Febbraio 24th, 2021 Riccardo Fucile
DA BRESCIA A BERGAMO, DA CREMONA A ROMA, DA TREVISO A SASSARI
Le scuole sono tornate al centro delle cronache Covid. Il mantra “la scuola è sicura”, così fuorviante nella precedente stagione di governo, non viene neppure più accennato. Le varianti hanno cambiato il punto di vista anche di un Comitato tecnico scientifico che in autunno voleva convincere il governo a tenere tutta l’istruzione aperta, in nome della tutela del sapere e dell’integrità psichica dello studente. D’altro canto, per la prima volta l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità , venerdì scorso, ha indicato come la fascia d’età 8-19 anni sia in qusto momento quella con più contagi.
Il legame varianti Covid-adolescenti, e ovviamente adolescenti-scuola, ha trovato un’altra conferma nell’istituto del Quartiere africano di Roma, il Sinopoli di Via Mascagni: dopo aver conosciuto un caso di “inglese” — con la chiusura di materna ed elementare del plesso -, ha certificato la presenza della “brasiliana”, la forma del virus che sta assediando l’Umbria e che ancora non si era vista nel Lazio. Otto persone, due insegnanti e sei studenti, al momento sono positive. Per millecinquecento studenti, docenti e amministrativi nei prossimi cinque giorni è previsto il controllo epidemiologico. Istituto Sinopoli ovviamente chiuso
Negli ultimi tre giorni sei le scuole fermate per Covid a Roma, soprattutto istituti per l’infanzia ed elementari. La variante inglese, il cui focolaio è stato avvistato in un plesso di Carpineto, la larga provincia di Roma, ha portato il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, a far chiudere le scuole in zona, dai nido alle superiori, e a dichiarare aree rosse sia Carpineto che Colleferro. Il sindaco di Anagni, Danile Natalia, ha avvistato il problema e vietato l’ingresso agli istituti scolastici della sua città ai ragazzi di Carpineto e Colleferro. Due casi di variante inglese, su diciannove totali, sono stati certificati in una primaria del Comune di Fiumicino, sempre Città metropolitana di Roma.
“La situazione è preoccupante”, dice Mario Rusconi presidente dell’Associazione nazionale presidi del Lazio. “Se doppia mascherina o protezioni Ffp2 non dovessero bastare, è necessario mettere le classi in quarantena e ricorrere alla Didattica a distanza”.
Dieci contagi nella scuola elementare Marconi di Cecina hanno contribuito a far passare il comune livornese in zona rossa. E l’assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini, ha spiegato che a Bologna e nella sua provincia nelle ultime settimane c’è stato un “incremento significativo” dei contagi da Covid: “Anche nel settore della scuola”. Donini ha chiesto all’Azienda sanitaria di attivare maggiori risorse per assicurare le attività di contact tracing e sorveglianza: “Siamo nel picco epidemico”.
L’area più critica resta la Lombardia settentrionale. Gli istituti scolastici sono stati chiusi a Brescia, in sette comuni in provincia di Bergamo e in uno nel Cremonese: in queste aree è scattata la zona arancione rafforzata. In Lombardia, nella settimana dal 15 al 21 febbraio, sono stati 547 i casi di tamponi positivi segnalati dalle scuole all’Ats Città metropolitana di Milano. Sono 409 alunni e 138 operatori scolastici. Il numero di persone isolate, invece, è a quota 6.106, di cui 5.902 alunni e 204 operatori. Dei 547 positivi, 20 sono del nido, 76 della scuola dell’infanzia, 149 della primaria, 118 della secondaria di primo grado e 184 di quella di secondo grado.
A Soligo di Treviso è stata fermata un’intera scuola elementare con le sue dieci classi. E così a La Maddalena, in provincia di Sassari, dove una bambina è stata colpita dalla variante inglese. In venti comuni della provincia di Ancona, capoluogo compreso — sono entrati tutti in zona arancione -, la diffusione del contagio si è concentrata in alcune classi e in alcuni plessi.
Non decolla, per ora, il piano “unità mobili”, una sorta di pronto interventio nelle scuole per circoscrivere il contagio accertato e avviare un rapida e selettiva campagna di isolamento e tamponi rapidi. Lo ha chiesto il ministero dell’istruzione su indicazione del Cts, coinvolge Difesa, Esercito e Protezione civile.
In Puglia, dove il Tar aveva sospeso l’ordinanza regionale “studenti tutti a casa” accogliendo l’istanza del ricorso presentato dal Codacons Lecce e da un gruppo di genitori. il presidente Michele Emiliano ha firmato una nuova ordinanza che tiene ogni ciclo in Didattica a distanza (ora chiamata Did, integrata) fino al 14 marzo.
In diverse Regioni, come abbiamo raccontato nella newsletter Dietro la lavagna sono partite le vaccinazioni al personale scolastico. La Toscana ha bruciato le tappe, il Lazio è partito ma i tamponi sono pochi: nel primo giorno sono stati vaccinati con Astrazeneca 4.000 docenti. Il Piemonte ha aperto le adesioni al vaccino per gli under 55 e così la Puglia. In Abruzzo si stanno vaccinando sia i docenti scolastici che il personale universitario, non senza problemi. Da lunedì scorso ci si prenota per le maestre dell’infanzia in Veneto e in Emilia-Romagna, dove si sono registrati ritardi. Le Marche partiranno dal primo marzo.
In Calabria il presidente facente funzione, Antonino Spirlì, ha annunciato che dalla prossima settimana inizierà la vaccinazione del personale della scuola, che si protrarrà per 15-20 giorni, durante i quali gli istituti resteranno chiusi. La campagna non decolla in Lombardia e in Sicilia, dove le indicazioni sono state fin qui contraddittorie, come denunciala segretaria generale della Cisl scuola, Maddalena Gissi.
In generale, resta irrisolta la questione dei docenti pendolari, esclusi dalla vaccinazione sia nella regione dove insegnano che in quella di residenza.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2021 Riccardo Fucile
BERTOLASO SI E’ SVEGLIATO: “BISOGNA INTERVENIRE IMMEDIATAMENTE”… POTEVA DIRLO A TEMPO DEBITO AL MINISTRO GARAVAGLIA CHE VOLEVA RIAPRIRE A TUTTI I COSTI
Quella di Brescia è una delle province più colpite dal covid: basti pensare che dall’inizio della pandemia,
ora conta un centinaio di morti in più rispetto a Bergamo, atra città martoriata dal virus.
Ora la situazione non è più sotto controllo, e Guido Bertolaso, neo commissario straordinario per il piano vaccinale della Lombardia, parla di “terza ondata giù arrivata a Brescia, dobbiamo intervenire immediatamente”.
A lanciare l’allarme è stato il sindaco della città , che nel fine settimana scorso chiama urgentemente il governatore Attilio Fontana: “Qui la situazione è grave”, “tranquillo è già al vaglio del Cts”, lo rassicura il numero 1 del Pirellone. E chiude tutto con una zona arancione “rafforzata”, con possibilità di lockdown locali e mirati. E fin qui poco male. Anzi, bene (ma è doveroso ricordare che lui lamentava che da Roma non dessero notizie su aperture e chiusure di tutto il territorio nazionale nelle fasi più acute della pandemia, se non poche ore prima. Ecco, lui ha fatto la stessa cosa con Brescia).
E però: fino a pochi giorni fa Attilio Fontana & company avevano tuonato contro il ministro della Salute Roberto Speranza, reo di aver fatto sapere solo poche ore prima agli imprenditori invernali che i loro impianti non avrebbero potuto riaprire. Perchè, ovviamente, la situazione sanitaria del Paese ancora non lo permetteva ieri e non lo permette oggi. Ma no, la Lombardia non l’ha accettato, tanto che non solo il capo della Regione ha detto la sua, ma anche il ministro leghista del Turismo Garavaglia aveva attaccato il collega alla Salute: “Non è possibile che decida all’ultimo e da solo” (che poi, solo non era. E anzi: era stata scelta condivisa da Draghi e dal suo esecutivo).
Ma vabbè. Indovinate però qual era una delle zone in cui -a detta dei suoi amministratori- i danni per gli imprenditori della montagna fossero maggiori? Il bresciano, ovviamente.
Dove, solo una settimana dopo dal fattaccio del rinvio dell’apertura degli impianti sciistici, il direttore generale dell’Asst Franciacorta (dove il covid ha attaccato pesantemente), he detto: “Nell’ospedale di Chiari ho trasformato tutto quello che potevo in reparti Covid. Chiudendo la Pediatria e accorpando Cardiologia e Neurologia. I ricoverati per colpa del virus sono passati da 50 a 95 in una settimana”
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 24th, 2021 Riccardo Fucile
“OCCORRE AUMENTARE IL NUMERO DELLE STRUTTURE PROTETTE DOVE POTER DIMETTERE I PAZIENTI”
Adesso è ufficiale: tutta la provincia di Brescia sarà zona arancione rafforzata a causa della crescita dei contagi da Coronavirus. Le stime sulla diffusione delle varianti Covid, raccolte da Open, erano allarmanti già il 18 febbraio.
E la vicepresidente di Regione Lombardia, Letizia Moratti, ha detto che le varianti sono presenti nel 39% dei casi. Sul territorio gli ospedali sono in affanno. Medici e infermieri continuano a lottare, ma ora devono affrontare quella che Guido Bertolaso non ha esitato a definire la «terza ondata» dell’epidemia. E anche loro hanno bisogno di aiuto.
«L’ospedale è un luogo in cui normalmente non si muore», racconta a Open Renzo Rozzini, responsabile dei reparti Covid in Fondazione Poliambulanza, uno dei maggiori ospedali di Brescia e caso unico di sanità privata no profit in Lombardia. Rispetto alla morte — generalmente confinata nei reparti di terapia intensiva o di geriatria, ma in numeri molto più bassi rispetto a quelli determinati dalla pandemia — «non esiste una consuetudine, non c’è un allenamento possibile».
Veder morire così tanti pazienti, in altre parole, sta lasciando «ferite profonde» nell’animo del personale sanitario. E si può solo immaginare quale sia il livello di stress emotivo legato al mestiere, un fattore che pesa inevitabilmente anche sui turni, sull’organizzazione del lavoro: «Alcuni medici sono veramente segnati. Un medico, di per sè, si considera indistruttibile. Anzi, prende forza dall’atto di cura e fatica a farsi curare a sua volta, non accetta facilmente la propria fragilità . C’è anche chi rifiuta il supporto psicologico, perchè non riesce a parlarne. Bisogna stargli vicino».
Al Poliambulanza è stato necessario allestire pochi giorni fa un reparto Covid aggiuntivo rispetto ai tre già presenti. Spiega sempre Rozzini: «Registriamo un aumento dei ricoveri e parallelamente, soprattutto nel fine settimana, una riduzione dei flussi in uscita, ovvero delle dimissioni». Il sabato e la domenica ci sono meno medici e la capacità di accoglienza di tutto il sistema sanitario organizzato è più limitata. È sempre stato così, ma con l’epidemia ancora di più, perchè la priorità viene data ai servizi di emergenza, alle ambulanze e ai pronto soccorso
Ricoveri quasi triplicati rispetto a Natale
I numeri parlano chiaro: «A Natale avevamo 54 pazienti Covid ricoverati. Domenica scorsa siamo arrivati a 132. Sono quasi triplicati». L’aumento è iniziato nella prima settimana di febbraio, con 90 pazienti. Poi, dal 10 febbraio, l’impennata vera e propria. «Ma l’ospedale deve funzionare anche per gli altri pazienti critici, che nell’ultimo anno sono stati di fatto espulsi. Ci sono anche altri pazienti che devono essere ricoverati, la capacità non è illimitata», continua Rozzini
Pazienti trasferiti a Milano, Bergamo e Crema
Proprio per poter garantire anche questo tipo di attività , il Poliambulanza ha cominciato a trasferire altrove i malati di Covid-19. Domenica scorsa ne sono stati trasferiti cinque tra Milano, Bergamo e Crema. Ieri altri 11. «Oggi non so ancora quanti saranno, ma il dato è in crescita», prosegue Rozzini. E c’è anche un altro numero su cui riflettere: «A novembre abbiamo raggiunto un picco massimo di 126 ricoveri, meno quindi di domenica scorsa. E soprattutto il 60% arrivava da altre province. A novembre abbiamo dato, adesso siamo noi che abbiamo bisogno di aiuto, speriamo per un tempo limitato»
«Gli ordini si eseguono, non si discutono»
Sull’ordinanza appena varata dalla Regione, il dottor Rozzini non intende fare commenti inutili: «Quando c’è un’epidemia, bisogna entrare nell’ottica che gli ordini non si discutono. Se chi governa la sanità dà un ordine, bisogna eseguirlo. Io ricevo ordini e do ordini in una catena di trasmissione che deve essere logica per il bene della comunità . Bisogna salvare più persone possibili e per farlo c’è bisogno di una visione d’insieme. Con i “secondo me” non si va da nessuna parte»
Il peso delle variabili extra-cliniche sui percorsi assistenziali
Ma la zona arancione rafforzata sarà sufficiente ad arginare la terza ondata a Brescia? «Questo non lo so», risponde Rozzini, «posso dire però che esistono variabili cliniche e variabili extra-cliniche». Queste ultime sono di carattere organizzativo e possono modificare drammaticamente i percorsi assistenziali. Chiarisce ancora Rozzini: «Se ho a disposizione dei posti dove dimettere i pazienti che possono proseguire il trattamento con cure a bassa intensità , tipo i Covid Hospital o simili, ho un flusso in uscita che mi permette di accogliere nuovi malati. Viceversa, se non ho la possibilità di dimettere perchè il sistema è bloccato a valle, i pazienti si accumulano in ospedale e il numero dei posti letto necessari cresce sempre di più»
Le richieste alle istituzioni
La richiesta rivolta alle istituzioni, quindi, è chiara: serve un’organizzazione complessiva del sistema che incrementi il numero delle strutture residenziali e l’assistenza domiciliare. «In ospedale vengono curati i malati più gravi, con degenze lunghe, che poi avrebbero bisogno di luoghi di convalescenza e monitoraggio». Durante la prima ondata dell’epidemia i Covid Hotel «volevano solo pazienti autosufficienti». Il problema vero, però, sono quelli non autosufficienti, ad esempio perchè non sono in grado di prendere le medicine da soli: «Servono quindi strutture protette anche dal punto di vista infermieristico, non solo alberghiero. In Lombardia ce ne sono, ma non sono sufficienti. Sarebbe necessario aumentarle»
Segnali di speranza
La vera speranza è riposta nel vaccino: «Al Poliambulanza ci siamo vaccinati tutti. Medici, infermieri e personale amministrativo. Questo ci dà sicurezza, è tutto un altro modo di lavorare». Poi c’è l’esperienza acquisita nella cura della malattia: «Siamo diventati molto più bravi nel capire i malati, prevedendo chi si potrà aggravare. Durante la prima ondata ci basavamo molto sulle intuizioni, ma le intuizioni vanno sperimentate. Davamo gli antivirali, ma poi sono risultati non efficaci. Adesso ai pazienti diamo l’eparina in profilassi e il cortisone a dosaggi precisi quando hanno bisogno dell’ossigeno». Eppure la pressione sugli ospedali, fatalmente, condiziona anche la prognosi. Perchè «se ci sono troppi pazienti, la qualità della cura non può essere adeguata»
Saturi anche i presidi della Asst del Garda
Lo stesso concetto viene espresso da Gaetano Elli, direttore sanitario dell’Asst del Garda. I tre presidi della Asst — Desenzano, Gavardo e Manerbio — sono saturi: «In questo momento abbiamo 170 pazienti Covid ricoverati di cui 11 in terapia intensiva e abbiamo esaurito la riserva di posti disponibili», spiega Elli. Regione Lombardia «ci ha chiesto di aumentare i posti letto», ma per assicurare un’assistenza adeguata servirebbero medici e infermieri in più. L’altra opzione, a parità di forze disponibili, è dimettere un maggior numero di pazienti non Covid “scaricandoli” sulle strutture sanitarie residenziali, pubbliche ma in gran parte del privato convenzionato e accreditato. Per farlo, è indispensabile un alto livello di coordinamento. «Ho appreso con piacere dell’ordinanza regionale che ha istituito la fascia arancione rafforzata», conclude quindi Elli, «perchè nella nostra area i contagi stanno crescendo e per almeno un paio di settimane è prevedibile che il trend rimarrà questo. Fatte salve le urgenze, dedicare ai pazienti Covid ulteriori posti letto significa essere costretti a dilazionare i ricoveri un po’ meno urgenti. Una scelta drammatica, ma di fronte all’emergenza sanitaria non possiamo comportarci diversamente».
(da Open)
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Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
GIA’ NEL PRIMO TRIMESTRE CONSEGNATE 40 MILIONI INVECE CHE 90
Nuova doccia fredda per la strategia vaccinale europea e anche per quella italiana. AstraZeneca infatti — secondo quanto dichiarato da un funzionario europeo all’agenzia Reuters — ha in previsione una fornitura più che dimezzata delle dosi di vaccino anti-Covid previste per l’Unione europea rispetto al contratto nel secondo trimestre. Secondo Reuters, il funzionario, che prenderebbe parte ai colloqui con il produttore di farmaci anglo-svedese, racconta che l’azienda avrebbe detto nel corso dei vertici interni che “avrebbe erogato meno di 90 milioni di dosi nel secondo trimestre”. L’azienda si era invece impegnata a fornire ai paesi europei — secondo quanto riporta il contratto di AstraZeneca con l’Ue — 180 milioni di dosi.
La diminuzione delle forniture è una novità che, sottolinea ancora Reuters, potrebbe inficiare la capacità dell’Unione di raggiungere l’obiettivo del 70% della popolazione adulta vaccinata entro i mesi estivi.
Già le forniture del primo trimestre, come noto, hanno subito un’importante riduzione: come conferma a Reuters il funzionario Ue, l’azienda prevede di erogare 40 milioni di dosi nel primo trimestre, ovvero meno della metà dei 90 milioni previsti.
«Poichè stiamo lavorando duramente per aumentare la produttività della nostra catena di approvvigionamento dell’Ue e facendo tutto il possibile per utilizzare la nostra catena di approvvigionamento globale, siamo fiduciosi di poter avvicinare le nostre consegne all’accordo di acquisto», dice un portavoce di AstraZeneca, che non intende dare commenti sui dati specifici. Rifiuta di commentare i dati, secondo quanto riporta l’Ansa, anche la stessa Commissione europea.
«Le discussioni sul programma di consegne di AstraZeneca sono in corso», dice in serata un portavoce dell’esecutivo comunitario. «L’azienda sta perfezionando il proprio programma e consolidandolo sulla base di tutti i siti produttivi disponibili dentro e fuori dall’Europa. La Commissione Ue prevede di ricevere una proposta migliorata».
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IL SENATORE ED EX CAPITANO DI FREGATA DA’ UNA LEZIONE DI DIRITTO DEL MARE E DI UMANITA’ ALLA SORELLA D’ITALIA
“Blocco navale? Evidentemente l’onorevole Meloni non sa di cosa parla”. A dirlo, anzi a scriverlo sulla propria pagina Facebook, è il senatore ex 5 Stelle — oggi Misto — Gregorio De Falco, che risponde così sui social all’ennesima provocazione di Giorgia Meloni, che nelle scorse aveva chiesto a gran voce al governo Draghi un “blocco navale subito”.
Una vecchia idea che, ciclicamente rispunta fuori nell’universo meloniano, ogni qual volta è a corto di argomenti.
Solo che questa volta ha trovato sulla propria strada qualcuno che della materia se ne intende, l’ex Capitano di fregata De Falco, noto, prima di entrare in Parlamento, per il suo ruolo decisivo nelle operazioni di soccorso nel naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio
“Ci risiamo. L’On. Giorgia Meloni rispolvera e rilancia, a sproposito, l’idea del blocco navale, evidentemente senza avere la minima contezza di ciò di cui parla” esordisce De Falco. Che poi entra nei dettagli tecnici
“Il blocco navale è un atto di guerra”
“Il blocco navale è disciplinato dall’articolo 42 dello statuto delle Nazioni Unite ed è un’azione militare finalizzata ad impedire l’accesso e l’uscita di navi dai porti di un Paese o di un territorio. Esso non è consentito al di fuori dei casi di legittima difesa.
Il blocco navale è un atto di guerra, fosse pure fatto in accordo con qualche autorità libica o di altro Paese, ed alla guerra non è certo estranea la morte. Esso ha un inevitabile punto di caduta: le regole d’ingaggio devono contemplare anche l’ammissibilità in concreto di dare attuazione all’impedimento del passaggio, attraverso la facoltà , in extrema ratio, di aprire il fuoco sulle persone, pure se vi siano tra di loro bambini di sei mesi. È chiaro che nessuno darà mai l’ordine di uccidere, ma è altrettanto chiaro che l’impedimento al passaggio può causare la perdita di vite umane.
Il senatore De Falco conclude poi il suo intervento richiamando a un principio di umanità e di rispetto del diritto del mare nella sua essenza originaria
“Immaginare blocchi navali è, in realtà , attaccare il diritto al soccorso, che è parte del più ampio diritto alla vita. E se s’inizia a colpire questo diritto, negandolo a qualcuno che non siamo noi, si intraprende una china che precipita sempre di più, e che prima o poi coinvolge tutti, anche coloro che si sentono al sicuro, indifferenti alla sorte delle persone che muoiono in mare. Persone, appunto, non numeri o “clandestini”.
(da Globalist)
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Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UNA ESILARANTE CARRELLATA DI PRONE VELINE DA FAR IMPALLIDIRE I GIORNALI AI TEMPI DEL DUCE
All’Ottavo nano, il mitico programma della Rai2 di Freccero, partiva ogni tanto lo spot del Berlusconi Transformer, il simpatico pupazzo di B. nei suoi più riusciti travestimenti: “Lo vuoi operaio? Lo preferisci imprenditore? È il tuo nuovo amico. Cercalo nei migliori negozi. Cardinale, comunista, extracomunitario, dottore, giudice… Basta che lo voti e diventa quello che vuoi!”.
Nella sua incontinenza verbale, il Cainano si dipingeva ogni giorno per una cosa diversa, inventandosi un’autobiografia pràªt-à -porter per piacere a tutti.
Mario Draghi ottiene lo stesso risultato senza neppure lo sforzo di aprire bocca e, le rare volte che la apre, senza dire assolutamente nulla di preciso: provvedono poi i giornalisti al seguito ad attribuirgli pensieri, parole e opere buoni per tutti gli stomaci e i palati.
Mario Transformer è descritto come l’antitesi di Conte e “tutto il contrario dei giallorossi” (Libero), anche se ha tutti i giallorossi in maggioranza e 11 ministri su 22 che lavoravano con Conte, elogia Conte per aver “affrontato l’emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”, conferma il Recovery di “alto livello” di Conte, non prende il Mes come Conte…
Tutto ciò che fa è già stato fatto. Il resto lo rinvia, perchè nell’ammucchiata nessuno è d’accordo con niente.
Oppure non ne parla proprio, per non scontentare nessuno, copiando un po’ da Giavazzi, un po’ da Chance giardiniere, un po’ da Massimo Catalano.
Ambiguità politichese? Vuotezza forlaniana? Vaghezza andreottiana? No: “pensiero e azione” alla “Giuseppe Mazzini (Molinari, Repubblica). “La potenza di un’analisi” (Ajello, Messaggero). “Il grande gioco delle idee dietro il discorso fatale” (De Monticelli, Domani). “Il cambio di passo per la politica” (Fontana, Corriere). “La formidabile lezione del professore” (rag. Cerasa, Foglio). “Competenza e visione” (De Romanis, Stampa). Volete mettere la nobiltà del non dire? “Silenzi istituzionali”, “ritorno a una comunicazione autorevole” che “rivoluziona le parole del potere” (Panarari, Stampa).
Del resto, non so se l’avete notato, ma Lui “è il solo che parla come i ragazzi del clima” (Domani): lui e Greta, due gocce d’acqua.
Sbianchettata mezza sua biografia dalle asprezze liberiste, privatizzazioni, Goldman Sachs e Grecia, ora Draghi è un “keynesiano pragmatico” (Giampaolo Galli). “Un socialista liberale” (Valdo Spini), “come Craxi” (Martelli). “È contro la patrimoniale e per il taglio delle tasse” un po’ “come Ferruccio Parri” (Salvini). “Un grillino, uno di noi” (Grillo). “Riaccende l’amor patrio” (QN). “Antisovranista come noi” (Zingaretti), un brutto “colpo al sovranismo” (Franco, Corriere). “Segue il modello Johnson” (Verità ). È “la scelta più sovranista che potessimo fare” (Claudio Borghi). “Il mio capolavoro” (Renzi). “Un grande italiano come me” (B.) sebbene incensurato, infatti “combatterà la corruzione e le mafie” (Rep).
Tutto e il suo contrario, ma Lui lascia dire: finchè gli altri se la bevono. Mario Transformer, e pure trasformista.
Ma se Conte cercava 4 o 5 responsabili per neutralizzare i voltagabbana renziani, era “mercato delle vacche”; se Lui inventa un’ammucchiata di interi partiti cambiacasacca che giuravano di non appoggiarlo mai e di non governare mai insieme, si chiama “trasformismo buono” (Foglio), anzi “dimensione repubblicana” e “spirito repubblicano” (Rep-Espresso: mica come quel monarchico di Conte), e non ricorda Mastella, Ciampolillo, Razzi o Scilipoti, ma “De Gasperi, Berlinguer e Monti: quando gli ‘incompatibili’ riescono a fare squadra” (Ceccarelli, Rep).
I giornaloni si sbracciano fra “svolta”, “novità ”, “agenda Draghi”, “effetto Draghi”, “modello Draghi”, “metodo Draghi”, “stile Draghi”, “rivoluzione Draghi”.
L’Espresso esulta per la Resurrezione dell’Italia dal “mucchio di macerie lasciato dai governi Conte”, “la crisi di sistema”, “il fallimento degli uomini nuovi”. Veneziani tripudia per “la fine della farsa giallorosa e il ritorno alla normalità ”.
Francesco Merlo orienta la lingua sul nuovo destinatario che “ridicolizza la comunicazione truccata e sbracata di Conte&Casalino” e “la Cretinocrazia” che “sbaglia i congiuntivi e geografia (Di Maio)”: poi si ritrova Di Maio agli Esteri.
Aldo Grasso, altro scalatore di discese, non sta più nella pelle: “È come se in questi ultimi anni avessimo vissuto un incubo… se ci stessimo risvegliando dall’invenzione di una situazione intollerabile. Com’è potuto succedere? Perchè così tanti incompetenti a guidarci?”
Poi si sveglia e Draghi “congela i licenziamenti di massa” (Domani), come Conte. “Coinvolge nei vaccini i medici di base” (Sole 24 Ore), come Conte. “Tiene per sè la delega ai Servizi” (Stampa), come quel dittatore di Conte. E sull’Ilva “va avanti con Invitalia” (Stampa e Corriere), cioè con quella ciofeca di Arcuri. Vuole “più pagamenti digitali” (Rep), come Conte.
C’è, è vero, qualche bella svolta rivoluzionaria. Tipo questa: “Con Draghi l’Italia ha scelto l’Europa” (Sassoli), mica come Conte che aveva scelto l’Oceania.
Senza contare che Draghi vuole “l’alleggerimento dei divieti” (Libero) e “basta Dpcm” (Giornale): infatti proroga tutti i divieti di Conte, ne aggiunge qualcuno e lo fa con un decreto e un Dpcm, come Conte.
Però c’è modo e modo, anzi moda. Repubblica: “Il Dpcm alla moda di Draghi”. Il primo Dpcm in minigonna della storia.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LUI PROVA A SCENDERE IN PIAZZA CON LORO MA IN TANTI ORA LO ACCUSANO DI ESSERSI ALLEATO CON IL NEMICO E LO CHIAMANO “LA SEGRETARIA” DEL GOVERNO DRAGHI… E MOLTI RICORDANO I PASTORI SARDI, ABBANDONATI DALLA LEGA AL LORO DESTINO
à‰ diventata molto dura per Salvini barcamenarsi tra le esigenze di chi gli chiede di stare al governo, per monitorare i miliardi del Recovery Fund, e il rendersi conto che gli è impossibile come faceva una volta poter strillare a piacimento sulla qualunque, dagli sbarchi, ai miliardi che devono essere elargiti, per passare dalle giravolte continue su aperture e chiusure in emergenza COVID.
Ora quel posto così comodo lo ha occupato Giorgia Meloni che infatti non perde occasione per soffiare sul fuoco. Ottenendo anche dei risultati nei consensi, almeno per il momento, mente il prode “Capitano” frana sui social e neanche le fotine pucciose con la figlioletta riescono a conquistare i cuori verdi dei suoi seguaci che spesso gli rimproverano l’alleanza con il nemico. Salvini ci ha provato a fare la voce grossa.
Prima criticando la riconferma di Lamorgese e Speranza ai loro ministeri. E poi tacendo sulle stesse nomine perchè non poteva fare altro. Poi spiegando in tv che ha chiesto a Draghi perchè i ristoranti non potessero rimanere aperti la sera.
Mentre continua a cianciare di sovranità vaccinale e altre amenità che non si possono realizzare però ieri i ristoratori sono scesi in piazza davanti a Montecitorio per protestare. E sono stati critici anche con quella che hanno chiamato la “segretaria” del governo. Proprio lui:
“Hanno mandato la segretaria in piazza (SALVINI) dicono i ristoratori, mandiamoli a casa, sì, ma come?
E anche se Salvini più tardi è andato a parlare con i manifestanti non ha potuto dire molto altro che “vi assicuro che arriveranno i ristori” e ” con lui ci parlo” (sempre per spiegargli quella storia dei ristoranti che devono aprire per cena).
Ma che potere contrattuale ha il leader della Lega se il primo decreto del governo Draghi conferma la linea del rigore contro il pericolo della terza ondata dell’epidemia di Coronavirus dovuto alla diffusione delle varianti?
I ristoranti non potranno riaprire se non sarà scampato questo pericolo. Salvini alla fine lo sa e i ristoratori pure. Anche perchè magari ricordano le promesse che il “Capitano” fece ai pastori sardi. Che finirono nel dimenticatoio della propaganda leghista senza essere realizzate.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
“INCALZARLO E’ UN DOVERE”
Nicola Fratoianni, deputato di Sinistra Italiana, è tra i pochi in Parlamento a voler tenere alta
l’attenzione sul caso Renzi-Arabia Saudita.
Nei giorni scorsi ha rilanciato l’appello del Fatto, che ha iniziato a contare i giorni da quando è finita la crisi di governo e dunque da quando Renzi avrebbe dovuto chiarire, come da sua promessa, i dettagli della conferenza a Riyad per conto di un ente del governo saudita.
Nicola Fratoianni, alla fine Renzi farà chiarezza?
Ho qualche dubbio. La promessa c’è stata, ma non sarebbe certo la prima volta che Renzi viene meno a ciò che annuncia. Credo però che sia un dovere continuare a incalzarlo.
Che cosa la turba di più della trasferta saudita?
C’è senza dubbio una questione di opportunità nel farsi pagare da uno Stato estero, ma vorrei porre l’accento anche sul merito di quello che Renzi ha detto in quella specie di rappresentazione teatrale. Ha dato un giudizio positivo su un regime nel quale sappiamo bene come vengano trattati i lavoratori, le donne, le minoranze. Per molte persone la libertà è un miraggio, altro che nuovo Rinascimento. C’è un progresso costruito sui diritti violati dei migranti, ridotti in schiavitù.
Il caso sembra già dimenticato.
Questo è un Paese che non ha la memoria molto lunga. Se la promessa era di parlarne dopo la crisi, direi che ora la situazione è parecchio stabile: vediamo se arriveranno spiegazioni.
(da “il Fatto”)
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Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
SENZA CONTROLLI ADEGUATI SARANNO PREDA DI ATTIVITA’ CRIMINALI, INUTILE FARE FINTA DI NULLA
Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla
povertà , alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. Che cosa accadrebbe se questa misura arrivasse anche a chi non ne avesse per nulla diritto per mancanza di requisiti evidenti?
La legge sancisce che al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, occorre avere i requisiti di cittadinanza, residenza e soggiorno, reddituali e patrimoniali, oltre che, tra l’altro, non essere stati condannati, nell’ultimo decennio, con sentenza passata in giudicato, per reati di mafia. A questo punto ci chiediamo come sia possibile che soggetti condannati per reati di stampo mafioso che fanno parte, a vario titolo, dei clan di rilievo nazionale e che hanno commesso delitti gravissimi – quali estorsione, usura, rapina, traffico di sostanze stupefacenti, voto di scambio, maltrattamento di animali e organizzazione di competizioni non autorizzate di animali – possano beneficiare tranquillamente di una simile misura contro la povertà ? Un simile scandalo oltre ad essere ingiusto, crea un enorme danno soprattutto ai legittimi beneficiari che sono realmente in una condizione di povertà .
Personalmente mi sono fatto un’idea: non ci sono stati i controlli.
Se questo sarà anche l’andazzo per i prossimi fondi europei che arriveranno nei mesi a venire, allora, dobbiamo cominciare a preoccuparci e non poco. L’attività di controllo, su questi fondi dovrebbe essere certa, efficace, orientata alla massima trasparenza e si dovrebbero erogare sanzioni efficaci ed effettive per chi sbaglia.
La necessità di distinguere la posizione di chi deve controllare cosa fanno soggetti, enti, aziende e società , finanziate con denaro pubblico, rispetto a chi li amministra diventa indispensabile e improrogabile. Se non si pone rimedio a questa piaga i nuovi fondi europei post-Covid, saranno preda per ogni tipo di attività illecita e criminale.
Sulla scabrosa questione mi sono anche domandato: se non ci sono stati controlli preventivi chi rimborserà le somme, giacchè con molta probabilità i beneficiari mafiosi saranno nullatenenti? Qualcuno sarà citato in giudizio per una palese corresponsabilità ? Caro Presidente Draghi, se vorrà realmente combattere la corruzione e le mafie occorrerà partire da un nuovo assetto dei poteri pubblici e da una diversa organizzazione del potere di controllo.
Negli ultimi anni abbiamo avuto scandali come quello del Panama Papers, del Mose a Venezia, dell’Expo a Milano e di Mafia Capitale a Roma. Dove erano i controllori? Ritengo che se non finirà l’epoca del controllore che controlla se stesso, difficilmente porremo freno alle tre grandi piaghe che affliggono il nostro Paese: mafie, corruzione ed evasione fiscale.
(da “Huffingtonpost”)
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