Marzo 8th, 2017 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO DEL CAV DIFENDE LOTTI E RENZI
“Dell’inchiesta sul padre di Matteo Renzi viene fatto un utilizzo barbaro”. Si tratta di “uso strumentale delle indagini per finalità politiche, come vediamo anche nel caso del ministro Luca Lotti, sul quale pende un’asserita violazione di segreto”.
Lo dice, in un’intervista a La Stampa, Niccolò Ghedini, avvocato storico di Silvio Berlusconi e suo stretto consigliere politico.
“Secondo l’accusa – afferma Ghedini – si sarebbero verificati episodi di corruttela legati all’assegnazione di lavori. Però l’attenzione mediatica è concentrata sul padre di Renzi perchè a lui viene contestato questo nuovo reato introdotto nel 2012, il traffico di influenza illecita, al quale ero e rimango graniticamente contrario”.
Circa la contrarietà verso il nuovo reato, Ghedini sottolinea:
“Amplia a dismisura il concetto di millantato credito e dà alla magistratura la possibilità di valutare in maniera molto elastica i comportamenti. Concede ai giudici troppa discrezionalità , a prescindere che si tratti del padre, dello zio o del nonno di Renzi”.
Quanto alle ipotesi di un pregiudizio politico, “sto a quello che leggo: cioè spezzoni di intercettazioni magari decontestualizzate, frammenti di appunti tutti da ricostruire, atti che secondo il codice dovrebbero essere coperti da divieto di pubblicazione. E vedo il solito metodo di anticipare le sentenze di condanna, che a me sembra inaccettabile. Renzi e il suo governo sono stati negativi per l’Italia, però dell’inchiesta sul padre viene fatto un utilizzo barbaro”.
Per Ghedini, “i magistrati fanno il loro lavoro. Contesto da parte di certi avversari politici, sinistra compresa, l’uso strumentale delle indagini per finalità politiche, come vediamo anche nel caso di Lotti, sul quale pende un’asserita violazione di segreto”.
Quanto alla sfiducia di Lotti:
“Sarà un processo (ammesso che ci si arrivi) ad accertare come stanno le cose. Ma chiedere le dimissioni del ministro – aggiunge Ghedini – sulla base di uno stillicidio non verificabile è del tutto sbagliato. Come lo fu per Maurizio Lupi, che non era neppure indagato, e proprio Renzi lo fece dimettere. Come accadde per la stessa Nunzia De Girolamo, senza distinguere tra accertamento dei fatti e sentenza di condanna, anche solo di primo grado”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 8th, 2017 Riccardo Fucile
RIMBORSI AI PARLAMENTARI, I GRILLINI PROVANO A FARE QUADRATO: “RICERCE COPIATE A NOSTRA INSAPUTA”
Sorpresa e tensione al Parlamento europeo per i casi di abusi sui rimborsi parlamentari dei partiti euroscettici e di alcuni deputati italiani rivelati ieri da Repubblica .
La prima reazione arriva dal Partito popolare europeo, la famiglia politica di Forza Italia e prima forza a Strasburgo tra le cui fila milita Lara Comi, la parlamentare azzurra che deve restituire 126 mila euro alle casse dell’assemblea per avere assunto come assistente stipendiata dall’istituzione la madre, Luisa Costa.
“Una tegola sulla testa”, commentano i vertici del Ppe, “una notizia che ci ha colto di sorpresa”.
Eppure – nonostante filtri anche l’irritazione di Silvio Berlusconi – dopo un giro di rapide consultazioni, viene deciso che Comi continuerà ad essere vicecapogruppo dei popolari visto che l’abuso non riguarda i fondi del gruppo, ma della direzione finanziaria del Parlamento.
Non commenta i casi di frodi e abusi il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, eletto a gennaio dopo l’addio di Martin Schulz, il socialdemocratico oggi in corsa per la Cancelleria di Berlino che da numero uno dell’assemblea aveva dato il via libera a diverse inchieste – soprattutto quelle che riguardano il Front National e lo Ukip – e aveva chiesto ai servizi di Strasburgo di prestare la massima attenzione ai casi sospetti.
La notizia delle verifiche sulle due eurodeputate cinquestelle Daniela Aiuto e Laura Agea scuote il gruppo dei grillini a Strasburgo.
Dopo diverse ore viene decisa la linea difensiva da adottare, processo lungo tanto che i comunicati vengono pubblicati dopo pranzo.
Aiuto – sospettata di avere ripreso da Wikipedia alcune ricerche inerenti al suo mandato e di averne richiesto il rimborso all’Europarlamento per diverse migliaia di euro – in una nota afferma di avere copiato a sua insaputa e si dichiara parte lesa.
Nel caso di Agea le verifiche riguardano un suo collaboratore locale, pagato con soldi del Parlamento ma sul quale ci sono dubbi che possa effettivamente lavorare per il mandato europeo della deputata in quanto imprenditore impegnato in diverse attività . Anche Agea decide di sospendere momentaneamente l’attività del collaboratore “per approfondire i termini dell’inchiesta”.
Ma non basta ad evitare la polemica politica, con il Pd che va all’attacco accusando i grillini di “doppia morale”, così Emanuele Fiano, perchè “quelli che usciamo dall’Europa e del no all’euro mangiatoia poi li becchi che a Bruxelles prendono i rimborsi per scopi indipendenti dalla loro attività politica”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
“STO RESTITUENDO A RATE LA SOMMA CONTESTATA”… PER FORZA, GLIELA STANNO TRATTENENDO
La decisione dell’europarlamentare di Forza Italia Lara Comi di ingaggiare sua madre come
collaboratrice fiduciaria è stata presa sulla base del parere, poi rivelatosi errato, dell’allora suo commercialista, cui la Comi successivamente ha ritirato l’incarico.
Si tratta di una “vicenda ben nota” e di un “fatto ampiamente chiarito”, in seguito al quale “sto restituendo fino all’ultimo centesimo la somma che viene contestata, con una detrazione che ogni mese mi viene prelevata direttamente dallo stipendio”.
Lo afferma l’eurodeputata, commentando un articolo pubblicato oggi da Repubblica. “Ho letto stamattina — dice l’europarlamentare — su un autorevole quotidiano un articolo che mi cita in chiave critica per una vicenda legata al mio ruolo di parlamentare europeo e all’incarico di collaboratore fiduciario dato a mia madre”.
“E quindi importante per me — prosegue — chiarire tutta la vicenda, con grande trasparenza, come ho sempre fatto. Nel 2009, a 26 anni, sono stata eletta in Parlamento Europeo. Ho lasciato il mio lavoro nel settore privato e con grande entusiasmo ho intrapreso quest’avventura. Ogni giorno mi trovavo di fronte a sfide nuove e importanti e, per affrontarle, ho deciso di avere a fianco a me, con un incarico fiduciario, la persona di cui avevo la massima fiducia, mia madre, che mi è stata vicino in tutti i momenti più importanti della vita. Per potermi supportare in questo ruolo lei si è presa l’aspettativa — non retribuita — dal suo lavoro pubblico come insegnante”.
“La possibilità di scegliere un familiare come collaboratore era permessa fino al 2009, con un periodo transitorio di un anno, come mi aveva spiegato il mio commercialista, che aveva anche consultato gli uffici del Parlamento Europeo”, continua la Comi. “Solo dopo molti anni — aggiunge — cioè nel 2016 vengo a scoprire che questa possibilità era stata esclusa dai regolamenti parlamentari. Per questa ragione, già lo scorso 3 aprile 2016, ho ritirato l’incarico al mio commercialista che, seppure in buona fede, aveva commesso l’errore. Come persona che ha un ruolo pubblico mi prendo comunque tutte le responsabilità di questa vicenda e ho già messo in atto tutte le azioni necessarie: sto restituendo fino all’ultimo centesimo la somma che viene contestata, con una detrazione che ogni mese mi viene prelevata direttamente dallo stipendio”.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
PAOLO ROMANI: “CONTRARI A MOZIONE”
Il punto d’attacco è la sfida contro il Movimento 5 Stelle. “Se loro vogliono fare solo polemica, la mozione quando verrà calendarizzata, la voteremo e sarà bocciata”. Sicuro sui numeri Ettore Rosato sulla sfiducia individuale a carico del ministro Luca Lotti, presentata dai parlamentari penta stellati in entrambe le Camere.
L’inchiesta Consip mette sulla graticola il Pd, in una fase delicatissima che va a incrociare la battaglia congressuale già di per sè infestata di veleni.
I tempi dei due calendari parlamentari dunque non sono neutri e neppure l’aula dove per prima verrà votata.
Per tutta la prossima settimana il Senato ha in agenda provvedimenti non rinviabili e che probabilmente si allungheranno fino al 18 marzo: delega sul contrasto alla povertà , legge sulla concorrenza, commissione d’inchiesta sulle banche e le comunicazioni del premier Gentiloni sul prossimo Consiglio europeo.
L’aula della Camera attende il decreto sicurezza delle città , la legge sul testamento biologico e un altro decreto in scadenza ad aprile che riguarda i nuovi interventi sul terremoto.
Lo schema non prevede spazi fino alla terza settimana di marzo, salvo decisioni diverse e modifiche sempre in carico alla conferenza dei capigruppo.
Vista così, il voto non sembra imminente ma è proprio questo che mette preoccupazione al Pd, che considera quasi più nocivo che il ministro più vicino a Renzi resti in testa alle polemiche mediatiche, provocando più danni che se dovesse fare un passo indietro più meno spontaneo.
Guardando al pallottoliere, anche gli ultimi spostamenti con la nascita del Movimento democratico e progressista, per ora non modificano più di tanto gli equilibri.
La richiesta di Alfredo D’Attorre alla Camera e Miguel Gotor al Senato di attendere chiarimenti dal Pd sulla vicenda prima di prendere decisioni, non fa presagire a un voto dei bersaniani a braccetto con Lega e M5S. Lotti non rischia anche perchè resta fedele alla linea garantista la grandissima parte di Forza Italia.
“Sentirò il mio gruppo al Senato ma noi siamo sempre stati contrari alle mozioni di sfiducia individuali e lo saremo anche questa volta”, dice all’HuffPost il presidente dei senatori azzurri Paolo Romani.
Ballano i voti di Gal, che negli ultimi mesi ha votato sempre più spesso con le opposizioni.
Il voto al Senato, oltre a presentare qualche rischio in più, prevede il solito ombrello dei verdiniani di stretta osservanza da cui, in questi giorni per il Pd è meglio tenersi a distanza.
Dunque i ragionamenti di queste ore vanno oltre i numeri, condizionati più dalla fase politica che dagli schieramenti: il punto di caduta è dunque la gogna mediatica. La chiave per sparigliare e per superarla potrebbe essere un’informativa del governo, ipotesi che comincia a farsi strada in alcuni settori della maggioranza.
La Consip è una società pubblica che ha come unico azionista il ministero dell’Economia, ma il premier Gentiloni stamani durante il Consiglio dei ministri ha suggerito di tenere i toni bassi e l’esecutivo fuori dal clima di tensione.
Ovvie poi, le dichiarazioni di vicinanza per gli attacchi ricevuti, al ministro Lotti coinvolto nell’inchiesta.
Nelle stesse ore però nel partito si fa strada una linea prudente ma non passiva, per evitare di far finire anche Palazzo Chigi nella valanga giudiziaria. Il garantismo di rito e la fiducia nella magistratura stavolta sembrano non bastare per uscire dal cul de sac e, dopo che ieri Gianni Cuperlo aveva chiesto un passo indietro a Lotti, oggi è Francesco Boccia che incalza Renzi nel difendere i suoi uomini e il loro operato, oppure prenderne nettamente le distanze.
Sembra proprio il “giglio magico” l’obiettivo inconfessato di quanti nel partito, al di là degli esiti congressuali, cominciano a guardare oltre.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2017 Riccardo Fucile
UN’AZZURRA DELLA PRIMA ORA PER RILANCIARE IL PARTITO… IL M5S PROVA A CONVINCERE IL MAGISTRATO ANTIMAFIA NINO DI MATTEO
In Sicilia, a contendersi la presidenza della regione, starebbero per scendere in campo due assi: uno
della politica, l’altro della magistratura. Uno in quota Forza Italia, l’altro in forza al M5s.
Il nome a sorpresa a cui sta pensando Silvio Berlusconi, in vista delle elezioni regionali del prossimo ottobre, sarebbe quello di Stefania Prestigiacomo.
Il Cavaliere guarda all’isola, quella del 61 a zero delle politiche del 13 maggio 2001 quando fece bottino pieno di seggi e consenso, per rilanciare il centrodestra. Berlusconi ricorda con nostalgia gli anni in cui varcava lo Stretto e trovava i palazzetti dello sport stracolmi al grido: «Silvio, Silvio!».
L’ultima volta è stato nel marzo scorso quando andò a Palermo, al teatro Politeama, e poi in una passeggiata a via principe di Belmonte si improvvisò barman da Spinnato, nota rosticceria del centro.
Presto potrebbe tornare a Palermo per lanciare la candidatura della Prestigiacomo. Ancora non è stata fissata la data, ma fonti azzurre fanno filtrare che la kermesse dovrebbe essere ad aprile.
Prestigiacomo è un’azzurra della prima ora, vicinissima a Gianfranco Miccichè, il luogotenente berlusconiano in Sicilia oggi è tornato in auge come commissario regionale di Fi.
In un recente incontro ad Arcore Miccichè avrebbe portato sul tavolo il nome di «Stefania» per palazzo d’Orleans e la risposta del Cavaliere sarebbe stata netta: «Sì, Stefania è brava, bella: può essere la nostra carta vincente per riconquistare la Sicilia».
A villa San Martino si guarda con interesse alla Sicilia perchè «quello sarà il primo vero test nazionale e un altro fallimento della sinistra».
I sondaggi che filtrano in queste ore quotano il centrodestra al 36%, il centrosinistra attorno al 20% e i grillini al 38%. Un testa a testa anomalo.
Che porta a fare in casa Fi il seguente ragionamento: «Una discesa in campo di Berlusconi con il volto di Stefania potrebbe realizzare il miracolo».
Si prefigura così in Sicilia per la successione di Rosario Crocetta una sfida fra Berlusconi e Grillo. Forza Italia contro il M5s.
Intanto i cinquestelle sono più attivi che mai e pensano che Palazzo d’Orleans sia portata di mano. Sabato a Palermo ci sarà Luigi Di Maio. Il vice presidente della Camera darà il là alla corsa per la presidenza della regione.
Giancarlo Cancelleri, già in campo cinque anni fa, sarà certamente della partita.
In campo anche altri deputati regionali come Francesco Cappello, Giampiero Trizzino e Valentina Zafferana.
Ma la notizia che filtra dall’inner circle dei 5stelle è che alla fine Grillo potrebbe puntare su un nome di peso, capace di strappare voti in un ampio bacino d’opinione: l’asso nella manica sarebbe il magistrato antimafia Nino Di Matteo, il quale recentemente ha elogiato il nuovo codice etico del movimento: «Finalmente — ha affermato Di Matteo – contribuisce a distinguere la valutazione di responsabilità politica che deve scaturire da certi comportamenti o certe situazioni dalla eventuale responsabilità penale».
Se son rose fioriranno.
Giuseppe Alberto Falci
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
“DOBBIAMO STARE NEL PPE, BASTA CON QUESTA RETORICA ANTIEUROPEISTA”
«Sulla base delle indicazioni della Corte si può fare una buona legge elettorale proporzionale. Le Camere
hanno anche il tempo per introdurre nel nostro ordinamento la sfiducia costruttiva. Poi andiamo presto al voto».
Stefano Parisi è convinto che la sentenza della Consulta offra all’Italia un’ottima occasione per avere un Parlamento più rappresentativo.
Con uno schema proporzionale, però, il futuro del centrodestra italiano potrebbe andare in una direzione diversa rispetto a quella del passato.
Il manager ha portato il suo tour «Megawatt» anche a Bruxelles e proprio dalla capitale europea rilancia un appello al centrodestra italiano che vuole ricostruire.
Più vicino al Ppe della Merkel e più lontano dalla Lega di Salvini. Più fedele al rigore e meno alla flessibilità nei conti pubblici.
Durante la sua visita ha subito incontrato anche Antonio Tajani, appena eletto presidente del Parlamento Ue. Senza i voti della Lega…
«Questa è una ferita molto profonda nella politica italiana: o c’è un ripensamento oppure è difficile proseguire insieme. I rapporti di coalizione si basano sulla chiarezza dei programmi: non possiamo stare a rimorchio della Lega».
E quindi in che direzione deve andare il centrodestra italiano?
«Abbiamo bisogno di un soggetto nuovo, con persone nuove. Non dobbiamo soltanto mettere insieme i vari pezzi del centrodestra che si sono staccati. La somma di quei pezzi non ritrova la fiducia degli italiani, che hanno bisogno di altro. Serve una proposta chiara, con persone nuove ma di esperienza».
Che ruolo può avere Berlusconi in questo schema?
«Lo stesso Berlusconi è garante della volontà di costruire un’offerta politica nuova. Tutti si rendono conto che esiste una perdita di consenso nell’area politica di centrodestra. Credo e spero che in tutte le forze del centrodestra ci sia una buona volontà in questa direzione. In questo momento la priorità non è tanto capire chi fa cosa, ma piuttosto parlare a quella parte di italiani che non va più a votare o che ha votato M5S, anche alla luce della sentenza della Consulta».
Le Camere devono intervenire per sistemare la legge elettorale?
«La priorità è che ci sia una legge stabile e duratura. Il fatto di cambiarla di frequente è un vulnus democratico. Credo che il modello migliore sia quello tedesco: un sistema proporzionale in cui ogni elettore voti il proprio partito, la maggioranza del Parlamento deve corrispondere a quella nel Paese. Ma rispetto alla Prima Repubblica dobbiamo responsabilizzare il Parlamento rispetto al governo. Non possiamo avere governi che cambiano ogni dodici mesi. Va introdotta norma per fare in modo che quando si dà la sfiducia al governo bisogna fornire un’alternativa, altrimenti si sciolgono le Camere».
In questo modo però saremo condannati eternamente alla Grande Coalizione…
«No. Come centrodestra noi dobbiamo essere chiaramente alternativi al centrosinistra. Il proporzionale non serve per andare a governare con il centrosinistra, ma per avere un Parlamento chiaro. Del resto si discute dopo le elezioni».
Cosa significa l’elezione di Tajani per il centrodestra italiano?
«È un segnale molto chiaro: noi siamo legati al Ppe. L’Ue va cambiata, deve essere più leggera, meno burocratica. L’Italia deve battersi per migliorarla, ma deve smetterla con questa retorica anti-europeista. Dobbiamo capire che fuori saremmo più deboli. Specialmente su immigrazione, sicurezza, Difesa. Come ha scritto Draghi nel suo intervento su Cavour pubblicato l’altro giorno da La Stampa, l’Italia ha bisogno dell’Europa
In Italia la critica che si fa spesso all’Ue è di essere ostaggio della Merkel, uno dei leader del Ppe. E la critica arriva spesso dal centrodestra…
«Questo l’ha fatto in modo particolare Renzi, distruggendo l’immagine dell’Italia in Europa. Scaricare su Bruxelles i nostri problemi è stato un errore grave, pagato nelle urne il 4 dicembre. Noi dobbiamo dire la verità agli italiani. Il nostro problema non è Merkel, ma il nostro debito. È il nostro debito che limita la nostra libertà . Bisogna smetterla di stare qui col cappello in mano a chiedere flessibilità , perchè stiamo solo aumentando la spesa corrente, il deficit e il debito».
Più rigorista dei rigoristi…
«Le politiche di rigore del bilancio sono compatibili con le politiche di crescita. Questa cultura italiana per cui la crescita dovrebbe alimentarsi solo con l’aumento della spesa pubblica, con bonus e regalie varie, non ha funzionato».
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
INTESA SU VITO DI MARCO… AL SENATO VOTO CRUCIALE PER GLI INTERESSI DI FORZA ITALIA E DI BERLUSCONI
Un altro uomo di fiducia di Silvio Berlusconi per blindare il cruciale baluardo dell’Agcom.
Un nuovo tassello dell’intesa Pd-Forza Italia che ormai si dipana dalle banche alle comunicazioni per approdare da qui a breve – chissà – alla riforma della legge elettorale.
Mercoledì il Senato ha in calendario l’elezione del commissario mancante all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dopo la morte di Antonio Preto (area Fi) nel novembre scorso.
La rosa di tre-quattro nomi si è ristretta ora a Vito Di Marco. Professionista di stretta fiducia di Paolo Romani, col quale ha lavorato nel 2010-2011 al ministero dello Sviluppo economico nell’ufficio di “diretta collaborazione” quando l’attuale capogruppo forzista era viceministro con delega alle telecomunicazioni. Romani da sempre considerato “uomo azienda” ai vertici del partito, assai vicino a Fedele Confalonieri.
Di Marco, 44 anni, oggi è consulente di Tivùsat, un trascorso da conduttore radiofonico a Radio2 e da redattore del programma “Supergiovani” su Raidue alla fine degli anni Novanta, poi nell’ufficio Telecom di Bruxelles.
Il suo nome avrebbe ottenuto il placet del Pd renziano forse anche in forza del lontano passaggio in una radio dei vecchi Ds a Bologna. Sul suo nome ci sarebbe il nulla osta anche di Alfano e Verdini.
Con l’elezione tornereranno quattro i commissari che affiancheranno il presidente Angelo Marcello Cardani. E tra loro Antonio Martusciello, stessa scuderia: manager in Publitalia e poi coordinatore campano e parlamentare di Fi.
Sono le leve sulle quali potrà contare Silvio Berlusconi alla vigilia delle delicate scadenze che attendono l’Agcom e che incrociano i destini Mediaset.
Prima fra tutte, il 21 aprile, la chiusura dell’indagine che l’Agenzia sta conducendo proprio sull'”assalto” di Vivendi al Biscione, col possibile stop all’eventuale Opa di Bollorè. E poi la difficile partita sulle frequenze (Banda 700), per non dire della par condicio in campagna elettorale.
Per la poltrona vacante è circolato negli ultimi giorni anche il nome ben più pesante dello stesso capogruppo Romani.
Ma la carica scadrà tra due anni appena (il resto dell’Agcom nominata nel 2012) e il diretto interessato – come ha spiegato a tanti colleghi – non sarebbe “minimamente interessato” a lasciare la politica, ammesso che una pedina così poco “tecnica” ottenesse l’ok del Pd.
Si è ritirato ieri dalla corsa Roberto Sambuco (ex capo dipartimento Comunicazioni al ministero dello Sviluppo), mentre restano outsider Antonio Scino (ex all’Autorità dei trasporti e all’Energia) e Raffaele Tiscar, da pochi giorni capo di gabinetto del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, dopo aver lasciato Palazzo Chigi da vicesegretario generale con Renzi.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL PATTO DEL GABIBBO BIANCO CON SALVINI PER SCALARE PALAZZO CHIGI… BERLUSCONI LO FARA’ ACCOMPAGNARE ALLA PORTA… “UNO SI SERVE DELL’ALTRO PER RESTARE A GALLA”
Da delfino di Silvio Berlusconi a uomo sempre più emarginato. 
La parabola politica di Giovanni Toti sta subendo una battuta d’arresto. O, come sostiene più di un dirigente azzurro, avrà come sbocco finale un unico scenario: «Alla fine Giovanni uscirà da Forza Italia».
Si è consumato tutto negli ultimi mesi da quando il Cavaliere, dopo l’intervento a cuore aperto, ha deciso di rilanciare il partito nato nel 1994, all’indomani di Tangentopoli.
Da Arcore il diktat è stato il seguente: «Siamo un grande movimento liberale e non possiamo allearci con i populisti».
Un messaggio chiaro e inconfutabile che tra le righe nascondeva un attacco al leader del Carroccio Matteo Salvini.
Ed è proprio quest’ultimo l’uomo che ha allontanato l’ex direttore del Tg4 dal Cavaliere. Perchè è stato proprio con Salvini che il governatore della Liguria avrebbe stipulato un patto: costruire un partito insieme per scalare Palazzo Chigi.
«Io farei il premier e tu il vice». Toti presidente del Consiglio e Salvini vice premier. Era questo l’accordo che avevano siglato i due.
Toti si sarebbe così avvicinato a Salvini al punto da «trascurare» il partito.
Chi lo conosce bene e parla con lui assicura che il presidente della Liguria in più circostanze avrebbe detto: «L’unico scenario possibile per Forza Italia è l’alleanza con Salvini ed è questo che sto cercando di garantire».
Non è un caso che Toti si sia battuto per un ritorno al Mattarellum; una legge che favorirebbe le ambizioni del Carroccio, che potrebbe sbaragliare e conquistare i collegi del nord.
E non a caso ha cercato sponde fra i dirigenti azzurri del Nord, su tutti Paolo Romani e Maria Stella Gelmini.
Ma il Cavaliere non avrebbe dimenticato le dichiarazioni di Toti e avrebbe pian piano ridimensionato le aspirazioni del suo ex delfino.
Prova ne è che nelle ultime riunioni, confidano gli uomini vicini all’ex Cavaliere, Toti avrebbe preferito restare in silenzio e non intervenire nella discussione politica.
«Dopo l’innamoramento iniziale il presidente non ha ascoltato più i suoi consigli».
Ma c’è di più. L’ex direttore del Tg4 non avrebbe digerito l’esclusione dalla commissione che dovrebbe negoziare con il Pd per una nuova legge elettorale e pure da quell’altra che dovrebbe decidere le candidature per le amministrative della primavera prossima.
Segnali che avvicinano sempre più Toti a Salvini. Fra i due corre buon sangue. «L’uno si serve dell’altro per restare a galla», malignano gli azzurri.
Raccontano che ormai ci sia una corrispondenza telefonica giornaliera fra Giovanni e Matteo.
E Toti il prossimo 28 gennaio sfilerà alla manifestazione di “Italia Sovranista” al fianco di Salvini e Meloni. Per continuare a rispettare il patto siglato con “Matteo”: «Io premier, tu vice premier».
Giuseppe Alberto Falci
(da “La Stampa”)
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Novembre 18th, 2016 Riccardo Fucile
PARISI SOGNA IN GRANDE, GLI ALTRI SI ACCONTENTANO DEL TERZO POSTO… E SILVIO NON GIOCA PER PERDERE
Avete sentito Berlusconi a Rtl? Ha rettificato il Berlusconi di Radio Anch’io che rettificava il
Berlusconi al Corriere della Sera (ecc.. ecc…).
Un’approfondita conoscenza del cosiddetto inner circle berlusconiano e dello stesso Berlusconi consente di comprendere che Stefano Parisi (protagonista di un’ottima performance a Porta a Porta) è “in sella” prima delle apparenti stroncature di ieri da parte del leader di Forza Italia.
C’è il gioco – o, meglio sarebbe dire, le orbite – dei satelliti che ruotano intorno al Re Sole. La dinamica del potere degli azzurri è da sempre la medesima.
Il “partito del Nord” contro quello “del Sud”, Fitto contro Alfano, falchi contro colombe, ecc…
Se un partito è diviso in fazioni, o meglio se qualunque nuovo aspirante leader non è rappresentativo di tutti (difficile esserlo), allora tutti possono sentirsi garantiti solo da lui, il Presidente.
Salvini e Meloni, parlate con Toti? Vi faccio sapere che il governatore della Liguria non può garantirvi quanto promesso, ovvero i voti di Forza Italia. E metto in campo Parisi e il sogno di un centro destra nuovamente inclusivo.
Toti va a Firenze dopo aver aperto a Salvini in una intervista a Repubblica e partecipa alla sua incoronazione in piazza quale leader del centrodestra? Vi spiego sul Corriere che io, Silvio, non andrei mai dietro a uno come Salvini e che la destra l’ho sdoganata e la Lega l’ho domata, ma da posizioni moderate, ragionevoli, maggioritarie. E di forza.
Chiamo a rapporto Toti per strigliarlo e lui si lamenta per le bordate ricevute da Parisi all’indirizzo suo e di Salvini; a ciò si aggiunge l’insofferenza nei confronti dell’homo novus del centro destra (da me legittimato ancora poche ore prima in occasione del suo comizio a Padova) da parte di tutto il vecchio armamentario del partito?
Fammi dire un’ovvietà a Radio Anch’io: se non va d’accordo con tutti (ma si può?), Parisi non può fare il leader di coalizione (ma quale coalizione?), ma fammi anche (via Rtl) qualche ora dopo correggere il tiro.
È il banco che dà le carte e il banco, amici miei, vince sempre.
Così Parisi è ancora in campo, forse più di prima, ma deve pedalare.
Qui (come altrove) nessuno regala niente. La verità è che il futuro è ancora da scrivere. Il progetto di Toti, Salvini, Meloni è un centro destra radicalizzato, non vincente: mettere insieme ciò che c’è per un onesto terzo posto.
Al momento, sondaggi alla mano, questa è la prospettiva.
Parisi sogna in grande: una forza moderata e riformista, capace di parlare ai ceti produttivi del Paese e, in nome della sua diversità e novità , capace di competere realmente ed efficacemente – come già avvenuto a Milano – per il primo posto.
Per farlo c’è moltissimo lavoro davanti, non cercando imprimatur ed evitando letali fatwe.
Chi saprà proporre prima di maggio 2017 una strada vincente godrà del sostegno convergente del Cav che – è bene ricordarlo – ha sempre in mente due sole opzioni: essere protagonista di un’opzione vincente o leader di un’alternativa minoritaria. Tertium non datur.
Andrea Camaiora
(da “Huffingtonpost”)
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