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MAZZETTE CARO ESTINTO: TRA GLI INDAGATI I DUE ESTINTI AN, GRAMAZIO PADRE E FIGLIO

Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA CHE COIVOLGE IMPRESARI DI POMPE FUNEBRI, DIRIGENTI, OSPEDALI E POLITICI (ANCHE PDL E LA DESTRA)

L’hanno chiamata Caronte.
È l’inchiesta sul business del caro estinto che vede 29 persone indagate tra impresari di pompe funebri, politici e dirigenti generali e sanitari di Asl e ospedali per ipotesi di reato che vanno dalla corruzione al 416 al 416 bis fino al 416 ter.
Vale a dire: associazione per delinquere, associazione di tipo mafioso, e scambio elettorale politicomafioso.
I POLITICI
I politici indagati sono l’ex senatore Domenico Gramazio, suo figlio Luca Gramazio, consigliere alla regione Lazio di Fi, Giordano Tredicine, ex vicecapogruppo del Pdl in Consiglio Comunale, Marco Visconti, ex consigliere del comune di Roma, Maurizio Brugiatelli, coordinatore de La Destra di Anzio, il sindaco di Anzio Luciano Bruschini, Patrizio Placidi, ex vice sindaco di Anzio con deleghe all’assessorato all’ambiente e sanità  e attuale consigliere.
I DIRIGENTI SANITARI
I dirigenti sanitari hanno in testa Vittorio Bonavita, commercialista settantenne nominato nel 2010 da Renata Polverini, ex dirigente della Asl RmB, già  direttore amministrativo (cioè tesoriere) della Udc del Lazio (e per questo incarico, per 25 finanziamenti di altrettante imprese erogati all’Udc laziale e non documentati, è finito nel mirino della Corte dei Conti).
Tutto l’ex gotha del San Camillo: Giovanni Bertoldi, ex dirigente Ufficio Approvvigionamenti; Antonino Gilberto, ex direttore amministrativo; Luigi Macchitella, ex direttore generale, nominato da Zingaretti direttore della Asl di Viterbo; Roberto Noto, ex direttore amministrativo; Diamante Pacchiarini, ex Direttore sanitario. E poi Elisabetta Paccapelo, ex direttore generale della Rm
I VOTI PORTATI AI CLAN
I protagonisti di questa vicenda, oltre a politici e dirigenti sanitari, sono gli impresari di pompe funebri che nel Lazio hanno finito per creare “un sodalizio criminale di tipo mafioso” con “ruoli, compiti e mansioni ben precisi in relazione a una molteplicità  di soggetti alcuni dei quali già  coinvolti in pregresse attività  investigative”.
Questo “sodalizio criminale” si è sostanzialmente spartito il mercato, fiorente, della morte della città  di Roma, ma anche del resto del Lazio come hanno dimostrato diverse inchieste, come quella che vede attualmente sotto processo a Tivoli il sindaco di Sacrofano Tommaso Luzzi.
Ci sono però anche interessanti risvolti sul fronte dello scambio elettorale politicomafioso, con cene elettorali con capi clan.
IL BUSINESS
I decessi ormai, per almeno l’80 per cento, avvengono all’interno delle strutture ospedaliere.
Se un’impresa funebre, dunque, ha la gestione della camera mortuaria di un ospedale   – quel luogo in cui il cadavere viene conservato per l’osservazione di legge, e poi preparato per la sepoltura   –   questa avrà , naturalmente, un vantaggio notevole rispetto alle altre imprese. Soprattutto se può dire ai “clienti” di avere “una convenzione con l’ospedale”.
Ancora di più se pratica tariffe bassissime, grazie a forniture che arrivano dalla Romania, dall’Africa, dalla Cina a prezzi stracciati. Il giro d’affari è di tutto rispetto.
Al Sandro Pertini, per esempio, nel 2011 ci sono stati 993 decessi, per un totale di quasi due milioni di euro di business.
Secondo le linee guida emanate nel 2010 “nel caso in cui si registri la mancanza di una struttura” interna all’azienda ospedaliera, è possibile indire una gara per la gestione delle camere mortuarie. “Le aziende sanitarie tuttavia dovranno avvalersi del divieto di partecipazione alla gara per le imprese di onoranze funebri e/o società  “compartecipate” dalle stesse”.

(da “La Repubblica”)

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ROMA: IL PECCATO CAPITALE

Febbraio 28th, 2014 Riccardo Fucile

IL FALLIMENTO DI UNA CLASSE DIRIGENTE PER LA SECONDA VOLTA IN SEI ANNI

A Roma si sta consumando il fallimento di una intera classe dirigente, per non dire di tutti gli italiani.
Tanto sconcertante è la superficialità  con cui la capitale di una delle prime dieci potenze economiche ha rischiato il fallimento per la seconda volta in sei anni.
Già  al tempo del primo crac, nel 2008, un Paese serio avrebbe imposto un rigoroso piano di risanamento strutturale dei conti comunali. Ma qui non è avvenuto.
Le cronache ci hanno anzi raccontato, dagli scandali di parentopoli in poi, di un progressivo decadimento finanziario, qualitativo e persino morale.
Fino al capolavoro di questi giorni, quando il Palazzo si è mostrato di nuovo incapace di porre rimedio all’emergenza dei conti del Campidoglio.
Le colpe sono equamente distribuite fra un governo pasticcione e un Parlamento con scarso senso di responsabilità , ma anche una amministrazione debole e frastornata. Nessun sindaco al mondo avrebbe minacciato di bloccare la città  per ritorsione, e bene ha fatto Renzi, sindaco pure lui fino a ieri, a mostrargli i denti.
Questa clamorosa dèbà¢cle collettiva trova raffigurazione plastica nello stato di degrado in cui versa un luogo simbolo dell’unità  nazionale.
Nell’indifferenza generale la Breccia di Porta Pia è assediata dai rifiuti, ridotta a rifugio notturno dei senza tetto.
Un trattamento inconcepibile in qualunque altro Paese civile. Il fatto è che Roma non è Parigi, non è Londra, nè Berlino, perchè l’Italia non è la Francia, non è la Gran Bretagna, nè tantomeno la Germania.
Roma non rappresenta l’identità  nazionale per il semplice fatto che l’Italia, a 153 anni dalla sua unità , non vive se stessa alla stregua di un Paese unito: concetto che negli ultimi vent’anni si è ulteriormente sbiadito, fra le urla padane e i rancori di certi pseudomeridionalisti.
Dunque i problemi di Roma non sono altro che i problemi dei romani, certo non degli italiani.
Una visione ottusa e provinciale che spiega i cronici mali di una città  mai affermatasi come il vero baricentro culturale del Paese.
Del resto, con rare e ben note eccezioni, nel dopoguerra non sempre Roma è stata guidata da personalità  di spessore adeguato. Sulla poltrona di sindaco si sono seduti anche palazzinari, piccoli funzionari di partito, autentiche macchiette dei potentati locali.
Quella zona grigia dove la politica si mischia agli affari ha sfregiato la città  con speculazioni inenarrabili e inquinato l’amministrazione con un coacervo di interessi privati e clientelari: il risultato è che il Comune di Roma oggi paga oltre 60 mila stipendi, più del doppio dei dipendenti italiani del gruppo Fiat, offrendo ai cittadini servizi scadenti. E pure le speranze di un cambio di passo giustamente generate dall’elezione diretta del primo cittadino sono via via naufragate.
Gli ultimi due sindaci lo sono diventati quasi per caso.
Nel 2008 Gianni Alemanno ha vinto le Comunali contro ogni pronostico. E cinque anni più tardi Marino si è ritrovato al Campidoglio al posto del predestinato Nicola Zingaretti, dirottato alla Regione Lazio.
Amministra la città  insieme a 48 consiglieri comunali che si fregiano addirittura del titolo di «onorevoli», come fossero i continuatori ideali dell’antico Senato romano. Altri tempi, altra Roma: quando era capitale del mondo.
Questa, invece…

Paolo Conti e Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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ECCO I NUOVI RE DI ROMA: POLTRONE DA BUROCRATI E RENDITE MILIONARIE

Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile

SONO 1.657 I PROPRIETARI CIASCUNO DI OLTRE 500 UNITA’ IMMOBILIARI.. IL MERCATO DEGLI AFFITTI PASSIVI A SPESE DEI CONTRIBUENTI

La grande ricchezza a Roma è invisibile. Sterminata e arrogante, ma senza faccia.
Un giorno la società  Gemma di Renzo Rubeo che lavorava per il Campidoglio contò 1.657 soggetti proprietari ciascuno di oltre 500 unità  immobiliari.
Patrimoni straripanti, con nomi e cognomi ignoti ai più.
In qualche caso, fatto grave, anche agli uffici comunali.
Angiola Armellini, per esempio aveva la residenza a Montecarlo pur vivendo a Roma, dov’è proprietaria di 1.243 appartamenti sui quali, è l’accusa delle Fiamme gialle, non pagava l’Ici nè l’Imu.
Suo padre Renato era uno dei padroni della città  quando le giunte democristiane nascevano e morivano a ogni starnuto dei palazzinari. E l’Imu pura fantascienza.
Imposta che ha invece pagato Tommaso Addario: due milioni e mezzo nel 2012.
Già  alto dirigente dell’Italcasse ai tempi di quel Giuseppe Arcaini travolto nel 1977 dallo scandalo dei finanziamenti a politici e imprenditori e marito della ex proprietaria dell’impresa Vianini che fu acquistata da Francesco Gaetano Caltagirone, da anni con la Tirrena immobiliare gestisce un immenso impero di mattoni.
Paragonabile, forse, a quello di Sergio Scarpellini, proprietario degli immobili affittati alla Camera a prezzi da capogiro attraverso la società  Milano 90: la stessa cui fa capo anche una prestigiosa scuderia di 77 cavalli da corsa con annesso allevamento di 94 puledri e 85 fra fattrici e stalloni.
E pazienza se le perdite del costoso passatempo corrono al ritmo di un purosangue, tre milioni l’anno.
Un tempo, quando le palazzine a Roma venivano su più veloci dei grattacieli di Shangai, c’erano pronti i soldi degli enti di previdenza.
Con 600 miliardi l’anno da spendere compravano tutto. Anche le schifezze che allagavano intere periferie. Finchè quei denari sono finiti e anzichè comprare, Inps & soci hanno dovuto vendere.
Invece di continuare a tirare su palazzine, allora, c’è chi ha cominciato a fare affari con la pubblica amministrazione, costruendo palazzi per uffici o sedi istituzionali. Mentre altri imboccavano la strada della rendita pura, mettendo a frutto proprietà  divenute via via più gigantesche grazie ai canoni versati loro dagli enti pubblici che gli permettevano di comprare immobili senza tirar fuori un euro: pagando le rate dei mutui bancari con gli assegni delle pigioni.
Chiunque abbia intrattenuto rapporti non conflittuali con il potere ha avuto la sua occasione, in una città  nella quale il mercato degli affitti passivi a spese dei contribuenti è di qualche centinaio di milioni l’anno.
Con il solo Comune arrivato nel 2011 a spenderne più di cento. Di questi, tredici milioni e mezzo per affittare, pur avendo sterminate proprietà  immobiliari, gli stabili che ospitano i gruppi consiliari (!) e le commissioni comunali (!).
Presi in locazione, ha scritto tempo fa il Giornale , dal solito Scarpellini: uno dei due è di proprietà  dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, che l’ha affittato all’immobiliarista per 2,1 milioni il quale l’ha poi riaffittato per 9,2 (tutti i servizi compresi, beninteso), al Campidoglio.
Rendite e burocrazia
La Roma della rendita parassitaria ha soppiantato la Roma palazzinara. Le privatizzazioni l’hanno prosciugata dei grandi centri del potere finanziario: Telecom, l’Ina, la Banca di Roma di Cesare Geronzi…
E quello che non è riuscita a mangiarsi Milano è finito agli stranieri. Vedi Bnl. Una desertificazione che non ha impedito, e forse ha perfino favorito, l’avanzata dei capitali mafiosi.
Fa venire i brividi adesso sapere che decine di ristoranti nel centro della città , da Pizza Ciro a Jamm ja, sono controllati dalla camorra. Scoperta già  preceduta dai clamorosi sequestri alla ‘ndrangheta del Cafè de Paris di via Veneto e dell’Antico Caffè Chigi, di fronte alla sede del governo, che aprono squarci inquietanti sulla facilità  di infiltrazione della criminalità  organizzata.
Per troppo tempo ignorata, sottovalutata, o peggio ancora: tollerata. All’ombra di una burocrazia sempre più pervasiva quanto disinteressata ai destini della città .
Per lo scrittore napoletano naturalizzato romano Raffaele La Capria – autore del libro «Roma» di prossima uscita per Mondadori – «la burocrazia è il vero potere romano.
Una burocrazia parassitaria, che si autocontrolla e si autogoverna, alimentando i propri parassiti, espressione di una certa borghesia che colloca negli uffici i propri esponenti per ottenere un reddito.
Si dice che tutte le strade portino a Roma. È vero, ma è anche vero che tutte le strade muoiono a Roma, così come muoiono le idee e la fantasia, sempre per colpa della burocrazia che paralizza, blocca, rallenta non solo la vita della capitale ma dell’intero Paese. La burocrazia romana è insomma una specie di potentissima dittatura all’interno della democrazia».
Forse anche per questo i quattrini non hanno mai smesso di girare intorno alla cosa pubblica.
Capace di tenere insieme nello stesso calderone la politica con gli affari. Così da far dire a un profondo conoscitore di Roma qual è l’archeologo Andrea Carandini: «Ignoro dove sia il vero centro di potere di questa città . Forse ancora i costruttori…». L’odore delle loro tracce, in effetti, si sente dappertutto.
Anche alla Pisana, quartier generale del consiglio regionale del Lazio, dove la commissione Ambiente, quella che ha competenze sull’uso del suolo, era presieduta fino all’anno scorso da Roberto Carlino, il titolare della Immobildream: quella che «non vende sogni, ma solide realtà ».
Ovvero, l’agente immobiliare dei vari Caltagirone, che occupava anche una poltrona nella commissione Urbanistica. Tiè. E forse la poltrona da sindaco non è stata contesa a Ignazio Marino, alle ultime elezioni, da Alfio Marchini? Per i maligni il nipote dei fratelli costruttori Alfio e Alvaro, che per aver donato il Bottegone al Partito comunista si beccarono l’epiteto di «calce e martello», sarebbe stato il vero candidato di Francesco Gaetano Caltagirone.
Sospetto che Marchini ha sempre sdegnosamente rigettato, senza peraltro smentire gli ottimi rapporti con Caltagirone: dieci anni fa i due progettarono di scalare insieme Metrovacesa, il secondo gruppo immobiliare spagnolo.
Ma sbaglia chi oggi crede di individuare in figure come quella del proprietario del Messaggero l’unico nocciolo duro del potere nella città .
Sulla portata della sua influenza a proposito di certe decisioni politiche e grandi affari che si muovono in città  non ci sono dubbi. Al tempo stesso, però, il baricentro del business di Caltagirone si sta spostando sempre di più fuori dei confini italiani. E di sicuro non è andata in porto un’operazione, della quale si è molto parlato, per cui poteva finire nelle mani di Caltagirone il regno della spazzatura dell’ottantasettenne Manlio Cerroni, proprietario di un gruppo imprenditoriale da 800 milioni l’anno che si estende dal Brasile all’Australia, costruito partendo dalla discarica più grande d’Europa, quella di Malagrotta.
Uno degli uomini più potenti di Roma. In grado, è la tesi dei giudici che ora l’hanno messo agli arresti, di fare il bello e il cattivo tempo con le amministrazioni. Al punto da portarsi dietro il soprannome di «Supremo».
La capitale degli interessi
La verità  è che a condizionare la politica romana, incapace di pensare in grande come si converrebbe a una capitale europea, sono tanti interessi diversi. Anche quelli apparentemente più piccoli.
Un caso? Vicepresidente del consiglio comunale è un giovanotto di nemmeno trentadue anni, che risponde al nome di Giordano Tredicine, eletto per la seconda volta. È un esponente della famiglia che controlla una bella fetta del commercio ambulante in città . Immigrati a Roma nel 1959 dall’Abruzzo, controllano l’80 per cento della rete dei camion bar collocati nelle aree turisticamente strategiche.
Alla Camera di commercio risultano quasi settanta diversi esponenti della famiglia registrati come titolari di licenze.
Per non parlare delle pressioni che hanno reso impossibile per vent’anni prendere una decisione che sarebbe stata naturale in qualunque città  del mondo.
Ricorda bene, l’ex assessore Walter Tocci, l’inferno che si scatenò quando la prima giunta di Francesco Rutelli, della quale faceva parte, propose di vietare il transito dei veicoli a motore nella zona archeologica più importante del mondo, quella dei Fori imperiali. Per primi insorsero i tassisti. Quindi gli operatori turistici. E i negozianti.
Di conseguenza il povero Colosseo non è stato mai affrancato dalla indecente condizione di gigantesco spartitraffico annerito dallo smog.
Nel 2010 Legambiente ha calcolato il passaggio di 2.120 veicoli l’ora, con un rumore perennemente superiore al limite massimo dei 70 decibel.
Appena eletto, Marino ha annunciato la chiusura al traffico dei Fori: auguri. Per ora la ex via dell’Impero è chiusa appena a metà , e unicamente al traffico privato. In quella metà  continuano a passare bus, taxi, auto blu… Nell’altra è tutto esattamente come prima.
Un’operazione di semplice facciata, insomma. In linea con le titubanze che stanno segnando questi primi sette mesi di mandato del nuovo sindaco.
Le nomine, per esempio. La legge prevede che entro 45 giorni dall’insediamento i sindaci debbano provvedere alle designazioni di propria competenza. Nonostante ciò da sette lunghi mesi il Palaexpo, cioè l’azienda speciale che governa le Scuderie del Quirinale e il Palazzo delle Esposizioni, è senza vertice. Con ripercussioni potenzialmente gravissime considerando che le Scuderie sono uno dei rari spazi espositivi di altissimo livello in Italia che organizzano mostre di caratura internazionale.
Senza vertice è pure il Macro, il museo di arte contemporanea ristrutturato con 40 milioni di euro che rischia di diventare una costosissima scatola vuota perchè privo di programmazione.
Da sette mesi è poi vacante il posto da sovrintende comunale. L’assessore alla Cultura Flavia Barca, sorella dell’ex ministro Fabrizio Barca, punta su persone esterne all’amministrazione. Ma il bando dev’essere ancora pubblicato. Tutto questo mentre a causa delle difficoltà  economiche il Comune sta progettando un drastico taglio ai finanziamenti della cultura.
Quindi i vigili urbani. Dopo un duro contrasto con il vecchio comandante Carlo Buttarelli, ereditato dal suo predecessore Gianni Alemanno, Marino designa il sostituto nella persona di Oreste Liporace, capo dell’ufficio relazioni con il pubblico del comando generale dei carabinieri.
Nemmeno una settimana e si scopre che Liporace non ha i requisiti previsti non solo dal regolamento della polizia municipale ma anche dall’avviso pubblico stilato proprio dal gabinetto del sindaco: il comandante dev’essere stato dirigente almeno per cinque anni. Liporace dunque rinuncia.
Pochi giorni dopo arriva al suo posto Raffaele Clemente. Che già  a dicembre, mentre Marino è in Turchia, pensa di dimettersi perchè lasciato da solo nel confronto con il potentissimo sindacati dei vigili che minacciano di bloccare la città  con gli scioperi.
Gli stipendi d’oro
Poi c’è il caso dell’Ama. Dopo aver esaminato una montagna di curriculum, il 10 gennaio il sindaco mette Ivan Strozzi alla guida di un consiglio di amministrazione ridotto a tre membri.
Ma il 16 dello stesso mese deve dimettersi: c’è un’indagine a suo carico, con avviso di garanzia da parte della procura di Patti, per una vicenda di sette anni fa quando era a capo di un’altra municipalizzata.
E che dire dell’Acea? Durante la campagna elettorale Marino subisce la conferma in blocco dei vertici. A cominciare dal presidente Giancarlo Cremonesi, sostenitore della campagna di Gianni Alemanno, e dall’amministratore e direttore Paolo Gallo gradito a Caltagirone.
Al loro fianco, due rappresentati del socio francese Gdf, un dirigente del Comune, Francesco Caltagirone junior, l’ex parlamentare del Pdl Maurizio Leo, il consorte dell’ex guardasigilli Paola Severino, Paolo Di Benedetto, nonchè il segretario generale della dalemiana fondazione Italianieuropei Andrea Peruzy.
Faraonici gli emolumenti: 408 mila euro al presidente, 1,3 milioni all’amministratore, circa 120 mila euro agli altri. Totale, oltre due milioni l’anno, da pagare comunque fino al 2016 in caso di licenziamento.
Il che rende decisamente più complesso l’avvicendamento. Mentre il tempo passa.
Ma non riesce, Marino, nemmeno a scalzare Cremonesi dalla presidenza della Camera di commercio, snodo cruciale di poteri e interessi sul territorio.
In compenso, Stefano Caviglia sostiene sul mondadoriano Panorama che lo staff suo e dei suoi assessori è arrivato a 97 collaboratori, di cui 96 ingaggiati, testuale nell’articolo, «senza procedure pubbliche» e punta a scalare quota 108.
Fatto sta che ora alla pratica Cremonesi ha deciso di provvedere Nicola Zingaretti, proponendo il commissariamento della Camera di commercio. Il sindaco in realtà  doveva essere lui.
Poi, quando la Regione Lazio è saltata per aria in seguito agli scandali di Batman & co., ha scelto di correre per il meno prestigioso incarico di governatore del Lazio. Marino ha vinto le primarie e ha ottenuto un successo elettorale pieno, ma è diventato primo cittadino della capitale quasi per caso.
E il Partito democratico, a Roma, non è nelle sue mani: lo tiene saldamente in pugno Zingaretti. Che qualcuno, di fronte alle difficoltà  e alle indecisioni del Campidoglio, arriva a considerare una specie di sindaco ombra.
Spiegano così, i soliti dietrologi del Palazzo, le affettuosità  che gli dedica ripetutamente il Messaggero di Caltagirone, cui risponde a colpi di querele.
Il grande elettore di Marino, quel Goffredo Bettini per anni direttore d’orchestra del Pd romano, non nasconde il proprio pentimento.
Rimprovera al sindaco la gestione della cultura e il disinteresse verso il Festival del cinema, che considera una propria creatura. Giudizi forse ingenerosi, almeno quanto la battuta maligna che circola negli ambienti democratici più critici verso Marino, equiparato al personaggio interpretato da Peter Sellers nel film «Oltre il giardino»: Chance il giardiniere.
È il masochismo della sinistra, specializzata nel fuoco amico.
Il disastro economico
Tanto più perchè il sindaco sta pagando colpe non sue. Non lo aiutano le condizioni economiche disastrose del Comune: un disavanzo strutturale di 1,2 miliardi, con l’impossibilità  materiale di contrarre debiti. Un freno micidiale a qualunque progetto di respiro, sempre che ce ne siano.
A questo si aggiunga la valanga dei circa 4 mila dipendenti in più nelle società  comunali graziosamente ereditata dalla precedente gestione. Sarebbe poi ingiusto non riconoscere a Marino le cose fatte.
Per la prima volta quest’anno è saltata la cosiddetta manovra d’aula: indecente distribuzione di soldi ai consiglieri comunali. Il sindaco va poi orgoglioso della scelta di chiudere Malagrotta, come pure della decisione di bloccare lo sviluppo urbanistico e lo sconsiderato consumo del suolo.
Governare una macchina come quella del Comune di Roma, inoltre, non è certo facile. Non lo è stato per i volponi della politica, romani. Figuriamoci per un chirurgo genovese con una lunga esperienza americana.
Anche se chi ha voluto la bicicletta poi è giusto che pedali. Nonostante la strada in salita.
Le dimensioni, innanzitutto. Il Campidoglio alimenta 62 mila buste paga, di cui 37 mila delle aziende municipalizzate: un groviglio di un’ottantina di scatole societarie. Quindi la complessità  dei problemi.
Basta pensare alla faccenda della Metro C, con i vincoli pazzeschi della zona archeologica e i costi mostruosi. Ma anche alle questioni che si presentano giorno per giorno. Le sole tre aziende più grandi, l’Atac, l’Ama e l’Acea, occupano 31.338 dipendenti, oltre 4 mila più di tutti i dipendenti degli stabilimenti italiani della Fiat Chrysler.
L’Atac ne ha 12.276, il servizio è penoso e i conti sono un colabrodo con perdite di 1,6 miliardi negli ultimi dieci anni, vero. Ma in sette mesi non si è vista un’idea. Con le sue controllate, l’Ama paga circa 11.805 stipendi e non è mai stata un esempio di cristallina efficienza, verissimo.
Ma l’igiene urbana è quella che è e i cittadini di Roma pagano le tasse più alte d’Italia.
Scendendo di scala, altre situazioni danno seriamente da pensare. Come le farmacie comunali, che hanno 362 dipendenti e 15 milioni di debiti. O Risorse per Roma, una società  letteralmente inventata per fare da consulente al Campidoglio e assumere 565 persone. Società  che a sua volta ha poi gemmato un’agenzia battezzata con un nome rigorosamente inglese: «Roma city investment».
A che cosa serve? A «promuovere la crescita del sistema informativo territoriale romano e l’attrazione degli investimenti necessari per la realizzazione dei progetti di rigenerazione urbana».
In attesa che l’Urbe venga rigenerata, a Risorse per Roma hanno dato da smaltire le 150, forse 200 mila pratiche arretrate del condono edilizio. Uno dei capitoli più bui nella storia della città , su cui sarebbe doveroso fare luce. E non soltanto negli uffici comunali. Soprattutto per quei 5.900 abusi che erano stati scoperti grazie alle fotografie aeree e per i quali era stata presentata la domanda relativa all’ultimo condono berlusconiano ancora prima di costruire.
Quasi seimila casi per cui sono stati colpevolmente lasciati scadere i termini di prescrizione del giudizio penale.
Con il risultato che nessuno dei responsabili dovrà  risponderne davanti alla giustizia. Roma è anche questa.

Paolo Conti e Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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ROMA, BUCO DEFICIT A QUOTA UN MILIARDO, LA CITTA’ HA PIU’ DIPENDENTI DELLA FIAT

Gennaio 6th, 2014 Riccardo Fucile

ASSUNZIONI RECORS PER ATAC , AMA E ACEX: 31.000 OCCUPATI

È dura da credere. Ma c’è un farmacista, in Italia, che vendendo le medicine riesce perfino a rimetterci una barca di soldi. Si tratta del Comune di Roma.
Le farmacie comunali hanno 362 dipendenti e il Campidoglio ha già  tirato fuori 15 milioni per tappare i buchi pregressi.
Ma per rimetterle in sesto ce ne vorranno altri 20.
Dice tutto la verifica affidata alla Ernst & Young che si è resa necessaria per comprendere la reale situazione. Gli esperti hanno scoperto uno scostamento di 7,3 milioni nell’attivo rispetto ai dati scritti nel bilancio 2011. Quasi tre milioni solo la differenza fra le «rimanenze di magazzino» contabilizzate e quelle accertate: 9,1 milioni contro 6,2.
Sono cifre rivelate da un dossier che il consigliere comunale radicale Riccardo Magi sta per pubblicare sul sito internet Opencampidoglio.it.
Il primo di una serie di fascicoli scottanti dedicati allo scenario impressionante delle municipalizzate romane.
Ventisei società , più una marea di controllate: oltre cinquanta quelle di Acea (energia e acqua), Ama (rifiuti) e Atac (trasporti).
Tre gruppi che da soli hanno qualcosa come 31.338 dipendenti, ovvero l’85 per cento del personale di tutte le partecipate comunali, che si aggira intorno alle 37 mila unità . Circa diecimila in più rispetto ai 26.800 dipendenti degli stabilimenti Fiat in Italia. Senza contare i 25 mila dipendenti diretti dell’amministrazione comunale.
Sostengono i tecnici che Roma Capitale ha un disavanzo strutturale di circa 1,2 miliardi l’anno.
Ed è proprio sulla galassia delle società  comunali che gravano le responsabilità  maggiori di una situazione, in assenza di interventi, ai limiti del dissesto.
L’Atac, per esempio. Con un numero di stipendi paragonabile a quello dell’Alitalia ha accumulato in dieci anni perdite per 1,6 miliardi.
Negli ultimi cinque anni si sono avvicendati al suo vertice ben quattro amministratori delegati e un numero imprecisato di presidenti e consiglieri, senza riuscire a rimetterla in carreggiata.
Il contratto di servizio costa al Comune una cifra che si aggira intorno ai 400 milioni l’anno, ma per il 2014 la richiesta era di oltre 500.
La verità  è che queste aziende, e non è certo una particolarità  di Roma, sono state spesso interpretate dalla politica, anche con pesanti complicità  sindacali, alla stregua di poltronifici o gigantesche macchine clientelari, piuttosto che strumenti per fornire servizi essenziali alla città  da gestire oculatamente.
Salvo poi trovarsi di fronte a sorpresine al pari di quella spuntata nell’ultimo bilancio dell’Ama, che dà  notizia di una raffica di arbitrati innescati dalla società  titolare della discarica di Malagrotta.
Alcuni dei quali già  conclusi nel 2012 in primo grado con la condanna dell’azienda pubblica a pagare alla ditta che fa capo a Manlio Cerroni, tenetevi forte, la bellezza di 78,3 milioni di euro.
Ma leggere l’elenco delle controversie in cui è incappata la municipalizzata dei rifiuti, indebitata con le banche per 670 milioni, somma paragonabile ai ricavi di un anno, e capace di assumere 1.518 persone fra il 2008 e il 2010, strappa anche qualche amaro sorriso: quando salta fuori che fra le innumerevoli cause in cui è protagonista l’Ama ce n’è persino una con l’Atac.
Che va avanti da almeno sette anni, fra sentenze ricorsi e controricorsi, per la gioia degli avvocati. E chissà  quanto durerà  ancora.
Il tempo del presidente Piergiorgio Benvenuti, esponente di Fratelli d’Italia, scade invece giovedì 9 gennaio, quando l’assemblea dovrà  nominare il suo successore: incrociamo le dita.
Al contrario il presidente dell’Acea Giancarlo Cremonesi, nominato dal centrodestra, seduto su una dozzina di poltrone metà  delle quali pubbliche nonchè socio di un gruppo di imprese edili e immobiliari, è in una botte di ferro.
Questo perchè in piena campagna elettorale la precedente amministrazione comunale procedette elegantemente al rinnovo dei vertici, confermando in blocco tutto il consiglio.
Con clausole tali che la sostituzione prematura comporterebbe comunque il pagamento dei loro emolumenti fino all’aprile 2016. E che emolumenti.
Al presidente Cremonesi, 408 mila euro l’anno. All’amministratore delegato e direttore generale Paolo Gallo, un milione 318 mila euro più un appartamento da 4.300 euro al mese ai Parioli e automobile adeguata.
Agli altri sette consiglieri, una media di 120 mila euro ciascuno.
Chi sono? Due rappresentanti del socio francese Gdf, una dirigente del Comune, l’ex parlamentare del Pdl ed ex assessore della giunta Alemanno Maurizio Leo, Francesco Caltagirone junior, il consorte dell’ex Guardasigilli Paola Severino nonchè ex commissario Consob (l’Acea è quotata in Borsa) Paolo Di Benedetto, e il segretario generale della dalemiana fondazione Italianieuropei Andrea Peruzy.
Da una società  del genere sarebbe naturale attendersi utili a palate.
Invece nel 2012 i profitti netti sono stati di appena 77 milioni e anche se nei primi nove mesi del 2013 hanno superato i 100, restano striminziti.
Certi fatti, del resto, parlano da soli.
Negli ultimi cinque anni i debiti sono cresciuti di circa un miliardo, toccando 2 miliardi e mezzo. Ed è di qualche mese fa la scelta di fondere due società  energetiche del gruppo, una delle quali (Acea energia spa) ha accumulato in 18 mesi perdite per 56 milioni
Ma tutto va avanti come nulla fosse. Almeno se è vero che l’ufficio del personale diretto da Paolo Zangrillo, incidentalmente fratello del medico personale di Silvio Berlusconi, ha proceduto qualche giorno fa all’assunzione di un nuovo capo della comunicazione nella persona di Stefano Porro, ex capoufficio stampa del ministro dello Sviluppo dell’ultimo governo del Cavaliere, Paolo Romani, Passera e Zanonato. Accade mentre è da un mese senza incarico il vecchio responsabile Maurizio Sandri, licenziato due anni fa dopo essere stato parcheggiato a lungo su un binario morto per ragioni politiche (aveva collaborato in passato con amministrazioni di centrosinistra), e reintegrato all’inizio di dicembre dal giudice del lavoro.
E accade in una struttura, quella delle relazioni esterne, dove sono in 25.
Compreso il capo ufficio stampa Salvo Buzzanca, incidentalmente fratello minore dell’attore Lando Buzzanca nonchè, ha ricordato Ferruccio Sansa sul Fatto Quotidiano, zio di Massimiliano Buzzanca: figlio di Lando e compagno di Serena Dell’Aira, collaboratrice di Cremonesi.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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CASSONETTI STRACOLMI, I MAIALI MANGIANO TRA I RIFIUTI: BOCCEA, ROMA, PERIFERIA DELL’IMPERO

Dicembre 26th, 2013 Riccardo Fucile

UN BEL BIGLIETTO DA VISITA PER IL NOSTRO PAESE

«Come in India, peggio che in India. Vicino a Boccea, una mandria di maiali grufola nella monnezza non ritirata da giorni. Ci aggiorniamo per le epidemie: arriveranno!». Così sul blog «Roma fa Schifo» vengono annunciate una serie di foto, inviate da alcuni residenti della zona di Boccea, alla periferia Nord di Roma in pieno agro romano, che immortalano alcuni maiali che frugano tra i rifiuti, in strada durante il giorno di Natale.
ALLA RICERCA DI CIBO
I cassonetti in via Domenico Montagnana sono stracolmi e tra i sacchetti di rifiuti gettati a terra i maiali sono andati alla ricerca di cibo.
«Una squadra di Ama ha già  verificato l’accaduto e ha ripristinato la normalità » rassicura l’assessore ai Rifiuti di Roma Capitale, Estella Marino.
«È in corso anche un ulteriore approfondimento sui motivi per cui degli animali d’allevamento fossero in libertà  in quella zona: le autorità  competenti procederanno con le opportune azioni e provvedimenti». aggiunge.
RACCOLTA A RILENTO
Ma al di là  dei maiali, a Roma si segnalano diversi problemi con la raccolta dei rifiuti durante le feste. In quasi tutta la città  da piazza Re di Roma all’Eur, dall’Esquilino all’Ostiense i residenti hanno visto cassonetti traboccanti, spesso con sacchi dell’immondizia lasciati in strada.
«La situazione della raccolta dei rifiuti è arrivata a un livello di tale caos che ho pensato di lanciare un concorso sulla mia pagina Facebook per scegliere la foto più raccapricciante. Le invieremo tutte al sindaco Ignazio Marino, unite ai commenti dei cittadini» attacca Sveva Belviso, già  vicesindaco nella giunta Alemanno e ora capogruppo Ncd in Campidoglio.
CONSUETUDINE NEGATIVA
Immediata la replica dell’assessore Marino. «Ama ha assicurato lo svolgimento regolare dei turni di raccolta previsti per questi giorni e che, già  da oggi, laddove si siano verificati particolari problemi le squadre lavoreranno per ripristinare la situazione ordinaria – assicura – Sappiamo tutti, purtroppo, che la sovrapproduzione di rifiuti dovuta alla concomitanza delle festività  natalizie, come ogni anno, può portare a fenomeni di criticità  in alcune zone della città . E stiamo lavorando per cambiare questa consuetudine negativa».
LE SCUSE DI AMA
Anche l’Ama, l’azienda comunale che si occupa della raccolta dei rifiuti, ha assicurato che «sono stati rispettati tutti i turni di pulizia, spazzamento e raccolta dei rifiuti previsti per i giorni della vigilia, Natale e Santo Stefano.
Come succede ogni anno, però, la sovrapproduzione di rifiuti fisiologica, dovuta ai cenoni e allo scambio dei doni, ha causato alcuni accumuli di sacchetti vicino i cassonetti in alcune zone della città . Ama, quindi, sta monitorando la situazione e ha già  predisposto dei passaggi straordinari dei propri mezzi per consentire il ritorno alla normalità  entro 24/48 ore». L’azienda, in ogni caso, «si scusa per i disagi arrecati».

(da “il Corriere della Sera”)

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I MANAGER D’ORO DELL’ATAC: SPUNTANO I CONTI SEGRETI NEI FORZIERI DI SAN MARINO

Novembre 24th, 2013 Riccardo Fucile

MILIONI DI EURO IN FIDUCIARIE: LA PISTA DEI FONDI NERI

Una prima risposta la si può rintracciare in una circostanza documentale accertata da Repubblica.
Nel 2007, la Pragmata – di cui Gabbuti e Cassano sono appunto soci occulti – viene retribuita da Atac, di cui Gabbuti e Cassano sono dirigenti “palesi”, per una consulenza che valuti il lavoro dei manager dell’azienda. Roba da codice penale. S
e solo qualcuno se ne accorgesse, o avesse voglia di farlo.
Di più: «Pragmata – riferisce una qualificata fonte interna di Atac – almeno fino al 2010 viene scelta per consulenze di varia natura, per l’organizzazione di convegni ed eventi».
A chi rispondono Gabbuti e Cassano? Con chi dividono le loro fortune?
È un fatto che i due in Atac sono stati e continuano ad essere pagati tanto oro quanto pesano.
Gabbuti, nel 2012, dichiara infatti al Fisco quasi 700mila euro ricevuti dall’azienda e dalle sue controllate. Cassano, invece, “solo” 300mila, e per andarsene chiede ad Atac un milione.
Certo, la moglie di Gabbuti è stata consigliere per le politiche comunitarie di Roberto Maroni quando era ministro dell’Interno.
Certo, in Atac, si favoleggia di feste indimenticabili nella villa a picco sul mare ad Ansedonia acquistata dal manager e del “gran bel mondo” che nel tempo l’ha frequentata. “Le carciofate”, chiamava quelle feste Gabbuti.
Ma è sufficiente? Ancora una fonte dirigenziale qualificata di Atac ricorda: «Quando Gabbuti arrivò, convocò alcuni di noi della dirigenza nel suo ufficio.
Si accese il toscano e guardandoci dritto negli occhi disse: “Voglio sapere qui dentro chi ha l’incarico di portare i soldi all’estero”».
Perchè Gabbuti voleva saperlo? A chi doveva darne conto?
I BISIGNANI BOYS
Gabbuti e Cassano sono ancora in Atac. L’unico straccio fatto volare sin qui dal nuovo ad Danilo Broggi è stato quello di Roberto Sem, dirigente licenziato mercoledì scorso, colpevole forse di essere diventato non solo uno dei testimoni chiave della Procura nell’indagine sui biglietti clonati, ma anche di essere il custode di tutti i documenti riservati di quella faccenda.
Mentre a rivedere le stelle è toccato a Pietro Spirito (direttore centrale operazioni), Vincenzo Saccà  (direttore della comunicazione), Roberto Cinquegrani (direttore commerciale), Antonio Abbate (direttore affari legali) e Giuseppe Alfonso Cassino (direttore della divisione superficie), i manager voluti in Atac nel 2011 da Maurizio Basile, l’allora ad di Atac ed ex capo di gabinetto di Alemanno intercettato nell’inchiesta P4 mentre prendeva ordini al telefono da Luigi Bisignani.
SAN MARINO
Una parte ruciale dei segreti di Atac, l’azienda del trasporto pubblico di Roma, è stata custodita a San Marino. Ed è da qui che è possibile tirare il filo che porta alle provviste “nere” garantite dall’amministrazione bipartisan della più dissestata delle aziende di trasporto pubblico d’Europa.
Tra l’aprile del 2007 e l’estate del 2010, due dei manager chiave dell’Azienda, Gioacchino Gabbuti e Antonio Cassano, scelti dalla giunta Veltroni e caricati a bordo da quella Alemanno, hanno depositato contanti e costituito partecipazioni societarie occulte attraverso una finanziaria della Rocca del Titano. Ecco perchè.
UNA LISTA, DUE NOMI
Nel giugno del 2010, la Procura di Roma che indaga sul crac della San Marino Investment (Smi) del conte Enrico Maria Pasquini, ottiene dalle autorità  sanmarinesi una rogatoria che elenca i correntisti della controllata Smi bank.
Sono 1.170 nomi. Una variopinta umanità  di evasori fiscali, che vengono pubblicati con la semplice anagrafica dal quotidiano “il Giornale”.
Alla lettera “G” è «Gabbuti Gioacchino, di nazionalità  italiana, nato a Roma il 12/10/1952».
Alla C, figura «Cassano Antonio, nazionalità  italiana, nato a Barletta il 18/11/1958»
In quel momento, Gabbuti, manager legato a doppio filo a Gianni Letta, è ad di Atac patrimonio, dove lo ha voluto Alemanno dopo la sua esperienza di ad di Atac con Veltroni. Antonio Cassano è invece direttore generale.
Ebbene, in Campidoglio non si muove foglia, se non un’interrogazione del consigliere Athos De Luca cui Alemanno non risponderà  mai.
Finisce dunque lì. Di quei due conti nessuno sa più nulla. Neppure in Procura, dove la faccenda finisce su un binario morto.
Del resto, Gabbuti si guarda bene dal dover spiegare ciò che non gli viene chiesto. Mentre Cassano sostiene in quei giorni di non essere lui quello della lista. Perchè – dice – «È vero che mi chiamo Antonio Cassano, è vero che sono a nato a Barletta proprio il 18 novembre, ma non del ’58, bensì del ’68»
CONTANTI E SOCI OCCULTI
Accade però che la magistratura di San Marino, già  in quel 2010, abbia trasmesso alle autorità  italiane informazioni cruciali su quei due conti. E che ora fonti inquirenti sanmarinesi spieghino di cosa si tratti. Si scopre infatti che, alla Smi bank di San Marino, Gioacchino Gabbuti ha trasferito oltre un milione e mezzo di euro e ha costruito uno schermo fiduciario per coprire la sua partecipazione nelle società  “Edilgroup”, “Navigando”, “Pragmata”, “G. A.” e “Orizzonti”. Non è tutto.
Purtroppo per Antonio Cassano, gli inquirenti del Titano accertano che è proprio lui “l’omonimo” di San Marino.
Nell’aprile del 2007, infatti, non solo ha depositato contanti per oltre 100mila euro, ma,contestualmente a Gabbuti, che lo ha voluto in Atac nel 2005, portandolo con sè da Bari, Cassano risulta partecipare allo stesso schema fiduciario che deve dissimulare la sua partecipazione occulta in almeno tre delle società  di cui è azionista altrettanto occulto proprio il suo mentore Gabbuti: la“Pragmata”, la “Edilgoup” e la “G. A.”.
A cosa servono queste partecipazioni societarie occulte?

Daniele Autieri e Carlo Bonini
(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA ALLA POLVERINI: “ALEMANNO HA FATTO TANTI ERRORI, CI VOLEVA UNA NOVITA'”

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

“IL TRAM 8? IO NON L’AVREI INAUGURATO”…”IL PDL ROMANO RIFLETTA, LA CRISI PARTE DAL 2010”

Renata Polverini, almeno lei, nelle file del centrodestra, ha votato?
«Certo che ho votato, sia 15 giorni fa sia ieri. Lo considero un dovere inderogabile. E aggiungo: come è bello stare insieme quando si vince, così si dovrebbe fare se si perde. Cosa che non sempre, dalle nostre parti, accade…».
L’ex governatrice del Lazio, dimissionaria 9 mesi fa per lo scandalo delle «spese pazze» in Regione, oggi deputata, parla schietto.
Invoca una «grande riflessione» nel Pdl romano e laziale.
Picchia duro contro la «smania correntizia». Non lesina critiche a Gianni Alemanno.
E se avessimo scelto la Meloni, vagheggia…
Partiamo dal «cappotto» che vi ha rifilato il centrosinistra o dal 55% di romani rimasti a casa?
«Ma no, la sconfitta è talmente pesante che è inutile che ci nascondiamo dietro l’astensionismo. In maggioranza sono stati i nostri elettori a non votare. E così il centrodestra ha sprecato una grande occasione, mi auguro non irripetibile».
Lo smottamento è partito dal caso di «Batman» Fiorito?
«Sicuramente quello per noi è stato un problema, in tutto il Paese: il messaggio, devastante, è arrivato ovunque. Ma quando i sindaci uscenti vengono tanto penalizzati è segno che c’è dell’altro».
Intanto non sarà  che è mancato Silvio Berlusconi? L’ex premier si è speso poco, giusto qualche intervista sulle tv locali.
«Ah, certo… La premessa è che se non c’è Berlusconi la proposta del Pdl perde fascino. Chi vedeva in lui una figura debole oggi farebbe bene a ricredersi definitivamente».
Però?
«Però c’è anche la questione, enorme, del centrodestra romano, che ho toccato da vicino perchè parte dal 2010, quando non fu presentata la lista Pdl alle regionali da noi vinte lo stesso. Quella vicenda, gestita malissimo, ha provocato effetti a catena, come la composizione di un consiglio e di una giunta dai profili meno alti, e analogamente la necessità  per Alemanno di tenere in equilibrio le varie componenti».
E Gianni dove ha sbagliato?
«Mmh…»
Suvvia. Lista troppo lunga?
«Beh, non dimentichiamo che per i sindaci gli ultimi 3 anni, con il calo delle entrate dovuto ai tagli dei governi nazionali, sono stati drammatici».
Dopodichè?
«Dopodichè Alemanno nel 2008, quando non si aspettava di vincere, forse non ha avuto il coraggio di circondarsi di figure di peso, anche perchè i leader che potevano sostenerlo erano stati traghettati in Parlamento. Secondo: venendo lui da esperienze nazionali, ha pensato che la vera sfida fosse dare alla città  lo status di Roma capitale, che però è solo un marchio. La gente nel sindaco vuole innanzitutto una persona che ce la metta tutta su temi come periferie, buche, traffico, casa, trasporti».
A proposito di temi concreti: il lavoro. Quanto ha pesato sulla sconfitta la Parentopoli Ama-Atac?
«Pure su questo è inutile che ci prendiamo in giro: brutta vicenda. Ma credo che lui l’abbia capito».
Anche l’inaugurazione del nuovo capolinea del tram 8 a piazza Venezia, poche ore prima del ballottaggio, poteva essere evitata?
«Guardi – ride – non è per scusarlo, ma io da Botteghe Oscure ci passo spesso: quest’anno è piovuto, gli operai erano fermi, quindi il ritardo nel lavori è giustificato… Però forse voleva chiedermi se io l’avrei inaugurato lo stesso, il tram, sotto elezioni?»
Esatto.
«No, alla vigilia del voto no. Al massimo avrei annunciato che era pronto».
La mobilitazione del voto cattolico non è bastata?
«Mah, lo dico sempre: dentro l’urna le persone sono sole. I valori sono importanti, il tema della vita fondamentale, però dal sindaco, che ci piaccia o no, la gente si aspetta che risolva i problemi di tutti i giorni».
Se aveste candidato Giorgia Meloni?
«Certo, un messaggio di novità  poteva essere utile… Ma mica si può impedire a un sindaco uscente di riproporsi. Se avessero fatto una richiesta del genere a me, non l’avrei trovata elegante».
E adesso da dove riparte il centrodestra, che un anno fa aveva Pisana e Campidoglio e oggi neanche la consolazione di un municipio?
«È urgente aprire una grande riflessione a Roma e nel Lazio. Dobbiamo guardarci in faccia, smetterla con la smania delle correnti che penalizzano tutti. Bisogna serrare le fila, e lo dico io che quando ho passato il peggior periodo della mia vita, pochi mesi fa, vicino a me ho sentito il partito nazionale, Berlusconi, Alfano, Lupi, ma, per il resto, lasciamo perdere…».

Fabrizio Peronaci
(da “La Stampa”)

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IL COMUNE DI ROMA CONCEDE CASE E BAR IN CENTRO A PREZZI STRACCIATI E POI PAGA 106 MILIONI DI AFFITTI

Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL PATRIMONIO IMMOBILIARE DELLA CAPITALE NEL CAOS DA 20 ANNI E SENZA UN’ANAGRAFE

La lettera è di tre righe: «Si comunica che il sito istituzionale del Dipartimento patrimonio è tuttora in via di perfezionamento. Pertanto, i dati completi e/o parziali verranno inseriti dallo scrivente non appena possibile». Stop.
Un perfezionamento quanto mai laborioso, considerato che la legge con la quale è stato imposto ai Comuni di pubblicare sui propri siti internet notizie e cifre relative agli immobili presi in affitto da privati, compresi ovviamente l’importo dei canoni pagati, ha ormai più di un anno.
Quel provvedimento è stato infatti approvato dal Parlamento il 24 marzo del 2012. Ma per ora il segretario dei radicali romani Riccardo Magi, che da mesi chiedeva all’assessorato al patrimonio del Campidoglio notizie sui contratti di due stabili affittati per le necessità  del consiglio comunale dalla società  Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini, deve accontentarsi di quelle tre misere righe vergate diligentemente dallo «scrivente» dipartimento.
Con lui, fatto più importante, si devono accontentare anche tutti i cittadini della capitale d’Italia.
Nonostante una legge stabilisca che debbano essere informati su come vengono impiegati i loro soldi. Tanti soldi. Nel 2012 il Comune di Roma ha speso per affittare immobili dai privati (e senza considerare gli affitti delle municipalizzate) una cifra stratosferica: 106 milioni e 780 mila euro, dicono le delibere.
Che fa 38 euro per ogni abitante.
Sappiamo che nel totale sono compresi anche i canoni pagati per far fronte a situazioni di disagio sociale.
Ma è una somma comunque sbalorditiva, se confrontata alle dimensioni di un patrimonio cittadino dell’ordine delle trentamila unità  immobiliari fra appartamenti, uffici, edifici e locali commerciali.
Non lo è, al contrario, ricordando le stime impressionanti di quanto Stato, enti pubblici, Regioni e amministrazioni locali versano complessivamente ogni anno ai privati per gli affitti: una dozzina di miliardi.
Senza che neppure esista un quadro unitario e preciso di tutta questa incredibile massa di contratti.
Dunque non può meravigliare che la città  di Roma non abbia un’anagrafe pubblica del proprio patrimonio immobiliare.
Che per complicare un po’ le cose è pure gestito da tre soggetti diversi: un dipartimento comunale, i vari municipi e la società  privata Romeo. Il problema è aperto da un ventennio.
Ma la delibera che istituisce quell’anagrafe è stata approvata soltanto a settembre del 2012 e a distanza di un anno e mezzo da quando l’aveva proposta il consigliere Alessandro Onorato.
Senza astenersi nell’occasione dal girare il coltello in un’antica piaga mai sanata. «Ci sono centinaia di appartamenti e negozi affittati a pochi euro.
Come una piccola abitazione a piazza Navona affittata a 79 euro al mese e un bar su piazza Santa Maria in Trastevere che ne paga 52, solo per fare alcuni esempi», denunciava l’allora capogruppo dell’Udc.
Rendendo in questo modo ancora più lampante la sproporzione fra il rendimento del patrimonio e l’esborso per gli affitti passivi.
Si dirà  che con 25 mila dipendenti, tanti sono quelli dell’amministrazione capitolina, è inevitabile fare ricorso anche a immobili di proprietà  privata. Sarà .
Ma qui si parla di un costo procapite per dipendente che si aggira intorno ai 4 mila euro l’anno.
Non è oggettivamente sorprendente? E può essere ritenuto normale che la missione di tenere i collegamenti fra la miriade di uffici comunali sia affidata a un centinaio di quelli che una volta si definivano i «camminatori», persone incaricate di portare le carte da un ufficio all’altro?
Non a piedi, naturalmente: le dimensioni urbane sono tali da imporre l’uso delle vetture di servizio
In una città  che conta 15 municipi, con altrettanti presidenti, 90 assessorini e relativi uffici, non ci sono alternative.
A meno di non voler usare di più e meglio le tecnologie, per esempio la posta certificata. Ma poi che ne sarebbe di tutto il resto?
Secondo un articolo pubblicato dal Messaggero nell’agosto del 2011, il Comune di Roma spende 17 milioni l’anno per far marciare 226 auto, di cui 109 di rappresentanza.
Cifra ovviamente comprensiva dei 9 milioni necessari a pagare i 254 autisti.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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NON E’ STATO RIELETTO IN COMUNE E PER LA RABBIA DISTRUGGE L’UFFICIO

Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile

A PATRIZIO BIANCONI, CONSIGLIERE PDL USCENTE AL COMUNE DI ROMA, NON BASTANO 3.621 PREFERENZE:   E SI SFOGA CONTRO CARTE, VETRINE E MOBILI DEL SUO UFFICIO AL GRUPPO

Non tutti reagiscono con aplomb inglese davanti a certe notizie.
E’ il caso di Patrizio Bianconi, consigliere non rieletto del Pdl, detto “Mangiafuoco” oltre che per la sua statura e per la lunga barba nera, anche per il carattere fumantino, come è evidente da quest’ultimo episodio: urla, vetrine e suppellettili fatte a pezzi, carte gettate in terra, dopo aver appreso la brutta notizia.
L’elezione è sfumata perchè le preferenze si sono fermate a quota 3621.
Bottino ragguardevole, ma non sufficiente per uno scranno in Campidoglio.
E non si può dire che l’abbia presa sportivamente.
Il day after da sconfitta di Bianconi è andato in scena martedì sera, in una delle sale del gruppo Pdl in via delle Vergini, quando ormai i numeri definitivi dello spoglio avevano spento le speranze di molti consiglieri comunali di tornare in aula Giulio Cesare.
E nel chiuso del suo ufficio, che ancora oggi ha sulla porta un cartello con la scritta “inagibile”, si sarebbe scatenata l’ira del consigliere non rieletto, furibondo.
Vetri rotti, oggetti lanciati in terra, liti e accuse ai colleghi.
Un parapiglia che ha lasciato esterrefatte, e anche un po’ spaventate, le persone che hanno assistito alla scena e quelle che si trovavano nelle stanze adiacenti.
“A giudicare dai rumori e dalle urla – racconta chi passava di lì – sembrava stesse accadendo il finimondo”.
E oggi, a due giorni di distanza, la stanza è ancora chiusa per motivi di sicurezza.
Bianconi era già  balzato all’onore delle cronache perchè qualche anno fa aveva teorizzato un singolare “patto con il sangue” tra elettori ed eletti: in quel caso, in cambio della rimozione di alcuni cassonetti, Bianconi richiedeva come garanzia a un cittadino romano la promessa del voto.

Liborio Conca

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