Giugno 12th, 2017 Riccardo Fucile
IL CAPO ASSOLUTO E L’EREDE AL TRONO SONO RIUSCITI A LITIGARE CON LA BASE E IMPORRE CANDIDATI OBBEDIENTI PRIMA CHE BRAVI… E ORA SCATTA LA CACCIA AL COLPEVOLE
Beppe Grillo e il suo fido yesman Luigi Di Maio sono i principali responsabili della sconfitta
del MoVimento 5 Stelle alle elezioni amministrative.
Il Capo Assoluto del MoVimento 5 Stelle e l’erede al trono designato hanno portato avanti con il solito atteggiamento rispettivamente da “io so’ io e voi nun sete un…” e “zì, badrone” che li ha portati a scegliere candidati ubbidienti invece che bravi nelle città al voto; a Parma lo strappo si era consumato prima, a Genova lo spettacolo orribile dell’addio di Putti (contrario alla politica dei selfie…) e della querelle Cassimatis hanno fatto capire a tutti che nel M5S comanda Beppe.
E ai cittadini che vanno al voto di essere governati magari va anche bene, ma di essere comandati proprio no
Il disastro M5S e la linea sociopatica di Grillo e Di Maio
La linea di Grillo e Di Maio ha così portato a una sconfitta cocente, ancora più pesante se raffrontata ai numeri lusinghieri del M5S in alcune città come Palermo, dove alla fine Forello è rimasto vittima di una faida interna insensata partita dopo il caso delle firme false, che Grillo e Di Maio hanno fermato quando ormai era troppo tardi e usando anche lì la mannaia delle sospensioni invece di ascoltare e incanalare il disastro della base cercando di portarla unita alle elezioni: per paura di sporcarsi le mani dopo i servizi delle Iene hanno comandato da Roma e Genova sanzioni su sanzioni, spaccando un gruppo che si era formato insieme alla nascita del M5S ben prima delle elezioni del 2013 e aveva contribuito agli ottimi risultati nell’isola.
Grillo e Di Maio hanno scelto la “corrente” Cancelleri-Forello e mollato quella dei deputati indagati che evidentemente, a parte le ipotesi irreali di complotto, qualche ragione storica ce l’avevano.
E così Forello non è riuscito a fermare Leoluca Orlando che si è riconfermato al primo turno in città e ha rivitalizzato il centrodestra, scivolando al terzo posto nelle preferenze degli elettori.
Come di costume, i retroscena dei giornali ci parlano di un MoVimento che ha capito la lezione solo a metà . Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera ci raccontano di un processo a Di Maio:
C’è chi lo dice apertamente. «Chi ha deciso la linea a Palermo e Genova deve assumersi le proprie responsabilità . E farsi da parte», dice un parlamentare.
Il riferimento nemmeno troppo velato è all’area pragmatica e a Luigi Di Maio. Il vicepresidente della Camera potrebbe tornare di nuovo sulla graticola, anche se le sue chance per la corsa a candidato premier sembrano difficili da scalfire.
Non mancano già i primi affondi: «Paghiamo il distacco dalle lotte che ci hanno contraddistinto: ci siamo messi a mercanteggiare senza ottenere nulla, se non perdere credibilità tra chi ci sostiene», rimbrotta un parlamentare. Qualcuno guarda già oltre e chiede apertamente che per la prossima legislatura gli over 40 possano essere candidati anche a Montecitorio (in questo momento le regole interne al Movimento non lo consentono) perchè «ci sono troppo immaturi» alla Camera.
Ovviamente nulla c’entrano le norme per le candidature alla Camera con la sconfitta alle amministrative, e poco c’azzecca anche la trattativa sulla legge elettorale. Basti vedere Parma, dove Federico Pizzarotti ha allungato una severa scoppola alle velleità da Rasputin di Massimo Bugani, che pensava davvero di fare ombra a un sindaco che ha ben lavorato con un candidato rimediato all’ultimo e due comizi in città
Il KO e la faida interna
Con la sconfitta di ieri c’entrano di più i disastri di Roma e Torino, dove Virginia Raggi e — dopo un buon inizio — Chiara Appendino si stanno rivelando sempre più inadeguate al compito di amministrare città a loro modo complesse.
E anche qui il M5S ha delle responsabilità , visto che preferisce nascondere la testa sotto la sabbia dei complotti invece di assumersi le responsabilità .
Più che Stalingrado oggi Parma è una Caporetto. Che dimostra che un MoVimento 5 Stelle senza Grillo è possibile. E che l’era degli yesman ha preso oggi una robusta tranvata. Per scomparire definitivamente, però, ci vorrà una sconfitta personale. Potrebbe arrivare presto.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 12th, 2017 Riccardo Fucile
FIRME FALSE A PALERMO, ESPULSIONI A PARMA, FAIDE A GENOVA… GLI ORTODOSSI: “FALLITA LA GESTIONE DEGLI ENTI LOCALI”… “PAGHIAMO LE DIFFICOLTA’ DI RAGGI E APPENDINO”
«È il fallimento del sistema Di Maio». Le chat degli ortodossi del Movimento 5 stelle esplodono allo scorrere dei primi exit poll. E ricordano che il delegato degli enti locali resta il vicepresidente della Camera, insieme ai fidati Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.
«Ci siamo concentrati solo sulle politiche, abbiamo inseguito Renzi che voleva andare subito al voto per fregarci, perchè sapeva che alle amministrative ci saremmo sfracellati», si sfoga un senatore.
La trattativa fallita sulla legge elettorale è considerata, ormai da molti, l’errore capitale.
«Chi ce lo faceva fare – chiede una deputata – perchè non aspettare le regionali siciliane, dove è previsto che andremo fortissimo, prima di andare al voto? La verità è che lo stratega aveva sbagliato tutti i calcoli, come al solito».
Ma ci sono altri indici puntati, seppur nascosti da un ufficiale silenzio: sulla cattiva gestione di Roma, «la prova che non siamo ancora pronti». Sulle nuove difficoltà di Chiara Appendino a Torino, «alla fine si è rivelata inesperta anche lei».
Umiliati a Parma, vittime delle proprie divisioni a Genova, l’un contro l’altro armati a Palermo, ancora molto bassi nel Nord Est produttivo e a Verona, dove stentano a rubare terreno alla Lega.
Alle nove di sera, un messaggio perentorio della comunicazione invita gli eletti dei 5 stelle a non rilasciare dichiarazioni.
Le attese erano negative, il nervosismo di Beppe Grillo al seggio ne è stata la prova tangibile. Ma su un successo “miracoloso” nella sua città , il fondatore sperava. Non l’avesse fatto, non l’avrebbe scelta per il comizio di chiusura insieme a Luigi Di Maio.
Ma a risultati consolidati, quel che filtra dai vertici è un mesto: «Lo sapevamo. Non abbiamo speso nulla per questa campagna. Non abbiamo fatto tour. Localmente siamo comunque cresciuti, alle amministrative soffriamo perchè corriamo soli contro le accozzaglie».
Animano le truppe, Grillo e Casaleggio: «Puntiamo alla Sicilia e all’Italia. È su quelle battaglie che ci spenderemo»
Ad attivisti amici, una deputata di peso come Roberta Lombardi dice: «Dobbiamo curare di più il lavoro sui territori, essere più presenti, pensare che il percorso nazionale si costruisce su ogni singolo comune».
Altri sono più arrabbiati: «I nostri consiglieri, i nostri sindaci, si sentono abbandonati. I gruppi sono stati lasciati allo sbando». Quel che serve, dicono in molti, è un coordinamento vero. La piattaforma Rousseau – che ha una parte dedicata allo sharing delle buone pratiche negli enti locali – non è sufficiente.
Che la sconfitta di Parma sarebbe stata bruciante, il fedelissimo della Casaleggio Max Bugani e il senatore Nicola Morra lo avevano capito quando, alla chiusura, non si sono ritrovati davanti praticamente nessuno.
Cinque anni fa Grillo sollevava il braccio di Federico Pizzarotti. Di quella vittoria – «la nostra Stalingrado», aveva scritto il blog – sono rimaste solo macerie. A Pizzarotti era stato rimproverato proprio quello che molti parlamentari dicono oggi: l’aver parlato della necessità di una struttura fisica, di un coordinamento vero.
Cacciato lui, a Parma il Movimento è di fatto scomparso. A Palermo la guerra interna lo ha dilaniato fino a dissanguarlo. Il gruppo del deputato Riccardo Nuti era considerato forte, finito nei guai per le firme false, ha cercato solo di non far vincere i sopravvissuti.
Fino a fare un esposto in procura contro il candidato Ugo Forello.
A Genova il gruppo si è diviso seguendo la faglia nazionale: i dimaiani di Alice Salvatore da una parte, con Pirondini, i movimentisti della prima ora dall’altra: usciti (Putti) o cacciati (Cassimatis). Hanno corso tutti, nessuno è arrivato al ballottaggio (che nel 2012 era stato sfiorato).
Semmai i leader M5S avessero seguito una strategia, quella di ieri è stata la notte del fallimento. Temuto, forse, ma non in modo così schiacciante.
Da oggi, si penserà a quel che deve cambiare. In molti sono pronti a chiederlo a gran voce
(da “La Repubblica”)
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Giugno 12th, 2017 Riccardo Fucile
MA E’ PREMATURO DEDURRE CHE SIA COMINCIATO IL DECLINO DEL M5S
Nel vuoto di quel che resta dei partiti, mai come questa volta svogliati e distratti, la tornata
delle elezioni comunali era l’inevitabile specchio di una politica sfilacciata, senza idee.
Eppure dal voto negletto sono emerse rilevanti indicazioni.
Non tanto il ritorno del bipolarismo centrodestra/centrosinistra, perchè servono ben altre conferme prima di poterlo affermare.
Quanto la grave sconfitta del Movimento Cinque Stelle, la prima seria battuta d’arresto registrata da un Grillo che forse presagiva la disfatta per come nelle ultime ore appariva scontroso e infastidito nelle strade della sua Genova.
Essere esclusi da tutti i ballottaggi che contano è un pessimo presagio, tanto più che le percentuali raccolte da nord a sud sono scarse per una forza che si è proposta in questi anni come alternativa al sistema.
È del tutto prematuro dedurre da questi dati che è cominciato il declino del M5S.
Del resto, non c’è quasi mai omogeneità fra voto amministrativo e voto politico. I Cinque Stelle, nella loro storia breve e turbolenta, hanno dimostrato di essere a loro agio sul terreno delle elezioni legislative, mentre le vittorie nei comuni maggiori (Parma, Livorno, Roma e ora persino Torino) non hanno portato loro granchè fortuna
Quel che è certo, un movimento radicale e populista ha bisogno di continui rilanci nel favore popolare.
Un partito tradizionale, che vive di gestione del potere, può anche permettersi delle pause e dei passaggi a vuoto. Viceversa, per un movimento carismatico come quello che Grillo ha avuto l’ambizione di costruire, la crescita non può essere che continua.
Quasi sempre la prima sconfitta segnala, se non altro, la fine della fase ascendente e la difficoltà di ripartire come se nulla fosse. Accadde così per l’Uomo Qualunque nell’immediato dopoguerra e per Poujade nella Francia degli anni Cinquanta.
Grillo paga per la prima volta i suoi errori.
L’ultimo è recentissimo: aver dato la sua copertura al patto Renzi-Berlusconi sul falso modello tedesco. Un piccolo pasticcio parlamentare all’italiana da cui i Cinque Stelle sono usciti frastornati. E si capisce.
Se si pretende la purezza, non si entra in certe combinazioni che hanno il sapore della “casta”, secondo l’ambigua terminologia grillina. Ma ci sono stati molti altri sbagli.
La gestione Raggi a Roma prima o poi avrebbe presentato il conto. E l’infortunio di Chiara Appendino a Torino, con il disastro di piazza San Carlo, è accaduto troppo a ridosso del voto per non avere conseguenze.
Si potrebbe continuare. I litigi continui sul piano locale hanno lasciato il segno.
A Parma Pizzarotti, personaggio emblematico, va al ballottaggio dopo essere stato espulso a suo tempo dal movimento e nessuno ha capito ancora bene perchè.
A Genova, come è noto, è stata cacciata da Grillo la candidata prescelta dai cittadini con il metodo delle primarie “via web”.
Lo spettacolo di un partito che non rispetta le sue stesse regole, enunciate con tutta l’enfasi possibile, non è il miglior viatico per conquistare nuovi consensi. Quel tanto di campagna che il leader si è caricato sulle spalle non ha prodotto grandi risultati, come si è visto ad esempio a Taranto. O a Palermo.
Sul piano nazionale, il tentativo del movimento di trasformarsi in forza affidabile, persino moderata, sembra un po’ goffo.
Si veda Di Maio che cerca di costruirsi un profilo europeista ed elogia francesi e tedeschi. Un’evoluzione è sempre possibile, non c’è dubbio, ma ha bisogno di tempo per essere credibile. Altrimenti ha il sapore di un espediente. E le operazioni fatte a metà , con eccesso di astuzia, finiscono per scontentare tutti. In questo caso, gli elettori.
Sta di fatto che la sconfitta grillina arriva nello stesso giorno in cui la Francia offre al presidente Macron la più squillante delle vittorie, in virtù di un sistema maggioritario fondato sui collegi che non ha niente, ma proprio niente in comune con l’Italicum, come pretenderebbero i nostalgici del sistema bocciato dalla Corte Costituzionale.
In Francia sono sconfitti i nazional-populisti di Marine Le Pen. Ed è curioso come anche la leader del Fronte Nazionale avesse tentato nelle ultime settimane una cauta conversione, abbandonando i temi più aspramente anti-europei e ostili alla moneta unica. Chissà se anche gli elettori francesi sono rimasti sconcertati da questo zig-zagare, al pari degli elettori italiani dei Cinque Stelle.
In ogni caso, è evidente che il populismo ha conosciuto una serie di brucianti sconfitte in giro per l’Europa.
Pochi mesi fa, dopo la Brexit e la vittoria di Trump, sembrava in procinto di conquistare l’Occidente. Oggi è del tutto ridimensionato.
Vedremo quel che accadrà nel prossimo futuro, in Italia e altrove in Europa.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 11th, 2017 Riccardo Fucile
A RAPALLO NASCONDE L’ACCORDO DI POLTRONE IN ATTO CON LA LEGA
«Non è casuale», dice Davide Casaleggio ad alcuni giornalisti nella stradina che conduce dalla
pizzeria Bella Napoli di Rapallo all’auto che lo riporterà a casa, «che Napolitano parli e il giorno dopo finiscano le negoziazioni, e il Pd esegua».
All’uscita della pizzeria il suo commensale, Beppe Grillo, aveva detto seccamente «Napolitano ordina e il Pd esegue». Purissima teoria del complotto.
Grillo è fissato da tre giorni su questa idea: che ci sia stato un tandem occulto dietro gli eventi alla Camera di giovedì, Giorgio Napolitano e Carlo De Benedetti sarebbero i due responsabili dell’affossamento della legge elettorale.
Anche se si è sicuramente parlato di molto altro alla fine di un pranzo al quale ha partecipato praticamente tutta la Casaleggio associati (assieme a Davide c’erano anche due suoi fidi esecutori, Luca Eleuteri e Maurizio Benzi, più un ex dipendente, Pietro Dettori, che è anche la cinghia di trasmissione col Movimento – più il consigliere regionale lombardo del M5S Stefano Buffagni).
Questo per dire chi e come decide, nel Movimento. Un’azienda. Lo spartito devono suonarlo le webstar di Roma; con esiti variopinti.
Casaleggio fa sua una metafora, usata da Matteo Giudici, il presidente dei giovani industriali liguri: «L’aragosta si costruisce il suo carapace, ma poi a un certo punto innova e lo abbandona».
Il Movimento deve cambiare anch’esso il suo carapace?
«È tutta l’Italia che deve cambiare carapace», risponde il vero capo del Movimento. Il quale ieri ha trascorso la mattinata ospite d’onore al convegno dei giovani industriali. Doveva parlare dopo una tavola rotonda tra giganti di Internet e tecnologie, il leader italiano di Facebook, il vicepresidente esecutivo di Huawei, l’amministratore delegato di Microsoft, il direttore italiano del Research lab di Ibm.
Ma si era in ritardo e così – al presidente di una piccola srl milanese – è stata data la precedenza. Un segno di grande attenzione dai giovani imprenditori. Anche se non si può dire che il suo eloquio li abbia scaldati.
Una fotografia chiave del convegno lo narra meglio di mille parole. Quando Emma Bonino, alla fine di un discorso di alto livello, europeista senza retorica, dice: «Da noi c’è qualcuno che vuole uscire dall’euro… ah no, c’è anche qualcuno teorico della doppia moneta. Salvini… e simili», ed è chiarissimo che sta parlando del Movimento.
Poi conclude ispirata: «Amate l’Europa, è questa, l’Europa, senza ma e senza però».
I giovani industriali si alzano in piedi totalmente conquistati. Standing ovation a partire dal loro presidente, Alessio Rossi (che pure aveva offerto alla Raggi «portiamo cento imprenditori a investire a Roma». La sindaca s’è limitata a un laconico «certo», eppure l’invito sembrava ghiotto, per la città ).
C’è una sola persona in sala che non batte le mani, non muove un muscolo, non si alza in piedi: Davide Casaleggio.
Anzi, ostenta nei gesti (che parlano più delle parole) una postura distante da Emma e vicina alla Lega; con la quale i contatti sono ormai a uno stato molto avanzato.
Era questo lo schema al quale lavoravano in Casaleggio prima del pasticcio, che loro stessi giudicano causato dai loro uomini a Roma: fretta massima, legge elettorale, dialogo con il Carroccio.
Ora però bisogna prepararsi ai 3000, non ai cento metri. Grillo è convinto che «a Genova perderemo», e del resto il comizio finale di venerdì è stato un mezzo flop, trecento persone a sentire lui e Di Maio.
Il giovane di Pomigliano sarà lui il candidato? A Rapallo Grillo poteva rincuorarlo dalla botta del fallito accordo elettorale: non l’ha fatto. «Vedremo», ha detto rabbuiato, e non scherzava. I malumori su Di Maio sono in effetti fortissimi nel gruppo parlamentare. Era invece una battuta «sceglieremo con gli algoritmi».
Quando una materia brucia, Grillo la esorcizza facendo il comico
(da “La Stampa”).
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Giugno 11th, 2017 Riccardo Fucile
AL CONGRESSO DEI GIOVANI INDUSTRIALI SI SOTTRAE SIA ALLE DOMANDE CHE ALLE FOTO DI RITO
David Parenzo, che ieri ha presentato il Convegno dei giovani di Confindustria a Rapallo in cui è intervenuto anche Davide Casaleggio, racconta oggi su Facebook che l’imprenditore ieri ha rifiutato di farsi fotografare con algli altri ospiti e ha negato anche la sua disponibilità a farsi fare domande sul palco dal conduttore:
Il Giovane Davide Casaleggio, ospite del Convegno dei giovani di Confindustripallo, ha una strana idea di democrazia. Anzichè fare come tutti gli altri oratori, lui ha uno statuto speciale. Arriva, non vuole farsi fotografe mentre entra nella saletta ospiti Vip (come se fosse un crimine incontrare imprenditori ed economisti del cosiddetto establishment), rifiuta di farsi fare 3 domande dal palco dal sottoscritto, fa il suo intervento di 15 minuti in cui ci spiega che la banda larga e’ poco diffusa e che Uber sta brevettando delle macchine senza autista.
Ci voleva il Giovane Casaleggio per sapere questo?
Al giovane Casaleggio avrei voluto chiedere 2 cose (per altro avevo mandato le domande come da SUA richiesta): 1) perchè ci racconta di Uber e dei suoi successi e poi la Raggi a Roma difende i Tassisti? 2) la Casaleggio e associati con il Movimento 5 stelle hanno avuto il merito di inventarsi un partito modello APP in cui tutti votano su ogni cosa. Perchè però sono così moderni sulla forma partito e viceversa in economia propongono ricette da socialisti di inizio 900? Reddito di cittadinanza, lavorare meno lavorare tutti ecc…perchè sono luddisti sull’industrializzazione e sullo sviluppo? Non è stato possibile chiedere queste due semplici cose.
Forse è la loro idea di democrazia diretta. Parla uno e gli altri zitti.
Un vero peccato.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 11th, 2017 Riccardo Fucile
I CINQUESTELLE DISSIDENTI: “LO STADIO STA FACENDO PERDERE LA FACCIA AL MOVIMENTO, SI HA PAURA A DIRE DI NO”
Lo Stadio della Roma continua a fare vittime. Lunedì la delibera approvata dalla Giunta Raggi
andrà in Aula Giulio Cesare e a quanto pare la dissidenza tra i consiglieri non è limitata alla sola Cristina Grancio, sospesa venerdì dopo il suo abbandono della commissione.
Scrive il Messaggero infatti che anche altre elette M5S sono contrarie: Gemma Guerrini, Alisa Mariani e Monica Montella.
Difficilmente il M5S userà con loro la mannaia utilizzata con la Grancio, se non altro perchè altre tre sospensioni potrebbero cominciare a mettere in difficoltà la maggioranza in Campidoglio.
La sensazione è che la Grancio sia stata sanzionata in omaggio al motto “Colpirne uno per educarne cento“, proprio per evitare altre defezioni e spiritosaggini riguardo un dossier su cui la maggioranza grillina e la giunta si giocano la faccia.
L’altroieri intanto su Facebook è comparso una pagina dal titolo “Attiviste/i solidali con Cristina Grancio”, con l’intenzione di raccogliere l’adesione del dissenso interno al M5S romano: solo una cinquantina di persone, tra cui alcuni giornalisti, si sono iscritte alla pagina… Nel gruppo della libera urbanistica, animato da Francesco Sanvitto, da tempo voce contraria allo stadio della Roma a Tor di Valle, c’è più movimento:
Repubblica Roma sintetizza così oggi gli argomenti del tavolo urbanistica:
Secondo Francesco Sanvitto, architetto e animatore del “tavolo” (un 5 Stelle doc: in un locale di sua proprietà Virginia Raggi stabilì un anno fa il suo quartier generale pre-elettorale), «la delibera stabilisce che il proponente può utilizzare i soldi pubblici degli oneri dovuti per la Bucalossi (dal nome della legge che istituisce una serie di oneri concessori, ndr) non solo per realizzare le opere di urbanizzazione a scomputo ma anche per comprare le aree di proprietà degli Armellini su cui sorgeranno le opere di viabilità e che invece avrebbe dovuto cedere gratuitamente all’amministrazione».
Soldi pubblici usati dal privato per “espropriare” dei terreni: starebbe qui il danno erariale evidenziato da Sanvitto.
Per l’architetto 5 Stelle, poi, c’è un altro problema legato al valore del metro cubo che sarebbe stato sottostimato, favorendo così il proponente. A queste criticità si sommano poi le altre, quelle legate alle opere pubbliche che hanno subito un taglio di 150 milioni di euro. L’effetto sulla viabilità potrebbe essere dirompente.
Tra i “like” allo status si può ammirare quello di Francesca Benevento, consigliera municipale già in contrasto con la maggioranza grillina al XII Municipio.
Tra i commenti della pagina di Grancio invece si possono notare alcuni nomi dell’attivismo romano, come Barbara Guidi Spinelli e Massimiliano Morosini, già portavoce del disciolto VIII Municipio e compilatore di buffe liste di proscrizione di dissenzienti M5S.
La caccia al dissidente
E mentre dal Campidoglio assicurano che in Aula non ci saranno voti contrari — al massimo potrebbero spuntare assenze tecniche — Il Messaggero fa sapere che la caccia al dissidente è partita:
I componenti dello staff del Campidoglio vagliano tutti i profili Facebook dei consiglieri. A microfoni spenti dalla maggioranza fanno notare che «se l’è cercata» perchè «voleva fare la paladina della base, ma la linea era un’altra».
E in rete i grillini stadisti fanno circolare un volantino del 2007,quando la Grancio si era candidata all’Assemblea costituente del Pd, a sostegno di Veltroni. L’accusa è di essere «una del Pd». Anche se due assessori della giunta Raggi (Bergamo e Mazzillo), hanno trascorsi simili
In ogni caso, posto che la Cristina Grancio citata nel volantino sia la stessa che è stata eletta all’Assemblea Capitolina, non si capisce quale sia il problema per la consigliera alla luce del passato di assessori e vicesindaci oggi nella giunta Raggi.
Ad onor del vero bisogna segnalare che sulla pagina della consigliera i commenti che appoggiano la sua linea contro quella della giunta sono comunque in minoranza: la maggioranza invece le chiede di andarsene “nel gruppo misto” (un classico) e di non “rompere le scatole” su un dossier sul quale si è già deciso. Lei intanto non si arrende: ieri sera ha pubblicato un’altra nota polemica in cui attacca i probiviri e contesta la sanzione.
” Il mio sarà forse uno sfogo, ma purtroppo i fatti sono veri! Ieri, ore 12.30 circa, decido di non votare in commissione urbanistica per esprimere dubbi di legittimità su importanti passaggi nel progetto Stadio. Due ore dopo ricevo per mail dal Collegio dei Probiviri la sospensione cautelare dal Movimento 5 Stelle. E sapete come si concludono le motivazioni ( voglio ricordare che tutte le accuse sono espresse contro di me con il condizionale, ossia la codifica una cosa non sicura, un fatto supposto). Sapete come?
Alla fine, i probiviri scrivono di “potenziali ricadute mediatiche della sua ( cioè la mia) condotta”
Ma ci vuole più tempo ad avere una pizza quattro stagioni sotto casa, che un procedimento disciplinare nel M5S a Roma
E sempre ad onor del vero bisogna segnalare che la Grancio ha parlato di “quesiti sullo stadio” e di “dissenso motivato” senza mai spiegare quali sono queste famose obiezioni tecniche che ha sollevato in commissione.
L’unica cosa che ha detto è che i tempi di approvazione sono “troppo stretti” e che c’è bisogno di più tempo.
La consigliera non sembra aver compreso che la velocità di esecuzione dipende da dettagli “tecnici”: il M5S ha l’obbligo di licenziare il progetto riveduto e corretto entro il 15 giugno per avere una chance (minima) di tenere in vita la Conferenza dei Servizi aperta dalla Regione all’epoca della prima trattativa e non farne aprire un’altra.
D’altro canto sono ormai tre anni che si discute sui dettagli tecnici di un progetto che ormai gli uffici capitolini dovrebbero conoscere a memoria.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 11th, 2017 Riccardo Fucile
INTANTO NASCE LA PAGINA “BANNATI DA CHIARA APPENDINO”…E LEI ANNUNCIA UN RIMPASTO IN GIUNTA
Il Movimento 5 Stelle anticipa la sindaca Chiara Appendino nell’annunciare, con un post del
gruppo consiliare su Facebook, il nuovo assetto della giunta pentastellata del Comune di Torino.
All’attuale capogruppo Alberto Unia vanno le deleghe all’Ambiente fino ad oggi di Stefania Giannuzzi, che lascia l’amministrazione, e quelle ai Rapporti con il Consiglio che fino ad oggi erano in capo al vicesindaco Guido Montanari.
Intanto ieri Chiara Appendino, ad appena una settimana di distanza dai fatti, ha deciso di scusarsi per piazza San Carlo in un lungo post pubblicato sul suo blog e sulla sua pagina Facebook.
Come da costume per il MoVimento 5 Stelle, le scuse sono in perfetto stile Fonzie: si trovano a metà del post (così non tutti arriveranno a leggerle) e non sono annunciate nella presentazione del post su Facebook nè nelle prime righe:
Un sindaco, però, rappresenta un’intera comunità e deve essere pronto ad assumersi anche responsabilità che vanno al di là del ruolo che ricopre. Per questo, a nome mio, di tutta l’Amministrazione e della Comunità che rappresento — a prescindere dalle eventuali responsabilità civili e penali di ognuno — desidero porgere le mie scuse a tutte le persone coinvolte
In attesa di comprendere quali responsabilità abbia l’assessora all’ambiente nel disastro sull’ordine pubblico di piazza San Carlo, i commenti più votati in pagina sono quelli che ringraziano Appendino… per le scuse: «Non mi importa se sia colpa dell’amministrazione o meno ma le tue scuse valgono oro. Sei grande. Piano piano le nostre ferite si rimargineranno… metti a posto Torino per favore…a testa alta… grazie», scrive Gianluca.
Mentre c’è chi, come Arthur, si dimostra un irriducibile: «Chiara mi dispiace perchè non meriti tutte queste critiche». Talmente esagerato che persino la sindaca si sente in dovere di dissentire: «Invece credo sia normale ricevere critiche quando ricopri questo genere di incarichi. Bisogna farne tesoro e andare avanti».
I bannati da Chiara Appendino
La parte divertente della vicenda è che proprio ieri qualcuno si è accorto e ha cominciato a denunciare che alcuni commenti, più critici (ce ne sono comunque molti di negativi) nei confronti della sindaca, sono spariti dalla pagina e i loro autori sono stati bannati.
E così è nata la pagina “Bannati da Chiara Appendino”, in cui si sono riuniti un centinaio di presunti cacciati
Intanto la Appendino rilascia un’intervista alla cronaca torinese della Stampa in cui nega che l’addio della Giannuzzi c’entri qualcosa con piazza San Carlo: ««Piazza San Carlo non c’entra assolutamente. Quando ho iniziato questa avventura amministrativa mi avevate chiamato la “super sindaca” per le mie molte deleghe. Conoscevo di più l’amministrazione e le dinamiche di palazzo di molti altri in giunta, ma già allora avevo in mente di permettere agli assessori di crescere per poi lasciare loro qualche delega». Tutto previsto quindi?
«La riorganizzazione della macchina comunale è stata un passo fondamentale e già allora avevamo impostato il passaggio della delega del Decentramento a Marco Giusta, stiamo seguendo un percorso. La Leon è cresciuta molto e avrà anche la delega sulle manifestazioni culturali. Finardi avrà quella sulla sicurezza. Io terrò partecipate e grandi eventi, ma spiegherò tutto nei dettagli lunedì (domani) in Consiglio».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
STADIO ROMA, IN VISTA DEL VOTO IN CAMPIDOGLIO E’ CACCIA AGLI ORTODOSSI
Colpirne uno per educarne non cento, ma almeno tre, o forse cinque. 
E’ questo il ragionamento che ha portato il gruppo dirigente pentastellato capitolino (in stretta comunicazione con Genova) ad assumere in modo repentino e inatteso la decisione di sospendere a tempo indeterminato dal movimento la consigliere comunale Cristina Grancio, rea di avere espresso più di una perplessità in commissione su alcuni aspetti del nuovo progetto dello stadio della Roma e soprattutto la fretta con cui i suoi dirigenti stanno portando avanti l’iter in Consiglio.
Il salto di qualità nel contrasto agli “ortodossi” grillini è avvenuto nel tardo pomeriggio di venerdì, quando il capogruppo Paolo Ferrara, che a caldo aveva usato toni concilianti con la sua consigliera (che non aveva preso parte al voto sul progetto), dopo avere esaminato la situazione e simulato tutti gli scenari possibili assieme ai più stretti collaboratori della sindaca, ha optato per la linea dura e ha messo alla porta la Grancio, che non a caso, nel comunicare il provvedimento ai militanti sui social, ha parlato apertamente di “malafede” da parte dei piani alti di Palazzo Senatorio.
Ma cosa c’è dietro alla severità di una punizione che appare non commisurata alla colpa di sottrarsi a un parere, peraltro non vincolante?
La preoccupazione della sindaca Virginia Raggi è evidentemente quella di attraversare questa fase cruciale per la credibilità della sua giunta e della sua leadership, messa a durissima prova dopo un anno di governo, evitando di arrivare all’obiettivo dell’approvazione della delibera in consiglio con danni collaterali potenzialmente letali per la compattezza della sua maggioranza.
Nella fattispecie, la sospensione della Grancio, alla vigilia del tour de force consiliare previsto tra lunedì e mercoledì, che dovrà avere come esito obbligato quello di dare l’ok alla nuova delibera di interesse pubblico, sembra voler dire qualcosa a quei consiglieri che finora, in ogni passaggio interno del movimento, hanno rivolto al progetto della stadio critiche eguali o addirittura maggiori di quelle espresse dalla Grancio.
Se in passato quest’ultima, coerentemente, si era astenuta nella consultazioni di gruppo, altri erano andati oltre, ad esempio Alessandra Agnello e Alisia Mariani, che rispondono direttamente ai militanti e agli elettori di Tor di Valle e sanno perfettamente che nel territorio interessato dal progetto l’orientamento dei residenti e in particolare quello dei residenti grillini è molto critico.
Venerdì il IX Municipio, chiamato ad esprimere un parere quale parte in causa, ha vissuto una giornata di paralisi e ha rinviato il voto a domenica, per mantenere lo spazio per una difficile mediazione interna, proprio mentre le conferme ufficiali sulla contrazione delle opere pubbliche e l’aumento della parte di queste a carico dei contribuenti non fanno altro che dare fiato al dissenso.
Allo stato, i proponenti non dovranno più sobbarcarsi l’onere di alcun ponte sul Tevere, mentre sono spuntati 45 milioni per il rafforzamento della linea Roma-Lido che graveranno sul bilancio del Comune.
La Agnello e la Mariani, a fine febbraio, avevano votato contro le ipotesi che circolavano sul nuovo progetto assieme a Maria Agnese Catini, mentre una posizione critica era stata espressa anche da Teresa Zotta e Gemma Guerrini, che però sembra essere “rientrata”.
Sono loro le “sorvegliate speciali” del Campidoglio, oggetto non dichiarato ma ben circostanziato del tentativo di serrare i ranghi messo in campo nelle ultime ore.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO A GENOVA VIENE MENO ALL’ACCORDO TRA L’EX CANDIDATA CINQUESTELLE E GRILLO DI EVITARE ACCUSE CAMPATE IN ARIA E SI BECCA LA SECONDA QUERELA DELLA SETTIMANA (DOPO QUELLA DI MARONI)
La candidata a sindaco di Genova Marika Cassimatis ha contattato l’avvocato Borre’ al fine di avviare la denuncia per diffamazione contro On. Luigi DiMaio per le parole espresse a Genova in intervista videoregistrata in data odierna.
L’avvocato Borre’ ha accettato l’incarico.
L’on. DiMaio ha usato parole in netto contrasto con quanto affermato da Grillo nel post del 30 aprile scorso, in cui dichiarava di non avere nulla contro la Cassimatis. La strumentalizzazione di un fatto giudiziario che ha visto la Cassimatis vincitrice, distorcendone il risultato a fini elettorali, e’ un fatto grave che rispecchia l’incapacita’ del M5s di gestire con onesta’ intellettuale il calo del consenso.
La Cassimatis si trova nuovamente costretta a percorrere vie legali per tutelare il sua rispettabilita’ e il suo buon nome.
A margine della chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco pentastellato Luca Pirondini, Luigi Di Maio ieri ai giornalisti che gli chiedevano se il M5s temesse ripercussioni elettorali per i casi Cassimatis e Putti, ha risposto così: “Non ho sentito di particolari feedback negativi. Vedremo che cosa decideranno i cittadini ma credo che apprezzino sempre quando una forza politica allontana chi se ne vuole approfittare, persone che entrano in quella forza politica, si fanno eleggere e poi passano al gruppo misto il giorno dopo. Questo lo evitiamo, siamo stati molto rigidi in questi anni e credo che siamo sempre premiati per questo”.
Il riferimento a Putti e Cassimatis è presente anche nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera sempre da Di Maio:
A Genova pesa la vicenda di Marika Cassimatis, esclusa dal Movimento dopo aver vinto le primarie?
«Non ho sentito di pesi e feedback negativi. Ed è bene che quando ci sono rischi di infiltrazioni si reagisca subito».
Ovviamente la Cassimatis non è “una infiltrata” (anzi, è una grillina della prima ora) e non è mai passata “al gruppo misto il giorno dopo” visto che non è mai stata eletta con il MoVimento 5 Stelle.
Putti, invece, ha lasciato il M5S alla fine della consiliatura a Genova e dopo aver contestato “la politica dei selfie”.
Di Maio ingenuamente continua una polemica che non giova al M5S e viene meno alla impostazione dello stesso Beppe Grillo che aveva riconosciuto la dirittura morale della Cassimatis. Pare che non abbia ancora capito che per fare il premier ci vuole anche una qualità : saper navigare alto.
E così batte il record di due querele in una settimana: non gli resta che rinunciare all’immunità parlamentare e risponderne in tribunale.
Vediamo se lo farà …
(da agenzie)
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