Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
NON AVENDO UNA REPUTAZIONE DA DIFENDERE, PUO’ DIRE E FARE QUELLO CHE VUOLE…SE POI E’ RIVOLGABBANA, DI ANDATA E RITORNO, SI VANTA DUE VOLTE…I CASI ROSSO, MENARDI E BARBARESCHI VISTI DA MARCO TRAVAGLIO
Nei paesi seri il voltagabbana è una figura losca, limacciosa, infida, puteolente.
Uno che fa ribrezzo a tutti e dunque anche a se stesso.
Striscia contro i muri, cerca il buio, spera di non esser notato e soprattutto di non apparire mai a colori, per nascondere meglio il rosso vergogna.
In Italia invece il voltagabbana è un furbo di tre cotte, invidiato o almeno compreso, gode di ampio consenso e ammirazione: incede tronfio e giulivo alla luce del sole, convoca telecamere e conferenze stampa, rilascia interviste, dà lezioni, lancia moniti e appelli.
Non avendo una reputazione da difendere, può fare e dire qualunque cosa. Se poi è un rivoltagabbana, di andata e ritorno, si vanta due volte, anzi due svolte.
Finora, di quest’ultimo modello superaccessoriato con retromarcia multipla di serie, esisteva un solo prototipo: il Mastella, passato da destra a sinistra a destra.
Ma ha presto fatto scuola: i berlusconiani divenuti finiani e tornati berlusconiani sono legione.
Martedì scorso, sul volo Torino-Roma delle 11, mi ritrovo accanto Roberto Rosso da Vercelli.
Lo conosco dal 1992 quando, giovane Dc (corrente Andreotti), creò il movimento “Mani Pulite” e con le sue denunce contribuì a far arrestare in blocco la giunta comunale di pentapartito della sua città .
Due anni dopo era già in Forza Italia e lì bivaccò, per cinque legislature, fino a qualche mese fa, quando fu folgorato sulla via di Fli.
Una crisi di coscienza per motivi ideali, infatti divenne subito coordinatore regionale dei finiani, facendo infuriare la Siliquini e Menardi (anch’essi rientrati a corte).
I giornali ipotizzano un suo ritorno all’ovile.
Glieli mostro, lui spalanca il sorrisone: “Tutte balle. Verdini mi chiama un giorno sì e l’altro pure, promette posti di governo, ma non ha capito chi è Roberto Rosso”.
Poi si addormenta per il resto del volo.
Due giorni dopo ripassa con B.
Verdini aveva capito benissimo chi è Roberto Rosso.
Il quale spiega al Giornale: “Verdini e Santanchè hanno fatto sì che si incuneasse nella mia coscienza l’idea di un ritorno a casa”.
Perchè “io sono pronipote di san Giovanni Bosco”, fondatore dei salesiani che lui confonde coi berlusconiani.
Il santo dev’essergli apparso in sogno per rammentargli “la mia formazione cattolico-liberale” (era andreottiano, ma fa lo stesso) e metterlo in guardia dalla “deriva laicista che sta prendendo possesso del Fli”.
Invece i bungabunga ad Arcore sarebbero molto piaciuti, al santo prozio. Ergo non poteva restare un istante di più “in un partito con l’ossessione dell’antiberlusconismo”.
Che strano: a Bastia Umbra, Rosso era in prima fila a spellarsi le mani quando Fini urlò che B. doveva dimettersi.
E il 15 dicembre votò la sfiducia al governo B.
Poi, casualmente, ha scoperto che i finiani, massacrati per mesi da giornali e tv di B. per ordine di B., non simpatizzano per B.
Strana gente, eh?
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata “la direzione nazionale, in cui ascoltavo discorsi da vecchio Msi”, “troppo di destra” per i suoi gusti. Purtroppo don Bosco non è apparso ad altri due rivoltagabbana, Barbareschi e Menardi, che invece lasciano Fli perchè “vuole allearsi a sinistra con Vendola”.
Poco importa se Fini l’ha sempre escluso.
Menardi da Cuneo, che fino all’altroieri tuonava contro il “partito azienda”, dice che ci torna ma “per migliorarlo” e lo farà tutto da solo, con le nude mani. Anzi no, per ora non torna: “Resto a bagnomaria aspettando gli eventi”, farà un gruppo con gli altri come lui: “i Propositivi”, quelli che si propongono. Anche Barbareschi, dopo lo sblocco delle sue fiction Rai, roba da 10 milioni di euro, vuole dare “il mio contributo creativo” al Pdl con “il progetto di wikipolitics”: roba forte.
Del resto lui, come Sordi ameregano a Roma, “stavo a Broadway”.
E poi “Berlusconi mi ha ringraziato per la coerenza”.
E “Verdini ha riconosciuto il mio atteggiamento corretto, serio”.
E quando B. ti certifica la coerenza e Verdini la correttezza, puoi dormire tranquillo.
È il marchio di garanzia.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI CITA GLI STATES PER DIFENDERSI, MA LI’ LE REGISTRAZIONI VANNO SUI GIORNALI E ANCHE SULLE RADIO LOCALI… POLITICI CON LE SQUILLO E SEGGI IN VENDITA, MA NIENTE BAVAGLI
Negli Stati Uniti “chi passa le intercettazioni alla stampa va in galera, e ci resta per
molti anni”, ha detto Berlusconi.
Cerchiamo di capire che succede in America, ne scopriremo delle belle. Scopriremo – se già non lo sapevamo – che le intercettazioni hanno fatto cadere il governatore dello stato di New York, Eliot Spitzer.
Che aveva fatto?
Aveva pagato le costose prostitute del Vip Club Emperors (“Club Imperatori”). La più famosa, quella che si è guadagnata le copertine dei tabloid per le sue forme generose, si faceva chiamare Ashley Duprè, ma il suo nome reale era nientemeno che Ashley Rae Maika Di Pietro.
Passare un’ora con lei, però, costava un migliaio di dollari.
Sull’ Huffington Post sono comparsi gli sms che il governatore mandava alle sue amanti a pagamento.
A “Kristen” , ad esempio, chiedeva: “Pls let me know if ‘package’ arrives 2mrw”. Ovvero: “Per favore fammi sapere se il pacchetto (con i soldi per la prestazione, ndr) arriva domani”.
Nessun giornalista è andato in galera.
A dire il vero, neppure Spitzer sta passando le sue giornate dietro le sbarre. Anzi, è finito a condurre un programma televisivo sulla CNN (nemmeno qui i confini tra politica e tivù sono così chiari).
“Le intercettazioni sono strumenti essenziali per le indagini – aveva sottolineato Lanny Breuer, del dipartimento di giustizia di Washington, durante una visita italiana – la legislazione italiana, così come è stata finora, è stata molto efficace nella lotta alla criminalità organizzata”.
La legislazione americana in tema di intercettazioni si basa principalmente sull’Electronic Communications Privacy Act del 1986, che consente di registrare una conversazione telefonica solo dopo aver mostrato una “probabile causa” di attività illegale, e dopo aver ottenuto un ordine dalla corte.
Passiamo ad un secondo caso americano, che tocca un altro ex governatore, Rod Blagojevich, già alla guida dell’Illinois.
Lui è uscito di scena per aver tentato di “vendere” la poltrona che era di Barack Obama.
Quanto è stato eletto presidente, il suo seggio senatoriale di Obama è rimasto vuoto.
Tocca al governatore del relativo Stato decidere il sostituto. Blagojevich voleva soldi dagli aspiranti senatori: è emerso da alcune intercettazioni, pubblicate dalla stampa e trasmesse dalle tv.
Quando Blagojevich ha saputo di avere il telefono sotto controllo, si vantò di non temere le indagini: “Che mi intercettino in pubblico o in privato – andava dicendo – vi posso assicurare che tutto ciò che dico è sempre legale”.
E ancora: “Se qualcuno vuole registrare le mie conversazioni, vada pure avanti, si senta libero di farlo: apprezzo chiunque mi registri in maniera aperta e conosciuta, ma coloro che vogliono farlo di nascosto, beh, gli ricordo che puzzano di Nixon e Watergate”.
Il riferimento è interessante: lo stesso indagato sosteneva che finchè le intercettazioni sono legali e trasparenti va tutto bene, perchè il vero problema sono le registrazioni telefoniche clandestine, come quelle ordinate dal presidente Nixon contro i suoi avversari democratici (proprio per questo fu costretto alle dimissioni).
Anche sulle intercettazioni illegali, comunque, il pragmatismo anglo-sassone vince sui libri del diritto.
Prendiamo un terzo caso, catalogato nei manuali di giurisprudenza sotto il titolo “Bartnicki versus Vopper”.
Due esponenti del sindacato degli insegnanti in Pennsylvania vengono intercettati illegalmente, da uno sconosciuto.
Dicono che se le loro richieste non verranno soddisfatte “andremo nelle nelle loro case, a buttar giù le loro verande”.
La registrazione viene mandata in onda dalle radio locali.
I due esponenti del sindacato sostengono che la legge è stata violata.
Il caso sale tutti i gradini del sistema giudiziario americano, arrivando alla Corte Suprema, che stabilisce: il primo emendamento della Costituzione (libertà di espressione) vince sul diritto alla privacy.
Poco conta, insomma, se la conversazione è stata registrata illegalmente.
Matteo Bosco Bortolaso
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
FRATTINI: “NON DOBBIAMO DARE L’IMPRESSIONE SBAGLIATA DI VOLER INTERFERIRE”… CRITICHE LONDRA E PARIGI…NEW YORK TIMES: “BERLUSCONI SCIMMIOTTA I MODI DEI DESPOTI ARABI”
In Europa l’hanno ribattezzata “la schizofrenia di Rue Froissart”.
È l’ultimo ritrovato della diplomazia berlusconiana: all’ingresso nelle riunioni comunitarie (le auto delle delegazioni entrano appunto da Rue Froissart, sul lato del palazzo del Consiglio) il politico italiano di turno fa dichiarazioni benevolenti verso il dittatore sotto accusa.
Poi, in riunione, vota con gli altri un comunicato di condanna.
È già successo all’ultimo vertice europeo, quando Berlusconi, arrivando alla riunione, ha cantato le lodi di Mubarak, per poi approvare una risoluzione di condanna delle repressioni ordite dal raìs egiziano.
Era successo in precedenza, quando avevamo difeso il dittatore bielorusso Lukashenko, salvo poi appoggiare le sanzioni Ue alla Bielorussia.
È successo puntualmente anche ieri, con la Libia.
Il ministro degli Esteri Frattini, subito dopo l’ingresso da Rue Froissart, ha difeso le ragioni della “riconciliazione” in un Paese dilaniato dalla guerra civile.
“Spero che in Libia si avvii una riconciliazione nazionale che porti ad una Costituzione libica, come proposto da Seif al-Islam (il figlio di Gheddafi a capo della repressione, ndr)”.
Sempre prima di entrare nella sala del Consiglio, il ministro degli Esteri italiano ha messo in guardia l’Europa contro ogni tentativo di interferire negli affari libici: “Non dobbiamo dare l’impressione sbagliata di volere interferire, di volere esportare la nostra democrazia. Dobbiamo aiutare, dobbiamo sostenere la riconciliazione pacifica: questa è la strada”, ha spiegato ai giornalisti mentre l’aviazione del Colonnello bombardava i manifestanti.
Ma poi, uscito dalla riunione, ha spiegato di condividere pienamente il comunicato finale che “condanna la repressione in corso contro i manifestanti”, chiede “l’immediata fine dell’uso della forza” e difende “le legittime aspirazioni e le richieste di riforme del popolo libico”, che devono essere soddisfatte “attraverso un dialogo aperto e inclusivo che porti ad un futuro costruttivo per il Paese e per il popolo”.
Insomma, se non si chiede esplicitamente l’allontanamento di Gheddafi, poco ci manca.
Quali siano le ragioni che spingono il governo berlusconiano a questo tipo di sdoppiamento, è cosa che a Bruxelles stentano a capire.
Forse perchè non hanno potuto apprezzare fino in fondo quanto sia consustanziale al berlusconismo la “politica dell’annuncio”, che consacra la dicotomia tra fatti e parole.
Forse perchè non hanno (ancora) letto l’editoriale di Roger Cohen sul New York Times, che racconta come “Berlusconi scimmiotta i modi dei despoti arabi confondendo se stesso con la Nazione”.
Ma ormai la “schizofrenia di Rue Froissart” è diventata uno dei divertissements dei diplomatici europei, sempre pronti a sorridere dell’Italia.
Per essere onesti, questa volta Frattini qualche debole tentativo di difendere “l’amico Gheddafi” lo ha fatto anche nel corso della riunione, spalleggiato solo dal collega maltese.
Del resto anche Berlusconi all’ultimo vertice, durante la colazione di lavoro, si era speso in una imbarazzante quanto inutile eulogia di Mubarak.
Questa volta, il nostro ministro degli Esteri ha dovuto battersi contro britannici e tedeschi, che volevano rendere ancora più duro ed esplicito il comunicato finale.
Il ministro degli Esteri finlandese, Alexander Stubb, si era spinto fino a chiedere il varo di sanzioni immediate contro il governo libico.
Ma alla fine i “falchi” non l’hanno spuntata.
“Oggi dobbiamo parlare di dialogo nazionale di riconciliazione – ha spiegato soddisfatto il ministro italiano – non creare le condizioni per un nuovo scontro con decine di migliaia di cittadini europei che vivono in Libia”.
Ma anche la delegazione italiana ha dovuto inghiottire qualche rospo.
Una proposta, avanzata dal ministro maltese e sostenuta dall’Italia, voleva inserire nel comunicato finale una frase in cui l’Unione europea “riconosce pienamente i diritti sovrani della Libia e la sua integrità territoriale”.
L’idea, nonostante le premesse di Frattini sulla non interferenza, era forse quella di sottolineare il pericolo di una spaccatura del Paese tra la parte orientale e quella occidentale.
Ma molti ministri hanno fatto osservare che, come ha spiegato il belga Steven Vanackere, “riconoscere la piena sovranità dei libici in questo momento equivale a legittimare il massacro dei dimostranti come un affare di politica interna su cui non si può interferire”.
Di fronte a questa obiezione, Italia e Malta hanno dovuto rinunciare alla loro richiesta. Ma non importa.
“Sono un ministro europeo e mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto. Anche il comunicato finale parla della necessità di una riconciliazione nazionale”.
Nel comunicato finale, però, la parola “riconciliazione”, tanto cara all’Italia, proprio non compare.
Si deve essere persa in Rue Froissart.
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
INDAGATO PER TRUFFA, FALSO IN ATTO PUBBLICO E VIOLAZIONE DELLA LEGGE ELETTORALE: AVREBBE FALSIFICATO MIGLIAIA DI SCHEDE ELETTORALI, IMPOSSESSANDOSI DI 20.000 PLICHI MAI GIUNTI A DESTINAZIONE… INDEBITAMENTE COMPILATE, LE SCHEDE SAREBBERO POI STATE REGISTRATE COME VALIDE… CASELLI IN PASSATO FU INDAGATO PER TRAFFICO D’ARMI E SOSPETTATO DI LEGAMI MAFIOSI
Dopo il caso del senatore Di Girolamo (circoscrizione Europa) arrestato per essere
stato eletto grazie all’impegno attivo della ‘ndrangheta, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo della Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sull’elezione del senatore Juan Esteban Caselli, nominato coordinatore del Pdl nel Mondo in sostituzione di Aldo Di Biagio passato con Gianfranco Fini. Un’inchiesta che conferma come il voto degli italiani all’estero non garantisca un diritto, bensì si presti a facili manipolazioni poco consone ad una democrazia occidentale.
L’accusa ipotizzata per Caselli è di truffa per falso in atto pubblico e violazione della legge elettorale.
L’imbroglio sarebbe consistito anche nell’aver falsificato le schede elettorali per diverse ragioni non recapitate o tornate al Consolato.
Il sospetto è che si siano impossessati di 20 mila plichi elettorali che non sarebbero giunti a destinazione a causa dell’indirizzo sbagliato.
Migliaia di schede sarebbero state riempite tutte dalla stessa mano con il nome di Caselli e inviate in Italia.
Nel corposo fascicolo oltre a un video anche molte testimonianze di persone che hanno dichiarato di non aver votato: “No ha ber votado en las elecciones parlamentarias italianas celebradas en el mes de abril del ano 2008” mentre le schede risultano intestate a loro…
Un’operazione che secondo gli inquirenti non sarebbe potuta avvenire senza la complicità del Console italiano Giancarlo Maria Curcio nominato il 19 dicembre scorso da Berlusconi ambasciatore a Panama, con cui Caselli dice di condividere la stessa visione cristiana della vita.
Nell’inchiesta spuntano anche i nomi di un carabiniere incaricato della sorveglianza delle buste presso il consolato generale; di Marcello Valeri, capo dell’ufficio informatica ed elettorale del Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires; di Oscar Andreani titolare dell’omonima ditta di spedizione; di Francesco Arena di origine calabrese che trasmette il programma “Italia Tricolore” da Radio Splendid finanziato dal senatore Caselli, amico del Console Curcio e di Carmelo Pintabona originario di Sinagra in Sicilia.
Caselli per gli amici argentini “Carcho”, nome quasi sconosciuto in Italia se non per aver conquistato il record come il senatore più assente a Palazzo Madama con un 38% di presenze, vanta invece una storia molto conosciuta dai magistrati e dall’opinione pubblica argentina per i suoi a dir poco lati oscuri che lo legano anche alla dittatura e al governo Menem.
Come ricorda il quotidiano argentino “Critica”, il seggio al Senato gli è stato offerto da Berlusconi in persona.
È lui il fondatore del partito “El Pueblo de la libertad” con il quale ha annunciato la sua candidatura alla Casa Rosada per le prossime elezioni con queste parole: “Per quanto riguarda la politica a livello nazionale prenderò esempio da Silvio Berlusconi”.
Ex ambasciatore presso il Vaticano nel governo di Carlos Menem, Caselli vantava un rapporto strettissimo con monsignor Angelo Sodano.
Fu proprio grazie a Caselli designato “Gentiluomo di Sua Santità ” che Menem ebbe un posto a sedere a San Pietro ai funerali di Giovanni Paolo II. Il Vescovo Rafael Rey titolare della Caritas Argentina quando andò in pensione raccontò che Caselli nel 1999 gli offrì denaro affinchè moderasse le sue critiche al governo Menem…
La giornalista Olga Wornat in un suo libro ha scritto che “Carcho” è stato il consigliere dei dittatori Reynaldo Bignone e Roberto Viola negli anni bui delle desapariciones argentine e che la sua fortuna finanziaria affaristica è iniziata dall’eredità dell’ufficiale dell’aviazione militare, Miguel Cardalda, di cui era autista, anche lui desaparasidos.
Accusa rinnovatagli da Avila, candidato alla presidenza della squadra del River Plate nel corso della famosa trasmissione sportiva del canale Cen El Diario, durante la quale ha aggiunto che Caselli aveva pagato delle mazzette ai politici e di aver fatto i soldi con il gioco d’azzardo e con la prostituzione della provincia di Buonos Aires.
Da sottosegretario alla Presidenza della Repubblica di Menem, Caselli fu indagato per traffico d’armi per essere intervenuto a nome della Casa Rosada sul ministro della Difesa a favore della ditta Sarlenga, poi coinvolta nel commercio di armi acquistate in Ecuador rivendute alla Croazia durante la guerra in Bosnia attraverso una triangolazione con Argentina e Venezuela. Tra i suoi acerrimi nemici politici compare anche l’ex ministro dell’Economia argentino, Domingo Cavallo, che lo ha accusato di far parte della mafia legata ad Alfredo Yabran, personaggio collegato tra l’altro all’uccisione di Josè Luis Cabezas, fotografo del settimanale politico argentino Noticias.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
PER REAGIRE AGLI SBARCHI DEI TUNISINI, LA MINISTRA DEL TURISMO PROPORRA’ UNA CONTROINVASIONE DI ITALIANI A DJERBA, CON BUFFET TUTTO COMPRESO
La nuova ondata di migranti pone seri problemi alle autorità italiane.
“Sono solo pochi radical chic addestrati nei salotti di Tunisi”, ha dichiarato il ministro Gelmini.
Ma secondo le prime verifiche i radical chic infiltrati sarebbero solo tre su cinquemila, subito identificati dalla polizia perchè erano fradici di sudore a causa del kaftano di cachemire.
Secondo indiscrezioni, si tratterebbe di tre latitanti di Mazara del Vallo travestiti, giunti in Italia per partecipare al Festival di Sanremo su invito di Fabrizio Corona.
Quanto agli altri migranti, non chiedono lo status di rifugiati politici ma quello, molto più efficace in Italia, di nipoti di Mubarak, presentando documenti falsi. Alcuni hanno anche ritoccato la fotografia, aggiungendo un paio di tette, considerate il vero lasciapassare per il nostro Paese.
Poichè il Parlamento, approvando una proposta del Pdl, ha appena sancito che soccorrere i nipoti di Mubarak è doveroso, il governo italiano si vede costretto a regalare a ogni nuovo immigrato un ciondolo Swarovsky e una busta con settemila euro, trattabili secondo l’uso arabo.
Il ministro Maroni ha reagito indignato alla nota ufficiale del governo tunisino, che l’ha definito “rappresentante della destra razzista”.
“Io non parlo con gli arabi”, la sua secca replica.
Per rimediare all’impasse, la Lega ha rilanciato l’idea di inviare in Tunisia forze di polizia italiane: un corpo speciale è già pronto al porto di Lampedusa, ma a causa dei tagli di Tremonti si dovranno riutilizzare gli stessi gommoni a remi usati dai migranti.
L’arrivo degli italiani in Tunisia è previsto per il prossimo Natale.
Il nostro governo insiste sul principio della reciprocità .
Per ogni sbarco di maghrebini in Italia, verrà allestito uno sbarco di migranti italiani nel Maghreb.
Già pronti decine di migliaia di ricercatori e borsisti, con la caratteristica sacca Vuitton completamente vuota che ci rende riconoscibili all’estero.
Per ristabilire la parità anche negli annegamenti, saliranno a bordo di appositi barconi già bucati con il succhiello dal Genio militare.
L’ipotesi di una guerra preventiva con la Tunisia, sul modello dell’invasione dell’Iraq, si fa strada nei settori più responsabili del governo, in contrasto con i falchi che vorrebbero invadere anche l’Algeria, il Marocco e l’Egitto con l’appoggio del fedele alleato libico.
Un’invasione della sola Tunisia, fa osservare il ministro del Turismo Brambilla, avrebbe costi molto contenuti grazie ai tanti pacchetti last-minute delle agenzie turistiche.
Brambilla e La Russa stanno studiando l’occupazione militare di Djerba in bassa stagione, con buffet tutto compreso (escluse le bevande).
Il comparto delle escort, fiore all’occhiello del made in Italy, non sembra adatto ai nuovi arrivati, vuoi perchè maschi, vuoi perchè parlano un italiano troppo forbito per essere adatti alle conversazioni di Arcore.
Per mostrare buona volontà , la Lega ha proposto di destinare gli immigrati arabi alla raccolta di datteri e all’allevamento dei cammelli.
La replica dell’opposizione, che ha fatto osservare che da noi non ci sono datteri nè cammelli, è stata giudicata strumentale dal governo, stanco di avere a che fare con un’opposizione che sa dire sempre e solo no.
Un nuovo stabilimento Fiat in Tunisia darebbe ventimila posti di lavoro in loco, alleggerendo la pressione migratoria.
I sindacati locali El Cisl e El Uil si sono detti entusiasti.
El Fiom chiede un referendum per sapere se gli operai tunisini sono favorevoli o contrari all’orario proposto da Marchionne: trentasei ore, ma quotidiane.
Nei nuovi stabilimenti verrebbe prodotta la Miraggio, una elegante station-wagon che svanisce appena il proprietario inserisce le chiavi nella portiera.
Michele Serra
(da “l’Espresso“)
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Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile
LE NOTIZIE CHE RIESCONO A USCIRE, VIOLANDO LA CORTINA DEL SILENZIO DEL REGIME LIBICO…L’OSCURAMENTO PARZIALE DELLA RETE NON IMPEDISCE AI MANIFESTANTI DI RENDERE NOTI I MASSACRI, IL NUMERO DEI MARTIRI, LE RIVOLTE IN ATTO, IL GENOCIDIO ORDINATO DAL COMPAGNO DI MERENDE DI BERLUSCONI E MARONI
“Tutto questo non fa che rendere i libici più uniti. Ogni città ora ha i suoi martiri —
scrive un’attivista che si fa chiamare Lybian Dude su Twitter, e aggiunge — soltanto il tempo potrà chiarire la reale portata del massacro. Prego soltanto che l’esercito e i commando facciano la scelta giusta”. Changeinlybia è uno degli account più attivi sul sito di microblogging, uno dei pochi, assieme a @ShababLibya che riescono a superare la cortina di silenzio stesa dal regime del colonnello Gheddafi sulle rivolte interne.
Le notizie che arrivano attraverso i social media sono poche e intermittenti. Internet è a singhiozzo: il governo, per nascondere le notizie dei massacri e impedire ai manifestanti di comunicare fra loro, sembra aver dato il via a una specie di coprifuoco digitale.
Non un totale spegnimento della Rete, come avvenuto in Egitto, ma un oscuramento parziale che, secondo quanto riportato dall’edizione per il Medio Oriente del sito The Next Web, viene attivato ogni notte a partire dalle 22 locali, per poi cessare, col ripristino della connettività alle 5.30 della mattina del giorno dopo.
Alcuni siti rimangono inaccessibili anche dopo tale ora, Facebook, You Tube, Twitter e Al Jazeera su tutti.
Qualcosa però filtra: ShababLybia, voce del Movimento dei giovani per la Libia, un gruppo che si ispira a quanto successo in Egitto per migliorare la situazione del proprio paese, possiede anche un profilo Facebook, dove vengono postati video e aggiornamenti sui tumulti in corso.
L’ultima testimonianza visiva è della notte scorsa e mostra un gruppo di persone che girano in tondo urlando slogan contro il regime.
In precedenza, grazie al network del gruppo di attivisti Telecomix, erano stati diffusi sul Web alcuni brevi clip riprese col telefonino, immagini impressionanti di giovani feriti in barella e degli scontri di Bengasi, la seconda città del Paese, che sembra essere stata conquistata dai manifestanti.
Telecomix ha anche messo a disposizione dei rivoltosi alcuni numeri da chiamare per poter accedere a Internet malgrado il blocco governativo, e un wiki, una specie di blocco appunti editabile da chiunque in cui sono raccolte le istruzioni per bypassare la censura.
Anche gli Anonymous, gli hacker celebri per il loro supporto a Wikileaks e, da ultimo, noti anche in Italia per alcuni attacchi informatici ai siti delle istituzioni, si sono schierati dalla parte dei libici, dando il via alla “Operation Lybia”, i cui contorni rimangono però ancora da definire.
Su YouTube aggiornamenti e immagini delle proteste arrivano attraverso il canale di SaveLibia.
“Questo canale è stato creato per mostrare al mondo quello che sta succedendo in Libia. È una delle poche vie di comunicazione che la Libia ha col mondo esterno e intendiamo mantenerlo attivo”.
Come nel caso della crisi egiziana, la creatività dei manifestanti riesce a sfruttare al meglio anche gli altri strumenti messi a disposizione da Google. Un cittadino il cui pseudonimo su Twitter è “@arasmus” sfrutta Google Maps per georefenziare tutti i focolai di protesta e le notizie sulle vittime dei massacri.
L’ultima segnalazione è delle 5.30 di questa mattina e racconta di rivoltosi uccisi e feriti nella Piazza Verde di Tripoli.
L’autenticità delle news è da confermare, anche se l’autore afferma di servirsi di fonti attendibili.
Il sistema Speak2Tweet, ovvero la conversione dei messaggi vocali in tweet fornita da Google e Twitter in occasione della rivolta egiziana, non sembra molto sfruttato dai libici, che preferiscono lasciare i loro messaggi nell’account Feb17voices di AudioBoo.
Stando all’ultimo file audio inviato, tre o quattromila persone avrebbero occupato la centralissima Piazza Verde, dove Gheddafi soleva tenere i comizi.
Infine “Killed in Lybia” è un foglio di calcolo di Google Docs il cui scopo è quello di raccogliere i nomi di tutti i caduti per la rivoluzione.
Finora sono state inseriti 54 nominativi e anche qui è evidente il richiamo alla protesta egiziana, in cui era stata sperimentata una soluzione simile per censire i morti.
Federico Guerrini
(da “La Stampa“)
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Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL PROCEDIMENTO ALLA CAMERA RISCHIA LO STOP DI FINI… LA DIFESA DI BERLUSCONI CONVINTA DI USCIRE DAL PROCESSO RUBY IN TEMPO BREVI
Esitanti. Dubbiosi. Incerti.
Con il fantasma di un no di Fini e dell’ufficio di presidenza della Camera al conflitto di attribuzione.
Stanno messi così quelli del Pdl.
Con gli avvocati del premier, intenti alla lettura delle carte del processo, che spingono per liquidare subito il dibattimento del Rubygate, farlo e chiuderlo in più in fretta possibile, per evitare che possa essere ricongiunto a quello Minetti-Fede-Mora, in cui Berlusconi finirebbe nel tritacarne mediatico delle decine di ragazze che raccontano le notti di Arcore.
Ma con i consiglieri politici di Berlusconi che calcano la mano sulla necessità , all’opposto, di un segnale di netta contrapposizione ai magistrati, che passa necessariamente per il conflitto di attribuzione alla Consulta.
Sul quale però incombe il rischio di un altolà di Fini e dell’ufficio di presidenza della Camera, dove i numeri non arridono alla maggioranza.
È questa la fotografia del week end di dubbi e incertezze in casa berlusconiana che potrebbe preludere oggi alla decisione di rinviare ancora l’avvio del conflitto di attribuzione alla Camera.
“Potrebbe”, un condizionale d’obbligo, perchè nella strategia per difendere il “capo” mai come questa volta ci sono stati stop and go, corse in avanti e precipitosi passi indietro.
Il caso del conflitto alla Corte è emblematico. Uno o due?
Uno alla Camera e uno di palazzo Chigi?
Non è ancora deciso.
Pareva certo che oggi, al presidente della giunta per le autorizzazioni Pierluigi Castagnetti, il capogruppo del Pdl Maurizio Paniz avrebbe recapitato una lettera per annunciargli l’avvio del conflitto. Poi ecco la frenata.
Perchè a Montecitorio la procedura è chiara, la richiesta di conflitto va rivolta al presidente, il quale la gira alla giunta per un parere.
Lì si vota, le carte ripassano all’ufficio di presidenza che vota sulla trasmissione all’aula.
Qui i berlusconiani non hanno i numeri, temono che Fini stoppi tutto, e il leader di Fli finora ha rifiutato qualsiasi messaggero che potesse convincerlo a trasferire il conflitto in aula.
Paniz lo dà per scontato: “Solo l’aula si esprime sul conflitto”.
Enrico Costa, anche lui componente Pdl della giunta, aggiunge: “Su una questione che attiene alle prerogative il presidente non può bloccare alcunchè”.
Ma il precedente Sardelli versus Faggiano, dove l’ufficio di presidenza nell’ottobre 2003 non dette seguito al conflitto pur votato dalla giunta delle elezioni, mette in agitazione il Pdl.
Di una cosa è convinto l’avvocato del premier Niccolò Ghedini, bisogna evitare brutte figure, come un no al conflitto d’attribuzione.
Mentre legge i 22 faldoni del Rubygate, Ghedini si va confermando nell’idea che questo è un processo vinto in partenza e soprattutto che può chiudersi in due mesi, con non più di 15 o 20 testi tra accusa e difesa.
Un primo grado da chiudere per evitare che un eventuale rinvio possa farlo riunire a quello Fede-Mora-Minetti dove sfileranno le ragazze dell’Olgettina. Poi, qualunque sia la sentenza, lo spazio per il ricorso alla Corte rimane. Come resta la via, seguita dallo stesso Ghedini nel ruolo di avvocato dell’ex Guardasigilli Roberto Castelli, di un’istanza del parlamentare alla Camera di appartenenza la quale delibera se autorizzare o meno il prosieguo dell’azione penale. Lo fece l’ex ministro Altero Matteoli nel 2009, ma la conseguenza è stata un ulteriore ricorso dei giudici di Livorno alla Corte rispetto a un atto politico dal valore inesistente.
La Consulta deve ancora decidere.
Ma i tre giudici del collegio Rubygate, nella stessa situazione, potrebbero ben andare avanti.
A quel punto la Camera dovrebbe comunque sollevare il conflitto.
Oggi, come ogni lunedì, Ghedini sarà ad Arcore. E non è escluso che chieda conto alla procura di Milano del perchè, mentre Ruby parla di una trentina di interrogatori, nei faldoni ce ne sono solo cinque.
Poichè i tempi stringono per tutti i processi del premier, ben quattro in un mese (28 febbraio Mediaset; 5 marzo Mediatrade; 11 marzo Mills; 6 aprile Rubygate), oggi gli avvocati, negli uffici Fininvest, terranno un briefing per limare le strategie.
Sollevare o no il legittimo impedimento?
Sempre, o solo per i processi, come Mills, che rischiano di chiudersi presto e con una condanna per corruzione?
L’11 marzo, giusto quando cade Mills, a Bruxelles c’è un consiglio straordinario sull’economia e l’udienza potrebbe saltare.
Ma l’impressione complessiva è che la “macchina da guerra” anti-processi del Cavaliere, al di là dei proclami, non giri ancora a pieno regime.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ITALIANO SI SCHIERA COL BOIA GHEDDAFI: “L’EUROPA NON ESPORTI LA DEMOCRAZIA”…. IN IRAQ E IN AFGHANISTAN ANDAVA BENE BOMBARDARE LA POPOLAZIONE CIVILE, ORA PER SPORCHI INTERESSI ECONOMICI E RAZZISTI FRATTINI DIFENDE CHI HA IMPICCATO CENTINAIA DI STUDENTI: E’ LA DEMOCRAZIA DEL BUNGA BUNGA?
Il video gira su You Tube. 
Un mercenario, assoldato in Ciad da Gheddafi, è catturato dalla folla a Bengasi e ammette: «Ci ordinano di sparare sulla folla».
Ma mentre Francia e Germania assumono una posizione fortemente critica nei confronti del regime libico, il governo italiano “non interferisce” e diffida addirittura l’Europa dall’imporre il proprio modello a Tripoli.
“L’Europa non deve esportare la democrazia”.
Ne è convinto il ministro degli Esteri Franco Frattini che, a margine della riunione dei capi delle diplomazie europee a Bruxelles, è intervenuto sulla situazione libica.
Una dichiarazione lontanissima dalle posizioni espresse dai leader degli altri paesi europei, soprattutto alla luce del fatto che le forze armate italiane sono state mandate a “esportare la democrazia” in Iraq (per ben due volte) e in Afghanistan.
Una presa di posizione da vigliacchie complici degli eccidi.
La linea del titolare della Farnesina sulla pesantissima crisi politica e sociale in Libia è quindi quella della non interferenza: “Noi vogliamo sostenere il processo democratico — continua il ministro — ma non dobbiamo dire ‘questo è il nostro modello europeo, prendetelo’. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo, della sua ownership”.
Una posizione che stona con quanto espresso dai titolari della diplomazia di tutti i paesi europei e degli Stati Uniti.
Solo per fare qualche esempio la Germania, per voce del ministro degli Affari europei Werner Hoyer, si è detta “preoccupata e indignata” per “la violenza impiegata dalle autorità dello Stato in Libia e in altri stati” del Nord Africa.
Una posizione condivisa anche dalla Francia che con il ministro per le Politiche europee, Laurent Wauquiez, ha condannato l’uso della forza in Libia, definendolo “totalmente sproporzionato” e aggiungendo che i morti negli scontri fra dimostranti e polizia sono “assolutamente inaccettabili”.
Insomma, ancora una volta la diplomazia italiana non perde l’occasione di fare brutta figura davanti al mondo.
Quella che sembrava solo un’infelice battuta di Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi aveva dichiarato “non voglio disturbare Gheddafi”, in realtà era una linea programmatica.
Che poi per Frattini Muammar Gheddafi sia un modello di democrazia è cosa nota da tempo.
In un’intervista concessa a Claudio Caprara del Corriere della Sera il 17 gennaio 2011 e pubblicata sul sito del Mae (ministero degli Affari esteri) il capo della diplomazia italiana definisce il rais un modello di dialogo con le popolazioni locali per un paese arabo.
Nonostante la comunità internazionale condanni senza se e senza ma la violenta repressione in atto in Libia, il governo italiano sembra più preoccupato ad assecondare gli avvertimenti di Gheddafi sulle possibili ripercussioni sulle ondate migratorie provenienti dalla sponda sul del Mediterraneo.
A tale riguardo, l’Unione europea ha riferito di aver ricevuto vere e proprie “minacce” arrivate da Tripoli che avrebbe convocato l’ambasciatore ungherese (paese presidente di turno dell’Ue), per riferire che il Paese non è più disposto a collaborare sul fronte dell’immigrazione se l’Europa continuerà a sostenere i manifestanti.
Minacce simili, ha sempre riferito l’ambasciatore, sarebbero arrivate anche ad altre rappresentanze Ue in Libia.
Le dichiarazioni di Frattini hanno provocato un vespaio di polemiche fra i banchi dell’opposizione. ”.
Le opposizioni chiedono a Frattini di venire in aula a riferire e ad “assumersi la responsabilità del patto d’acciaio stretto per assecondare e proteggere Gheddafi” .
Sulle strette relazioni che legano la leadership libica con il nostro paese è intervenuto anche Enrico Jacchia, responsabile del Centro di Studi Strategici, che in una nota mette in guardia il presidente del Consiglio dall’accogliere e ospitare in Italia il colonnello Gheddafi.
“Se noi lo ospitassimo ci metteremmo in una situazione impossibile con il resto del mondo. Ma le alternative per Gheddafi sono poche”.
Secondo lo studioso di strategia e difesa è molto probabile che il rais, nel caso sopravviva e riesca a scappare da Tripoli, chieda asilo a Roma proprio in virtù dello stretto rapporto che lo lega con Berlusconi.
E un’eventuale decisione del premier di accoglierlo “ci metterebbe in una situazione impossibile con il resto del mondo”, dice Jacchia.
Ecco perchè secondo lui dovrebbe essere convocata una sessione di emergenza del Parlamento o almeno della commissione Esteri.
Questo governo fantoccio affaristico- razzista ha oggi svelato il suo vero volto: ma che destra, sono solo degli ignobili servi di un assassino che paga persino dei mercenari per massacrare il suo popolo.
La destra vera sta col popolo libico, non con Gheddafi e i suoi servi italiani.
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Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL CONFLITTO TRA NAPOLITANO E IL PREMIER: PER IL PRIMO, VIGE IL PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA DI FRONTE ALLA LEGGE E LE GARANZIE PER L’IMPUTATO… IL SECONDO ESASPERA OGNI GIORNO LO SCONTRO TRA POTERI, DELEGITTIMA LA MAGISTRATURA E LA VUOLE ASSERVITA AL POTERE POLITICO…GARANTISMO LIBERALE O TRUCE AVVENTURISMO?
L’Italia precipita in una rovinosa “democrazia del conflitto”.
Come è evidente, si fronteggiano due forze.
Da una parte c’è lo Stato, con le sue ragioni e le sue istituzioni.
Il simbolo dello Stato, oggi più che mai, è Giorgio Napolitano.
Dall’altra parte c’è l’Anti-Stato, con le sue distorsioni e le sue convulsioni. Il paradigma dell’Anti-Stato, ormai, è Silvio Berlusconi.
Dall’esito di questa contesa dipenderà l’assetto futuro del nostro sistema politico e costituzionale.
La giornata di ieri fotografa con drammatica evidenza questa contrapposizione irriducibile tra due modi diversi di vivere la cosa pubblica e di interpretare il proprio ruolo nella “polis”.
Il capo dello Stato, in un’intervista al settimanale tedesco Welt am Sonntag, tenta di ricucire il tessuto lacerato delle istituzioni.
Si fa interprete dell’esigenza di responsabilità che si richiede alla politica e del bisogno di normalità che chiede il Paese.
Si fa ancora una volta custode della Costituzione.
Non per conservarla staticamente, ma per farla agire dinamicamente nella naturale dialettica tra i poteri.
Questo vuol dire Napolitano, quando parla dei processi del premier osservando che si svolgeranno “secondo giustizia”: il nostro sistema giurisdizionale, incardinato coerentemente nel meccanismo della garanzia costituzionale, gli permetterà di difendersi davanti ai tribunali, di far valere le sue ragioni di fronte ai suoi giudici naturali.
Si tratta solo di riconoscere la legittimità dell’ordinamento giuridico e la validità dei suoi codici.
Si tratta solo di accettare l’irrinunciabilità di un principio che sta alla base della convivenza civile: la legge è uguale per tutti, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
In altre parole, si tratta solo di riconoscere lo Stato di diritto, di difenderlo come una missione, e non di subirlo come una maledizione.
Invece è proprio questo che Berlusconi ha fatto e continua a fare.
Il capo del governo, nel suo ormai rituale messaggio domenicale ai promotori della libertà , fa l’esatto opposto di quello che ha fatto e continua a fare Napolitano.
Allarga lo strappo istituzionale, esaspera lo scontro tra i poteri, rilancia le “riforme della giustizia” a una sola dimensione: non quella dei cittadini, che chiedono un sistema giurisdizionale più equo, più rapido e più efficiente, ma quella del premier, che esige una magistratura umiliata, delegittimata e subordinata alla politica.
Spaccare il Csm, separare le carriere, stravolgere i criteri delle selezioni dei giudici della Consulta, reintrodurre l’immunità parlamentare come mezzo per assicurarsi l’impunità politica, rilanciare la legge – bavaglio per negare ai pm l’uso di un prezioso strumento investigativo come le intercettazioni e per negare all’opinione pubblica il diritto di essere informata su ciò che accade negli scantinati del potere.
Tutto questo non è nobile “garantismo liberale”, ma truce avventurismo politico.
Non è alto “riformismo costituzionale”, ma bassa macelleria ordinamentale. “Atti insensati”, quelli della Procura milanese?
Piuttosto sono “atti sediziosi” quelli del premier.
Ed è penoso, per non dire scandaloso, che su alcuni di questi atti trovi una sponda anche nel centrosinistra, che non sa più distinguere tra le leggi varate nell’interesse di una persona e quelle varate nell’interesse della collettività .
Con queste premesse, lo Stato di diritto non si difende nè si migliora: va invece abbattuto e destrutturato.
Questa è oggi la posta in gioco.
Questa è la portata della guerra tra il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio.
Una guerra asimmetrica tra un capo del governo che l’ha dichiarata e la combatte ogni giorno, e un capo dello Stato che non l’ha mai voluta e ora tenta di disinnescarla.
Ma in questa guerra, di qui al 6 aprile, il Cavaliere trascinerà ogni cosa. Trascinerà il governo, trasfigurato in una trincea dove l’unico motto di generali e luogotenenti è “credere, obbedire, combattere”.
Trascinerà il Parlamento, trasformato nel “tribunale del popolo” che dovrà opporsi a qualunque costo al tribunale di Milano.
Trascinerà il Paese, che non ha bisogno di “rivoluzioni” populiste nè di pulsioni autoritarie, ma urgente necessità di una strategia per tornare a crescere, produrre ricchezza e occupazione, a offrire opportunità alle donne e futuro ai giovani.
Questa è e sarà la guerra delle prossime settimane.
Proprio per questo, in un momento così difficile, dobbiamo essere grati a Napolitano.
Senza il suo Presidente, l’Italia sarebbe un’altra Repubblica.
“Monocratica”, non più democratica.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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