Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile
CANTERA’ DA SOLO, SENZA IL SOLITO CORO DEI RUFFIANI, IN UN PRATONE DIMEZZATO DIVENTATO PARCHEGGIO… PORRA’ COME CONDIZIONI BALLE SPAZIALI, COME SE NON AVESSE PERSO VOTI PERSINO PEGGIO DEL PREMIER… GLI EREDI STRINGONO I TEMPI: SPERANO CHE IL “CARO ESTINTO” LASCI POLTRONE E NON DEBITI
Pare proprio che questa volta, e sarebbe la prima volta, il coro non salirà sul palco.
Niente odi leghiste e niente lodi padane al nostro Segretario Federale, al nostro Umberto, al nostro Condottiero che non sbaglia mai.
Sarà la sua festa, d’accordo e come sempre.
Ma questa volta canterà solo lui, Umberto Bossi, il tenore stanco di Pontida.
La politica attende il suo comizio di domenica e già si sa che sarà a metà , di quelli brevi, giacchè la malattia non consente troppa fatica.
A metà come il pratone, che pure questo non è più quello di una volta: quel che c’era se l’è preso da anni un supermercato, quel che resta è un parcheggio.
Ci sarà il sole, oggi, e se i leghisti saranno pochi la colpa non potrà essere del brutto tempo.
Già questa, l’incertezza su quanti saranno, dice abbastanza sul disorientamento dei militanti. Quello degli elettori, il più evidente, il più allarmante, si è già visto tra amministrative e referendum.
E’ stata una pessima sorpresa, per Bossi, e alla Lega non basta scaricar le colpe sul premier per sentirsi meglio.
Sul palco avrà pochi minuti di tempo per convincere, per trovare un motivo – il blocco navale per evitare barconi dalla Libia, ad esempio – che costringa Berlusconi a dar ragione alle sue richieste e alle sue proteste.
Il tenore canterà l’inno della Lega che vuole la libertà , padroni a casa nostra, mai più con Roma ladrona.
Canzoni già sentite, come quella sui ministeri che si debbono trasferire al Nord, e così la Consob, e così Rai2.
O sulle tasse da ridurre.
O sui Comuni virtuosi che non meritano i vincoli del Patto di Stabilità .
Ma Bossi sa, come ha annotato in questi giorni su un quadernetto d’appunti, che perfino tra dirigenti e militanti la stanchezza e i dubbi sono in fermento.
E che cresce la quota di chi tollera a fatica l’alleanza con il Cavaliere, zavorrata da feste, inchieste, promesse, battute, errori ed elezioni perse.
Ancora una volta, a Pontida, la Lega deve affidarsi a Bossi per conoscere la scaletta della prossima puntata.
Ma il coro che non c’è dice che perfino il Capo ha capito che gli spazi di manovra si vanno stringendo, e i rischi aumentano.
Il coro non parla per evitare che un accenno a Berlusconi possa scatenare fischi, o anche applausi, o comunque caos.
A fine aprile, alla festa dei Giovani Padani milanesi, Bossi era stato interrotto da un ultrà : «Umberto, mandiamo a casa Berlusconi!».
Non aveva risposto mandandolo a quel paese, ma con un cauto «Va pian». Come dire che non era ancora il momento, ma quel momento sarebbe arrivato.
Non sarà nemmeno oggi, il momento.
O almeno così lasciano intendere da via Bellerio, dove ieri si sono presentati tutti, da Calderoli a Castelli e Maroni, e mancava solo lui, il Capo.
Perchè Bossi potrebbe essere ancora convinto che l’alleanza, nonostante gli sberloni, possa ancora regalare qualche medaglia, possa aumentare il bottino leghista di questi ormai lunghi anni di governo.
Con Berlusconi, nonostante il diverso parere di parecchi leghisti, l’intesa per andare avanti ci sarebbe.
Ma sul suo quadernetto Bossi ha segnato la domanda che in questa settimana si è sentito ripetere più spesso: «Andare avanti per fare che?».
Da Pontida qualsiasi ultimatum avrà come scadenza settembre, al solito raduno di Venezia.
E per capire se Bossi ha davvero in mente di mandare a casa Berlusconi, anche se non subito, basterà aspettare un eventuale accenno a una nuova legge elettorale.
E’ lì che si potrebbe nascondere l’inizio dello strappo con il Cavaliere.
Sarebbe l’indicazione per nuove elezioni politiche già nella primavera prossima, come Maroni ha previsto da mesi.
Con una nuova legge elettorale che vede il Pd già disponibile alla discussione, pronto ad approfittarne per rompere l’alleanza Lega-Pdl.
E una Lega che potrebbe presentarsi al voto in solitudine.
Prima, però, Bossi dovrà decidere cosa vuole dalla sua Lega.
Se dev’essere Partito o Movimento, se è di lotta o di governo, se è confessionale o laica, se è nazionale o padana, se sta a destra per convinzione o convenienza.
Nell’ultimo anno il suo comizio più lungo è durato un quarto d’ora, e dunque non c’è da aspettarsi un gran discorso.
E più che la voce dal palco ci sarà da aspettare la reazione dei militanti, magari gli stessi che chiamano «Radio Padania» per gridare basta con questa alleanza.
«Non ci lasceremo trascinare a fondo», aveva promesso Bossi dopo la sberla delle amministrative.
Oggi li dovrà convincere.
E non sarà semplice.
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Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile
LA BASE LEGHISTA INVOCA IL RITORNO ALLE ORIGINI, MA IL TEMPO E’ SCADUTO…PRIMA INVOCAVANO LA SECESSIONE, ORA TIFANO PER LA SUCCESSIONE (A BOSSI)
Se fosse per i leòn veneti, i lighisti della Razza Piave, altro che staccare la spina al
governo:
loro farebbero saltare proprio tutto l`impianto elettrico.
Il fatto è che una volta tifavano solo per la secessione.
Adesso qualcuno è (anche) per la successione.
«Ci vuole ricambio, i totem vanno messi da parte – dice “l`eretico” Bepi Covre, ex sindaco di Oderzo e ex parlamentare del Carroccio, oggi “solo” imprenditore ma ancora molto ascoltato nella galassia della Liga veneta – Anche Bossi, certo. Uno intelligente come lui, uno che per la Lega è un mito, deve capire che è arrivato il mo mento di passare la mano».
Dicono i legologhi veneti che chiamarlo frondismo è fuorviante e prematuro.
Lo considerano «fermento di una base militante inquieta».Sempre più allergica al compromesso governativo forza-leghista «inconcludente».
Sempre più determinata nel chiedere ai vertici del movimento un ritorno alla Lega delle origini.
Anche a costo di infrangere l`ortodossia bossiana.
Anche sbandierando, come stanno facendo molti amministratori locali, la dissociazione in totale autonomia di una bella fetta di classe dirigente leghista (Zaia in primis) sul referendum: mentre Bossi invitava a infischiarsene, sindaci, consiglieri e assessori regionali veneti invitavano la gente a esprimersi sui quattro quesiti.
E a infilare nell`urna una sfilza di “si”.
«Le nostre municipalizzate funzionano benone e quindi abbiamo difeso l`acqua pubblica -ammette il deputato trevigiano Guido Dussin, commissione ambiente e lavori pubblici- Il nucleare non ci interessa e sul legittimo impedimento abbiamo la nostra opinione».
Veneto terra di infedeli?
Forse le cose non stanno proprio così.
Ma che i nervi siano tesi è più che evidente.
Lo riconosce anche il segretario regionale (e sindaco di Treviso) Gianpaolo Gobbo, al quale tocca il ruolo di pompiere.
Prima sottolinea che dal Veneto per Pontida partiranno 51 pullman («più del solito»).
Poi concede che «sì, l`amarezza in giro c`è. L`esposizione mediatica di Berlusconi ha dato fastidio. Bisogna cambiare marcia».
I dissidenti veneti? «Solo qualche rampante. In generale nessuno mette in discussione la leadership di Bossi».
Secchiate di acqua sul fuoco. Ma i tizzoni restano accesi.
Cos`altro avrebbe spinto, altrimenti, Franco Manato, assessore regionale all`Agricoltura, a dettare alle agenzie un comunicato che in altri tempi sarebbe parso superfluo: «La Lega ha un solo leader che si chiama Bossi. Chi non è d`accordo esca e vada nel Terzo polo, nel girone degli incerti o degli eretici»?
Per dire il clima di agitazione.
L`insofferenza verso Berlusconi è uno dei punti. «Se non ci saranno risposte concrete da Berlusconi torneremo alle origini», ancora Dussin.
Ma non è il solo. Riaffiorano le tentazioni “eretiche”.
Quello che Manato chiama «virus frazionista».
Il dissenso in Veneto covava da tempo: a farlo deflagrare- sotto traccia – sono arrivate le due “sberle” elettorali.
«La politica di Bossi non ha pagato, troppi sì e troppi “prego si accomodi” a Berlusconi – ragiona un importante dirigente del Carroccio che rivendica l`anzianità della Liga Veneta (1980) sulla Lega Lombarda (1984) – Forse oltre che su un cambio di passo bisognerebbe ragionare anche su un cambio di leadership».
Il problema del dopo-Bossi inizia a porsi.
«In politica tutto è possibile, tanto più se soffriamo un berlusconismo che non funziona», ragiona Gianantonio Da Re, sindaco di Vittorio Veneto.
Alla vigilia di Pontida, tra i parlamentari veneti è tutta una corsa a celebrare la guida del Capo, con tanto di minacce ai potenziali frazionisti.
Il mestrino Corrado Callegari: «I personalismi da noi hanno sempre avuto vita breve.
Chi ci ha provato è sempre uscito con le ossa rotte». L`unico che continua a sparare da queste parti è lo sceriffo Gentilini. Ma sa dove mirare.
«Basta con le Ruby, Rubynetti…Se perdiamo Milano, Berlusconi deve lasciare», aveva tuonato il prosindaco trevigiano prima della vittoria di Pisapia.
Pare che non abbia ancora perso la speranza.
Paolo Berizzi
(da “La Repubblica”)
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Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile
IL NOME DEL CONSULENTE SPUNTA ANCHE IN UN’INCHIESTA SUI CASALESI… MINISTRI E IMPRENDITORI LO CONSULTAVANO E SI AFFIDAVANO AI SUOI INTERVENTI… INFLUIVA SULLE NOMINE NEGLI ENTI STATALI E IN QUELLE DEI SERIVIZI SEGRETI: UNA FITTA E OSCURA RETE DI AMICIZIE CHE EMERGE DAI VERBALI
Il nome di Luigi Bisignani è emerso anche in un’indagine avviata dalla magistratura di Napoli sul clan camorristico dei Casalesi.
I pubblici ministeri lo hanno iscritto nel registro degli indagati e poi hanno trasmesso gli atti ai colleghi Henry John Woodcock e Francesco Curcio, titolari dell’indagine sulla presunta associazione segreta.
A rivelarlo è lo stesso giudice nella sua ordinanza di custodia cautelare, quando elenca «i dati di riscontro» alle contestazioni formulate dall’accusa contro lo stesso Bisignani e il parlamentare del Pdl Alfonso Papa.
E così fornisce un indizio forte per comprendere quanto ampio sia lo scenario nel quale si muove l’uomo d’affari, ritenuto il vero motore di questo gruppo che, tramite Papa e altre «fonti», avrebbe utilizzato notizie riservate «per favorire o ricattare persone, tra cui anche membri delle istituzioni».
Ci sono imprenditori, dirigenti d’azienda, ufficiali delle forze dell’ordine nella rete di Bisignani. Ma ci sono anche numerosi politici, alcuni esponenti del governo.
Le intercettazioni telefoniche svelano i suoi tentativi di condizionare nomine e appalti pubblici tessendo la tela delle proprie relazioni.
Non solo: per mesi nel suo ufficio di piazza Mignanelli di Roma una microspia piazzata per ordine dei magistrati ha registrato incontri e colloqui.
Il resto lo hanno fatto gli interrogatori di centinaia di testimoni ascoltati negli ultimi mesi, ma anche le sue ammissioni di fronte ai magistrati.
Dichiarazioni «parziali» ritenute comunque attendibili dal giudice che infatti ha deciso di accogliere la richiesta di arresto, ma soltanto ai domiciliari.
Con il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta, interrogato nel febbraio scorso quando ha confermato il legame, i rapporti erano costanti.
E poi ci sono i contatti con il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che è stata intercettata mentre era nell’ufficio dell’uomo d’affari e proprio su questo è stata ascoltata nei mesi scorsi dalla Procura di Napoli.
Non è l’unica.
Ci sono anche quelli con la titolare dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che Bisignani lo avrebbe consultato frequentemente, come lei stessa avrebbe confermato quando i pubblici ministeri le hanno chiesto di chiarire la natura di alcune conversazioni.
Sembra essersi invece incrinata l’antica amicizia con il sottosegretario Daniela Santanchè – che proprio lui avrebbe sostenuto per la nomina governativa – tanto che lo stesso Bisignani ha dichiarato a verbale: «Papa mi disse che ci saremmo potuti levare delle soddisfazioni con Il Giornale e ciò disse, ritengo, perchè sapeva che io non avevo grandi rapporti con Il Giornale e con Sallusti per via della Santanchè e della politica che Il Giornale stava facendo contro Fini».
Nei mesi scorsi è stata ascoltata come testimone la titolare delle Pari Opportunità Mara Carfagna, ma il suo staff assicura che l’interrogatorio «si riferiva all’attività di dossieraggio contro l’attuale presidente della Regione Stefano Caldoro e ai suoi scontri con Nicola Cosentino».
Il parlamentare del Pdl Alfonso Papa poteva contare sulle informazioni carpite tra ufficiali e sottufficiali delle forza dell’ordine.
Ma gli elementi raccolti durante l’indagine di Napoli mostrano come Bisignani potesse contare sulla fedeltà di molti generali e colonnelli della Guardia di Finanza e dei carabinieri.
Dalle telefonate emerge un suo interessamento per la nomina del generale Adriano Santini a direttore dell’Aise, il servizio segreto militare, dove è effettivamente approdato.
Il capo del servizio di intelligence è stato interrogato ma ha cercato di minimizzare il ruolo dell’uomo d’affari nella sua designazione.
Un tentativo di ridimensionare i suoi rapporti con il gruppo e in particolare con il parlamentare del Pdl Alfonso Papa, lo ha fatto anche il generale Paolo Poletti, attuale vicedirettore dell’Aisi, il servizio segreto civile.
Un mese fa i magistrati lo hanno convocato per sapere come mai l’ex magistrato avesse ottenuto un alloggio della Guardia di Finanza a Roma e soprattutto che tipo di rapporto continuavano a coltivare.
«L’assegnazione di una foresteria – ha dichiarato Poletti – mi fu chiesta dal Comando Generale, come spesso avviene quando ci sono magistrati che per ragioni di servizio si trasferiscono e nel caso specifico ciò era avvenuto dopo la nomina di Papa al ministero della Giustizia. Da allora mi è capitato di incontrarlo qualche volta per un caffè, ma nulla di più».
Frequentava i politici Luigi Bisignani, ma grande influenza aveva anche sui vertici di aziende statali o a partecipazione come l’Eni e Finmeccanica – guidate dai suoi amici Paolo Scaroni e Pierfrancesco Guarguaglini – tanto da poter influire sulle nomine di alcuni dirigenti e sulle assunzioni di impiegati e manager.
Agli atti dell’indagine risultano contatti e trattative con l’entourage di Luca Cordero di Montezemolo per lo spostamento di voti relativo agli assetti interni di Confindustria.
In particolare, ci sarebbe stato l’interessamento per favorire alcuni personaggi indicati proprio da Bisignani.
Svariati testimoni hanno raccontato di aver ottenuto grazie al suo interessamento e a quello di Papa consulenze, ma anche contratti a tempo indeterminato.
Un capitolo di indagine ancora in fase di esplorazione riguarda alcuni appalti assegnati da Palazzo Chigi.
Uomo chiave in questo settore sembra essere Antonio Ragusa, ex generale dei carabinieri poi transitato nei servizi segreti, da sempre ritenuto vicino a Bisignani.
I pubblici ministeri lo hanno interrogato per ricostruire l’iter di alcune commesse visto che ha l’incarico di capo del dipartimento per le Risorse strumentali della presidenza del Consiglio. Tra i lavori «contestati» c’è quello per l’informatizzazione di Palazzo Chigi affidato alla «Italgo spa» di Anselmo Galbusera che di Bisignani è amico da tempo e ora risulta indagato proprio perchè sarebbe stato favorito illecitamente.
Molte circostanze Bisignani le ha ammesse e chiarite negli interrogatori delle scorse settimane.
La sua nuova versione la racconterà lunedì mattina, quando sarà interrogato dal giudice alla presenza dei suoi avvocati Fabio Lattanzi e Gianpiero Pirolo.
«Risponderà alle domande – assicura Lattanzi -, chiarirà il proprio ruolo sulle contestazioni che gli vengono mosse. E soprattutto specificherà come Papa gli abbia fornito nel tempo moltissime notizie che si sono rivelate infondate.
Lui raccoglieva le informazioni ed effettivamente poi ne discuteva con Letta, ma non si trattava di rivelazioni su notizie riservate, erano soprattutto discussioni sulle inchieste».
Una versione diversa da quella che Bisignani ha già messo a verbale, quando ha specificato di aver «informato Letta delle informazioni comunicatemi da Papa e in particolare di tutte le vicende che potevano riguardarlo direttamente o indirettamente come la vicenda riguardante Verdini…».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile
DENUNCIA DELLA CORTE DEI CONTI: LA CIFRA EVASA PERMETTEREBBE DI COPRIRE L’INTERA MANOVRA DI MANTENIMENTO DEI CONTI PUBBLICI PER IL 2011…E AVANZEREBBE ANCHE 1 MILIARDO
Hanno aderito al condono fiscale, ottenendone i benefici pagando solo la prima rata, poi
una volta estinta la ‘lite’ con il Fisco, non hanno più versato nulla.
E alcuni “non propriamente ignari”, si sono organizzati poi per risultare ‘incapienti’, impedendo di fatto allo Stato di recuperare le somme relative alla sanatoria.
Sono ‘i furbetti’ del condono che, scovati dalla Corte dei Conti, devono ancora versare nelle casse dello Stato 4,2 miliardi di euro, cioè una cifra che consentirebbe di coprire l’intera manovra di mantenimento dei conti pubblici per il 2011 e avere anche un miliardo in più.
La magistratura contabile mette comunque in guardia: attenzione a non aiutare i furbetti non estendendo anche loro la norma che limita la possibilità di porre ipoteche ma al di sopra di debiti con l’amministrazione di 20.000 euro.
Il decreto però è sostanzialmente ‘blindato’ alla Camera in attesa del voto di fiducia e nel testo attuale non esiste una fattispecie di contribuenti esclusa dalla norma segnalata dalla Corte.
A distanza di anni – spiega la magistratura contabile – rimane ancora rilevante, pari a 4,2 miliardi di euro, il credito dello Stato verso chi ha utilizzato le diverse sanatorie previste nel 2003-2004.
Hanno rateizzato gli importi senza poi versarli.
A fronte del carico lordo iniziale da riscuotere, aumentato per interessi e sanzione a circa 6,3 miliardi, erano stati disposti sgravi per un ammontare complessivo di 1,192 miliardi, con conseguente attestazione del carico netto da riscuotere a circa 5,117 miliardi di euro.
A fine dicembre 2010 risultavano riscossi circa 910 milioni di euro, che rappresentano il 17,8% del carico netto.
Rimangono pertanto da riscuotere circa 4,207 miliardi.
Oltretutto la Corte rileva come per l’anno 2010 si nota una diversa e minore capacità di riscossione rispetto alle previsioni che non hanno beneficiato neppure di importi aggiuntivi rispetto alle previsioni di recupero ordinario.
La proiezione nel tempo della definitiva riscossione, ai ritmi attuali, pone un orizzonte (teorico) di circa dodici anni: una durata di tempo inaccettabilmente lunga, anche in considerazione del fatto che la letteratura sull’istituto dei condoni individua, tra i motivi giustificativi della loro adozione un’accelerazione del gettito nel breve periodo.
Per quanto riguarda il decreto Sviluppo la Corte dei Conti segnala “la possibilità che, in sede di conversione l’ipoteca venga limitata ai crediti superiori ai 20.000 euro. E’ auspicabile che tale modifica non riguardi la fattispecie delle rate da condono non versate”.
Va inoltre ricordata la previsione in forza della quale: “per le entrate tributarie dello Stato l’ufficio, qualora venga a conoscenza di nuovi elementi reddituali o patrimoniali riferibili allo stesso soggetto, può reiscrivere a ruolo le somme già discaricate, purchè non sia decorso il termine di prescrizione decennale”.
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Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile
FABIO GRANATA SI SCHIERA CON LA BASE DI FUTURO E LIBERTA’, INDIGNATA PER L’ASTENSIONE DEL PARTITO ALLA CAMERA SULLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE NEI CONFRONTI DEL DEPUTATO PDL LANDOLFI….ECCO IL DOCUMENTO SOTTOSCRITTO DAI CIRCOLI E INDIRIZZATO A FINI
Pubblico sul mio blog un documento redatto da un arcipelago di circoli di Futuro e Liberta’sul delicatissimo tema della coerenza tra valori enunciati e comportamenti politici e parlamentari.
Il documento nasce dal forte dissenso rispetto alla decisione del Gruppo Parlamentare di Fli sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzabilità delle intercettazioni da parte della magistratura che indaga sul parlamentare del Pdl Mario Landolfi.
In sede parlamentare mi sono limitato a non esprimere il voto, per evitare polemiche interne delle quali non si sente minimamente il bisogno .
Va’pero’detto che la base, i Circoli,la nostra comunità umana va’ascoltata. Magari senza i sofisticati mezzi di consultazione sulle decisioni,restati peraltro lettera morta dopo l’altisonante annuncio congressuale.
Capacità d’ascolto e dibattito interno possono essere stimolati anche con i tradizionali strumenti della politica:questo il senso del documento che riproduco e che rilancio.
Anche perchè non si fa una battaglia epocale in Parlamento per difendere lo strumento delle intercettazioni per poi astenersi alla prima richiesta nei confronti di un parlamentare.
Se la legge e’ uguale per tutti questo non vale solo per Silvio Berlusconi ma anche per Landolfi o Papa.
Su quest’ultimo chiederò coerenza al gruppo senza se e senza ma.
Per poter continuare a dire,e poter dire, di essere la Destra di Paolo Borsellino.
Fabio Granata
Signor Presidente,
nell’intervista apparsa sul Corriere della Sera in data 16 u.s., abbiamo apprezzato le Sue parole di saggezza e lungimiranza politica, capaci di raccogliere da sole quella profonda condivisione che ci ha spinto a radunarci attorno al progetto di Futuro e Libertà per un radicale rinnovamento del Paese, per il Paese.
Più in particolare l’affermazione che “La partita si gioca sul cambiamento. Il terzo polo dei moderati e dei riformisti deve mettere l’accento sul secondo aggettivo. Non si tratta di raccogliere voti pescando un po’ qua e un po’ là , senza scegliere mai e rischiando di finire come l’asino di Buridano.
Si tratta di fare le riforme, di operare il cambiamento: cittadinanza, legalità , piano contro la precarietà e per il lavoro ai giovani. E laicità delle istituzioni, che non significa mancare di rispetto alla Chiesa” non ci lascia indifferenti, ed infatti in ognuna di queste parole ritroviamo le sementi del progetto del nostro Partito e dell’impegno che ciascuno di noi, singolarmente e collettivamente, ha profuso e continua a profondere nel superiore interesse del Paese.
A fronte dell’entusiasmo suscitato dalle parole riferite nell’intervista, di contro, siamo rimasti sconcertati nell’apprendere dell’astensione dal voto da parte dei rappresentanti parlamentari FLI in relazione alla richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni nei confronti del deputato del PDL Mario Landolfi; autorizzazione richiesta dal GIP di Napoli nell’ambito di indagini su gravi ipotesi di reato per corruzione in materia ambientale.
Abbiamo fatto della legalità il nostro vessillo e, non più lontano di una settimana fa, questo Paese con una consultazione referendaria ha ribadito con forza ciò che la nostra Costituzione contempla inequivocabilmente all’art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignita’ sociale e sono eguali davanti alla legge…”.
Quotidianamente ci facciamo testimoni dell’imprescindibilità del rispetto di questi principi al quale ci richiamiamo e, in questa ottica, non possiamo comprendere o accettare la scelta dei Parlamentari di FLI di astenersi dal voto in Aula il 16 u.s.
Non è assolutamente comprensibile una tale incoerenza; dobbiamo avere il coraggio delle nostre idee, dobbiamo cioè essere capaci di tradurre in fatti nelle sedi deputate i propositi e le dichiarazioni.
SeguendoLa, Presidente, abbiamo riposto la nostra fiducia non solo nel Suo operato, ma anche nella Sua capacità di farsi interprete della profonda esigenza di rinnovamento del Paese.
L’astensione dei Parlamentari di Futuro e Libertà costituisce a nostro giudizio un gravissimo errore, l’assenza cioè della capacità di assunzione di responsabilità promessa oltre che una innegabile contraddizione con le premesse stesse della nascita e costituzione del Nostro Partito.
Abbiamo perso un’altra preziosa ed irripetibile occasione per segnare la nostra distanza da certo malcostume ed abbiamo, di contro, offerto il fianco ad asprissime e legittime critiche da parte del Paese ma, soprattutto, si è deluso quel genuino elettorato di Futuro e Libertà che ogni giorno si fa propugnatore e testimone dei valori della legalità , della giustizia e dell’eguaglianza.
E’a tutti noto il disagio della collettività rispetto a quelle sacche di privilegio di cui purtroppo gode la politica; sebbene si voglia riconoscere una forma di tutela a chi agisce in qualità di membro del Parlamento, è d’altra parte inconcepibile ed inaccettabile che la politica, e per essa i suoi componenti, confermino costantemente l’iper protezionismo verso se’ stessi, ma, soprattutto, tutto ciò non è ricevibile da parte di quell’elettorato che della difesa della legalità , del rispetto delle leggi e dell’eguaglianza di ogni cittadino Italiano di fronte alla legge, ha fatto la propria bandiera, il proprio credo.
Lei, Signor Presidente, ha detto una volta che non si dovrebbe confondere “l’immunità con l’impunità ”.
Benchè il riferimento fosse ben altro, a nostro giudizio questa è l’immagine che di se’ il Parlamento Italiano offre ai propri cittadini, e con il voto in Aula del 16 Giugno, anche i membri di Futuro e Libertà .
Non possiamo accettare tentennamenti o incapacità di prendere posizione. Non è tempo per tatticismi e strategie.
L’unica strategia accettabile e consentita è quella di dichiarare apertamente la nostra posizione sui fatti socialmente rilevanti e l’attuazione nelle sedi opportune di tutte quelle misure volte a testimoniare una volta e per tutte chi e cosa sia Futuro e Libertà .
E’ tempo che Futuro e Libertà marchi la differenza che la separa da ogni altra formazione politica.
E’ tempo di coerenza ma, soprattutto, è tempo di prendere posizione inequivocabilmente e coerentemente prima che quell’Anima vibrante che ne è l’essenza volga lo sguardo OLTRE.
Questo accorato appello ha l’intento duplice di testimoniarLe tutto il nostro disagio e, al contempo, manifestarLe la necessità di un Suo intervento sull’accaduto al fine di chiarire e confermare l’impegno di Futuro e Libertà a farsi rappresentante di quegli altissimi principi ispiratori ai quali abbiamo scelto di aderire.
Con rinnovata stima e fiducia.
La base militante di Futuro e Libertà
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Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile
IL CASO CLAMOROSO DEI RISTORANTI ITALIANI ALL’ESTERO….BOOM NELL’USO DEGLI AEREI DI STATO: OGNI COMPONENTE DEL GOVERNO VOLA 97 ORE L’ANNO
«Un conto è fare un articolo, un altro conto fare un articolato…» , ha osservato
pubblicamente, alla festa della Cisl di domenica scorsa a Levico Terme, il ministro dell’Economia.
Giulio Tremonti ha sperimentato direttamente quanto sia difficile entrare con i fatti nella carne viva degli scandalosi costi della politica.
Con la manovra finanziaria dello scorso anno aveva provato a tagliare del 50% i generosissimi «rimborsi elettorali» , come si chiama ipocritamente il finanziamento pubblico, riconosciuti per legge ai partiti politici, cresciuti fra il 1999 e il 2008 del 1.110%, mentre gli stipendi pubblici aumentavano del 42. Ebbene, il taglio è stato prima ridimensionato al 20%, quindi al 10 per cento. Per non parlare della norma che avrebbe riportato le spese di palazzo Chigi, in alcuni casi letteralmente impazzite, sotto il controllo del Tesoro: saltata come un tappo di champagne.
Ciò non toglie che quell’«articolato» prima o poi andrà fatto.
Perchè qui ci va di mezzo, secondo lo stesso Tremonti, la credibilità della politica e del governo.
Se la riforma fiscale vuole avere una prospettiva minima di serietà , deve passare prima di qua.
Fermo restando che i soldi tolti ai privilegi della politica non basteranno certo da soli a tappare il buco che l’eventuale taglio delle tasse (considerato dai capi del centrodestra necessario per arginare l’emorragia di consensi) potrebbe aprire nei conti pubblici.
Da dove cominciare?
C’è soltanto l’imbarazzo della scelta.
«Meno voli blu» , ha detto Tremonti. Una sfida mica da ridere, considerando l’andazzo.
Nel 2005 gli aerei di Stato del 31° stormo dell’Aeronautica toccarono il record di 7.723 ore di volo.
Due anni dopo, durante il governo Prodi, grazie a una direttiva draconiana del sottosegretario Enrico Micheli erano scesi a 3.902.
Tornato Berlusconi, quella direttiva è stata prontamente abrogata e nel 2009 le ore di volo per le sole «esigenze di Stato» sono arrivate a 5.931, ma con un governo ridotto a 61 elementi.
Cioè, 97 ore e 15 minuti a testa.
Letteralmente stratosferico l’aumento procapite (cioè per ogni componente del governo) rispetto a due anni prima: +154,2%.
Ma anche il famoso record del 2005 delle 78 ore e 50 minuti a testa è stato letteralmente polverizzato, con una crescita del 23,3%.
Mentre il consumo del cherosene ministeriale, alla faccia della crisi, non si è certamente arrestato.
Nel 2009 gli aerei di Stato viaggiavano al ritmo di 494 ore al mese?
Nel 2010 si è saliti a 507.
Ignoti, ovviamente, i costi.
Non sarà facile, per Tremonti.
Certo, se si potessero ricondurre i conti di palazzo Chigi sotto il controllo della Ragioneria, com’era prima che nel 1999 il governo di centrosinistra li rendesse completamente autonomi, sarebbe un’altra storia.
Si toglierebbero alla politica molti margini di manovra non soltanto sui 3 o 400 milioni l’anno di spese vive della presidenza del Consiglio, ma, per esempio, anche sul miliardo e mezzo di budget della Protezione civile.
Meno sprechi, più sobrietà .
Peccato che i messaggi arrivati finora siano di segno opposto.
Qualche esempio?
Nel 2010 il budget per pagare gli «staff» politici di palazzo Chigi aveva superato di slancio 27,5 milioni, con un aumento del 26 per cento.
Mistero fitto sul numero delle persone.
Quest’anno le spese per gli affitti degli uffici della presidenza del Consiglio sarebbero lievitate (sempre secondo le previsioni) da 10 a 13,7 milioni. Recentissima poi la notizia che palazzo Chigi ha deciso di dotarsi non di uno, ma di due capi uffici stampa retribuiti al pari di un «capo delle strutture generali della presidenza del Consiglio dei ministri».
E i nuovi sottosegretari concessi da Berlusconi ai Responsabili come contropartita per il sostegno alla maggioranza?
L’Espresso ha calcolato che costeranno 3 milioni l’anno.
Il problema dei soldi non tocca invece, almeno all’apparenza, l’ex Pd Massimo Calearo, nominato consigliere del premier per l’export (ma di questo non si occupa già il ministro dello Sviluppo?).
Nè Antonio Razzi, ora consigliere personale del ministro «Responsabile» dell’Agricoltura Francesco Saverio Romano.
Ma siccome il deputato ex dipietrista è stato eletto all’estero ed è fissato con la tutela della cucina italiana, poche ore prima di andarsene per lasciare il posto a Romano l’ex ministro Giancarlo Galan gli ha firmato un decreto che istituisce «l’elenco dei ristoratori italiani all’estero».
Prevede una targa con la scritta «Ottimo — ristorante di qualità » da mettere sulla porta.
Vi domanderete: chi sceglie i locali da insignire?
Un apposito Comitato interministeriale composto dal ministro e da uno stuolo di funzionari oltre, udite udite, da nove esperti nominati anche da altri ministeri.
Un Comitato interministeriale!
Il decreto dice che nessuno prenderà un euro. E le spese vive, fossero anche solo le targhe e i diplomi, quelle chi le paga?
Noi.
Ma il colmo è un altro. Perchè nemmeno un anno fa lo stesso ministero dell’Agricoltura aveva fatto un accordo con l’Unioncamere per dare un marchio di qualità ai «Ristoranti italiani nel mondo».
Forse se n’erano dimenticati…
Insomma, se è giusto lamentarsi dei tagli orizzontali e indiscriminati, qui bisognerebbe andarci con il machete.
E il Parlamento?
Lasciamo da parte il capitolo dei numero dei nostri rappresentanti, quasi doppio rispetto alla Spagna.
Ma è chiedere troppo di allineare anche le loro retribuzioni alla media europea, come ha suggerito di fare Tremonti per tutti gli incarichi pubblici?
Da anni le Camere non promettono che tagli, limitandosi però a indolori sforbiciatine.
Guardiamo i bilanci.
Le spese correnti della Camera, che nel solo 2010 ha tirato fuori 54,4 milioni per gli affitti, sono previste passare da un miliardo 59 milioni del 2010 a un miliardo 83 milioni nel 2012: +2,3 per cento.
Quelle del Senato, che negli ultimi 14 anni ha sborsato 81 milioni per gli uffici di 86 senatori, da 576 a circa 594 milioni: +3,6%.
La Camera dispone di 20 auto blu con 28 autisti e i deputati che hanno il diritto a utilizzarle sono soltanto 63.
Il machete potrebbe calare, forse a maggior ragione, anche in periferia.
Dove gli sprechi della politica sono inimmaginabili.
A cominciare dai posti di lavoro clientelari.
È mai possibile che in Lombardia un dipendente regionale costi 21 euro a ogni cittadino contro i 70 della Campania? E i 173 del Molise? O i 353 della Sicilia?
È mai possibile che sia ancora in vigore una regola che consente a chi è stato parlamentare ma anche consigliere regionale di incassare ben due vitalizi, uno del Parlamento e uno della Regione?
In questa meravigliosa condizione ci sono almeno duecento ex onorevoli.
E che vitalizi: si arriva fino a oltre 9 mila euro lordi al mese.
Accade nella Regione Lazio, dove si può ancora andare in pensione giovanissimi, come dimostra il caso dell’ex governatore Piero Marrazzo, il quale percepisce il vitalizio di circa 4 mila euro mensili dal 2010, prima ancora di aver compiuto 52 anni.
È mai possibile che l’unica regione ad abolire l’arcaico e odioso privilegio del vitalizio per gli ex consiglieri sia stata finora, dopo sforzi immani, l’Emilia Romagna (naturalmente, a partire dalla prossima legislatura…)?
È mai possibile che nei consigli regionali non si riesca a porre fine all’indecenza dei gruppi politici costituiti da una sola persona, che dà il diritto talvolta ad assumere collaboratori, avere l’auto blu e addirittura uno stipendio maggiorato?
Ce ne sono 74 (settantaquattro). Con casi esilaranti.
In Piemonte ci sono ben due gruppi «consiliari» che si richiamano all’ex governatrice Mercedes Bresso, Insieme per Bresso e Uniti per Bresso. Unico componente di quest’ultimo: Mercedes Bresso.
Ma anche nel consiglio provinciale di Bolzano sono presenti due monogruppi gemelli: Il Popolo della libertà e Il Popolo della libertà — Berlusconi per l’Alto Adige.
E nelle Marche persino il governatore in carica Gian Mario Spacca si è fatto il proprio gruppo.
Come si chiama? Gian Mario Spacca Presidente, si chiama.
Che domande!
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile
SOTTO REVISIONE I TITOLI DI STATO ITALIANI: LO FA SAPERE L’AGENZIA STATUNITENSE… SOTTO ACCUSA IL PESANTE DEBITO PUBBLICO, LE DIFFICOLTA’ STRUTTURALI DELLA NOSTRA ECONOMIA E LA SITUAZIONE DELLA GRECIA
L’agenzia statunitense Moody’s ha collocato il rating Aa2 dell’Italia sotto revisione in vista di un possibile downgrade.
Lo fa sapere l’agenzia statunitense in una nota. Moody’s ha anche riaffermato il rating di breve termine al livello prime -1.
Una nuova tegola sull’economia italiana dopo l’outlook negativo assegnato al rating italiano da Standard & Poor’s.
Meno di un mese fa, infatti, S&P aveva tagliato l’outlook citando le deboli prospettive di crescita e l’incerto impegno politico per attuare riforme che stimolino la produttività .
E di sviluppo torna a parlare anche Moody’s, citandolo come primo fattore dietro alla messa sotto revisione del rating: sotto accusa i rischi per la crescita economica dovuti alla “debolezza macroeconomica strutturale e alla probabile risalita dei tassi d’interesse nel tempo”.
Debolezza strutturale che per Moody’s ha a che fare con “bassa produttività e importanti rigidità nel mercato del lavoro e dei prodotti”.
L’Italia ha recuperato finora “solo una frazione dei sette punti di prodotto interno lordo che ha perso durante la crisi globale”.
Al secondo punto tra i motivi della messa sotto revisione i rischi legati alla messa in pratica dei “piani di consolidamento fiscale richiesti per ridurre il debito pubblico e tenerlo a livelli gestibili”.
Potrebbe rivelarsi difficile generare l’avanzo primario di bilancio necessario a dare inizio a “una solida tendenza al ribasso”, secondo Moody’s, che cita la recente bocciatura delle proposte sull’acqua ai referendum come prova del fatto che il governo ha difficoltà a fare approvare politiche di riforma.
Terzo punto “i rischi legati alle mutate condizioni per gli emettitori sovrani europei fortemente indebitati”, con il mercato sempre più pronto a punire i paesi con “peso del debito più alto della media, come l’Italia”.
Nel caso dovesse arrivare un taglio, sarebbe il primo per l’Italia da parte di Moody’s da oltre quindici anni, visto che le ultime due azioni (nel 1996 e nel 2002) avevano portato ad un aumento del rating.
Ora l’attenzione del mercato si sposta a lunedì, per valutare la possibile reazione delle borse, che avevano registrato freddamente il taglio dell’outlook da parte di S&P.
Occhi puntati soprattutto sulle aste dei titoli di Stato, con quelle di Bot e Ctz, a cui faranno seguito martedì quelle di Btp e Cct.
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Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile
INCHIESTA P4: RIVELAZIONI, SOLDI E FAVORI ALL’OMBRA DEL SOTTOSEGRETARIO…BISIGNANI: “RIFERIVO A GIANNI LETTA TUTTE LE INFORMAZIONI CHE MI PASSAVA PAPA SULLE VICENDE PROCESSUALI CHE RIGUARDAVANO LUI E VERDINI”
“Mi chiedete se io informassi Letta delle notizie e delle informazioni riservate di matrice
giudiziaria comunicatemi da Papa; a tal riguardo vi dico che sicuramente parlavo e informavo il dottor Letta delle informazioni comunicatemi e partecipatemi dal Papa, e in particolare di tutte le vicende che potevano riguardarlo direttamente o indirettamente come la vicenda riguardante il Verdini, come la vicenda inerente al procedimento che riguardava lui stesso (e cioè il Letta) e il Chiorazzo”.
È Luigi Bisignani a metterlo a verbale lo scorso marzo davanti ai pm napoletani.
“Il Chiorazzo” di nome fa Angelo, è un imprenditore cooperativo vicino a Comunione e Liberazione e ai democristiani di ieri e di oggi (Andreotti, Mastella, Letta).
Letta è invece Gianni, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che con Chiorazzo finì indagato dalla Procura di Potenza.
Papa, infine, di nome fa Alfonso. È un giudice in aspettativa e un deputato del Pdl che ha avuto esperienza al ministero della giustizia prima con Roberto Castelli e poi con Clemente Mastella.
Sarebbe lui, a detta di Bisignani, l’uomo in grado di carpire “notizie e informazioni giudiziarie riservate” da consegnare nelle mani dell’eminenza azzurrina che siede a Palazzo Chigi.
L’inchiesta sulla P4 fornisce nuovi particolari della vicenda.
Maria Elena Valenzano, già assistente parlamentare di Papa, racconta come avesse ricevuto, tra le altre, una consulenza dalla Axilium di Chiorazzo che le avrebbe fruttato mille euro lordi al mese.
Per fare cosa? Curare alcuni rapporti istituzionali, le dissero.
Cosa che, si evince dalle sue dichiarazioni, non fece (“Non ho mai svolto alcuna prestazione pur emettendo regolare fattura”).
Ma perchè? Papa le spiegò che quella cifra era a lui dovuta “in ragione delle rottura di scatole dategli dal Chiorazzo stesso con riferimento ai problemi giudiziari”.
Ecco allora che le informazioni privilegiate e riservate che Papa riusciva a recuperare – dicono i pm – avevano un prezzo.
Ma qual era il prezzo che questa stessa messe di notizie coperte da segreto aveva a Palazzo Chigi?
I magistrati accusano il gruppo di Bisignani di favoreggiamento.
In pratica, scrivono, tutelavano “i soggetti ‘amici’ inquisiti (che all’uopo venivano avvisati dei procedimenti in corso) ad eludere le indagini (impedendo addirittura. in taluni casi, l’avviarsi delle indagini stesse e la iscrizione di un relativo procedimento penale)”.
Tra i soggetti amici non c’è dubbio che vi fosse il potente segretario alla Presidenza del Consiglio.
Il nome di Gianni Letta appare 17 volte nell’ordinanza sulla P4.
Sulla vicenda che lo vedeva indagato con Chiorazzo, ad esempio, Bisignani dà la sua versione: “Papa mi disse di essersi informato e di aver acquisito informazioni attraverso l’ex Procuratore aggiunto Achille Toro”.
Ma Letta, l’uomo che ancora ieri il presidente del Consiglio definiva “un galantuomo e un servitore delle istituzioni”, non è solo il collettore di notizie delicate che riguardano lui o la sua parte politica.
L’uomo è il cardine di un sistema politico e istituzionale e per ciò stesso elemento delicato.
Il generale Adriano Santini, direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) chiarisce come il suo ruolo “dipende direttamente dal Presidente del Consiglio, per il tramite del sottosegretario delegato dottor Gianni Letta”.
E Valter Lavitola, il direttore editore dell’Avanti coinvolto nell’affaire di Saint Lucia e della casa a Montecarlo del cognato di Gianfranco Fini, in maniera più spiccia, constata: “È noto che in Italia chi decide effettivamente su tutto ciò che riguarda i servizi civili e militari è Gianni Letta con il quale – precisa – io non sono in buoni rapporti”.
Chi aveva buoni rapporti con lui era Alfonso Papa.
È Letta a spiegare ai magistrati: “Ho conosciuto Papa quando era al ministero della Giustizia e che è rimasto al ministero sia con Castelli che con Mastella. Ricordo che un giorno il Papa mi disse che aveva aspirazioni politiche. In seguito del Papa e delle sue aspirazioni politiche mi parlò anche il Bisignani. Io rappresentai tale aspirazione del Papa a Berlusconi, (che mi disse che aveva ricevuto molte altre sollecitazioni riferite sempre al Papa). Dopo l’elezione a deputato, il Papa mi chiese di fare il Sottosegrerario. Ma non è stato mai accontentato”.
Papa, quindi, raccomandato da Bisignani e Letta, riuscì a farsi eleggere.
I giudici scrivono: “L’inserimento nelle liste elettorali potrebbe integrare l’utilità prevista come corrispettivo dell’atto nel reato di corruzione”, proprio per il sistema delle liste bloccate che consente di “nominare” i futuri deputati.
Non c’è però causa-effetto tra le notizie riservate che avrebbe procurato a Bisignani e la sua ascesa politica.
Anche perchè, scrivono i pm, Papa aveva dalla sua Castelli, Pera, Previti e Cosentino.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA PDL BIANCOFIORE RIVELA UN DOSSIER SUL FIGLIO DELLA PM… EMERGONO I NOMI DELLA PRESTIGIACOMO E DELLA SANTANCHE’ TRA GLI INTERLOCUTORI ABITUALI DEL FACCENDIERE
In tanti parlavano con il grande “triangolatore” del potere e in tanti adesso tremano.
Perchè l’inchiesta della Procura di Napoli su dossier e ricatti è entrata nel cuore del sistema di relazioni intrecciato da Luigi Bisignani con esponenti di primissimo piano della politica, dell’economia, della magistratura.
Con lui si confrontavano o chiedevano consiglio parlamentari e ministri del governo in carica, come la titolare dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
Molti di quei colloqui sono stati intercettati dagli inquirenti.
E dalle conversazioni allegate all’indagine emergono episodi che non costituiscono reato ma fanno sicuramente riflettere.
Come una telefonata registrata il 16 gennaio scorso.
Da una parte dell’apparecchio c’è Bisignani, dall’altra la parlamentare del Pdl Micaela Biancofiore.
La deputata allude a una vicenda vecchia di quasi quattordici anni, una rissa fra ragazzi sull’isola d’Ischia nella quale era rimasto coinvolto il figlio dell’attuale procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, pilastro del pool Mani pulite che in quei giorni sta indagando anche sul caso Ruby e viene tenuta costantemente nel mirino della macchina del fango.
La Biancofiore introduce l’argomento.
Bisignani però tronca quasi subito la conversazione. “Ne parliamo da vicino”, afferma.
E in un dialogo successivo la Biancofiore si dice rammaricata, forse proprio per aver affrontato un tema troppo delicato per essere discusso al telefono. Coincidenza vuole che all’indomani di quella telefonata si sia svolto ad Arcore un pranzo con i direttori delle principali testate riconducibili a Berlusconi. Tempo qualche altro giorno, il 22 gennaio, e il Giornale pubblica un servizio proprio su quella serata ischitana di quasi tre lustri fa, attaccando pesantemente Ilda Boccassini.
Un’idea dell’ampiezza dell’indagine traspare da un inciso dell’ordinanza con la quale il giudice Luigi Giordano ha disposto gli arresti domiciliari per Bisignani per tre ipotesi di favoreggiamento e ha chiesto il carcere per il deputato del Pdl Alfonso Papa.
Il gip cita infatti il titolo di un paragrafo della richiesta dei pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio che affronta, fra gli altri argomenti, “i rapporti con Gianni Letta e la presidenza del Consiglio dei ministri, quelli con l’Eni, con altri esponenti di governo, con i vertici dei servizi di sicurezza, con Dagospia”. Materiale che il magistrato, dopo aver escluso a carico di Bisignani e Papa le accuse di associazione per delinquere e di aver costituito un’associazione segreta, non ha ritenuto di “approfondire ed illustrare” perchè, sottolinea, riguarda “dichiarazioni e intercettazioni di persone non indagate”.
Da quelle pagine però emerge, rileva il giudice, “la rete di relazioni umane e professionali” nella quale Bisignani si muove da sempre “in modo disinvolto”.
Con lui si confrontava il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo in un colloquio intercettato e sul quale il ministro è stata poi anche ascoltata come testimone dai pm Curcio e Woodcock.
Anche altri componenti dell’esecutivo erano in contatto con l’influente uomo d’affari.
Come il sottosegretario per l’Attuazione del programma Daniela Santanchè, in favore della quale Bisignani sostiene di essersi speso per rimuovere il veto politico opposto dal presidente della Camera Gianfranco Fini dopo la scelta della Santanchè di guidare la Destra alle ultime elezioni politiche.
E sembra che anche Luca di Montezemolo avesse chiesto a Bisignani di valutare la possibilità di far confluire i consensi dell’Eni in Confindustria su un nome apprezzato dal presidente della Ferrari.
La caratteristica di Bisignani, ha spiegato ai pm uno dei testimoni, il presidente del Poligrafico dello Stato Roberto Mazzei, è quella di essere “un triangolatore. Difficilmente dice i fatti suoi a qualcuno. È uno che separa”.
Per poi, se necessario, unire.
Dario del Porto e Francesco Viviano
(da “La Repubblica“)
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