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GRILLO STRONCA LA RIVOLTA CINQUESTELLE: “UNICA LEGGE E’ IL MODELLO TEDESCO, LO HA VOTATO LA BASE”

Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile

CERTO, SOLO QUANDO LA BASE VOTA LA CASSIMATIS SI ANNULLA LA VOTAZIONE… GRILLO HA PAURA CHE GLI SALTI L’INCIUCIO CON LA LEGA E CAZZIA FICO E TAVERNA

Ci risiamo. Beppe Grillo torna a cazziare i suoi eletti perchè sono troppo indipendenti. Stavolta nel mirino c’è la legge elettorale e le critiche che sono arrivate nei confronti dell’accordo tra i tre maggiori partiti sul porcellum alla tedesca.
Sul suo blog Beppe scrive il solito post senza nominare nessuno ma colpendo chi ha osato dissentire.
Spiega infatti Beppe che il 95% degli iscritti ha detto sì al sistema elettorale proposto al voto su Rousseau la settimana scorsa; poco gli interessa segnalare che quel sistema nulla c’entra con quello elaborato dal M5S quando aveva fatto la sua proposta politica e nulla c’entra anche con il Legalicum che avevano approntato dopo la sentenza della Corte Costituzionale.
Il MoVimento 5 Stelle chiede di andare al voto dal 4 dicembre e sin da allora abbiamo proposto di approvare una legge elettorale costituzionale che permettesse di farlo. Prima era il Legalicum, ora è il modello tedesco, votato a stragrande maggioranza dai nostri iscritti con oltre il 95% delle preferenze. I portavoce del MoVimento 5 Stelle devono rispettare questo mandato perchè il testo depositato in commissione mercoledì sera corrisponde al sistema votato dai nostri iscritti: proporzionale con 5% di sbarramento e divisione tra seggi proporzionali e collegi uninominali con predominanza dei primi per assegnare i seggi.
Con chi ce l’ha Beppe?
Federico Capurso sulla Stampa ha segnalato la particolare ostilità  di Roberto Fico e Paola Taverna riguardo la questione del nuovo accordo sulla legge elettorale:
«L’accordo non è per nulla sancito, non è tutto fatto», avverte da Palermo Roberto Fico, leader M5S dell’ala ortodossa. E le truppe dei duri e puri rispondono alla chiamata. «Questa legge è quasi un mega-Porcellum. Io a quel tavolo non mi sarei nemmeno seduta», tuona la senatrice Paola Taverna nel corso di un’intervista radiofonica. E anche il «voto il prima possibile», mantra di Luigi Di Maio, viene messo in discussione: «Perchè così leviamo al Pd la patata bollente della legge di stabilità , di cui devono prendersi la responsabilità ».
Giova ricordare che già  in un’altra occasione Roberto Fico aveva osato dissentire sulla scrittura del programma del M5S, finendo poi massacrato sul blog di Grillo e perdendo poi la voce per qualche giorno dopo la cazziata.
Nell’occasione però Beppe affonda il coltello nella piaga del “lei non sa chi sono io” ricordando a ognuno (ma in particolar modo a chi dissente) che tutti sono utili ma nessuno è indispensabile:
Anche qui il Verbo, per essere pienamente compreso, va interpretato. Ci aiuta a farlo Emanuele Buzzi che sul Corriere della Sera proprio oggi raccontava di una riunione dei parlamentari sulla legge elettorale con tanto di sano terrore per il pericolo di mancata rielezione.
Anche nell’articolo del Corriere gli unici nominati sono Fico e Taverna:
Gli attacchi di Paola Taverna e Roberto Fico all’accordo sulla legge elettorale sono un segnale inequivocabile dell’ala ortodossa, che non apprezza l’intesa. Le esternazioni sono giunte dopo ore arroventate: mercoledì sera si è svolta una riunione congiunta di deputati e senatori in cui sono state spiegate le regole del modello tedesco e i meccanismi per l’elezione. E proprio su questo punto si sarebbe aperta una spaccatura
Molti parlamentari avrebbero compreso i rischi di non essere rieletti derivanti dalla combinazione tra il « tedesco» e le strette regole del Movimento, che fino a oggi prevedono gli over 40 al Senato, vietano le candidature multiple e legano la corsa all’area di residenza. Alcuni big temono la sconfitta nell’uninominale e una cattiva collocazione nella lista del proporzionale, le seconde linee, invece, si sentono spiazzati. Da qui un giro vorticoso di telefonate, chat roventi nei gruppi.
Insomma, anche i grillini si sono accorti che il combinato disposto della nuova legge elettorale, che prevede il paracadute per chi se la rischia nel collegio uninominale, e il divieto delle candidature multiple in vigore nel MoVimento 5 Stelle rischia di lasciare i candidati del collegio uninominale fuori dal parlamento.
Ma Beppe è stato chiaro: “Non ci interessa garantire la rielezione di questo o quell’altro portavoce”. Figuriamoci dei non allineati.
Chi ha orecchie per intendere, intenda.”.

(da “NextQuotidiano”)

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IL CODICE ETICO DEI GRILLINI: NOI INNOCENTI, TUTTI GLI ALTRI COLPEVOLI

Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile

IL SENSO DELLA GIUSTIZIA PER IL M5S: ALFANO E COTA DOVEVANO DIMETTERSI, LA RAGGI, SE RINVIATA A GIUDIZIO, NO

Che un “codice etico” di parte venga utilizzato per valutare la idoneità  a ricoprire cariche pubbliche è cosa risibile o, peggio preoccupante.
Che il codice etico venga modificato “ad usum delphini” quando a cadere nell’occhio delle procure è un proprio un accolito sarebbe ancor più risibile se non fosse un preoccupante segnale di quella che sembra essere l’idea di diritto elastico che i M5S tenterebbero di utilizzare qualora capitasse che arrivino a governare.
Che poi il codice etico porti a conclusioni diverse in presenza di stessi ipotetici reati va oltre il ragionevole e indica un atteggiamento arrogante che potrebbe essere espresso, senza tante manfrine attraverso un pensiero simile: “Insomma, chi si dovrebbe dimettere lo decidiamo noi, a nostra discrezione e non ci rompete troppo le scatole”.
Non è affatto detto che Virginia Raggi, indagata per abuso d’ufficio e falso venga mai rinviata a giudizio.
Per sgombrare il campo da ogni dubbio, la mia idea di diritto è che un rinvio a giudizio non debba essere mai considerato sintomo di colpevolezza, ma che si debba attendere la fine del processo giudiziario prima di trarre qualsiasi conclusione sulla cristallinità  dei coinvolti.
Purtroppo i casi di proscioglimenti “per non avere commesso il fatto” o, addirittura “perchè il fatto non sussiste” dovrebbero avere insegnato come capiti con una certa frequenza che nelle maglie della giustizia cadano anche persone innocenti.
Pertanto, dal punto di vista del diritto non mi turba affatto che il M5S si prepari a sostenere la correttezza del permanere in carica di Virginia Raggi anche se fosse rinviata a giudizio.
Dal punto di vista politico, invece, trovo estremamente contraddittorio che una parte del Movimento abbia chiesto con sdegno virginale le dimissioni di un ministro (Angelino Alfano) indagato per abuso di ufficio e ritenga eventualmente ininfluente, per la permanenza in carica di un proprio rappresentante, lo stesso status di “indagata” sempre per abuso d’ufficio (con eventualmente l’aggiunta del carico del falso). Insomma, altro che due pesi e due misure
Non si capisce come il M5S possa avere chiesto, per esempio, le immediate dimissioni dell’ex governatore leghista del Piemonte Roberto Cota quando era indagato per peculato — poi assolto — reato che prevede pene da 6 mesi a 3 anni — mentre si preparava a sostenere la correttezza delle non dimissioni della Raggi ove fosse rinviata a giudizio per falso in atto pubblico, reato che prevede pene da 1 a 6 anni perchè, evidentemente, più grave.
Il dubbio, a questo punto fondato è che alla base dell’indignazione a senso unico non ci siano un reale senso di giustizia, un sussulto di moralità , il desiderio di purezza, ma il meno nobile intento di affabulare i propri elettori.
Così risulta strumentalmente utile allontanarsi dalle evidenze e dalla valutazione dei reati eventualmente commessi, per portarsi nell’area totalmente grigia che è quel “codice etico” che il M5S si è inventato surrogando leggi, codice penale e ordinamento giudiziario e che può essere utilizzato ad personam come conviene. Tanto il codice etico mica deve passare al vaglio dei tribunali.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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RISCHIA DI SALTARE L’ACCORDO SUL TEDESCO: SCOPPIA LA FAIDA INTERNA AL M5S, ORTODOSSI CONTRO DI MAIO, RENZI CERCA DI MEDIARE

Giugno 1st, 2017 Riccardo Fucile

MONTA LA RIVOLTA: DA UNA PARTE DI MAIO E TONINELLI, DALL’ALTRA FICO E TAVERNA: “DOVE SONO FINITE LE PREFERENZE, VOGLIONO UN MOVIMENTO DI NOMINATI PER FARCI FUORI”

A metà  pomeriggio Matteo Renzi è al Nazareno, alla prima riunione della nuova segreteria. “Senza i Cinque stelle — è il senso del ragionamento – salta tutto. Non possiamo andare avanti col tedesco solo con Forza Italia. Stiamo a vedere, di qui a lunedì si capirà  in commissione”.
Qualcosa già  si capisce. Dalla Camera, Ettore Rosato aggiorna in tempo reale: “Lì dentro c’è casino, sono divisi.
Da un lato c’è Di Maio, dialogante, insieme a Toninelli, dall’altro c’è Fico. Vediamo se reggono”. Il segretario invita ad “essere flessibili”, aiutando l’ala dialogante del Movimento. Altrimenti, addio voto.
Il “casino” nei Cinque stelle, in verità , è infernale. Monta col passare delle ore, sin dalla riunione di ieri sera alla Camera, con l’aria condizionata che sembrava un frigorifero. E le urla, degli ortodossi: “Dove sono finite le preferenze? Qua c’è la logica del Porcellum”. È un “mega-Porcellum”, dice la pasionaria Paola Taverna. Parte dagli ortodossi, con una fila di parlamentari che si rivolge a Roberto Fico (leggi qui dichiarazioni di Fico), che arroventa la chat interna.
Un parlamentare la mostra all’HuffPost. Leggendola si capisce che “non reggono”. Uno sfogatoio: “Che facciamo, rinneghiamo le nostre battaglie?”, “occhio che con i collegi uninominali e il listino corto molti di noi rischiano di rimanere fuori”.
C’è di tutto in questo “inferno”.
Principi, calcoli, convenienze, la faida interna perchè, se saltasse tutto, sarebbe una botta seria per Di Maio.
È il vicepresidente della Camera che, ospite di In Mezz’ora, aprì al modello tedesco in nome dell’urgenza della legge elettorale, sottolineata da Mattarella. Posizione che, senza alcun testo, è stata benedetta da un mini plebiscito sul blog di Grillo.
Al momento, la linea è: “Se la legge resta così come è, non la votiamo”, dicono un po’ tutti, ortodossi e dialoganti, perchè la logica del Porcellum sarebbe una tomba.
Al Pd fanno trapelare “stupore”, ma la verità  è che la vedono nera, nerissima. Il grande patto “teutonico”, ora che si è passati dalle parole ai testi scritti, vacilla.
E vacilla proprio sul punto cruciale che cementa il patto con Berlusconi, la logica dei capolista bloccati (leggi qui il Porcellinum).
Toninelli propone un emendamento per il cosiddetto voto disgiunto, che renderebbe il sistema più simile alla Germania . Parlando con i giornalisti al Quirinale, Renzi si mostra disponibile senza entrare troppo nel merito: “Siamo flessibili, vediamo… anche sul voto disgiunto… Però parlatene bene con Rosato. Se ne occupa lui” dice il segretario del Pd.
Calma, calma e gesso. Ci sono due punti fermi, al Nazareno, in questa complessa trattativa. Primo: provarci, fino in fondo, perchè sennò si chiude la finestra elettorale. Secondo: se salta l’accordo coi Cinque Stelle, salta il tedesco.
Perchè andare al Senato solo puntando sull’asse con Forza Italia significa predisporsi al più classico dei Vietnam. Il pallottoliere suggerisce di evitare: senza Cinque Stelle, centristi di Alfano e a quel punto anche Mdp è difficile che qualcosa possa passare: “Al Senato — ragionano in segreteria — ci cappottiamo”. E poi sarebbe devastante, a livello di immagine, tentare una forzatura con Forza Italia e basta.
In serata, Ettore Rosato fa sapere in via riservata a tutti gli ambasciatori che “se salta tutto si riparte dal Rosatellum”, vero strumento di minaccia agli occhi dei Cinque Stelle. Con quanta convinzione, non è dato sapere.
Ma assieme a questa legge elettorale che ha numeri al Senato ancora più scarsi, torna lo schema dell’Incidente, come unica via per andare al voto e interrompere questa legislatura.

(da “Huffingtonpost“)

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LA RIUNIONE DI FUOCO DEI CINQUESTELLE: “NEI COLLEGI UNINOMINALI MOLTI DI NOI SARANNO FATTI FUORI. DOVE SONO FINITE LE NOSTRE BATTAGLIE SULLE PREFERENZE?”

Giugno 1st, 2017 Riccardo Fucile

TRA I PARLAMENTARI NON ALLINEATI SCOPPIA LA RIVOLTA CONTRO DI MAIO

Ieri sera faceva più caldo nella stanza della riunione, nonostante l’aria condizionata, che all’esterno di questa assemblea pentastellata particolarmente combattuta: “Dove sono finite le preferenze?”, urlano gli ortodossi.
Un senatore, per scherzo ma neanche troppo, fa questa battuta: “M5S si sta dividendo in due. Tre stelle da una parte e due dall’altra”.
Ovvero c’è una grande fetta di parlamentari a cui non piace la nuova legge elettorale nè l’accordone con i nemici storici Pd e Forza Italia.
In pratica hanno capito che la legge proposta dal Pd rinnega molte battaglie grilline e come se non bastasse con i collegi uninominali molti parlamentari, anche di primo piano, rischiano di rimanere fuori. Rabbia e sconcerto, grida fino a tardi e poi una cena tra i capigruppo e i big pentastellati durante la quale si è continuato a discutere animatamente.
Così il giorno dopo il capogruppo alla Camera Roberto Fico non dà  l’intesa per scontata. Anzi dice “l’accordo non è affatto sancito. In queste ore si lavora ancora in commissione perchè l’emendamento Fiano (dal nome dell’esponente Pd che lo ha presentato ndr) crea delle nuove problematiche”.
Luigi Di Maio invece, intercettato alle tre del pomeriggio in Transatlantico dopo aver a lungo chiacchierato con Alfonso Bonafede proprio di legge elettorale, dice di non voler “lanciare un ultimatum al Pd, non c’è una rottura, in commissione troveremo insieme la soluzione e commenteremo il testo che arriverà  in Aula”.
Ma i gruppi parlamentari sono in subbuglio e difficili da tenere insieme.
L’accordo è in bilico perchè sul piatto della bilancia c’è una base che potrebbe ribellarsi e una parte dei deputati e senatori che non esita a venir fuori allo scoperto: la paura è che i capolista bloccati, i listini corti e i collegi taglino fuori buona parte di loro.
E infatti, a un certo punto della riunione congiunta dei deputati e dei senatori, uno di loro sbotta: “Scusate, quindi votiamo una legge elettorale che garantisce i nominati?”. Ecco il nodo della questione.
“Vi ricordo che abbiamo fatto fatto un V-day contro i condannati in Parlamento, per il limite dei mandati e per le preferenze. E adesso?”, dice un altro. La chat dei parlamentari il giorno dopo è rovente: “Ieri sera sono venute fuori diverse riserve”, scrive un senatore. “Forse era meglio votare in assemblea prima di chiedere il parare della rete”, si legge ancora.
Paola Taverna, la senatrice pasionaria, in mattina lo dice ai microfoni di Radio Cusano: “Questa legge è quasi un mega porcellum, noi faremo degli emendamenti, io personalmente non mi sarei messa nemmeno lì seduta”.
E quando dice “lì seduta” intende il faccia a faccia che i 5Stelle hanno avuto con il Pd, nonostante fino a due giorni prima Danilo Toninelli lo aveva escluso categoricamente. “Abbiamo chiesto il sistema tedesco perchè ci permetteva di andare a votare con un filo di dignità , ora lo stanno ristravolgendo. L
a situazione — spiega Taverna – è molto confusa e ancora non sappiamo come stanno disegnando i collegi”. E un deputato spiega tecnicamente: “I collegi uninominali in alcune aree sono un rischio. Ci sono zone d’Italia con troppi parlamentari di peso in lizza, che potrebbero essere sconfitti nell’uninominale e ritrovarsi fuori dai giochi se collocati in una posizione non di primo piano”.
Danilo Toninelli, provando a placare gli animi, fa sapere che si sta lavorando per presentare alcuni emendamenti che riportino la legge a un sistema tedesco puro. Ciò significa, per esempio, la proposta del voto disgiunto, che — come succede in Germania — permette di scegliere un candidato uninominale e non necessariamente votare il partito che lo presenta.
“In questo modo almeno diamo una parvenza di preferenze”, dice qualcuno. Ma non tutti sono d’accordo. C’è poi il grande dilemma dei capolista bloccati. È anche qui che il partito si spacca.
C’è l’ala legata a Luigi Di Maio che si sente garantita, cioè immagina già  di avere il posto nel listino e c’è poi l’ala ortodossa che invece teme di essere tagliata fuori, soprattutto se i listini sono corti.
Sui capolista bloccati i 5Stelle possono fare ben poco, piuttosto chiederanno una modifica per avere il listino più lungo e far entrare più parlamentari. “Se i problemi saranno risolti, bene — dice ancora Fico – diversamente continueremo a riunire il gruppo parlamentare per valutare il da farsi, ma non c’è niente di scontato”.
C’è sconcerto nei gruppi parlamentari, solo ieri sera è stato spiegato loro nel dettaglio in cosa consiste la proposta di legge elettorale su cui i 5Stelle si sono detti, almeno fino a ieri mattina, quasi del tutto d’accordo.
Adesso in chat prevalgono rabbia e stupore.

(da “Huffingtonpost”)

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TUTTI I GUAI DEL PRIMO ANNO DA SINDACO DI TORINO

Giugno 1st, 2017 Riccardo Fucile

GIUNTA APPENDINO: TAGLI CHE COLPISCONO LE PERIFERIE, CONCESSIONI EDILIZIE CONTESTATE DALLA BASE DEL MOVIMENTO, PROBLEMI AL BILANCIO

«Vede questa riga del bilancio? Sono le risorse che possiamo spendere per le attività  educative estive, come i laboratori nelle scuole per i ragazzi che restano in città . Vede la cifra? Con i tagli dello scorso luglio era stata portata a 5.404 euro, adesso è scesa a 1.303 euro. Secondo lei, che cosa possiamo farci con 1.303 euro?».
A Torino la sede della Circoscrizione 5 occupa una vecchia conceria costruita a fine Ottocento in via Stradella, un mirabile edificio in mattoni rossi coronato da una torre con l’orologio, che segnava la voglia di affermazione sociale dei primi proprietari, la famiglia Durio.
Nei grandi uffici, incupiti dalla boiserie d’un tempo, il presidente Marco Novello sfoglia l’elenco con i tagli decisi per il 2017 dalla sindaca Chiara Appendino. La cultura? Da 24.400 a 4.633 euro. Le iniziative sportive? Da 19.950 a 4.857 euro.*
«Nella narrazione della nuova amministrazione, questi contributi sono stati tagliati con la scusa che finivano in marchette agli amici. Non era vero, e non poteva esserlo, perchè tutto viene finanziato attraverso bandi pubblici.
E in quartieri tormentati come questi, con tanti anziani, anche solo proiettare un film in piazza o aiutare le persone disabili a fare sport può essere d’aiuto», racconta Novello, una lunga esperienza nel Pci, i corsi di amministrazione alle Frattocchie, il viaggio nella sinistra fino alla simpatia per il movimento di Giuliano Pisapia. Chiede Novello: «Ma lo sa perchè l’erba nelle aiuole non viene tagliata?».
Per comprendere la risposta a una domanda in apparenza semplice serve capire che cos’è successo in questo primo anno di guida della città  da parte del Movimento 5 Stelle.
Un anno fa, alle elezioni comunali, i 125 mila abitanti dei quartieri raccolti nella Circoscrizione 5 – Madonna di Campagna, Vallette, Borgo Vittoria e altri ancora – erano stati decisivi per il successo di Appendino.
Qui, al ballottaggio, la giovane sindaca aveva quasi doppiato Piero Fassino, ottenendo un vantaggio che il voto del centro non era riuscito a erodere e le aveva permesso di mettere fine a 23 anni di egemonia del centro-sinistra.
Da candidata, Appendino aveva battuto a tappeto questi quartieri e, anche dopo le elezioni, non ha smesso di incontrare i residenti, per ascoltare le necessità  di periferie dove la disoccupazione morde, gli spazi pubblici sono spesso abbandonati, l’immigrazione crea disagi e necessità .
Nelle urne gli slogan sulla Torino delle code davanti alle mense dei poveri, contrapposta alla scintillante città  del turismo, avevano fatto presa, ribaltando un pronostico che dava Fassino favorito.
Eppure, a distanza di un anno, se si interrogano i torinesi sui motivi del successo di Appendino – è il sindaco più amato d’Italia, secondo il “Sole 24 Ore” – le sorprese non mancano. E disorientano parecchio, se si ripensa al voto di un anno fa, con Appendino vincente nelle periferie impoverite e Fassino arroccato nei quartieri tirati a lucido del centro.
Una risposta che si ascolta spesso sul perchè la sindaca sta facendo bene, infatti, è legata alla sua capacità  di evitare contrapposizioni fratricide e di collaborare con i nemici di un tempo, come il padre-padrone del Pd torinese, Sergio Chiamparino, o come Francesco Profumo, ex rettore del Politecnico, ex ministro del governo di Mario Monti, oggi presidente della Compagnia di San Paolo, la ricca fondazione che custodisce la quota più cospicua (il 9,8 per cento) nel capitale della maggiore banca italiana, Intesa Sanpaolo.
Agli occhi di molti osservatori, è stato proprio questo atteggiamento concreto, non ideologico, a permetterle di portare a casa risultati come il boom del Salone del Libro, sopravvissuto alla fuga a Milano dei grandi editori e rilanciato affidandone la guida a un altro ex ministro, il dalemiano Massimo Bray.
Lo stesso pragmatismo che le ha permesso di bussare alla porta delle due istituzioni che con i loro quattrini reggono la struttura culturale e sociale della città , la Compagnia di San Paolo e la Crt, l’altra fondazione bancaria torinese, socia di Unicredit, per chiedere sostegno a iniziative di varia natura.
Il saper rompere le righe rispetto ai diktat del suo partito, rappresentare gli umori più sociali del movimento, contrapposti al populismo di altri esponenti, l’intelligenza e il sapersi rivolgere con il sorriso ai cittadini le vengono riconosciuti in modo unanime.
Eppure, basta guardare oltre i bagliori del Salone per comprendere come il successo personale della sindaca sia offuscato da infiniti problemi, grandi e piccoli.
I piani di analisi sono almeno due.
Il primo riguarda le aspettative che ne avevano accompagnato l’elezione, il secondo i conti del Comune, che in queste settimane appaiono più traballanti che mai e che la giunta ha affrontato travolgendo i princìpi con cui aveva vinto le elezioni. Partiamo dal primo.
Una possibile lettura dei fatti, poco politica, riguarda l’ansia della città  nei confronti del futuro. Sotto la guida degli ultimi sindaci, un’idea Torino l’aveva seguita, ed era creare nuove opportunità  con il turismo, l’università  e i centri di trasferimento tecnologico nati attorno al Politecnico.
La strategia ha funzionato solo a metà , come certifica la drammatica disoccupazione giovanile, ma il punto è che la città  si era abituata ad avere un piano d’azione, mentre la sindaca non è sembrata finora proporne uno nuovo.
Un piccolo esempio lo fa Marco Razzetti, presidente dell’Aniem Piemonte, associazione che raccoglie 80 aziende di costruzioni.
A settembre era andato dall’assessore all’urbanistica Guido Montanari per presentare un’iniziativa chiamata Toc Toc. Racconta Razzetti: «Oggi c’è un elevato numero di persone che faticano a pagarsi un affitto ma che, con un piccolo sostegno, conservano tutte le possibilità  di tornare pienamente nel ciclo lavorativo. Penso ai padri divorziati che ci hanno raccontato le cronache. Abbiamo deciso di lanciare un concorso per la ristrutturazione di un edificio in stato di degrado da destinare a abitazioni agevolate per queste persone, facendo un piano di fattibilità  che prevede il contributo di team multidisciplinari. Credendo nei vantaggi del partenariato pubblico-privato, chiedevamo al Comune di contribuire con un immobile in disuso da anni, di circa 1.500 metri quadri: non per averlo definitivamente, sia chiaro, ma per sottoporlo come caso concreto ai progettisti. Non abbiamo avuto risposta e, alla fine, abbiamo deciso di procedere interamente con fondi privati».
Su scala più ampia, qualche segnale sul fatto che Appendino fatichi a darsi obbiettivi di respiro più ampio arriva anche dall’associazione degli industriali di Torino, che per l’8 giugno ha convocato un forum per sottoporre alla sindaca riflessioni e proposte.
Il presidente Dario Gallina, imprenditore plastico, dosa le parole: «Ci interessa poco la nostalgia del passato, vogliamo guardare avanti con proposte concrete, senza fermarci all’ovvia constatazione che i soldi non ci sono. Perchè anche un tempo chiudere i bilanci non era facile e perchè se il Comune non ha risorse, possiamo cercare di mobilitare i privati, dandoci una strategia di più lungo periodo».
Quella strategia oggi manca? Gallina taglia corto: «Vogliamo riprendere il percorso definito dai piani strategici».
Per comprendere, però, come la cogestione di Appendino con gli altri poteri cittadini non vada giù alla base basta leggere i messaggi su Facebook di Vittorio Bertola, il consigliere grillino che era con lei in Comune ai tempi puri dell’opposizione, poi scaricato.
«A me la strategia politica del sindaco sembra evidente: posizionarsi in quell’area moderata di piccolo progressismo borghese, condito da omaggi ai salotti eleganti e buone relazioni con i poteri economici cittadini, in cui negli ultimi vent’anni è stato il Pd; un’area che da sempre ha in mano la città  e che può permettere al M5S e ai suoi eredi di rimanere in sella per i prossimi vent’anni», ha scritto Bertola a maggio.
La questione dei princìpi, in politica, non è di poco conto. E qui le ombre si infittiscono. Gabriele Ferraris, un giornalista che tiene un seguitissimo blog culturale, ha raccontato passo dopo passo le contorsioni della giunta sul tema della trasparenza sulle nomine.
Arrivati al potere per sciogliere il coagulo di interessi che accusavano il Pd di alimentare, i Cinque Stelle avevano sventolato la bandiera dei bandi aperti e dei curriculum inviati per mail. Promesse spesso tradite, con nomine fatte quando il curriculum del nominato era arrivato fuori tempo massimo, bandi mai lanciati e altri disattesi.
In uno dei casi più importanti, quello per il nuovo direttore del Museo del Cinema, una procedura pubblica aveva portato all’individuazione di un candidato – Alessandro Bianchi – che la giunta ha ritenuto troppo vicino al Pd. Così lo scorso gennaio, mesi dopo l’inizio della procedura, l’assessore Francesca Leon si è presentata in consiglio per rimangiarsi il risultato, dicendo che lo statuto del Museo andava ripensato. E senza spiegare perchè, allora, la gara era stata fatta.
Ma c’è di più, e qui si arriva al bilancio del Comune e al motivo per cui l’erba non viene tagliata.
Durante la campagna elettorale, il Movimento aveva compattato il voto dei commercianti cavalcando la protesta contro i supermercati che fanno chiudere i piccoli negozi. Eppure nel primo bilancio previsionale firmato da lei, quello per il 2017, sono previste entrate da oneri per urbanizzazione per 44 milioni di euro. «Una colata di cemento», l’ha definita La Stampa. Una larga fetta di questi oneri è legata a centri commerciali e supermercati.
L’elenco dettagliato ne prevede nove e due delle aree più grandi, in corso Bramante e verso il confine con Grugliasco, vedranno nascere due enormi centri – il primo realizzato da Esselunga, il secondo da Dimar – realizzati “in deroga”, e cioè senza una variante al piano regolatore e senza la cosiddetta “Valutazione ambientale strategica”. Perchè la deroga? L’Espresso lo ha chiesto al sindaco, senza ottenere risposta.
Certamente Appendino ha ereditato un bilancio non facile, come ammettono tutti, a causa dei debiti fatti in passato per gli investimenti che hanno cambiato il volto della città . Sta procedendo a una riorganizzazione, che non si sa quali risultati darà . Ma alcune scelte sorprendono.
Una parte consistente di questi oneri di urbanizzazione, 36,6 milioni, nel bilancio è previsto che copra spese correnti, di natura ordinaria: «Il fatto è che queste entrate non sono per nulla certe. Il giorno in cui è stato votato il bilancio, il 3 maggio, ne erano stati versati per 3,4 milioni.
Facendo un parallelo con gli anni passati, temo che nell’intero anno non supereremo i 20-25 milioni», dice Stefano Lo Russo, capogruppo del Pd ed ex assessore all’urbanistica.
Le voci correnti che dovranno essere finanziate da queste entrate straordinarie sono varie, dal contratto di servizio con l’azienda elettrica alla manutenzione ordinaria di molti edifici, impianti sportivi, scuole.
Ecco il motivo per cui nelle aree verdi di competenza delle circoscrizioni, i giardinetti più piccoli e le aiuole, l’erba non viene tagliata. Risponde alla sua domanda iniziale Marco Novello, il presidente della Circoscrizione 5: «I lavori sono già  assegnati ma per iniziare serve la “determina di impegno di spesa”. Che senza copertura, non si può firmare».
Se il bilancio 2017 appare traballante, e le periferie rischiano di scontare il prezzo più pesante in termini di decoro e servizi, non è comunque detto che sia questo il guaio maggiore relativo ai quattrini legati alle aree vendute.
L’autunno scorso, infatti, era emerso un caso spinoso, che ha portato addirittura a un esposto in Procura. Appendino aveva messo nel bilancio di assestamento del 2016 un’entrata di 19,7 milioni legata alla cessione a un nuovo compratore di un’area dove sorgeva la vecchia fabbrica Westinghouse, senza dire che 5 milioni – in realtà  – dovevano essere risarciti a un primo compratore, che li aveva versati come caparra, per poi ritirarsi.
Quel debito di 5 milioni, dunque, doveva essere iscritto a bilancio, cosa che non è avvenuta e ha spinto i revisori a sollevare una riserva.
Quando gli uffici finanziari del Comune fecero emergere la questione, si tentò di mettere una toppa: alla sindaca venne recapitata una lettera da parte del creditore dei 5 milioni, la società  di gestione immobiliare Ream, controllata dalle fondazioni bancarie. La firmava il presidente di Ream, Giovanni Quaglia, che dava rassicurazioni sulla possibilità  di una dilazione del versamento al 2017.
Anche nel bilancio previsionale di quest’anno, però, di questo vecchio debito non c’è traccia: una successiva lettera di Quaglia, recapitata il 21 aprile, rassicurava la sindaca di aver accettato un ulteriore rinvio del pagamento, al 2018.
Due osservazioni: la dirigente del Comune che sollevò la questione dei debiti fuori bilancio è stata destinata ad altro ufficio.
Perchè? Anche a questa domanda dell’Espresso non è stato risposto.
Intanto il primo febbraio scorso Quaglia è stato nominato all’unanimità  presidente della Fondazione Crt, da un consiglio in cui siedono anche i rappresentanti del Comune.
Quaglia è un politico di lungo corso, già  consigliere di amministrazione di Unicredit e di una società  del gruppo autostradale della famiglia Gavio, vicino al regista storico della Fondazione, Fabrizio Palenzona.
Chi segue i fatti da vicino, sostiene che la nomina non sia stata pilotata da Appendino. La sindaca, però, su un incarico così “old style”, non ha avuto nulla da dire. Molto politico. Poco Cinque Stelle.

(da “L’Espresso“)

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DAVIDE SERRA PUBBLICA DUE FOTO DI GRILLO: “ECCO IL TAXI DEL MARE M5S IN PARCO PROTETTO IN SARDEGNA E VIETATO AI NATANTI MA NON AI FRANCESCANI”

Maggio 31st, 2017 Riccardo Fucile

SI TRATTA DELL’ISOLA DI MORTORIO E LA BARCA BATTE BANDIERA DELLE COLONIE BRITANNICHE… LA ZONA E’ INTERDETTA

Davide Serra su Twitter ha pubblicato oggi due fotografie in cui si vede Beppe Grillo su una barca in compagnia della moglie ParvinTadjk e di un uomo che guida l’imbarcazione.
La bandiera che batte l’imbarcazione è la Red Ensign civile (colonie britanniche)   e Serra fa ironia sui “taxi del Mediterraneo” di cui parlò Luigi Di Maio a proposito delle barche che soccorrono i profughi.
Serra scrive anche che Grillo si trova sull’Isola di Mortorio, che è «un’area a massima tutela ambientale, per quanto riguarda sia la zona terrestre (classificata come TA) che lo specchio acqueo che circonda l’isola; per tale ragione l’accesso ai mezzi nautici e lo sbarco delle persone dell’isola è totalmente interdetto e soggetto a controlli e sanzioni amministrative da parte del Corpo Forestale e di vigilanza ambientale regionale».
L’assessorato al turismo della Regione Sardegna conferma che mell’intera zona dell’Isola di Mortorio è tutto interdetto.
Nel luglio dell’anno scorso Grillo venne avvistato in zona: «Ha una casa al Pevero, non la chiama villa, e nella spiaggia del Pevero va a fare il bagno” dicevano gli abitanti della zona.
Serra ne approfitta per fare ironia sul francescanesimo di Beppe, che, a giudicare dallo scatto, non sembra applicarsi al momento delle sudate vacanze.
Nè Grillo sembra essere molto superstizioso, visto che in quella zona nel 1997 fece naufragio con il suo yacht “Giò II”, dopo aver urtato uno scoglio, e fu salvato da una barca di passaggio.

(da “NextQuotidiano”)

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L’AUTO DELLA APPENDINO PARCHEGGIATA NELL’ISOLA PEDONALE DI VIA ROMA

Maggio 31st, 2017 Riccardo Fucile

LO STAFF SI GIUSTIFICA: “AVEVA UN APPUNTAMENTO IN ZONA”… E’ POLEMICA SUI SOCIAL

Auto della sindaca Appendino in divieto di sosta?
Sicuramente parcheggiata dove i cittadini qualunque non possono mettere l’auto, ovvero l’isola pedonale di via Roma, davanti a un noto negozio di ottica.
E i commenti su Facebook si scatenano tra chi si stupisce, chi puntualizza, chi giustifica e chi s’indigna.
Le foto sono postate da Mirko Bretto, un utente della pagina Facebook “Torino Sostenibile”, e raffigurano la Nissan elettrica donata dall’azienda automobilistica nipponica al Comune di Torino.
Macchina che viene utilizzata spesso dalla sindaca nei suoi giri in città . Questa mattina l’auto è stata avvistata in via Roma all’altezza del negozio Salmoiraghi Viganò, quasi all’angolo con via Cesare Battisti: piena area pedonale, e ne è scesa proprio la sindaca.
La cosa fa comunque un certo effetto considerato l’impegno di Appendino nella campagna lanciata pochi mesi fa, anche a suon di multe, contro la “malasosta” in città . Dal Comune si limitano a sottolineare che la sindaca è “sottoposta a tutela” e che aveva “un appuntamento nella zona” (la tutela non c’entra un bel nulla comunque)
Il commento dell’utente è ironico: “Dai vita a buoni esempi, sarai esentato dallo scrivere delle buone regole, diceva Pitagora. Questa mattina, 8.30 via Roma, indovinate chi è uscita dalla macchina, lasciandola parcheggiata lì”.
Seguono commenti di tutti i tipi. C’è anche chi suggerisce che la vettura poteva stare lì perchè ha la paletta della polizia municipale, quindi è come un’auto dei vigili a tutti gli effetti.
Altri sostengono che comunque le auto del Comune possono entrare, cosa non del tutto vera: dipende da quale funzioni si devono svolgere.
D’altronde nemmeno i taxi, che sono pari al servizio pubblico, possono entrare in quel tratto di via Roma, dove invece, solo alla mattina, possono entrare i furgoni delle consegne.
Divieto assoluto, comunque, ai privati cittadini.

(da “La Repubblica”)

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DI MAIO CONTINUA IL TOUR DEI POTERI FORTI E DEI LOBBISTI

Maggio 30th, 2017 Riccardo Fucile

OGGI IN VATICANO CON OPEL, ENEL E QUESTUANTI VARI… ORMAI IL GIOCO SI FA SCOPERTO

Può capitare, a un convegno, di dover stare al gioco e di assecondare le richieste di un relatore eccentrico, ma se questo aggiunge un tassello all’incessante opera in corso di accreditamento quale forza di governo presso cosiddetti “poteri forti” o comunque imprescindibili per aver il nulla osta a prendere il timone del paese, il gioco vale la candela.
Il gioco di oggi, dopo la visita al Centro Studi Americani che lo ha visto fianco a fianco al ministro Boschi, per Luigi Di Maio e compagni, è stata una specie di “ola” chiesta ai presenti dal direttore innovazione e sostenibilità  dell’Enel, Ernesto Ciorra, perchè a suo avviso si tratta di un esercizio utile ad aumentare la concentrazione e favorire l’ascolto.
Richiesta esaudita con qualche titubanza iniziale dalla pattuglia pentastellata presente in sala che, a parte questo, comincia a sentirsi sempre più a proprio agio in contesti fino a qualche tempo fa rigorosamente considerati off-limits.
E oggi, in ballo, di questi centri di potere ce n’era più di uno, ognuno dei quali indispensabile a quella legittimazione inseguita ormai con grande impegno.
La cornice, anzitutto: il Vaticano, o meglio uno dei numerosi istituti universitari dello Stato della Chiesa (l’Augustinianum), padrone di casa di una giornata di studio sul tema dell’energia sostenibile il cui riferimento francescano nel titolo all’enciclica “laudato si'” suonava quasi come un invito a nozze, a dieci giorni dalla marcia grillina Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza.
Un invito a cui Di Maio ha risposto con grande solerzia, offrendo per buona parte del convegno assieme al collega Riccardo Fraccaro una presenza che è apparsa un qualcosa in più rispetto a quella istituzionale rappresentata dalla sindaca Raggi, già  abbondantemente alle prese con la prova del governo.
Di Maio, giunto con largo anticipo, dopo aver ribadito ai cronisti presenti di essere “disponibile” a presentarsi come candidato premier del suo movimento e di pensare a una “grande rivoluzione energetica per l’Italia”, è stato accolto calorosamente da Monsignor Vincenzo Paglia, plenipotenziario di Bergoglio su temi quali bioetica e politiche familiari, col quale si è intrattenuto per qualche minuto in una sala vietata alla stampa, mentre giungevano anche gli altri relatori più importanti.
Un dialogo che si infittisce, e che fa da ideale corollario alla famosa intervista di Grillo all’Avvenire, sullo sfondo dell’iter parlamentare di leggi come il testamento biologico, per le quali è fondamentale sopratutto per la Chiesa attivare un canale di comunicazione coi grillini.
Ma nella saletta non c’erano solo prelati: anzi, a farla da padrone erano lo staff del presidente del Cda Opel Karl-Thomas Neumann, che rappresenta un alto mondo per ora largamente inesplorato (quello dei grandi gruppi industriali internazionali) e gli uomini dell’Enel, ideatori del convegno.
Con loro, il rapporto di Di Maio e di altri parlamentari grillini è già  abbastanza consolidato, e lo testimonia la visita fatta qualche tempo fa a Copenaghen da una delegazione di M5S per visitare una centrale rinnovabile gestita dall’Enel e l’appoggio dato allo sviluppo della tecnologia V2G per i veicoli elettrici (guarda caso montati su auto Opel).
Nella zona mista, contemporaneamente, un fitto scambio di biglietti da visita tra gli staff grillini (erano presenti anche i nuovi manager di Acea targati Casaleggio Stefano Donnarumma e Luca Lanzalone) e quelli degli altri soggetti presenti, tra i quali abbondavano quei lobbisti che per mesi lo stesso Di Maio ha additato come manovratori occulti di tutte le altre forze politiche e che ora non di rado lo chiamano per nome.

(da “Huffingtonpost”)

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RAGGI: “DIMISSIONI SE RINVIATA A GIUDIZIO? DIREI DI NO…”

Maggio 30th, 2017 Riccardo Fucile

CERTO, SI DEVONO DIMETTERE SOLO GLI ALTRI… LA SINDACA CHIAMATA A TESTIMONIARE NEL PROCESSO A MARRA E SCARPELLINI

“Stiamo parlando in questo momento di una cosa che non è attuale e comunque direi di no”. E’ quanto ha risposto la sindaca di Roma, Virginia Raggi, ai cronisti che le chiedevano se si dimetterà  nel caso di rinvio a giudizio per la vicenda Marra.
La sindaca di Roma testimonierà  al processo che vede imputati per corruzione l’ex capo del Personale del Campidoglio Raffaele Marra e l’immobiliarista Sergio Scarpellini.
I giudici ai quali è affidato il processo hanno disposto che ognuno dei due imputati possa citare 10 testimoni tra quelli indicati nelle liste depositate. E la difesa di Marra ha inserito la Raggi tra i 10 testimoni scelti.
La sindaca di Roma potrebbe essere sentita come testimone a partire dal 30 giugno.
“Il dovere di testimonianza è previsto dal codice e quindi andrò lì come previsto dalla legge”, ha detto.I giudici della seconda sezione penale hanno stilato un primo calendario di udienze: quella del 20 giugno sarà  dedicata al deposito delle trascrizioni delle intercettazioni; il 22 ed il 27 successivi sarà  la volta dei testimoni dell’accusa e nell’udienza del 30 comincerà  l’esame dei primi cinque testi indicati dalle difese.
A disporre queste ultime citazioni saranno i difensori degli imputati. La stessa Virginia Raggi ha dichiarato recentemente che in caso di convocazione andrà  in tribunale “perchè è un dovere previsto dal codice e quindi si rispetta”.
Lo stesso collegio della seconda sezione ha anche respinto alcune eccezioni preliminari fatte dalle difese in materia di procedure adottate per l’esecuzione delle intercettazioni e del rito processuale avviato, il giudizio immediato.
Marra e Scarpellini, attualmente agli arresti domiciliari, devono rispondere di corruzione per la vicenda dei 370 mila euro dati, nel 2013, dall’immobiliarista al dirigente comunale per l’acquisto di un appartamento. Secondo l’accusa quella dazione di Scarpellini era finalizzata all’ottenimento di favori alla luce della posizione occupata in Campidoglio da Marra.

(da “Huffingtonpost”)

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