Gennaio 11th, 2018 Riccardo Fucile
MA DI MAIO QUANDO MAI IMPARERA’ A CONIUGARE I VERBI? E’ MAI POSSIBILE CHE UN SOGGETTO DEL GENERE SI CANDIDI A PREMIER?
In uan intervista rilasciata ieri a Primocanale (emittente genovese) Luigi Di Maio
spiega, usando la raffinata tecnica comunicativa dello stream of consciousness and congiuntivness (una sua versione migliorata di quella di Joyce), la posizione DEFINITIVA del MoVimento 5 Stelle sull’euro.
Testualmente: “Io da sempre ho sempre detto che… il MoVimento ha sempre detto che noi volessimo fare un referendum sull’euro”.
La domanda e la risposta completa è visibile sul video della emittente intorno al minuto 26,40: “Io credo che l’euro si viva come una partita di calcio: sei contro o a favore di quella squadra? L’euro è uno strumento, una moneta. Il problema sono tutte le regole che girano intorno all’euro… nel 2013 tutte le regole che oggi impediscono alle imprese di accedere al credito e allo Stato di fare investimenti erano regole che giravano intorno all’UE e all’euro e che Germania e Francia non volevano saperne nulla di modificarle. Cinque anni dopo, nel 2018, la Germania non riesce a fare un governo, la Francia non ha più i partiti tradizionali, il Portogallo e la Spagna hanno un governo di minoranza: io credo che questo sia il momento in cui andare ai tavoli europei e contrattare migliori condizioni sia per l’unione monetaria che per quella europea. Io da sempre ho detto che…il MoVimento ha sempre detto che noi volessimo fare un referendum sull’euro…io la definisco un’extrema ratio. Però il sentiment sull’euro degli italiani non è che sia cambiato molto ma la maggior parte degli italiani ha sempre pensato che vanno modificate le regole, non uscire dall’euro; l’Italia è più forte ma la deve usare questa forza”.
(da “Nex Quotidiano”)
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Gennaio 11th, 2018 Riccardo Fucile
INCASTRATA DALLA RELAZIONE DELL’AUTISTA… ERA GIA’ FINITA NELLE POLEMICHE PER L’AFFITTO NON PAGATO NELLA CASA POPOLARE E MAXI-RIMBORSI DI TAXI
Prima la questione degli arretrati dell’affitto, ora l’uso improprio della macchina di servizio del Comune.
Pochi mesi dopo l’insediamento di Chiara Appendino era scoppiato il primo problema: gli affitti della casa popolare alle Vallette non pagati.
Al centro della questione la consigliera pentastellata Deborah Montalbano e gli arretrati della pigione sistemati con un piano di rientro concordato con l’Atc. Montalbano è attivista storica del Movimento di Beppe Grillo, rappresentante dei comitati per la casa, militante nel quartiere popolare torinese delle Vallette dove ha fatto campagna pancia a terra per Appendino e i Cinque Stelle.
Ora scoppia un altro caso: l’uso per questioni private dell’auto di servizio del Comune: una macchia, per una Cinque Stelle doc.
Insomma, si può chiudere un occhio sugli affitti della casa popolare non pagati prima di diventare consigliera comunale (per quanto la pratica di saltare le rate sia continuata anche nei primi mesi di mandato), ma è difficile che i colleghi di partito e gli attivisti possano perdonare a Montalbano un viaggio senza un valido motivo su un’auto pagata dai cittadini.
Montalbano negli ultimi giorni è già balzata all’onore delle cronache per 250 euro di taxi rimborsati dal gruppo. Questione su cui però la consigliera non ha nulla da dire: le ricevute e i rimborsi sono stati autorizzati dal gruppo M5s stesso e dai tecnici del Comune.
Ora, invece, sarà più complicato per la consigliera pentastellata giustificarsi.
Anche perchè molti dei suoi compagni non sono più indulgenti come un tempo: l’era dei 5 Stelle compatti e coesi è finita.
Montalbano rappresenta una delle anime più forti dell’area dei “duri e puri”, degli ortodossi del Movimento, distanti dall’area lealista e moderata fedele alla sindaca Appendino.
La questione è venuta fuori perchè è stato lo stesso autista, insospettito dal viaggio, a scrivere una dichiarazione per mettere nero su bianco quello che aveva fatto e chi lo aveva autorizzato.
Forse perchè D.C., queste le iniziali dell’autista di Palazzo Civico, sapeva che il giro non aveva nulla di istituzionale. “Il giorno 7/11/2017, a seguito della disposizione del coordinatore, trasportavo la consigliera Montalbano in via…..”. E poi: “All’arrivo mi disse di attenderla, passati dieci minuti tornava con una bambina, facendola salire sull’auto mi chiedeva di fare ritorno a Palazzo Civico, perchè aveva impegni istituzionali. Il servizio si concludeva alle ore 16.45”.
Senza commenti. Una nota di cronaca a futura memoria. Quella nota però ha iniziato a circolare. E alcuni consiglieri e attivisti chiedono conto della questione e del viaggio. Riusciranno a perdonare alla consigliera la debolezza di essere andata a prendere a casa la figlia piccola rimasta da sola?
Oppure sarà la scusa per mettere fuori dal gruppo e dal movimento la consigliera grillina?
Domani sera si sarebbe dovuta tenere una riunione degli attivisti con la questione dei rimborsi dei taxi all’ordine del giorno. Poi, non essendo nulla di illecito e tutto autorizzato, la cosa è stata rinviata a dopo le elezioni.
Ora c’è l’uso della macchina di servizio per questioni personali. Questione su cui qualcuno potrebbe sindacare.
“Ne abbiamo già discusso a novembre nel gruppo, i miei colleghi sanno”, dice la consigliera Montalbano raggiunta telefonicamente. E poi: “Il martedì io presiedo la commissione. Mi ha chiamato un’amica che mi ha detto alle 16 che non poteva tenere mia figlia. Non sapevo come fare. Ho chiesto ai miei colleghi un passaggio. Nulla. Dovevo arrangiarmi”.
Così è venuta in mente l’idea della macchina di servizio: “Ho chiesto al coordinatore degli autisti. Mi ha detto di sì. Ho preso la macchina, sono andata, ho preso mia figlia e sono tornata. L’ho fatto perchè poi dovevo partecipare ad una riunione in via Meucci, all’Area commercio, per la riapertura del supermercato delle Vallette”. Montalbano si dice amareggiata: “Ho usato alcune volte l’auto di servizio per questioni di rappresentanza, solo una volta per questioni personali”, aggiunge.
E sul piano politico aggiunge: “Vogliono cacciarmi, mi caccino. Io non me ne vado”.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2018 Riccardo Fucile
E PROPRIO OGGI L’ASSESSORA MONTANARI LO SMENTISCE IN RADIO
Qualcuno che tiene a Luigi Di Maio lo prenda un attimo da parte e gli spieghi che deve
smetterla di inventare balle su Roma.
Al TgCom24 oggi il candidato premier del MoVimento 5 Stelle ha sostenuto che “sui rifiuti a Roma stiamo costruendo tre impianti”, quando persino l’assessora Pinuccia Montanari oggi, su precisa domanda postale in radio, ha detto tutt’altro, ovvero che il Campidoglio, dopo una lunga attesa e senza che questo intacchi l’emergenza attuale per ovvi motivi, completerà a fine gennaio «l’iter autorizzativo per i due impianti di compostaggio a Cesano e Casal Selce. Con una tempistica normale, per i lavori non dovrebbero volerci più di 36 mesi»
L’amministrazione e l’AMA quindi non stanno costruendo un bel niente: il Campidoglio fa sapere invece che, come sosteneva la Regione Lazio, non ha ancora completato (perchè dice che lo completerà a fine gennaio, poi bisogna vedere se la scadenza sarà rispettata) l’iter autorizzativo per due impianti di compostaggio, che verranno costruiti in più di tre anni e quindi non servono a risolvere alcuna emergenza a Roma.
In ballo c’è anche un impianto di riciclo, anche se l’assessora non l’ha nominato.
Tutto questo ovviamente a patto che si risolva il problemino della mancanza di TMB da utilizzare e a patto che la Regione dia l’ok per i due luoghi scelti dal Comune di Roma.
“Gli unici atti presenti in Regione, nel merito degli impianti, Roma li ha presentati per bloccare l’ecocentro a Rocca Cencia, progettato e presentato da Ama nell’aprile del 2015”, ha precisato infatti poco dopo l’assessore regionale Buschini.
Ma d’altro canto il candidato premier M5S non è nuovo a raccontare barzellette su Roma: era solo l’ottobre del 2015 quando Luigi Di Maio favoleggiava degli sprechi e dei privilegi che il presidente della Commissione sulla Revisione della Spesa (Daniele Frongia) aveva trovato e di un miliardo di euro di spese inutili “da investire in trasporti, scuole, strade, servizi sociali e tanto altro”. Frongia, poi, sosteneva addirittura che potessero essere reinvestiti “nel giro di un anno” dopo le elezioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 10th, 2018 Riccardo Fucile
MENTRE DA VESPA DI MAIO DICEVA CHE NON C’E’ PIU’ BISOGNO DI USCIRE DALL’EURO, DI BATTISTA SPIEGAVA CHE OCCORRE FARLO
Luigi Di Maio a Porta a Porta e Alessandro Di Battista da Giovanni Floris a Di Martedì. Entrambi hanno affrontato l’annosa questione (per il MoVimento) del referendum per l’uscita dall’euro.
La posizione del partito di Grillo si può riassumere molto semplicemente con il “non lo so” detto da Laura Castelli a Lilli Gruber nella memorabile performance situazionista a Otto e Mezzo.
La distanza tra i due leader del M5S si misura proprio nelle dichiarazioni fatte sulla moneta unica.
A fine dicembre infatti Di Maio aveva mollato il referendum per l’uscita sull’euro. Ieri da Vespa ha ribadito la sua posizione, decisamente più cauta: «Non credo che sia più il momento per l’Italia di uscire dall’euro, perchè l’asse franco-tedesco non è più così forte e spero di non arrivare al referendum sull’euro che comunque per me sarebbe una extrema ratio». Insomma il referendum è al tempo stesso sia “una pistola che resta sul tavolo” sia una cosa che non ha senso fare perchè per Di Maio l’Italia non deve uscire dall’euro.
La situazione però è meno chiara di quello che potrebbe far intendere la dichiarazione di quello che è formalmente il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle.
In primo luogo perchè sul sito di Grillo è ancora presente tutto il materiale informativo a 5 Stelle che spiega come andare fuori dall’euro e soprattutto perchè è importante farlo per riprenderci al più presto la nostra sovranità monetaria. I più maliziosi potrebbero pensare che le dichiarazioni del Capo Politico non sortiscono alcun effetto nell’indirizzare la linea del MoVimento.
Certo, è anche possibile che gli amministratori del Blog si siano dimenticati di oscurare quella pagina.
Per Di Maio il referendum (con tutte le sue difficoltà tecniche) rimane l’extrema ratio ma non è il caso di uscire. Qualche settimana fa Di Maio invece aveva detto che in caso si andasse a referendum lui voterebbe per uscire.
L’obiettivo rimane in ogni caso quello di usare il referendum come arma per poter trattare con Francia e Germania che secondo i pentastellati sono ora “molto indebolite”. Il che è strano, perchè con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea l’asse franco-tedesco non avrà più il contrappeso britannico. E anche se la Merkel non ha ancora dato vita ad un governo lo stesso non si può dire di Macron che in Francia è saldamente al comando.
Di Maio ha dato la linea sull’euro nel pomeriggio (Porta a Porta viene registrato). La sera stessa Floris ha chiesto a Di Battista cosa ne pensa della moneta unica. Bisogna uscire o no? Il deputato pentastellato ha spiegato che si tratta di una strategia di azioni che viene messa in atto per far capire che« o si modificano certi parametri o tiriamo fuori il referendum sull’euro».
Si tratta, per Di Battista, «di una normale strategia che un governo del MoVimento 5 Stelle intraprenderà ».
La recente storia europea ci fornisce un esempio di come questa strategia sia fallimentare. David Cameron ha usato il referendum sulla Brexit allo stesso modo: per ottenere qualcosa dall’Europa. Per poter essere credibile però non basta minacciare di usarlo. Finchè un’arma rimane, scarica, in un cassetto non fa paura a nessuno. Va messa sul tavolo (come dice Di Maio) ovvero bisogna creare quantomeno le condizioni per dare l’impressione di voler fare sul serio.
In Italia questo significa in primo luogo approvare una legge costituzionale che dia la possibilità di indire un referendum consultivo.
Senza questo primo step in Europa guarderanno la pistola di Di Maio e diranno che è una pistola giocattolo. Cameron ad esempio non si è limitato a minacciare di indire il referendum: lo ha indetto.
Nella speranza poi di poterne condizionare l’esito una volta tornato da vincitore in patria con le concessioni dell’Unione. Sappiamo tutti come sono andate le cose: Cameron non è riuscito a far prevalere il remain, ha perso il posto e il Regno Unito sta uscendo dalla UE. Sarà in grado Di Maio di garantire alla UE la non uscita dall’euro qualora venisse indetto il referendum?
Ed è forse per questo che mentre Di Maio faceva quello che un candidato premier deve fare, ovvero rassicurare i moderati ieri Di Battista giocava a fare il kamikaze.
Se la minaccia deve essere credibile bisogna continuare ad agitare la pistola in aria (non importa che sia scarica).
Ecco che Dibba ricorda che «Le firme le abbiamo raccolte, come lei sa un referendum sull’euro si può fare soltanto consultivo in questo paese, cioè si può chiedere un parere ai cittadini italiani rispetto alla moneta».
A differenza del Capo Politico del M5S Di Battista sull’euro non ha mai cambiato idea. Non parla più di “nazismo nordeuropeo” predicando la necessità di “liberarsi al più presto dall’euro” ma il succo del discorso è sempre lo stesso.
Di Battista ha ribadito che un paese non è libero se non ha la possibilità di «gestire politiche fiscali, valutarie e monetarie». Ora è evidente che la revisione di alcuni trattati come il fiscal compact potrà al limite dare più spazio di manovra all’Italia sulle politiche fiscali. Ma non c’è alcun margine per ottenere la gestione delle politiche valutarie e monetarie stando dentro all’euro.
Di Battista dovrebbe quindi chiarire se l’arma strategica del referendum serve per discutere l’allentamento di alcuni parametri europei oppure per mettere in discussione il funzionamento stesso dell’euro.
Per quanto debole possa essere l’asse franco-tedesco (cosa che si scoprirà eventualmente in fase di trattativa) difficilmente si potrà forzare così tanto la mano con la semplice minaccia del referendum. Si dovrà passare ai fatti. Ma a quel punto potrebbe essere troppo tardi e a decidere il destino del Paese saranno i mercati (e la paura) e non il governo a 5 Stelle.
Stupisce poi che Di Battista, nonostante tutti i giri di parole e le supercazzole dette ieri a Di Martedì, esponga un pensiero e una linea politica assai distante da quella del Capo Politico del M5S.
Sul Corriere della Sera di oggi Maria Teresa Meli riferisce di un asse tra LEU e Alessandro Di Battista il quale, pur fuori dal Parlamento, preferirebbe un’alleanza con il partito di Grasso che con la Lega o il centrodestra.
A quanto pare il vero motivo per cui Di Battista ha deciso di prendersi una pausa è che «nel Movimento cinque stelle si è consumato uno scontro di potere molto forte, per questo motivo Di Battista non si candida».
Almeno così riferisce al Corriere Arturo Scotto, ex capogruppo di Sel alla Camera e tra i fondatori di LEU. Le dichiarazioni sulla sovranità monetaria sembrano essere un tentativo da parte di Di Battista di tenere le redini dell’ala movimentista del partito, quella che già inizia ad essere insofferente dei giochi di potere e dei numerosi cambi di posizione (sui vaccini, sugli ottanta euro, sullo ius soli) del nuovo MoVimento 5 Stelle.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 10th, 2018 Riccardo Fucile
DEBORAH MONTALBANO E’ SPESSO CRITICA CON LA SINDACA APPENDINO E ALLORA IL PARTITO MONTA UNA POLEMICA SUL NULLA PER FARLA FUORI
Deborah Montalbano è una consigliera comunale del MoVimento 5 Stelle a Torino più critiche e pungolanti nei confronti dell’amministrazione di Chiara Appendino.
La consigliera è stata spesso critica nei confronti della sindaca ma è finita nelle cronache anche per l’affitto di una casa comunale non pagato. Oggi però Montalbano è tornata sulla bocca di tutti per una storia di rimborsi dei taxi, di cui ha parlato ieri il Corriere Torino:
Nulla di irregolare, ben inteso. Se non altro, almeno all’apparenza. Quei rimborsi – si parla di una cifra che a malapena sfiora i trecento euro – hanno seguito tutte le procedure del caso. Sono passati al vaglio dei severi funzionari del Consiglio comunale e hanno incassato anche il visto dell’allora capogruppo, e attuale assessore all’Ambiente, Alberto Unia.
Agli occhi dei colleghi-accusatori, però, nonostante l’avallo – con il senno di poi quantomeno imbarazzante– ricevuto dal loro ex numero uno Unia, la consigliera Montalbano si sarebbe macchiata di un utilizzo improprio dei già risicati fondi assegnati ai gruppi consiliari, e comunque non in linea con il credo grillino. Ma il tentativo di mettere spalle al muro una delle più agguerrite dissidenti interne al M5S, la stessa che un mese fa è uscita dall’aula per non votare favorevolmente all’accordo con la Regione presieduta da Sergio Chiamparino sul nuovo ospedale della Città della Salute, era già andato a vuoto qualche mese fa.
Quando, a novembre, il vicecapogruppo Francesco Sicari, in una riunione di maggioranza, aveva tirato fuori la questione dei taxi, rimproverando alla consigliera di essersi fatta rimborsare circa 250 euro per le sue corse in taxi, durante il suo impegno di presidente della commissione sanità ; lei che non ha l’auto ed è sola con una figlia piccola.
La Montalbano, nell’articolo di Gabriele Guccione pubblicato oggi sempre dal Corriere Torino, dice che non ha intenzione di dimettersi e che “se vogliono” possono cacciarla gli altri. Gli altri, in questo caso, sono l’ala “lealista” a Chiara Appendino, che ne avrebbe chiesto addirittura le dimissioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
E CON L’ONESTA’ IL M5S STA FACENDO GIRARE L’ECONOMIA GRAZIE ALLE MARCHE DA BOLLO
Sappiamo già che deputati e senatori del M5S sono persone fantastiche, oneste e trasparenti. La stessa trasparenza e onesta è richiesta anche agli aspiranti candidati che in questi giorni stanno presentando domanda per partecipare alla grande lotteria dei click della Parlamentare a 5 Stelle.
Requisito fondamentale è la presentazione del Certificato Penale del Casellario giudiziario e quello dei carichi pendenti che servono a dimostrare che l’aspirante candidato (il candidabile) non ha procedimenti penali pendenti e che ha una fedina penale immacolata.
L’emozione di poter dimostrare al mondo (e non solo allo Staff della Casaleggio) di essere candidi e puri si è impossessata di moltissimi candidabili che hanno deciso di sfoggiare su Facebook la prova provata della loro onestà .
Cosa c’è di meglio di un partito che chiede ai suoi candidati di essere onesti?
La risposta dovrebbe essere: un partito che candida persone oneste e competenti.
Ma siamo in Italia e quindi va bene anche accontentarsi che siano persone senza precedenti penali pronte ad ubbidire ai diktat di Grillo e Casaleggio, magari accettando di sottoscrivere un contratto che prevede per gli eletti di sottostare ad obblighi incostituzionali e di pagare penali che non hanno alcun fondamento legale.
Sfilano su Facebook numerosi ed emozionatissimi i candidati orgogliosi di poter dimostrare la propria onestà . E non è chiaro se è perchè pensano che sia un valore aggiunto o se sia l’unica cosa che conta.
Del resto il programma è già stato deciso in Rete, all’eletto non sarà data alcuna libertà d’azione politica individuale (pena l’espulsione) e in nome del vecchio principio dell’uno vale uno un candidato incensurato vale quanto un altro.
Nonostante quindi tutte le regole e i non-statuti rimane un mistero il motivo in base al quale un attivista a 5 Stelle debba scegliere un candidabile piuttosto che un altro.
Anche perchè sono appena 15mila coloro che hanno deciso di presentare la propria candidatura per il prossimo Parlamento.
Alle primarie che hanno eletto Luigi Di Maio candidato premier i votanti sono stati 37.442 su 140mila iscritti certificati e Di Maio ottenne 30.936 preferenze.
Ci si rende conto così che più o meno un iscritto su 10 ci vuole provare, e se a votare saranno quelli che hanno votato alle Primarie il rischio è che non ci siano abbastanza click a disposizione per scegliere i futuri parlamentari pentastellati.
Tra i molti successi e meriti vantati dai parlamentari a 5 Stelle c’è quello di aver aiutato a rilanciare l’economia.
Eh no, non stiamo parlando del fatto che ci sono deputati e senatori che rivendicano con orgoglio di spendere mille euro al mese per fare la spesa al supermercato e per i pranzi (rendicontati al centesimo eh!) e al tempo stessi ci spiegano quanto è difficile vivere con tremila euro al mese.
I candidabili non sono ancora stati eletti ma in quanto 5 Stelle stanno già dando un importante contributo alla nostra economia.
Come? Ce lo spiega Dario Stipa Carotenuto, attivista napoletano che lavora all’ufficio comunicazione M5S in Parlamento e che a quanto pare si è anche lui iscritto dai candidabili (vedi alle volte la meritocrazia).
I concorrenti delle Parlamentarie, fa sapere, hanno versato nelle casse dello Stato circa un milione di euro: «Se tutti i partiti facessero come noi in poche tornate elettorali avremmo risanato i conti pubblici del Paese senza nuove tasse. Altro che 0,02€ a sacchetto. Regalateci un sogno e ne paghiamo pure 50!».
Il post è dichiaratamente autoironico, ma davvero c’è chi ha calcolato che i 17mila candidati (bisogna tenere infatti conto di quelli che si sono candidati alle Regionali e alle Comunali) hanno versato in marche da bollo per i documenti necessari a poter partecipare alle cliccarie circa 45 euro a testa.
Soldi che sono finiti nelle casse statali (certo gli uffici hanno dovuto lavorare di più e la marca da bollo serve per pagare un servizio, non è una donazione).
E nessuno ha ancora detto grazie a questi fantastici candidabili che ancora non sono in Parlamento e già stanno salvando il Paese con la loro certificazione d’onestà ?
E allora diciamoglielo: grazie di cuore!
A riveder le stelle marche da bollo!
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 8th, 2018 Riccardo Fucile
GIA’ NEGLI ANNI ’90 CASALEGGIO TESTAVA COME MANIPOLARE IL CONSENSO CON UN TEAM RISTRETTO
Il Movimento cinque stelle è un Esperimento. O almeno nasce così.
Un Esperimento di ingegneria sociale che ha inizio molti anni prima di diventare una realtà , pubblica, votabile, addirittura in lizza per il governo del Paese.
Un Esperimento che alla fine – proprio mentre il suo inventore si ammala e muore – riesce nel capolavoro di addensare la frustrazione e la rabbia del popolo con gli interessi (non sempre limpidi) di alcuni gruppi di potere, diventando la principale rivoluzione politica di questi anni.
Un esperimento che forse è sfuggito di mano (lo scopriremo presto) a chi ne ha preso le redini, ma nel quale di partenza e per principio tutto è fungibile, tutto può essere sostituito, brillare per un minuto come il centro del mondo ed essere estromesso un minuto dopo, senza sosta e senza una vera costruzione.
«Al minimo dubbio, nessun dubbio», era uno dei motti col quale Casaleggio senior ha sempre fatto fuori chi non lo convinceva più. Perchè nel Movimento è la forma – e non il contenuto – ad essere la sostanza. Non importa davvero il “chi parla”, non importa davvero il “che cosa si sostiene”. È il “come”, la formula vincente, la rivoluzione.
Adesso che i Cinque stelle dell’era Luigi Di Maio cambiano regole, statuto, codice etico e si preparano alla corsa verso le elezioni con strumenti da partito classico (c’è persino il tesoriere, si tradisce infine la famosa formula «non è un partito politico nè si intende che lo diventi in futuro») e norme che consentono di riaprire alla famosa società civile, il libro “L’Esperimento. Inchiesta sul Movimento 5 stelle”, scritto da Jacopo Iacoboni, giornalista de la Stampa tra i primi a raccontare – in maniera via via più critica – il mondo del Vaffa e le sue evoluzioni, soccorre in libreria (esce il prossimo 11 gennaio per Laterza) con questa interpretazione a mostrare in controluce su quali architravi si regga e grazie a quali meccanismi funzioni l’edificio grillino, che molto e minuziosamente viene descritto, da giornali e tv, ma spesso più frainteso che compreso.
L’Esperimento smonta in radice l’idea che il M5S sia un partito.
Non è un partito, almeno in origine, ma uno strumento: mima il partito, i suoi meccanismi, le sue figure.
Basti pensare un momento ai suoi personaggi più noti: non solo Luigi di Maio, ma anche Alessandro Di Battista, Paola Taverna, Barbara Lezzi, Roberta Lombardi, e via declinando l’avvocato, l’impegnato, il fessacchiotto, ciascuno precisamente aderente a un canone , ciascuno somigliante a qualcuno che già esiste, come in una commedia dell’arte; c’è persino giusto per fare un esempio la figura del perfetto antagonista, Roberto Fico, che si presta a solleticare le simpatie di una certa sinistra senza tuttavia fare mai la mossa decisiva.
Oppure si può ragionare su quante volte abbia cambiato posizione, M5S, dall’atteggiamento verso la Russia a quello nei confronti delle unioni civili. Come un liquido che prenda la forma del contenitore in cui sta, M5S è uno strumento che può essere governato verso qualsiasi scopo e direzione: che adesso sia quella di Luigi Di Maio da Pomigliano D’Arco è un puro accidente (o forse la scalata che ne precede la fine?).
Per arrivare a raccontare tutto questo, l’Esperimento ricostruisce il suo vero inizio.
Quando Gianroberto Casaleggio era un giovane manager alla guida della WebEgg, una piccola azienda di sviluppo tecnologico e consulenza informatica, e tra i settecento impiegati mise su un team ristretto di lavoro per sperimentare tecniche di formazione e distribuzione del consenso. Siamo nel 1997-1998, il Paleolitico per quel che riguarda lo sviluppo delle reti. In Webegg il team di lavoro ristretto sul forum del network interno è costituito solo da cinque persone. Iacoboni ne rintraccia uno, Carlo Baffè, e si fa raccontare come funzionava.
«Ci vedevamo in una riunione ristretta per decidere “cosa lanciare sulla Intranet”, per usare un’espressione di Roberto», racconta Baffè, allora giovanissimo ingegnere.
Un banale forum aziendale, all’inizio, per discutere apertamente di qualsiasi argomento.
A un certo punto «si iniziò a usare il forum per far passare certe posizioni di Roberto come se fossero frutto di una discussione democratica. Il metodo, organizzato in queste riunioni, era il seguente: un membro del gruppo funzionale Intranet lancia la discussione su un tema, un altro membro risponde con una posizione contrastante, poi altri due membri prendono le parti del primo.
Un po’ alla volta i normali dipendenti prendevano le parti del primo, e si creava quella che Roberto chiamava la “valanga del consenso”».
Ogni tanto venivano inseriti nel forum rotture, o rumori di fondo, o distorsioni pilotate dell’opinione — testate sia sui punti di vista sostenuti dall’iniziatore della discussione, sia su quelli che lo avversavano in maniera più critica.
«Il giochino era molto divertente all’inizio — può immaginarsi per un under trenta ritrovarsi a pianificare azioni di questo tipo e vedere che funzionano», racconta ancora Baffè: «Ma poi mi resi conto che non era altro che un esperimento di ingegneria sociale per capire quali fossero i metodi più efficaci per manipolare le opinioni e creare il consenso. Con una discussione apparentemente democratica». Ma i cui confini sono stabiliti dall’alto, a priori, invisibili.
Siamo anni luce prima del blog, del Vaffa day, della Casaleggio Associati.
Eppure i meccanismi ci sono, c’è già quasi tutto. Persino già affissi i comandamenti casaleggiani. «Assenza di competitività interna», dove pare di sentir risuonare l’ambivalente «l’uno vale uno» del Movimento. «Teamwork», cioè il dettato a lavorare per temi e piccole cellule: l’idea stessa dei futuri meetup Cinque stelle.
Oppure «il divertimento come forza creativa», autentico motto precursore dell’incontro tra Casaleggio e «il suo influencer numero uno», vale a dire Beppe Grillo.
È in effetti l’ingresso in scena del comico genovese, a metà anni Duemila, ad accendere la miccia necessaria a far sì che dalla Casaleggio Associati, che ha ereditato tutti i saperi della WebEgg, nascano il blog, i meet up, insomma il Movimento.
Non è però un caso che nel libro venga chiamato il «paziente zero dei Cinque stelle», il primo sul quale l’Esperimento funziona.
E adesso che tornano a rincorrersi voci su un prossimo addio del frontman, è particolarmente interessante l’interpretazione proposta: Grillo come «asset del blog», elemento interno all’amalgama, più Pinocchio che Mangiafuoco, di certo spesso non autore materiale dei post che compaiono sul blog che pure porta il suo nome.
«Grillo incredibilmente lascia fare anche quando poco o nulla sa di ciò che viene scritto», racconta Iacoboni.
Come quella volta dei vergognosi attacchi sessisti alla presidente della Camera Laura Boldrini. All’epoca Gianroberto Casaleggio parlando coi suoi collaboratori ammise l’errore: «Oggi abbiamo sbagliato ma il risultato che ne è venuto fuori ci dice che la rete è dalla nostra parte. È la rete che decide la reputazione delle persone. Per il futuro dobbiamo essere in grado di canalizzare questo sentimento senza apparire direttamente, governandolo».
A leggerlo con il segno del poi, una specie di manifesto.
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 8th, 2018 Riccardo Fucile
LA SOLITA POLEMICA CHE SI PRESENTA OGNI TURNO ELETTORALE E LA SOLITA INCOERENZA DI CHI SI LAMENTA E POI CORRE IN TV
«Eliminare i programmi di infotainment dalla campagna elettorale oppure ricondurre tutti i
programmi sotto testata a condizione che il conduttore abbia un contratto da giornalista»: sono le due soluzioni, che escluderebbero Vespa e Fazio, individuate dal M5S e annunciate dalla relatrice di minoranza al regolamento sulla par condicio, Mirella Liuzzi, in commissione di Vigilanza Rai.
Liuzzi ha ricordato che del tema si è parlato a dicembre, in occasione del parere sul contratto di servizio, e ha chiesto che gli altri partiti si esprimano.
Intanto però una nota della Rai annuncia che «Porta a Porta» su Rai1 apre, da martedì 9 gennaio, le interviste ai leader dei partiti.
Si comincia proprio con Luigi Di Maio candidato premier del Movimento 5 stelle. Mercoledì 10 gennaio alle 23.45 Bruno Vespa ospiterà il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi e giovedì 11 gennaio alle 23.55 il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi».
In ogni caso il nodo verrà sciolto domani quando la commissione è convocata per discutere e votare il Regolamento per la par condicio che se la proposta dei 5 stelle verrà dichiarata inammissibile potrebbe ottenere anche l’unanimità .
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2018 Riccardo Fucile
IL LUNGO ENDORSEMENT DI DI MAIO A FAVORE DI PARAGONE E’ VIETATO DAL REGOLAMENTO
«Verrà ritenuto lesivo dei principi del Movimento 5 Stelle qualunque endorsement fatto da
portavoce eletti a qualsiasi livello, da pagine ufficiali del Movimento 5 Stelle o dai meet up locali»: come ha raccontato ieri Repubblica, questo è uno dei punti del vademecum per aspiranti parlamentari che si trova nella seconda pagina delle “linee guida per i candidati alle parlamentarie”; si legge in fondo che «ogni violazione accertata di uno o più degli impegni sopra elencati, sarà ritenuta lesiva e costituisce danno al Movimento 5 Stelle».
Ma voi lo sapete, ogni regola ha la sua eccezione.
E infatti ieri Luigi Di Maio ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un lungo endorsement a Gianluigi Bombatomica Paragone, spiegando: «Oggi diamo il benvenuto a Gianluigi Paragone, che, come molte altre persone oneste e competenti, ha deciso di mettersi in gioco con il MoVimento 5 Stelle alle prossime elezioni partecipando alle parlamentarie. Ci onora con la sua partecipazione e la sua esperienza. Oggi davanti ai risparmiatori truffati delle banche venete ha proposto di istituire una commissione permanente d’inchiesta sulle banche per ribadire che l’Italia tutela il risparmio e non i banchieri. Lo ringrazio. Ora continuiamo ad andare avanti tutti insieme: saranno due mesi caldissimi. Forza!»
Ovviamente è inutile star lì a sottolineare che Di Maio così sta facendo un endorsement, ovvero una cosa vietata.
Meglio sottolineare che tra i 5 Stelle ci sia anche chi si fa qualche domanda riguardo l’opportunità di candidare Paragone.
(da “NextQuotidiano”)
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