto in isolamento aveva subito ferite multiple incluso il naso rotto, una frattura alla clavicola e a una gamba, ed è stato anche picchiato con manganelli elettrici oltre ad aver subito altre forme di tortura.
“La pena di morte viene eseguita normalmente con decapitazione in pubblica piazza ed è prevista per molti reati”, spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Alcuni dei quali sono mascherati da terrorismo, ma riguardano attività  del tutto lecite. Nonostante una recente decisione di non mettere a morte minorenni al momento del reato, ce ne sono almeno tre condannati per terrorismo per aver preso parte a delle manifestazioni”
Jamal Kashoggi
Mohammed bin Salman è l’erede al trono dell’Arabia Saudita, su cui siede attualmente il re Salman bin Abdulaziz Al Saud. MBS, com’è conosciuto colloquialmente, è ministro della Difesa dal 2015 e dal 2017 è principe ereditario nonchè vice primo ministro. È lui la mente di Saudi Vision 2030, una serie di riforme che hanno come obiettivo quello di ristrutturare e rendere sostenibile il sistema economico del Paese. L’obiettivo è quello di renderlo meno dipendente dalle esportazioni petrolifere.
Per fare ciò, il principe erede saudita ha anche stretto accordi con gli organizzatori di grandi eventi internazionali (come la Dakar, la gara off-road più importante al mondo) e con la stessa Lega Serie A di calcio, che ha organizzato due edizioni della Supercoppa Italiana in terra saudita. La prima si è giocata a Jeddah nel gennaio 2019, la seconda a Riad nel dicembre dello stesso anno.
Il principe ereditario al trono Mohammed Bin Salman vuole modificare l’immagine del suo Paese come bastione dell’ultraconservatorismo, dove c’è poco se non nessuno spazio per la libertà  di espressione e la difesa dei diritti umani.
Sul rispetto delle libertà  civili e del dissenso, l’era Trump è stata un salvacondotto per bin Salman. L’omicidio nel 2018 di uno dei principali dissidenti sauditi all’estero, il giornalista Jamal Khashoggi — secondo la Cia e l’Onu l’assassinio è stato ordinato dal principe ereditario — ha suscitato una ondata di indignazione internazionale e ha affossato l’immagine di Bin Salman come giovane principe riformatore. Trump non aveva reagito al clamore internazionale. In un’intervista con il giornalista Bob Woodward aveva anche ammesso di aver in qualche modo protetto Bin Salman sul caso Khashoggi.
Il principe saudita è accusato invece di avere un ruolo determinante nell’assassinio di Jamal Kashoggi, giornalista noto per le sue posizioni contrarie a quello del principe ereditario. Kashoggi è morto ad Istanbul, in circostanze poco chiare, nell’ottobre 2018. Bin Salman è anche accusato inoltre di essere il mandante delle minacce nei confronti di Saad Al-Jabri, ex consigliere del Regno che dal 2017 è in esilio in Canada.
Proprio con il Canada, il Paese Saudita ha interrotto ogni tipo di relazione diplomatica nel 2018. Una decisione presa a seguito delle critiche espresse dalla ministra degli Esteri Chrystia Freeland sugli arresti degli attivisti Samar e Raif Badawi
La guerra in Yemen
L’Arabia Saudita da anni è coinvolta in veste di una delle maggiori potenze nella guerra civile in corso da cinque anni in Yemen. Con lei, anche l’Iran a giocare un ruolo determinante nel conflitto. Il blocco del rifornimento di medicinali che periodicamente si verifica ha portato 7 milioni di yemeniti alla morte con un’epidemia di colera che nel 2017 ha provocato 2.000 morti. La guerra civile nello Yemen ha causato oltre 230 mila vittime e una catastrofe umanitaria che coinvolge 22 milioni di persone.

(da agenzie)

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DOSSIER DEI SERVIZI: “CONTAGI SOTTOSTIMATI DEL 50%, SI DOVREBBERO CONSIDERARE SOLO I TEST DI PRIMA DIAGNOSI”

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

L’ISTITUTO SUPERIORE DELLA SANITA’ AMMETTE: “E’ POSSIBILE”… COME SOSTENIAMO DA TEMPO, I TEST DI CONFERMA ALTERANO I DATI, SOLO UNO SU TRE SONO DI PRIMA DIAGNOSI, QUELLI CHE FANNO TESTO

I nuovi positivi giornalieri in Italia sarebbero in realtà  il 40-50 per cento in più di quelli rilevati ufficialmente.
“Il totale dei contagiati è sottostimato a causa del calo del numero dei tamponi avvenuto a metà  novembre 2020”, si legge in un dossier dei Servizi di intelligence finito sulla scrivania di Palazzo Chigi, di cui dà  notizia oggi Repubblica.
Gli analisti lanciano due allarmi: la curva epidemiologica non sta piegando verso il basso tanto quanto attestano i bollettini diramati dal ministero della Salute; i dati al momento sono inattendibili e quindi difficili da analizzare e da usare per prendere misure adeguate di contenimento del virus.
“Questo è possibile. Nei sistemi di sorveglianza spesso c’è una quota che può essere sottostimata dei casi che vengono normalmente diagnosticati e notificati” commenta a Radio Anch’io su Rai radio 1 è Paola Stefanelli, direttrice del Reparto Malattie Prevenibili da vaccino – ISS – Istituto Superiore di Sanità .
Nel dossier si legge che “osservando le terapie intensive nella parte finale dell’anno, si può dedurre che vi è stata una fase di ripresa dell’epidemia verso la metà  dicembre. Una ripresa che non è stata rilevata nè tracciata dai numeri nazionali a causa dei pochi test effettuati in quel periodo”. Secondo l’intelligence, quindi, poco prima di Natale la curva è tornata a salire e la riprova sta nel fatto che i pazienti a rischio vita negli ospedali non sono diminuiti come ci si aspettava: la cifra è rimasta stabile, oscillando intorno alle 2.580 unità .
Il pasticcio statistico ruoterebbe attorno ai tamponi, secondo quanto scrive Repubblica: nella settimana tra l′11 e il 17 novembre ne sono stati processati un milione e mezzo, il numero più elevato registrato fino ad allora.
Da quel momento, però, i test hanno preso a diminuire arrivando agli 868 mila della settimana tra il 23 e il 29 dicembre, salvo poi schizzare a 1,4 milioni dal 13 gennaio in poi per effetto dell’inclusione, nel conteggio, dei tamponi antigenici rapidi.
Prima ai fini del computo valevano solo quelli molecolari, poi il ministero della Salute ha ammesso anche gli altri.
Proprio questo passaggio, secondo il dossier dell’intelligence, ha favorito il caos. “L’introduzione dei test rapidi ha reso impossibile un confronto con le serie storiche passate. Alcune Regioni, inoltre, non fanno distinzione tra il molecolare e il rapido, è ciò ha evidenti ripercussioni sul calcolo di tutti i valori, tra cui il rapporto positivi/tamponi”.
Il rapporto, sostengono, va rivisto, scorporando i rapidi e, soprattutto, togliendo quelli fatti per confermare l’avvenuta guarigione. “Sono solo i tamponi di prima diagnosi a fotografare la reale situazione epidemiologica, e a partire da metà  novembre abbiamo visto un brusco calo di questa tipologia”. Ad oggi i test di conferma sarebbero il 65 per cento del totale: troppi per non alterare sensibilmente la rappresentazione della curva del contagio.

(da agenzie)

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L’OMAGGIO DI RENZI AL PRINCIPE SAUDITA E’ UN PROBLEMA GRAVE CHE IN UNO STATO DEMOCRATICO ANDREBBE AFFRONTATO

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

E’ RINNEGARE I VALORI DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA… L’ARABIA SAUDITA E’ AL QUARTULTIMO POSTO AL MONDO PER LA PARITA’ DI GENERE E DOVE LE DONNE DEVONO AVERE IL PERMESSO DELL’UOMO PERSINO PER SOTTOPORSI A UN INTERVENTO   CHIRURGICO: CHE NE PENSA LA BELLANOVA?

Non è una polemica social, non è neanche un passo del balletto.
Matteo Renzi e il principe ereditario Moḥammed bin Salman, sorridenti uno di fronte all’altro a parlare di politica e Rinascimento, non rappresentano semplicemente una “polemica social” come è stato scritto su alcuni quotidiani di caratura internazionale. Il loro incontro è un problema politico e istituzionale.
Renzi in Arabia Saudita è una sfida ai valori che l’ex presidente del Consiglio ha sempre affermato di far prevalere, così come rappresenta una questione aperta visto il ruolo istituzionale di senatore che ricopre dal 2018.
Problema numero uno. L’ex presidente del Consiglio accetta come suo interlocutore una figura quantomeno controversa nello scacchiere internazionale. Sono pesantissime, infatti, le accuse nei suoi confronti relativamente all’assassinio e allo smembramento del corpo del giornalista dissidente Jamal Kashoggi.
L’Onu — che ha avviato una indagine internazionale — ha apertamente parlato di una «esecuzione extragiudiziale premeditata e deliberata» che ha visto coinvolto il principe ereditario dell’Arabia Saudita e alti funzionari dello stato.
Una vera e propria spada di Damocle che dovrebbe essere destinata a macchiare per sempre qualsiasi tipologia di relazione diplomatica e internazionale, anche di carattere non ufficiale. Se l’Onu ha espresso questa posizione nei confronti di Moḥammed bin Salman, non è pensabile che un ex presidente del Consiglio italiano possa dialogare così amabilmente con lui.
Problema numero due. Sono note le posizioni di Matteo Renzi sul costo del lavoro in Italia, che ha portato al varo del Jobs Act quando era presidente del Consiglio.
Ma paragonare il costo del lavoro in Italia al costo del lavoro in Arabia Saudita dicendo addirittura di essere “invidioso” di quest’ultimo aspetto rappresenta davvero una clamorosa distorsione.
Matteo Renzi si riferisce probabilmente al rapporto tra ricavi dei datori di lavoro e salari medi dei cittadini sauditi che lavorano all’interno delle grandi compagnie che investono nel Paese arabo, ma dimentica la stragrande maggioranza della popolazione saudita, quella che non lavora di certo per le multinazionali. Insomma, prendere come esempio un regime autoritario come quello saudita per le politiche del lavoro italiane non deve essere propriamente una grande idea.
E già  che parliamo di regime autoritario, arriviamo al punto terzo, quello dei diritti. Il Matteo Renzi che ha aperto la strada alle unioni civili, che ha proposto nell’ultimo gabinetto di governo due donne del suo partito (Teresa Bellanova ed Elena Bonetti) cosa può avere in comune con il principe ereditario di un Paese che obbliga le donne a mettere il velo e che si trova al quartultimo posto al mondo per la parità  di genere, dove le donne non possono sottoporsi a un intervento chirurgico senza il consenso di un uomo, che non possono sposare cittadini di fede non musulmana?
È un piccolo campionario delle devastanti privazioni che le donne devono subire in Arabia Saudita. Ma per quel paese, Matteo Renzi non ha esitato a parlare di “Nuovo Rinascimento”.

(da agenzie)

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BELLI I TEMPI IN CUI RENZI TWITTAVA CONTRO I PAESI SENZA LIBERTA’ E DEMOCRAZIA

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

I POST DI ALLORA MAL SI CONCILIANO CON L’ATTUALE INTERESSATA AMMIRAZIONE PER L’ARABIA SAUDITA

C’è un Matteo Renzi politico e uno conferenziere.
Il primo è lo stesso che aveva annunciato il ritiro dalla politica dopo la sconfitta al Referendum Costituzionale del 2016.
Il secondo è l’uomo di successo richiamato dalle sirene internazionali per i suo convegni e le conferenze in giro per il Mondo, con particolare attenzione e dedizione in Medio Oriente.
Il primo è lo stesso che nel 2019 twittava ferocemente contro il governo italiano (all’epoca era il Conte-1, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega) per la solidarietà  espressa nei confronti di Maduro in Venezuela.
Il secondo, invece, è quello che esprime profonda ammirazione nei confronti del principe Mohammad bin Salman, ‘dimenticando’ come in Arabia Saudita le libertà  (in particolare quelle che riguardano la stampa e l’espressione del pensiero) siano ridotte al lumicino (per essere di manica larga)
Il secondo, il conferenziere, è questo. “È un grande piacere e un grande onore essere qui con il grande principe Mohammad bin Salman. Per me è un privilegio poter parlare con te di Rinascimento. Credo che l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento. Vostra Altezza, grazie”
Data: 28 gennaio 2020 (giorno della messa in onda, in streaming, del suo incontro con il principe saudita MSB). La conferenza Renzi in Arabia Saudita è tutto un florilegio di elogi nei confronti del principe e parla addirittura di Arabia Saudita come culla per un nuovo Rinascimento.
Non entriamo nel merito del giudizio rilasciato dall’allora senatore del Partito Democratico (Itala Viva nacque ufficialmente otto mesi dopo) sulla situazione in Venezuela. Ma sottolineiamo la differenza di approccio.
L’Arabia Saudita, infatti, è esattamente tutto quello che racchiudevano le parole di Matteo Renzi in quel tweet: niente libertà  e niente democrazia. Lo dicono i fatti di cronaca quotidiana, le varie uccisioni di giornalisti solo perchè contestavano il regime saudita. Ma ora, due anni dopo, il senatore ha cambiato partito e spartito. E i concetti di libertà  scadono, in base alle conferenze.

(da agenzie)

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IL GOVERNO BLOCCA L’EXPORT DI ARMI A EMIRATI E ARABIA SAUDITA: VENIVANO UTILIZZATE NEL SANGUINOSO CONFLITTO NELLO YEMEN

Gennaio 29th, 2021 Riccardo Fucile

E’ IL PAESE OMAGGIATO DA RENZI COME “CULLA DEL NUOVO RINASCIMENTO”

Poche ore dopo il ritorno di Matteo Renzi dall’Arabia Saudita dov’era stato per tenere una conferenza a pagamento, e nella quale aveva definito il Paese “culla” di un possibile “nuovo Rinascimento”, il governo italiano e nella fattispecie il ministero degli Esteri decideva di bloccare la fornitura di armamenti italiani proprio all’Arabia Saudita. Questo perchè le armi acquistate venivano utilizzate nel sanguinoso conflitto nello Yemen. Si tratta di un atto di “portata storica”, secondo i pacifisti di Rete Italiana Pace e Disarmo. Ma che ha giocoforza delle nuove ripercussioni politiche in una fase così delicata della politica italiana e dei rapporti tra Renzi e i partiti della sua ex maggioranza di centrosinistra.
L’atto amministrativo del ministero guidato da Luigi Di Maio, appunto la revoca delle autorizzazioni in corso per l’esportazione di missili e bombe d’aereo verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, è stato firmato ieri.
E nasce da un lavoro parlamentare coordinato nei mesi scorsi da Pd e 5 Stelle, che portò ad una risoluzione presentata lo scorso dicembre con prima firma delle deputate Yana Chiara Ehm (M5S) e Lia Quartapelle (Pd).
“Siamo molto soddisfatti – spiega Quartapelle – la rete contro gli armamenti e le associazioni cattoliche da tempo facevano luce sulla violazione dei diritti umani nello Yemen. Ed è bello perchè la presa di posizione del governo avviene in concomitanza con la stessa decisione della nuova amministrazione americana di Joe Biden. Questa comune visione ci aiuta a migliorare una nuova interlocuzione con gli Usa per gestire in maniera più equilibrata e di pace i rapporti nel Mediterraneo”.
Soddisfazione anche da parte dei 5 Stelle: “Si tratta di una notizia bellissima, è un passo importante verso la pace in un paese martoriato dalla guerra e con 24 milioni di persone sotto la soglia di povertà . Non entro in merito alla casualità  del viaggio di Renzi, però c’era già  in atto un provvedimento di sospensione che stava scadendo, la revoca è ulteriore passo in avanti e vuole essere un segnale verso altri Paesi”, sottolinea Ehm. Tra le licenze cancellate, ce n’è una che era stata concessa nel 2016 proprio dal governo Renzi.
Secondo le elaborazioni di Rete Pace e Disarmo e Opal, questa revoca va a cancellare la fornitura di oltre 12.700 ordigni.
Nel 2015 una coalizione militare guidata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti è intervenuta nella guerra civile yemenita per fermare la ribellione degli Houthi contro il governo di Sana’a.
Un rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite consegnato al Consiglio di Sicurezza nel gennaio del 2017 ha dichiarato che i bombardamenti della coalizione a guida saudita “possono costituire crimini di guerra”. Tra gli ordigni ritrovati dai ricercatori dell’Onu figurano anche le bombe prodotte dalla Rwm Italia.
Decisione storica, secondo le associazioni pro-disarmo, che segue quella analoga presa da Joe Biden due giorni f
Il provvedimento è stato preso per la prima volta dopo trent’anni dall’entrata in vigore della legge 185/1990, inerente al divieto delll’export di armi verso paesi che non rispettano i diritti umani

(da agenzie)

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RENZI, IL VIAGGIO RYAD-ROMA SUL JET PRIVATO

Gennaio 28th, 2021 Riccardo Fucile

I FONDI SOVRANI DELL’ARABIA SAUDITA GLI PAGANO ANCHE IL VIAGGIO CON UN VOLO ESCLUSIVO… NEL BOARD DELLA FONDAZIONE DI CUI FA PARTE ESPONENTI DELLA FINANZA INTERNAZIONALE

L’aereo è atterrato intorno alle 3 di notte a Fiumicino. A bordo un solo passeggero: Matteo Renzi. Grazie a quel volo ‘executive’ operato da una compagnia privata Matteo Renzi ha potuto presentarsi rapidamente a Roma per andare oggi all’incontro con Mattarella.
Per evitare polemiche sulla mancata quarantena e sui rischi per il capo dello Stato che lo riceverà , Renzi si sottoporrà  stamattina al tampone. Polemiche più forti potrebbero essere sollevate dal soggetto che ha pagato il volo: il FII, Future Investment Initiative Institute, una Fondazione saudita creata all’inizio del 2020 per decreto dal Re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abd al-Aziz Al Saud.
La questione ‘volo gratis’ va inserita nei rapporti che Matteo Renzi definisce senza imbarazzo di ‘amicizia personale’ con il vero leader saudita, il 35enne principe ereditario Mohammad bin Salman, per tutti “The Crown Prince” o MBS. Teoricamente il vicepremier. Di fatto è il figlio del re premier a comandare. Ed è MBS che ha ideato le conferenze del FII Future Investments Initiative.
Matteo Renzi era in Arabia, come svelato dal Domani, per partecipare alla quarta conferenza annuale FII, la cosiddetta Davos nel deserto, dal nome della città  svizzera teatro del forum mondiali dell’economia.
Tutto parte nel 2018 con un debutto funestato dalle defezioni per l’omicidio efferato di Jamal Khashoggi, il 2 ottobre 2018. Il corpo dell’opinionista saudita che scriveva anche sul Washington Post non fu mai trovato. Khashoggi fu attratto in una trappola, sequestrato ucciso e — secondo le cronache dell’epoca — sezionato, cioè tagliato a pezzi, nell’ambasciata saudita di Instanbul.
La fidanzata Hatice Cengiz nel dicembre 2019 venne a Roma per chiedere all’Italia di prendere una posizione più netta. Quando, nel maggio 2020 i figli di Jamal Khashoggi hanno perdonato gli assassini, Hatice Cengiz ha twittato: “Jamal è stato ucciso all’interno del consolato del suo Paese mentre prendeva dei documenti per il nostro matrimonio. Gli assassini sono venuti dall’Arabia Saudita con l’obiettivo premeditato di adescarlo, tendergli una trappola e ucciderlo. Noi non perdoneremo gli assassini nè quelli che hanno ordinato l’omicidio”.
Poi ha presentato una denuncia alle autorità  Usa contro il principe MBS e altri funzionari a lui vicini per chiedere i danni. Il processo saudita chiuso con cinque condanne a morte poi commutate in pene detentive di 20 anni per molti è stato una farsa.
Non per Renzi. L’ex premier deve aver creduto alla versione di MBS che si proclama all’oscuro di tutto. Dopo l’omicidio Khashoggi ha partecipato agli eventi del FII e nel 2020 è entrato nel board della neonata fondazione infischiandosene delle polemiche. Oneri e onori: quando Renzi ha fatto presente la sua esigenza di rientrare velocemente in Italia non ha dovuto cercare un volo anticipato.
In qualità  di membro del board ha usufruito di un ‘benefit’ incluso nel suo status. Stando a quel che Renzi stesso ha raccontato a chi gli chiedeva stupito del rientro con volo ‘privato’, non c’è stato un pagamento per il singolo volo. Esisterebbe una sorta di ‘diritto’ del membro del board FII a volare da e verso casa attingendo a questo ‘monte ore’.
Non tutti gli speaker hanno questo privilegio. Solo i membri del board. Le conferenze si svolgono da quattro anni. Però solo un anno fa il regime saudita ha creato la Fondazione.
L’amministratore delegato è il pubblicitario francese Richard Attias, marito di Cecilia, ex moglie dell’ex presidente francese Sarkozy.
Attias con Renzi ha scritto anche un saggio pubblicato sulla rivista della Fondazione. Il presidente del board è Yasir Al-Rumayyan, governatore del fondo sovrano saudita PIF Public Investment Fund, un ‘giocattolino’ con un valore netto di 360 miliardi di dollari. Poi ci sono la principessa Reema Bint Bandar Al Saud, Mohamed Alabbar, il Professore Tony Chan, l’imprenditore americano e futurologo Peter H. Diamandis, il professor Adah Almutairi.
Al primo evento, nell’aprile del 2020, in piena pandemia, Renzi ha lanciato l’idea del nuovo rinascimento contro la nuova pandemia.
In occidente si è ‘rivenduto’ il Nuovo Rinascimento già  con la Merkel nel 2014 con la Pixar nel 2015, con Macron nel 2019 ma Attias e il board hanno battezzato così il quarto convegno FII, il primo della Fondazione. Renzi per fornire le sue visioni e il suo nome al board del think tank saudita è pagato 80 mila dollari all’anno che includono i gettoni di presenza. Sui compensi paga le tasse in Italia e a chi gli parla di conflitto di interesse (FII si occupa per esempio di intelligenza artificiale e altri settori nei quali possono esserci interessi italiani contrastanti con quelli sauditi) Renzi risponde: “Evito di occuparmi di temi simili e resto sulle grandi questioni”.
Inoltre l’ex premier è convinto che il rapporto personale con MBS e quello formale con FII siano medaglie da vantare e non relazioni imbarazzanti per un politico. Agli eventi partecipano grandi nomi come l’ex premier australiano Kevin Rudd, il manager di Blackrock Larry Fink e l’ex Ad Ferrari Jean Todt. Però va detto che quasi sempre i manager sono in carica mentre i politici sono usciti davvero dalla scena.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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    • CHE FIGURA DI MERDA ALLA FARNESINA: L’8 AGOSTO IL MINISTERO DEGLI ESTERI HA PUBBLICATO UN COMUNICATO RIVOLTO AGLI ITALIANI IN SPAGNA CON LA SCRITTA ”REPUBBLICA FEALIANA” SOTTO ALLO STEMMA DELLO STATO. UN EVIDENTE “ALLUCINAZIONE” DI UN ‘INTELLIGENZA ARTIFICIALE (PROBABILMENTE A BASSO COSTO), CHE NON È RIUSCITA A RENDERE IL TESTO ORIGINALE
    • FUGA DALLA RUSSIA, OLTRE 20.000 PERSONE AL CONFINE CON LA GEORGIA N UN GIORNO: CRESCE LA PAURA DELLA MOBILITAZIONE DI PUTIN CHE HA BISOGNO DI CARNE DA MACELLO
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