Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO GERARDO SOGLIA: “MIA FIGLIA NON DEVE VERGOGNARSI DI DIRE AI SUOI COMPAGNI CHE IL PAPA’ E’ UN PARLAMENTARE DEL PDL”… “MI SPAZZERANNO VIA MA DEVO DIRLO, ARIA NUOVA O CI TIRERANNO LE MONETINE”
Solo gli stolti pensano di dover dimostrare più coraggio di quel che possiedono. E lei non è
stolto.
Ma un po’ di paura persiste. La mia Camera rischia di terminare prima ancora di vederla iniziata.
Annulli l’intervista.
Continuiamo
Dall’ultima fila del Pdl si alza la mano dell’onorevole Gerardo Soglia.
Sono un moscerino e basta un colpo di tosse per annullarmi alla vista.
Il moscerino si posa sull’orecchio di Berlusconi. Non lo vede, ma ascolta la vocina.
Presidente, con tutto il rispetto possibile e anche l’amore filiale e la riconoscenza che le devo per avermi fatto mettere piede a Montecitorio
Con tutto l’amore possibile, prosegua.
Se non stiamo attenti gli italiani inizieranno a tirarci le monetine. Lei ha la scorta e magari le scansa, io no e le prendo in faccia.
Pensa al bene del Pdl o al bernoccolo sulla sua testa?
Anche al bernoccolo. Perchè mia figlia deve avere vergogna di dire ai suoi compagni di classe che il papà è parlamentare berlusconiano?
Con tutto l’amore possibile, prosegua.
Presidente, dia la guida a un quarantenne.
Lei quanti anni ha?
Quanti ne ha Angelino Alfano. Lui potrebbe cambiare tutto. Una intera generazione da promuovere, una intera generazione da pensionare.
Il moscerino Soglia rottama Berlusconi?
Magari ho sbagliato verbo. Lui è il padre della Patria, o se crede l’azionista di riferimento del Pdl.
Tanti colleghi la invidieranno per l’audacia che mostra.
Un colpo di tosse e addio Montecitorio per il moscerino Soglia.
In tutta franchezza temo che lei possa avere ragione.
Mamma mia che frittata!.
Ha però le stimmate del gladiatore.
Tanto il mio destino è segnato.
Non indietreggi e tiri fuori tutto, ora è il momento.
Ci vorrebbe una rivoluzione generazionale. Taglio delle tasse per dare lavoro finanziandole con l’aumento dell’imposizione fiscale sulle rendite.
Soglia, ma questa è la proposta del Pd!
Ma è giusta!.
Ma lei dove milita?
Mi è stato chiesto di iscrivermi al gruppo dei responsabili per aiutarli a fare numero. Ma fare numero non mi basta più.
Caporale Antonello
(da “La Repubblica“)
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Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile
IN PRATICA UNA COMPENSAZIONE A COSTO ZERO TRA LIEVE ALLEGGERIMENTO FISCALE IN CAMBIO DI UN AUMENTO DELL’IVA E DI UNA RIDUZIONE E RAZIONALIZZAZIONE DEL WELFARE
Detrazioni per abbonamenti a bus e metro, per palestre, per spese funebri: rivolgersi al Fisco. Esperimenti come la social card per anziani indigenti, oppure bonus bebè da 1.000 euro per i nuovi nati: rivolgersi all’Inps.
II ministro dell’Economia Giulio Tremonti ieri è tornato alla carica scoprendo le carte dell’intervento che potrebbe tentare: fisco e assistenza, erario e Inps, sono due torri di Babele. Dove, nel corso degli anni, si sono cumulate detrazioni con finalità assistenziali che consentono di ottenere sconti dalle tasse e che spesso di sovrappongono con analoghi e simili interventi ad erogazione diretta da parte dell’Inps.
Proprio per questo uno dei quattro tavoli preparatori della riforma fiscale, guidato da Mauro Marè, si intitola «Aree di sovrapposizione tra Stato fiscale e Stato sociale».
Di fatto due Welfare. Che camminano ciascuno per conto proprio.
E poi c’è il tavolo sulla giungla delle agevolazioni, guidato da Vieri Ceriani.
II bilancio è già stato annunciato da Tremonti: ci sono 471 agevolazioni fiscali pari alla spesa di 161 miliardi.
Ma dentro questo marasma – che prevede circa 80 voci di agevolazione nella denuncia dei redditi – c’è di tutto.
Si parte con le fondamenta dell’assistenza: dalla parte dell’Inps ci sono gli assegni al nucleo familiare, dalla parte del modello 730 ci sono le detrazioni per carichi familiari.
Sostanzialmente l’aiuto «orizzontale» di Inps e Fisco volto ad equiparare la pressione sulle famiglie quando ci sono figli, anziani e donne che non lavorano, incide sugli stessi soggetti: l’obiettivo sarebbe quello di unificare e razionalizzare.
Come? Tremonti lo ha già detto nel Piano nazionale di riforma: «la fiscalità generale deve finanziare l’assistenza sociale, non sostituirla».
Tradotto: assegni di assistenza targati Inps invece di detrazioni fiscali Irpef.
Anche nel mondo dell’ordinaria assistenza alla famiglia e ai figli per servizi sociali, studio e attività sportive, regna la confusione.
Ci sono detrazioni fiscali per gli asili nido, per le palestre, per le tasse universitarie, perle abitazioni degli studenti fuori sede.
Ma si è percorsa anche la strada dell’Inps: il bonus bebè, i tradizionali trattamenti di maternità per le donne che lavorano, gli aiuti alle vacanze studio, i convitti e le case soggiorno.
Senza contare tutta l’attività del Welfare di prossimità che viene svolta dai Comuni.
Sul cosiddetto Welfare fiscale pesa poi un altro problema: le detrazioni producono analoghi benefici per ricchi e poveri.
Non c’è un limite di reddito, ad esempio, per avere gli sconti per il mutuo prima casa così come penante altre detrazioni sulla denuncia dei redditi.
Chi se ne intende cita Einaudi: 10 lire non hanno lo stesso valore per chi ci compra il pane e per chi acquista una poltrona a teatro.
Gli anziani, i cui eredi hanno la magra consolazione di detrarre al 19 per cento fino ad un tetto di 1.549,37 euro le spese funebri, vivono con pensioni di reversibilità e sociali a carico dell’Inps. Come pure trovate estemporanee, del tipo social card per chi ha i capelli grigi ed è indigente, sono state gestite recentemente dall’Inps.
Anche perchè sono redditi talmente bassi che il fisco, con detrazioni e deduzioni, non arriva a dare un vero e proprio sollievo: come avviene per beneficiare della detrazione della badante. Spesso chi ne ha bisogno non arriva ad un reddito tale da poter beneficiare delladetrazioneda 2.100 euro.
Petrini Roberto
(da “La Repubblica“)
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Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile
CERTE USCITE DI MARONI E CALDEROLI IN PASSATO HANNO AVUTO LA STESSA FREQUENZA DELLE PREVISIONI DEL TEMPO…LE TRE RAGIONI PER CUI LA LEGA NON PUO’ ROMPERE CON BERLUSCONI
Tutto il mondo antiberlusconiano attende le prossime decisioni di Bossi come si potrebbe
attendere la venuta di un messia.
Si aspetta con ansia che la Lega «stacchi la spina» al governo, e faccia finalmente ciò che non sono riusciti a fare la sinistra, le toghe rosse e la stampa comunista (ossia tutte le toghe e tutta la stampa, secondo il parere di Berlusconi).
Che sia domenica prossima a Pontida, oppure martedì in Parlamento, oppure ancora in qualche riunione ad Arcore o a Gemonio, non si sa.
Ma che un’ora segnata dal destino stia per battere nei cieli della Padania, è dato per scontato.
La Lega divorzierà dal Cavaliere perchè non ha nessuna intenzione di affondare con lui: questo è ciò che si pensa.
E quella frase pronunciata l’altro ieri da Calderoli – «siamo stanchi di prendere sberle» – alimenta le speranze.
Le richieste di cambio di passo di Maroni, ancor di più.
Basterebbe però sfogliare le raccolte dei giornali per rendersi conto che certe uscite come quelle di Calderoli e Maroni hanno più o meno la stessa frequenza delle previsioni del tempo. Da mesi, non c’è praticamente giorno in cui non si registri qualche affondo contro il Pdl.
I leghisti hanno minacciato di lasciare il governo per l’intervento in Libia; hanno annunciato «mani libere» alle elezioni amministrative; ne hanno dette di tutti i colori sulla campagna elettorale di Berlusconi a Milano.
E così via.
Alle parole, però, non sono mai seguiti i fatti.
Su tutte le questioni che stanno davvero a cuore al Cavaliere, i leghisti non hanno mai fatto mancare il loro appoggio.
Hanno votato per salvare Caliendo e Cosentino; hanno votato il legittimo impedimento e si sono detti pronti a fare altrettanto sul processo breve; hanno votato perfino per trasformare Roma ladrona in Roma capitale.
La Lega ha confermato finora il vecchio proverbio secondo il quale can che abbaia non morde. E dunque c’è il fondato sospetto che anche questa volta tante attese potrebbero andare deluse. La Lega è certamente preoccupata per l’aria che tira, e ha capito che l’alleanza con Berlusconi non ha prospettive.
Ma davvero è intenzionata a divorziare dal Cavaliere?
Almeno tre ragioni le suggeriscono di non farlo. La prima è di ordine pratico.
La Lega è al governo con il Pdl in tre regioni – Piemonte, Lombardia e Veneto – che da sole valgono più di mezza Italia.
Che ne sarebbe di quelle giunte se si rompesse con Berlusconi?
La seconda ragione è che mandare a casa il Cavaliere per partecipare a un eventuale governo tecnico vorrebbe dire mettere la faccia su una manovra finanziaria da quaranta miliardi di euro. Con quali speranze potrebbe poi ripresentarsi agli elettori?
Infine c’è un terzo motivo. Non si sa quanto sia reale e quanto invece una leggenda metropolitana.
Sta di fatto che da anni nel mondo politico si giura sull’esistenza di un accordo che Berlusconi e Bossi avrebbero sottoscritto nel 2001, quando si rimisero insieme dopo il divorzio del 1994. Scottato dal primo tradimento, il Cavaliere si sarebbe cautelato facendo mettere nero su bianco i termini dell’accordo.
E sarebbero termini che Bossi avrebbe tutto l’interesse a non violare. Non sappiamo se sia vero oppure no. Sta di fatto che da quel 2001 la Lega ha spesso strillato e minacciato: ma poi è sempre rientrata nei ranghi.
Ecco perchè anche domenica prossima l’adunata di Pontida potrebbe partorire nulla di più che qualche annuncio e qualche slogan, magari più colorito del solito.
Solo in un caso la Lega potrebbe davvero rompere con Berlusconi: se la sua base mostrasse, in modo ancor più deciso di quanto ha mostrato alle amministrative e ai referendum, di non poterne davvero più.
Ma in quel caso assisteremmo probabilmente, oltre che alla fine di un’alleanza, anche alla fine di una leadership. Quella di Bossi.
Perchè vorrebbe dire che pure lui, e non solo Berlusconi, ha perso la capacità di intercettare per tempo gli umori del proprio popolo.
Michele Brambilla
(da “La Stampa“)
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Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MANNHEIMER: I DELUSI PDL PORTANO GLI INDECISI AL 50%…ALLE URNE UN LEGHISTA SU DUE
Alcuni – grosso modo un italiano su sei – hanno deciso di andare a votare solo all’ultimo momento.
Ma la maggior parte dei votanti era già orientata a partecipare da un mese o più, ancora prima che la campagna elettorale entrasse nel vivo.
È un altro segnale della particolare attenzione che i cittadini hanno avuto verso questa consultazione referendaria.
Il fatto che, tra domenica e lunedì, si siano recati alle urne oltre ventiquattro milioni di persone, pari al 57 per cento dell’intero corpo elettorale del nostro Paese – con una particolare accentuazione tra le donne – e che, dopo molti anni, si sia raggiunto il quorum per la validità di un referendum, mostra come, dopotutto, permanga negli italiani un diffuso interesse verso la politica, specie nel momento in cui essa propone dei temi concreti – ancorchè spesso difficili da comprendere appieno – su cui pronunciarsi.
Insomma, la nota (e crescente) disaffezione verso i partiti politici non comporta un analogo distacco dalla politica in quanto tale e, anzi, stimola gli elettori, quando vengono chiamati alle urne, ad esprimersi.
La partecipazione, che da sempre ha connotato la cultura politica del nostro Paese, rimane una caratteristica del nostro elettorato.
Il significato politico del voto è già stato sottolineato in varie sedi: l’esistenza di una grandissima prevalenza di bocciature delle proposte del governo e il fatto che queste ultime costituiscano, come ha sottolineato D’Alimonte, la maggioranza assoluta anche degli aventi diritto al voto (e non solo dei voti validi) conferma l’esistenza di un esteso movimento contro l’esecutivo.
Si tratta di un fenomeno che però non coinvolge soltanto gli elettori del centrosinistra, ma è arrivato a toccare segmenti significativi dello stesso elettorato attuale dei partiti di governo.
Le prime analisi scientifiche confermano come tanti cittadini, che pure dichiarano oggi nei sondaggi di avere l’intenzione, in caso di elezioni politiche, di votare ancora per i partiti di centrodestra, si sono recati alle urne in occasione dei referendum e, per buona parte, hanno votato sì, contro le indicazioni delle stesse forze politiche per cui parteggiano.
In particolare, secondo le dichiarazioni rilasciate nei sondaggi, ha votato circa il 45 per cento dell’elettorato potenziale odierno del Pdl e il 40 per cento di quello della Lega.
Costoro hanno voluto segnalare in questo modo la propria delusione e, in certi casi, il proprio dissenso rispetto alle scelte – o, meglio, all’assenza di scelte – percepita (sia pure con alcune eccezioni relative a taluni provvedimenti) nell’attività di governo in questi ultimi anni.
Ma c’è un altro elemento interessante che emerge dalle ricerche: il fatto che l’esito del referendum sembra avere subito stimolato un mutamento nelle intenzioni di voto: si registra infatti un passaggio significativo dai votanti potenziali per il Pdl agli indecisi, che toccano oggi il 50 per cento e tra i quali, ciononostante, ben il 59 per cento si è recato alle urne.
Non sappiamo, naturalmente, se questi flussi costituiscano una reazione momentanea o un fenomeno destinato a proseguire: sta di fatto che anche questo dato mostra come la motivazione principale delle scelte dei cittadini in occasione del referendum sia stata l’atteggiamento critico verso il governo.
Certo, ha contato anche il merito dei quesiti, specie quello relativo al nucleare.
E, ancora, hanno avuto largo rilievo le modalità di diffusione delle ragioni del sì.
Come è stato già sottolineato, l’esistenza della piazza virtuale rappresentata da Internet ha contribuito non poco a diffondere e a rafforzare le motivazioni del sì, mobilitando molti indecisi e tentati dall’astensione.
Sul web, l’argomentazione delle considerazioni avverse alle proposte del governo è stata ampia, efficace e, soprattutto, praticamente senza contraddittorio: sono stati rarissimi e assai sporadici infatti, in quella sede, le obiezioni e i contributi tendenti a suggerire il no o l’astensione.
Le forze di centrodestra non hanno saputo (o voluto) utilizzare il contesto in cui oggi, sempre di più, si formano le opinioni di molti cittadini: il web.
Ma la spinta principale a portare al voto è stata certamente, come si è detto, l’atteggiamento antigovernativo e, specialmente, antiberlusconiano.
L’avversità crescente verso il Cavaliere costituisce un trend in corso già da diversi mesi: non a caso, oggi il livello di popolarità del presidente del Consiglio – e del governo stesso nel suo insieme – ha toccato i livelli più bassi da molto tempo a questa parte.
Le recenti amministrative hanno costituito un primo momento in cui questo clima di opinione si è concretizzato nelle scelte dei cittadini nell’urna.
L’esito dei referendum conferma questo trend e ne costituisce l’espressione.
Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile
LA NOMINA DI ALFANO POTREBBE RIVELARSI UN FLOP SE NON SI RAGGIUNGE IL QUORUM NEL CONSIGLIO NAZIONALE… LA TOLLERANZA VERSO LE SPARATE DI BOSSI E’ VICINA A ZERO
Berlusconi, sconvolto perla morte dell’amico Romano Comincioli, senatore del Pdl, è volato
l’altro ieri a Milano lasciandosi per un giorno alle spalle le difficoltà della politica, il braccio di ferro con Tremonti.
Dopo la botta delle amministrative e la “sberla”dei referendum, la speranza di risollevarsi è affidata aunicamente alla chimera della riforma fiscale, che già oggi il ministro dell’Economia dovrebbe consegnarli in una prima bozza.
Consapevole di non aver altre carte in mano, il capo del governo nelle ultime 48 ore ha riannodato i fili di un rapporto, quello con Tremonti, che sembrava sull’orlo di una frattura definitiva.
Ha compreso, ma forse non poteva essere altrimenti, che l’abbassamento della pressione fiscale non sarà il tema sul tavolo.
Tremonti su questo è stato lapidario: «Ti prego, non insistere sull’abbassamento delle tasse. Lo dico per il tuo bene».
Ha accettato il principio di una riduzione e razionalizzazione delle decine di agevolazioni fiscali, si è rassegnato a una rimodulazione dell’Iva che toglie un po’ da una parte ma aumenta un altro po’ dall’altra. Questo è tutto.
«Abbiamo le mani legate–ripete il premier in queste ore ai suoi stessi ministri – e di più, al momento, non possiamo fare. Avete sentito cosa dice Draghi sul rischio default? Intanto lanciamo un segnale, poi faremo il resto».
Berlusconi si consola con le notizie che arrivano dal Carroccio.
Certo, a Pontida Bossi farà fuoco e fiamme, «una Piedigrotta» dice un ministro napoletano.
Ma saranno, almeno per ora, fuochi d’artificio, di quelli che non fanno male a nessuno. «Non apriranno la crisi di governo», assicura un uomo vicino al Cavaliere, come se a palazzo Grazioli fossero giunte precise rassicurazioni.
Eppure il quadro resta instabile. La maggioranza è sull’orlo di una crisi di nervi.
Un moderato come Salvatore Cicu, berlusconiano doc, ieri si aggirava in Transatlantico furibondo: «Se non approvano un emendamento al decreto sviluppo che allenta le ganasce fiscali io, perla prima volta in vita mia, voterò contro il governo. Non ci piove».
Poco più in là Nucara, segretario del Pri, minacciava ritorsioni: «Se la Lega torna alla carica con questa cazzata dei ministeri al Nord, Berlusconi cade. Punto. E meglio che il Cavaliere si dimetta prima, altrimenti io e mezzo Pdl del Sud gli votiamo contro». Ecco, il clima è questo, questo è il Parlamento al quale il premier il 22 giugno dovrà spiegare cosa intende fare per andare avanti.
Anche nel Pdl la situazione è tesa. Ieri a via dell’Umiltà si è svolto un vertice segreto per preparare il Consiglio nazionale che dovrebbe ratificare la nomina di Alfano a segretario.
Dovrebbe appunto, perchè esiste il rischio fondato di un clamoroso flop.
Il quorum per modificare lo statuto è infatti molto alto, servono i due terzi degli aventi dirittoalvoto.
Si parla di oltre 750 persone da richiamare a Roma il primo luglio per dire sì a una scelta già presa, senza alcun dibattito interno.
Se mancasse il quorum, per Alfano sarebbe una figura terribile.
Ma c’è anche il rischio opposto: richiamando così tanta gente sarà difficile evitare che il Cn si trasformi in un grande “sfogatolo” contro il Capo.
Una prospettiva che fa gelare il sangue ai generali di via dell’Umiltà .
Bei Francesco
(da “La Repubblica“)
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Giugno 15th, 2011 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEI SINDACATI DI POLIZIA: SI TOLGONO AGLI AGENTI CHE RISCHIANO LA VITA IN OPERAZIONI PERICOLOSE PER ANDARE A TUTELARE SERVIZI MINORI… E OGGI MARONI FA FINTA DI INDIGNARSI PER I TAGLI DEL 36% ALLA SICUREZZA NEL SOLO 2011, COME SE LUI NON LI AVESSE VOTATI E AVALLATI….E LO SEGNALA SOLO DOPO SEI MESI?
La notizia sembra incredibile ma è vera.
Con Circolare del 19 maggio 2011 del Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Servizio Tecnico Logistico è stata chiesta alle Questure di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Milano, Napoli, Verona, Vibo Valenza, Vicenza e Viterbo , la restituzione di 57 giubbotti antiproiettile “sottocamicia”.
Questo tipo di giubbotto è molto più leggero di quello tradizionale e può essere usato anche alla guida delle automobili e comunque permette di muoversi in piena agilità durante le azioni più pericolose nel contrasto della malavita.
In passato è già capitato numerose volte che agenti di polizia siano stati feriti o persino ammazzati proprio durante l’inseguimento di delinquenti in fuga.
In questi casi quel tipo di giubbotto è determinante per salvare la vita di chi opera per la nostra sicurezza.
I sindacati Sap e Siulp in un loro comunicato stampa sottolineano come si sia in presenza di “un deprecabile comportamento, che da un lato mette in luce la drammatica situazione dei conti ministeriali in conseguenza degli enormi tagli operati dalle recenti manovre finanziarie e, nel contempo evidenzia un’ingiustificata mancanza di considerazione degli uomini e delle donne della Polizia di Stato …».
La faccenda assume toni grotteschi quando viene rivelato nella circolare che si giustifica la restituzione con la necessità di trasferire i giubbotti alle scorte destinate ai politici.
Ancora una volta ” un privilegio di casta” a danno di chi tutti i giorni rischia la vita per la nostra sicurezza ed incolumità , pagando prezzi altissimi.
Proprio stamane, a un convegno sindacale, Maroni ha ricordato che i tagli lineari hanno fatto calare del 36% le risorse del Ministero per il 2011, che sono complessivamente 29 miliardi. Maroni ha sottolineato che “nei giorni scorsi ho inviato una lettera al premier Berlusconi e al ministro Tremonti in cui chiedo un miliardo di euro per il 2011: si tratta di risorse sufficienti per garantire le attività istituzionali”.-
E’ paradossale che un ministro degli Interni prima voti il taglio dei fondi e poi faccia finta di lamentarsene, come se nulla fosse.
La storia del partito di lotta e di governo ha davvero le gambe corte e il naso di Bobo è diventato ormai come quello di Pinocchio.
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Giugno 15th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE LA FRONDA DOPO LO SMARCAMENTO DI ZAIA SUI REFERENDUM…E MONTA LA PROTESTA CONTRO UN PARTITO APPIATTITO E LONTANO DALLA GENTE VENETA
“Piccoli leghisti crescono», sibila Bepi Covre, mitico sindaco di Oderzo negli Anni Novanta,
parlamentare del Carroccio dal ’96 al 2001.
«Dietro Flavio Tosi e Luca Zaia c’è un’intera pattuglia di sindaci 40enni, gente che si è fatta sul campo e ragiona con la propria testa. Lo si è visto sui referendum…», alla faccia delle parole del Capo.
Oggi Covre è tornato a fare l’imprenditore, si definisce «un leghista di fede maronita», ma resta un gran «confessore» di leghisti veneti, come amano chiamarsi da queste parti quadri e militanti ricordando ogni volta che «la Liga è nata nel 1980 mentre la Lega lombarda solo nel 1984, prima di farsi federare dal carisma padano di Umberto Bossi», come ricorda Francesco Jori nel suo bel libro Dalla Liga alla Lega .
«C’è in giro molta effervescenza nel partito», conferma l’ex sindaco di Oderzo.
«La politica italiana ha un grande difetto: una classe dirigente inamovibile. La gente non ne può più».
In questi tempi globali «i totem vanno messi da parte. Anche Bossi, certo. Un grande attore sa quando uscire di scena».
Intendiamoci, «Umberto è un mito, è la Lega, ma oggi deve capire che è il momento di passare la mano».
Si prenda Zaia: «Sul referendum ha fiutato l’aria portandosi dietro mezza giunta» (gli assessori Stival, Conte e Ciambetti), il capogruppo in Regione Caner e i consiglieri Baggio, Bassi, Corazzari, Finco, Sandri e Tosato. Tutti frondisti.
«Abbiamo incontrato decine di militanti favorevoli all’acqua pubblica e contrari al nucleare, pronti ad andare a votare», conferma Caner. Non era mai successo.
«Questo fiuto Bossi e Berlusconi non ce l’hanno più», chiosa Covre. Naturalmente lui può parlare liberalmente ma dentro al corpaccione lighista è tutto un darsi di gomito. «Mettiamola così», confessa un dirigente di primo piano: «ci si rende conto che è partito il countdown sul dopo Bossi e ci si riallinea».
In questo Tosi e Zaia incarnano una posizione più matura: la chimera del lighismo autonomo dal partito lombardo non porta lontano.
Ogni volta che qualcuno ha provato ad alzarsi da terra è stato decapitato dal Senatur. Franco Rocchetta e Fabrizio Comencini ancora se lo ricordano.
Quest’ultimo nel ’98 fu purgato quando strappò portandosi via dal gruppo regionale 7 consiglieri su otto.
Con il Capo rimase solo Giampaolo Gobbo e da quel momento Bossi gli ha affidato le chiavi del partito.
«Per questo un accordo con la Lombardia resta strategico per i giovani leoni», continua la fonte. «Anche qui, la partita è pro o contro Maroni».
Il sindaco di Verona sta con Bobo, il trevigiano Zaia è più doroteo, per ora non si schiera, anche perchè dentro al partito Tosi è più forte e lo scontro è con il segretario regionale Gobbo, l’uomo della pax bossianlombarda nella ex Serenissima.
Nel frattempo si smarcano entrambi: Tosi da Gobbo su episodi simbolici come la visita del presidente Napolitano e la battaglia congressuale per le segreterie provinciali; Zaia, appunto, sui referendum.
Entrambi sanno che la protesta sta montando in casa.
Sui blog dei militanti i più scalmanati a chiedere un ricambio nella leadership o di mollare i lombardi «imborghesiti» per tornare alla purezza del lighismo, sono proprio i veneti.
A Treviso, nel feudo di Zaia, dalle Regionali 2010 alle provinciali del mese scorso il Carroccio ha perso per strada 91 mila voti, parzialmente recuperati solo grazie alla lista civica «Razza Piave» (37 mila voti) che ha fatto da cestino per i duri e puri delusi dal forza-leghismo di governo.
«Ai referendum i veneti si sono presi la loro autonomia senza guardare in faccia nessuno, non vedendo i segni concreti delle riforme promesse», ammette il leghista Franco Manzato, assessore regionale all’agricoltura.
Certo, «ad oggi non vedo alternative a Bossi. Il Capo è amato dalla base, i colonnelli invece rispettati, cosa diversa».
Anche se, continua Manzato, «qualsiasi governo se oggi non fa riforme tangibili non dura. Non c’è Bossi o Berlusconi che tengano».
Il dopo Bossi? «In politica tutto è possibile tanto più se soffriamo un berlusconismo che non funziona», gli fa eco Toni Da Re, sindaco leghista di Vittorio Veneto.
Dopodichè se «il prossimo leader sia veneto o lombardo, l’importante che sappia dove portarci».
Due mesi fa, l’idea della successione, sarebbe suonata fantapolitica.
Marco Alfieri
(da “La Stampa“)
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Giugno 15th, 2011 Riccardo Fucile
NEL CARROCCIO ESPLODONO LE CONTRADDIZIONI: COMPLICI IN TUTTO DI BERLUSCONI IN CAMBIO DI REMUNERATE POLTRONE… NEI MILITANTI C’E’ RABBIA “I NOSTRI SONO BAMBOCCI”
«Adess i mè somea dì bamboss po i nòter». Il trattore con la falciatrice sta pettinando il pratone per domenica.
La militante, vent’anni di Lega, guarda dal ciglio della strada e taglia il concetto con la scure del vernacolo. «Adesso mi sembrano dei bambocci anche i nostri».
Non ce l’ha con i tagliaerbe. Ce l’ha con Bossi.
«Come si fa a dire non andate a votare al referendum? Solo per correre dietro a quell’altro (Berlusconi, ndr). Semmai bisognava dire: “andate e votate No”. Se proprio…».
Sul sacro suolo di Pontida, per la serie “sberle e coraggio”–titolo di ieri della Padania – , domenica e lunedì il 51,3 per cento degli abitanti non ha dato retta al Capo, e hanno vinto i Si.
Il che oltre a non essere proprio un’inezia ha messo in qualche imbarazzo il sindaco e deputato Pierguido Vanalli, antireferendario convinto.
«Non so se i miei cittadini sono andati a votare per reale interesse sui quesiti o per dare un segnale al governo. Sta di fatto che qualcuno ci è andato».
E anche qualche leghista, evidentemente.
A meno che il 57 per cento di voti che nel 2009 hanno riconfermato Vanalli alla guida della “città del giuramento” siano emigrati in Maghreb.
Per fortuna che il Senatur sabato sera aveva invitato tutti a andare in campagna. E invece no.
«Hanno votato, hanno votato… Molti dei nostri– ragiona un dirigente locale che pretende l’anonimato –il referendum l’hanno usato come una balestra per sganciare un’altra freccia contro Berlusconi».
Benvenuti a Pontida.
Meno quattro giorni alla ventunesima edizione dell’evento più importante della liturgia padana.
Il clima, a parte il caldo africano, è tutto da interpretare. O forse no, è fin troppo chiaro. La gente inizia a averne le scatole piene anche qui. Non solo di Berlusconi ma anche di un certo non più tollerabile appiattimento o “mollismo” nella linea del Carroccio.
«Caro Umberto, sveglia! Avanti così affondiamo». La missiva è firmata dalla “Terry di Pontida”, al secolo Teresa Locatelli, padana doc, camice e cappellino verdi dietro il banco del salumificio di fronte al municipio.
Tra i politici chi non può dirlo chiaro e tondo ci gira intorno. Chi parla è perchè è autorizzato o ha parlato con chi sa.
Giacomo Stucchi, parlamentare bergamasco di lungo corso, calderoliano, indicato come prossimo capogruppo alla Camera al posto di Marco Reguzzoni.
«Non ci sono storie, bisogna ripartire subito. Se invece si vuole continuare a galleggiare allora è arrivato il momento di mettere in discussione non solo la durata della legislatura ma anche l’alleanza con questa coalizione». Zac. O dentro o fuori. Cambiare spartito.
Quello che dirà l'”Umberto” domenica sul prato dove ora è steso il cartellone gigante “Bossi Padania 2011″è importante, certo.
Ma in queste ore tribolate molto può anche il nervosismo che monta tra il popolo.
«Il referendum è stato uno sberlone in primis per il premier ma anche per noi – aggiunge Stucchi – . Dobbiamo aprire gli occhi, piantiamola di basarci sui sondaggi di Euromedia».
Se la Lega ha una pancia, come indubitabilmente è, e se la pancia è in subbuglio, si può dire che Pontida è l’ambulatorio.
«Questo è il posto dove si festeggia quando si vince e dove ci si ricompatta e ci si ricarica quando si perde», chiosa l’assessore-ultrà Daniele Belotti.
Un tempo era il Pierino del Carroccio orobico, oggi, oltre che eterno e fervente tifoso atalantino, è titolare del Territorio in Regione.
Sarà lui, come da tradizione, il front-man che domenica mattina introdurrà i big leghisti sul palco.
Contestazioni in vista? «Noi siamo abituati a contestarci e a dircele in faccia nelle riunioni, nelle sezioni, nelle segreterie provinciali».
E se invece ce ne saranno? Se qualcuno romperà l’ortodossia padana per cui “quello che dice Bossi va sempre bene”?
«Se succederà non sarà la fine del mondo – sdrammatizza il sindaco Vanalli–nella storia di Pontida quando ci sono stati dei contestatori erano sempre degli ex leghisti che volevano insegnarci a fare i leghisti».
Da quando cinque anni fa un decreto di Napolitano le ha riconosciuto lo status di “città “, Pontida e il suo primo cittadino si portano molto. E sognano.
«Eravamo e siamo nella storia, se poi arrivasse anche un bel ministero facciamo tombola». Già .
Il rischio, però, è che tra una sberla e l’altra il luogo simbolo della Lega finisca per subire scacco e doppio scacco.
E che dei buoni risultati alle amministrative in zona – sindaco a Ponte San Pietro, sindaco confermato a Palazzago, vittoria sfiorata a Solza– nessuno più si ricordi.
II suo dardo lo scaglia anche Belotti. «Basta, l’insofferenza comincia a essere forte. Troppi rospi mandati giù in nome del federalismo fiscale. Le menate giudiziarie di Berlusconi, i Cosentino, le copertura dei buchi di Catania e compagnia. Adesso servono i fatti. Per i rospi non c’è più posto».
Berizzi Paolo
(da “La Repubblica“)
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Giugno 15th, 2011 Riccardo Fucile
I PARTITI: PD 27,5%, SEL 6,5%, IDV 4,5%, VERDI 1,5%, RADICALI 1,5%, PSI 1%….PDL 27,5%, LEGA 9,5%….UDC 7%, FLI 3,5%, API 2%…5 STELLE 2,5%, FEDER. DELLE SINISTRE 1,5%…CROLLA AL 29% LA FIDUCIA NEL PREMIER
Una brutta aria che trova nel voto referendario un’ulteriore conferma di un vento nuovo che
spazza l’elettorato.
Perchè, leggendo il sondaggio Ipr Marketing per Repubblica.it, il crollo di fiducia in Silvio Berlusconi e il suo governo è costante.
Al punto che, adesso, il gradimento di una ipotetica coalizione di centrosinistra, formata da Pd, Idv e Sel, supera il blocco leghista e pidiellino di 3,5%.
Crolla la fiducia nel Cavaliere che sembra pagare le carenze dell’agire (o del non agire) economico dell’esecutivo, le mancate promesse (liberalizzazioni, meno burocrazia e via dicendo), il passaggio dal “miracolo italiano” alla scialuppa di salvataggio parlamentare guidata dal “reponsabile” Scilipoti.
Ma se Berlusconi piange, il centrosinistra non deve cullarsi sugli allori.
Perchè l’ultima ondata di successi non può far dimenticare che, ad oggi, la costruzione di una coalizione che sia un’alternativa chiara al berlusconismo è ancora da definire.
Intenzioni di voto. Il sorpasso è nelle cifre.
Il centrosinistra (Pd, Idv, Sel, Verdi, Psi e radicali) si attesta al 42,5%, il centrodestra (Pd, Lega e satelliti vari) si ferma al 39%.
Il terzo Polo si ferma al 13% (con l’Udc al 7% e Fini al 3,5%).
Fuori dai tre blocchi si piazzano Rifondazione e i Comunisti italiani (1,5%) e il movimento Cinque stelle (2,5%).
Significativa la questione Lega. Mentre in passato il Carroccio e il Pdl funzionavano come vasi comunicanti (al calo di uno corrispondeva l’incremento dell’altro), stavolta le cose sono andate diversamente.
In particolare per gran parte dell’elettorato leghista sempre più insofferente alla deriva presa dal Pdl, stretto tra leggi ad personam e festini ad Arcore.
Se queste sono le cifre, però, non bisogna immaginare una partita dall’esito certo.
Se da una parte il “disamoramento” dell’elettorato di centrodestra è evidente, se l’appeal del centrosinistra cresce, questo non basta per dichiarare chiusa la partita.
Perchè da una parte un centrodestra “di nuovo conio” e senza Berlusconi potrebbe tornare ad attirare l’elettorato moderato, dall’altra il centrosinistra sembra ancora carente dal punto di vista della leadership e dei programmi.
Ed è bene ricordare il 2006 quando la coalizione guidata da Romano Prodi fece i conti con una rimonta berlusconiana che nessuno aveva previsto.
Fiducia in Berlusconi? Poca. 29%. E basterebbe questo dato per capire quanto l’appeal del Cavaliere sia in caduta libera.
Anche solo rispetto al gennaio di quest’anno (40%) a pochi giorni dalla fiducia conquistata con l’arrivo dei Responsabili.
Paga, Berlusconi, lo sgretolamenbto dell’icona dell’efficenza. Quel “ghe pensi mì” suona ormai stonato. Soffocato da scandali privati, dall’attivismo a senso unico sulla giustizia e dalla consunzione della leadership.
In crescita, all’opposto, il numero di coloro che non hanno più fiducia nel presidente del Consiglio. Per la prima volta si arriva a quota 60%. Tetto mai toccato fino ad oggi.
Male anche il governo: solo il 23% dichiara fiducia a fronte di un robusto 62%.
Ministri, Alfano in testa.
Al top c’è l’uomo a cui il Cavaliere ha affidato il compito di mettere ordine nel Pdl. Quell’Angelino Alfano, attuale ministro di Giustizia, nominato segretario del partito del Cavaliere.
Compito improbo il suo, ma che gli fa guadagnare due punti che lo piazzono in testa alla lista dei ministri.
Alle sue spalle il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Il leghista, che in questi giorni ha più volte suonato la sveglia all’esecutivo, arriva al 58%, superando di un punto il titolare del Welfare Maurizio Sacconi.
Da notare il calo secco (-3%) di Giulio Tremonti che, in questi giorni è finito più volte nel mirino della sua stessa maggioranza per le sue politiche “eccessivamente rigoriste” in tema di spesa.
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