Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
“MAI SUCCUBI DELLA LEGA”: IL DEPUTATO SICILIANO SE NE ACCORGE SOLO ORA… CRESCE L’INSOFFERENZA DEI DEPUTATI DI CENTRODESTRA DEL SUD VERSO UN GOVERNO CHE NON LI RAPPRESENTA
“Non si può essere succubi della Lega“. Così Gianfranco Miccichè, fondatore di Forza del Sud,
conferma le indiscrezioni che ieri sera riferivano dell’idea del movimento di fuoriuscire dal Pdl.
“Forza del Sud sarà un gruppo autonomo”, dichiara il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Il piano, intanto, è quello di aderire al gruppo Misto, per poi lavorare alla creazione di un gruppo parlamentare autonomo.
Secondo il regolamento di Montecitorio, però, per compiere questa operazione è necessaria l’adesione di almeno venti deputati. “Non torneremo indietro, non possiamo permettercelo”, aggiunge.
L’idea è stata discussa ieri da parlamentari e senatori e ritenuta necessaria ”per rimarcare la propria identità ”.
E’ quanto è emerso durante una riunione in un albergo a Roma, organizzata per discutere dei risultati del voto amministrativo e durata fino a tarda notte.
Chi ha partecipato riferisce di una “diffusa insofferenza” degli aderenti al movimento nei confronti della Lega, che sarebbe “troppo influente nelle scelte di governo a scapito del Sud”.
Il che farebbe emergere anche una distanza dal Pdl. ”Siamo un partito completamente diverso — si diceva ieri — e abbiamo obiettivi differenti, noi guardiamo ai territori”. Durante la riunione i parlamentari hanno anche sollecitato Miccichè a chiedere un incontro urgente con il premier Silvio Berlusconi per un chiarimento nella maggioranza.
In base ad alcuni calcoli, Forza del Sud potrebbe contare su 11-12 deputati e 5-6 senatori. Dieci uomini alla Camera e quattro al Senato, secondo le stime ufficiali di Miccichè.
Che però aggiunge: “Senza tener conto di Noi Sud che è più che disponibile al nostro progetto”.
“Non è possibile che qualsiasi cosa debba essere fatta per accontentare i capricci di Bossi”, commenta oggi il fondatore, confermando le scelte del movimento.
“Spero che questa iniziativa possa muovere un po’ le acque — aggiunge -. Certo, così non si può più andare avanti nel Pdl”.
A essere penalizzato dall’alleanza con la Lega, secondo il sottosegretario, è soprattutto il Sud. “Non è possibile che per questa maggioranza il problema è solo il settentrione — spiega -. C’è tanta gente che si muore letteralmente di fame. E non solo al Sud. Io faccio l’esempio della Sicilia perchè sono nato lì: ci rendiamo conto che ogni giorno, sotto casa mi aspettano delle donne con i bambini in braccio che mi chiedono aiuto per poter comprare del latte?”.
Una mossa dovuta alle esigenze del movimento e ai suoi obiettivi, non a un conflitto personale con il leader del Pdl.
“Io lo adoro il presidente del Consiglio — conclude Miccichè -, ma vado avanti col mio progetto. Per ora andiamo nel gruppo misto”.
In attesa del giorno dispari, quello in cui Miccichè otterrà qualcosa dal suo adorato premier e rientrerà nei ranghi, per ora accontentavevi del suo giorno pari.
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Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE “MINOTAURO” FA EMERGERE CONTATTI TRA COSCHE E POLITICA…SONO 182 GLI INDAGATI, CIRCA 70 MILIONI IL VALORE DEI BENI SEQUESTRATI
Si è appena conclusa una lunga notte per la ‘ndrangheta in Piemonte.
Una notte che ha fatto emergere, anche in questa regione, contatti tra le cosche e la politica.
Non era ancora mattina quando nomi noti e astri nascenti della criminalità organizzata calabrese sono finiti uno alla volta nella rete di più di mille agenti.
L’operazione “Minotauro” — che ha impegnato più di mille carabinieri — ha portato a 142 arresti, disposti dal gip Silvia Salvadori tra Torino, Milano, Modena e Reggio, tra le circa 150 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse.
Centottantadue indagati, per un’inchiesta resa possibile anche grazie alle dichiarazioni rese negli ultimi anni da due collaboratori di giustizia, Rocco Varacalli e Rocco Marando.
Circa 70 milioni di euro il valore dei beni sequestrati, 20mila in contanti solo a Modena.
Tra questi anche dieci società , circa 127 tra ville e appartamenti, più di 200 conti correnti, diverse cassette di sicurezza, appezzamenti di terreni edificabili e automezzi per il trasporto merci.
Con il maxi blitz di questa notte la Procura di Torino, che ha coordinato le indagini del Reparto investigativo Carabinieri di Torino e delle Compagnie di Ivrea e Venaria, ha colpito e decapitato i clan calabresi attivi all’ombra della Mole, “un’organizzazione imponente con centinaia di affiliati — scrivono i pm — tenacemente e capillarmente radicata nel territorio”.
Ad essere citati nelle carte, anche se non indagati, sono pezzi grossi della politica piemontese: sette nomi di amministratori locali, tra cui due assessori regionali, Porchietto e Ferrero.
Gli inquirenti rilevano che in Piemonte la ‘ndrangheta si dedica a diverse attività illecite tra cui traffico di stupefacenti, estorsioni e gioco d’azzardo.
L’organizzazione è profondamente infiltrata in alcuni settori dell’economia come l’edilizia e gode di un efficace ed efficiente controllo del territorio.
È in particolare nella zona a nord di Torino, lungo l’asse che dalla cittadina di Borgaro (To) giunge fino a Cuorgnè (To), che la mala è palpabile già nell’aria.
Il canavese e il cuorgnese, residenze storiche di famiglie della ‘ndrangheta, si confermano con questa indagine province della calabria peggiore.
Sul territorio piemontese risultano presenti almeno nove “locali”, ognuno con circa 50 affiliati.
Ogni locale ha un “referente” in Calabria e l’intero hinterland torinese farebbe riferimento a Giuseppe Catalano, indicato come “responsabile provinciale”.
Boss e sodali ramificano i loro affari in un clima di omertà .
Anche in Piemonte, come in Lombardia, le denunce “sono pochissime e ancor meno sono le denunce spontanee”, mentre la capacità di intervento degli ‘ndranghetisti è riconosciuta da “parte della popolazione” che si rivolge a loro per chiedere “piccoli favori, intermediazioni, suggerimenti” e risolvere problemi imminenti.
Ma se da una parte fa paura, dall’altra la ‘ndrangheta in Piemonte intrattiene rapporti con la politica locale anche ai più alti livelli.
È il solito do ut des: la ‘ndrangheta mette sul piatto i voti e ne riceve in cambio promesse e favori.
I candidati entrano in contatto con i membri della consorteria nei periodi immediatamente precedenti alle consultazioni elettorali per richiederne l’intervento, consapevoli — scrivono i pm — “dell’influenza che gli affiliati sono in grado di svolgere.. nella ‘rete dei calabresi’”.
Sono almeno sette i nomi di esponenti politici locali che, pur non figurando nell’elenco degli indagati, vengono infatti riportati nell’inchiesta.
Tra questi, particolarmente rumoroso quello di Claudia Porchietto, assessore al Lavoro (in quota Pdl ) della giunta regionale di Cota.
L’assessore regionale Porchietto (Pdl) è stata fotografata in via Vegli a Torino, nei pressi del Bar Italia di Giuseppe Catalano, nel periodo immediatamente precedente le elezioni provinciali del giugno 2009, mentre era candidata alla poltrona di Presidente della provincia.
Nel bar, in altre occasioni utilizzato dalla ‘ndrangheta per le sue riunioni e di proprietà di Giuseppe Catalano (responsabile provinciale per Torino) Claudia Porchietto incontra, oltre al proprietario, anche Franco D’Onofrio, indicato come padrino del “Crimine” di Torino.
L’altro nome è quello di Caterina Ferrero, assessore alla Sanità della giunta Cota, sempre in quota Pdl, che solo qualche giorno fa ha rimesso le delege perchè raggiunta da un avviso di garanzia per turbativa d’asta.
Il nome della Ferrero emerge in due punti dell’inchiesta.
Il primo fa riferimento ad un episodio relativo alle elezioni Regionali del 2005, in occasione delle quali l’architetto Vittorio Bartesaghi, indagato per concorso in tentata estorsione, si sarebbe fatto promotore della elezione della Ferrero in consiglio regionale presso Adolfo Crea (pluripregiudicato e indicato come responsabile del “Crimine” di Torino) promettendogli cospicui guadagni su lavori pubblici.
Il secondo punto interpella l’assessore per la sua prossimità con Nevio Coral, imprenditore e politico di lungo corso a Leinì e nel canavese, suocero e supporter elettorale della Ferrero in Regione, accusato nell’inchiesta di concorso esterno in associazione mafiosa.
Le carte riportano inoltre i nomi, non oggetto di indagine, di Paolo Mascheroni, sindaco di Castellamonte, che sarebbe stato eletto anche grazie al sostegno del sodalizio criminale; di Antonio Mungo, candidato al consiglio comunale di Borgaro (To) durante le consultazioni del 2009 e sostenuto secondo l’indagine da Benvenuto Praticò, indicato come appartenente al “Crimine”; e infine Fabrizio Bertot, candidato nel 2009 al Parlamento europeo e attualmente sindaco di Rivarolo Canavese, che avrebbe partecipato ad un incontro al Bar Veglia di Giuseppe Catalano con alcuni calabresi, indicati dagli inquirenti come esponenti della ‘ndrangheta, al fine di raccoglierne i consensi elettorali.
Una sola cosa cruccia i membri delle famiglie di ‘ndrangheta in Piemonte, che per il resto godono di buoni affari, buoni interlocutori e sono saldamente insediati sul territorio.
L’assenza in questa regione di una “camera di controllo” tra “locali” come esiste in Lombardia e Liguria.
Un coordinamento che eviterebbe gli attriti tra famiglie, creando maggiore sinergia tra i gruppi e conferendo loro maggiore autonomia rispetto alla Calabria.
Gli affiliati ne parlano spesso, intercettati, e ne discutono anche i boss Giuseppe Catalano e Giuseppe Comisso. Catalano: “.. perchè a Torino non gli spetta?.. che ce l’hanno la Lombardia e la Liguria, giusto? Siamo nove locali..”, risponde Comisso: “.. è una cosa che si deve fare”.
Al luglio 2009, data a cui risalgono le ultime intercettazioni in cui viene affrontato l’argomento testimoniano che in quella data la “camera” non esiste ancora.
Elena Ciccarello
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE UE: OCCORRE UNA NUOVA MANOVRA ENTRO OTTOBRE… IL PIANO DI RISANAMENTO E’ CREDIBILE SOLO FINO AL 2012… RICHIAMO AL MIGLIOR UTILIZZO DEI FONDI EUROPEI E A FAVORIRE L’OCCUPAZIONE
Considerando il debito che quest’anno arriverà al 120% e il precario andamento dei conti pubblici, l’Italia non ha alcun margine per ridurre la pressione fiscale ma deve anzi «destinare all’accelerazione della riduzione del deficit e del debito ogni risorsa di bilancio che dovesse rendersi disponibile».
Inoltre, se il piano di risanamento delle finanze «è credibile» fino al 2012, il governo deve presentare «entro ottobre» un pacchetto di misure che consentano di conseguire gli obiettivi per il biennio 2013- 2014, anno in cui, secondo le previsioni presentate da Tremonti, si dovrebbe raggiungere un sostanziale pareggio di bilancio con un deficit dello 0,2 per cento.
E’ questo, in sintesi, il messaggio più importante contenuto nelle «raccomandazioni» sulla strategia di politica economica che la Commissione ha inviato ieri all’Italia e agli altri membri dell’Ue.
Per quanto riguarda il nostro Paese, il diktat di Bruxelles taglia corto al dibattito in corso nella maggioranza di governo sull’opportunità o meno di allentare la linea di rigore economico voluta dal ministro Tremonti.
Non solo non ci può essere nessun allentamento del rigore, dice la Commissione, ma «occorrerà tenersi pronti a intervenire con manovre correttive» in caso di deviazione degli obiettivi fissati per i prossimi due anni, e indicare subito le ulteriori misure necessarie per centrare il pareggio nel 2014.
La Commissione inoltre chiede al governo di fissare «tetti vincolanti sulla spesa» e di provvedere «al miglioramento del monitoraggio delle amministrazioni pubbliche».
Le raccomandazioni europee sono uno dei nuovi strumenti messi a punto nel quadro della riforma della governance della Ue varata a seguito della crisi economica degli ultimi anni.
E’ la prima volta, infatti, che Bruxelles invia pubblicamente dettagliate indicazioni sulla strategia che ciascun Paese dovrà seguire in politica economica.
Anche se non sono formalmente obbligatorie, i governi che dovessero discostarsi dalle direttive di Bruxelles subirebbero pubblici richiami e si esporrebbero quindi alle sanzioni immediate da parte dei mercati prima ancora che da parte dell’Unione europea.
In questo senso, l’invito al rigore che ci arriva dall’Europa suona più come un ordine che come un suggerimento.
Ma il rigore non basta.
Oltre alla precarietà dei conti, l’Italia è afflitta anche da un grave problema strutturale di debolezza della crescita economica, che si riflette negativamente non solo sulle entrate fiscali, ma anche sulla competitività complessiva del Paese.
Per questo il governo deve varare urgentemente una serie di riforme per rilanciare la crescita: in primo luogo, dice Bruxelles, è necessario un migliore utilizzo dei fondi strutturali europei per colmare il divario Nord-Sud.
Poi è necessario favorire l’occupazione delle donne e dei giovani, che in Italia è molto al di sotto della media europea.
Infine occorre liberalizzare il settore dei servizi e delle professioni, e facilitare i finanziamenti a ricerca e innovazione.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
DEFINIRSI SOLO MODERATI E RIFORMATORI NON PORTA A NULLA SENZA UNA CULTURA POLITICA DI RIFERIMENTO E UN PROGETTO PER L’ITALIA… LA POSIZIONE SUI REFERENDUM E LA “LIBERTA’ DI VOTO” DIMOSTRA AMBIGUITA’ CULTURALE E DENOTA UNA POLITICA DI PICCOLO CABOTAGGIO
Comprendo che parlare di “Futuro e Libertà ” sia come commentare non certo il
viaggio del Rex da Genova a New York con una rotta precisa e una velocità programmata, ma più il sofferto itinerario di uno scafo in partenza dalla Tunisia e diretto a Lampedusa.
Una barca di profughi dal Pdl, cacciati o espulsi dalla guerra civile interna a quel regime dove comanda un dittatore da Repubblica delle banane.
Sanno che vogliono trovare un porto accogliente e diverso, ma non conoscono molto della destinazione prescelta come tappa finale.
Un viaggio tra mille difficoltà , peraltro previste, tra marosi e onde anomale, con la barca talvolta che oscilla pericolosamente sotto la furia del mare, un po’ a destra, un po’ a sinistra.
Con qualche scafista che vorrebbe convincerti a buttarti in mare e qualche altro a tornare alla madre patria.
Sintetizzeremmo che il problema è la scarsa conoscenza delle carte nautiche, nel caso specifico della rotta da seguire e di dove si voglia attraccare e mollare gli ormeggi.
La riunione di ieri della classe dirigente di Futuro e Libertà ha accresciuto le nostre perplessità . Fini ha sostenuto, a proposito dei referendum, che Fli “deve essere coerente con le decisioni prese in passato”. A detta di molti ossservatori concetto assai vago.
Finora è noto che Fli abbia solo dato “una non indicazione di voto”, ma al tempo stesso invitato ad andare a votare.
Così nel partito abbiamo sentito di tutto: dalla minoranza di Urso e Ronchi che scavalca persino il Pdl e chiede 4 No, a Granata e al gruppo “futurista” che annuncia 4 Sì, passando per Bocchino e Della Vedova che sono per due Si e due No (sull’acqua pubblica).
Iniziamo dalla coerenza presunta invocata da Fini: se tale fosse, Fli dovrebbe votare 4 No perchè il decreto sull’acqua pubblica porta la firma di Ronchi, la legge sul nucleare gli autografi di Fini, Urso e Raisi e sul decreto relativo al legittimo impedimento i finiani votarono a favore.
Ma dato che è stato fondato apposta un nuovo soggetto politico, altrimenti avrebbero potuto rimanere tutti nel Pdl, bastava dire: “ci siamo sbagliati, chiediamo scusa, ora la pensiamo così perchè abbiamo questo nuovo modello di riferimento della società e questo nuovo progetto per l’Italia”.
Ci voleva così tanto per azzerare il passato e ricominciare su basi nuove?
Era necessario richiamarsi a una presunta coerenza solo per tamponare le grida isteriche di qualche zitella politica rimasta, invece che senza marito, senza poltrona?
E quella ossessiva ripetizione “non saremo mai una costola della sinistra” che fa solo il gioco di chi la mette proditoriamente in giro?
Perchè non si dice con altrettanta coerenza che “non saremo mai le frattaglie della becerodestra affaristico razzista”?
Ma se ci vuole coerenza nei comportamenti , ce ne vorrebbe ancora di più sui contenuti.
Facciamo un esempio referendario che giunge a fagiolo.
E’ stato detto al Congresso di Fli che si vuole creare “una nuova destra repubblicana, fondata sul rispetto e la valorizzazione delle istituzione e basata sulla meritocrazia”: Stato efficiente, unità nazionale, laicità , libertà .
Ebbene una forza politica di Destra, forte di questo retroterra culturale, di fronte alla scelta tra gestione pubblica e privata della risorsa acqua, dovrebbe secondo voi cederla ai privati perchè qualche “istituzione” non riesce a gestirla al meglio o non piuttosto rendere efficienti le istituzioni?
Una forza di destra non dovrebbe avere l’orgoglio di far sì che la propria macchina burocratica funzioni come un orologio svizzero?
O dovrebbe rassegnarsi a far lucrare i privati su presunte liberalizzazione del menga su beni pubblici?
Che destra è quella che abdica al proprio ruolo storico di efficienza e pulizia a casa propria per consegnare le chiavi della propria abitazione a una società esterna di pulizia?
Col risultato di penalizzare gli italiani che vedranno aumentare le tariffe come sta già accadendo.
Che destra è quella che non sa che città come Monaco, Parigi e Valencia sono tornate dal privato al pubblico?
Sarà forse la destra di Romani, di Berlusconi e di Ronchi, non la nostra.
Ma allora Bocchino eviti di dire sciocchezze, si documenti, non si vive solo di mediazioni per non far sentire strillare le oche di cortile.
Fli non può essere il partito dell’eterno Ni: Ni sui referendum, Ni sui ballottaggi, Ni sulla strategia, Ni sul progetto futuro, Ni nel sostituire dirigenti locali nullafacenti.
L’andazzo ricorda tanto un aneddoto di molti anni fa.
Un estremista che chiede a un altro : “Allora quando facciamo la rivoluzione?” e l’altro che risponde: “Stasera no, devo andare a cena fuori con la fidanzata”.
Un partito piccolo appena nato ha bisogno di scelte precise, di solide radici culturali e sociali, di coraggio nelle decisioni e di una classe dirigente sintonizzata.
Altrimenti si finisce in mare e non si arriva neppure a Lampedusa.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA PROPONEVA UN COMITATO PRESIEDUTO DAL PREMIER, L’OPPOSIZIONE UNA AUTORITA’ INDIPENDENTE: “NON VOGLIAMO LA VOLPE A DIFESA DEL POLLAIO”… SEDUTA SOSPESA E POI DI NUOVO SOTTO
Seduta sospesa al Senato dopo che la maggioranza è stata battuta su un emendamento al disegno di legge anticorruzione, presentato da Lucio Malan (Pdl), relatore in commissione Affari costituzionali, che modificava l’intero articolo 1 della provvedimento.
La maggioranza è stata battuta con 133 no, 129 sì e cinque astenuti.
L’articolo in questione fa riferimento all’istituzione di un comitato di coordinamento delle iniziative anticorruzione presieduto dal presidente del Consiglio.
L’opposizione ha votato contro l’emendamento perchè punta alla creazione di un’Authority indipendente dal potere esecutivo.
Il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Andrea Augello, ha affermato che «con la bocciatura dell’emendamento è di fatto caduto l’intero articolo 1 del provvedimento».
Il presidente di turno dell’assemblea, Domenico Nania, ha sospeso la seduta per dare tempo al governo di esprimersi sugli emendamenti che sarebbero stati soppressi nel caso in cui fosse passato quello bocciato.
L’aula di Palazzo Madama aveva ripreso in mattinata l’esame del ddl di iniziativa governativa.
Dopo la discussione generale e la replica del governo, l’assemblea aveva cominciato l’esame degli oltre 200 emendamenti presentati da opposizione e maggioranza.
Il ddl governativo, modificato in commissione e destinato a un ulteriore rimaneggiamento in Aula, è composto da 13 articoli e si basa su tre linee guida: le misure per la prevenzione della corruzione, a partire dall’istituzione del Piano nazionale anticorruzione ispirato ai contenuti dalla Convenzione Onu sulla materia; le norme relative ai controlli negli enti locali; le disposizioni per la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione.
«Abbiamo battuto il governo e la maggioranza su un punto qualificante», ha esultato Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd.
«La maggioranza propone contro la corruzione un comitato presieduto dal premier, noi siamo per un’autorità indipendente. Non vogliamo la volpe a guardia del pollaio».
Sempre nell’ambito del ddl anticorruzione, la Lega Nord ha votato contro un emendamento bipartisan che obbliga «coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi» a giurare fedeltà alla Costituzione al momento dell’assunzione.
L’emendamento è passato con 214 sì, trenta no e undici astenuti.
Dopo la sospensione della seduta alla ripresa delle votazioni la maggioranza è andata ancora sotto su un emendamento della senatrice del Pdl Ada Spadoni Urbani, appoggiato dall’esecutivo.
L’emendamento cassato prevedeva la rotazione dei dirigenti sia nelle amministrazioni dirette centrali che in quelle periferiche.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA SEMPRE PIU’ COESO: LA LEGA ACCATTONA ORA SI ACCONTENTA DI RACCOGLIERE 50.000 FIRME DELLE QUALI POTRA’ FARE LO STESSO USO CHE BOSSI VOLEVA FARE DEL TRICOLORE…PERSINO LA BASE LEGHISTA CRITICA IL VERTICE: “SOLO DEMAGOGIA”
Uffici di rappresentanza? Dicasteri minori, senza portafoglio? Neanche per idea. 
La Lega insiste sul trasferimento di ministeri al Nord e l’ultima plateale sortita sul tema da parte di Roberto Calderoli compatta Roma e gli enti locali del Lazio in una sdegnata protesta.
Ieri il ministro leghista della Semplificazione ha depositato presso l’ufficio centrale elettorale della Cassazione la richiesta per una proposta di legge popolare sulla territorializzazione dei ministeri e delle altre amministrazioni centrali.
Serviranno 50mila firme.
La raccolta partirà il 19 giugno da Pontida, durante il tradizionale raduno della Lega.
In pratica è l’equivalente della proposta di legge di un singolo deputato, tanto valeva presentarla in Parlamento.
Un misero bluff da presentare ai gonzi di Pontida per evitare di essere spernacchiati anche là .
Data e luogo, così simbolici e provocatori, rivelano il bisogno dei vertici leghisti di recuperare terreno nei riguardi di una base delusa dei tanti compromessi a cui si è scesi col Pdl.
Ma serve ben altro, come ieri a Radio Padania hanno chiarito molti ascoltatori, poco entusiasti dell’iniziativa di Calderoli: “solo demagogia” il senso di tanti interventi sull’emittente.
Ben più sprezzante il giudizio di Giancarlo Galan a Radio Radicale: “E’ una puttanata intercontinentale e mi meraviglio che non la si tratti come tale – dichiara il ministro della Cultura -. E’ semplicemente una iniziativa propagandistica che mette in difficoltà gli alleati e che non ha alcuna possibilità di essere attuata”.
Ma la propaganda altrui non è giustificazione sufficiente a placare lo sdegno di Gianni Alemanno. “E’ “inaccettabile che Roma come Capitale sia sempre sotto pressione. Siamo veramente stanchi” sbotta il sindaco.
E in un’intervista al Messaggero aggiunge che “la proposta di Calderoli va contrastata con tutti i mezzi”.
“E’ inaccettabile – prosegue il sindaco – che un ministro promuova una proposta di legge popolare in contrasto con quelli che sono gli accordi di governo e la linea che l’esecutivo, seppur faticosamente, cerca di darsi”.
Proprio al governo, il sindaco di Roma sollecita un “ulteriore chiarimento”, ma se l’iniziativa della Lega dovesse andare avanti “con la sponsorizzazione di ministri”, allora “diventerebbe inevitabile chiedere le dimissioni di Calderoli e degli altri ministri sostenitori della proposta”.
Al quotidiano romano, Alemanno rivela di aver già sentito in proposito il neo segretario politico del Pdl, Angelino Alfano, che lo avrebbe rassicurato sulla possibilità di “riuscire a spegnere le velleità del Carroccio”.
Di “affronto alla Capitale” parla apertamente Renata Polverini, presidente della Regione Lazio. Un affronto che, secondo la governatrice, “alimenta divisioni e distrae da questioni più urgenti”.
“Occorre fare chiarezza su questo presunto accordo – aggiunge la Polverini su Messaggero.it -. La sede naturale dei ministeri è e resta la Capitale. Come più volte ho avuto modo di ribadire non c’è alcuna ragione, nè politica nè amministrativa, per procedere a trasferimenti, si trattasse pure di uffici di rappresentanza, che avrebbero solo ripercussioni negative sui lavoratori e sull’operatività dei dicasteri stessi”.
Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, si rivolge “a tutti i parlamentari di Roma e Lazio” chiedendo loro “di associarsi alla richiesta di dimissioni di questo Governo”. Zingaretti si rivolge anche agli stessi Alemanno e Polverini: “Vediamoci, uniamo le istituzioni e convochiamo insieme i parlamentari di tutti gli schieramenti per trovare una posizione comune”.
Sulle pagine di Repubblica si fa sentire anche Saverio Romano, ministro delle Politiche Agricole. “Se l’obiettivo politico è far perdere centralità a Roma, allora non possiamo essere d’accordo, non possiamo accettarlo”.
Se invece l’obiettivo leghista è una riforma puramente strutturale per assecondare la filosofia federalista, Romano evidenzia come “mettere su altri dicasteri, spostarli, non farebbe che accrescere i costi, farebbe lievitare le spese. E non possiamo proprio permettercelo”.
Concetto ribadito ancora da Galan a Radio Radicale, secondo cui l’iniziativa di Calderoli “è sgradevole e inutile anche perchè dà la sensazione che chi dovrebbe battersi per risparmiare nella spesa pubblica in realtà la dilata, chi dovrebbe contrarre la pubblica amministrazione in realtà la dilata. Insomma un errore fondamentale, marchiano, evidente sotto tutti i profili”.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SILVIO “PERSEGUITATO” DA UN ALTRO NEMICO: ORA TOCCA AL MINISTRO DELL’ECONOMIA… LA LEGA MANIFESTA ORMAI INSOFFERENZA, NON SANNO COME USCIRNE
C’è un tarlo che in questi giorni tiene sveglio Silvio Berlusconi, impegnato in un braccio di ferro con il ministro dell’Economia per arrivare al sospirato taglio delle tasse.
Un sospetto che gli è stato soffiato nell’orecchio da alcuni ministri del Pdl, categoria nella quale non abbondano gli amici di Tremonti.
Il timore del Cavaliere è che il ministro dell’Economia, certo per tutelare il paese da una tempesta sul debito, certo per ottemperare agli obblighi assunti in sede europea, certo per assicurare un futuro ai risparmi degli italiani, sotto sotto stia anche giocando una sua partita molto personale.
«Tremonti vuole andare al Quirinale al posto tuo», gli suggeriscono i suoi uomini.
E il premier, stupito dall’ostinazione con cui il ministro si oppone a qualsiasi ipotesi di abbassamento della pressione fiscale, se ne starebbe convincendo davvero.
È l’incubo “Ciampi”, quello che tiene sveglio Berlusconi.
Il fantasma di un ministro dell’Economia che salva i conti italiani, si trasforma in un ” padre della patria” e viene sospinto con tutti gli onori (e i voti del centrosinistra) sul Colle più alto.
Vanificando così ogni sogno del Cavaliere di finire la sua carriera politica entrando nel Pantheon della Repubblica.
Con questi pensieri in mente Berlusconi si prepara al duello decisivo con il ministro, che ieri si è fatto forte del richiamo di Bruxelles all’Italia per orientare ogni euro in più alla riduzione del debito pubblico.
Senza pensare quindi a tagliare le tasse.
Oggi Berlusconi riunirà lo stato maggiore del Pdl, coordinatori, segretario politico e capigruppo per mettere sul tavolo le richieste da portare al ministro dell’Economia. Lunedì nuovo incontro ad Arcore con Tremonti e Bossi. Si spera quello decisivo. Durante lo scorso ufficio di presidenza del Pdl era stato proprio Tremonti, poco prima dell’inizio della riunione, a chiedere a Berlusconi di non aprire la discussione sulla riforma fiscale.
«Oggi limitiamoci a parlare di politica, ti prego–gli ha chiesto il ministro – e mi impegno a fornirvi qualche utile materiale per impostare la discussione la prossima settimana».
Quel materiale non è ancora arrivato e il Pdl non intende più aspettare.
«Il problema non è Tremonti – spiega Ignazio La Russa– perchè il rigore lo abbiamo accettato tutti. Ma dobbiamo prendere esempio dalla sinistra, che nei momenti di crisi ha sempre avuto un occhio di riguardo peri suoi ceti sociali di riferimento. Si può fare, anche stressando i conti pubblici, perchè è necessario dare risposte ai cittadini: partiamo intanto dai militari, dai lavoratori autonomi, dai giovani in cerca di lavoro. La riforma del fisco va bene, ma intanto bisogna fare delle scelte selettive su chi si può aiutare subito».
Anche il Carroccio scalpita per ottenere qualcosa.
Ieri il capogruppo a Montecitorio, Marco Reguzzoni, si è preso sottobraccio Niccolò Ghedini, il consigliere del premier, ed entrambi si sono chiusi nella stanza del presidente del Consiglio per telefonare a Berlusconi.
Reguzzoni ha annunciato al premier la mozione (poi approvata) che impone a Equitalia di usare la mano leggera con gli evasori che non sono in grado di pagare. Una mozione che il capo del goveno è stato felice di avallare: «Benissimo, avanti così».
Un altro leghista ieri se l aprendeva espressamente con Tremonti: «Vuole imporci una manovra da 40 miliardi e non riesce a trovarne dieci per il quoziente famigliare?». Insomma, anche la Lega è scossa dal «mal di tasse» che ne ha decretato la sconfitta elettorale.
E reclama una soluzione miracolistica dal ministro dell’Economia.
Lo stesso Umberto Bossi, parlando alla Padania, si guarda bene dall’assumere la difesa della linea rigorista.
«Sono Berlusconi e Tremonti a dover trovar la quadra», premette il Senatur.
Certo, il leader del Carroccio ammette che «dovremo stare molto attenti, perchè non dobbiamo tenere conto solo dell’Europa, contano anche i grandi mercati: Londra, New York…quindi, bisogna essere cauti».
E tuttavia, aggiunge perentorio, «alla fine Tremonti dovrà trovare il modo di ridurre un po’ le tasse per le famiglie e per le imprese».
Il 19 giugno a Pontida Bossi intende arrivarci con qualcosa di più concreto che non la kafkiana duplicazione dei ministeri al Nord.
Anche perchè di quella e non di altro si sta parlando.
«L’accordo c’è – rivela Niccolò Ghedini – e riguarda solo l’apertura di uffici di rappresentanza dei ministeri a Milano. I leghisti? Lo sanno benissimo anche loro e infatti ieri ad Arcore ne abbiamo parlato con assoluta tranquillità . Del resto questi uffici a Milano già esistono da tempo e diversi ministri li usano per i loro incontri». Ogni lunedì ad esempio, tanto per restare in tema, nel suo “ufficio distaccato” di Milano, il ministro Tremonti dà appuntamento alla gente che conta: imprenditori, ma soprattutto banchieri.
Bei Francesco
(da “La Repubblica“)
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
UNA MOSSA PER RECUPERARE I MANCATI INTROITI PUBBLICITARI: SI STUDIA L’INSERIMENTO DEL CANONE NELLA BOLLETTA ELETTRICA
E adesso il governo studia l’aumento del canone.
Una bella cura da cavallo, stavolta, non l’euro e 50 centesimi del ritocco 2011.
Ci sono i costi del servizio pubblico che galoppano, certo, ma dal prossimo anno andrà compensato – tra le altre voci in perdita – anche il mancato introito pubblicitario del prime time del giovedì su Raidue, che con Santoro e Annozero ha garantito dal 2006 incassi a sei zeri.
Quando ieri mattina il ministro alle Comunicazioni Paolo Romani ha chiamato il direttore generale Rai Lorenza Lei per congratularsi del benservito a Michele Santoro, per aver compiuto “con successo” la missione nella quale aveva fallito per due anni l’ex Mauro Masi, l’impegno (verbale) è stato preso.
La dg le congratulazioni le ha incassate, ma ha anche esternato tutte le sue preoccupazioni per le prospettive non rosee dell’azienda di Viale Mazzini.
E l’ex imprenditore televisivo milanese, vicinissimo al premier, su questo è stato in grado di sbilanciarsi, promettendo un intervento del governo.
Il dossier “canone” è sulla scrivania di Romani. E tra le ipotesi contempla anche la possibilità di agganciarne il pagamento alla bolletta elettrica.
Espediente ritenuto utile per combattere l’evasione, che sulla tv è ancora dilagante.
Nella stagione televisiva che sta per concludersi, il programma di Santoro ha avuto una media di 5,8 milioni di spettatori, con uno share del 20,71, stando ai dati diffusi dallo staff di Annozero. Garantendo così a Raidue il successo in prima serata il giovedì: il 12 per cento in più rispetto alla media di rete.
Non è un caso, d’altronde, se ieri a Piazza Affari i titoli de La7, la TiMedia, hanno subito un balzo del 17,56 per cento, dopo le indiscrezioni sul passaggio di Santoro alla controllata Telecom.
Una crescita del valore delle azioni in Borsa stimato in 29 milioni di euro.
A tutto questo, meglio, al già previsto crollo pubblicitario la Rai chiede al governo di porre rimedio.
E l’unica leva sarà appunto il canone (oggi già a 110,50 euro).
La pillola amara al contribuente sarà somministrata a fine anno, quando Tesoro e Comunicazioni dovranno annunciare che l’aumento di 1,50 euro del 2011 non è stato sufficiente.
Ha permesso d’altronde di incassare 30 milioni di euro in più, poca cosa, appena il 10 per cento rispetto ai 300 milioni di fabbisogno che aveva stimato la dirigenza Rai.
Tutto questo, al momento, al presidente del Consiglio Berlusconi interessa poco, raccontano. Soddisfatto com’è del risultato raggiunto con la liquidazione di Santoro.
Anche perchè al momento della nomina della Lei, il Cavaliere non aveva fatto mistero con la dg del suo personale auspicio. Suo, ma non di Fedele Confalonieri.
Sembra che già ieri il numero uno di Mediaset abbia confidato al vecchio amico di sempre tutte le sue preoccupazioni per i pezzi pregiati che la Rai sta “regalando” a La7, con tutte le ripercussioni che il terremoto dei palinsesti avrà sullo share della tv in chiaro dal prossimo autunno.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SI E’ RAGGIUNTO IL FONDO IN CAMPIDOGLIO: LA GUERRA PER BANDE DEI PIDIELLINI FA UNA VITTIMA ILLUSTRE…I RAMPELLIANI ERANO FUORI DALL’AULA…L’IRA DI AIUTI: “MI DISSOCIO DA QUESTO MODO DI FARE POLITICA, SONO AMAREGGIATO”
Manca il numero legale, in aula Giulio Cesare al momento della votazione della delibera per il conferimento della cittadinanza onoraria al maestro Riccardo Muti.
A far cadere il numero, poco prima della votazione della delibera, è stato il gruppo dei rampelliani, interno alla maggioranza, che con il consigliere comunale Federico Mollicone (Pdl) si era detto in disaccordo con la decisione di «votare a conclusione di una seduta di assemblea capitolina e senza un adeguato dibattito, una delibera così importante, che meriterebbe una discussione appropriata e allargata anche al futuro del teatro dell’Opera».
A conclusione del suo intervento, Mollicone ha comunque sottolineato di essere «favorevole al conferimento della cittadinanza onoraria al maestro Muti».
Dopodichè, ha fatto sapere di non voler partecipare al voto della delibera e ha annunciato di lasciare l’aula.
Lo hanno seguito i rampelliani Andrea De Priamo e Lavinia Mennuni, oltre ad altri consiglieri di maggioranza e opposizione.
«Come uomo di cultura e scienza mi sento amareggiato per la pessima figura fatta dal Consiglio comunale di Roma nei confronti del maestro Muti. C’era una proposta del sindaco Alemanno per dare la cittadinanza onoraria al maestro, ma il presidente della Commissione Cultura, Federico Mollicone, non era d’accordo. L’opposizione ha quindi chiesto la verifica del numero legale che alla fine è mancato».
Lo afferma il presidente della Commissione consiliare Speciale Politiche Sanitarie del Comune di Roma. «Ritengo che non su queste cose – aggiunge – si debba consumare la lotta intestina del Pdl. Io mi dissocio da questo modo di fare politica».
E pensare che Muti è osannato in tutto il mondo: solo a Roma la sciatteria politica della nostra classe dirigente può arrivare al punto di esporre l’Italia a una figuraccia internazionale
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