Maggio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
IL DELIRIO: SALVINI NON VUOLE URSO PERCHE’ “AMICO DELL’IRAN”, PROPRIO UNO CHE SEMMAI E’ AMICO DI ISRAELE
Neanche ventiquattro ore dopo l’atto di apparente disgelo nei confronti dell’alleata Giorgia Meloni, con le quantomai tardive dimissioni dei due esponenti leghisti dal Copasir, il presidente Raffaele Volpi e il senatore Paolo Arrigoni, il segretario della Lega Matteo Salvini torna all’attacco.
Anzi, da giovedì mattina praticamente non ha mai smesso. E, in un crescendo, ha continuato imperterrito a chiedere le dimissioni di tutti i componenti del Comitato di controllo sui servizi segreti, se l’è presa con gli altri (“Pd, M5S e compagnia sono attaccati alla poltrona, dispiace per loro”) e soprattutto ha continuato ad insinuare che il senatore di FdI membro del Copasir e designato dal suo partito come successore di Volpi, Adolfo Urso, sia ‘amico dell’Iran’ per via di pregressi rapporti professionali con quello Stato.
“Sicuramente in un momento delicato come questo con Israele sotto attacco la Lega non darà mai il suo consenso a qualcuno che ha amicizia con un regime come quello iraniano che vorrebbe cancellare Israele”, così anche ieri Salvini in un punto stampa nei pressi di Palazzo Madama.
Poco importa se sui social vi siano diverse foto di Urso con l’ex primo ministro di Israele Ariel Sharon o con l’ex presidente Shimon Peres, foto che peraltro vengono rilanciate anche dall’account Facebook ‘Alleanza per Israele’ che nella didascalia ricorda come “anche in FdI, oltre che nella Lega, nel Pd e FI, esistono amici di Israele di lungo corso”.
Ma è evidente che dietro questi attacchi pretestuosi si nascondano ben altri giochi politici: lunedì si apre il tavolo coi leader del centrodestra per la scelta dei candidati a sindaco delle più importanti città italiane, la presidenza della regione Calabria, la partita in Rai…
Insomma di carne al fuoco ce n’è e con FdI col vento in poppa – anche questa settimana la Supermedia YouTrend per Agi accredita il partito della Meloni in crescita al 18,7% ormai a una manciata di punti dalla Lega, in emorragia costante di consensi, al 21%). Il Capitano sente il fiato sul collo ed è nervoso, il tentativo di bloccare ancora il Copasir lo dimostra: questa storia si trascina da mesi, sarebbe bastato che Volpi avesse ceduto il posto a Urso – la presidenza dell’organismo spetta per legge all’opposizione, è bene ribadirlo – senza troppe sceneggiate per risolvere ‘pacificamente’ ed in fretta la questione.
Invece adesso occorre reintegrare la composizione del Copasir, orfano dei due parlamentari leghisti (Elio Vito di FI ha annunciato il ritiro delle dimissioni), i due presidenti di Camera e Senato, trattandosi di un organismo bicamerale, dovranno chiedere ai gruppi della Lega di indicare due parlamentari in sostituzione dei dimissionari (ma Salvini ha già fatto sapere che non intende farlo, non vuole nessun reintegro, vuole le dimissioni in blocco di tutti) così il Copasir nel suo plenum potrebbe procedere con l’elezione del nuovo presidente.
Ma non è finita qui: la Lega chiede anche che ne venga riequilibrata la composizione secondo quanto stabilito dalla legge, cioè 5 esponenti di maggioranza e 5 di opposizione. Di fatto in questo modo si consegnerebbe metà del Comitato a FdI, opzione inaccettabile per gli altri partiti (peraltro la stessa FdI ha rigettato l’ipotesi).
In ogni caso, se FdI dovesse insistere sul nome di Urso e la Lega dovesse mantenere il suo niet, entrerebbero in gioco i numeri: il Copasir, in base alle proporzioni dei partiti in Parlamento, è composto da 2 esponenti leghisti, 1 di FdI, 3 del M5s, 1 Pd, 2 FI e 1 di Iv
La legge dispone che “l’ufficio di presidenza, composto dal presidente, da un vicepresidente e da un segretario, è eletto dai componenti del Comitato a scrutinio segreto. Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti”.
Dunque, Urso per essere eletto al primo scrutinio (segreto) deve incassare almeno 6 voti. “Se nessuno riporta tale maggioranza, si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggiore numero di voti. In caso di parità di voti è proclamato eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età”.
Insomma, fra FdI e Lega nessuno spiraglio di dialogo ma i numeri sono a favore di Urso, sul quale confluiranno i voti di tutti gli altri.
(da La Repubblica)
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Maggio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
ALMENO ALTRE QUATTRO VITTIME DELLO STUPRATORE SERIALE
Sono almeno quattro – oltre a quella che ha denunciato la violenza che ha portato
in carcere l’uomo – le vittime, non ancora identificate, di Antonio Di Fazio, amministratore unico della Global Farma, arrestato con l’accusa di aver violentato una 21enne attirata con il pretesto di uno stage. Lo si apprende da investigatori e inquirenti. L’arrestato in casa aveva anche una pistola finta, un lampeggiante e un tesserino del Ministero dell’Interno. Secondo l’accusa, millantava anche rapporti con imprenditori internazionali.
L’imprenditore è ritenuto un violentatore seriale. La ragazza, secondo la ricostruzione, è stata attirata nell’azienda dell’uomo e poi, col pretesto di incontrare altri imprenditori, nella casa, poco distante, dove è avvenuta la violenza.
Nella casa indizi di altre violenze ai danni di ragazze altrettanto giovani. Amante della bella vita e di auto lussuose e ritenuto un millantatore, sulla scorta di un contratto di forniture di mascherine alla Regione si spacciava come Alto commissario per l’emergenza Covid.
Le indagini dei militari, coordinate dal Dipartimento “Tutela della famiglia, dei minori e di altri soggetti deboli” della Procura di Milano, sono cominciate dopo la denuncia della giovane. Nel corso della perquisizione in casa dell’uomo erano state trovate, nascoste in una nicchia a scomparsa della cucina, due confezioni di “Bromazepam”, un ansiolitico della famiglia delle benzodiazepine.
I carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia Porta Monforte in collaborazione con quelli del Nucleo Investigativo di Milano, hanno accertato, grazie all’analisi dei tabulati telefonici, delle immagini estrapolate dagli impianti di videosorveglianza e dei dati gps registrati dallo smartwatch della ragazza e con accertamenti su vari telefoni e computer utilizzati dall’imprenditore, che l’uomo il 26 marzo dopo aver invitato la vittima a una finta riunione di lavoro, le aveva somministrato, mescolandola con un caffè e un succo d’arancia, un’elevata dose di benzodiazepine, provocandole un’intossicazione con avvelenamento.
Questo, spiegano i militari, “per privarla della libertà personale, trattenendola presso la propria abitazione contro la sua volontà fino al mattino seguente, porla in uno stato di incapacità di volere e di agire per abusarne e fotografarla”
L’uomo, preoccupato dall’esito della perquisizione e dalle indagini aveva addirittura tentato di crearsi un alibi, consigliando familiari e amici a rendere dichiarazioni compiacenti e accusando la studentessa e la sua famiglia di tentare un’estorsione ai suoi danni.
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2021 Riccardo Fucile
COSA DICE, COSA IGNORA E COSA NON CAPISCE LA LEADER DI FDI… LA SUA OSTILITA’ A UNA VISIONE LIBERALE DELLA SOCIETA’ E DELL’INDIVIDUO, NEGANDO DIRITTI
I libri dei politici, specie se scritti quando ancora in attività e con ambizioni da realizzare, sono soprattutto dei prodotti di più generali strategie di marketing politico. Il racconto di sé, che solitamente contengono, attinge quasi sempre a schemi narrativi tipici, in particolare propri delle fiabe, e a luoghi comuni del tempo coevo, come oggi l’ossessione narcisistica dell’ “essere se stessi” e rivelare ciò che “davvero si è”. Io sono Giorgia, il libro da poco uscito della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, non fa eccezione.
La dimensione intima e personale (raccontata con stile ed evocazioni adolescenziali, o forse da contemporanea influencer – che è un po’ lo stesso – come ha osservato Guia Soncini) occupa interi capitoli e poi si intreccia strada facendo con quella più specificamente politica e valoriale.
L’effetto? È quello della Politica Pop, dell’Intimate Politics: la simpatia che la messa in scena del personaggio suscita da un lato abbassa la guardia rispetto al significato dei suoi principi e valori, dall’altro può arrivare a trasformare la valutazione positiva prodottasi sul personaggio medesimo in una valutazione positiva della sua visione e delle sue opinioni. Storia nota.
Su quale visione, dunque, questo libro trasla quel sentimento di simpatia e ammirazione che il personaggio privato di Giorgia Meloni può suscitare?
Innanzitutto una visione che ricalca gli stilemi del populismo, con la contrapposizione manichea e moralistica tra popolo (bene) ed élite (male).
Il popolo corrisponde agli italiani comuni, l’élite è un multiforme universo di traditori del popolo. Da Mario Monti “esponente autorevole delle consorterie europee” a Mario Draghi, che potrebbe trasformarsi in “un novello cavallo di Troia dell’occupazione franco-tedesca dell’Italia”.
Dagli “oscuri burocrati” che hanno in mano l’Unione europea “e vorrebbero prescindere dalle identità nazionali, se non cancellarle”, ai “sacerdoti del politicamente corretto”, del “pensiero liberal e globalista”, “che nega il ruolo e il valore delle identità”.
La contrapposizione popolo-élite si sovrappone alla dicotomia destra (la sua sedicente destra) – sinistra (tutti gli altri). Dipinta come un corpo unico, votata al male del popolo, che poggia su un “delirio ideologico”, desiderosa di cancellare le identità, la fede, la storia e che da sempre considera la violenza “uno strumento legittimo da usare contro le organizzazioni di destra”.
In continuità con il totalitarismo sovietico e comunista, laddove le sue “politiche immigrazioniste” altro non sono che il nuovo volto “delle deportazioni di massa dell’epoca sovietica”, la sua “demonizzazione” del concetto di sacro il sostituto della “repressione violenta contro le religioni”, la sua lotta contro la “famiglia naturale” la nuova versione della lotta contro la borghesia. In poche parole, il male assoluto e una alterità concettualmente gridata.
Temi etici, immigrazione, Europa costituiscono gli ambiti ove la visione di Meloni si precisa. Che si tratti di aborto, eutanasia, identità di genere o adozione per le coppie omosessuali, l’opposizione poggia sempre su quel senso comune che fa derivare da diritti e libertà conseguenze estreme, mostruose, grottesche.
Dai “negozi di bambini” al diritto di accedere all’eutanasia in qualunque condizione. Come se esistessero solo libertà ‘assolute’. O tutto o niente: “O dispongo della mia vita o non ne dispongo, non ci sono parametri che possano regolare questo discrimine”.
Non esistono dialettica, confronto tra valori, soluzioni pragmatiche (sane dinamiche per una democrazia): o l’apocalisse o l’ordine sociale così com’è.
Anzi, come dovrebbe essere, perché tante degenerazioni sono in corso e bisogna reagire. L’evocazione del “caos” per chiudere ogni discorso.
Sull’immigrazione le posizioni di Meloni sono note. Nel libro sono anche l’occasione per cogliere la sua inclinazione verso uno schema tipico del discorso delle destre populiste e radicali: il complotto.
In più parti si fa riferimento, senza citarla letteralmente, alla teoria della ‘sostituzione’: “Chi ci guadagna ad abbassare salari e diritti? Le grandi concentrazioni economiche, ovviamente, gli speculatori finanziari: “l’immigrazione è uno strumento dei mondialisti per scardinare le appartenenze nazionali, per creare un miscuglio indistinto di culture, per avere un mondo tutto uguale e, possibilmente, tutto fatto di gente debole (…)
E poi c’è l’Europa. Qui le élite malvagie abbondano. Ma Giorgia Meloni si definisce anche europea.
La sua Europa è quella che respinge arabi e turchi a Poitiers e a Lepanto, dei monasteri e delle cattedrali. L’Europa della cristianità medioevale. D’altro canto Meloni sembra ammirare l’organicismo medioevale, i “cerchi concentrici” dove le identità, a partire dalla famiglia verso via via le comunità più ampie, stanno una dentro l’altra, armoniosamente, come non è nella società contemporanea.
”È la famiglia il nucleo di socialità fondamentale dove ciascuno sviluppa la propria formazione, condivide il proprio destino [sic!] e lega se stesso a un continuum che rappresenta il più determinante tonico della società, fin dalla notte dei tempi”. Dalla notte dei tempi, nessun percorso individuale, solo l’appartenenza a comunità ai quali si è predestinati.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, non esiste nella narrazione meloniana; si passa dalla Vienna assediata ai carri armati sovietici in Ungheria. Le radici cristiane dell’Europa (lette in modo semplicistico e a-problematico), insieme alla classicità, in una lettura della Storia tagliata a fette, sembrano esaurire l’essere europei.
Ma Meloni va oltre ed esplicita gli elementi che ci identificano. La fede; dunque l’appartenenza cristiana. E poi la cultura, ma anche le origini.
Cosa intende con origini? Non lo spiega, ma possiamo forse immaginare.
E ancora, “le caratteristiche con le quali nasciamo e cresciamo”. Quali caratteristiche? Se con esse siamo nati, caratteristiche ascrittive? E da tutto questo deriverebbe, inevitabilmente, una visione del mondo. Destinati a pensare in un certo modo dalla nascita.
Se così è, è naturale che ogni innovazione nei costumi e nei comportamenti sia vista come sovvertitrice dell’armonia di questo popolo ‘organico’. Che chi arriva da altrove non possa che essere percepito come un elemento di disturbo. Non ci sono principi e regole per integrare, ci sono origini per identificare.
In Europa sono i governi ungheresi e polacco – che come è noto stanno significativamente restringendo l’esercizio delle libertà e volontariamente inceppando i meccanismi dello Stato liberale – a difendere “la propria identità nazionale e cristiana”, vittime però dei globalisti che userebbero la clava di un ‘nobile principio’ [sic!], lo Stato di diritto, come “una spranga di metallo da calare brutalmente sulle popolazioni ungheresi e polacche”.
Chissà, magari tra quelle popolazioni vi sono coloro che scendono in piazza contro i suoi amici Orbàn e Morawiecki. Ma Giorgia non lo sa.
Lei è erede della grandiosa concezione del passato, mentre la sinistra è figlia di quell’illuminismo che merita una citazione solo per richiamare il suo rapporto con il razzismo. Ma anche per spiegarci che mica l’avevano inventato i nazisti, il razzismo. Indubbiamente. Dunque? Dunque, poiché il razzismo connotò la cultura occidentale ben prima dell’avvento del nazional-socialismo, “tutto si può dire – avverte Meloni –, tranne che queste nazioni abbiano fatto la guerra alla Germania per combattere il razzismo. È stato un incidente della storia che da quella vicenda l’umanità ne sia uscita più consapevole, e abbia cominciato a riflettere sul tema, spinta dallo shock provocato dalle conseguenze più tragiche del razzismo”.
Lo scontro di civiltà evocato da figure come Roosevelt e Churchill, in gioco nella lotta al totalitarismo nazista, sarebbe dunque una mera impostura, perché avendo il razzismo albergato anche nelle società occidentali, in fondo queste non sarebbero state migliori. A questo punto diventa lecito chiedersi se la distruzione degli ebrei d’Europa letta come il punto estremo del razzismo figlio dei Lumi (chissà se Meloni ha mai studiato la storia dell’antisemitismo), dovrebbe indurci a pensare che i campi di sterminio avrebbero potuto nascere in una qualunque delle democrazie dell’epoca, invece che all’interno della macchina totalitaria nazional-socialista.
D’altro canto, l’inconsapevolezza storica traspare dal suo racconto della visita allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme. Una specie di Alice che si domanda come possa essere successo, che spiega ai suoi lettori che “un genocidio si consuma a piccoli passi, poco alla volta. Viltà dopo viltà: fino alla completa disumanizzazione delle vittime, attraverso vignette all’apparenza innocenti, canzoncine offensive intonate senza pensarci, pettegolezzi diffusi sempre più insistentemente”.
Banalità poco sopportabili di fronte all’enormità di un evento sul quale la leader di FdI farebbe bene a informarsi un po’ di più.
Così da poter indicare, magari, qualche responsabile e qualche fenomeno scatenante, lei sempre così pronta ad additare i colpevoli e le forze malvagie all’opera. Farebbe scoperte interessanti.
Una specie di Alice, ancora, che si domanda come sia stato possibile che la persecuzione degli ebrei abbia avuto luogo anche durante il fascismo, “malgrado fossero ebrei molti dei protagonisti dell’ascesa di Mussolini”.
La fine del comunismo nell’Europa orientale diventa, a sua volta, l’occasione per altre ‘riletture’: “No, la democrazia [in Europa] non è tornata nel 1945 con la sconfitta della Germania nazista e dell’Italia fascista, come ci piace raccontare, ma solo nel 1989, quando si è dissolto anche il blocco sovietico”.
Avrebbe potuto scrivere che affinché tutta l’Europa fosse un continente di paesi liberi si sarebbe dovuto attendere l’89. E invece no, costruisce un discorso ingannevole che minimizza il significato della liberazione di decine di milioni di uomini e donne dal nazionalsocialismo.
D’altronde, per promuovere l’idea di una festa nazionale il 17 marzo (Unità d’Italia), lamenta che viviamo in uno Stato “che ha preferito celebrare momenti nei quali gli italiani erano divisi piuttosto che quelli che ne hanno sancito l’Unione”.
Eppure in quella data evocata, ma non detta, il 25 aprile, si festeggia l’Italia che tornava ad essere un Paese libero. Con i suoi drammi e le sue divisioni, ma libero dall’occupazione tedesca. Come si può camuffare una tale realtà?
E qui veniamo all’ultimo punto. Il suo rapporto con la destra post-fascista. Rispetto al fascismo scrive: “Non ho alcuna paura a ribadire per l’ennesima volta che non ho il culto del fascismo” (bontà sua!). E prosegue: “D’altra parte, conosco ogni nome e ogni storia dei giovani sacrificati negli anni Settanta sull’altare dell’antifascismo”. Ovviamente non vi è alcun nesso logico tra le due affermazioni, ma un nesso emotivo, sì. Un fenomeno storico prossimo alla parte politica della quale dice di voler “mettere in sicurezza la storia”, non è indagato, è eluso, ma su di esso il giudizio è ammorbidito preventivamente ricordando i giovani di destra ammazzati da avversari di sinistra decenni dopo.
In più momenti Giorgia Meloni rivendica di avere, con la creazione del suo partito, Fratelli d’Italia, raccolto un testimone, essersi posta in continuità con un “storia di settant’anni” (lei stessa spiega come tanti dirigenti, e non solo, provengano da lì).
Che significa il Movimento sociale italiano, sin dalle sue origini, e Alleanza Nazionale. Ma di quella lunga vicenda mette in rilievo essenzialmente la dimensione ‘esistenziale’, di ‘comunità di popolo’. Dei valori di quella storia, che dice di non volere tradire, non precisa granché.
A parte le pomposità della sua Storia à la carte. In un passaggio rivendica il carattere di avanguardia rispetto al MSI del movimento giovanile da lei guidato. Cosa questo significhi concretamente, però, rimane indefinito: in questo modo può mostrare il proprio lato modernizzatore senza rischiare di offendere i più nostalgici.
Giorgia Meloni non si misura mai né col fascismo né con l’estrema destra (lei non la chiama così, ma questo è il suo nome) alla quale si richiama. Si dipinge oltre navigando nell’ambiguità.
Quell’ambiguità può essere compresa come strategia politica: conquistare nuovi elettori più ‘moderati’ senza scontentare il nucleo originario ‘recuperato’ (o chi si riflette in quel nucleo originario).
Ma da quanto si è visto della lettura della storia occidentale di Meloni, comprendiamo che c’è qualcosa di più: una visione della politica, della società, dell’individuo che non ha nulla a che fare con quella liberale.
Una visione che recupera interpretazioni storiche o concezioni (come quella che sovrappone appartenenza politica, religione e origine, o quella che pone l’ordine sociale come un assoluto contro il quale la pretesa individuale può solo infrangersi), che mettono in discussione gli stessi principi della democrazia liberale (non a caso esalta le curvature illiberali di Polonia e Ungheria).
Nel suo mettere “in sicurezza” la destra di sempre, Meloni l’ha probabilmente traghettata, usando la terminologia di Cas Mudde, dalla sua natura “estrema” tradizionale, ostile alla democrazia liberale in quanto tale, a quella radicale (che è sovente anche populista), che si oppone a taluni aspetti della democrazia liberale, in particolare i diritti delle minoranze e la rule of law.
Il post-fascismo e la nouvelle vague populista hanno quindi un punto di incontro nell’ostilità alla visione liberale della società e dell’individuo. Lo spin populista, a sua volta, spiega l’avanzata elettorale di tanti partiti della destra radicale europea, Fratelli d’Italia compresi.
La tendenza a rappresentare la politica come lo scontro epocale tra bene e male, tra ordine e degenerazione, come la vittoria possibile solo degli ‘assoluti’, però, se potenzia l’efficacia della propaganda (messaggi ‘caldi’, semplici, diretti), una volta trasportata al governo può riservare brutte sorprese.
Il mondo mediatico si è invaghito del personaggio Pop e pare incapace di leggere oltre. A sinistra si concentra ogni avversione su Salvini per motivi di politique politicienne. Intanto Giorgia Meloni, che avanza inesorabile nei sondaggi, ha spiegato chi è. Ma forse in pochi hanno letto davvero il libro e in ancor meno lo hanno capito.
Capiranno forse qualcosa di più quando sarà arrivata a Palazzo Chigi.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 21st, 2021 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DI TASSARE LE RENDITE IN OCCIDENTE NON ARRIVA DAI COMUNISTI MA DA CAPITALISTI INTELLIGENTI COME STEVE JOBS, ELON MUSK E BILL GATES… SOLO NEL NOSTRO PAESE SI MISTIFICA LA REALTA’ PER FAVORIRE L’1% DEGLI ITALIANI ULTRARICCHI
Finalmente si arriva al dibattito sulla tassa di successione, grazie alla proposta del
segretario del Pd che vuole aumentarla. L’idea che Enrico Letta sia stato sommerso da un coro di critiche quasi assordante, che comprende persino esponenti del suo partito, purtroppo, va salutato come un bene: ci deve far aprire gli occhi, ci dice a che livello siamo arrivati, nel dibattito pubblico, ci fa capire fino a che punto siamo precipitati nella falsificazione della realtà. Non al fondo, ma se possibile più in basso.
Ci dice quanto forte sia stata l’egemonia della destra in questi anni, non tra il popolo, ma nel cuore delle élite imburrate che nel Palazzo (e a quanto pare in molti governi tecnici, para-tecnici e affini) hanno fatto il bello e il cattivo tempo.
Ci dà un segnale molto preoccupante sul posizionamento scelto da Mario Draghi su questo tema. Ci dà la dimensione di quanto sia potente la falsificazione del messaggio pubblico sui media.
Ci mostra quanto siano timorosi gli editoriali e le opinioni della stampa finanziata dai grandi editori (con piglio padronale), quanto cauti nel riportare i termini del dibattito senza esporsi.
Un leader – Letta – dice: “Diamo diecimila euro di dote ai giovani meno ricchi” (mediamente uno su due) aumentando la tassa di successione sui più ricchi, ovvero su chi lascia in eredità o dona più di 5 milioni di euro.
E l’altro – Draghi – risponde: “Non è il momento di chiedere soldi agli italiani”.
Ovvero: secondo Draghi far pagare chi lascia in dote 5 milioni di euro equivarrebbe a colpire “gli italiani”. E tradotto in numeri: si cerca di far passare l’1% dei più ricchi in Italia (quelli interessati da un prelievo sopra i 5 milioni di euro) come se fossero “gli Italiani”.
Il che costituisce non solo una curiosa ripetizione (il premier aveva già usato questa risposta per altre domande), ma persino un ribaltamento di senso: un congegno di leva fiscale ideato per togliere ai “pochi”, e distribuire ai “molti”, viene trasformato, con un giochino dialettico, nell’idea che si tratti di una manovra per penalizzare “gli italiani”.
Colpisce come, ancora una volta, si cerchi (ma il vero populismo delle élite è questo) di mistificare la realtà per trasformare un interesse particolare (quello dei pochi) in un interesse generale (quello dei molti).
Colpisce, ancora una volta, come si mettano davanti a tutto gli interessi dei garantiti, rispetto ai diritti dei non garantiti, quelli dei vecchi ricchi prima di quelli dei giovani poveri.
Colpisce, ancora di più, che una delle voci contrarie sia – nientemeno – quella dell’ex capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci, forse perché essendo un dirigente del Pd, ma anche “un ricco”, quando si parla di soldi, su tutto prevale il richiamo della foresta, e così il ricco prende il controllo sul dirigente politico.
Anche perché, ovviamente, solo in un paese che ha una classe dirigente arretrata, come quella italiana, si può dimenticare che la proposta di tassare le rendite, in Occidente, non arriva dai comunisti o da Robin Hood, ma dai turbocapitalisti della generazione digitale, dagli Steve Jobs, dai ricchissimi (ma intelligenti) Elon Musk e dai Bill Gates, non certo dalla famiglia Castro o dai sandinisti nicaraguensi.
Il tema è che questo paese è culturalmente vecchio, perché è vecchia la sua classe dirigente, ed è vecchia soprattutto la classe dirigente della sinistra. Il problema è che questo paese resterà vecchio, se non si riesce ad intaccare questa oscena obsolescenza: l’egemonia dei rentiers, dei parassiti di ricchezze accumulate da altri, delle generazioni del capitalismo esangue, degli eredi Agnelli e dintorni, magari di quarta generazione, che si rifanno la barca con il dividendo da azionisti (meglio ancora se finanziato con denaro pubblico), mentre i giovani precari sputano sangue e vengono (sotto)pagati lavorando a cottimo.
È inutile ricordare che in tutta Europa (Francia, Spagna, Germania, per non parlare delle democrazie scandinave) le ricchezze acquisite sono già tassate, mediamente, quasi dieci volte che in Italia.
È inutile dire che in un paese moderno si detassa la ricchezza acquisita con il merito (e con il proprio lavoro), e si tartassa la ricchezza ereditata senza merito (solo per via ereditaria).
E invece bisogna farlo, perché il capolavoro dei ricchi, in questi anni, è stato quello di far credere ai poveri di essere uguali a loro.
E, invece di agevolare leggi che portano lo standard del benessere ai più, hanno favorito provvedimenti, che uniformano la pressione fiscale dei poveri anche ai redditi dei milionari. Un capolavoro, appunto.
Come diceva splendidamente Don Milani, in uno dei suoi aforismi più belli: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diseguali”. Qualcuno, questi insegnamenti, oggi li dovrebbe ricordare al (milionario) senatore Marcucci. E anche al (milionario) premier Draghi, che ieri, un po’ infastidito, ha bocciato la proposta, con la stessa insofferenza con cui si allontana una zanzara che ti ronza intorno.
Sia chiaro: non c’è nulla di male, ad essere ricchi, purché (almeno quando si assume un ruolo pubblico) in nome di idee progressiste, si smetta di difendere la ricchezza.
Non c’è niente di peggio di far parti uguali fra diseguali, certo. Ma non c’è neanche nulla di più urticante del conflitto di interessi pecuniario: ovvero quello di chi difende la ricchezza solo per difendere la propria ricchezza.
(da TPI)
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Maggio 21st, 2021 Riccardo Fucile
LA SPERANZA DELLE COOPERAZIONI RAFFORZATE
“Nessuna soluzione arriverà prima dell’estate: servirà più tempo”. Alte fonti diplomatiche europee, rappresentanti dell’Europa ‘frugale’, frenano sulla discussione sull’immigrazione che Mario Draghi e il premier spagnolo Pedro Sanchez intendono aprire al summit europeo di lunedì e martedì prossimi a Bruxelles.
Frenano, oppure semplicemente aggiungono del realismo ad un dossier sul quale l’Ue non è mai riuscita a trovare un accordo comune efficace e funzionante.
Sembrerebbe che nemmeno questa sarà la volta buona. C’è poco tempo da qui all’estate, stagione che, visti gli ultimi sbarchi a Lampedusa e la crisi col Marocco a Ceuta, si annuncia complicata dal punto di vista degli arrivi dall’Africa.
E soprattutto ci sono pochi vertici in programma: quello informale della prossima settimana e quello formale del 24 e 25 giugno. Summit straordinario? Difficile. L’ultimo Consiglio Europeo straordinario sull’immigrazione risale al 2015, quando ci fu la maxi ondata dall’Africa e dall’est e Angela Merkel chiese e ottenne l’accordo europeo con Erdogan, firmato nel 2016 per fermare i flussi dai Balcani diretti prevalentemente in Germania (6 miliardi di euro di finanziamenti Ue alla Turchia).
Pur comprendendo le ragioni di Roma e Madrid e la necessità di riprendere la discussione sull’immigrazione, per i paesi del nord Europa questo resta un tema non prioritario. La speranza italiana è di riuscire a ottenere per lo meno delle cooperazioni rafforzate con i paesi disponibili a dare solidarietà almeno per gli arrivi dell’estate.
Per questo, da tempo è in corso un’interlocuzione del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese con gli omologhi di Germania e Francia, paesi che si sono offerti di collaborare per “non lasciare da sole Italia, Spagna, Grecia”. Ma, vista dal nord Europa, anche la via delle cooperazioni rafforzate non è così diretta e breve.
Perché, spiegano le stesse fonti europee, pur volendo escludere da un’eventuale intesa i paesi dell’est, non toccati dalle frontiere esterne e ideologicamente indisposti a discutere di questi temi, “occorrerà comunque trovare un accordo tra nord e sud Europa e questo ancora non c’è”.
Tradotto: non si fa in tempo prima dell’estate. Seconda traduzione: la cooperazione rafforzata al massimo potrà riguardare la Germania, ma non i frugali del nord, Olanda, Danimarca, Finlandia e affini.
Perché la loro richiesta è che il tema delle riallocazioni dei migranti vada di “pari passo con una procedura armonizzata di controllo delle frontiere”, per frenare i movimenti irregolari da sud a nord dell’Unione. La richiesta all’Italia di stare più attenta ai cosiddetti ‘movimenti secondari’ è sempre arrivata anche da Berlino, ma mentre la Germania tratta, i ‘frugali’ hanno un atteggiamento molto più rigido su questo punto.
Ieri a Bruxelles il segretario del Pd Enrico Letta ha messo nel mirino “ungheresi e polacchi” per fare un esempio dei paesi membri meno inclini alla solidarietà e dunque da non prendere in considerazione nella ricerca di una cooperazione rafforzata con gli Stati disponibili a trattare per scavalcare il meccanismo dell’unanimità, che però, ricordano le fonti nordiche, ”è previsto dai Trattati”.
Ecco, ma il problema non è circoscritto ai paesi dell’est, la cui fama nazionalista, sovranista e anti-comunitaria è ormai solida. Sull’immigrazione il problema è più generale, come si è visto da quando il piano Juncker sulle riallocazioni dei migranti è stato affossato nel 2015 perchè la maggior parte degli Stati membri si è rifiutata di accogliere.
Da qui, il patto europeo con la Turchia, soldi in cambio di ‘stop ai flussi’, con le sue nefaste conseguenze in termini di potere di ricatto di Ankara verso Bruxelles, ‘modus operandi’ che pare sia anche il motore dei rapporti tra Ue e Nord Africa.
Intanto la nave dell’ong Sea Eye 4 attracca a Pozzallo dopo una settimana di navigazione con a bordo 414 migranti salvati in mare. Ma il pessimismo non abita solo al nord Europa.
Anche Papa Francesco ritiene che la comunità internazionale sia incapace di affrontare le sfide comuni come l’immigrazione e i cambiamenti climatici. “La pandemia ci ha resi più consapevoli della nostra interdipendenza in quanto membri dell’unica famiglia umana”, ma “ci ha reso anche consapevoli che la comunità internazionale sta vivendo una crescente difficoltà, se non l’incapacità, di cercare soluzioni comuni e condivise ai problemi del nostro mondo”, dice il Pontefice.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 21st, 2021 Riccardo Fucile
A MILANO IL QUARTIER GENERALE DI “ULTIMA LEGIONE”….IL LEADER DEL GRUPPO INNEGGIAVA A GIORGIA MELONI
Custodivano pistole, fucili, pugnali, vessilli con simboli nazifascisti. Si facevano chiamare “legionario Enzo”, “legionario Luca”, “legionaria Francesca” e indossavano magliette nere con il tricolore e il nome del movimento: “Ultima Legione”. Apparentemente, uno dei tanti gruppi identitari della destra estrema e nostalgica
In realtà – hanno accertato gli agenti della Digos coordinati dalla procura de L’Aquila e dalla Direzione nazionale anti-terrorismo – miravano a “costituire una struttura politica che si richiamava all’ideologia fascista” con “istigazione all’uso della violenza quale metodo di lotta politica e diffusione online di materiale che incita all’odio ed alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi”.
«Elimina l’ebreo», dicevano i militanti di Ultima Legione, i neofascisti perquisiti dall’antiterrorismo nei giorni scorsi.
Militanti che ritroviamo in eventi di Fratelli d’Italia, il partito sovranista e conservatore di Giorgia Meloni. In uno di questi eventi erano presenti anche esponenti del Sap, sindacato di polizia.
Accanto a lui un gruppo di militanti, con felpa nera ed in mano il volantino del partito, con la foto della Meloni. Sono gli esponenti di punta di “Ultima legione”, come si legge sul logo che portano sul petto, movimento di estrema destra nato nel 2018 proprio a Milano e, da alcuni mesi, sotto l’occhio degli investigatori dell’antiterrorismo.
Sul suo profilo social il 25 novembre del 2017 – poco prima di fondare il gruppo neofascista – ha postato un selfie con una Giorgia Meloni sorridente.
La foto è stata scattata in occasione di un incontro tra i vertici del gruppo milanese “Fare fronte” – legato all’esponente del neofascismo lombardo Roberto Jonghi Lavarini – e la Meloni, durante una manifestazione contro lo Ius Soli. Il leader della foto con Meloni è tra i perquisiti nell’inchiesta sul gruppo neofascista.
Il movimento fondato a Milano il 29 ottobre del 2018 dal 53enne Enzo Cervoni, con sede nella multietnica via Padova, è finito al centro di un’inchiesta dell’Antiterrorismo partita dall’Aquila, con 25 perquisizioni in 18 province. Fra i 30 indagati anche la compagna di Cervoni, tesoriere e responsabile dei social, e militanti di tutta Italia del gruppo che ha la sua roccaforte in Abruzzo e Lombardia, fra Milano e il Comasco. Un’organizzazione connotata, secondo l’accusa, da un elevato grado “di fanatismo violento, intriso di xenofobia e nostalgie filonaziste” che talvolta “sfociano in non meglio precisate progettualità delittuose e di eversione dell’ordine democratico, nonché nell’aperta esaltazione di recenti stragi di matrice suprematista”. Messaggi veicolati dalle chat private su Telegram e Whatsapp e sul social russo VKontakte dal 2019 finite sotto la lente degli investigatori della Digos e della Polizia postale, coordinati dalla Procura dell’Aquila e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.
La Costituzione italiana era bollata come “prostituzione” e con altri epiteti. Poi l’esaltazione della violenza – “Le armi si trovano… si trovano. Ho sempre gli anelli alle dita e il manganello dietro, ora ho pure un machete” – con il corollario di nostalgie fasciste e frasi antisemite: “Elimina l’ebreo, e il mondo diventa migliore”. La pandemia, nella visione del movimento, letta in chiave complottista e negazionista. Uno degli appartenenti ha anche commentato i filmati dei mezzi dell’esercito usati a Bergamo per il trasporto della salme nella prima fase dell’emergenza sanitaria con riferimenti ai forni crematori nei campi di concentramento nazisti.
Fra i “dieci comandamenti” di Ultima Legione “stop all’immigrazione clandestina”, abolizione con referendum delle leggi Scelba e Mancino contro la ricostituzione del partito fascista, “tutelare la cultura e l’identità italiana”. In un’intervista pubblicata su YouTube Cervoni esprimeva apprezzamento per Giorgia Meloni perché “è molto combattiva”
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2021 Riccardo Fucile
LA MELONI: “MAI RICEVUTO INVITO FORMALE”… LA DEPUTATA FDI BUCALO: “C’E’ STATO IL CONTATTO MA NESSUNA ADESIONE FORMALE”… LA DIRIGENTE NON RISPONDE ALLA STAMPA, AVVIATA UN’INCHIESTA DALL’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE
La presentazione del libro di Giorgia Meloni, in presenza della leader di Fratelli
d’Italia e della deputata, sempre di FdI, Ella Bucalo, durante le ore di lezione in un istituto superiore di Messina.
Un evento annunciato ufficialmente con una circolare, che viene adesso rinnegato da tutte. Le esponenti politiche dicono, infatti, di non saperne nulla, mentre la dirigente scolastica, promotrice della presentazione, non risponde al telefono.
Eppure c’è una locandina dell’evento e una circolare scolastica che lo annuncia.
Ma cos’è successo esattamente?
Maria Rosaria Sgrò, dirigente dello Jaci, un istituto tecnico tra i più noti di Messina, con sede in pieno centro città, ha firmato una circolare (la n. 233) in cui annuncia per il prossimo 25 maggio l’evento con Meloni e Bucalo, per la presentazione del libro “Io sono Giorgia, le mie radici, le mie idee”, di cui esiste anche una locandina che la dirigente ha come foto profilo su WhatsApp.
Ma è proprio la circolare a fare saltare dalla sedia docenti e studenti: “Giorno 25 Maggio dalle ore 9.00, l’intera comunità scolastica prenderà parte, in modalità on line, all’incontro d’autore con l’On. Giorgia Meloni”.
Un’attività inserita all’interno dell’orario scolastico, tanto che “i docenti, secondo il proprio orario di servizio, vigileranno sugli alunni in presenza, provvederanno a mantenere il collegamento all’incontro per tutta la sua durata; avranno cura di rilevare le presenze degli alunni, valide come ore di Pcto e di riferirle successivamente ai tutor di alternanza”, così si legge nella circolare.
E non potevano tardare le proteste: “Apprendiamo con sconcerto che, giorno 25 maggio, l’Istituto Jaci organizza un’iniziativa politica, durante le ore curriculari. La finalità politica dell’incontro, al limite dell’indottrinamento, è inequivocabile dal momento che l’On. Ella Bucalo viene presentata, dalla stessa circolare dell’Istituto, come responsabile del Dipartimento Scuola di Fratelli d’Italia”.
Bucalo, anche lei dirigente scolastica: “Io sono basita”, risponde
Perché questo stupore? “Ero stata contattata dalla Fidapa per conto anche della preside, ma prima di tutto avevo capito si trattasse di un evento extracurriculare, dopodiché non so come si siano potuti permettere di inserire i nostri nomi senza alcuna adesione formale da parte nostra”, così si difende la deputata di Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese.
E anche dall’ufficio stampa di Meloni arriva la smentita: “Si precisa che il presidente Meloni non ha mai neanche ricevuto un invito a questa iniziativa e non avrebbe in ogni caso accettato, ritenendo da sempre che la presenza degli esponenti politici nelle scuole non possa essere in alcun modo imposta agli studenti”.
Nessuno dunque pare saperne niente, eppure dal profilo WhatsApp della preside dello Jaci non sembra ci fossero dubbi sulla modalità dell’evento, la sua foto profilo è la locandina dove al centro c’è la foto di Giorgia Meloni e intorno l’elenco degli interventi, tra cui appunto quelli di Meloni e di Bucalo.
Chi ha fatto approvare una locandina senza una formale adesione da parte di FdI non è dato sapere: “Sono stata contattata dalla scuola, ma non avevo alcun accordo definitivo per partecipare alla lezione online”, risponde così Ella Bucalo, responsabile scuola di Fdi. “Ho chiesto di smentire – sottolinea la dirigente di Fdi – con me c’era stato solo il contatto per pensare a un incontro, nulla di definito”
Un evento inopportuno anche per la deputata: “Di questa circolare non sapevo assolutamente nulla, ed è chiaro che un evento del genere all’interno dell’attività curriculare è inopportuno”.
Mentre Antonio Mazzeo, docente scolastico in un’altra scuola di Messina, chiede “con ancora più convinzione la rimozione immediata dal suo incarico della dirigente scolastica dell’IT. Jaci di Messina per il gravissimo danno d’immagine reso alla credibilità della scuola italiana”.
Sul caso interviene il direttore dell’Ufficio scolastico regionale: “Dopo avere appreso la notizia dal web, l’Ufficio scolastico regionale per la Sicilia – dichiara Stefano Suraniti – anche tramite l’Ambito territoriale di Messina, ha immediatamente chiesto una relazione sui fatti alla dirigente scolastica”.
Un passaggio necessario per accertare eventuali responsabilità da parte del capo d’istituto che per la presentazione del libro ha chiesto ai docenti di segnalare le presenze degli alunni per l’attività valevole come Pcto: l’ex alternanza scuola-lavoro. Intanto, la dirigente scolastica Maria Rosaria Sgrò ha annullato l’incontro online previsto per il 25 maggio con la Meloni.
Ma la questione resta aperta. La richiesta di relazione al capo d’istituto è soltanto il primo passo di una complessa procedura. La relazione e gli ulteriori elementi informativi raccolti saranno utilizzati dall’ufficio per eventuali accertamenti di natura ispettiva e/o per le valutazioni di carattere disciplinare.
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2021 Riccardo Fucile
SCATTA LA PROTESTA DI DOCENTI E STUDENTI CONTRO LA CIRCOLARE DELIRANTE… SE LA DIRETTRICE VUOLE FARE POLITICA SI PRESENTI ALLE ELEZIONI E NON INQUINI LA SCUOLA CON LA PROPAGANDA DI GENERE SOVRANISTA
Il libro di Giorgia Meloni, “Io sono Giorgia”, entra nella scuola italiana insieme con
l’autrice, e lo fa partendo dall’Istituto tecnico economico statale “Antonio Maria Jaci” di Messina, dove il prossimo 25 maggio “l’intera comunità scolastica”, recita una circolare, è tenuta a partecipare a un incontro in modalità on line con la leader di Fratelli d’Italia: chi non lo farà, non avrà i crediti formativi previsti.
“I docenti – si legge nella circolare – vigileranno sugli alunni in presenza, provvederanno a mantenere il collegamento all’incontro per tutta la sua durata; avranno cura di rilevare le presenze degli alunni, valide come Pcto (percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, ndr) e di riferirle successivamente ai tutor di competenza”.
A firmare la circolare, numero 233, è il dirigente scolastico Maria Rosaria Sgrò. All’incontro, afferma ancora la circolare, parteciperà anche la parlamentare Ella Bucalo, responsabile scuola di Fratelli d’Italia. Nella circolare la Meloni è indicata come “parlamentare e scrittrice”.
Saputa della circolare, diramata ieri, la protesta monta in queste ore tra studenti e genitori.
“Mio figlio, 17 anni, egiziano, musulmano, arrivato sulle costa siciliana con il barcone, in affido da 6 anni ad una famiglia non tradizionale (io e il mio compagno non siamo sposati), ha l’obbligo da parte della scuola superiore cittadina, che frequenta con ottimi risultati, di partecipare alla presentazione del libro della signora Meloni, pena assenza da giustificare”, afferma Dinah Caminiti, che aggiunge: “Mio figlio parteciperà, ma io sono per il contraddittorio e non sono per la censura. Mio figlio non ha paura della Meloni, ma altri non hanno gli stessi strumenti. Ci deve essere un contraddittorio, vi sono interventi organizzati ma nessuno dei ragazzi è stato chiamato a intervenire nè altri scrittori di appartenenza politica opposta a quella dell’onorevole Meloni.”
(da agenzie)
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Maggio 20th, 2021 Riccardo Fucile
IL DIRITTO INTERNAZIONALE LO VIETA ESPRESSAMENTE E PURE IN CASO DI GUERRA C’E’ L’OBBLIGO DEL PORTO SICURO
Il mare calmo e il clima mite non sono certamente agognati con finalità vacanziere
dai tanti, sempre troppi, migranti che sulle nostre coste vedono l’approdo ad una vita in cui i diritti umani siano riconosciuti e rispettati.
Ovviamente, non tutti fuggono dalla guerra (come accade con i libici) e molti lasciano il proprio paese (Tunisia, Bangladesh) con in tasca solo il sogno di un futuro economico migliore per se stessi e per le proprie famiglie.
Attraversano il mare sapendo di poter morire in quelle acque, ma qualsiasi cosa è percepita come preferibile alla disperazione che li affligge nei loro paesi natii.
Anche noi italiani siamo stati un popolo di migranti e vivificare la memoria è un esercizio consigliato oggi più che mai.
L’oggettiva drammaticità delle cause che spingono queste persone (p-e-r-s-o-n-e) a emigrare non rende l’Italia un paese immediatamente in grado di accoglierle nel rispetto della loro dignità (dimensione prioritaria dell’accoglienza), ma ci costringe invece a sbattere contro i limiti del nostro sistema europeo di solidarietà, redistribuzione e rimpatri.
Limiti che vanno superati attraverso il consolidamento – ad esempio – dell’accordo di Malta e in sede comunitaria.
FACILE PROPAGANDA
Preso atto di un problema innegabile – e per chi avesse qualche dubbio basta guardare ciò che sta accadendo in queste difficili giornate a Lampedusa e Ventimiglia – scopriamo che la soluzione urlata da chi vuol combattere l’immigrazione illegale sedendo sui comodi scranni dell’opposizione è affetta proprio dal vizio di illegalità.
Un po’ come quando la cura tanto millantata si rivela peggio della malattia.
Mi riferisco al “blocco navale”, sempre attuale mantra di Giorgia Meloni, che prevederebbe conseguenze ben più gravi della situazione in cui siamo.
Chiariamo subito cosa sia, perché probabilmente anche i sostenitori di questa seria operazione militare non ne sono a conoscenza. E se ne sono, la cosa è ancor più preoccupante.
COSA DICONO LE NAZIONI UNITE
Il blocco navale è un’azione militare finalizzata a impedire il transito – in entrata come in uscita – di navi militari e mercantili dai porti di un paese.
È disciplinato dal diritto internazionale, nello specifico dall’articolo 42 dello statuto delle Nazioni Unite e, stando alle norme vigenti, l’adozione del blocco navale comporterebbe che tutti i natanti che forzano il blocco siano condotti in un porto del paese che ha imposto il blocco stesso. Dunque, venite pure in Italia migranti!
Inoltre, l’attivazione unilaterale del blocco navale è prevista solo nei casi di guerra, aggressione e legittima difesa mentre in tutti gli altri – immigrazione inclusa – è illegale, come ci ricorda il diritto internazionale e il citato articolo 42 dello statuto delle Nazioni Unite.
DI MALE IN PEGGIO
Insomma si propone di contrastare l’immigrazione clandestina con un’azione che è tanto inutile, se non peggiorativa, quanto illegale.
In un periodo tanto delicato come quello che viviamo sarebbe più utile un’opposizione più seria ed emancipata dalla bulimia di consenso che va sempre a braccetto, come noto, con la miopia politica.
(da La Notizia)
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