Gennaio 9th, 2013 Riccardo Fucile
CONTRARI ALLA CANDIDATURA DELLA PERINA, QUATTRO PRESIDENTI DI CIRCOLO HANNO LASCIATO IL PARTITO… ANCHE IL CONSIGLIERE REGIONALE USCENTE PASQUALI MOLLA E VA CON TREMONTI
Dimissioni in massa per dire no alla candidatura nella Circoscrizione Lazio 1 di Flavia Perina al numero 2 della lista e dopo Fini.
Identica posizione anche in Toscana.
Ed è fuga dal Fli, dove il rapporto con Monti e con L’Udc, almeno a Roma, sembra scricchiolare
Secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, il partito del presidente della Camera starebbe vivendo momenti difficili.
Anzi, difficilissimi e tutti causati dalla battaglia interna per trovare un posto tra Camera e Senato.
Insomma, l’oggetto del contendere sarebbe il paracadute e le cosiddette deroghe alla candidabilità che hanno incastrato i futuristi in un vicolo cieco.
“Forti” dell’1 per cento di consensi attribuiti dal cocktail sondaggi+elezioni locali, per 4 posti disponibili sarebbero in lizza Italo Bocchino, Roberto Menia, Carmelo Briguglio, Flavia Perina, Chiara Moroni ed Enzo Raisi.
A loro si aggiungerebbero Claudio Barbaro e Cosimo Proietti.
Decisamente troppi e così sarebbe scattata una faida interna culminata con le dimissioni di Renato Di Tomasi, Roberto Lovari, Gianmaria Tognon e Domenico Brocato, tutti membri del coordinamento romano.
Sia chiaro, si tratta di seconde linee, che però durante le elezioni rappresentano i circoli territoriali che hanno il compito di costruire contatti e consenso.
Proprio la “morìa” dei circoli romani nascerebbe dall’intensa attività di Flavia Perina, da giorni al telefono per la raccolta delle firme necessarie alla presentazione della lista e che avrebbe ricevuto invece una risposta negativa, culminata con le dimissioni. Defezioni, queste, che si aggiungono a quelle più antiche di Paola Guerci, Gianfranco Bafundi e, infine del consigliere regionale Francesco Pasquali passato con Tremonti. Insomma, il caso Perina fa tremare i futuristi per i quali sembra anche in bilico, almeno a livello locale, l’accordo con Monti e l’Udc.
C’è il rischio che si debba ripartire da zero e che le consultazioni si trasformino in una specie di roulette russa.
(da “Affari Italiani”)
Commento del ns. direttore
Riteniamo doveroso precisare, per quanto riguarda il “caso Perina” e le presunte dimissioni di dirigenti di Fli che la notizia ci è stata direttamente smentita da Flavia.
Un dimissionario invece ci ha comunicato che il suo addio non dipende dalla Perina ma dal fatto che Fli si è allontanato dal percorso tracciato a Bastia Umbra.
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Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile
CASINI VUOLE 15 SEGGI SU 40 AL SENATO, MONTI NE VUOLE 30… FINI E CASINI VOGLIONO 4 DEROGHE, MONTI INSISTE PER SOLO DUE
Il braccio di ferro, nonostante la massima segretezza imposta dal premier sui contenuti
del vertice, c’è stato e continua ancora.
Non è stato infatti sufficiente il conclave, che ieri ha impegnato a Montecitorio Monti fino a notte fonda con tutti i leader del centro, per venire a capo delle candidature.
Impossibile per ora far combaciare le pretese di rinnovamento del premier con le ambizioni personali e gli appetiti dei partiti.
Se ne riparlerà ancora oggi e la “discovery” delle liste è rimandata a giovedì.
Intanto il grande censore, Enrico Bondi, a cui Monti ha affidato il compito di vagliare i curricula dei pretendenti al seggio, ieri ha dato le sue dimissioni da commissario straordinario sulla spesa pubblica e da commissario per il rientro della spesa sanitaria del Lazio.
Due incarichi di governo che avevano fatto gridare allo scandalo sia il Pd che il Pdl per il contemporaneo impegno del super-tecnico a favore della Lista Monti.
Ieri si è dunque riunito il Consiglio dei ministri (ma senza Monti, già alle prese a quell’ora con Casini e Fini) per prendere atto delle dimissioni del risanatore Parmalat a cui succede il Ragioniere generale Mario Canzio.
La battaglia fra Monti e i suoi nuovi soci ieri si è concentrata sulla lista unica da presentare a palazzo Madama.
L’Udc ha chiesto infatti quindici posti, su un totale di circa 40 senatori che potranno essere eletti.
Troppi per Monti, che per i suoi “civici” pretende uno spazio almeno doppio a quello di Casini. Senza contare la ressa dell’ultima ora di molti politici del Pd che sono stati fatti fuori da Bersani. Oltre a Pietro Ichino e Mario Adinolfi, montiani della prima ora, ieri la lista del Professore si allungava a Umberto Ranieri, Andrea Sarubbi, Alessandro Maran e i costituzionalisti Vassallo e Ceccanti.
Sempre nella lista del Senato si doveva trovare posto per gli ex Pdl Pisanu, Mantovano e Cazzola. Altri nomi che filtrano dal tavolo delle candidature montiane sono quelli di due giornalisti.
Non solo Ernesto Auci, ex direttore del Sole24ore, ma anche Giulio Borrelli, ex direttore del Tg1.
Se la lista “Scelta Civica” alla Camera non presenta grandi problemi, visto che le candidature sono di esclusiva pertinenza del Professore (che ieri ha avuto un lungo colloquio telefonico con Luca di Montezemolo, tornato da una vacanza all’estero), altro aceto sulle ferite lo sta aspergendo Enrico Bondi.
Enrico “mani-di-forbice” ha infatti presentato a Monti il suo manuale del candidato pulito e sembra che i criteri, soprattutto per quanto riguarda i conflitti di interesse, siano rigidissimi. Inoltre Monti non si accontenta di avere fedine penali immacolate e zero conflitti di interesse. Pretende che siano rispettati anche dei «criteri politici», come ad esempio un radicale rinnovamento delle liste di Udc e Fli.
Ulteriore motivo di attrito.
Così, ad esempio, Casini e Fini stanno spingendo per ammorbidire il principio di due deroghe al massimo per ogni partito sui parlamentari di lungo corso.
Udc e Fli vorrebbe due deroghe a testa sia per la Camera che per il Senato. Un raddoppio insomma.
Ad alleviare le fatiche del manuale Cencelli per Monti è arrivata comunque una gradita sorpresa. Una telefonata, tra Natale e Capodanno (mentre il premier era ancora Venezia), di Barack Obama.
Nel colloquio – che palazzo Chigi minimizza come un semplice scambio d’auguri – il presidente americano non avrebbe mancato di felicitarsi per la decisione di Monti di candidarsi. Un incoraggiamento insomma, anche se fatto in forma privata e non destinato ad essere reso pubblico.
L’ultima volta si erano sentiti a metà novembre, dopo la rielezione alla Casa Bianca, e Obama si era detto «lieto della prospettiva di continuare la nostra stretta collaborazione ».
Ma ancora non c’era la novità della “salita” in campo di Monti. Il terreno di un possibile impegno in politica del premier italiano era già stato discretamente sondato da Obama in occasione di un colloquio con Monti a New York lo scorso settembre.
Forse non a caso, poche ore dopo quel colloquio, proprio negli Usa, Monti accennò per la prima volta a una sua «disponibilità » a restare a palazzo Chigi per un secondo mandato.
Francesco Bei
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
SI TRATTA SULLE QUOTE, TRENTA SEGGI PER I MONTIANI
Centinaia di curricula di accademici, imprenditori, quadri aziendali, liberi professionisti e politici di professione stanno passando in queste ore sotto gli occhi del professor Mario Monti che – vista la complessità della selezione – ha chiesto più tempo per chiudere la sua lista civica in corsa alla Camera e il listone unico (montiani, Udc, Fli) previsto per l’elezione del Senato.
Dunque, ha detto il presidente in carica per gli affari correnti nella sua intervista a SkyTg 24, forse si andrà oltre martedì, giornata in cui il Pd renderà ufficiali le sue liste.
Probabilmente – spiegano nella sede di Italia Futura di via Properzio – per la chiusura delle 4 liste del polo di centro (alla Camera Udc e Fli alla fine vanno da sole) se ne riparla mercoledì quando ormai mancheranno solo 12 giorni al termine di legge previsto per la raccolta delle firme in calce alle liste elettorali.
E per meglio gestire questa fase convulsa del procedimento elettorale la squadra di Monti sta preparando il trasloco in una sede più grande e funzionale, affittata al centro di Roma
Per il professore, ma anche per Fini e Casini, il nodo da sciogliere è ancora quello della lista unica al Senato.
Se è vero che alla fine decide tutto Monti, secondo il refrain proposto da Italia Futura, quanto dovranno pesare le «quote» dell’Udc e di Fli?
Simulazioni alla mano – un bottino elettorale del 20% potrebbe corrispondere a una cinquantina di seggi senatoriali – i centristi reclamano «quote fisse» stabilite in partenza: per esempio, 5 senatori a Fli, 15 all’Udc e 30 alla componente civica di Monti che però dovrebbe farsi carico degli ex Pd (Ichino, Merloni, D’Ubaldo) ed ex Pdl (Cazzola, Mantovano, Bertolini, Pecorella, Stracquadanio, Pisanu) schierati con il professore.
Invece i ministri tecnici in carica non «peseranno» allo stesso modo: Andrea Riccardi ha ripetuto che non sarà candidato per restare «nella società civile» mentre Renato Balduzzi e Francesco Profumo verrebbero candidati al Senato in Piemonte.
E anche per una eventuale candidatura del ministro Corrado Passera, Monti ha osservato: «Io spero che per Passera non sia scritta la parola fine».
La questione, come è noto, ha riguardato anche la ferma volontà di Passera di varare una lista comune per il centro sia al Senato sia alla Camera.
Non è andata così.
E ora succede che alcuni ministri di Monti trovino un posto in lista anche con i centristi.
Mario Catania ha confermato a Paolo Festuccia della «Stampa» di aver accettato la proposta di Casini e di Cesa: «Io comunque mi candido con Monti nel senso che siamo tutti nel perimetro del premier».
Sulle liste, i montiani sono abbottonatissimi: «I nomi arriveranno tutti insieme perchè siamo una vera squadra, mica facciamo come il Pd che tira fuori un nome al giorno…».
Eppure su Twitter molti si stanno interrogando sulla notizia (apparsa su «l’Unità ») di una candidatura offerta da Monti al comandante Gregorio De Falco: per intenderci, il capo della Sala operativa della Capitaneria di porto di Livorno che un anno fa («Salga a bordo, cazzo…!») mise in riga il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino.
Però Monti sta cercando soprattutto nelle università : sarebbe caldeggiata direttamente dal premier la candidatura di Guido Tabellini, rettore della Bocconi fino a ottobre del 2012, che, interpellato dal «Fatto», non ha confermato ma neanche smentito.
Alla presentazione del simbolo della lista Monti, non è passato inosservato, poi, Ernesto Auci, già direttore del «Sole 24 ore».
Mentre tra i candidati passati al vaglio dal professore ci sono anche il generale Vincenzo Camporini e la professoressa Stefania Giannini, rettore a Perugia.
Dino Martirano
(da “Corriere della Sera“)
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
GIA’ IN LISTA PROFUMO E BALDUZZI, COMPETIZIONE CON L’UDC… DIFFICILE CHE SI COMPLETI IL QUADRO ENTRO DOMANI
Nessun Cencelli. 
Di percentuali Mario Monti non vuole neanche sentire parlare.
Così, le rivendicazioni di Udc e Fli per i posti nella lista unica del Senato, dove i centristi volevano il 40 per cento e la truppa di Fini il 15, sono state rimandate al mittente.
Il professore sta vagliando personalmente e uno a uno gli oltre 2.200 curricula sul suo tavolo.
Sono quelli che hanno raccolto per lui tra la società civile i promotori di Verso la terza Repubblica: Olivero, Dellai, Montezemolo.
Ma anche le storie di chi si autopropone, o di persone che egli stesso vorrebbe nella sua squadra.
Si fa anche il nome del capitano Giorgio De Falco, diventato l’emblema degli italiani responsabili quando intimò di tornare a bordo al capitano Gennaro Schettino, che aveva abbandonato la Concordia dopo averla affondata con una manovra azzardata davanti all’isola del Giglio.
Le decisioni arriveranno tra stanotte e domani.
Dall’entourage di Monti, sono tutti ben attenti a non lasciarsi sfuggire nulla: «Presenterà un team, una squadra », dice chi gli è vicino. «Non intende distillare nomi giorno per giorno».
E però, alcune certezze già ci sono: Andrea Olivero sarà capolista alla Camera nella circoscrizione Piemonte 2.
Lorenzo Dellai, fondatore della Margherita ed ex presidente della provincia di Trento (si è dimesso il 29 dicembre), guiderà ovviamente in Trentino.
Da Italia Futura, sembrano blindati i nomi dell’economista Irene Tinagli, del manager Carlo Calenda, che lavora con Montezemolo dai tempi della Ferrari, del braccio destro Andrea Romano.
Insieme al generale Vincenzo Camporini e alla rettrice dell’Università per stranieri di Perugia Stefania Giannini.
Ci sono poi Giorgio Santini della Cisl e il portavoce di Sant’Egidio Mario Marazziti (che correrebbe al posto del fondatore Andrea Riccardi).
Oltre agli ex ministri Francesco Profumo (pare respinto dal Pd) e Renato Balduzzi.
E a Pietro Ichino: «Lo avremmo chiamato anche se non fosse già stato parlamentare — ha detto l’ex premier non lo premiamo per aver varcato un confine».
Ma c’è un certo ritardo. La presentazione delle liste «non avverrà necessariamente martedì», ha detto Monti a Skytg24.
I suoi precisano che nessuno aveva mai garantito nulla per domani, e che il tutto potrebbe slittare anche a giovedì.
Anche se liste e firme dovranno essere presentate già il 21 gennaio in Corte d’appello, e quindi, una certa fretta è comprensibile.
Il “tagliatore” Enrico Bondi invierà il suo “codice” ai partiti entro questa sera.
«I requisiti andranno al di là delle attese», dicono nel quartier generale del professore. Fli e Udc sanno già cosa attendersi: «È chiaro che chi ha problemi con la giustizia o palesi conflitti di interesse con concessioni pubbliche non sarà della partita», dice il finiano Benedetto della Vedova, pronto per un seggio al Senato.
Insieme a lui, trasmigrerà a Palazzo Madama anche Giulia Bongiorno, che per i montiani correrà anche come governatore nel Lazio.
Restano a Montecitorio invece Flavia Perina, Fabio Granata, Italo Bocchino: «Da combattenti», dice quest’ultimo, che però avvisa sui tempi: «La lista del Senato — quella unica — arriverà tra stanotte e domattina. Solo dopo potremo presentare le nostre a Montecitorio».
L’Udc punta a un rinnovamento tutto suo, in competizione con Monti.
Tra i centristi hanno già rinunciato Renzo Lusetti e Francesco Bosi, con troppe candidature alle spalle.
Non si chiederanno deroghe per Mario Tassone, che in Parlamento ci sta da 34 anni, e che pure ci sperava.
In più, sotto il simbolo con il nome di Casini bene in vista correrà il ministro Mario Catania.
Il leader sarà quasi certamente al Senato, Buttiglione è derogato alla Camera.
Infine, gli ex pdl e pd.
Monti non aveva preclusioni su chi ha lasciato Berlusconi per tempo, come Beppe Pisanu, Mario Mauro, Franco Frattini (che però ha fatto sapere di non essere interessato).
Molto più incerto il destino di Pecorella, Bertolini, Stracquadanio, Sacconi, Mantovano.
Del Pd, oltre Ichino e altri transfughi, c’è un insistente corteggiamento nei confronti di Marco Follini.
Che per ora, resiste.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 6th, 2013 Riccardo Fucile
FACENDO CAMPAGNA PER MONTI, SPINGERANNO LA LISTA DELLA SOCIETA’ CIVILE
Per mettere finalmente ordine nella babele delle sue liste, il Prof ha tirato una riga sulla
lavagna: di qua espressioni e movimenti della società civile, di là politici e partiti.
La cesura tra «nuovo» e «vecchio» appare a questo punto talmente netta, la distinzione così radicale, da far pensare a un cordone sanitario teso da Monti per evitare contaminazioni reciproche.
Quasi che la partitocrazia sia radioattiva e richieda una quarantena.
La differente dignità balza agli occhi.
I protagonisti della società civile troveranno posto sotto il simbolo «Per Monti presidente – lista civica», e sempre più saranno il cuore dell’alleanza: con loro il premier si impegnerà a fondo, su di loro riporrà le speranze di scardinare il bipolarismo Pd-Pdl.
Gli altri, invece, saranno confinati sotto le insegne di Casini (Udc) o di Fini (Fli). Guai a effigiarli come la «bad company», precisa Monti, salvo aggiungere che «la lista civica non includerà parlamentari».
I politici vittime dell’«apartheid» la vivono in chiave zen.
Quello che conta, argomentano, è guardare avanti: «ora incomincia la campagna elettorale» per cui «si parte con entusiasmo».
Però è giudizio unanime che la formula decisa per la Camera (al Senato la lista unica non ha avuto mai alternative) penalizzi i due partiti tradizionali dell’alleanza, esposti all’«effetto risucchio».
Se vorranno spingere la coalizione oltre il 10 per cento, e garantirsi una rappresentanza parlamentare quale che sia l’esito delle urne, Udc e Fli dovranno gridare forte «viva Monti».
Sennonchè in questo modo faranno propaganda proprio alla lista civica concorrente, l’unica che nel simbolo recherà il nome del Professore.
Un po’ come aggrapparsi alla corda che ti sta soffocando… «Non avevamo alternative», allargano le braccia Fini (e Casini).
Colpa della legge elettorale, che vieta di spendere il nome di Monti su tutte e tre le liste collegate per la Camera. «Siamo andati al ministero dell’Interno, ma ci hanno dato conferma che proprio non si può».
A quel punto, o lista unica (ma con ecatombe di «politici» a vantaggio di personaggi fuori del Parlamento), oppure ognuno per sè (e il richiamo a Monti solo sulla «sua» lista civica).
È prevalsa la seconda ipotesi in quanto «male minore», «scelta necessitata», e al tempo stesso «atto di generosità » dei tanto bistrattati partiti nei confronti del premier.
Non risultano scontri dietro le quinte.
Anzi, clima operoso nel comitato operativo di via Properzio, da dove tutto si dipana. Si compone di Romano e Calenda per Italia Futura, più Alfonso quale regista della comunicazione; di Libè e De Poli in rappresentanza dell’Udc, con Rao più che mai nella sua veste di «spin doctor»; di Della Vedova un po’ per conto di Fini e un altro po’ proiezione dello stesso Monti; infine, vi partecipano collaboratori strettissimi del premier e del ministro Riccardi, sempre meno impacciati dal doppio ruolo politico e istituzionale ma tuttora poco inclini al protagonismo.
Le vere tensioni si scateneranno nel momento di stilare le liste.
Il criterio deciso da Monti è di escludere quei parlamentari con più di tre legislature alle spalle, vale a dire eletti nel precedente millennio.
Saranno ammesse due eccezioni per ogni partito.
Oltre a se stesso, Fini potrà salvare Bocchino.
E Casini lanciare una ciambella di salvataggio a Buttiglione (a Cesa no, perchè non ne ha bisogno essendo giovane di Parlamento).
Specie tra i fuggiaschi dal Cavaliere, lunga sarà la lista dei delusi…
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Gennaio 5th, 2013 Riccardo Fucile
COALIZIONE MONTI: CHI HA GIA’ FATTO TRE LEGISLATURE NON POTRA’ ESSERE RIPRESENTATO… ORA VEDIAMO SE I VERTICI DI FLI AVRANNO IL CORAGGIO DI CANDIDARE UNA DONNA CAPOLISTA IN LIGURIA
Nell’accordo raggiunto ieri per la presentazione delle liste di coalizione a sostegno del premier Monti, sono stati posti dal professore numerosi paletti “etici” anche per la composizione delle liste Udc e Fli.
“Non solo su fedina penale e conflitto di interessi, ma anche sui 15 anni di legislatura. Con Enrico Bondi abbiamo pensato che possano essere concesse solo due deroghe per partito» ha sentenziato Monti, gelando Casini e Fini.
È la mannaia che scende su decine di parlamentari con tre e più legislature alle spalle.
Che non potranno più essere ripresentati.
Il caso riguarda anche la Liguria, dove era data per scontata la candidatura, dietro il capolista Fini, di Enrico Nan, nonostante l’opposizione di vasti settori del partito.
Infatti Enrico Nan è stato deputato per quattro legislature, dalla XII alla XV nelle file di Forza Italia, quindi è abbondantemente al di sopra dei limiti fissati da Monti e accettati da Casini e Fini.
A questo punto Fini potrebbe giocarsi la carta di una delle due deroghe concesse, ma sarebbe difficile giustificarla di fronte a numerosi altri meritevoli parlamentari uscenti di Fli che hanno raggiunto le tre legislature (e magari non in Forza Italia).
La logica direbbe, se le dichiarazioni hanno un valore, che Nan non potrà essere in lista in Liguria.
Prima di nominare qualche compassato panchinaro a mo’ di tappullo, sarebbe bene che Fini valutasse l’ipotesi che suggeriamo da tempo: lista di sedici motivati giovani under 30, quattro per provincia, con capolista una giovane donna genovese.
Per dare un segnale vero di cambiamento.
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Gennaio 5th, 2013 Riccardo Fucile
FORZITALIOTI E PADAGNI UNITI NELLA LOTTA (PER LA POLTRONA)
L’accordo tra Pdl e Lega per confermare l’alleanza sia in Lombardia che alle elezioni politiche sarebbe ormai fatto.
Ma nessuno lo vuole ancora confermare.
Berlusconi rinuncerebbe alla candidatura a premier, ma non ci sarebbero altre candidature ufficiali dei due partiti a Palazzo Chigi.
Il Cavaliere si limiterà a fare il capo della coalizione. Alla fine e solo in caso di vittoria, il più votato dagli elettori tra i nomi di bandiera sarà il candidato di tutti.
Un escamotage consentito dall’attuale legge elettorale che non obbliga i partiti a dare l’indicazione.
In cambio, il Carroccio ottiene il sì di Berlusconi alla candidatura unica di Roberto Maroni in Lombardia e all’idea di trattenere nella stessa regione il 75 per cento del gettito fiscale. Spalmato, però, in più anni.
«Berlusconi ha fatto un passo indietro – spiega un luogotenente di Maroni – e noi ne facciamo mezzo verso di lui. Del resto, spetta al Presidente della Repubblica dare l’incarico di formare il nuovo governo ».
In questo modo la Lega potrebbe continuare a sponsorizzare il nome del sindaco di Verona Flavio Tosi e il Pdl quello del segretario politico Angelino Alfano.
L’ufficializzazione dell’accordo dovrebbe arrivare solo dopo il faccia a faccia tra Berlusconi e Maroni oggi o domani.
I due si sarebbero già sentiti al telefono.
L’unica incertezza sull’appuntamento è la coincidenza con la festività dell’Epifania. «Solo una questione di dettagli» conferma il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani, uno dei più stretti collaboratori del Cavaliere, che però ammette: «Speriamo che questa vicenda non diventi la guerra dei Trent’anni».
In ogni caso, la decisione sarà in tempo per il consiglio federale che il Carroccio ha convocato martedì.
Anche se, al momento, resta comunque ancora più di una incognita.
L’ordine del giorno della riunione del parlamentino leghista, in realtà , prevede la definizione dei candidati delle liste.
Maroni, infatti, ha già ricevuto all’unanimità il mandato a trattare con il Pdl. Ma è più che probabile che la componente veneta, la più scettica finora all’idea di confermare l’alleanza con Berlusconi, faccia sentire la sua voce.
«Al momento non ci sono novità » tagliava corto significativamente ieri sera un autorevole dirigente leghista veneto, nonostante il tam tam di indiscrezioni sull’accordo ormai raggiunto che si sono rincorse per tutto il giorno.
In Lombardia, qualche conferma in più, ma a patto di non rilasciare commenti.
Nella Lega tutto resta ancora sospeso. Almeno finchè il capo non darà l’ok. Ieri, Maroni si è limitato a stigmatizzare su Twitter i risultati del governo Monti in tema di sicurezza.
Non si sbilancia nemmeno il segretario della Lega Lombardia Matteo Salvini, i cui toni si erano comunque ammorbiditi negli ultimi giorni.
In base alla bozza elaborata nei giorni scorsi al tavolo tecnico formato dai leghisti Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti, Andrea Gibelli e dai pidiellini Luigi Casero e Paolo Romani, la proposta di trattenere sul territorio regionale il 75 per cento del gettito fiscale fuori dalla Lombardia sarebbe stata parecchio edulcorata.
Per renderla meno indigesta ai dirigenti pidiellini delle regioni del Sud.
Il meccanismo è quello dell’applicazione dei costi standard.
In altre parole, le altre regioni potranno trattenere una percentuale del gettito fiscale fino al 75 per cento, ma proporzionata alla virtuosità nel contenimento dei costi.
In caso contrario, tutto resterà come prima.
L’intesa tra Pdl e Lega sarebbe soprattutto sul programma.
Ancora tutte da definire le candidature e gli accordi sui collegi.
Resta in campo l’ipotesi di un ticket in Lombardia tra Maroni e l’ex ministro pidiellino Mariastella Gelmini.
Anche se Ignazio La Russa spingerebbe per l’opzione Viviana Beccalossi.
Ma c’è chi è pronto a scommettere che alla fine tra le due potrebbe spuntarla proprio il senatore berlusconiano Mantovani.
Andrea Mantovani
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Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile
LOTTA INTERNA CON DELLA VEDOVA CHE VORREBBE IL LISTONE UNICO CON MONTI ED EVITARE DI FARSI CONTARE… NEL MIRINO GLI AFFARI FINANZIARI DI BOCCHINO
Anche se Benedetto Della Vedova dice che non ci sarà alcun problema nel superare la soglia di sbarramento, in realtà la preoccupazione dentro Futuro e Libertà per l’Italia è altissimi.
Fli sta raccogliendo le firme per presentarsi alla Camera in sostegno di Monti insieme con altre tre liste (al Senato ci sarà un’unica lista), ma la tentazione di lasciar perdere e finire dentro la grande lista dell’Agenda del Professore è tanta.
Anzi, tantissima.
Contarsi, per i finiani, sarà veramente un problema stavolta.
Dentro il partito è un braccio di ferro continuo.
Da una parte Italo Bocchino, che non vuole abbandonare il fortino, dall’altra Benedetto Della Vedova, uomo molto apprezzato da Monti, che da tempo medita la fusione in un nuovo centro che il presidente del Consiglio del governo dimissionario in questo momento rappresenta.
Intanto l’altro ieri Fini ha tolto le delega a Bocchino e si è ripreso tutti i poteri.
Il deputato campano è il vero ostacolo a un apparentamento definitivo con Monti.
I suoi trascorsi mettono in difficoltà i revisori dei curricula per l’Agenda. Moavero, Toniato e, soprattutto, Enrico Bondi hanno in mano un dossier su di lui.
All’interno c’è il sequestro da parte della Procura di Roma di 2,5 milioni di euro di contributi al quotidiano Il Roma e un immobile di simile valore.
A questo si aggiunge il capitolo Finbroker, società finanziaria con sede a San Marino che nel 2001 versò allo stesso quotidiano più di 2 miliardi, probabilmente per risanare i conti.
Nel dossier Fli in mano a Bondi si parlerebbe, infine, di una cena tra Alfredo Vito, mister 100.00 preferenze, e Fini in un ristorante romano lo scorso 19 dicembre.
Cena, dicono, organizzata dal deputato finiano.
(da “il Portaborse”)
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Gennaio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
I CENTRISTI DIFENDONO CESA E BUTTIGLIONE… CASINI: “NON ROTTAMO”… IN FORSE LA LISTA DI FINI
Il nuovo anno del centro montiano si apre all’insegna della tensione, con l’Udc in rivolta sotterranea e Pier Ferdinando Casini in grande freddo con il premier in carica.
A gelare i rapporti è il ruolo che il Professore ha affidato a Enrico Bondi, commissario del governo per la spending review.
L’incarico di supervisore dei curriculum innervosisce gli aspiranti parlamentari, che si sentono osservati, studiati, giudicati e temono di essere respinti col bollino di «impresentabili».
Tanto che i centristi hanno preso a paragonare Bondi a Torquemada, il grande inquisitore spagnolo dell’epoca dei re cattolici.
Casini, in un’intervista ad Avvenire – oltre a gelare le aspettative del Pd mandando a dire a Bersani che «sarà premier solo se avrà la maggioranza alla Camera e al Senato» – chiarisce la definizione delle liste: «Ci sarà un rinnovamento profondo ma non la rottamazione di persone onestamente impegnate in politica».
La tensione è alta, al punto che l’Udc due giorni fa avrebbe minacciato lo strappo, nel tentativo di smussare le forbici del commissario.
Per dire del clima, il 31 dicembre sul sito Formiche.net – rivista fondata dal giornalista Paolo Messa, consigliere «pro tempore» del ministro Corrado Clini ed ex portavoce di Marco Follini quando era segretario dell’Udc – è spuntato un articolo che parla di Bondi come di un «tagliatore di teste» e definisce «giacobina» l’idea di «consegnare il potere di decidere chi deve sedere in Parlamento a un soggetto terzo».
Quel che i centristi non accettano è il veto sul nome del segretario Lorenzo Cesa per i suoi trascorsi guai giudiziari, risolti in prescrizione.
Nè intendono cedere alla richiesta di Bondi, e dunque di Monti, di convincere al passo indietro il presidente Rocco Buttiglione, sulle cui spalle gravano ben più di tre lustri di Parlamento.
Il braccio di ferro va avanti da giorni, con Bondi che insiste e Casini che resiste, determinato a non cedere sovranità al punto da farsi imporre le candidature da fare e quelle da evitare.
Il punto, per via Due Macelli, è che non sono chiari i criteri di selezione e che il partito «è sì disposto ad accettare il vaglio di Bondi, ma non può lasciar passare il fatto che alcuni nomi siano considerati tabù».
Giorni fa al tavolo delle trattative si era pensato di confinare al Senato indesiderati, naufraghi e riciclati del Parlamento, ma con la lista unica il Professore ci ha ripensato: i nomi più discussi, sempre che riescano a scampare alla ghigliottina di Bondi, dovrebbero dunque finire nelle liste dei rispettivi partiti alla Camera.
È il caso ad esempio di Italo Bocchino: Monti non ha dimenticato la dichiarazione un po’ avventata con cui, un anno fa, il vicepresidente di Fli rischiò di far saltare il suo governo sul nascere proponendo un esecutivo Monti senza il Pdl per il 2013.
Alla Camera il premier non intende schierare politici, se non nella lista Udc e in quella di Fli.
Ma nulla è ancora deciso, non si sa ancora se Gianfranco Fini riuscirà a presentare la sua lista… Le ragioni che tengono i finiani col fiato sospeso sono diverse, non ultimo il fatto che lo stesso leader teme una conta dolorosa nelle urne.
Nel listone del Senato finirebbero dunque quei parlamentari uscenti rimasti apolidi, come Mario Mauro o Pietro Ichino.
Oltre a Casini, che ha «prenotato» uno scranno a Palazzo Madama, traslocherebbe al Senato anche il capogruppo di Fli Della Vedova, tra i più accesi sostenitori della lista unica.
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)
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