Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
RINUNCIA A 42 MILIONI DI RIMBORSI PUBBLICI, MA I GRUPPI PARLAMENTARI NE HANNO INCASSATI 31 … E UN SISTEMA DI INTROITI PIENI DI ANONIMI, SIGLE, VOCI OPACHE E FITTIZIE
L’altra volta, aprile 2013, Beppe Grillo se la cavò con un post: abbiamo raccolto 774 mila euro, ne abbiamo spesi 348 mila, il restante andrà ai terremotati dell’Emilia, saluti e ringraziamenti.
A occhio, nella prossima campagna elettorale, sventolare il vessillo della casa di vetro non sarà altrettanto semplice.
Troppe cose sono cambiate: l’M5S non è più un movimento di sconosciuti, ciascun ex pulcino vorrà coltivare il proprio orto per essere rieletto.
Serviranno più soldi, ci saranno più rivoli, e il meccanismo di auto-finanziamento che nel frattempo è stato costruito si rivelerà per quel che è: un impasto colloso.
Trasparente nei dettagli, opaco nel suo complesso. Tutto sommato e per paradosso, M5S è all’avanguardia su questo: gestione dei soldi e manipolazione del consenso sui social.
Due fronti che i Cinque stelle sono arrivati a maneggiare prima e meglio di altri, dando ad entrambi lo stesso indecifrabile marchio di vischiosa sineddoche: te ne mostro una parte, e la spaccio per il tutto. Onestà !
Per quel che riguarda il denaro, in effetti, i Cinque stelle hanno anticipato i tempi, rinunciando al finanziamento pubblico prima che venisse abolito, cioè a “42 milioni di euro” come amano ripetere ovunque.
Non accedono al meccanismo che l’ha sostituito, il due per mille. Ufficialmente, tutt’oggi dicono di non volere soldi pubblici.
Eppure ormai non è più così.
Rinunciare a quegli introiti ha portato ad attivare altri meccanismi. Non è politica a costo zero. I soldi servono, anche al M5S.
Ma da dove vengono, dove vanno, come sono conteggiati?
Si può rispondere solo a una parte di queste domande. Le entrate sono svariate, a partire dalle sottoscrizioni per singoli eventi, ma per grandi linee: ci sono quelli raccolti dall’Associazione Rousseau; i contributi ai gruppi di Camera e Senato; gli stipendi dei parlamentari; le sottoscrizioni per singoli eventi, come la kermesse annuale; e quelli – ma quest’ultimo è più un postulato che un numero – che provengono dall’intreccio blog-rete-Casaleggio Associati, e che danno luogo a una domanda tanto frequente quanto inevasa: gli introiti per la pubblicità per i link che rimandano al sito beppegrillo.it che fine fanno?
Lo chiese pure l’amata Milena Gabanelli, nel lontano 2013, ottenendo come risposta un laconico e offeso “non vanno a finanziare M5S”
Nel complesso, chi se ne intende per aver frequentato a lungo il Movimento, parla di “polverizzazione” delle entrate.
Come a dire che i soldi sono diventati una polvere di stelle, frazionata, inintercettabile.
Un esempio, locale ma emblematico. Per la corsa al Campidoglio, Virginia Raggi nel 2016 ha raccolto circa 225 mila euro. Ma ne ha dichiarato la provenienza solo per un terzo, 70 mila euro , trincerandosi per il resto dietro la privacy che copre i contributi di privati sotto i 5 mila euro. Cioè non si potrà mai dire chi l’ha finanziata.
La tendenza Raggi fa scuola. L’Associazione Rousseau, il sistema di interfaccia tra eletti e militanti di cui Davide Casaleggio è presidente e amministratore unico dichiara circa 485 mila euro di fund raising, e pubblica anche la lista dei circa 16 mila donatori.
Ma sono anonimi: a sfogliarla, ci si trova davanti a ben 373 surreali pagine di iniziali.
Si parte da “A. A.” e si arriva a “Z.W.” . Non propriamente un inno alla trasparenza.
Dal rendiconto 2016 sempre Rousseau (+ 76 mila euro) vien fuori che 30 mila euro provengono da “soggetti esteri”: 8.500 li ha messi Filippo Pittarello, responsabile comunicazione M5S al Parlamento europeo ed ex dipendente della Casaleggio Associati; gli altri 22 mila risultano come “contributi ricevuti dall’estero da altre persone fisiche”, senza ulteriori precisazioni.
Si obietterà che sono 22 mila euro, mica miliardi: ecco, proprio in casi come questi, che sono svariati, sta la “polverizzazione” opaca.
Anche nella campagna 2013, del resto, Grillo finì per dichiarare soltanto alcune spese, e per di più in modo generico (esempio: 140 mila euro per consulenze legale/tributaria, senza chiarire a chi erano andati i soldi).
Fornì, soprattutto, un rendiconto parziale che, come ha sottolineato all’epoca l’associazione Casa della Legalità di Genova, non tenendo conto di entrate e uscite al livello locale per sostenere le 87 tappe dello Tsunami Tour: l’affitto e il montaggio dei palchi, l’elettricità , la Siae eccetera.
Il tutto moltiplicato per quasi cento incontri. Non pochi soldi.
Nel resoconto sul blog, fu specificato solo il costo del palco montato a Piazza San Giovanni a Roma: 50 mila euro. Per il resto, Grillo ringraziò chi aveva fornito gratis l’attrezzatura: ma non sempre era stata gratis.
E anzi più di un neo-eletto rimase sbigottito nello scoprire – solo allora – che non avrebbe riavuto indietro i soldi prestati per mettere in piedi questa o quella serata.
Del resto, neanche le attrezzature acquistate per gli streaming sono entrate poi a disposizione degli eletti per svolgere la comunicazione a Palazzo.
Agli atti rimase invece quella cifra, 348 mila euro dei quali anche Gianroberto Casaleggio potè vantarsi nel suo intervento a Cernobbio nel 2013.
Quando portò M5S ad esempio dimostrando che nel rapporto tra soldi raccolti e voti presi era stato virtuosissimo: “4 centesimi a voto” contro i “4,87 euro” di un partito tradizionale.
Per concludere: «I partiti hanno ricevuto più di 100 volte la spesa sostenuta dal M5S Stelle per partecipare alle elezioni». La cifra di riferimento era però quella dimagrita, non quella totale. La versione ufficiale non arrivava a misurare la realtà che ne è rimasta fuori.
Nello stesso modo, sul sito www.tirendiconto.it campeggia il counter con i versamenti fatti dai 123 parlamentari M5S in favore dei fondi per il microcredito: «Ad oggi abbiamo restituito 24.014.613,22 euro».
Quel che non c’è scritto è però che vengono ormai disattese almeno due regole volute da Grillo e Casaleggio: il tetto di tremila euro che ciascun parlamentare poteva tenere per sè; il divieto a finanziare attività politica nei territori.
Di fatto, spendendo gli 8-10 mila euro di rimborsi cui ogni parlamentare ha diritto, c’è chi paga i propri collaboratori come Roberta Lombardi, e chi «eventi legati al territorio come Luigi Di Maio.
Anzi, il candidato premier del M5S in tre anni ha totalizzato 108 mila euro di spese “territoriali”, per poi specificare trattarsi di “una dicitura fittizia”. Ed ecco il sistema colloso. Non è difficile ipotizzare che a breve tutte queste “diciture fittizie” potrebbero sostenere la campagna elettorale. Si pensa male?
Il fatto è che la consuetudine col Palazzo ha portato ad aggirare i proclami sulla politica a zero euro.
Caso lampante: si è rinunciato a 42 milioni di euro, ma via gruppi parlamentari in una legislatura i Cinque stelle ne hanno incassati comunque 31 (3,8 alla Camera, 2,5 al Senato, media annua). Al gruppo M5S di Montecitorio si è registrata nel 2016 una impennata di spese per la comunicazione: + 375 per cento, per un totale di 522 mila euro (più della campagna elettorale 2013).
È invece diminuita la quota dedicata alle consulenze per l’ufficio legislativo. Meno leggi, più video.
Sempre a Montecitorio, vi sono fatture mensili dal totale fisso di quasi 15 mila euro, indirizzate alla comunicazione/web, ma senza che vi sia modo di sapere a chi sono destinate (per legge si può omettere).
E, dei 3,8 milioni di trasferimenti del 2016, ben 354 mila sono andati a finanziare la causa del no al referendum costituzionale, mentre 35 mila circa sono finiti come contributo alla festa annuale del Movimento.
D’altronde, da dove dovrebbe prendere i soldi il Movimento?
Anche la Casaleggio Associati ha problemi economici. Il che rende ancor più fitto il mistero. Per il terzo anno consecutivo, infatti, la società fondata dal guru ha chiuso i conti in rosso (-48 mila), con un bilancio che nemmeno questa volta chiarisce snodi essenziali: quanto rendano gli intrecci politico-finanziari con il partito, se tra i ricavi ci sia anche la pubblicità , e se il Movimento paghi per il supporto che riceve. Buio fitto.
Come del resto nel complesso sistema di siti, banner e scatole cinesi che fa del sistema M5S-Casaleggio una cyber costellazione dagli intrecci davvero sfuggenti. Ma questa è un’altra storia.
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
VITTORIO DI BATTISTA INSODDISFATTO DELLA PIEGA MODERATA PRESA DAL M5S: “AMAREGGIATO E INFASTIDITO”
Dal 2 dicembre scorso sulle bacheche di molti attivisti, gruppi ed ex candidati pentastellati gira un post attribuito a Vittorio Di Battista, il padre di Alessandro Di Battista, nel quale l’augusto e “fascista” genitore, già protagonista della lite in piazza con i Forconi a Montecitorio, si sarebbe dichiarato insoddisfatto dell’attuale “piega” moderata presa dal MoVimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni.
AMAREGGIATO E INFASTIDITO.
Concordo con l’analisi, anche se velenosa, di Ferruccio Sanza. Concordo e critico anch’io, senza veleni e senza spocchia. Col “vaffanculo” e con l’apriscatole, abbiamo fatto irruzione nella palude di merda, abbiamo mescolato le carte, abbiamo terrorizzato i nemici, quelli pavidi, quelli più abbarbicati, quelli più pericolosi e perfino quelli sordi, rinnegati ed emeriti. E’ stato veramente uno tsounami, il nostro, che li ha costretti alla fuga precipitosa, al nascondersi e al pensare a come reagire per salvarsi. Ma a pensarci siamo stati noi.
Dal primo intervento, ottimo, in Parlamento, quello sui marò sacrificati agli interessi di qualcuno, non abbiamo più incalzato, minacciato, urlato ed impedito agli altri di riprendere fiato.
Subito siamo diventati osservanti delle regole, rispettosi delle istituzioni, timorosi di venire rimproverati ed espulsi.
Merda
Il tonno è rimasto nella scatoletta, ci hanno dato il contentino di cambiare qualche goccia di olio rancido ma il tonno è sempre lì
Vittorio Di Battista
Nella prima parte del post si parla del pezzo di Ferruccio Sansa uscito sui blog del Fatto Quotidiano
Siamo stati “rivoluzionari” per qualche settimana, “incomprensibili” per qualche mese, “preoccupanti” per qualche semestre.
Poi la sottomissione alle regole, il timore di venir criticati, la scelta di essere “per bene” e di comportarsi da persone per bene
Ma loro NON sono per bene, loro sguazzano nel male, nella corruzione, nelle ruberie e nel disprezzo della gente, dei cittadini e della legalità
Sono amareggiato perchè abbiamo perso la spinta, abbiamo perso la speranza degli esclusi, la convinzione che per cambiare bisogna ripartire e rivoltare tutto, tutti ed il Paese intero.
In fondo al tunnel non c’è luce, c’è il buio che ancora avvolgerà gli onesti, i normali e gli esclusi.
Mi torna in mente il “grido” di Dario Fo a Milano, “noi non ci siamo riusciti, provateci voi” e sono amareggiato, disilluso e, temo, tradito. E poi sono infastidito dalla sudditanza tecnica e linguistica che abbiamo adottato. Ho visto il manifestino che annuncia la prossima manifestazione di Verona, ho letto di “activism”, di “call to action”, di “sharing”, di “learning” e di “open day”.
Ecco, questo manifestino di Verona mi resuscita il “vaffanculo”, questo rivolto agli appassionati di “english language and usage”. Sarà perchè per me “USA ” vuol dire usa e getta o perchè io, di Verona, ho il ricordo di un altro manifesto?
In più, si segnala nel post che però, per le regole sulla privacy di Facebook, non compare sul profilo di Di Battista senior, se non in quanto taggato da altre persone.
Ma in altre occasioni alcuni scatti con Vittorio erano stati pubblicati su Facebook da attivisti taggando proprio quel profilo.
Il post attribuito a Vittorio Di Battista conclude la filippica per il bel M5S di una volta prendendosela con gli inglesismi eccessivi utilizzati dai grillini, evidentemente rapportandosi all’autarchia linguistica che è sempre stata un argomento polemico dei conservatori contro la Perfida Albione.
Gira poi anche un altro stamp di un altro post in cui l’account si dichiara soddisfatto per il dibattito suscitato dal primo.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
LA SCELTA DI REALPOLITIK… CONSENSI A RISCHIO SENZA FASE COSTRUTTIVA
La nebbia degli slogan tradizionali vela la vera strategia. Ci sono un obiettivo e una
tentazione, nel futuro prossimo del Movimento Cinque stelle.
Con la nuova legge elettorale e con le diffidenze e le riserve persistenti, difficilmente raggiungerà percentuali tali da permettergli di governare.
L’obiettivo, dunque, è una vittoria minore ma ugualmente ambiziosa: avere seggi sufficienti per impedire che si formi un esecutivo senza o peggio contro la formazione di Luigi Di Maio e di Davide Casaleggio.
In quel caso diventerebbe prepotente la vera tentazione dei Cinque Stelle, accarezzata per non restare fuori dai giochi: appoggiare un «governo del Presidente», se di fronte al pericolo dell’ingovernabilità il capo dello Stato, Sergio Mattarella, dovesse fare un appello al senso di responsabilità di tutte le forze politiche.
È una ipotesi appena accennata, e tenuta di riserva, sapendo che gli effetti del sistema elettorale rappresentano un’incognita.
Ma tutti i sondaggi, ufficiali e riservati, concordano nel ritenere improbabile che emerga dalle urne una maggioranza.
Può darsi che in quel caso il Quirinale, dopo un incarico esplorativo senza esito, rimandi il Paese al voto: i Cinque Stelle non si metterebbero di traverso.
Oppure è possibile che chieda il sostegno a un governo plasmato nel segno dell’emergenza. In questo caso, a sorpresa potrebbe trovare la sponda dei seguaci di Beppe Grillo.
Non si tratta di un soprassalto di generosità nei confronti dell’odiata «partitocrazia». Nella scelta si indovina una buona dose di realpolitik: la consapevolezza che il Movimento deve passare da una fase di opposizione totale a una stagione più costruttiva.
Anche perchè i suoi consensi, che ormai si attestano tra un quarto e un terzo circa dell’elettorato, sono considerati in bilico: o vengono spesi in qualcosa di diverso dalla pura contestazione del passato, o rischiano di calare bruscamente verso percentuali inferiori al venti per cento.
La sfida di governo sarebbe dunque una sorta di antidoto a un ripiegamento del quale si avvertono qui e là i sintomi.
D’altronde, la designazione di Di Maio come candidato premier certifica, di per sè, la scommessa su un’uscita «moderata» dalla crisi e su un possibile approdo governativo.
Fa il paio con il ruolo marcatamente defilato assunto da Grillo nella nuova fase.
La virata in materia di moneta unica, la posizione meno ostile alla Nato, la ricerca di rapporti con le istituzioni finanziarie e con il Vaticano sono tutti passaggi obbligati per tentare di scalfire il muro di diffidenza che il Movimento si è costruito intorno; e che finora lo proteggeva ma lo isolava, anche, dal virus del dialogo con gli altri.
Il colloquio a Washington con il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, è stato del tutto casuale, è vero. Eppure ha creato un contatto prima inesistente.
È stato organizzato in fretta e furia quando Di Maio ha saputo che l’ex ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Francis Rooney, col quale si doveva vedere, tardava perchè si stava congedando da Parolin, negli Stati uniti per i lavori della conferenza episcopale americana. In due ore, con un giro febbrile di telefonate, è stato combinato un incontro in Nunziatura non col leader dei Cinque Stelle, ma con Di Maio nelle vesti istituzionali di vicepresidente della Camera; e col patto di non chiamare nè fotografi nè giornalisti: impegno rispettato.
Quel colloquio col «primo ministro» di Francesco ha permesso di alzare il livello di un viaggio che per il resto aveva seminato qualche tensione tra la delegazione grillina e l’ambasciata italiana a Washington.
L’esito di questa «strategia della moderazione» è ancora in chiaroscuro. Dentro e soprattutto fuori dai confini italiani, il pregiudizio rimane diffuso e radicato.
E quando i Cinque Stelle si accreditano come forza di governo, subito si sentono chiedere chi candideranno al ministero dell’Economia o agli Esteri.
Gli alleati occidentali vogliono essere rassicurati. E non solo. Si è saputo che di recente alcuni parlamentari del M5S si sono confrontati con una dozzina di investitori internazionali. Non è la prima volta: anche loro vogliono capire, al di là delle promesse e degli impegni verbali. Ma lo vogliono soprattutto gli italiani.
Fino a Natale Di Maio batterà , partendo da Milano, l’intero Nord. Non è tanto per calamitare voti: gli basterebbe abbassare le difese e l’ostilità nei confronti del Movimento.
Ma per smentire l’immagine di una formazione malata di dilettantismo e di estremismo, occorrerà qualcosa di più. Si tratta di bilanciare con profili più esperti e competenti una classe dirigente finora un po’ raccogliticcia; e di puntellare l’identikit troppo giovane dello stesso Di Maio.
La squadra di governo da presentare prima delle elezioni verrà calibrata su criteri diversi dal passato, almeno nelle intenzioni. Si potrebbe perfino arrivare a una sorta di preselezione prima di votare per le «Parlamentarie», che servono a formare attraverso la piattaforma digitale Rousseau di Casaleggio le liste per il Parlamento.
Sarebbe una cesura col passato, da spiegare e far digerire ai militanti. Eppure non c’è alternativa: la resa dei conti con la realtà sta arrivando anche per il primo «partito-internet».
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL MEETING QUALCHE SETTIMANA FA, RIVELATO DA BLOOMBERG
Un incontro a porte chiuse in sala Isma al Senato è avvenuto lo scorso 13 novembre tra i parlamentari M5S Carlo Sibilia, Laura Bottici e Carla Ruocco e alcuni fondi e investitori internazionali.
Tra questi, Bank of America, Brevan Howard Asset Management, Amundi, Wellington Management Group e Moore Capital Management.
Lo confermano – secondo l’agenzia Bloomberg – fonti Cinquestelle che sottolineano come si tratti di una normale interlocuzione istituzionale con attori economici interessati a tutti i maggiori partiti e gruppi politici italiani.
“Gli investitori ci stanno trattando come una potenziale forza di governo” ha commentato la parlamentare Carla Ruocco. “Questa è la prima volta che così tante persone della comunità finanziaria sono venuti a conoscerci”.
“Gli investitori – racconta ancora Ruocco – ci hanno chiesto principalmente come potremmo governare senza formare una coalizione, se abbandoneremmo l’Euro e come vogliamo cambiare l’Unione Europea”.
Uno degli investitori che ha partecipato al meeting – riporta Bloomberg – pur giudicando disponibili e aperti i parlamentari che hanno preso parte all’incontro, ha ritenuto allarmante la vaghezza di alcune risposte, ad esempio sul tema del finanziamento del reddito di cittadinanza e sulle modalità con cui promuovere una revisione dei trattati Ue.
“Sono per la trasparenza solo di domenica…”. Così Gero Grassi, vicepresidente del gruppo Pd della Camera, commentando la riunione.
“Non mi sorprendono questi contatti con il mondo della finanza, anche se Di Battista ha proclamato la guerra santa proprio contro di loro. E’ tuttavia indecente che vogliano tenerli segreti. L’incontro, infatti, è stato rivelato dall’agenzia Bloomberg, suscitando non poco imbarazzo tra i grillini”, conclude.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
I MODERATI SCELGONO ALTRI PARTITI, E IL M5S RISCHIA DI PERDERE LA PROPRIA BASE TRADIZIONALE
Da Cernobbio a Washington, ormai le missioni diplomatiche del candidato premier Luigi Di Maio non si contano più.
Obiettivo è ostentare moderazione. Affidabilità . Credibilità
Ma siamo proprio sicuri che tutto questo agitarsi per mostrarsi forza matura di governo porterà consensi ai Cinque Stelle?
Difficile che la sedicente borghesia e gli autocertificati moderati voltino le spalle a Pdl e magari anche al Pd.
Qui c’è gente che ha digerito senza nemmeno fare il ruttino la sconcia alleanza Pd-Pdl quando gli elettori nel 2013 avevano chiesto proprio il contrario.
Gente che ha accettato senza battere ciglio il sostegno di Denis Verdini e Angelino Alfano a una maggioranza di centrosinistra.
Crediamo davvero che possano votare un giorno il Movimento Cinque Stelle? No, non bastano certo due comparsate o i cravattini luccicanti di Di Maio.
In compenso i Cinque Stelle rischiano di perdere la loro base.
Gente che li aveva scelti perchè finalmente mettevano in discussione lo strapotere della finanza e non perchè andavano a Cernobbio.
Gente che voleva la tutela dell’ambiente e non le giustificazioni “dell’abusivismo di necessità ”.
Gente, soprattutto, che si è sempre battuta contro la corruzione e non vuole strizzate d’occhio a chi si è nutrito di quel sistema.
Ma c’è un’altra ragione. Forse la più importante. Gli italiani hanno scelto il Movimento di Grillo perchè faceva paura. Sì, paura.
I cittadini, soprattutto quando si sentono poco ascoltati, hanno bisogno di sentirsi forti. Così forti da poter far paura. Il timore che susciti negli altri è conferma che finalmente conti. Esisti. Sei qualcuno.
Questa era la forza del M5S e insieme la sua grande novità . Faceva paura a chi governava, ma non perchè prometteva di sovvertire l’ordine democratico. Anzi, l’opposto, perchè portava di nuovo al centro il cittadino.
Difendeva la Costituzione. Combatteva corruzione ed evasione. Metteva sotto esame la finanza ladrona.
Così il Movimento ha conquistato consensi e ha evitato all’Italia la nascita di partiti razzisti e davvero populisti. Nel nostro Paese la protesta è stata legalitaria, ambientalista.
No, Di Maio, voi non dovevate rassicurare. Dovevate incutere timore. Paura di far diventare l’Italia quello che meriterebbe di essere spazzando via chi l’ha ridotta così. Senza blandire i cittadini, ma anzi sferzandoli.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO BERNINI E’ STATO CONDANNATO A PAGARE 70.000 ALL’ASSISTENTE PARLAMENTARE PER AVERLO LICENZIATO SENZA MOTIVAZIONE… MA NON ERA IL PARTITO DELL’ONESTA’ E DELLA TRASPARENZA?
Il tribunale di Roma ha condannato in primo grado in sede civile il deputato M5s Paolo
Bernini a risarcire il suo ex assistente parlamentare, Lorenzo Andraghetti, perchè il suo licenziamento è inefficace, non “presentando alcuna motivazione”.
La decisione risale al 12 aprile scorso, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, e prevede il pagamento di tutte le mensilità dal momento in cui è stato lasciato a casa fino al termine della legislatura, marzo 2018.
Circa 70mila euro, 2.333 euro al mese a partire dal licenziamento dell’ottobre 2015.
Ma nonostante la sentenza esecutiva, Andraghetti non ha ancora visto un soldo.
Tanto che Filippo Roma delle Iene ha pensato bene di chiedere conto all’interessato del suo comportamento.
Perchè un parlamentare del Movimento 5 stelle non rispetta una sentenza?
Perchè rivendica l’impignorabilità , tipico privilegio di quella che chiamano casta?
Ma se Bernini non sente ragioni, il suo leader Luigi Di Maio dice di pensarla diversamente: “Le sentenze si rispettano”, risponde alla Iena, e si impegna a far rispettare anche quella che dà torto a Bernini e ragione ad Andraghetti.
Ma l’ex assistente, raggiunto in videochat da ilfattoquotidiano.it in Brasile, dove si è trasferito e insegna Scienza politiche, non ha più avuto notizie di quella promessa: “Sono ormai passati 10 giorni dalla registrazione di quella intervista a Di Maio. Nessun contatto, nessun bonifico, nulla”.
Poche settimane dopo il licenziamento, Andraghetti venne espulso dal Movimento, verso il quale aveva assunto posizioni critiche.
Aveva sfidato il capogruppo uscente in consiglio comunale a Bologna Massimo Bugani, fedelissimo di Grillo e Casaleggio, alle primarie per la candidatura a sindaco.
Lui fu cacciato e le primarie nel capoluogo emiliano cancellate.
“Se Di Maio onorasse la promessa di far rispettare la sentenza del tribunale eviterebbe anche un danno di immagine al Movimento”, riflette Andraghetti, che aggiunge: “Sono passati due anni dal mio licenziamento, non mi è stato pagato nemmeno il TFR da Bernini, sul quale io ho dovuto anche pagare le tasse: siamo in causa anche su quel fronte”.
E conclude: “Il mio non è un caso isolato: è pieno zeppo di casi come il mio, dentro e fuori dal Movimento 5 stelle”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile
LA CLAMOROSA DENUNCIA DEL RESPONSABILE DEL COMMERCIO DEL COMUNE DI ROMA
Adriano Meloni, assessore al Commercio di Roma, lancia accuse al presidente della
commissione Commercio, Andrea Coia, e Sara Seccia, consigliera del Movimento 5 stelle a proposito del ritorno delle bancarelle dei Tredicine in Piazza Navona per la festa della Befana.
Lo fa in un’intervista al Messaggero.
All’intervistatore che chiede se a fronte della graduatoria e dei nomi dei vincitori, crede che il consigliere Coia si sia accordato con i Tredicine, Meloni risponde secco: “Visto l’esito del provvedimento, è lecito pensarlo”. Tanto che chiama Coia “Coidicine”.
Sul sindaco Virginia Raggi, Meloni si chiede:
Quante commissioni inutili ha fatto sulla festa della Befana?
Più o meno sei ufficiali
Almeno 8.
Lo sa chi era sempre presente?
Chi era presente? Mario Tredicine?
Eppure continua ad occuparsi di argomenti del suo assessorato. L’ultima convocazione agli ambulanti di oggi pomeriggio è partita dalla segreteria di Coia. Perchè?
Ha anche avuto il coraggio di proporre che il comune paghi gli oneri di sicurezza per loro, nel bando è chiaro che sono a carico degli operatori.
Tuttavia, Coia continua ad occuparsi di materie del suo assessorato…
Ha fatto la famigerata delibera 30/2017 con il mio assenso (cosa di cui mi pento ora). Da quella notte magica di mezza estate non ha più toccato niente di rilievo.
Eppure la sindaca Virginia Raggi ha grande stima di Andrea Coia
Forse Coidicine è quello che ha fatto più danni alla giunta Raggi di qualsiasi altro consigliere.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 1st, 2017 Riccardo Fucile
IL MINISTRO CALENDA AVEVA ORGANIZZATO L’INCONTRO CON CENTO GRANDI AZIENDE INTERESSATE AL RILANCIO DI ROMA, LEI NEANCHE SI E’ PRESENTATA
Giovanna Vitale su Repubblica oggi racconta una storia che riguarda Virginia Raggi, attesa giovedì scorso all’incontro convocato dal ministro Carlo Calenda — con il quale, come sappiamo, non corre buon sangue — insieme alle aziende romane (Eni, Enel, Leonardo, Ferrovie, Autostrade, ADR, Vodafone, Telecom, Wind, Sky Mediaset più Sanofi, Merck, Alfasigma) ma che non si è presentata a causa di un impegno inderogabile: la presentazione di “Meglio liberi”, il libro di Alessandro Di Battista pubblicato con l’editrice di Berlusconi.
La Raggi, dopo il Tavolo per Roma, è andata via:
Forfait che ha scatenato l’ira di Calenda, obbligato invece a disertare il consiglio dei ministri per dare precedenza al vertice. «Ho chiamato oltre cento aziende e la sindaca non si è presentata», s’è tolto ieri il sassolino dalla scarpa ministeriale. «In questo paese c’è un problema di fuga di responsabilità . È ora di dire basta», ha aggiunto stizzito.
Eppure, se una settimana fa l’inquilina del Campidoglio fosse rimasta in Via Veneto, avrebbe ascoltato cosa pensano i famosi stakeholders – evocati dal candidato premier a 5S Di Maio come interlocutori privilegiati – della città eterna e del suo funzionamento. Avrebbe potuto individuare, attraverso la testimonianza diretta di chi a Roma fa impresa e crea ricchezza, quel che non va e dove intervenire: per migliorarla e impedire la fuga di intelligenze, lavoro, capitali.
Dal questionario inviato ai 100 big player con sede nell’Urbe è infatti emerso che, per il 30%, la criticità principale sono i trasporti urbani: la scarsità di mezzi pubblici e collegamenti esterni alle zone centrali, i ritardi, l’inaffidabilità negli orari.
Per il 26% il fastidio maggiore è invece riconducibile alla vetustà e all’inadeguatezza delle infrastrutture, prive per di più di un piano di sviluppo: assenza di parcheggi e di un sistema logistico efficiente, traffico caotico e manto stradale sconnesso, mancata urbanizzazione industriale del territorio, che permetterebbe alle imprese di godere a basso costo dei servizi comuni. Mentre il 25% pensa che la vera piaga sia la lentezza e l’inadeguatezza del rapporto con gli uffici comunali
Ma d’altro canto, visto che ha raccontato come si è deciso il no alle Olimpiadi, l’appuntamento con il libro di Di Battista era assolutamente imperdibile.
“Evitiamo le polemiche”, ha intanto affermato oggi la Raggi, interpellata sul rapporto presentato dal ministro dello Sviluppo economico sul calo del Pil a Roma. “Eventi come questo — ha detto a margine del Maker Faire — mostrano come la produttività , il cuore pulsante sia qui”.
Peccato che non ci sia lei.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
PER GLI USCENTI NO A CORSIE PREFERENZIALI
Ricambio a 5 Stelle, da Nord a Sud circolano già diversi nomi di possibili nuovi deputati e senatori, pronti a partecipare alle ‘parlamentarie’ forti di avere buone possibilità per spuntarla anche su chi sta terminando il primo mandato.
Nel frattempo il candidato premier Luigi Di Maio sarà affiancato da tre uomini di fiducia nella campagna per le prossime elezioni politiche: sono Pietro Dettori, Dario De Falco e Vincenzo Spadafora, tutti molto vicini al candidato premier M5S, a far parte del comitato elettorale nato, così come previsto dalla legge, per gestire i fondi per la campagna elettorale.
Fra i volti nuovi, primo fra tutti Stefano Buffagni: era in pole fino a un po’ di tempo fa per una candidatura alla presidenza della Regione Lombardia ma poi è arrivato il passo indietro, proprio perchè per lui si intravede, se la rete lo vorrà , un futuro in Parlamento.
Così come per il triestino Stefano Patuanelli. Anche il suo nome, un paio di mesi fa, veniva dato come possibile candidato pentastellato alla presidenza della regione Friuli, ma molto vicino ai vertici grillini e organizzatore della festa per i dieci anni del V-Day appare con un orizzonte romano.
Dalla Regione Lazio si sposta invece verso il Parlamento Gianluca Perilli, che un tempo faceva parte del mini-direttorio poco fortunato che ha affiancato Virginia Raggi nei primi mesi in Campidoglio.
Così tra ansia da riconferma e aspiranti parlamentari, il Movimento 5 Stelle è alle prese con paure e speranze.
Da una parte c’è chi teme di non essere riconfermato e vorrebbe una corsia preferenziale rispetto a chi ambisce ad entrare per la prima volta in Parlamento, dall’altra i vertici pentastellati vogliono vedere volti nuovi.
Attivisti che in questi anni hanno lavorato sul territorio e che hanno contatti, soprattutto al Nord, con le imprese e con quei mondi che M5s sta cercando di raggiungere, anche attraverso Buffagni che sta guidando Luigi Di Maio alla conquista del Nord, non tanto in ottica elezioni regionali quanto per conquistare voti in quei territori dove M5s è debole rispetto al centrodestra.
Non è un caso poi se Buffagni ha partecipo nella sede della Casaleggio associati all’ultimo super vertice con i big del Movimento.
Sempre al Nord circola il nome di Alvise Maniero, ex sindaco di Mira, in provincia di Venezia, eletto a soli 26 anni.
Ha terminato il mandato e ha deciso di non ricandidarsi alla poltrona di prima cittadino per “tornare all’università “, ha detto, ma non si esclude invece che ambire a uno scranno in Parlamento, anche perchè è un attivista della prima ora molto vicino a Luigi Di Maio.
In fondo tanti amministratori locali hanno scelto di non ricandidarsi nei propri comuni per un secondo mandato proprio per avere l’opportunità , secondo le regole M5s, si giocarsi la carta dell’ingresso in Parlamento.
Tra questi ci potrebbe essere anche l’ex consigliere milanese Mattia Calise che nel 2015 disse di non volersi ripresentare per “finire l’università e farlo magari più avanti più qualificato. Penso che sia giusto affrontare il secondo mandato con più competenze”. Perchè no, alla Camera o al Senato.
Questi sono solo alcuni dei nomi della carica dei volti nuovi e complice la nuova legge elettorale si cercano attiviste per rispettare le quote rosa.
La preoccupazione tra gli eletti a fine mandato è evidente: “Sul territorio, soprattutto nelle piccole province, ci possono essere cordate di attivisti a sostegno di qualcuno e c’è il rischio concreto di lasciare a casa chi ha lavorato alacremente nelle commissioni e magari paga anche lo scotto di avere avuto meno visibilità mediatica”.
Per questo ieri, secondo quanto ha appreso l’Adnkronos, durante l’assemblea congiunta di deputati e senatori, Paola Taverna ha chiesto di introdurre il voto di ‘recall’, ovvero l’elezione di richiamo per confermare i parlamentari uscenti.
Ma da Luigi Di Maio è arrivato un no secco provando tuttavia a diffondere ottimismo convinto che l’ascesa grillina porterà più parlamentari alla Camera e al Senato. Dunque ci sarebbe spazio per tutti e molti altri, ma che ci sia un cambio della guardia è la paura che fa capolino tra i deputati M5s in Transatlantico.
(da “Huffingtonpost”)
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