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CALDAIE, IL GOVERNO VUOLE ELIMINARE I CONTROLLI PER 20 MILIONI DI IMPIANTI

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

PROTESTANO GLI ARTIGIANI: “COSI’ SI RISCHIANO PIU’ INCIDENTI E INQUINAMENTO”

Il ministero dell’Ambiente pensa a un nuovo standard nazionale: un controllo di efficienza energetica ogni quattro anni. Ma l’Unione Artigiani chiede un passo indietro
C’è un documento su cui è al lavoro il ministero dell’Ambiente che preoccupa, e non poco, l’Unione Artigiani delle province di Milano e Monza e Brianza. Si tratta del decreto destinato a riscrivere le regole sui controlli degli impianti termici, su cui il dicastero di Gilberto Pichetto Fratin è al lavoro da tempo e che potrebbe vedere la luce nei prossimi mesi, abrogando così il precedente provvedimento del 2013.
Il decreto ministeriale e i controlli (a distanza) delle caldaie
Una delle novità principali, spiega il Corriere, è contenuta nell’articolo 8, comma 3, che elimina le ispezioni «in situ» per tutti gli impianti termici sotto i 70 kilowatt, ossia quasi tutte le caldaie domestiche a gas, che in Italia sono circa 20 milioni, di cui 7 milioni con più di quindici anni di età. Per tutti questi impianti, in base a quanto scritto nella bozza del nuovo decreto, resterebbero solo controlli effettuati a distanza. Un danno economico non indifferente per l’Unione Artigiani, che tra i propri iscritti annovera anche migliaia di tecnici impegnati ogni anno nei controlli delle caldaie.
I nuovi standard nazionali
La bozza del decreto ministeriale fissa un nuovo standard a livello nazionale: un controllo di efficienza energetica ogni quattro anni. Le regioni che vogliono farne di più possono farlo, ma solo motivandolo in modo «robusto» e chiedendo il via libera dello stesso ministero. Questo sistema, denuncia l’Unione Artigiani, avrebbe un effetto negativo proprio su quei territori che negli anni hanno costruito modelli rigorosi di controllo degli impianti termici, responsabili di buona parte dell’inquinamento§
atmosferico. È il caso della Lombardia, dove ogni anno viene ispezionato il 5% delle caldaie, come previsto dalla normativa.
Gli incidenti legati al gas
I controlli sull’efficienze, che si alternano alla pulizia delle caldaie, non solo garantiscono minori emissioni inquinanti, ma anche maggiore sicurezza e risparmi sui consumi. «È evidente che questi controlli comportano un onere per le famiglie e l’impressione è che si voglia alleggerire questo peso. Però lo si fa a scapito della sicurezza e dell’ambiente. Sarebbe un po’ come togliere il controllo periodico sulle automobili perché costa. Con il rischio di avere più incidenti e più inquinamento», spiega al Corriere Marco Accornero, segretario generale dell’Unione Artigiani. Secondo i dati dal Comitato Italiano Gas, tra il 2019 e il 2023 gli incidenti legati al gas sono stati 1.119, con 128 decessi e 1.784 infortuni.
L’impatto sulla qualità dell’aria
In alcune zone d’Italia, la Pianura Padana in particolare, i controlli delle caldaie sono anche uno strumento imprescindibile per provare a contenere l’inquinamento atmosferico. Non è inusuale, specialmente in Lombardia, che a ogni accensione degli impianti di riscaldamento scattino anche le misure di emergenza per il superamento delle soglie di sicurezza di polveri sottili nell’aria. Il rischio, denuncia l’Unione Artigiani, è che riducendo i controlli ci siano ancora più sprechi e ancora più emissioni. Da qui, dunque, la richiesta al governo di fermarsi e rimettere mano al decreto prima che venga approvato.
(da agenzie)

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LA DOLCE VITA DI ATREJU

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

UN VALTUR DI GOVERNO E CAZZEGGIO TRA VIN BRULE’, GOURMET BUS E FILOSOFI MANCATI

E tu a dicembre vai alla Scala, alla Nuvola o ad Atreju? E’ un mese come sempre ricco di opportunità ed eventi questo, con tre dei più grandi riti identitari nel giro di una decina di giorni. Cominciamo dall’ultimo, la kermesse identitaria di Giorgia Meloni. E’ una Atreju deluxe, decisamente quella della consacrazione di governo e soprattutto di ceto. E’ una Atreju borghese, versione “Jubilee edition”, anche un po’ après ski, questa che va in scena a Roma. Temperatura perfetta nei tendoni trasparenti, tutto maxi: due sale stampa invece che una, 9 giorni invece che otto, tre tipi diversi di pass. Lo sfondo a tutto è blu Atreju, un blu-nero molto elegante, un filo più scuro del celebre blu Estoril di giambruniana memoria.
Radio Atreju ha un suo nuovo avamposto, anche questo trasparente, detto “l’acquario”, dove il deejay ricciolone vestito da Babbo Natale Marco Gaetani sottopone gli illustri ospiti alla “ Ruota della fortuna di Atreju”, e passa l’universo mondo, da Mara Venier a Pietro Senaldi; c’è il “premio Atreju alla carriera” (andato a Beppe Vessicchio, in memoriam). E grafica elegante, il nuovo logo sembra quello di un’acqua minerale di quelle in vetro dei ristoranti stellati, che costano più del vino. Post-Fiuggi insomma. E poi altre differenze rispetto allo scorso anno, la pista da pattinaggio questa volta ad anello, tutto più articolato, non più al dispersivo (e un po’ da fagottari) Circo Massimo ma attorno a Castel Sant’Angelo che fa molto “Tosca”, e dall’altra parte si sbuca sulla nuova piazza Pia rimessa in ordine da Gualtieri. E’ una Roma pacificata, questa natalizia, finalmente con addobbi e luminarie degni di una città europea, forte anche del patto tra comune e governo. Può finalmente competere con Milano. Atreju versione giubileo si snoda come un presepione ai piedi della tomba di Adriano-poi carcere: c’è appunto il castello, ci stanno tante capanne, che vendono cibi, bevande, presepi (molti presepi), e poi i tendoni degli immancabili talk. Il centro però è l’albero di Natale, ovviamente tricolore, con illuminazione a led verde bianca e rossa, ed è tutto un “ci vediamo sotto l’albero”, “sono sotto l’albero, non mi vedi?”. Passa dall’albero Arianna Meloni, va di corsa al tendone “Giustizia Giusta” (l’altro si chiama “Rosario Livatino”, è un Atreju molto referendario) e forse il grande albero segue il nuovo diktat di “Giorgia” che quest’anno si è fotografata ai piedi di un sontuoso abete, ritorno alle origini per lei che si definiva “cintura nera di albero di Natale”, però nel frattempo è tornato “virale” (vabbè) un suo vecchio video in cui si diceva invce “presepista” (seguiva piagnisteo vittimistico, ci vogliono togliere il presepe, i ladri di presepe sotto Natale sono un evergreen della destra, è come a sinistra Zerocalcare che disdice la partecipazione a qualcosa).
Insomma, albero o presepe, pandoro o panettone, tanti riti, e cosa c’è di più bello, a Natale, di un bel rito collettivo? Tradizioni: a livello culinario, Davide Oldani per la cena del dopo-Scala ha dichiarato che ‘il menu è stato pensato con alcuni tocchi milanesi su una base di cucina italiana classica’ tra cui ‘spaghetti 3D Artisia’, ‘Vellutata di zucca con semi tostati, polvere di caffè e sciroppo al balsamico e il Baccalà tiepido setato con uvetta appassita’ e poi ‘Rustin Negàa’ di vitello, “Un piatto tipico milanese, con quel sound del dialetto milanese che quasi diventa internazionale”. Ad Atreju invece si rimane più sul classico, birre artigianali, polenta, arrosticini abruzzesi. Ma ieri sera alle 20 partiva il Gourmet Italia Bus, un torpedone bianco a due piani dell’Enit, l’Ente del turismo, da piazza Cavour non lontano da qui, e girava per Roma con a bordo la ministra Santanché in un tour da Grande abbuffata a delibare prelibatezze made in Italy per il riconoscimento della cucina italiana a patrimonio Unesco . Unico bus funzionante nella Roma oltretutto bloccata dagli scioperi consueti dei mezzi del venerdì (Fellini, dove sei? Torna). E’ chiaro che il melonismo punta molto sul food come elemento identitario. Già c’era stata la tavolata coi sindaci in diretta Rai a mezzogiorno qualche settimana fa che ricordava le trasmissioni di Wilma De Angelis, e l’immediata illuminazione del Colosseo dell’altro giorno sempre per la vittoria Unesco. Tajani invece posta sui social un video di lui che gira un enorme mastello di quello che sembra un risotto alla milanese. Chissà che direbbe Oldani.
A livello alimentare, tristanzuola l’altra grande kermesse di dicembre, cioè la fiera dei libri di Più libri più liberi, ogni anno giù nel deep Eur, alla Nuvola. Panini così così, prosecco e tartine del privé “business lounge” al primo piano, per scrittori ed editori, e giornalisti. Più gustose come sempre le polemiche. L’anno scorso era stato il filosofo forse manesco Caffo, quest’anno la sconosciuta casa editrice di destra “Passaggio al bosco”, che come si sa ha fatto il tutto esaurito. Ma, genialmente, mica ha preso uno stand ad Atreju, sennò chi se la filava? Ad Atreju manca infatti per essere veramente una kermesse completa la figura del filosofo o scrittore o vignettista che fa il gran rifiuto, con grande risalto su giornali e siti. Volendo, un Osho sarebbe perfetto, servirebbe un Osho che però ogni anno butta giù un disegnetto: “Aho, volevo tanto venì ma nun posso ù accettà” – inserisci impedimento etico. Per la presenza magari di un banchetto di estrema sinistra. Gli editori di estrema sinistra però o non ci sono o non sono così scaltri. Che poi: costerà di più uno stand a Più libri, o ad Atreju? Che differenza a metroquadro? Il problema è forse anche che il super comunista la pensa esattamente come il postfascista: infatti è stato accolto con tutti gli onori Marco Rizzo, ospite da sempre ghiottissimo qui. Non se ne esce. Non funziona, e addio marketing.
Ma i libri non mancano, non possono mancare. Ecco, ad Atreju, giovedì pomeriggio, presentazione del volume “La gaia incoscienza. Immaginario del tecnopotere” di Guerino Nuccio Bovalino, edizioni Luiss. Lo presenta Sebastiano Caputo, giovane in ascesa nel mondo romano tra geopolitica e giornalismo e Circolo degli Scacchi, un young Da Empoli di destra. “Bovalino ci guida nella giungla simbolica del tecnopotere, dove Elon Musk è il Cavaliere Oscuro e anche il Joker, Donald Trump è il wrestler e villain da kolossal, mentre Peter Thiel tesse trame da dietro le quinte”, dice la quarta di copertina. Tutti bevono vin brulé, signore col colbacco, sembra Cortina InConTra degli anni Novanta. Da Bovalino a Bova, ci spostiamo nel tendone principale dove si svolge uno dei panel più attesi, quello con Raul appunto Bova che racconta della sua vicissitudine, la pubblicazione del suo audio privato a una signorina, finito online, quello celebre di “buongiorno essere speciale dagli occhi spaccanti e dai baci meravigliosi”, già proverbiale. Eccolo, Bova, tutto in nero, e aria intimidita, mentre Arianna Meloni in dolcevita chiaro è chiaramente la boss in casa sua (in prima fila, la mamma d’Italia Anna Paratore). E’ tutto un “Come dice Arianna Meloni”, “Approfitto della presenza di Arianna Meloni”, “Arianna ti invito a riflettere”, “voglio concludere con Arianna”. Il tema sono i social, la loro deriva, la fine della privacy, i deepfake, cioè i video finti dell’AI, “ma chiamiamoli in italiano”, proclama l’attore Fabio Ferrari, l’indimenticabile Chicco dei “Ragazzi della Terza C”, e di “Vacanze di Natale a Cortina”, ricevendo una grande ovazione. “Il 41 per cento degli italiani non sa cosa vuol dire deepfake”. Ferrari sogna un mondo dove si parla in italiano e “se pubblichi un falso te vengono a prendere a casa e te portano in galera!”. Altra ovazione. Servirebbe un mondo invece dove “ognuno per entrà sui social deve dà la carta di identità”, dove ognuno “se facesse i cazzi suoi”, chiarisce ulteriormente il suo pensiero Ferrari.
Insomma i social, il web, l’AI, sono il nuovo nemico, sono un po’ il nuovo gender, pare di capire, del resto il gender, parlandone da vivo, ha perso, è come il suo parente, il woke, non si portano più. Poi certo bisognerebbe sentire il grande amico di Giorgia Elon Musk cosa ne pensa dell’idea di identificare tutti quelli che vanno sui social. Arianna termina citando papa Francesco, nel suo discorso contro l’AI. Una povera rappresentante di Meta fa una timida difesa d’ufficio della modernità e della categoria. Ma i temi e il dibattito sembrano un di più, quasi una scusa. Si sta qui per stare insieme, è Natale in fondo. La pesantezza è da “poveri comunisti”. Chiaro che questi della nuova destra sono molto più bravi ad annusare la modernità, cavalcarla, giocarci, vedere come va, in quest’epoca di meme. “Adesso abbiamo puntato su Pasolini per farli impazzire”, mi dice tutto contento un pezzo grosso di Fratelli d’Italia. “Poi prenderemo pure Calvino”. Mi chiedo come non abbiano ancora pensato all’arma finale, Eugenio Scalfari, del resto nel momento in cui la Repubblica finisce al fantomatico editore greco “amico della Meloni”, perché non rispolverare i trascorsi giovanili del young Eugenio nel Guf? Scalfari nel pantheon di Atreju, già, perché no? Forse perché i giornali non li legge nessuno, e tra i giovani nessuno saprà chi è. Ci vediamo sotto l’albero, comunque. E che albero. Niente a che vedere col tristo abete di Natale verde, fatto di carta e libri, nella hall gigantesca della nuvola di Fuksas, appunto alla fiera dell’Eur. Manco illuminato. E lì va in scena l’Italia de sinistra, l’Italia pensosa, cioè gli scrittori a forma di scrittori, lo stand di Repubblica parlandone da viva, col talk su Pasolini, ormai contendibile, l’enorme banco di Zerocalcare che in absentia vende e fattura comunque. Certo ci son momenti notevoli anche lì. Cortocircuiti. Domenica scorsa, nella galassia di salette del mezzanino che si chiamano Sirio Antares Saturno, tra le presentazioni della “prima graphic novel della Polizia di Stato”, il libro di don Antonio Loffredo prete anticamorra del rione Sanità, uno di Vanni Santoni sulla psichedelia, in una velocissima carambola di libri ed editori, tipo speed date letterario, ecco quella del libro di Gilda Moratti, attivista ambientalista e salvatrice dei delfini, ed ecco un pubblico molto più da Scala, o volendo da Atreju: a parte la mamma Letizia Moratti, scortata da due bodyguard con l’auricolare, ci sono il principe Colonna, il principe Fabio Borghese pronipote di Junio Valerio, dei Brachetti Peretti, dei ricchi milanesi generici, Sandra Carraro, e Minoli. Però a parte questi cortocircuiti, il core business di Plpl è ancora il woke. Il woke è il presepe di Plpl. Verso l’ora di chiusura, nel rito ormai codificato, nell’ultimo giorno di Plpl, la liturgia prevede infatti che tutte le scrittrici di area salgano su dal privé in processione, prendano la scala mobile per l’ascensione al piano più alto della Nuvola (stairway to heaven) e vadano a celebrare Michela Murgia. “Michela Murgia e la famiglia; Michela Murgia e la radio; Michela Murgia e il femminismo”, è la scaletta. E poi: “Michela Murgia e Stephen King”. Non si sa in quale segmento, in collegamento da Yale c’è uno dei più stimati membri di quella che fu la famiglia queer, il figlio d’anima Alessandro Giammei, col suo cravattone, ma non ci son più gli applausoni dell’anno scorso, quando il murgismo era ancora roboante. Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia queer è infelice a modo suo? Vedi mai che l’anno prossimo questi di Atreju si prendono pure la Murgia. Volendo, qualcosa si trova. Il cattolicesimo, le fiere origini locali, anche la fiera resistenza fiscale. Forse più collocabile in quota Lega che Fratelli d’Italia, però. A proposito di Fratelli d’Italia, incredibile che Atreju di Arbasino non si sia ancora appropriata o accorta, ma forse l’algoritmo meloniano non lo calcola, è il suo santo destino, del nostro gran lombardo, non essere appropriabile, rimanere in una nicchia (l’unico, forse, a non essere mai stato né fascista né comunista). Che rap che avrebbe fatto, però, su Atreju.
Comunque rispetto all’eccitazione molto istituzionale della prima milanese, e alla vaga depressione di Più libri più liberi, ad Atreju si respira un’atmosfera più giovane, giocosa. Dalle cass
esce “Jingle bell rock”, i guardiani all’ingresso sono più rilassati degli altri anni, c’è uno spirito più di cazzeggio, sono passati i “TheJournalai”, il collettivo dei videogiornalisti ggiovani che animano l’omonima pagina Instagram, e vengono qui e sfottono un po’ tutti, che si lasciano sfottere. “Non tiri fuori la pistola” al sottosegretario Delmastro Delle Vedove, quello della festa con la sparatoria di capodanno. Poi sempre ieri i volontari hanno organizzato un altro scherzone, un finto sciopero alla Landini. Con striscioni del fantomatico “Sindacato autonomo dei volontari di Atreju contro Donzelli”, Donzelli che gli son spuntati i capelli grigi, non è più Minnie, è Basettoni. E’ il vero dominus e animatore e G.O. (Gentil Organisateur) di questo Valtour di lotta e di governo, un po’ Cortina e un po’ piazza Navona delle bancarelle della Befana. Ecco, i volontari. Son mille, son giovani e forti, han l’aria simpatica, e il pass. Chiedo a qualcuno: la sera che fate? Niente, andiamo a letto o a bere una cosa qui, la maggior parte son romani, anche perché per stare una settimana a Roma non è che si posson pagare l’albergo. I giovani avventori non hanno invece particolari caratteristiche estetiche a parte l’abuso di Barbour verde (molti meno loden degli anni scorsi, forse conta anche la temperatura mite). Non c’è, rispetto alla vecchia destra delle barbe e delle occhiaie e dei cappotti da poliziotto, quel dato di differenza antropologica, che fa dire a un militante riflessivo che mi racconta con definizione fulminante– ovviamente sotto l’albero di Natale – “sono diventati di destra in quanto soggettoni, non soggettoni in quanto di destra. I vecchi esponenti di Fdi hanno tutti quell’aria di chi non è mai stato a Milano”.
Però qui invece le nuove classi dirigenti meloniane, o almeno quelle sotto il tendone, han più l’aria di chi fa Milano-Hotel Cristallo di Cortina in due ore, cinquantasette minuti e ventisette secondi. Soprattutto le donne. Le signore son tutte bionde, c’è parecchia chirurgia plastica, ma moderata, non i vecchi nasi rifatti all’insù tutti uguali di Roma Nord. Un labbro superiore pizzutello, non a gommone. Che stia nascendo anche un “Atreju look”, versione italiana del “Mar a Lago look” americano? Tinta di capelli: “lavish biondo cenere Roma sud”, come dice un mio amico sapiente, da Giorgia e poi Arianna, in giù. Finte bionde vanziniane, con moderazione. Anche una certa tensione non politica ma vitalistica, quando arriva Bova gli si buttano tutte addosso, bocche guizzanti e occhi spaccanti. Lui è protetto dai giovani della falange di Atreju. Arianna Meloni, in dolcevita di cachemire chiaro, lo ringrazia per “il coraggio di raccontarsi”. Suonano le musiche natalizie. Ci vediamo sotto l’albero. E anche questo Atreju…
(da ilfoglio.it)

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IL QUADRO DIMEZZATO

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

META’ DEGLI ITALIANI NON VOTA

Si leggono con interesse sempre più blando i sondaggi sulle intenzioni di voto perché (ammesso siano attendibili) inquadrano una porzione di italiani anno dopo anno più ristretta. Ottimisticamente, e parlando solo delle elezioni politiche: poco più della metà del Paese. Decisamente meno parlando di europee ed elezioni locali. Ancora meno nei referendum.
La metà in ombra, quella che non vota, ammutolita per scelta o per distrazione o per sfinimento o per menefreghismo o chissà, è un mistero evidentemente inaffrontabile, non inquadrabile e non leggibile: eppure, politicamente parlando, rappresenta l’enigma la cui soluzione, anche parziale, cambierebbe in modo radicale il futuro non solo in Italia, ma in tutti i Paesi muniti di suffragio universale.
Chi sono, perché non votano, quanto del loro silenzio politico è imputabile a loro e quanto invece alla politica?
Se fossi un partito commissionerei ai sondaggisti solamente indagini sugli astenuti, l’oceano muto e sordo sul quale nessuno sa più come navigare. È solo in mezzo a quelle acque indefinite che si potrebbe riuscire a capire lo sprofondo della politica, la sua perdita di senso e di peso, il suo sembrare un’attività tutta interna ai suoi artefici.
Esistono studi (per esempio quello del Mulino) sull’astensionismo, ma poi, lontano dalle elezioni, tutti continuiamo a commissionare, pubblicare e leggere la classifica dei partiti, gli 0,1 in più o in meno, senza renderci conto che si tratta di trascurabili dettagli di un quadro la cui metà è scomparsa. Come sa la Gioconda fosse dimezzata, mezzo volto di mezza donna. E l’Ultima cena: mezzo Cristo e sei apostoli.
(da repubblica.it)

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PER GLI ITALIANI IL NEMICO NUMERO UNO E’ TRUMP, AL SECONDO POSTO PUTIN, AL TERZO I SOVRANISTI

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

IL SONDAGGIO IZI SUI NEMICI DELL’EUROPA

L’unione europea resta un’istituzione utile e tutela gli interessi dei cittadini per la maggioranza degli italiani che vedono negli Stati Uniti di trump il pericolo principale , ancora di più che la Russia di Putin.
La stragrande maggioranza degli intervistati è poi fortemente contraria all’affermazione del presidente americano che ha descritto l’Europa come decadente e guidata da leader deboli. È quanto emerge da un sondaggio sulla fiducia nell’Ue realizzato da Izi, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione l’Aria che Tira condotta da David Parenzo su La 7.
Per il 55% degli intervistati l’Unione Europea resta utile per lo sviluppo dell’Italia e ne tutela gli interessi, anche se il 46% rivela che negli ultimi 3 anni, la fiducia riposta nell’unione è peggiorata, contro il 40% per cui è rimasta invariata.
Sulla questione chiave del voto in Consiglio Europeo il 58% degli intervistati ritiene che gli Stati membri debbano esprimersi a maggioranza e non all’unanimità, mentre per oltre l’85% l’attuale conformazione politica dell’Unione non rispecchia
l’idea dei padri fondatori.
Al numero uno della classifica dei principali nemici dell’Ue si posiziona Trump , con il 39,5% degli italiani che lo ritiene un pericolo, mentre il 29,5% vede Putin come principale ostacolo all’Unione , e al terzo posto ci sono i paesi sovranisti (23,4%). La stragrande maggioranza degli italiani ,più dell’81% si dice contraria alle affermazioni di Trump sulla debolezza dell’Europa e dei suoi leader .
(da agenzie)

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TAGLI A CASO E SOLDI AGLI AMICI

Dicembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

GOVERNO IN TILT SULLA MANOVRA

Tagli di 20 milioni di euro alle tv locali, che vengono sconfessati dallo stesso governo che li ha previsti, e di altri 30 milioni alla Rai. Misure tampone su affitti brevi e tasse sui dividendi, che risultano un compromesso forzato.
Fondi elargiti agli amici di sempre, dall’Aci del futuro presidente Geronimo La Russa fino all’immancabile Sport e salute, società sempre più a trazione meloniana, che addirittura può finanziare i «concorsi a pronostici sportivi». Benvenuti nell’ultima puntata del caos manovra, ennesimo esercizio di dilettantismo del governo Meloni.
La strategia del diversivo sull’oro della Banca d’Italia non funziona più di fronte ai fatti. Una situazione grottesca con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, costretto ad affrontare la questione con la presidente della Bce, Christine
Lagarde. Ed esprimendo soddisfazione ammette che l’emendamento-Malan «ha un effetto simbolico» per quanto ritenuto «fondamentale». Nel frattempo, si accumulano ritardi: prima di lunedì non si inizieranno le votazioni in commissioni Bilancio al Senato.
La tensione è molto alta e la riduzione di 20 milioni di euro alle tv locali, per destinarli al fondo dell’editoria, ha creato spaccature nel governo. Il ministero delle Imprese e del made in Italy, guidato da Adolfo Urso, ha fatto trapelare la netta contrarietà rispetto alla misura. Il Mimit «ha espresso da sempre la propria ferma contrarietà alla proposta ritenendo il taglio intollerabile» ed «è stata ribadita anche nelle scorse ore, in sede di riformulazione dell’emendamento». Urso non è comunque solo.
Fratelli d’Italia ha bocciato l’iniziativa, che però è stata inserita nel testo dallo stesso governo. «L’emittenza radiofonica e televisiva locale, rappresenta un pilastro fondamentale del pluralismo informativo e della vita democratica dei territori», ha detto Nicola Calandrini, senatore di FdI e presidente della commissione Bilancio a palazzo Madama.
La battaglia si sposta sui subemendamenti: la maggioranza potrebbe correggere la misura, ma lasciando scoperto di 20 milioni di euro l’aumento del fondo. La coperta è corta. Cortissima. Non va meglio sulla Rai: il consiglio di amministrazione, espressione della destra, ha manifestato «preoccupazione per il taglio finanziario (10 milioni all’anno, ndr)» che può avere ripercussioni soprattutto sui «grandi eventi».
I cahiers de doléances continuano su altri fronti. Nemmeno la
riduzione del taglio, da 150 a 90 milioni di euro, al settore audiovisivo è stata accolta con particolare giubilo. I problemi restano. Così come la drastica diminuzione degli stanziamenti al fondo per il cinema.
La norma, dopo l’ultimo emendamento del governo, avrà valore solo per il 2026: dall’anno successivo sarà sostanzialmente cancellata. In tre anni affluiscono altri 100 milioni di euro in totale per Sport e salute, la società pubblica – cassaforte dello sport – presieduta da Marco Mezzaroma, amico di vecchia data della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Una quota finirà invece al Coni dell’era post-Malagò, oggi è infatti guidato da Luciano Buonfiglio.
(da Domani)

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CHE COSA ACCADREBBE SE GLI AMERICANI SI SGANCIASSERO DALLA NATO, COME PAVENTATO DA TRUMP? OCCORREREBBE RIMPIAZZARE 80 MILA SOLDATI STATUNITENSI SUL CAMPO E PRENDERE IL POSTO DEGLI USA NEL COMANDO DELLE OPERAZIONI MILITARI E DEI SERVIZI SEGRETI

Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile

IL GENERALE TRICARICO, EX VICECOMANDANTE DELLA MISSIONE NATO CHE HA FATTO LA GUERRA DEL KOSOVO: “AL MOMENTO, LA CAPACITÀ USA DI INTELLIGENCE È INSOSTITUIBILE. COSÌ COME LA CAPACITÀ DI ORGANIZZARE LA GUERRA, CHE NON SI IMPARA DALL’OGGI AL DOMANI”

Ci sono i soldati, 65 mila “fissi” e altri 20mila che servono a rafforzare il fianco Est – nei Paesi ai confini con Russia, Bielorussia e Ucraina – nel quadro dei battlegroups multinazionali. Ci sono oltre quaranta basi, dalla Groenlandia alla Turchia all’Italia di Sigonella e Aviano. Ma soprattutto c’è la leadership. Questi sono gli americani in Europa, presenti nella cornice dell’Alleanza atlantica.
È americano, e finora sarebbe stata una bestemmia pensare il contrario, il generale Alexus Gregory Grynkewich alla guida del Comando supremo delle potenze alleate in Europa (Saceur).
Se gli Usa lasciano la Nato Che cosa accadrebbe se presto gli americani si sganciassero dalla Nato e lasciassero l’Europa agli europei? Sotto il profilo quantitativo, non sarebbe difficile sostituire 70 o 80 mila soldati statunitensi.
Ma sotto il profilo qualitativo, è tutto un altro discorso. Dice il generale Leonardo Tricarico, che è stato Capo di stato maggiore dell’Aeronautica e vicecomandante della missione Nato che ha fatto la guerra del Kosovo: «Al momento, la loro capacità di intelligence è insostituibile. Così come la capacità di organizzare la guerra, che non si impara dall’oggi al domani».
Nel 1999, nella guerra condotta dalla Nato contro la Serbia di Milosevic, gli americani dimostrarono agli europei che cosa significa intelligence e capacità di comando e controllo.
L’intera campagna aerea che mise in ginocchio la Serbia fu guidata da un anonimo colonnello americano che aveva la funzione di “battlestaff director”, ossia “direttore delle operazioni di battaglia”. Ebbene, soltanto quel colonnello aveva
il quadro aggiornato, ora per ora, dei possibili obiettivi, delle difese, della contraerea, dei possibili danni collaterali. Era il frutto della gigantesca capacità di intelligence a stelle e strisce, ineguagliabile per i miseri e frazionati strumenti dei singoli Paesi europei.
«La capacità di intelligence – spiega Tricarico – è il combinato di osservazione satellitare, intercettazione elettronica, spionaggio sul campo, ma anche capacità di processare i dati». Nel frattempo si è aggiunta l’intelligenza artificiale e l’analisi dei social, che si sta rivelando un’arma potentissima per sapere tutto del nemico.
Secondo episodio emblematico: la Libia del 2011. La guerra aerea che la Nato condusse contro il regime di Gheddafi fu all’inizio tutta europea. Francesi e inglesi appena incassato il via libera delle Nazioni Unite (peraltro il Consiglio di Sicurezza aveva deliberato solo una “no-fly zone”) iniziarono i bombardamenti.
Dopo qualche giorno, per spinta dell’Italia che era stata presa in contropiede, il comando delle operazioni fu assunto dalla Nato. E da quel momento anche aerei italiani presero a bombardare le forze di Gheddafi. Non quelli americani, che si tirarono fuori e non vollero partecipare assolutamente alla guerra.
Ebbene, i primi 15 giorni furono caotici. Più dei libici, il pericolo erano gli alleati stessi. Nessuno sapeva bene dell’altro, dove si sarebbe trovato, che cosa avrebbe fatto, quale rotta avrebbe seguito
Anche quella volta, la situazione fu risolta affidando la leadership agli americani, che furono pregati di “prestarci” la
loro intelligence e un direttore delle operazioni. Nuova sicurezza europea Non sono tanto i numeri della presenza militare degli Stati Uniti in Europa, allora, a preoccupare gli europei, quanto le loro capacità
è da capire come sarà ridisegnata l’architettura della sicurezza nel Vecchio Continente. L’Alleanza ha una doppia guida: una politica, guidata dal segretario generale e composta essenzialmente dal Consiglio Nord Atlantico di cui fanno parte tutti gli Stati membri, e una militare, vale a dire il Comando supremo delle potenze alleate Shape, che ha sede a Mons, in Belgio
Shape è il comando strategico e ha alle sue dirette dipendenze i comandi operativi (tra cui la sede di Napoli) e quelli tattici che gestiscono le operazioni militari nei vari domini (terrestre, marittimo, aereo). Il comandante militare, come detto, è sempre un americano.
Europei sono il segretario generale (oggi l’olandese Mark Rutte, in precedenza il norvegese Jan Stoltemberg) e il presidente del Comitato dei Capi di stato maggiore (in questo momento, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone). E dunque: ruoli e responsabilità come saranno suddivisi all’interno della Nato che verrà?
Se poi si parla con qualche esperto di cose militari, emerge che gli Usa sono indispensabili anche per diverse altre capacità: il trasporto aereo di uomini e mezzi, il genio militare che permette di allestire dal nulla una base in poco tempo, ovviamente la deterrenza nucleare. E poi la massa critica di armi ad alta tecnologia
A questo si aggiunga la nostra dipendenza dall’industria americana, che è l’unica in grado di sfornare grandi numeri di armamenti ad alta tecnologia. Su questo fronte, anche attraverso le iniziative Ue, gli europei stanno cercando di emanciparsi, ma è un processo lento.
L’Ue si sta muovendo con l’orizzonte del 2030, però molte iniziative in ambito militare richiedono più tempo. Basti pensare al progetto Gcap (Global Combat Air Programme) portato avanti da un consorzio tra Italia, Regno Unito e Giappone per la realizzazione di un caccia multiruolo di sesta generazione che non sarà in volo prima di dieci anni. Se tutto va bene. Per non parlare del ritardo clamoroso sul fronte satellitare o dell’intelligenza artificiale.
(da La Stampa)

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“IL GOVERNO MELONI? E’ UNA COMMEDIA ALL’ITALIANA. CI SONO SCENE DA CINEPANETTONE: I FRECCIAROSSA FERMATI DA LOLLOBRIGIDA OPPURE SANGIULIANO CON IL TAGLIO IN TESTA, CHE È UNA ROBA ALLA MASSIMO BOLDI”

Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile

IL REGISTA E SCENEGGIATORE FAUSTO BRIZZI A “UN GIORNO DA PECORA” PARLA ANCHE DEL FUTURO DELLA MOGLIE SILVIA SALIS, SINDACA DI GENOVA E POSSIBILE CANDIDATA ALLA GUIDA DELLA COALIZIONE ANTI-MELONI – “LE DIREI DI CONTINUARE A FARE IL SINDACO, LE PRIMARIE SONO UN SEGNO DI DEBOLEZZA”… “LA PERCENTUALE DI GRADIMENTO AL LIVELLO DI CONTE O SCHLEIN? E PENSATE CHE AL MOMENTO NON È ISCRITTA ALLA GARA…”

In che ruolo, al cinema, vedrei la premier Meloni? “In questo momento siamo una sorta di commedia all’italiana. Alcuni dei suoi ministri sembrano usciti da un film di natale, ci sono scene da cinepanettone: i Frecciarossa fermati oppure il taglio in testa, che è una roba alla Massimo Boldi”.
In quest’ottica “Meloni potrebbe fare una donna di potere, una virago, diciamo i ruoli che faceva Christian De Sica nei film di Natale. E chi potrebbe interpretare Schlein? La moglie di De Sica che studia e che sa tutto”. A rispondere alle domande dei
conduttori di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, sui possibili ruoli cinematografici in cui vedrebbe i nostri politici è il regista e sceneggiatore Fausto Brizzi, marito della sindaca di Genova Silvia Salis. In che ruolo immaginerebbe, invece, Matteo Salvini? “Salvini è già dentro una commedia all’italiana. Come ruolo potrebbe fare…se stesso”.
Fausto Brizzi, regista, sceneggiatore e marito della sindaca di Genova Silvia Salis, oggi è stato ospite in studio di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, dove tra cinema e politica ha raccontato il rapporto con la moglie, sindaca di Genova e, secondo alcuni, possibile candidata alla guida del c.sinistra, Silvia Salis. Come vi siete conosciuti? “Ad una festa di Natale, era il 17 dicembre del 2017. Dopo qualche decina di minuti sono andato dai miei amici e gli ho detto ‘ho conosciuto mia moglie’”.
Anche lei ha avuto lo stesso colpo di fulmine? “Silvia era un po’ sulle sue, ha pensato che fossi il solito romano che tende ad esagerare. Il giorno dopo le ho mandato due biglietti per il suo cantante preferito, Paolo Conte, dicendole: vacci con chi vuoi. E lei non mi ci porto’…” Andò con un altro? “No, credo che non ci andò proprio perché aveva altri impegni. Però un mese dopo eravamo fidanzati…” Anche quando le chiese di sposarla non le disse subito di sì. “Glielo chiesi mentre eravamo su una mongolfiera, un momento unico, e lei mi rispose: domandamelo tra un anno. Dopo 12 mesi le ho chiesto di nuovo e mi ha detto sì. Insomma, ho fatto un anno di prova”. Nonostante le sia un regista affermato, oggi viene visto come una sorta di ‘first gentleman’ di sua moglie. “Beh nei pass per gli eventi che la riguardano a me scrivono Fausto Salis – ha detto sorridendo il
regista a Un Giorno da Pecora -, e quando ci sono delle cene che la riguardano mi mettono al tavolo delle mogli”.
Avete dei nomignoli affettuosi che utilizzate l’uno con l’altra? “No, ci chiamiamo amore ma sui rispettivi telefoni siamo registrati come ‘Fausto marito’ e ‘Silvia sindaca’”. Com’è la vita in casa? “Vige il matriarcato, Silvia comanda da molto prima che diventasse sindaca”. Chi è dei due cucina? “A Genova cucina sua madre, a Roma cucino io”. Secondo alcuni sua moglie, che fino a poco tempo fa era quasi sconosciuta, potrebbe diventare la prossima leader del c.sinistra. Che spiegazione dà a questo successo così veloce?
“Da narratore devo dire che c’è un notevole ma naturale storytelling: Silvia è la figlia del custode del campo di atletica di Genova, che poi diventa atleta olimpica e poi fa la vicepresidente del Coni. La sua è una storia vera e quasi da film”.
Cosa risponderebbe a sua moglie se le chiedesse: ‘mi dovrei candidare alle primarie del c.sinistra’? “Le direi di continuare a fare il sindaco di Genova, perché c’è molto da fare. E poi anche Silvia ha detto che le primarie sono un segno di debolezza, così regali un assist alla concorrenza”.
Secondo un sondaggio di Youtrend sua moglie ha una percentuale di gradimento al livello di Conte o Schlein però. “E pensate che al momento non è iscritta alla gara. Per ora però è chiacchiericcio da sondaggi – ha concluso a Rai Radio1 – attualmente lei non è assolutamente in gioco”.
“Ho appena finito di girare un film sull’intelligenza artificiale, uscirà ad aprile. Il tema” della pellicola “è capire cosa accadrebbe se un influencer che tutti amano poi si scoprisse che,
in realtà, non fosse in realtà mai esistita. Il personaggio artificiale è interpretato da Taylor Mega, nel cast ci sono Laura Chiatti, Rocio Morales e Frank Matano”. Lo racconta a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è del regista e autore Fausto Brizzi, intervistato da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro.
(da Un Giorno da Pecora – Radio 1)

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“BOICOTTIAMO OCCHIUTO”: LA CONTROMOSSA DI TAJANI, PRE-PENSIONATO DA PIER SILVIO, CHE DÀ ORDINE A DIRIGENTI E PARLAMENTARI DI FORZA ITALIA DI NON PARTECIPARE AL CONVEGNO CHE TRA 4 GIORNI SANCIRA’ LA NASCITA DELLA CORRENTONA DI ROBERTO OCCHIUTO (BENEDETTA DA MARINA E PIER DUDI BERLUSCONI)

Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile

ALL’EVENTO ORGANIZZATO DAL GOVERNATORE DELLA CALABRIA CI SARANNO L’AD DI TIM PIETRO LABRIOLA, IL PRESIDENTE DI MONTE DEI PASCHI NICOLA MAIONE E IL GIORNALISTA MEDIASET NICOLA PORRO … IL CONTRO-EVENTO DI TAJANI SECCATO DALL’ENNESIMA STILETTATA DI PIER SILVIO

Telefonate, messaggi e inviti. Partiti negli ultimi giorni verso dirigenti di partito e parlamentari di Forza Italia con unico obiettivo: chiedere di non partecipare al convegno In libertà a Palazzo Grazioli che sancirà la nascita della corrente del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto in Forza Italia.
L’evento è stato organizzato dall’ex deputato azzurro Andrea Ruggieri e vedrà come ospite d’onore proprio il governatore della Calabria che nelle ultime settimane ha più volte fatto trapelare l’intenzione di avere un ruolo più nazionale nel partito. Poi ci sarà l’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola, il presidente di Monte dei Paschi Nicola Maione e il giornalista Mediaset Nicola Porro. Ma non sono escluse sorprese dell’ultimo minuto (ieri Ruggieri ha pubblicato una storia su Instagram annunciando che da oggi farà i primi “spoiler” degli ospiti)
Ma se il panel ormai è consolidato, non lo è chi deciderà di partecipare in platea. E, quindi, aderire di fatto alla nuova corrente di Occhiuto.
Negli ultimi giorni diversi parlamentari e dirigenti azzurri si sono posti il problema se andare o meno dando un esplicito appoggio alla scalata del partito di Occhiuto ma, allo stesso tempo, rischiando una forma di ritorsione interna dei fedelissimi di Tajani.
Mercoledì, dunque, a Palazzo Grazioli (storica residenza romana di Silvio Berlusconi), dalla platea la “corrente” di Occhiuto
inizierà anche a contarsi.
Non è un caso, secondo quanto riferiscono diversi deputati che chiedono di restare anonimi, negli ultimi giorni i fedelissimi del segretario Tajani abbiano chiesto più o meno esplicitamente a molti di loro di non partecipare all’evento di mercoledì per non dare adito a “strumentalizzazioni” e per evitare “di dare immagini di spaccature interne”.
Non solo: proprio negli stessi giorni il ministro degli Esteri sarà impegnato nella diciottesima conferenza delle ambasciatrici e degli ambasciatori alla Farnesina da lunedì e martedì, spostandosi poi mercoledì e giovedì a Milano.
Un evento che servirà come momento di “riflessione” sulle “priorità strategiche” dell’Italia e che riunirà tutti i 150 ambasciatori delle sedi diplomatiche italiane nel mondo. Giornate istituzionali che saranno aperte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Nelle ultime ore, però, ai parlamentari e dirigenti di Forza Italia è arrivato un invito, tramite messaggio, dalla segreteria di Tajani: “Se hai imprenditori del tuo territorio puoi farli partecipare perché sarà molto utile per chi vuole esportare e internazionalizzare – è il contenuto dell’invito letto dal Fatto – Ci si può registrare per l’incontro diretto con gli ambasciatori”.
Una richiesta rivolta agli imprenditori che ha fatto sollevare qualche perplessità tra i colleghi di partito, perché coinciderà proprio con il giorno del convegno di Occhiuto segnalando quale sarà la priorità del segretario in quei giorni.
Il ministro degli Esteri vede con sospetto e preoccupazione le mosse del governatore della Calabria soprattutto alla luce delle dichiarazioni di giovedì di Pier Silvio Berlusconi che ha spiegato al segretario che servono “nuove facce e nuove idee” per Forza Italia. Un’uscita che ha seccato non poco Tajani (non ci sarebbero stati contatti delle ultime ore con la famiglia Berlusconi) anche se ha dato l’ordine ai suoi di non rispondere, non alimentare polemiche e cercare di far cadere la questione.
Nonostante questo, dopo le parole di Berlusconi, è in bilico il capogruppo alla Camera Paolo Barelli che sta cercando una forma di compensazione politica.
Resta il timore per le mosse di Occhiuto che può contare anche su un buon rapporto personale con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni
(da Il Fatto Quotidiano)

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UNA MANOVRA A MISURA DI MEDIASET. PIER SILVIO BERLUSCONI GODE PER LA PROSSIMA FINANZIARIA: DOPO LO SCAZZO TRA LEGA E FORZA ITALIA, LA MAGGIORANZA HA DECISO DI TAGLIARE 20 MILIONI DESTINATI A RADIO E TELEVISIONI LOCALI CHE, NEL LORO PICCOLO, FANNO CONCORRENZA AL “BISCIONE”

Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile

MA IL PIACERE È DOPPIO PER “PIER DUDI”: IL GOVERNO DECIDE DI SFORBICIARE 30 MILIONI, IN TRE ANNI, ALLA RAI, PER LA GIOIA DI MEDIASET

Il più contento è il senatore Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia: domenica sera, alle 23, il primo voto in commissione sulla manovra per il 2026 (a quasi due mesi dalla presentazione del ddl), sarà sul suo famoso emendamento sull’oro di Banca d’Italia. Alla fine del lavoro matto e disperatissimo di Giancarlo Giorgetti con la Bce, quel testo – che sarà depositato oggi – dirà che i lingotti li detiene sempre Bankitalia, la quale li gestisce
come crede, però specifica che appartengono “allo Stato e al popolo”.
L’ultimo confronto, ad esempio, ha riguardato un argomento assai caldo in questi giorni: il futuro dei giornali e, più precisamente, il Fondo per il pluralismo che, a vario titolo, finanzia l’editoria (342 milioni nel 2026, che saliranno a 353 e poi 360 milioni nel biennio successivo con un aumento di 40 milioni all’anno rispetto a quanto previsto finora).
Il governo aveva presentato un emendamento alla Manovra che faceva salire di 60 milioni i soldi destinati ai giornali, settore malmesso, com’è noto, e che ha bisogno (tra le altre cose) di una nuova tornata di pre-pensionamenti e di fondi per la gestione delle crisi aziendali.
Contestualmente, però, l’esecutivo tagliava di 20 milioni i sostegni alle radio e televisioni locali, peraltro assegnando ogni potere di decisione sui fondi al Dipartimento editoria di Palazzo Chigi, escludendo cioè i vecchi co-protagonisti, il Tesoro e il ministero delle Imprese, competente sull’emittenza locale: non è un caso che Adolfo Urso abbia espresso parere negativo sull’emendamento, definendo pure il taglio di 20 milioni “intollerabile”.
Alla fine il forzista Alberto Barachini, il sottosegretario con delega all’editoria, ci ha dovuto ripensare, soprattutto per la contrarietà della Lega, tradizionalmente vicina a radio e tv locali, al contrario del partito Mediaset – sottolineano fonti parlamentari – assai poco propenso a finanziare concorrenti delle tv del Biscione: il taglio dovrebbe essere rientrato (sarà cancellato con un sub-emendamento o nel maxi su cui il governo
porrà la fiducia in Aula) e i giornali avranno un po’ meno soldi di quanti speravano.
Lo stesso Barachini ha ammesso la sconfitta quasi in chiaro ieri sera: “Stiamo lavorando sul maxi-emendamento e c’è un impegno importante del governo a sostenere tutta l’editoria”.
Non così bene è andata alla Rai, che invece – dopo i tagli degli anni scorsi – si vede sottrarre altri 10 milioni l’anno per il prossimo triennio, cui dovrà far fronte adottando “misure di razionalizzazione (…) dei costi di funzionamento e di gestione”.
Un’altra norma che non scontenterà di certo la principale concorrente della tv di Stato, mentre ha fatto preoccupare assai il Cda meloniano di Viale Mazzini (“a rischio i grandi eventi”) e inalberare pure il sindacato interno di destra, Unirai.
Soldi in più, invece, arrivano per il pozzo senza fondo delle Olimpiadi Milano-cortina, quelle “a costo zero”, a cui nel 2026 sono destinati altri 60 milioni per “esigenze di carattere logistico”, mentre dal 2027 l’Aci cara a Geronimo La Russa, figlio di, si ritroverà a bilancio 50 milioni in più l’anno sotto forma di minori tagli rispetto a quelli decisi nelle vecchie manovre.
Non hanno parenti illustri, evidentemente, i ricercatori italiani, per i quali il governo fa davvero poco. A fronte di un problema enorme, cioè 15 mila precari entrati nelle accademie e negli enti di ricerca grazie al Pnrr, il governo stanzia 50 milioni in due anni (peraltro col trucco), che bastano se tutto va bene a dare lavoro a meno di 2 mila ricercatori: è in sostanza la rinuncia a rivitalizzare l’università italiana.
Col trucco, si diceva, perché non è affatto detto che atenei ed enti di ricerca possano davvero usare quei soldi: il testo del governo prevede, infatti, che quel personale dovrà essere pagato almeno per metà da università ed enti “entro le proprie facoltà assunzionali”, cioè nel quadro dei loro attuali piani organici.
(da Il Fatto Quotidiano)

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