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“GHEDDAFI USA LO STUPRO COME ARMA”: LA CLINTON ACCUSA IL TANTO VENERATO COMPAGNO DI MERENDE DI SILVIO E BOBO

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

APERTA UN’INCHIESTA PRESSO LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE: VI SONO PROVE CHE IL COLONNELLO UTILIZZI LA VIOLENZA ALLE DONNE COME STRUMENTO DI GUERRA

Dove c’è guerra le donne sono in genere le prime a farne le spese.
Non fa eccezione il conflitto libico, dove da tempo l’Onu denuncia casi di stupri sistematici.
Tanto da aprire un’inchiesta presso la Corte penale internazionale dell’Aja.
Ora anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton si è detta profondamente preoccupata dalle notizie di stupri su vasta scala in Libia e ha condannato le forze di Muammar Gheddafi accusandole di usare lo stupro come strumento di guerra.
La Clinton ha elogiato le «donne coraggiose» della Libia che si sono fatte avanti per raccontare le loro terribili esperienze di violenza nelle mani delle forze del colonnello e ha invitato a condurre un’inchiesta approfondita e a portare i reponsabili davanti alla giustizia.
Inoltre il segretario di Stato ha condannato le violenze sessuali in Medioriente e Nord Africa dove, ha detto, come intimidazione nei confronti dei manifestanti che chiedono riforme vengono usati stupri, aggressioni sessuali e addirittura «test di verginità ». «Atti del genere violano la dignità  umana di base», ha detto la Clinton.
Suscita indignazione e tristezza come il nostro governo abbia potuto concedere credito a un criminale come Gheddafi, foraggiandolo con la regalia di miliardi di dollari di “presunti danni di guerra” da elargirgli nei prossi 20 anni, sopportare le umiliazioni cui ha sottoposto il nostro Paese e assecondare le sue stravaganti visite romane.

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BERLUSCONI CONCEDE A BOSSI LA POSSIBILITA’ DI RACCONTARE DUE PALLE A PONTIDA: L’OBIETTIVO E’ CERCARE DI ARRIVARE AL 2012

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

IL TIMORE E’ CHE NELL’INCHIESTA SU BISIGNANI VENGANO COINVOLTI LETTA E ALTRI MINISTRI E MINISTRE…PER ADESSO IL PREMIER HA PERMESSO A BOSSI ANCHE DECRETI ILLEGGITTIMI PERCHE’ POSSA SALVARSI DAI FISCHI DI PONTIDA, MA LA SITUAZIONE POTREBBE PRECIPITARE

Berlusconi sa che verrà  fuori dell’altro, molto altro, dalle «rivelazioni» di Luigi Bisignani.
Sente il cerchio stringersi attorno alla sua persona e a quella di Gianni Letta. Teme che al suo braccio destro possa arrivare un avviso di garanzia e che ad essere coinvolti pesantemente siano alcuni ministri e ministre.
«Mi verrebbe voglia di vendere tutto e andare via da questo Paese…».
A Bossi ha fatto presente che non è il momento di porre condizioni che non possono essere esaudite. E sembra che il Senatur lo abbia tranquillizzato.
Il pollice verso mostrato ai giornalisti dal capo leghista non inganni. Non è la fine del governo seppellito nel «sacro» pratone di Pontida, nonostante Berlusconi ripete che sono in molti a volere la sua testa.
«Ma non l’avranno – aggiunge – perchè nessuno ha un’alternativa pronta».
Il suo obiettivo è superare l’estate e così, nella peggiore delle ipotesi, si andrà  a votare nell’aprile del 2012.
Sopravvivere fino al prossimo anno e intanto placare il Carroccio dando in pasto l’accordo che il ministro degli Esteri Frattini stringerà  oggi con il governo provvisorio della Libia per riportare in quel Paese gli immigrati arrivati in Italia, un atto palesemente in contrasto con le norme internazionali.
Berlusconi paga e in Consiglio dei ministri fa approvare un decreto che prolunga il tempo di trattenimento dei migranti nei centri Cei da sei a diciotto mesi.
Ma il regalo più grosso a Bossi lo ha fatto Tremonti: nella cena dell’altra sera a Roma ha promesso l’allentamento del patto di stabilità  per i comuni virtuosi che sta molto a cuore agli amministratori del Nord.
Il ministro però non ha nascosto i problemi che sorgeranno.
Prima di tutto con Bruxelles dove questo allentamento dovrà  essere discusso. E poi, ha detto il ministro dell’Economia, «vedrete quanti comuni virtuosi spunteranno in Italia, come funghi…».
Il premier dovrà  accontentare Bossi sulla richiesta di una nuova legge elettorale: il Pdl, lo stesso Verdini, sta studiando un nuovo sistema elettorale.
Ma è soprattutto sulla fronte delle missione militari, a cominciare da quella in Libia, che il problema è più difficile da risolvere.
«Troveremo un accordo anche su questo», assicura il Cavaliere che per la verità  non ha molti margini di manovra su questo terreno senza fare infuriare il capo dello Stato e mezzo governo, innanzitutto i ministri della Difesa e degli Esteri La Russa e Frattini.
Insomma, Berlusconi è convinto che di poter passare indenne Pontida. «Ascolterò bene quello che dirà  Bossi», ha replicato irritato a Maroni dopo la conferenza stampa di ieri dove il ministro dell’Interno gli ha consigliato di aspettare quello che avrebbe detto il leader leghista domenica. No, non sarà  Pontida l’ostacolo che farà  cadere il governo.
Del resto se il premier non avesse avuto assicurazioni dallo stesso Bossi, l’esecutivo non avrebbe deciso di mettere la fiducia sul decreto per lo sviluppo che si voterà  martedì.
Due giorni dopo Pontida.
Vuol dire che Palazzo Chigi è sicuro sulla tenuta della maggioranza.
A far tremare le vene ai polsi è invece l’inchiesta che sta coinvolgendo Gianni Letta.
Berlusconi si aspetta intercettazioni compromettenti e tante altre «rivelazioni» di Luigi Bisignani che chiamerebbero in ballo ministri e ministre.
Lo considera un assedio in cui mette tutto, anche la montagna di soldi che dovrà  pagare per la sentenza sulla compravendita della Mondadori.
«Questo è un Paese di merda – si è sfogato nei giorni scorsi – e se non fosse per i miei figli avrei già  venduto tutto, Mondadori, Mediaset…, e me ne sarei già  andato».
Raccontano a Palazzo Chigi che durante la riunione del Consiglio dei ministri Berlusconi abbia espresso piena «solidarietà » al sottosegretario Letta.
Ma qualche ministro giura di non averlo sentito.
La solidarietà  forse l’ha espressa nelle varie riunioni alle quali ha partecipato Letta.
Quella con Bossi per discutere del nuovo ministro della Giustizia una volta che Alfano il primo luglio verrà  nominato segretario del Pdl.
Il nome che si fa con insistenza per via Arenula è quella di Frattini, ma dovrà  trovarsi un valido sostituito alla Farnesina.
Sono state tante le riunioni ieri a Palazzo Chigi, anche con Tremonti per discutere della riforma del fisco dove il premier ha osservato che anche il ministro dell’Economia alla fine è arrivato sulle sue posizioni in merito alle tre aliquote.
Ferma restando, sarebbe stata la risposta del ministro, la necessità  del varo contemporaneo della manovra per il pareggio di bilancio nel 2014.
Sparare qualche fumogeno per superare l’estate e guadagnare qualche mese di sopravvivenza, insomma.
Salvo imprevisti.

(da “La Stampa”)

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NAPOLI RISCHIA LO STATO DI EMERGENZA SUI RIFIUTI: IL GOVERNO GIOCA SPORCO

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

DE MAGISTRIS CHIAMA BERLUSCONI: “ASSUMITI LE TUE RESPONSABILITA'”…. LA LEGA BLOCCA IL DECRETO CHE PERMETTEREBBE DI TRASFERIRE I RIFIUTI, IL PREMIER FA IL VILE, IN STRADA A NAPOLI CI SONO 1.500 TONN. DI MUNNEZZA…OGGI LA PRIMA DELIBERA DEL COMUNE

Servono “ulteriori approfondimenti”, così il governo liquida l’ennesima emergenza rifiuti a Napoli e in Campania.
Il decreto per consentire il trasferimento della monnezza fuori regione neppure ieri è stato approvato, troppe le resistenze della Lega e delle regioni del Nord, troppo debole la schiera dei parlamentari campani del Pdl, ininfluenti gli appelli del governatore della Regione Stefano Caldoro e dei presidenti delle Province, tutti del partito di Berlusconi.
Ed è proprio al Presidente del Consiglio che in serata arriva una telefonata di Luigi de Magistris. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, ma anche gli altri, il governo, la regione e la provincia, devono muoversi, è la sostanza del colloquio.
à‰ amareggiato il nuovo sindaco di Napoli. “Prendiamo atto, ancora una volta, che il Governo non ha approvato un decreto legge fondamentale per Napoli e la Campania, nonostante la sollecitazione politica di tutti”.
In serata un lungo vertice col prefetto Andrea De Martino, il governatore Caldoro, la Provincia di Napoli, l’Asl e l’Arpac “perchè chi finora non l’ha fatto si assuma la sua responsablità . Se non si interviene subito con ordinanze urgenti anche dal punto di vista della sanità  pubblica Napoli si espone a rischi molto concreti”.
La riunione è aggiornata a questa mattina, il Comune farà  la sua parte pulendo la città  e individuando i luoghi dove trasferire i rifiuti in attesa che vengano trattati.
Poi toccherà  a Regione e governo.
Il rischio è il collasso, a Napoli, con una temperatura che ieri superava i 30 gradi, ci sono 1500 tonnellate di rifiuti per le strade, 10mila nell’intera provincia.
E sotto il Vesuvio ancora ricordano la frase di Berlusconi a poche ore dal ballottaggio che decretò il trionfo di de Magistris, la sconfitta dell’industriale Lettieri e l’umiliazione del Pdl: “Se perdiamo poi è inutile che i napoletani vengono a bussare da noi”.
Parole che rafforzano il sospetto che sulla pelle della città  si sta facendo un gioco sporco. Proprio nel giorno in cui Luigi de Magistris presenta la sua giunta di professori ed esperti, e il primo atto del nuovo governo cittadino: una delibera sulla gestione dei rifiuti che punta su tutto quello che nei decenni precedenti non è stato fatto.
Raccolta porta a porta fino a coinvolgere 325mila abitanti, dai 146mila di oggi, differenziata spinta, impianti di riciclaggio e compostaggio.
Con un no fermissimo alla spesa di 480 milioni per la costruzione di un inceneritore nel cuore industriale della città .
“Le nostre scelte mettono in discussione affari vecchi e nuovi sull’emergenza rifiuti, il no all’inceneritore fa tremare le lobby del settore, la camorra delle discariche abusive, del trasporto illegale dei rifiuti, si sente messa all’angolo. Stanno reagendo, ecco tutto”.
E’ lo sfogo di un giovane consigliere comunale.
La situazione è drammatica tanto che lo stesso governatore Caldoro non esclude la proclamazione dello stato d’emergenza.
“Non escludo la possibilità  che siano le stesse Province e i Comuni a chiedere alla Regione di comunicare al governo la richiesta di stato di emergenza”.
à‰ una battaglia, quella che si combatte sulla monnezza, sull’orlo di un nuovo baratro ambientale, civile ed economico.
E’ una guerra tutta politica tra la Lega e il Pdl, e dentro lo stesso partito di Berlusconi.
Da una parte alcuni parlamentari campani vicini al governatore Caldoro, come Mara Carfagna, che insieme al ministro Prestigiacomo chiedono che il governo approvi in fretta il decreto sui rifiuti, dall’altro l’ala filoleghista più interessata a mantenere gli equilibri già  precari con Bossi e Calderoli che a risolvere il dramma della Campania.
Novanta giorni, questo è il tempo che la Giunta de Magistris si assegna per portare la raccolta porta a porta a 325mila abitanti, altri tre mesi serviranno all’Asia, l’azienda dei rifuti ora guidata dal supertecnico Raphael Rossi, per predisporre un piano che estenda in tempi rapidissimi la differenziata all’intera città .
à‰ questo il nucleo centrale del programma del nuovo sindaco e del suo assessore all’Ambiente Tommaso Sodano.
No ai volantini pubblicitari, alla vendita di ortaggi non defoliati, all’uso indiscriminato dell’usa e getta.
Sì alla costruzione delle isole ecologiche con la definizione entro 15 giorni dei tempi della loro entrata in funzione, e alla realizzazione degli impianti di compostaggio, di valorizzazione dei rifiuti ingombranti e della carta. Ma servono soldi.
I 400 milioni bloccati ieri dalla Ue, che ha nuovamente sanzionato l’Italia per le inadempienze sulla gestione dell’emergenza rifiuti servivano come l’aria.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI NEL FORTINO DI PALAZZO CHIGI: ORA TEME UNA NUOVA “MANI PULITE” E UNA VERIFICA IN SALITA

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

SI TEME UN AVVISO DI GARANZIA PER GIANNI LETTA…NEL PARTITO RESTANO I DUBBI…”MI VIENE VOGLIA DI MOLLARE TUTTO”

La sensazione di un “assedio mediatico e giudiziario” non lo abbandona da giorni, tanto da aver confidato a un deputato la tentazione di “mollare tutto”, di ritirarsi a vita privata: “Liquiderei tutto e me ne andrei dall’Italia, se non fosse per l’aggressione che continuerebbero a subire qui i miei figli”.
Le rivelazioni sulla rete occulta messa in piedi da Luigi Bisignani sono tali da scuotere il governo, impegnato nella doppia gimcana di Pontida e della verifica parlamentare.
Se ne parla con preoccupazione al vertice convocato d’urgenza a palazzo Grazioli prima del Consiglio dei ministri, presenti, oltre a Berlusconi, Alfano, Ghedini e, ovviamente, Gianni Letta. La voce è che i magistrati si siano tenuti per i giorni a venire le munizioni più pesanti, migliaia di pagine di intercettazioni con dentro i nomi di alcune donne al governo.
Non solo Letta dunque.
Con l’incubo di una nuova   “Mani pulite”.
Così, anche se in privato il Cavaliere si mostra spavaldo e afferma che le accuse al suo braccio destro sono “tutte sciocchezze”, il timore che l’inchiesta P4 di allarghi e travolga gli argini c’è eccome.
Per questo ieri Berlusconi ha apprezzato la dichiarazioni di Pier Ferdinando Casini, che ha solidarizzato con Letta dando una mano a delimitare l’incendio tra le forze d’opposizione. “Casini – ha detto il premier a un amico – è stato coraggioso. Ha parlato subito, anche prima dei nostri”.
E tuttavia il fatto che Letta abbia i suoi estimatori anche tra l’Udc e il Pd non può certo bastare a metterlo al riparo dai magistrati.
Così Berlusconi ieri ha immaginato una mossa a sorpresa, quella di chiedere a Giorgio Napolitano la nomina di Gianni Letta come senatore a vita.
Un passo che metterebbe il sottosegretario – oggi non coperto da alcuna guarentigia – al riparo dal pericolo di un arresto. È stata solo una tentazione, subito accantonata anche per il rifiuto dell’interessato, ma che la dice lunga sulla paura di Berlusconi per le prossime mosse della procura di Napoli.
Oltretutto anche il partito è in subbuglio, l’intero quadro si è fatto liquido.
Anche se il capo del governo continua ad dirsi sicuro che il rapporto “solido” con Umberto Bossi lo metta automaticamente “al riparo da qualsiasi tempesta”, nella maggioranza il pessimismo è palpabile.
Persino Denis Verdini, il regista dell’operazione Responsabili, l’uomo che ha garantito fin qui la tenuta della maggioranza, da qualche giorno gira in Parlamento con una cartellina sottobraccio.
Contiene un progetto dettagliato di riforma della legge elettorale, uno schema che trasporta a livello nazionale il Tatarellum in vigore per l’elezione dei consigli regionali.
Si tratta di un proporzionale con premio di maggioranza, preferenze e listino bloccato.
E se persino il Pdl, dove finora l’argomento era considerato tabù, si è arreso alla riforma della legge elettorale, significa che nessuno esclude più il voto anticipato nel 2012.
L’unico a credere ancora di poter arrivare a fine mandato sembra rimasto Silvio Berlusconi.
Ieri, come se nulla fosse, come se metà  degli elettori del Pdl non avesse votato Sì ai referendum, il Cavaliere ha intrattenuto i ministri a palazzo Chigi smentendo i sondaggi che lo danno a picco: “Tutte menzogne. Tra i leader europei sono in testa con il 43% di popolarità , segue la Merkel con 6 punti di distacco. Dopo tutto quello che è successo è quasi incredibile”.
Berlusconi snocciola quindi i dati dell’ultimo focus group organizzato da Alessandra Ghisleri dopo i referendum: “Quello che ha trascinato la gente a votare è stato il quesito sul nucleare, seguito da quello dell’acqua. I promotori hanno approfittato di un fraintendimento, gli elettori hanno creduto che raddoppiasse, con l’arrivo dei privati, il costo dell’acqua. Invece, del legittimo impedimento, non importava niente a nessuno”.
Comunque Berlusconi è soddisfatto perchè “da questo focus emerge che solo un quinto degli italiani ha votato ai referendum esprimendo una contrarietà  al governo. Tutti gli altri hanno scelto nel merito, sui temi concreti”.
Certo, Berlusconi è consapevole che le residue possibilità  di risalire la china sono legate alla riforma del fisco.
Così, per anticipare Tremonti, il Cavaliere si sta facendo preparare un piano alternativo sul fisco con il contributo di ministri ed esperti privati.
Pronto a metterlo sul tavolo se quello del ministro dell’Economia non dovesse soddisfarlo.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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IL SEXY-GATE ORA TOCCA ALL’IDV: PRESTAZIONI SESSUALI IN CAMBIO DI UNA PROMESSA DI LAVORO IN PARLAMENTO

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

A BARI SCATTA UNA DENUNCIA A CARICO DEL SEN. PEDICA E DELL’ON. ZAZZERA DA PARTE DI UNA DONNA CHE   PARLA DEI RICATTI SUBITI…LA DENUNCIA PRESENTATA DAL RESPONSABILE PUGLIESE IDV DELL’OSSERVATORIO SULLA LEGALITA’

La storia che emerge è un misto di sesso e politica, segreti e fragilità  umane.
Uno scenario tutto da dimostrare, naturalmente, al centro del quale si trova C. M., una donna di 31 anni che Cagnazzo incontra nell’aprile 2010 negli uffici baresi dell’Italia dei Valori.
“Dopo alcune frequentazioni”, scrive nella denuncia, “mi accorsi del fatto che versava in uno stato di non indifferente alterazione emotiva”, tant’è che in seguito, acquisita maggiore familiarità , “mi confidava di essere stata vittima di insistenti avances e ricatti da parte del senatore della Repubblica Stefano Pedica e del deputato Pierfelice Zazzera, entrambi iscritti all’Idv”. Personaggi non secondari. Zazzera, 43 anni, all’epoca dei fatti era parlamentare Idv e coordinatore regionale del partito in Puglia.
Mentre il senatore Pedica, 53 anni, ha una storia che parte dalla Democrazia cristiana, continua nell’Udr di Francesco Cossiga, e sfocia dopo la fondazione del Movimento cristiano democratici europei nel partito dipietrista.
“La stessa M.”, scrive Cagnazzo, “mi riferiva che, avendo partecipato in qualità  di simpatizzante a diversi dibattiti e conferenze, aveva conosciuto entrambi gli esponenti”.
E che tutti e due avrebbero iniziato, in tempi diversi, “a compulsarla con insistenti inviti e richieste di appuntamenti al di fuori dell’ordinaria attività  politica”.
L’intenzione della donna (“Laureata in giurisprudenza e inoccupata”) nell’accettare una serie di inviti, è a detta di Cagnazzo “comprendere se ci fossero opportunità  di lavoro”.
Tant’è che Zazzera, “avendone carpito lo stato di necessità  (…) continuò a tempestarla di telefonate e sms con ripetuti inviti a incontri clandestini”, svoltisi all’hotel A. di Massafra (Taranto) “dal maggio 2009 all’ottobre 2009”.
Circostanze, recita la denuncia, che “si possono evincere benissimo dai registripresenze del suddetto albergo”, e che comprenderebbero la promessa di Zazzera a M. “di farle ottenere un posto di lavoro presso l’ufficio legislativo del Parlamento “.
In cambio, si legge, l’onorevole “chiedeva favori sessuali”, e M., “per quanto mi ha riferito, proprio perchè versava in gravi difficoltà  (…) accettò di accondiscendere alle richieste”.
In questo contesto, dunque, va ambientata la seconda parte della vicenda.
A un certo punto, Cagnazzo racconta che Zazzera avrebbe invitato “M. a Roma presso il proprio alloggio privato dicendole che era necessaria la presenza di lei, sia perchè consegnasse il curriculum, sia per sottoscrivere (…) documenti finalizzati a perfezionare un rapporto di lavoro”.
L’onorevole, anche in quei giorni, avrebbe chiesto alla donna “insistentemente prestazioni sessuali, promettendole in cambio il proprio definitivo interessamento per la stipula di un contratto”.
Dopodichè, scrive Cagnazzo, “M., per quanto mi ha riferito, accettò di avere ancora un rapporto sessuale”.
Sentendosi però precisare da Zazzera che, “se avesse voluto guadagnare definitivamente il ruolo, avrebbe dovuto dedicare le medesime attenzioni sessuali al senatore Pedica”; il quale, “secondo quanto disse Zazzera, avrebbe anche lui messo la buona parola”.
Il resto è presto sintetizzato.
Pedica, denuncia Cagnazzo, avrebbe raggiunto la donna all’hotel M. di Brindisi.
Un incontro in cui “il senatore disse che per avere determinati benefici, avrebbe dovuto avere rapporti sessuali con lui”.
Da parte sua, si legge nella denuncia, “M. accettò ed ebbe, nel dicembre 2009, un rapporto sessuale con il senatore”. E sarebbe stato il preludio di un ulteriore appuntamento, “sempre a fini sessuali, nel gennaio 2010”.
Finchè, “constatando che nulla si muoveva sul fronte del lavoro, M. interruppe i rapporti anche telefonici con i due”.
Scoprendo in seguito, “con somma sorpresa, di risultare tra i candidati alle elezioni regionali 2010 per la Puglia, nella lista Idv, pur non avendo mai proposto nè tantomento accettato la propria candidatura”.
Per quest’ultimo aspetto, riferisce Cagnazzo assistito dall’avvocato Renato Bucci, la signora “mi disse di essersi rivolta a un legale”.
E sempre Cagnazzo, a seguito di questa vicenda, dichiara di essersi autosospeso da responsabile dell’Osservatorio Idv pugliese sulla legalità : “Cosa che avvenne nel maggio 2010”.
Ora tocca agli inquirenti il non facile compito di scoprire che cosa sia veritiero, e cosa eventualmente no, in questa brutta vicenda.
Una verifica che, per evidenti ragioni, si spera avvenga al più presto.

Riccardo Bocca
(da “L’Espresso“)

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INSEGNANTI, MEDICI, IMPIEGATI: 500.000 LAVORATORI CON CONTRATTI A TERMINE

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

LA META’ DEI 240.000 CONTRATTI IN SCADENZA A FINE ANNO NON SARA’ RINNOVATA….PER I 200.000 PRECARI DELLA SCUOLA NON ESISTE IL PIANO DI ASSUNZIONE DI CUI PARLA IL GOVERNO

Migliore o peggiore, sicuramente è l’Italia.
Fatta anche di flessibili, atipici, irregolari. La guerra di definizioni diventa così battaglia di cifre.
Quanti sono veramente i precari della Pubblica amministrazione?
La risposta oscilla tra i 33 mila riproposti dal ministro Brunetta e i 440 mila calcolati dalla Cgil, di cui 197 mila nella scuola e 100 mila a rischio disoccupazione entro la fine dell’anno.
Un abisso di storie che ingloba insegnanti, ricercatori, medici, impiegati, operatori della Croce Rossa, Vigili del fuoco.
«I numeri non li inventiamo», spiega Michele Gentile, responsabile Settori pubblici della Cgil. «Sono a disposizione di tutti su Internet perchè sono quelli del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato per il 2009».
Cifre considerate esorbitanti dal ministro che, però, non ha aggiornamenti rispetto a quanto presentato in Parlamento nell’aprile 2009: 15 mila precari sul territorio nazionale e 18 mila in Sicilia.
Dati già  all’epoca fortemente contestati dalla stessa Cgil e frutto di questionari sottoposti alle amministrazioni (risposero 4 mila su 9 mila enti invitati).
«I 240 mila contratti precari della Pubblica amministrazione si dimezzeranno entro l’anno», avverte Gentile, «non saranno rinnovati per effetto dei tagli imposti dalla manovra del 2010. Per i quasi 200 mila precari della scuola, poi, aspettiamo ancora il piano di assunzioni sbandierato dal governo».
Nei 400 mila della Cgil c’è di tutto: tempi determinati, interinali, lavori socialmente utili, co.co.co, co.co.pro, incarichi, studi, consulenze.
«Tra i 50 e i 100 mila lavoratori della scuola sono già  stati licenziati tra il 2008 e il 2010 per l’effetto combinato delle varie finanziarie», ricorda Claudio Argentini, coordinatore nazionale Usb per il Pubblico impiego.
Nella ricerca la situazione, poi, è un disastro.
Ve li ricordate i ricercatori sui tetti? In un certo senso, sono ancora lì.
Dei 6 mila precari, tra Istat, Ispra, Cnr, Isfol, Istituto superiore della Sanità , Istituto di fisica nucleare e quello di Geofisica la metà  vive di assegni di ricerca o contratti interinali e circa mille rischiano il posto anche con oltre dieci anni di anzianità . Perchè? Perchè di fatto l’assorbimento graduale impostato dal governo Prodi nel 2006 è stato bloccato da Brunetta con la legge 133.
Dunque questi lavoratori, che avevano già  superato un concorso ed erano in graduatoria, ora devono rifare il concorso e sperare.
Secondo i calcoli Usb, i precari della Pubblica amministrazione si dividono in scuola (tra 80 e 100 mila), enti locali (tra 100 e150 mila), sanità  (tra 100 e 200 mila), università  (tra 20 e 25 mila, per il 90% ricercatori), enti di ricerca (6 mila), agenzie fiscali, ministeri, Inps, Inpdap, Inail (tra 10 e 20 mila).
«Ovunque si assiste a una progressiva esternalizzazione, con aumenti dei costi e la cronicizzazione del precario. Se sei precario, lo sei a vita», conclude Argentin.

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MINORI IN FUGA: DOVE SCAPPANO I RAGAZZINI TUNISINI APPRODATI A LAMPEDUSA?

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

QUEST’ANNO SONO ARRIVATI OLTRE 1500 MINORI NON ACCOMPAGNATI… PRIMA FINISCONO IN AFFOLLATE COMUNITA’, AMMASSATI E CON SCARSA IGIENE… POI CIRCA L’80% SPARISCE, ANCHE PERCHE’ LE COMUNITA’ SONO INADEGUATE: INCASSANO   60 EURO AL GIORNO A TESTA E NON FANNO I CORSI CHE DOVREBBERO ORGANIZZARE

Per capire che fine fanno i minori non accompagnati che periodicamente arrivano a Lampedusa basta suonare al numero 146 di Corso Indipendenza a Catania.
In un palazzone in cemento armato c’è il centro “Santa Maria del Lume”.
Giuridicamente è un Ipab (Istituto di Pubblica Assistenza e Beneficenza) della Regione Siciliana, ma da alcuni anni accoglie prevalentemente i migranti minorenni.
«Negli ultimi mesi ne sono arrivati circa 150 – spiegano gli operatori — anche se attualmente ce ne saranno meno di trenta».
E gli altri? «Sono andati via, scappati, volatilizzati».
Tradotto: oltre l’80% dei minori assegnati a questa struttura ha fatto perdere le tracce.
«Il record lo abbiamo battuto con un gruppo di egiziani —spiega il direttore Ignazio De Luca- entrati la sera l’indomani mattina non c’erano più».
Il centro “Santa Maria del Lume” è in testa ad una sorta di “black list” delle comunità  per minori.
Una terra di nessuno dove la situazione è ormai sfuggita di mano. E non solo perchè è stato teatro di scontri e tafferugli che hanno richiesto l’intervento della polizia, ma soprattutto perchè conta il più alto tasso di fughe tra tutti i centri della Sicilia e forse d’Italia.
I minori che scappano li puoi facilmente incontrare nei pressi della stazione centrale di Catania in attesa di saltare clandestinamente sui treni per il Nord. Scappano perchè non viene offerta loro alcuna possibilità  concreta di integrazione.
Ma denunciano anche gravi condizioni di degrado all’interno della comunità .
Dal loro arrivo a Lampedusa, il 18 marzo scorso, non avrebbero avuto nemmeno la possibilità  di un cambio dei vestiti. Dicono di non avere la possibilità  di chiamare casa e sarebbero costretti a dormine a decine nella stessa stanza, a mangiare cibo scadente e subire soprusi e persino pestaggi.
Dall’altra parte replica a muso duro il direttore del centro Ignazio De Luca che smentisce tutto ed anzi mostra le foto delle devastazioni di cui si sarebbero resi responsabili proprio questi minori in fuga.
Le testimonianze dei ragazzi e la replica del direttore rappresentano solo la punta dell’iceberg di un problema ben più vasto, complesso e sottovalutato.
Perchè si scappa da Catania ma si scappa da tutte le 52 comunità  della Sicilia.
Come conferma il questore di Agrigento Girolamo Di Fazio, da anni in prima linea sul fronte immigrazione.
«Il dato di Catania è sicuramente da considerarsi un picco —spiega- in media scappa quasi il 50% dei minori che collochiamo nelle varie strutture presenti sul territorio”.
L’allarme è stato più volte lanciato da Save the Children che tiene costantemente aggiornato il flusso dei minori, dal loro arrivo a Lampedusa fino al collocamento in comunità . «Complessivamente c’è un alto tasso di fughe —ammette Viviana Valastro coordinatrice del progetto Presidium di Save the Children- anche se abbiamo riscontrato che si scappa soprattutto dalle comunità  sovraffollate come nel caso di Catania. E questo perchè più sono i ragazzi meno è possibile seguirli. Inoltre c’è un’accelerazione col trascorrere del tempo: più passano i giorni, più i minori vedono deluse le loro aspettative, più aumentano le fughe. E i primi a scappare sono quelli prossimi ai diciotto anni».
Perchè temono di essere espulsi. Può infatti restare in Italia solo chi ha l’opportunità  di raggiungere altri famigliari, di seguire un percorso di affidamento oppure chi riesce a trovare un lavoro.
Tranne che si tratti di ragazzi che possono accedere alle tutele previste per i richiedenti asilo. Proprio per favorire l’integrazione dei minori le comunità  (che percepiscono dallo Stato circa 60 euro al giorno per ogni ospite) in teoria dovrebbero assicurare corsi di apprendimento della lingua italiana, oltre a garantire istruzione e avviamento al lavoro.
Ma nei fatti è difficile persino trovare dei semplici mediatori culturali che rendano possibile l’interlocuzione con i minori.
Ecco perchè restare in Italia una volta diventati maggiorenni è estremamente difficile. A quel punto non c’è alternativa alla fuga, magari per tentare di raggiungere altri connazionali.
Del resto i centri per minori non sono strutture di detenzione e dunque non c’è come fermarli. Molti dei ragazzi assegnati alle comunità  siciliane sono tunisini che vorrebbero ricongiungersi con loro parenti, principalmente in Francia.
Ma le procedure sono spesso lente e complesse. A quel punto non resta che la via della clandestinità .
«Se da un lato le aspettative di questi minori restano deluse per la lentezza della procedure — osserva la Valastro- capita anche che siano gli stessi parenti indicati per il ricongiungimento a non volerli accogliere».
Quali che siano le ragioni c’è ormai un piccolo esercito di minori clandestini che vaga per le città  italiane finendo spesso nella rete della criminalità  organizzata.
«Lo riscontriamo —spiega Di Fazio- quando ci chiamano polizia o carabinieri di altre città  dove sono stati fermati per qualche reato».
Con la ripresa massiccia degli sbarchi in Sicilia il numero dei minori clandestini cresce di giorno in giorno.
Solo nei primi mesi del 2011 a Lampedusa sono approdati oltre 1.500 minori non accompagnati, 400 dei quali ancora “parcheggiati” sull’isola perchè non si sa dove collocarli. Grandi numeri che rendono molto difficile la gestione dell’accoglienza e dell’integrazione. «Perchè sia efficace il collocamento dovrebbe avvenire nell’ambito di piccole comunità  di 10 minori —spiega Viviana Valastro- il fatto che ci siano centri che ne arrivano ad ospitare anche 70 rende praticamente impossibile parlare di scuola, apprendimento della lingua, integrazione. Per questo avevamo suggerito di utilizzare le strutture più grandi solo come luoghi di transito in vista di un collocamento finale in comunità  più piccole».
Insomma se c’è grande attenzione e tanta commozione quando questi ragazzi sbarcano a Lampedusa, con le loro storie e il loro carico di dolore, finiscono per essere rapidamente dimenticati una volta collocati in comunità .
Come se questo non fosse solo l’inizio di una fase ben più delicata e difficile da gestire.

Alfio Sciacca
(da “Il Corriere della Sera“)

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LE IDEE DI TREMONTI SULLE PENSIONI: FERMARE LA SCALA MOBILE PER QUELLE PIU’ ALTE E DONNE AL LAVORO FINO A 65 ANNI

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

POSSIBILI AUMENTI DEI CONTRIBUTI PER I COCOPRO, MA SACCONI E LA LEGA SONO CONTRARI PER L’IMPATTO NEGATIVO CHE AVREBBERO NELL’ELETTORATO DEL NORD

Stop alla scala mobile sulle pensioni più alte o, in alternativa, un contributo di solidarietà  sugli assegni d’oro; aumento graduale dell’età  pensionabile delle donne a 65 anni anche nel settore privato.
La previdenza entra, con queste due ipotesi, nel menù dei tecnici della Ragioneria e del ministero del Lavoro che stanno preparando le misure per la maxi-manovra da 40 miliardi che servirà , in base ai patti europei, a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014.
La manovra dovrebbe essere esaminata dal Consiglio dei ministri del 23 giugno insieme alla delega light sulla riforma fiscale (con le tre aliquote e le cinque imposte) preparata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Le scelte politiche si faranno a ridosso del varo della manovra economica ma, ormai, appare scontato che i tagli riguarderanno anche le pensioni, oltrechè il pubblico impiego (si ipotizza un nuovo blocco della contrattazione nel 2013), la sanità  (con l’introduzione dei costi standard al posto di quelli storici) e gli enti pubblici (nel mirino c’è soprattutto l’Ice, l’Istituto per il commercio estero).
Tagli, ma non solo nella previdenza, perchè al ministero del Lavoro puntano a correggere alcune storture della ricongiunzione (il passaggio dei contributi da un ente a un altro) e della cosiddetta “totalizzazione” (si possono cumulare i contributi versati a più enti per ottenere una sola pensione).
Ed è probabile anche un intervento per alzare l’aliquota contributiva dei lavoratori atipici con contratto di collaborazione (i co. co. pro) attualmente intorno al 26 per cento contro il 33 per cento circa a carico dei dipendenti con contratto standard.
Una misura che serve a aumentare il montante contributivo sul quale verrà  calcolata la pensione futura.
Sotto la spinta di una sentenza della Corte di Giustizia europea il governo ha già  innalzato l’età  pensionabile delle dipendenti del pubblico impiego.
Quest’anno è passata da 60 a 61 anni e nel 2012, con un balzo di ben quattro anni in una volta sola, arriverà  al traguardo dei 65 anni, raggiungendo quella prevista per gli uomini. Ora la Ragioneria ipotizza di estendere la misura alle lavoratrici del settore privato.
Una linea però che troverebbe molti ostacoli.
A parte quello prevedibile dei sindacati, c’è, da sempre, la contrarietà  dello stesso ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Perchè – è il ragionamento che si fa al ministero – una cosa è far restare le donne al lavoro in un ufficio pubblico per altri cinque anni, altra cosa è allungare il tempo del lavoro per un’operaia, magari alla catena di montaggio.
E poichè questa figura di lavoratrice si concentra soprattutto nelle regioni settentrionali, è difficile che la Lega   possa accettare una penalizzazione di questo tipo in una fase, tra l’altro, in cui il partito stenta a ritrovare la sua identità  sociale.
Ma se quello per le donne è un intervento ancora pieno di incognite, è dato per scontato il contributo di solidarietà  sulle pensioni più alte.
Non è ancora stato fissato un tetto, ma l’ipotesi più probabile è che si segua quanto fece Cesare Damiano, predecessore di Sacconi al ministero del Lavoro.
Un blocco della indicizzazione delle pensioni più alte (attualmente vengono adeguate solo al costo della vita e non più alla dinamica dei contratti di lavoro), così da recuperare risorse per alzare il tasso di copertura dall’inflazione dei trattamenti più bassi (oggi più o meno al 75 per cento).
Damiano, con una specie di contributo di solidarietà  strutturale, bloccò le pensioni superiori a 3.800 euro lordi mensili.
Con un risparmio intorno ai 140 milioni di euro l’anno.

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BERLUSCONI E BOSSI, I ROTTAMATI IN CASA

Giugno 17th, 2011 Riccardo Fucile

PER LA PRIMA VOLTA VENGONO CONTESTATI ALL’INTERNO DEI LORO STESSI PARTITI

Fino a poco tempo fa erano semplici pensieri, da classificare nella categoria “sconci”. Poi i pensieri sono diventati bisbigli, magari da condividere solo tra colleghi molto fidati.
Dalle amministrative prima, dai referendum poi, quei bisbigli si sono trasformati in un vociare scomposto e diffuso tra Transatlantico, cellulari e chiacchiere di cortile. Parole gravi: “Sono vecchi”, “non ci prendono più”, “uno si addormenta ovunque, non ha più la testa e pensa solo ai giudici, mentre l’altro non si muove quasi più e punta solo a sistemare il figlio”.
Tutta colpa del “Trota”? Come no.
Capitolo Berlusconi
Sono pensieri, parole e accuse rivolte a Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, il nuovo duo da rottamare per big, seconde linee e aspiranti rincalzi, tutti uniti nel decretare la fine del vecchio asse tra Pdl e Lega.
Di “pietà ” poca, di incazzatura molta. E sempre più forte.
Così diventa un caso interno alla maggioranza anche lo sfogo dello stesso premier al termine del funerali del senatore Pdl, Romano Comincioli: “Ma dove trovo i soldi se i giudici mi condanneranno?”, le parole di Berlusconi agli ex compagni di classe, riferite alla sentenza sul Lodo Mondadori.
Silenzio. Nessun sostegno.
“Ecco, giusto ai suoi vecchi amici può ancora rompere con queste manfrine — sibila un deputato del Pdl —. Pensi piuttosto a quello che sta accadendo dentro il partito, invece di perdere tempo con collanine e farfalline…”.
A dire il vero lui ci prova pure: ieri ha incontrato una delle prime pasionarie del Pdl, la deputata del Pdl Micaela Biancofiore, per tentare di addolcire le sue critiche.
Poi parla con il solito Gianni Letta, cerca di coinvolgere Angelino Alfano, si appoggia a Denis Verdini. Basta.
Anche il pio Sandro Bondi sembra iniziare a storcere il naso.
Altra storia con chi gli ha aperto una fronda dai contorni giornalistici espliciti, con neo alleanze impensabili fino a poco tempo fa.
Ecco il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
I due si sentono, si lanciano liane attraverso i collaboratori , sondano i possibili alleati. Fanno i conti su quanti deputati e senatori possono contare.
Insomma, sembrano lontanissime le polemiche di quando la Capitale voleva scippare a Monza il Gran Premio di Formula1.
Dietro il primo cittadino di Roma, si muove il senatore Andrea Augello, da tempo impegnato a ricucire con i dissidenti finiani, quindi Adolfo Urso, Andrea Ronchi e chiunque altro si senta stretto in Fli.
Senza dimenticare il ministro Giorgia Meloni, sempre lacerata dalla rottura dell’anno scorso tra il premier e il suo padre politico, Gianfranco Fini.
Con Formigoni, compatta, si muove Cl, ancora accusata di non aver svolto in toto il proprio dovere durante le comunali di Milano.
E ancora i “cani” sciolti: da Stefania Craxi al deputato Gerardo Soglia, che intervistato ieri da Repubblica risponde (terrorizzato): “Il capo si faccia da parte”.
Capitolo Bossi.
Per il Senatùr la situazione è anche peggiore. I nemici sono insidiosi e più forti.
Da una parte il blocco veneto composto da Flavio Tosi (sindaco di Verona) e Luca Zaia (governatore del Veneto) dall’altra il ministro Roberto Maroni, Matteo Salvini e altri collaterali.
Il referendum e le comunali lo spartiacque, i sondaggi negativi la loro forza, l’evidente insoddisfazione della base la chiave di volta (per verifiche andare su padania.org  …). La perenne presenza di Renzo Bossi-Trota, il delfino designato alla successione “dinastica”, causa ultima scatenante nelle guerre interne, ma anche grimaldello o incudine su cui battere con gli indecisi.
“Umberto tratta il partito come se fosse un monarca pronto alla successione. Ma che siamo impazziti? — urla un deputato del Carroccio —. Questa storia deve finire”.
Sì, ma come? In molti danno Pontida come chiave di volta, dove far emergere i punti di forza e di debolezza.
Certo fa un po’ impressione sentire attribuire a un fedelissimo del Senatùr, come Marco Reguzzoni, una battuta che sarebbe l’emblema della sfaldamento: “Quello non può comandare neanche se diventa un salmone”. Chi l’ha ascoltata ha riso, molto.
Meno risate arrivano da i Reponsabili.
Loro aspettano, ascoltano, sondano il terreno per capire se ci sono i margini per ottenere qualche altra cosa. In sottosegretariato là , magari un posto di un qualunque cda dell’altra parte.
Questione di soldi e prestigio, di capitalizzazione di una sconfitta ormai conclamata. Moffa sarà  capogruppo dal primo luglio e ha annunciato che cambierà  il nome .
Della serie: i tempi sono maturi.
Esattamente come quelli che stanno per annunciare una “manovra economica” epocale, per la drammaticità .
In questo caso la paura fa ancora da collante, il timore di affrontare tagli gela il sangue a tutta la coalizione, e non solo: anche l’opposizione non vorrebbe trovarsi nell’ingrato ruolo di spiegare agli italiani perchè è necessario sorridere poco.

Alessandro Ferrucci e Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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