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TREMONTI RISPONDE AL SASSOFONISTA SULLA RIFORMA DEL FISCO: “FACILE ANDARE AL BAR E DIRE ‘DA BERE PER TUTTI’ : MA POI CHI PAGA?”

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

TREMONTI NON LE MANDA A DIRE A MARONI: “HO LE IDEE CHIARE SULLA RIFORMA, CI SONO COSE IN CUI DIMOSTRI PIU’ CORAGGIO SE LE DICI CHE SE LE TACI”… “VOLETE LA RIFORMA? TROVATEMI 80 MILIARDI”

“Alla fine ho avuto il coraggio di venire qua, dipende da voi, lo capirò dopo se ho fatto fatto bene o male”.
Lo ha affermato il ministro dell’Economia dal palco della festa nazionale della Cisl di Levico Terme. “Non sono tormentato e dirò tutto quello che penso – ha proseguito – ci sono cose in cui dimostri più coraggio se le dici rispetto a se le taci”.
“Ieri ho avuto l’imprudenza di usare il termine prudenza – ha aggiunto – era riferito al mondo, si vede che oggi non bisogna più usarlo”.
Il ministro ha poi detto che “la speculazione è causa di instabilità , o si dà  una vera regolata alla finanza, cosa che non c’è stata, o si inventa un nuovo driver di crescita”.
“Ci manca un driver così – è la sua idea – manca al mondo Occidentale e se manca al mondo occidentale manca al mondo”.
E sulla riforma il ministro Tremonti ha detto di avere “le idee chiare”.
Prima del 18 giugno, ha spiegato, “rendiamo pubblici i lavori dei tavoli di studio”.
“Voglio fare la riforma fiscale, ho le idee assolutamente chiare, da almeno un anno”, ha affermato.
“Ne ho una ottima – ha continuato Tremonti – non è un problema di posizione personale, il problema è dove trovare i meccanismi finanziari. Potrei dire: datemi 80 mld ma è una cifra forse eccessiva”.
“Io ho le idee assolutamente chiare su cosa è giusto per il fisco – ha spiegato ancora il ministro – su quali aliquota applicare ma non si può andare al bar e dire ‘da bere per tutti’, e poi chi paga? Voi. Io sono tentato di dire, vi faccio la riforma e voi mi trovate 80 miliardi”.
Tremonti ha ripreso e risposto così all’affermazione del ministro dell’Interno Roberto Maroni   che a margine della festa della Cisl a Levico Terme (Tn) aveva detto: “Per il ministro dell’Economia serve la prudenza, è giusto, ma in questi momenti credo che serva più il coraggio che la prudenza, il coraggio di mettere in campo una riforma significativa, il coraggio di sfidare la congiuntura, il coraggio di un gesto importante atteso”.
“Noi – ha proseguito il ministro – dobbiamo impegnarci a prendere l’impegno per portarla a compimento entro la fine della legislatura”.
Il ministro ha aggiunto che la riforma fiscale deve essere “contemporanea alla manovra ed essere una riforma fiscale vera. Non solo una cosa buttata lì per coprire la manovra. Se chiediamo sacrifici agli italiani   dobbiamo far capire loro che servono per evitare la bancarotta, ma dare anche una prospettiva. E’ un impegno del programma di governo”.

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“L’ECONOMIST NON COMPLOTTA CONTRO L’ITALIA: IN DIECI ANNI SIETE CRESCIUTI COME HAITI”

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

PARLA JOHN PRIDEAUX, AUTORE DEL SERVIZIO CRITICO SU BERLUSCONI….E STRANAMENTE LE COPIE DEL SETTIMANALE SONO STATE BLOCCATE PER ORE A FIUMICINO

Laurea a Cambridge, ex-corrispondente da India e Brasile, ora responsabile delle pagine internet dell’Economist, il 32enne John Prideaux è l’autore del rapporto speciale sull’Italia del settimanale britannico che ha fatto scalpore per i pesanti giudizi su Berlusconi, «la sua era è stata un disastro» e per il titolo di copertina, «L’uomo che ha fottuto un intero paese».
Ma lui ribadisce l’obiettività  sua e del suo giornale, la cui distribuzione ieri a Roma è stata bloccata — sarà  una coincidenza? — da un’ispezione dei container all’aeroporto di Fiumicino, secondo quanto riporta Wanted in Rome, giornale della comunità  anglosassone nella capitale italiana.
Perchè un rapporto sull’Italia proprio adesso?
Qualcuno nel governo Berlusconi pensa a un complotto tra media italiani d’opposizione e l’Economist, per dare un’altra botta al centro-destra all’indomani della sconfitta nelle amministrative.
Dal 2005 non avevamo dedicato all’Italia uno dei nostri rapporti dedicati a un singolo paese. Ne facciamo in continuazione, su tutti i più importanti paesi del mondo. Il 150esimo anniversario dell’unificazione italiana era una buona occasione per un punto sul vostro paese. La decisione è stata presa circa un anno fa, sicchè il fatto che sia uscito dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi è una coincidenza.
Fonti del governo italiano vi accusano di superficialità . Quanto tempo e risorse avete impegnato in questa inchiesta?
Ho trascorso un mese in Italia a fare ricerche e poi a scriverla, con l’aiuto del nostro staff di ricercatori.
Come risponde all’accusa più grave che vi lanciano Berlusconi e i suoi sostenitori lanciano, cioè di pregiudizio contro di lui e contro l’Italia?
Ogni volta che critichiamo un governo o un politico da qualche parte nel mondo ci accusano di avere un pregiudizio negativo. La verità  è che non faremmo un buon servizio ai nostri lettori, o all’Italia, se facessimo finta che in Italia va tutto bene. Lasciamo da parte tutta la questione del bunga-bunga e dei processi: la gestione economica di Berlusconi è stata un disastro. In base al reddito pro-capite, l’economia italiana è più piccola nel 2010 che nel 2000. Solo due nazioni al mondo hanno fatto peggio nell’ultimo decennio: Haiti e Zimbabwe. Un dato di fatto che non si può nascondere.
Qualche elemento del governo Berlusconi si è scandalizzato per il titolo che avete fatto: «L’uomo che ha fottuto un intero paese». Una parola troppo forte?
Ci piace fare copertine forti, che richiamano l’attenzione del lettore e talvolta lo fanno sorridere, sostenute da un rigoroso reportage fattuale. In questo caso abbiamo giocato con vari possibili doppi sensi per il titolo, ma il doppio significato di “screw” in inglese (fottere e rovinare, ndr.) era troppo divertente per rinunciarvi.
Il suo rapporto si conclude sostenendo che l’ipotesi più probabile è che in Italia tutto continui più o meno come ora, anche dopo Berlusconi, mentre l’editoriale che lo accompagna sembra più ottimista sulla possibilità  di un rinnovamento che faccia ripartire il paese. Chi ha ragione?
Ci sono differenze di opinione al riguardo anche dentro all’Economist. Ma tutti concordiamo su quanto segue: l’Italia ha bisogno di una nuova politica per ricominciare a crescere; quando finirà  l’era Berlusconi ci sarà  un’occasione di cambiamento; basterebbe qualche piccola riforma per far migliorare radicalmente le cose».

(da “La Repubblica”)

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REFERENDUM: LA POSTA IN GIOCO

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

I DUE FRONTI: I RISCHI DEL CENTRODESTRA E LA SCOMMESSA DEL CENTROSINISTRA….ENTRAMBI SI SONO MOBILITATI, POLITICIZZANDO LA CONSULTAZIONE

Centro-destra: questa volta alle urne non andrà  soltanto una parte del Paese

La prima differenza tra la campagna per le amministrative sfociata nella quadrupla sconfitta di Torino, Bologna, Milano e Napoli, e quella referendaria è che stavolta Berlusconi e Bossi hanno marciato uniti.
Il premier più dichiaratamente e il Senatur più svogliatamente si sono pronunciati per l’astensione, inalberando la parola d’ordine dei referendum inutili.
«Inutili», appunto, e non controproducenti o dannosi, perchè una vera campagna astensionista si fa innanzitutto mostrandosi indifferenti, distratti, presi da cose più importanti, e in questo i due maggiori soci del governo di centrodestra non avevano neppure da fingere, trovandosi impegolati ancora con le conseguenze del disastroso risultato nelle città , con i venti di burrasca della manovra economica, e con le turbolenze, ciascuno le sue, dei partiti di cui sono leader: mugugni pidiellini un po’ da tutte le parti, scissioni parlamentari invece che consolidamento della maggioranza, adunata a Pontida fissata per il 19 giugno, con il popolo leghista che s’annuncia rumoroso più che mai.
La corsa per le amministrative era stata caratterizzata dalla duplice rottura della Lega sulla guerra in Libia, che precedette il primo turno del voto, e sullo spostamento dei ministeri al Nord, che pregiudicò il secondo, e ancora si trascina.
Stavolta, invece, niente di tutto questo.
Verrebbe da risfoderare, anche per Berlusconi e Bossi, l’antico detto latino, «simul stabunt, simul cadent».
E in effetti, un’eventuale affermazione dell’astensione, con il conseguente fallimento dei referendum, consentirebbe al presidente del consiglio e al suo principale alleato, se non proprio di cantare vittoria, dato che non c’è mai da gioire per la diserzione dei seggi, almeno di dire che avevano avuto ragione sui promotori dei referendum e sulle consultazioni fallite. Inoltre la sconfitta dell’opposizione su un’iniziativa in cui aveva speso tutta se stessa verrebbe a confermare che la perdita delle grandi città  nelle elezioni di maggio, pur dolorosa, è lungi dal rappresentare la crisi epocale del rapporto tra il Cavaliere e il suo popolo che il centrosinistra, ed anche qualche voce dissonante del centrodestra, avevano voluto proclamare a tutti i costi.
Per le stesse ragioni l’esito opposto – raggiungimento del quorum con una molto probabile vittoria dei «sì» all’abrogazione – sarebbe disastroso: molto più per Berlusconi, ma anche per Bossi, specie se a determinarlo fossero i cittadini nordisti, in aperto dissenso con le indicazioni astensioniste ricevute e non condivise.
L’idea che anche solo la metà  più uno degli elettori richiesta per la validità  dei referendum si presenti ai seggi e voti darebbe la sensazione che davvero Berlusconi ha perduto la maggioranza nel Paese, e quella raccogliticcia grazie alla quale governa in Parlamento non rappresenta più gli umori reali degli italiani.
Molto dipenderebbe, in questo caso, dalla percentuale definitiva dei votanti, dato che qualcuno, per offrire un argomento difensivo al Cavaliere, sarebbe disposto subito a sottrarre i «no», formalmente contrari al cartello dei promotori schierati per i «si», sostenendo che solo questi ultimi vanno considerati voti antiberlusconiani «doc».
Ma a parte il fatto che i «no» partono sfavoriti, sarebbe impossibile, specie con argomenti come questi, nascondere la ferita dell’eventuale secondo colpo inflitto al premier in poche settimane.
Ci si potrebbe chiedere, infine: al dunque, cosa conviene di più a Berlusconi?
Sfangarla grazie alla pigrizia estiva, ai primi bagni di mare e all’astensione della gente rimasta sotto l’ombrellone, o beccarsi un’altra legnata che lo convinca una volta e per tutte a darsi una mossa?
Difficile rispondere: a giudicare dalle reazioni di questi giorni, non si sa davvero cosa scegliere.
Berlusconi ha già  detto che il governo non cadrà  anche se l’esito dei referendum sarà  contrario.
E in caso di definitiva cancellazione del legittimo impedimento (legge che tra l’altro scade a ottobre), ha già  pronta un’accelerazione della prescrizione breve, per rallentare o bloccare i processi di Milano.
Diceva Andreotti che tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia.
Incredibilmente, questo sembra adesso diventato anche lo slogan dell’ultimo Berlusconi.

Centro-sinistra: senza il quorum Bersani tornerebbe sotto esame

Tutto più facile se si raggiunge il quorum e dunque se vincono i sì. Per il centrosinistra ovviamente.
Facile insistere sulle dimissioni di Berlusconi, malgrado negli ultimi giorni Bersani, Di Pietro e Vendola abbiano tentato di depoliticizzare il voto referendario.
Ma se vincono, si vedrà  che si trattava di un semplice trucco per convincere più gente possibile, elettori di centrodestra in primis, ad andare a votare.
A risultato positivo eventualmente acquisito sarà  un coro incessante contro il premier, che ha perso il suo famoso consenso popolare prima alle amministrative e poi appunto al referendum. Magari, anzi probabilmente, Berlusconi non si dimetterà  e farà  di tutto per continuare a galleggiare fino a che ci riuscirà  ma con sempre maggiori difficoltà  interne alla sua coalizione.
Nel frattempo, con quasi trenta milioni di sì in tasca, i leader del centrosinistra potranno condurre una campagna elettorale in discesa, per quanto lunga possa essere.
Il leit motiv della fine del berlusconismo salirà  di volume e di intensità .
La vittoria del Sì dovrebbe – ma qui il condizionale è d’obbligo visto che si sta parlando di centrosinistra – anche aiutarli molto a cementare un’alleanza tra di loro che al momento non vede alternative nonostante i vari tentativi di allargarla al Terzo polo.
Sarebbe insomma evidente a quel punto, visto il voto amministrativo e referendario, che l’alleanza da presentare agli italiani alle prossime elezioni politiche dovrà  essere quella tra Pd, Sel e Idv.
Anche e soprattutto perchè avrebbe ricevuto una spinta vigorosa da tutti coloro che non solo hanno votato ma hanno anche partecipato alle primarie, alla raccolta delle firme, insomma la tanto evocata scietà  civile, una volta si chiamava «la base», che si è mobilitata per far vincere questo centrosinistra.
Sarebbe difficile per la nomenklatura, come ironizzava Bertold Brecht, «cambiare il popolo».
Panorama molto diverso, se non opposto, nel caso non si raggiungesse il quorum.
Intanto perchè la vittoria dell’astensione avrebbe l’effetto di rivitalizzare il governo e in particolare il suo premier, che potrebbe rivendicare non solo la vittoria ma anche il consenso popolare alla sua dichiarazione: «Io non andrò a votare».
Le dimissioni del governo, ossia l’obiettivo principale dell’opposizione, si allontanarebbe nel tempo, magari fino alla scadenza naturale della legislatura.
E poi perchè, anche se si tratta di due voti molto diversi, l’eventuale sconfitta al referendum offuscherebbe in parte la vittoria del centrosinistra, alle elezioni di due settimane prima.
Ma soprattutto il rischio per il centrosinistra è che si riaprano tutti i giochi nel Partito democratico.
Non mancherebbero coloro pronti ad accusare Bersani di essersi appiattito su Di Pietro e Vendola, di aver seguito per opportunismo l’ondata referendaria su temi che nello stesso Pd non sono mai stati contrastati con nettezza, dal nucleare alla privatizzazione dell’acqua. Verrebbero ricordate tutte le liberalizzazioni dello stesso Bersani, per non parlare delle fascinazioni nucleariste che in quel partito – anzi in entrambi i partiti che hanno partorito il Pd – sono sempre esistite. Infine, accusa delle accuse a sinistra, Bersani verrebbe imputato di subalternità  nei confronti delle iniziative altrui.
Tornerebbe in auge la vocazione maggioritaria di Veltroni, riacquisterebbe fiato la strategia di D’Alema, l’alleanza con Casini come asse portante del futuro governo, forse verrebbe rimessa in discussione persino la leadership del segretario che grazie alle amministrative si era invece enormemente rafforzata.
E anche negli stessi due partiti minori, qualche contraccolpo non mancherebbe.
Non verrebbero certo messe in discussione le leadership di Vendola e di Pietro, tuttavia il loro potere contrattuale nei confronti del Pd uscirebbe parecchio indebolito.
Più complicato, per Vendola, insistere sulle primarie; più arduo, per Di Pietro, stringere nell’angolo dell’antiberlusconismo un Partito democratico che non ha mai amato l’eccessivo giustizialismo dell’ex Pm.
Tutti ovviamente direbbero che raggiungere il quorum era una missione impossibile, che il governo ha fatto di tutto, a cominciare dalla data fissata nel mezzo di giugno, perchè vincesse l’astensione.
Ma si tratterebbe di giustificazioni che, per quanto vere, difficilmente riuscirebbero a evitare gli effetti perversi della sconfitta.

Marcello Sorgi e Riccardo Barenghi
(da “La Stampa”)

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PRIMI DATI, IL QUORUM E’ SEMPRE PIU’ VICINO: ALLE ORE 22 L’AFFLUENZA E’ DEL 41,14%

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

PER GLI ESPERTI LA SOGLIA PER IL SUCCESSO DEI REFERENDUM ALLE ORE 12 DOVEVA ESSERE SUPERIORE AL 10%, ALLE ORE 19 L’OBIETTIVO ERA IL 27%, ALLE ORE 22 LA META ERA IL 38%… L’ALTA PARTECIPAZIONE SPRONERA’ ANCHE GLI INDECISI: OBIETTIVO 53% PER TUTELARSI DAL CONTEGGIO DEL VOTO ALL’ESTERO

Un primo dato certo sulla giornata referendaria di oggi dice che l’affluenza alle urne alle ore 12 aveva superato l’11,64%, alle ore 19 il dato sulla partecipazione al voto ha toccato quota 30,34% e alle ore 22 ha raggiunto il 41,15%.
Le formule matematiche del giorno prima a poco servono per cristallizzare l’affluenza alle urne e, dunque, per tentare di prevedere il superamento del quorum (50 per cento più uno) capace di rendere valido il risultato dei referendum abrogativi.
Tuttavia, dalle serie storiche ripescate in archivio dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Viminale emergono due costanti: dal 1974, il quorum alle 15 del lunedì è scattato solo quando l’affluenza dei votanti aveva superato il 10% alle 12 della domenica (con tre eccezioni nell’87, nel ’91 e nel ’93).
Renato Mannheimer, sondaggista alla guida dei ricercatori dell’Ispo, dice che è molto difficile fare previsioni: «Certo, sotto la soglia del 10% dei votanti alle 12 della domenica sarà  molto difficile centrare l’obiettivo del quorum anche se non possiamo considerare l’affluenza alle urne come un flusso costante…».
Ha più certezze Roberto Weber (Swg di Trieste) che sposta, anche se di poco, la soglia di accesso al quorum: «Io direi che alle 12 della domenica ci vuole almeno il 12-13% mentre alle 22 bisogna raggiungere il 37-38%».
Mannheimer segnala che sarà  determinante il Sud (nel Mezzogiorno, storicamente, si vota di meno) mentre Weber mette l’accento sulla «quota crescente di elettori leghisti che hanno dichiarato di volersi recare alle urne».
Il fattore climatico (tempo bello, astensionismo alto) «non avrà  un peso determinante» dice Maurizio Migliavacca, l’esperto di flussi elettorali del Pd: «Il 10% alle 12 della domenica è una soglia storicamente significativa per il raggiungimento del quorum. Meglio però l’11 o il 12% che sarebbero un segnale positivo. E poi, considerando che il lunedì mattina vota tra il 10 e il 15% degli elettori, la domenica sera l’affluenza utile per il quorum non dovrebbe essere inferiore al 35-40%».
Vale pena ricordare che al primo turno della amministrative 2011 ha votato il 68,58% (12,85% alle 12 di domenica, 49,67% alle 22) mentre al secondo turno l’affluenza è scesa al 60,12% (12,85% alle 12, 43,51% alle 22).
Secondo nostri calcoli, per ottenere il quorum del 50,01% al referendum abrogativo, se ci basiamo sui tradizionali comportamenti di voto, occorre che l’affluenza alle 12 di domenica 12 giugno sia almeno del 10%; alle 19 del 26,5-27%; alle 22 del 37-37,5% (giungendo al 50,1-50,5% alle 15 del giorno dopo).

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DRAMMA DELLA GELOSIA A “IL GIORNALE”! FELTRI SCOPRE SALLUSTI CON BELPIETRO

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

SECONDO LE PRIME RICOSTRUZIONI, BELPIETRO AVREBBE TENTATO DI UCCIDERE SALLUSTI, MA LUI NEGA: “HO UN ALIBI, IN QUEL MOMENTO STAVO ACCOLTELLANDO FELTRI”… COSTERNATO PAOLO BERLUSCONI: “SPENDO PIU’ SOLDI IO IN DIRETTORI CHE MIO FRATELLO IN ESCORT”

La scienza non può nulla contro alcuni fenomeni paranormali, come quello di avere a libro paga tre direttori e solo due giornali.
Il Misfatto, in collaborazione con la Nasa e l’Istituto Radio Elettra, ha ricostruito gli ultimi sviluppi di un mistero che pare irrisolvibile…
Lunedì.
Feltri arriva al Giornale, Sallusti esce da una porta laterale e si reca a Libero. Belpietro si trova in questura a denunciare un attentato ai suoi danni, quando torna a Libero trova Sallusti e corre a dirlo a Feltri, che non lo riceve.
Martedì.
Usando un vecchio mazzo di chiavi, Sallusti rientra al Giornale, trova Belpietro seduto alla scrivania, mentre Feltri è nella redazione di Libero a ritirare la liquidazione.
Mercoledì.
Toccante cerimonia: Feltri e Belpietro annunciano che saranno insieme a Libero. Sallusti ne approfitta per barricarsi al Giornale, ma sbaglia porta e si chiude nello stanzino delle scope. Feltri e Belpietro litigano e tornano tutti e due al Giornale. Sallusti si libera fortunosamente e corre in taxi a Libero.
Giovedì.
Mentre Belpietro si trova in questura per denunciare una rapina ai suoi danni, Feltri passa al Giornale a ritirare una robusta liquidazione e va a lavorare a Libero. Sallusti si accorge della manovra e si trasferisce al Giornale. Quando Belpietro lascia la questura, entra in una cabina del telefono, imita la voce della Santanchè e dà  un appuntamento a Sallusti, poi si installa a il Giornale.
Venerdì.
Stanco di Libero che ha diretto ormai per un giorno intero, Feltri ritira una sontuosa liquidazione e si presenta al Giornale. Sallusti lo vede, si cala dalla finestra con un lenzuolo e va a dirigere Libero. Belpietro è in questura a denunciare un tentativo di stupro.
Sabato.
Feltri, Belpietro e Sallusti si incontrano per caso al bar sotto il Giornale. Intuendo che ognuno di loro sta andando in ufficio, corrono tutti e tre a Libero. Feltri, Belpietro e Sallusti si incontrano per caso al bar sotto Libero.
Domenica.
Belpietro è in questura a denunciare un furto di bestiame. Feltri è sotto casa di Sallusti a bucargli le gomme della macchina, Sallusti non si sveglia a causa del sonnifero somministratogli di nascosto da Belpietro, nessun direttore si reca al lavoro.
Lunedì.
Incredibilmente sia Libero che il Giornale escono in edicola con una notizia vera (a pagina 35). L’Editore Paolo Berlusconi commenta: “Un fatto inaudito”. Nicola Porro: “Io non c’entro, stavo preparando un dossier”.

(da “Il Misfatto“)

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REFERENDUM NUCLEARE: DIECI MOTIVI PER VOTARE SI’

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

COSTANO TROPPO, SONO PERICOLOSE, NON RISOLVONO I PROBLEMI ENERGETICI…IL RIPENSAMENTO SULL’ATOMO E’ GLOBALE

Non vi fidate di quello che dicono da sempre gli antinuclearisti?
E allora prendete in parola quello che dicono persone caute e ragionevoli come i ministri dei governi di Berlino e di Berna che, nelle scorse settimane, hanno ufficialmente annunciato la chiusura delle centrali atomiche in Germania e in Svizzera.
Se non vi bastano questi esempi, ecco dieci motivi per votare Sì al referendum e andare a tener compagnia a tedeschi e svizzeri, lontano dal nucleare.

1) Il nucleare non è sicuro.
In base al calcolo delle probabilità , ci dovrebbe essere un meltdown di un reattore (la fusione del combustibile, l’incidente più temuto) ogni 250 anni.
Ne abbiamo avuti cinque (Three Mile Island, Cernobyl e tre a Fukushima) in 50 anni.
E le ultime notizie dicono che a Fukushima il combustibile radioattivo è uscito all’aperto, la situazione più pericolosa.
Non è solo un problema di tecnologie più o meno sicure. È anche un problema di banale manutenzione quotidiana.
I rapporti delle agenzie di sicurezza nucleari sono pieni di tetti che gocciolano, tubature che perdono, valvole bloccate, controlli rimandati o trascurati, tutti potenziali motivi di disastro. Sfioriamo ogni giorno l’incidente. Come in ogni industria.
Ma quella nucleare, con il suo carico di radioattività , è la più pericolosa di tutte.

2) L’Italia è un paese sismico. Meno del Giappone, ma con la sua quota di devastanti terremoti (e tsunami, come a Messina nel 1908). La zona meno soggetta è una stretta striscia fra Piemonte e Lombardia, ma i siti previsti dal governo prevedono aree a rischio “moderato”. La scienza dei terremoti è però giovane e approssimativa, come dimostra il recente caso giapponese, dove gli scienziati non si aspettavano un sisma così violento.

3) L’incubo delle scorie. Restano radioattive e pericolose per centinaia di migliaia di anni. Oggi, nel mondo, queste “bombe sporche” sono accatastate a fianco delle centrali.
Nessuno è riuscito a trovare e costruire un deposito sicuro e permanente.
I francesi lo stanno progettando (a carico dello Stato): costerà  15 miliardi di euro, quasi quanto tre centrali atomiche.

4) Il nucleare che viene dall’estero. Assai poco. Secondo le stime ufficiali, l’1,5% dell’elettricità  italiana proviene dal nucleare straniero.
E le centrali straniere sono a non meno di 100 chilometri dai nostri confini, oltre la fascia più pericolosa (circa 40 chilometri)

5) L’effetto serra. È la carta migliore a disposizione dei nuclearisti. Ma va vista in proporzione. Senza centrali atomiche, il mondo, oggi, produrrebbe 2 miliardi di tonnellate di Co2 in più. Una cifra importante, ma non decisiva: trasformare a gas le attuali centrali a carbone consentirebbe di risparmiarne di più.

6) La dipendenza energetica.
Quale? Le macchine continueranno ad andare a benzina, che il nucleare non produce. Quanto all’elettricità , il gas, oggi, con le nuove fonti non convenzionali, è diventato economico e abbondante. In futuro ne importeremo sempre di più da Usa, Polonia e Sudafrica e sempre meno da Russia e Libia.

7) Lo sviluppo delle rinnovabili. Grandi centrali nucleari presuppongono una rete di distribuzione molto concentrata, che unisce grossi centri di consumo a grossi centri di produzione. Tutto il contrario delle rinnovabili, che hanno bisogno di una rete (produzione – distribuzione) molto leggera e diffusa.

8) Costa troppo. Il prezzo di un kilowattora nucleare è dato dal costo di costruzione della centrale che lo produce. Questo costo continua a salire.
Le centrali proposte dall’Enel costerebbero, oggi, 6-7 miliardi di euro l’una, quanto basta per mettere il kw nucleare fuori mercato.
Questo sovracosto ce lo troveremmo in bolletta.
Negli Usa, negli ultimi mesi, su quattro progetti di centrali atomiche in corso, due sono stati congelati, due sono andati avanti.
Quelli congelati dovevano servire aree in cui c’è il mercato libero dell’elettricità .
Quelli che sono andati avanti serviranno aree in cui le norme consentono di caricare i costi di produzione sugli utenti. In termini generali, il solo piano Enel assorbirebbe investimenti per 25-30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.

9) Affari e occupazione. La metà  degli appalti di una centrale riguarda, in realtà , reattore e turbine, che compreremmo chiavi in mano dall’estero. A regime, finita la fase di costruzione, una centrale impiega poche centinaia di persone. In Germania, 40 mila persone lavorano nel nucleare, 440 mila nelle rinnovabili.

10) Se ne può fare a meno.
Anche con un rilancio immediato, il nucleare non è una risposta ai problemi di oggi dell’energia italiana.
Sarebbe una risposta ai problemi di domani: con i tempi di costruzione di una centrale, il nucleare non darebbe un apporto significativo prima del 2025-2030.
A quella data, secondo il piano Enel, dovrebbe fornire il 12,5 % del fabbisogno di elettricità . Secondo alcuni studi, fra vent’anni, le rinnovabili italiane (solare, vento, piccolo idroelettrico, geotermia) potrebbero arrivare a soddisfare il 36 % del fabbisogno.
Se, a quel punto, non avremo trovato una superbatteria, per colmare i vuoti di produzione di fonti volatili come fotovoltaico ed eolico (legate, oggi, all’effettiva presenza di sole e vento) si può pensare a piccole centrali a gas di complemento.
Si può essere meno ottimisti e puntare obiettivi meno ambiziosi del 36 %.
Contro il 12,5% che dovrebbe assicurare il nucleare italiano, i tedeschi contano di portare dal 17 al 38% – venti punti in più – la loro quota di rinnovabili. Entro il 2020.

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REFERENDUM ACQUA PUBBLICA: IN MANO AI PRIVATI STESSA EFFICIENZA E TARIFFE PIU’ ALTE

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

DUE RIFORME IN QUINDICI ANNI CI HANNO LASCIATO IN EREDITA’ UN SISTEMA IDRICO PIENO DI FALLE…PER FARLO FUNZIONARE SERVONO 64 MILIARDI DI INVESTIMENTI, MA IL MERCATO NON E’ SINONIMO DI SVILUPPO

Due italiani su dieci non hanno le fogne.
Dai rubinetti del sud, in un caso su due, esce acqua non depurata.
E i 300mila chilometri di tubi che trasportano l’oro blu alle case tricolori perdono per strada (dice il Censis) il 47% del prezioso liquido che raccolgono alle sorgenti.
Si può votare sì o no.
Sostenere che l’acqua è bene comune inalienabile o che per farla funzionare bene – vista l’inefficienza del pubblico – è meglio affidarla ai privati.
Una cosa però è certa: due riforme (incompiute) in 15 anni, prima la legge Galli e poi il decreto Ronchi, ci hanno lasciato in eredità  un sistema idrico pieno di falle.
Per farlo funzionare servono (stima Utilitatis) 64 miliardi di investimenti nei prossimi 30 anni. Che qualcuno – Stato o mercato – dovrà  mettere sul tavolo.
Cosa succederà  consegnando nelle mani dei privati – ancorchè sorvegliati da un’authority fresca di nomina – la gestione (proprietà  e reti rimarranno pubbliche) di questa montagna d’oro e del ricco business delle bollette?
Qualche parziale risposta ce la dà  la storia dei primi 15 anni di semi-liberalizzazione degli acquedotti tricolori.
Un esercizio che consente di far piazza pulita di qualche luogo comune e spiegare, cifre alla mano, cosa potrebbe capitare al servizio idrico e alle nostre bollette una volta traghettati del tutto nel mondo del profitto.
Il pubblico non funziona. Falso (almeno in parte).
L’acqua italiana è ancora in buona parte in mano agli enti locali – 54 Ambiti territoriali ottimali (Ato) su 92, più altri 13 affidati a multiutility a forte presenza pubblica – e nel mazzo c’è di tutto.
Enti inefficienti trasformati in poltronifici e macchine da voti sul territorio.
Ma anche aziende che funzionano come orologi: Milano ha l’acqua (pubblica) meno cara d’Italia e perde dai tubi 11 litri su 100, livelli quasi tedeschi.
L’Acquedotto pugliese, una volta simbolo della malagestio degli enti locali, è diventato oggi un’azienda sana che investe, promossa a più riprese persino dalle arcigne agenzie di rating. La Smat di Torino è uscita alla grande da uno studio comparativo sull’efficienza pubblico-privato dell’Istituto Bruno Leoni, think tank iper-liberista.
Tra i privati (basta chiedere ai cittadini di Agrigento) ci sono gestioni che faticano ancora a portare l’acqua ai rubinetti tutti i giorni della settimana.
E in fondo persino Parigi e Berlino, dopo aver provato sulla loro pelle gioie e dolori dell’acqua privata, hanno deciso di fare marcia indietro rimettendo le mani sulla gestione dei loro acquedotti.
Tariffe più alte con i privati. Vero.
Ma con una parziale spiegazione. Dal 2002 al 2010, con lo sbarco del mercato negli acquedotti, le bollette degli italiani sono cresciute del 65%.
Nove anni fa ogni italiano pagava in media 182 euro l’anno, oggi siamo a 301.
Colpa della privatizzazione? A guardare la classifica delle città  più costose, verrebbe da dire di sì: 21 dei 25 Ato più cari d’Italia sono in mano a privati o in gestione mista.
I cittadini di Latina lamentano aumenti fino al 3000% dopo il parziale ritiro del pubblico, rialzi a tre cifre si sono registrati anche in Liguria e Toscana.
Un’enormità .
La ragione, sostengono i diretti interessati, è semplice: le bollette più alte sono quelle che scontano i maggiori investimenti. I privati ne mandano in porto in media l’87% di quelli previsti (che però faticano a tradursi in reali recuperi d’efficienza, dice il Forum dei movimenti per l’acqua).
Il pubblico molto meno del 50%.
Un po’ perchè mancano i fondi, ma pure per evitare impopolari aumenti delle bollette.
Il saldo dare/avere dei primi 15 anni di liberalizzazione idrica è però sconfortante: negli anni ’90 l’Italia dell’acqua pubblica – all’epoca pagava Pantalone, alias lo Stato, attraverso la fiscalità  – investiva ogni anno 2 miliardi sui suoi acquedotti.
Oggi siamo scesi a 700 milioni.
Il nodo di investimenti e controlli.
Da dove arriveranno allora i 64 miliardi necessari per rimettere in sesto i tubi d’Italia?
Pubblico o privato, meglio rassegnarsi: lo Stato, calcola il Censis, sarà  in grado di mettere sul piatto circa il 14% di questa cifra. Il resto, se si vorrà  spenderlo, dovrà  arrivare dalle tasche della collettività .
Solo i lavori previsti tra il 2011 e il 2020, calcola Utilitatis, le faranno salire del 18% portandole comunque, assicura l’organizzazione delle utility nazionali, ben al di sotto della media dei prezzi pagati nel resto d’Europa.
I privati scaricheranno i costi sull’utente finale.
Comuni o enti locali – già  oggi in condizioni finanziarie da incubo – potranno al limite tagliare investimenti altrove o finanziarsi su altre voci del bilancio pubblico.
Alla fine però il conto lo salderanno sempre i cittadini.
Chi controllerà  il mercato dell’acqua che uscirà  dal referendum?
Per vegliare sul settore è stata appena creata – con colpevole ritardo – un’authority.
I cui poteri però sono ancora in buona parte da definire.
Il problema – vista la stretta correlazione tra quantità  e bontà  degli investimenti e aumenti delle bollette – sarà  di dotarla degli strumenti necessari per una reale attività  di supervisione. La torta in ballo vale 64 miliardi e ha scatenato l’appetito di molti profeti (non proprio disinteressati) del libero mercato.
E visti i risultati, anche tariffari, delle privatizzazioni degli altri monopoli naturali italiani, non c’è da essere troppo ottimisti.

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COSI’ PARIGI HA MESSO ALLA PORTA I PRIVATI: “E ORA ABBASSEREMO LE TARIFFE”

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

MALAGESTIONE E SCANDALI: LE BOLLETTE ALLA FINE ERANO CRESCIUTE DEL 260%… LE AZIENDE NON REINVESTIVANO I LORO GUADAGNI PER MIGLIORARE IL SERVIZIO

Acqua privata, andata e ritorno.
Viaggio nel tempo della privatizzazione di una rete idrica: vedi alla voce Parigi.
Nel 1984 la capitale francese è stata tra le prime in Europa a dare in appalto il servizio.
E adesso è considerata pioniera nella difesa del pubblico.
Malgestione, accuse di corruzione, scarsa manutenzione e infrastrutture che cadono a pezzi, tariffe che in venticinque anni sono aumentate del 260%.
«Ci è sembrato doveroso offrire a tutti i cittadini un bene primario come l’acqua potabile alla migliore qualità  e minor costo possibile» sintetizza Anne Le Strat, 43 anni, vicesindaco di Parigi.
Dal gennaio 2010 presiede la nuova compagnia “Eau de Paris” che ha riunificato sotto l’egida del Comune l’intera filiera idrica locale, con 861 dipendenti e un patrimonio stimato a 5 miliardi di euro.
Sul referendum di domani ha le idee chiare. «Serve un doppio sì» commenta Le Strat che è anche presidente del consorzio europeo Aqua Publica ed è venuta qualche giorno fa in Italia per partecipare alla mobilitazione.
La battaglia contro la privatizzazione dell’acqua è partita anni fa proprio in Francia, dove hanno sede alcuni dei giganti mondiali del settore come Veolia e Suez, presenti anche sul mercato italiano.
«Da noi le privatizzazioni sono andate molto avanti, ormai 70% della rete idrica nazionale è in appalto. Ma la controtendenza è cominciata» assicura Le Strat.
La marcia indietro di Parigi è stato un segnale forte.
L’allora sindaco Jacques Chirac aveva spartito la città . La rive droite a Veolia, la rive gauche a Suez.
Dal 1987 si era aggiunto un terzo operatore, Sagep, che in teoria avrebbe dovuto controllare i distributori privati.
In pratica, l’ente misto era partecipato dalle stesse imprese.
«Era un assetto illogico, che disperdeva le competenze, le responsabilità , e non garantiva trasparenza» ricorda Le Strat.
Sulla manutenzione, spiega, c’erano molte disfunzioni. «I privati non reinvestivano i loro guadagni per migliorare il servizio. Intanto, tutti i grandi lavori su acquedotti o infrastrutture continuavano a gravare sulle casse pubbliche».
Con l’elezione del socialista Bertrand Delanoe è arrivata la “rivoluzione blu”.
Fuori le multinazionali dell’acqua, avanti il nuovo ente pubblico.
«Abbiamo dimostrato che il privato non è più efficiente del pubblico e che, a parità  di prezzo, siamo almeno allo stesso livello di qualità ».
Le Strat smentisce l’idea che rimunicipalizzare il servizio idrico abbia pesato sulle casse del comune.
Nel primo anno, “Eau de Paris” ha anzi realizzato un risparmio stimato a 35 milioni di euro rispetto alla gestione privata.
Delanoe aveva promesso ai 3,3 milioni di consumatori parigini di mantenere le tariffe bloccate fino al 2014.
«Ma i nostri risultati operativi sono stati talmente buoni che dal 1 luglio potremo già  abbassare le tariffe dell’8%».
Le Strat ricorda con qualche ironia il momento in cui gli operatori privati hanno capito che non sarebbero più stati i padroni del ricco mercato parigino dopo un quarto di secolo.
«Erano scioccati dalla nostra decisione, ci hanno fatto molte pressioni».

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GREEN ECONOMY E PALE EOLICHE: COSI’ LA GERMANIA SPEGNE IL NUCLEARE

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

VARATA LA LEGGE PER CHIUDERE TUTTE LE CENTRALI ENTRO IL 2022…LA MERKEL ACCELLERA I TEMPI…SUBITO 5 MILIARDI DA INVESTIRE IN FONTI RINNOVABILI

Oggi forniscono ancora circa un quinto del fabbisogno d’energia alla prima economia europea, dal 2022 non saranno altro che ruderi, come vecchie fabbriche ottocentesche chiuse e in rovina, o parchi giochi come già  è il caso dell’ex reattore a Kalkar.
Ieri la Germania di Angela Merkel ha definitivamente voltato pagina: con un segnale e una sfida esemplare al mondo, la potenza industriale numero uno indiscussa nel Vecchio continente e quarta a livello mondiale, la patria delle migliori eccellenze tecnologiche europee, ha varato a livello ufficiale il preannunciato addio all’atomo civile.
Non importa se costerà  caro: la gente lo vuole, dopo Fukushima il “rischio residuo” di incidenti e tragedie è ritenuto troppo importante sia dai politici sia da chi li elegge.
Nessuno ci aveva mai provato, a restare potenza industriale con i massimi livelli di competitività  globale senza più un kilowatt di energia nucleare.
Nessuno, o meglio nessuno a parte un precedente governo tedesco, quello di sinistra (Spd-Verdi) eletto nel settembre 1998.
Il cui piano di addio a tappe all’atomo, inizialmente rinnegato dal centrodestra con uno spettacolare riavvicinamento alla lobby atomica (2009), è ora riabilitato alla grande, e anzi accelerato rispetto a quanto annunciato la settimana scorsa.
Il progetto di legge dovrà  ora andare all’esame del Bundestag, la prima camera del Parlamento federale, e del Bundesrat, la Camera degli Stati.
Per le sinistre ora all’opposizione – i Verdi in ascesa, in alcuni sondaggi primo partito nazionale o quasi, la Spd debole e senza strategia – è una vittoria morale postuma. Angela Merkel lo riconosce con umiltà , scrive la Sueddeutsche Zeitung, pur di seguire timori e dubbi del paese dopo la tragedia giapponese.
È insieme un messaggio al mondo e una scommessa esposta al rischio di costi pesanti, l’addio tedesco al nucleare, in controtendenza assoluta rispetto a Francia e Usa, Regno Unito o nuove potenze come Cina India o Brasile.
I costi, a seconda delle diverse valutazioni degli esperti, oscilleranno tra i 90 e i 200 miliardi di euro.
Il solo spegnimento e smantellamento dei reattori costerà  28,7 miliardi.
Il piano è rapido: dei 17 reattori tedeschi, otto sono già  spenti (sette per controlli di sicurezza ordinati dopo Fukushima, uno già  prima per manutenzione) e non verranno riaccesi.
Già  ora dunque la percentuale di energia fornita dall’atomo all’economia-modello del mondo industriale scende allo stesso livello delle rinnovabili.
Dei nove reattori ancora attivi, uno sarà  spento nel 2015, uno nel 2017, uno nel 2019, tre nel 2021 e tre nel 2022.
Solo un reattore verrà  tenuto in “standby”, per eventuale produzione in caso di emergenze come blackout, aumento del fabbisogno per inverni rigidi o altri casi-limite.
Ma le energie rinnovabili dovranno fornire nel 2022 il 35 per cento del fabbisogno, nel 2030 il 50 per cento, il 60 per cento nel 2040 e l’80 per cento nel 2050.
Addio all’atomo, ma non per vivere al buio, nè per rinnegare l’obiettivo globale di produrre ed esportare sempre di più o la priorità  strategica ai primati d’eccellenza da global player e all’occupazione.
Il governo Merkel vuole investire a breve 5 miliardi di euro per enormi parchi eolici marini, 1,5 miliardi per il risanamento degli edifici onde ridurre il consumo per il riscaldamento.
Vuole costruire in corsa nuove centrali a carbone e a gas e nuove linee ad alta tensione, e venire incontro alle industrie per compensare aumenti del caro-energia derivanti dall’addio al nucleare, e accelerare al massimo nello sviluppo delle nuove tecnologie.
Il “big dream” del centrodestra tedesco potrà  costare caro al contribuente, ma vuol fare della Bundesrepublik il numero uno mondiale anche nelle tecnologie verdi: il meglio delle tecnologie nelle rinnovabili, da vendere ovunque come oggi le Bmw e le Mercedes.

Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)

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