Gennaio 17th, 2021 Riccardo Fucile
“ASSURDO IL PERMESSO ALLE SECONDE CASE”…. “LE SCUOLE? CHIUSE SUBITO”
Continua a invocare la chiusura totale il consulente del ministro della Salute. «I 500 italiani morti
ogni giorno ci dicono che siamo nella terza ondata», ha spiegato Ricciardi, «bisognerà presto arrivare a vaccinare almeno 250mila persone»
La divisione del Paese in colori è solo una perdita di tempo. Non ha dubbi il professor Walter Ricciardi, consulente del ministro alla salute Roberto Speranza, sulla strategia più giusta da adottare in questo momento contro il Coronavirus. Parlando a La Stampa, il professore ordinario d’Igiene all’Università Cattolica ha indicato la strada del lockdown totale come unica possibilità per superare la nuova fase critica di contagi e decessi.
«Serve severo e immediato, di tre o quattro settimane» ha detto, spiegando come lo stop generale potrebbe facilitare le vaccinazioni e proteggere la popolazione «dalla variante inglese, che altrimenti prenderebbe il sopravvento anche in Italia».
«I morti ci dicono che siamo in piena terza ondata»
La fase attuale di contagi descritta dal professor Ricciardi è in sostanza una piena terza ondata post-festività : «È già arrivata», ha detto, «i 475 morti di ieri sono quelli contagiati a Natale». Sui contagi, che ora sembrano più bassi rispetto ai picchi raggiunti nella prima e nella seconda ondata, Ricciardi concede il merito alle misure prenatalizie «che hanno impedito una crescita enorme dei contagi», ma mette in guardia su una curva che seppur stabile «continua a rimanere a un livello molto alto e a uccidere circa 500 italiani al giorno». Per non parlare dei tamponi. Il professore sostiene una mancata capacità di tracciamento che starebbe condizionando i numeri riportati dal bollettino nazionale giornaliero. «Per ogni caso accertato ce ne sono uno o due non rilevati. Il tracciamento è inadeguato e le Regioni sottovalutano l’importanza dei test».
«Regole ancora troppo soft, il governo cerca di ammorbidire il clima»
Alla luce di una situazione complessa, Ricciardi reputa «senza senso» il permesso di potersi recare nelle seconde case, definendo la misura alleggerita come «un tentativo» da parte del governo «di ammorbidire il clima di tensione e fatica». Stesso discorso per la riapertura delle scuole: «Anche questo è sconveniente, ogni attività di massa in questa fase va bloccata». Lockdown e scuole chiuse dunque la soluzione per il consulente di Speranza che ora reputa troppo poco severi anche i criteri per la classificazione in zona rossa. «Il sistema di colori è troppo soft e le regole delle zone rosse servono per rallentare l’epidemia ma non per abbatterla» ha spiegato, aggiungendo un riferimento al contro-dossier presentato dalla Lombardia.
«Anche i numeri più recenti, che la Lombardia vorrebbe venissero tenuti in considerazione, sono in peggioramento» ha chiarito Ricciardi, spiegando come opporsi alle restrizioni più severe sia solo un modo per rimanere a rischio ancora per molto. «Se le regioni continueranno a vivere le zone rosse come stigma resteranno sul plateau per sempre», ha continuato, «quelle che sono state in zona rossa, come Toscana e Campania, sono migliorate e non vedo perchè Lombardia, Provincia di Bolzano e Sicilia non debbano intraprendere lo stesso percorso».
«Ottimista su Astrazeneca, con gli ultra 80enni la sfida sarà dura»
Sul fronte del ritardo vaccini Ricciardi sembra essere tranquillo. La notizia del rallentamento di produzione da parte di Pfizer è considerata dal professore «una pausa che l’azienda riuscirà a recuperare entro pochi mesi», dovuta al potenziamento dello stabilimento in Belgio e alla costruzione di un nuovo impianto in Germania.
E se Pfizer rallenta, la speranza sembra essere Astrazeneca, su cui Ricciardi dichiara di sentirsi ottimista. «Credo verrà approvato nella versione con due dosi piene che copre circa al 60%» ha spiegato il professore riguardo al via libera di Ema atteso per il 29 gennaio. «Se poi l’autorità italiana lo approvasse anche con la prima mezza dose più la seconda intera si arriverebbe circa al 90% e saremmo ancora più contenti» ha concluso.
Il pericolo della variante inglese, secondo quanto spiegato dal professore, oltre al danno sui contagi potrebbe far allontanare l’obiettivo dell’immunità di gregge: «Nella situazione attuale basterà il 75% degli italiani vaccinati ed entro l’anno ci riusciremo. Con la variante inglese si salirebbe al 95% e questo è uno dei motivi per cui ora serve un lockdown», ha ribadito. Lo scenario da dover garantire in questa fase è quello di un piano vaccinale in grado di entrare a pieno regime e sostenere l’arrivo degli ultra 80enni. «Sono tanti e servirà molta organizzazione. Bisognerà vaccinare almeno 250mila persone al giorno», conclude Ricciardi.
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2021 Riccardo Fucile
I MEDICI: “AUMENTARE I POSTI POTREBBE NON BASTARE”
I reparti di terapia intensiva del Lazio sono finiti in fascia rischio, troppi i posti occupati. Se si finisce su quei letti «la mortalità è del 70%», raccontano. Il nostro viaggio nel San Filippo Neri di Roma
Nei reparti di terapia intensiva Covid si lavora in pressione negativa: abbassare la pressione dell’aria rispetto all’esterno serve a evitare che una semplice apertura della porta faccia uscire dall’ambiente particelle tossiche, batteri o virus, appunto.
La sensazione è quella che si ha quando si fa un viaggio in aereo, ma questo viaggio dura, se va bene, dieci ore al giorno. Per questo motivo medici e infermieri, da quando è esplosa l’emergenza sanitaria da Coronavirus, hanno cominciato a soffrire spesso di mal di testa. Lo sbalzo di pressione tra l’ospedale e il mondo esterno può essere insopportabile per il fisico e l’allungamento dei turni di lavoro diventa ancora più pesante da sostenere.
Al San Filippo Neri di Roma, i posti letto in reparto sono 28. Per adesso il personale riesce a farsi carico di chi varca la soglia delle rianimazione, nonostante gli infermieri non facciano in tempo a togliere le lenzuola di un malato perchè un altro è già in arrivo. E’ però a causa della crescita dei contagi e dei reparti quasi sempre pieni, come questo, che venerdì scorso l’Istituto superiore di sanità ha deciso di mettere anche il Lazio tra le regioni in zona arancione e non gialla, come era stato dalla fine dell’estate.
Come spiega Walter, che lavora in quelle stanze da 30 anni, tutti coloro che arrivano in terapia intensiva sono «potenzialmente compromessi». La percentuale di rischio si alza quando, come le cronache scrivono da un anno, il paziente ha già patologie pregresse. Finire in quei letti è spesso l’ultimo tentativo di salvezza: «La mortalità è del 70%», ci dice Roberto Carlucci, medico nei reparti Covid
Reparti (quasi) in tilt
Il tasso di occupazione nelle terapie intensive nel Lazio da Natale ha ripreso a salire. Dal 31%, è passato al 34%, cioè sopra la soglia di sicurezza fissata dall’Istituto Superiore di Sanità , 30%, e raggiunta solo ieri, 16 gennaio. Lo scorso 3 dicembre i posti letto occupati nelle terapie intensive erano ben 364, numero che rappresenta il picco della seconda ondata. Da metà novembre il Lazio non è mai sceso sotto i livelli di guardia per quanto riguarda la capacità limite dei reparti ordinari e di quelli di terapia intensiva.
«Le cose», dice il primario dei reparti di terapia intensiva al San Filippo, Mario Bosco, «non miglioreranno. Se le mie previsioni sono giuste, verso il 20-25 gennaio andremo incontro a una nuova impennata di contagi e, quindi, di potenziali malati che finiranno in rianimazione». Le infermiere, nei corridoi, tirano un sospiro di sollievo al pensiero di non essere nella stessa situazione di un anno fa, «quando avevamo i letti a castello», dicono con amara ironia, cercando di rendere l’idea di quello che era stato un vero sovraffollamento. Ma per quanto durerà ancora? Stressare le terapie intensive significa mandare in tilt l’ecosistema ospedaliero, perchè il personale impiegato nei reparti “ordinari” deve invece convertirsi in personale Covid. A farne le spese sono soprattutto gli specialisti di anestesia e rianimazione.
Più di una settimana fa l’Unità di Crisi della Regione comunicava di aver messo in moto un piano per il potenziamento delle terapie intensive Covid. «Saranno altri 85 i posti a disposizione attraverso moduli aggiuntivi opportunamente provvisti di tutte le tecnologie e di questi 20 posti aggiuntivi sono già pronti e disponibili presso l’Istituto Spallanzani. Il completamento dei restanti posti di terapia intensiva è previsto come termine ultimo entro la metà di febbraio», scrivevano. «Abbiamo sempre viaggiato sul filo del rasoio, il numero di posti è sempre stato al limite», spiega Bosco.
«Per quanto riguarda l’Asl1 di Roma, l’incremento rispetto al periodo pre Covid, dunque in una situazione normale, dovrebbe essere di quasi il doppio». Quindi quasi 170 posti. «Aumentare le postazioni adesso» — aggiunge Bosco -, «in emergenza, significherebbe dover adeguare anche il personale: il rapporto assistenziale deve essere calibrato in un certo modo: 1 a 4 per quanto riguarda i medici e 1 a 2 per gli infermieri». Contrariamente a quanto accade nei normali reparti di degenza, dove il personale è molto ridotto.
Medici e infermieri
Lavorare in terapia intensiva è una passione, «una dipendenza», come racconta la coordinatrice infermieristica che troviamo in reparto. Lasciata la porta d’ingresso alle spalle, ai lati delle pareti di un lungo corridoio, uno scaffale pieno di anfibi. Sono l’ultima alternativa agli zoccoli sanitari, «più pratici perchè non dobbiamo toglierli ogni volta, durante la svestizione, ma li immergiamo direttamente nel disinfettante quando ancora li abbiamo ai piedi».
Sull’altra parete, le visiere, uno dei simboli indiscussi di questa epidemia. Ogni medico o infermiere ha la sua, personalizzata, con tanto di nome scritto in corsivo. Per i più creativi, la fascia che poggia sulla fronte contiene anche qualche scarabocchio, come cuori e stelle. «Siamo esausti. Là fuori devono capire che questa non è vita per noi, ma soprattutto per chi è tenuto in vita da cavi e macchine».
(da Open)
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Gennaio 16th, 2021 Riccardo Fucile
QUANDO SALVINI DICEVA CHE “I RIMBORSI SIANO CERTI E IMMEDIATI COME IN GERMANIA”
“Fate come la Germania”: qui in Italia, per tutta la pandemia Berlino è stata indicata come il
modello da seguire per garantire i ristori alle imprese colpite dalle chiusure per via del coronavirus.
“I rimborsi siano certi e immediati come in Germania”, diceva il 23 dicembre scorso il leader dell’opposizione, Matteo Salvini, commentando le restrizioni natalizie. “Non facciamo paragoni con la Germania perchè loro danno i soldi alle piccole e medie imprese mentre noi stiamo morendo di fame”, dice lo chef Gianfranco Vissani all’Adnkronos, rilanciando la protesta “Io apro” indetta per il 15 gennaio dai ristoratori.
In Germania, però, i ristori non sono nè certi nè immediati.
Anzi, uno studio dell’Institut der Deutschen Wirtschaft (Iw) mostra che le imprese tedesche citate da Vissani hanno ricevuto in realtà appena l’8% dei fondi stanziati questo autunno per gli àœberbrà¼ckungshilfe I e II (gli aiuti-ponte, ovvero i rimborsi di una parte dei costi fissi delle imprese, introdotti da settembre).
E ancora peggio è andata sul fronte dei ristori promessi per i mesi di novembre e dicembre: a destinazione è arrivato solo il 4% del totale previsto.
I motivi sono da una parte un pasticcio burocratico che ha costretto il governo a modificare in corsa le condizioni di accesso, dall’altra una lentezza — dovuta anche a problemi informatici — che sembra essere stata risolta solo negli ultimi giorni.
E le imprese tedesche? Sono sul piede di guerra e preoccupate, perchè il paradosso è che alcune rischiano anche di dover restituire parte dei soldi ricevuti.
Il quotidiano economico Handelsblatt denuncia la rabbia di tutte le aziende, dalle piccole e medie imprese ai grandi colossi della ristorazione.
Solo da martedì 12 gennaio hanno iniziato a ricevere gli aiuti promessi a novembre, quando la cancelliera Angela Merkel annunciò il semi-lockdown e le conseguenti chiusure, inasprite poi a metà dicembre.
Ci sono stati anche dei problemi con la piattaforma online per la presentazione delle domande. I bug informatici però spiegano solo in parte la lentezza della macchina che dovrebbe distribuire gli aiuti.
I dati raccolti da Iw, uno dei principali istituti economici tedeschi, mostrano che solo il 76% dei fondi stanziati per gli aiuti immediati a piccole aziende, autonomi e liberi professionisti sono stati utilizzati.
Dei 24,6 miliardi di euro disponibili per gli aiuti-ponte, invece, ne sono stati pagati appena 2,1 miliardi (l’8%).
I ristori di novembre e dicembre invece sono fermi al 4%: appena 1,5 miliardi versati a fronte di 39,5 disponibili. In totale, riassume Iw, nel bilancio 2020 erano previsti 42,6 miliardi di euro di ristori, ne sono stati erogati 15,8 miliardi, solo il 37%. “Un aiuto credibile non deve essere solo mirato e sufficientemente ampio, ma deve anche essere fornito in tempo utile“, conclude l’istituto nella sua analisi.
Il ministro delle Finanze tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, ha spiegato questi numeri sostenendo che “la situazione economica di molte aziende si è sviluppata più favorevolmente di quanto si temesse e gli affari sono ripresi rapidamente“.
Stefan Genth, presidente dell’associazione dei commercianti tedeschi, a Die Welt l’ha definita un’affermazione “oltraggiosa“. Le imprese denunciano infatti come dietro ai pochi ristori incassati ci sia una complessità burocratica eccessiva, che sta mettendo in crisi anche i consulenti fiscali.
“Veloce e non burocratico: questo era stato promesso dai politici. Purtroppo, l’impegno non è stato mantenuto. Anzi”, è il commento all’Ard di Hartmut Schwab, presidente della Bundessteuerberaterkammer (l’organismo di autogestione professionale dei consulenti fiscali tedeschi, ndr).
Al contrario dell’Italia, dove i ristori previsti per la seconda ondata vendono distribuiti direttamente dall’Agenzia delle Entrate con lo stesso meccanismo varato in giugno con il decreto Rilancio, il governo tedesco ha invece previsto diversi tipi di aiuti, calcolati mese per mese sulla base del confronto con l’anno precedente.
Il principale pasticcio burocratico di Berlino ha riguardato però gli aiuti-ponte, ovvero i rimborsi di una parte dei costi fissi delle imprese. Introdotti da settembre, prevedono un contributo pari a un massimo del 90% dei costi fissi mensili, che varia in base al crollo delle vendite avuto in confronto allo stesso mese del 2019.
Però, per adeguare la legge ai paletti stabiliti dalla normativa europea sugli aiuti di Stato, il governo tedesco ha dovuto successivamente correggere il provvedimento. I costi fissi sono diventati quindi “Ungedeckte Fixkosten“: sono rimborsabili solo i costi fissi non coperti dai ricavi o da altre forme di sussidio. In altre parole, deve esserci una perdita di bilancio nel mese per cui si chiede il ristoro e la somma garantita dallo Stato arriverà a coprire al massimo questa perdita, non di più. Chi ha già fatto richiesta, rischia ora di dover restituire parte degli aiuti. Oppure, di doverla rifare da capo.
“Questi piccoli cambiamenti hanno conseguenze drammatiche per noi “, dice all’Handelsblatt Olaf Stegmann, che con la sua azienda di famiglia gestisce sette teatri da Brema a Monaco. Anche i criteri di accesso ai ristori di novembre e dicembre sono stati modificati successivamente, sempre in modo restrittivo. Il risultato è che le aziende possono contare su meno aiuti di quanto avevano inizialmente previsto. Stefan Romberg, ristoratore di Essen, sempre all’Handelsblatt riassume la situazione: “Siamo ormai al terzo mese senza alcun aiuto. Finora per novembre è stato versato solo un anticipo di 10mila euro”.
Per le grandi imprese parla Mirko Silz, capo della catena di pizze e pasta L’Osteria che gestisce circa 130 ristoranti in Germania. E’ la testimonianza della complessità del sistema di ristori tedesco: la sua società non ha ancora richiesto alcun aiuto perchè i suoi consulenti fiscali e revisori dei conti non sono stati in grado di calcolare l’esatto importo a cui avrebbe diritto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 15th, 2021 Riccardo Fucile
ARCURI: “AZIENDA CI RIPENSI O AZIONI LEGALI”… A RISCHIO CALENDARIO VACCINALE
Più di un milione di italiani ha già ricevuto il vaccino anti-Covid. Ma ora arriva l’allarme del
commissario straordinario all’emergenza coronavirus Domenico Arcuri: “Da lunedì Pfizer consegnerà il 29% di dosi in meno: l’azienda ci ripensi o prenderemo provvedimenti”.
Un rallentamento consistente nell’approvvigionamento di dosi che manda in crisi la campagna vaccinale e la somministrazione delle seconde dosi per tutte quelle Regioni che non hanno messo da parte scorte sufficienti.
“Alle 15,38 di oggi la Pfizer ha comunicato unilateralmente che a partire da lunedì consegnerà al nostro Paese circa il 29 per cento di fiale di vaccino in meno rispetto alla pianificazione che aveva condiviso con gli uffici del Commissario e, suo tramite, con le Regioni italiane. Non solo: ha unilateralmente deciso in quali centri di somministrazione del nostro Paese ridurrà le fiale inviate e in quale misura. Analoga comunicazione è pervenuta a tutti i Paesi della Ue. La Pfizer ha altresì annunciato che non può prevedere se queste minori forniture proseguiranno anche nelle prossime settimane, nè tantomeno in che misura” è la nota, inquietante, diffusa dalla struttura commissariale.
Il Commissario all’emergenza ha inviato quindi una formale risposta a Pfizer Italia, nella quale “esprime il proprio disappunto, indica le possibili conseguenze di una riduzione delle forniture e chiede l’immediato ripristino delle quantità da distribuire nel nostro Paese. Riservandosi, in assenza di risposte, ogni eventuale azione conseguente in tutte le sedi”.
L’allarme era stato lanciato già nel pomeriggio dai ministri della Sanità di sei Paesi dell’Ue che in una lettera congiunta alla Commissione europea avevano espresso la loro “seria preoccupazione” per i ritardi nella consegna di Pfizer-BioNTech, definendo la situazione “inaccettabile”.
Era stata la stessa azienda americana a confessare: “Pfizer sta lavorando duramente per fornire più dosi di quanto inizialmente previsto con un nuovo obiettivo dichiarato di 2 miliardi di dosi nel 2021”. Le modifiche da apportare alla struttura di produzione “richiedono ulteriori approvazioni normative” e pertanto potrebbero esserci “fluttuazioni nei programmi di ordini e consegne nello stabilimento belga di Puurs”. Rallentamenti, giustificati dalla volontà di implementare la produzione, quantificati dal governo di Berlino in 3-4 settimane.
Nel pomeriggio Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, aveva affermato che “l’azienda mi ha assicurato che tutte le dosi ordinate saranno consegnate nel primo trimestre”. E dall’Italia, il direttore del Dipartimento di malattie infettive, Gianni Rezza, rassicurava: “Non mi risulta ufficialmente per ora un ritardo, ma non mi sembra che ci siano problemi”. E invece, poco prima delle 20.30, è arrivata la doccia fredda.
Le dosi, già giudicate insufficienti dalle Regioni più virtuose, rischiano ora di esaurirsi a breve, bloccando così la campagna vaccinale che ora dovrà essere seriamente rimodulata. Per i richiami già programmati alcuni territori hanno già intaccato la scorta del 30%.
Tanto che, riporta l’Ansa, alcuni medici avrebbero addirittura affermato che “se necessario saranno utilizzati per la seconda dose anche i recenti arrivi delle fiale di Moderna”.
Impossibile al momento: come ha spiegato nei giorni scorsi Repubblica, nei “bugiardini” pubblicati sul sito dell’Aifa dei due diversi vaccini fin qui disponibili – Pfizer e Moderna, appunto – è esplicitamente scritto che “non sono a oggi note compatibilità tra i due sieri” per cui chi ha ricevuto la prima dose di una marca deve avere la seconda della stessa azienda.
Una notizia inattesa proprio nel giorno in cui l’Italia ha tagliato il traguardo del milionesimo vaccinato, raggiunto in poco più di due settimane dal V-Day del 27 dicembre scorso.
Un primato che può vantare per ora l’Italia, considerando il numero assoluto di somministrazioni, tra i Paesi membri dell’Unione europea.
Secondi alla Danimarca se si confronta con il numero di abitanti.A dare la notizia è stato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che sui social ha ringraziato “i cittadini e il nostro Servizio sanitario nazionali per la risposta straordinaria” invitando “ad andare avanti così, mantenendo sempre alta la guardia”.
“Entro fine mese o al massimo inizio febbraio comincerà anche la fase di vaccinazione degli over 80 – annunciava nel pomeriggio Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive – Per ora le tabelle di marcia vaccinali sono rispettate e addirittura anticipate”. Ora serpeggia il dubbio che anche il calendario possa subire dei rallentamenti.
“Stiamo lavorando su un documento – aggiunge – che classifica le varie categorie di popolazione e questa è la vera fase 2, e valuta anche la numerosità delle diverse fasce, ma si deve evitare una guerra tra categorie. Le priorità saranno basate sul rischio”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 15th, 2021 Riccardo Fucile
“LA MEDICINA TERRITORIALE DEVE TORNARE AL CENTRO DELLE SCELTE SANITARIE, IL 95% DEI PAZIENTI COVID POTREBBE ESSERE SEGUITO A CASA”
“Non si capisce il senso dell’aprire una crisi, non si capiscono proprio i contenuti. Qui non siamo di
fronte a una pandemia, siamo di fronte a una sindemia. La sindemia è la compresenza simultanea di due malattie che si aggravano a vicenda: una è la malattia virale, un’altra è quella sociale”.
Gino Strada, fondatore di Emergency, oggi impegnato anche nel sostegno agli ospedali calabresi, fa il punto a TPI su due condizioni che mettono in ginocchio l’Italia: da una parte la pandemia che conta oggi, giovedì 14 gennaio, 17.246 i nuovi casi e 522 i morti, dall’altro lo stato di salute della società afflitta da una povertà dilagante e la crisi di governo in atto.
Come stanno andando le cose in Calabria, com’è la situazione rispetto a quando avete iniziato?
Abbiamo messo a punto questo reparto Covid a Crotone, il secondo dell’ospedale. È un reparto con 23 letti. La protezione civile ha montato due tende, una serve per la vestizione e svestizione del personale nel reparto, l’altra ha una riserva di 8 letti. In questo momento ci sono 7 malati, speriamo che non aumentino però è stata un’operazione anche di prevenzione, perchè se dovesse esserci una nuova ondata, un nuovo picco, siamo pronti senza andare ad appesantire il lavoro del pronto soccorso.
A livello regionale come sta andando con Longo?
I rapporti sono buoni, l’ho sentito pochi giorni fa, gli ho rinnovato la nostra disponibilità ad altri interventi in altri posti. Però dovrebbe indicarceli lui, finora è stato concentrato sugli aspetti di riorganizzazione amministrativa a Catanzaro. Non ha ancora avuto tempo di farsi un giro in tutti gli ospedali, anche in quelli chiusi, dei quali la gente chiede la riapertura.
Secondo lei qual è la strategia per affrontare il Covid dopo un anno di conoscenza del virus?
La strategia dovrebbe essere quella di organizzare una medicina del territorio, il 95% dei malati possono curarsi a casa, ma curarsi a casa non significa un fai-da-te, ma avere una medicina territoriale che possa intervenire, suggerire, formare sulle indicazioni terapeutiche.
L’Italia sta facendo bene?
L’Italia è stata distrutta, andrebbe ricostruita, perchè è un aspetto fondamentale quello della medicina del territorio. Ci si concentra sempre sulla medicina pensando agli ospedali, non è così. L’attenzione agli ospedali è per i privati con un interesse economico. L’ospedale rende di più di un ambulatorio. Mentre da un punto di vista sociale è fondamentale avere una medicina del territorio che funzioni. Adesso si sta cercando di mettere in piedi queste Usca che dovrebbero essere dei team mobili che si occupano di monitorare e curare le persone con forme di malattia non gravi da richiedere l’ospedalizzazione, ma anche lì c’è un grosso ritardo.
Questione vaccini, tra le regioni che sono rimaste indietro sulla tabella di marcia troviamo proprio la Calabria (35,5% di dosi usate). Come spiega questo ritardo?
È la conseguenza della povertà della medicina territoriale. In generale io credo che i vaccini debbano essere gratuiti. I tamponi non lo sono ancora, bisogna pagare per avere dei responsi a breve termine. Sui vaccini bisognerebbe vedere dove vanno tutte queste dosi: il Canada ha comprato dosi per vaccinare 5 volte tutta la popolazione, non se ne capisce il senso. In compenso la maggior parte dei Paesi africani non ha potuto permettersi di comprare i vaccini. Se non si risolve la situazione globalmente, non si risolve nemmeno qui nei paesi ricchi d’Europa, le persone si muovono, viaggiano.
Lei non si è ancora vaccinato?
No, sto aspettando che mi chiamino, spero che mi chiamino, qualche elemento per essere vaccinato ce l’ho.
In piena pandemia si è aperta una questione politica grave, lei cosa ne pensa?
Vediamo come evolve questa specie di farsa. È una farsa. Non si capisce il senso dell’aprire una crisi, non si capiscono proprio i contenuti. Qui non siamo di fronte a una pandemia, siamo di fronte a una sindemia. La sindemia è la compresenza simultanea di due malattie che si aggravano a vicenda: una è la malattia virale, un’altra è quella sociale. Perchè quando si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro, si sono chiusi esercizi e c’è gente che fa la fila per un pasto vuol dire che c’è un’altra malattia che si aggiunge, si aggravano a vicenda. Chi si ammala di più sono gli strati sociali più deboli, bisognerebbe intervenire molto più efficacemente di come si è fatto finora. Non avrei mai pensato che Emergency avrebbe dovuto distribuire in Italia pacchi alimentari alla popolazione, cosa che stiamo facendo in diverse località : Milano, Napoli, Roma, Catanzaro, Piacenza. Non avrei mai pensato una cosa del genere. Con 5-600 morti al giorno si sta lì a discutere di un ministero in più o in meno. Questa crisi e questo disastro sociale continuerà per anni, non si risolverà in due mesi. Continuerà anche dopo la fine della pandemia.
Lei crede nel vaccino ma non la ritiene la panacea di tutti i mali.
Sono convinto che il Coronavirus ce l’avremo tra i piedi ancora per un paio d’anni. Le mutazioni sono normali, i vaccini coprono comunque a meno che non si tratti di grandissime mutazioni. I vaccini funzioneranno sicuramente, ma non si riuscirà ad estirpare il Covid prima di un paio d’anni. C’è bisogno di una stabilità politica che sia efficace per accelerare gli aiuti a tutti quelli che sono in difficoltà . Non si può fare una programmazione a 5 anni.
(da TPI)
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Gennaio 14th, 2021 Riccardo Fucile
“LE RIAPERTURE DI DICEMBRE HANNO FATTO RIPARTIRE LA PANDEMIA, SERVONO MISURE RIGOROSE”… “A FARE LE COSE A META’ SI FINISCE PEGGIO”
Una situazione allarmante, con gli ospedali costretti a mantenere l’assetto Covid e non riconvertire i reparti per le altre esigenze.
“Colpa” degli errori commessi finora, come riaprire troppo presto ma anche vaccinare subito le persone guarite dalla malattia. Il professor Massimo Galli, primario di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, intervistato da Fanpage.it sottolinea l’importanza di misure radicali: “La zona rossa? Quanto fatto finora non è servito. Ora bisogna chiudere molto, diagnosticare molto, vaccinare molto”.
Siamo alla vigilia dell’esplosione della terza ondata?
Il quadro non è ancora disastroso come quello già visto in precedenza, ma sufficientemente allarmante per rendere necessarie maggiori attenzioni. Non possiamo più sbagliare, dobbiamo tenere ancora gli ospedali in assetto Covid. Questo è molto grave e insieme sgradevole, perchè abbiamo reparti ancora utilizzati per i pazienti Covid e che avremmo voluto tornare a convertire alle loro funzioni precedenti, ma non si riesce.
Ci sono stati allarmi relativi alle terapie intensive.
La situazione delle terapie intensive è sempre un elemento critico. C’è sempre una polemica con i rianimatori, legata al fatto che i letti considerati dalle stime ufficiali non sono quelli veri. Il punto è: un conto sono i mobili e un conto le persone. In molte situazioni è carente il personale specializzato in grado di gestire le realtà . Quindi si crea una contraddizione tra disponibilità reali e teoriche. Guardando ai dati nazionali, poco più di 2500 letti sono occupati da persone con covid, siamo oltre la soglia del 30 per cento considerata critica per la gestione complessiva.
Zona rossa è indispensabile in Lombardia?
Le giro la risposta. Mi sembra evidente che quanto fatto finora non ha funzionato. Essere fuggiti troppo presto da restrizioni maggiori, per passare a quelle minori, ha prodotto i risultati che vediamo. Il virus non sta fermo, cammina con le gambe delle persone. L’ultima variante che circola è peggio delle altre. È inutile girarci attorno. Le mascherine da sole non bastano se si creano affollamenti. L’infezione gira lo stesso, lo dicono i fatti.
Cosa dire a chi è stanco dei lockdown e spera di tornare alla normalità ?
Questi numeri che si rialzano sono colpa di qualche perverso virologo che vuole stabilire la dittatura sanitaria, o sono un dato di fatto? Inutile stupirsi. A furia di fare le cose a metà si finisce peggio. Lo sanno molto bene la Gran Bretagna, la Germania e la Francia. Persino la Svezia dove, con buona pace degli ultimi irriducibili riduzionisti del problema, sono di fronte a un fallimento pesantissimo.
Sui vaccini stiamo finalmente accelerando
Acceleriamo sì, ma facendo grossolani errori. Per esempio chi è già guarito non doveva avere la priorità nemmeno se operatore sanitario, perchè non ne aveva necessità nella grande maggioranza dei casi. Un errore grave.
Perchè si dovrebbe vaccinare per ultimo chi è guarito dal virus?
In Italia abbiamo 2 milioni e 200 mila persone guarite dall’infezione, che hanno avuto il tampone positivo e sono sopravvissute. In termini pratici sono 4 milioni e 400mila dosi che si potrebbero risparmiare in una prima fase, visto che scarseggiano. È un assurdo usarle per loro. Il secondo assurdo è che in letteratura leggiamo che la probabilità di re-infezione sta sotto il 2 per cento, i casi gravi nel mondo si contano sulla punta delle dita. Con questi numeri, vale la pena che i già infettati non siano considerati urgenti.
Come mai c’è tanta confusione?
Perchè da una parte gli studi si pretendono e dall’altra li si dimentica. Un esempio su tutti: che in Gran Bretagna abbiano deciso di vaccinare a prescindere con una sola dose non sta nè in cielo nè in terra. È un’operazione da stato di disperazione. L’efficacia del vaccino nei 21 giorni dopo la prima somministrazione è del 52 per cento. La seconda è necessaria per superare il 90 per cento.
Come possiamo uscirne?
Con un ultimo sforzo, ma solo se facciamo qualcosa di radicale, con la certezza di avere la vaccinazione sotto mano. Chiudere molto, diagnosticare molto, vaccinare molto così in un periodo breve gli diamo una grossa botta. Tamponi, chiusure, vaccini: altre ricette non ne ho.
(da Fanpage)
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Gennaio 13th, 2021 Riccardo Fucile
LE VITTIME DELLA PRIMA ONDATA SONO STATI 34.167, QUELLE DELLA SECONDA 38.549
Gli italiani interessati dalla seconda ondata di contagi da Covid-19 sono stati otto volte più di quelli
della prima, a parità di giorni presi in esame (109).
È quanto emerso dal Focus dell’Instant Report Covid-19 — una iniziativa dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica — che ha condotto uno studio confrontando le due “ondate” di infezioni
Mentre nella prima — dal 24 febbraio all’11 giugno — hanno contratto il virus 236.134 persone, nella seconda ondata (dal 14 settembre al 31 dicembre) il numero di contagiati è stato pari a 1.822.841.
A coordinare il gruppo di lavoro Americo Cicchetti, Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; insieme a lui l’advisorship scientifica del Professor Gianfranco Damiani e della Dottoressa Maria Lucia Specchia del Dipartimento di Scienze della Vita e Sanità Pubblica (Sezione di Igiene). “Come già osservato nel numero speciale del Report Altems di fine anno — afferma Cicchetti — la pandemia è una, ma sembrano quasi due eventi diversi. Se la prima ha visto raggiungere il suo picco (in molti indicatori) in poche settimane, la seconda è invece caratterizzata da un’onda lunga, che ha raggiunto più lentamente il plateau. I dati mostrano delle differenze nelle modalità di gestione dei pazienti anche se la percentuale di coloro che hanno dovuto sperimentare una terapia intensiva è simile tra prima e seconda ondata (il 10,6% e il 9,3% rispettivamente). I dati sulla disponibilità di posti letto in terapia intensiva e quelli sull’implementazione del personale mostrano, impietosamente, che — nonostante le chiare indicazioni del livello centrale — il sistema in molte Regioni si è trovato ugualmente spiazzato nell’affrontare sia la prima che la seconda ondata del Coronavirus”.
In totale nel corso della prima ondata sono morte 34.167 persone, nella seconda invece 38.549. Più nel dettaglio: il picco massimo dei deceduti in un giorno nella prima ondata è stato raggiunto dopo 33 giorni (989 persone) e da quel momento in poi l’andamento è stato continuamente decrescente.
Nella seconda ondata il picco massimo di 993 morti in un giorno è arrivato dopo 81 giorni e l’andamento si è mantenuto altalenante e stenta a declinare definitivamente.
Il massimo numero di deceduti nella prima ondata si è raggiunto nella quinta settimana (5.303), nella seconda invece alla dodicesima (5.174).
La letalità della prima ondata è stata superiore nella prima ondata(14,9%), mentre nella seconda si è attestata all’1,9%, ma questo dato risente fortemente del maggior numero di tamponi eseguiti tra settembre e dicembre 2020.
Più di 30mila operatori sanitari assunti durante la pandemia
Quanto al rapporto tra numero di positivi e ricoverati in terapia intensiva durante la prima ondata ha raggiunto il suo massimo, pari all’11,8%, al dodicesimo giorno per poi scendere raggiungendo il minimo al giorno 109 con un rapporto pari all’1%; nella seconda ondata l’andamento è stato più stabile costantemente intorno allo 0,5% dei positivi.
I posti letto in terapia intensiva al momento dell’esplosione dell’epidemia erano 5.179, ovvero 12,5 ogni 100.000 abitanti con significative differenze tra regione e regione. Al momento del picco epidemico della prima ondata la dotazione era salita a 8.431 posti letto.
Quanto alla seconda ondata i posti letto in TI sono stati implementati raggiungendo il numero di 8.651 al 15 dicembre. Il numero di persone assunte (con tutte le tipologie contrattuali) supera le 30.000 unità da marzo a dicembre 2020.
(da Fanpage)
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Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile
PERCHE’ IL PIANO VACCINALE LOMBARDO VA SEMPRE PEGGIO
Oggi penultima nella classifica nazionale, la Lombardia peggiora rispetto ai primi di gennaio, quando
la situazione nazionale era più critica. Per recuperare il gap, occorrono il doppio delle somministrazioni giornaliere attuali in una settimana
La campagna vaccinale italiana è cominciata come ormai ben noto il 27 dicembre scorso. Quel giorno la regione più colpita in assoluto dall’epidemia di Covid-19 inaugurava la distribuzione delle dosi Pfizer con una solenne cerimonia al Niguarda di Milano.
Il presidente Fontana e l’ormai ex assessore al Welfare Gallera, oltre a celebrare il momento, invitavano a non lasciarsi andare ai facili entusiasmi, «perchè il virus non è ancora sconfitto».
Ma alla luce di quanto successo poco dopo, forse la cautela agli entusiasmi predicata dai due sarebbe stata utile per ben altri motivi. Dopo appena 6 giorni da quell’inizio, la Lombardia ha cominciato a fare presenza fissa nei posti più bassi della classifica regionale delle somministrazioni.
Al 3 gennaio, solo davanti a Molise (1,3%) e Sardegna (2,3%), la regione amministrata da Fontana registrava il 3% di dosi iniettate sul numero totale disponibile.
Per intendersi, solo 2.416 iniezioni fatte su una fornitura arrivata di 80.595 dosi.
Da allora i furgoni di Pfizer hanno continuato a consegnare altra fornitura, l’Italia ha raggiunto il primo posto in Europa per dosi somministrate e la Lombardia ha potuto ricevere la più alta quantità di fiale in assoluto rispetto a tutte le altre Regioni. Per un numero che attualmente ammonta a 153.720 dosi totali.
Nonostante l’arrivo di ulteriori lotti e l’aumento di prime vaccinazioni a livello nazionale, la questione in Regione è cambiata di poco.
Prima in classifica per quantità di vaccini ricevuti, ultima per somministrazioni effettuate: nonostante l’aumento di iniezioni giornaliere, poco più 12 mila rispetto alle 6 mila di una settimana fa, i dati del governo aggiornati al 10 gennaio, pongono la Lombardia al penultimo posto della classifica nazionale con il 38% di dosi somministrate, al di sopra soltanto della Provincia autonoma di Bolzano (34,8%).
Addirittura un peggioramento quindi rispetto alla situazione del 3 gennaio, quando il territorio lombardo si era guadagnato due posizioni più in alto, trovandosi quartultimo.
Una batosta non indifferente per un sistema sanitario da sempre considerato fiore all’occhiello del Paese e che Covid-19 sembra aver travolto in pieno.
Le ragioni della completa dèbà¢cle sembrano dunque essere più strutturali che legate alla pur impegnativa distribuzione delle forniture anti Covid. Purtroppo non una novità visti anche i segnali di ottobre, quando il sistema regionale si era trovato alle prese con una totale assenza di vaccino anti-influenzale.
Arretrato troppo grande: per recuperare serve il doppio delle iniezioni
Una delle zavorre di cui il piano vaccinale lombardo non riesce a liberarsi è quella di un calendario iniziale sconclusionato. La percentuale bassissima del 3% dopo solo una settimana di campagna, di fatto aveva avuto giustificazioni che alla luce di un’emergenza epidemica così grande risultano tuttora improbabili.
«Il punto è che secondo la programmazione originaria della Direzione Generale Welfare la vaccinazione del personale delle Asst, Irccs, Spedalità privata e Rsa partirà soltanto da lunedì 4 gennaio».
L’ex assessore Gallera aveva risposto così alle polemiche sui ritardi. Tutto sotto controllo quindi, solo una semplice questione di calendario. Ma la domanda ulteriore del perchè un inizio datato solo al 4 di gennaio, ha avuto risposta ancora più sorprendente: «Iniziamo il 4 perchè i medici sono in vacanza, e non li richiamerò in servizio per un vaccino nei giorni di festa».
Al di là delle conseguenze politiche che questa frase ha portato all’ex assessore Gallera, l’accusa ai medici in vacanza è risultata a molti piuttosto pretestuosa, nascondendo una più grave incapacità programmatica da parte dell’amministrazione regionale.
Nonostante gli attuali 65 hub previsti in tutta la Lombardia e un ritmo giornaliero accelerato, i conti per raggiungere entro febbraio 340mila vaccinati si fanno difficili. Il ritmo giornaliero è basso e le lamentele sull’assenza di personale ospedaliero non si placano.
Ma quante dosi sarebbero necessarie per recuperare il grave gap? Proprio oggi 11 gennaio Pfizer dovrebbe consegnare l’ulteriore fornitura di 83 vassoi di vaccino. Ogni vassoio contiene 195 fiale, ogni fiala a sua volta garantisce 6 dosi in tutto. Il numero complessivo della fornitura in arrivo ammonta dunque a 97.110 dosi. A queste sono da aggiungere altre 95.266 dosi arretrate dagli inizi della campagna.
Per far sì che la Lombardia arrivi a fine settimana, e quindi alla vigilia di una nuova fornitura prevista per il 18 di gennaio, nelle stesse condizioni dichiarate dalla Campania, e cioè con tutte le dosi a disposizione terminate, il ritmo da dover garantire è quello di circa 27 mila somministrazioni al giorno. Più del doppio rispetto a quelle attuali, riuscendo così a ripartire per il 18 di gennaio in conto pari.
Estendendo il calcolo ad un arco temporale più lungo, fino cioè alla fine del mese, considerate le ulteriori forniture previste al 18 di gennaio (83 vassoi) e al 25 (98 vassoi), il ritmo da garantire a partire da oggi fino al 31 del mese, dovrebbe essere di circa 20 mila somministrazioni al giorno. Il calcolo potrà essere aiutato dall’ulteriore arrivo, previsto in Italia entro domani 12 gennaio, delle 47 mila prime dosi di Moderna, con la relativa ripartizione tra Regioni ancora da conoscere nella specifica quantità .
Le Rsa adesso rallentano la corsa
La linea programmatica della Regione, su cui il nuovo assessore al Welfare Letizia Moratti insieme a tutta la giunta dovrà ora fare miracoli, ha continuato a presentare grosse lacune anche dopo i primissimi atti della campagna.
Risale difatti soltanto al 7 gennaio la richiesta da parte di Ats Milano alle Rsa della regione sulla messa a disposizione delle strutture per le vaccinazioni. Solo 11 giorni dopo il Vaccine Day, l’Azienda socio sanitaria territoriale ha aperto un primo dialogo con le Residenze sanitarie assistenziali, ignara fino a 4 giorni fa di quali e quante avrebbero dichiarato piena autonomia da ospedali e Usca. L’ eccezione finora è risultata soltanto il Pio Albergo Trivulzio, dove si prevede di concludere la fase oggi 11 gennaio.
Secondo i dati aggiornati del Ministero della Salute, alle 21.00 del 10 di gennaio il numero complessivo di vaccinati (per la prima dose) tra gli ospiti delle Residenze sono 1.504.
Una cifra ben più bassa rispetto a quella registrata nella Regione attualmente al primo posto della classifica: in Veneto sono 8.982.
Lo scenario a rischio del secondo richiamo
«Dalle prossime forniture inizieremo ad accantonare i vaccini. Non li faremo subito perchè ci serviranno per i richiami». Dal suo primo posto in classifica per maggior numero di somministrazioni in tutta Italia, il presidente del Veneto Zaia ora guarda anche oltre la prima dose. «Fino ad oggi abbiamo fatto una scelta, secondo me giusta, che è quella di quantomeno dare un minimo di copertura anticorpale a chiunque potevamo vaccinare», ha continuato, sottolineando come per i prossimi arrivi la strategia sarà quella di accantonare parte delle dosi a ridosso delle date del secondo richiamo, fondamentale per ottenere la definitiva immunità al virus.
E la Lombardia? Le dosi attualmente in eccesso dovranno servire a recuperare i più di 95 mila soggetti fragili che non hanno ricevuto neanche la prima somministrazione. Va da sè che mettere da parte fiale già dalle prossime forniture risulterebbe piuttosto complicato. Un aspetto tutto tranne che secondario, considerata l’importanza della doppia dose per un’immunità di gregge da raggiungere al più presto.
(da Open)
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Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile
SCOPERTA UTILE AI FINI SCIENTIFICI MA NON CERTO DEFINITIVA
C’è uno studio che è reale, ma che viene ripreso dai media italiani con un’enfasi che ha poco senso. 
Si tratta della nuova scoperta: la nuova paziente 1 italiana è una donna milanese che, già nella prima decade di novembre, presentava uno dei sintomi. Tutto ciò è emerso da alcune analisi che hanno rilevato la presenza del virus sulla 25enne, ma la caccia mediatica al titolone da prima pagina è del tutto fuori luogo. Proviamo a spiegare il perchè
Partiamo da un fatto incontrovertibile: la studio citato da Ansa (ma anche da moltissime altre testate che hanno raccontato la vicenda della nuova paziente 1 italiana) è reale e ha tutti i crismi scientifici.
È stato condotto, infatti, da un gruppo di ricercatori (guidato da Raffaele Gianotti) dell’Università Statale di Milano. I risultati dello studio sono stati pubblicati British Journal of dermatology.
Perchè su questa rivista che tratta temi specifici legati alla dermatologia?
Perchè tracce di Coronavirus sono stati ritrovati su una donna di 25 anni all’inizio di novembre. La giovane era stata sottoposta a una biopsia cutanea per una ‘dermatosi atipica’ (sindrome che colpisce un numero relativamente basso di pazienti positivi al Sars-CoV-2).
Tutto vero, dunque. Ma molto parziale.
Perchè, come annunciato dallo stesso Gianotti all’Ansa, probabilmente si potrà risalire a contagi anche più indietro con il tempo e, nei prossimi mesi, saranno pubblicati ulteriori risultati per cercare di individuare le prime fonti del virus anche nei mesi precedenti.
Ma qui subentra un altro aspetto che difficilmente porterà a una quadra in questa ricerca del paziente 1 italiano
Cosa dovrebbe esser fatto, ma non può esser fatto
Tutti questi studi, che seguono determinati crismi scientifici, si basano su sintomi riconosciuti o riconoscibili. La nuova paziente 1 italiana viene definita così dopo mesi di ricerche, ma occorre sottolineare un aspetto che — a quasi un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria — viene troppo spesso sottovalutato.
Nessuno studio è riuscito a dimostrare se il possibile paziente 1 sia stato un asintomatico: insomma, una persona che non ha prodotto sintomi e per questo difficilmente sarà individuato.
Perchè la rilevazione potrebbe avvenire solamente con test sierologici a tappeto. Anzi, poteva. Perchè, come confermato dalle evidenze scientifiche di pubblico dominio, gli anticorpi al Sars-CoV-2 non hanno una durata illimitata nel tempo. E ora, a quasi un anno dall’inizio dell’emergenza (quella palesata), un eventuale portatore asintomatico del virus non potrà più essere individuato.
Insomma, questa spasmodica corsa al titolo a effetto è del tutto fuori luogo.
(da Giornalettismo)
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