Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile
TRA LE CARTE DEPOSITATE DALLA PROCURA DI NAPOLI CI SONO ANCHE GLI ESTRATTI CONTO CHE RACCONTANO MOLTO SUL LIVELLO DI VITA DELL’UOMO AL CENTRO DELL’INCHIESTA SULLA P4
Bisignani usa due conti, o almeno questi sono quelli di cui si è occupata la Procura: uno presso la milanese Cassa Lombarda (dove ne ha anche uno per la gestione dei fondi, un conto di investimento) e l’altro presso l’Unicredit.
Scorrendo anni di movimenti si capisce che il primo è usato soprattutto per le operazioni consistenti, il secondo per le “piccole” spese e l’economia domestica.
Bisignani ha una gestione delle sue finanze, sul conto di Cassa Lombarda, quantomeno singolare, tanto singolare che a qualcuno potrebbe sembrare perfino sospetta.
Con una carta di credito American Express spende almeno 8-10 mila euro al mese.
Però molto spesso si presenta in banca e versa enormi quantità di contante, anche più di 10 mila euro al mese.
Nell’aprile 2006, per esempio, deposita 21.300 euro in contanti, a maggio 15 mila in due tranche, a giugno 13 mila, a ottobre altri 12 mila.
Un fiume di denaro che sarebbe comprensibile per un barista o un commerciante, che deve depositare l’incasso di giornata, ma un manager come Bisignani dove li trova tutti questi soldi in contante?
E perchè paga con la carta di credito se ha il portafoglio che straripa di banconote?
Mistero. Questo il conto corrente da solo non può spiegarlo.
Altre operazioni, invece, vengono descritte nel dettaglio. Come la vendita di un gommone (parecchio di lusso, si deduce) a Roberto Mazzei, un ex dirigente della società editrice Ilte, di cui Bisignani è direttore generale.
Mazzei nel 2009 viene nominato alla presidenza del Poligrafico dello Stato, “non escludo che il Bisignani si sia speso per farmi ottenere tale nomina”, dice nelle carte.
All’inizio del 2008 compra in due tranche il gommone di Bisignani per una cifra astronomica: 245 mila euro, pagati in tre rate.
Quando arriva l’estate Bisignani non è però certo disposto a restare sulla spiaggia, quindi compra dalla Magazzù Yachting un’altra barca a 120 mila euro, meno della metà di quanto ha incassato dall’amico Mazzei.
Da Cassa Lombarda partono anche i bonifici nell’interesse di Francesca Camilla Mittiga, sua moglie, che gestisce la tenuta di famiglia ad Ansedonia.
Quindi Bisignani paga le rate di un trattore Landini e compra perfino un “bovino vivo” per quasi tremila euro.
Se il conto a Cassa Lombarda suscita molte domande, soprattutto sulla frequenza dei versamenti in contante (quasi sempre almeno 10 mila euro al mese), quello presso l’Unicredit sembra appartenere a un normale lavoratore dipendente.
Lì Bisignani riceve lo stipendio, buono ma non stellare, dalla Ilte, di cui è direttore generale: 13 mila euro al mese, circa.
E su quel conto paga le bollette, le spese del costoso condominio romano in cui vive con la moglie, ogni tanto spende qualche centinaia di euro — sempre per conto della moglie — per iscrivere alcuni cavalli a concorsi ippici.
Si scopre perfino che ogni mese Bisignani versa una paghetta da 300 euro al figlio Renato che, lavorando per la Ferrari su diretta raccomandazione del presidente Luca Cordero di Montezemolo, non si sospettava ne avesse bisogno.
Circa la stessa cifra se ne va ogni mese per pagare le rate di una Mercedes, tutto normale se non fosse che vista la quantità di contante di cui dispone Bisignani — stando ai versamenti sul conto di Cassa Lombarda — non si capisce perchè non l’abbia comprata in contanti, o almeno in un’unica soluzione.
In un’unica occasione si nota anche una donazione in beneficenza, nel 2006, di 2.500 euro. Certo, il destinatario è scelto con cura: la fondazione Silvana Paolini Angelucci, dedicata alla moglie prematuramente scomparsa del deputato del Pdl Antonio Angelucci, editore di Libero stampato dalla Ilte, giornale su cui Bisignani ha avuto a lungo una certa influenza.
Bastano questi conti correnti a farsi un’idea delle disponibilità economiche di Bisignani? Sicuramente no, come dimostra un altro dei documenti dell’inchiesta: sempre tramite Cassa Lombarda, nel 2001, Bisignani ha approfittato del condono fiscale deciso dal governo Berlusconi per far rientrare dall’estero quasi 5 miliardi di lire pagandone soltanto 121 di tasse (il 2,5 per cento).
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2011 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA: “RIBADISCO IL MIO IMPEGNO PER IL DIRITTO DI CRONACA, FACCIO APPELLO AL SENSO DI RESPONSABILITA’: SE UN GIORNALISTA HA SOLO LE TELEFONATE SCELTE DAI PM, NON DOVREBBE TRATTARLE COME VERITA’ ASSOLUTA”
Adesso che lo scontro sulle intercettazioni si riapre, mentre legge i resoconti sull’inchiesta di Napoli e i verbali delle conversazioni, resta contro il premier. “Qui si fanno sempre e solo leggi per proteggere lui e i suoi uomini” chiosa. Ma ai giornali dice: “Non offrite ai lettori le intercettazioni come se fossero verità assoluta”.
Mai un passo indietro, Giulia Bongiorno.
Da presidente della commissione Giustizia della Camera e da alter ego di Fini sulle questioni giuridiche, per due anni è stata la spina nel fianco di Berlusconi.
Dall’interno della maggioranza, ha contrastato il collega avvocato Ghedini e bloccato il tentativo di cancellare gli ascolti.
Ora, dall’opposizione, continua a farlo.
Il Pdl riprova a fare una legge proteggi-casta, che ne dice?
Sarà percepita così per colpa del premier. È accecato dall’odio verso le toghe. Quando avevamo l’occasione di fare una legge equilibrata sulle intercettazioni non lo ha permesso: si ostinava a volerne una che le cancellasse. Chi insegue l’impossibile alla fine non ottiene niente. Se non ci si è arrivati la responsabilità è solo sua e del suo pallino di fare piazza pulita.
C’è davvero bisogno di una riforma delle intercettazioni o, come dice Di Pietro, basta la legge che c’è?
È innegabile che ci sono stati eccessi nel disporle. Questo non giustifica il chiodo fisso di Berlusconi – che ho fortemente contrastato – di cancellarle: restano uno strumento indispensabile di cui la magistratura non può, e non deve, fare a meno. Ma bisogna garantire che siano autorizzate solo quando sono effettivamente imprescindibili. Piaccia o non piaccia, è a questo che si deve arrivare. I gip non devono fare i notai e ratificare sempre l’operato dei pm, ci si aspetta che facciano i dovuti controlli. Serve una buona legge, ma serve anche che la si applichi con scrupolo.
Oggi si discute soprattutto del diritto di cronaca. Non è necessaria l’uscita delle telefonate di personaggi pubblici?
Purtroppo ai non addetti ai lavori sfugge che, quando si pubblicano ascolti all’inizio delle indagini, si tratta di una porzione minima dell’esistente ed è quella prescelta dagli organi inquirenti. Potrebbero mancare telefonate di contenuto opposto rispetto a quelle pubblicate, solo perchè non sono state ancora trascritte. Ecco perchè il rischio di travisamenti è molto alto.
Due anni fa lei scrisse all’Ordine dei giornalisti e alla Fnsi per assicurare l’impegno per il diritto di cronaca. Lo rifarebbe?
Certamente sì. L’ho difeso con grande convinzione quando si è cercato di mettere il bavaglio alla stampa. Ora però farei un appello al senso di responsabilità . Se un giornalista ha in mano solo le telefonate selezionate dai pm, non può offrirle al pubblico come verità assoluta. Si tratta di frammenti di colloqui. E si tratta di materiale spesso ancora incompleto.
Tra chi, nella maggioranza, vuole tornare al testo della Camera e chi opta per la Mastella (un solo articolo sui limiti alla pubblicazione e sulle multe) da che parte sta?
Come al solito, si cercano soluzioni-tampone. I giornalisti dicono che, se si aspetta il processo, non c’è più interesse a far uscire le telefonate. Senza dubbio è vero, ma questo non legittima una discovery precoce. Bisogna piuttosto limitare il più possibile i tempi del processo e creare subito le udienze-filtro di cui si parla da tempo, anche nel Pd”.
Questo filtro che conseguenze avrebbe?
Il materiale divulgato sarebbe meno parziale. Mi spiego. Nell’udienza-filtro i difensori possono chiedere di escludere le intercettazioni irrilevanti, o di farne trascrivere altre. In questa maniera ci sarebbe in circolazione solo il materiale rilevante, e soprattutto potrebbero esserci intercettazioni a favore degli indagati o di terzi, che invece al momento non ci sono.
Ma se si tratta di uno strumento che tutela gli imputati e avrebbe potuto evitare alcune delle pubblicazioni di questi giorni perchè Berlusconi non l’ha introdotta?
Berlusconi ha fatto del garantismo la sua bandiera, ma i fatti dimostrano che quando si è troppo occupati a pensare a se stessi è impossibile essere garantisti per tutti.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Giugno 26th, 2011 Riccardo Fucile
IPOTESI DI CORRUZIONE PER DONATO CARILLO, BRACCIO DESTRO DI MORETTI…UNA DITTA ITALIANA CHE PRODUCE FRENI DI QUALITA’ A UN PREZZO TRE VOLTE INFERIORE A QUELLO DEL FORNITORE SCELTO DALLE FERROVIE E’ STATO OSTACOLATA IN OGNI MODO E MINACCIATA
L’ingegner Donato Carillo, responsabile della direzione tecnica di Trenitalia, è indagato a
Firenze per corruzione e turbativa d’asta.
Alcune settimane fa, su ordine del pm Giuseppina Mione, gli investigatori della guardia di finanza hanno perquisito il suo ufficio.
La direzione tecnica di Trenitalia ha sede a Firenze in viale Spartaco Lavagnini 58, e questo è il motivo per cui l’indagine è approdata per competenza a Firenze da Napoli.
Si tratta di un fascicolo “pesante”, essendo quello che ha dato origine all’inchiesta su Luigi Bisignani e la P4.
Nel luglio 2010, dopo che a Napoli erano stati arrestati alcuni imprenditori ed ex dirigenti delle Ferrovie per corruzione e turbativa d’asta, si presentò davanti ai pm napoletani l’industriale Giuseppe De Martino, titolare della Italian Brakes (Ib) di Palma Campania (Napoli), società che produce sistemi frenanti per i treni, partecipata al 35% da Luigi Bisignani.
De Martino riferì ai pm Woodcock e Curcio le innumerevoli traversie che a suo dire erano state imposte alla sua azienda dalla direzione tecnica di Trenitalia nell’accidentato percorso per ottenere l’omologazione dei suoi prodotti.
Aggiunse che, dopo aver informato il socio Bisignani della sua intenzione di denunciare le Ferrovie, era stato pesantemente intimidito da due appartenenti alle forze dell’ordine e di fatto costretto a rinunciare alla denuncia.
Risalendo la filiera dei contatti, gli inquirenti erano arrivati al parlamentare Pdl Alfonso Papa e allo stesso Bisignani, scoprendo l’incredibile ragnatela di contatti di quest’ultimo.
Così il filone ferroviario è passato in secondo piano, anche se i pm napoletani hanno indagato per favoreggiamento l’amministratore delegato di Ferrovie Mauro Moretti: sono convinti che li abbia presi in giro dichiarando che Alfonso Papa lo aveva contattato perchè un controllore lo aveva trattato male.
A loro giudizio, invece, Papa voleva fargli pesare il fatto di aver bloccato una denuncia che poteva dar fastidio alle Ferrovie.
Alle traversie della Italian Brakes aveva dedicato un capitolo del suo libro “Fuori Orario – Le prove del disastro Fs” (Chiarelettere 2009), l’inviato del “Sole 24 Ore” Claudio Gatti, sottolineando che la battaglia di De Martino per far omologare i suoi prodotti minacciava il “monopolio” di fatto fino ad allora detenuto dalla Cofren di Avellino (ora di proprietà della americana Wabtech, ma in precedenza controllata dalla tedesca Ruetgers).
Nel libro Claudio Gatti descrive l’immenso potere della direzione tecnica di Viale Lavagnini, che vaglia le caratteristiche dei prodotti e determina i requisiti dell’offerta. “È l’ingegneria a dettare le regole del gioco”, scrive.
Lunedì scorso, davanti al gip di Napoli, Bisignani, pur indagato per tentata concussione del socio De Martino, ha difeso a spada tratta i prodotti della Italian Brakes.
“Secondo voi – ha detto ai magistrati – perchè non si fa lavorare una società italiana che fa freni fenomenali che costano tre volte meno di quelli di altre multinazionali, dopo tutto quello che è successo a Viareggio, dove sono morte delle persone?… Per me, è gente che va arrestata tutta in Trenitalia”.
L’inchiesta fiorentina deve ora scavare nelle gare di fornitura, per stabilire la fondatezza delle denunce di De Martino.
Ferrovie dello Stato, pur non facendo alcun cenno alle indagini di Firenze, comunica che fra il 2006 e il 2010 la Italian Brakes ha ricevuto da Trenitalia commesse per l’acquisto di guarnizioni frenanti per 10 milioni di euro; che nei primi mesi 2010 sono giunte “numerose segnalazioni di non conformità ” del prodotto, tali da non consentire l’utilizzo dei treni; che l’11 ottobre 2010 un laboratorio terzo accreditato dalla Union International des Chemins de Fer ha confermato la non conformità delle guarnizioni frenanti della Ib; e che pertanto il 20 dicembre 2010 Trenitalia ha risolto il contratto per inadempienza e il 12 gennaio 2011 la società è stata cancellata dall’Albo Fornitori.
Fs afferma anche che da quando Mauro Moretti ha assunto la guida della società è stata avviata “una poderosa azione di pulizia” nei confronti dei dirigenti e funzionari che non rispettavano “le regole interne e talvolta le leggi”.
Franca Selvatici
(da “La Repubblica“)
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Giugno 26th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LE TENSIONI TRA I MARONIANI E REGUZZONI, IL SENATUR PARE RITORNATO SOTTO LE “AMOREVOLI CURE” DELLE BADANTI DEL CERCHIO MAGICO…IN UN COMIZIO A MAGENTA PAROLE POCO GENTILI VERSO I MARONITI
“Ci metto due secondi a chiedere al Consiglio federale l’espulsione di chi si mette di traverso, anche se ci sono persone importanti: la base sa bene che chi fa casino nel partito non lo fa per interesse comune, ma per interesse di altri”.
Lo ha detto ieri sera Umberto Bossi che, in un comizio a Magenta, ha spiegato che in questa settimana «c’è stato un momento difficile» quando si è dovuto votare sul capogruppo alla Camera.
Il riferimento è al caso Reguzzoni e alle tensioni che ne sono seguite.
Questa settimana c’è stato «un momento difficile, ho avuto problemi perchè si trattava di votare per il capogruppo alla Camera. Il capogruppo è uno che dev’essere bravo a trattare ed esperto: volevano mettere uno che non era esperto, non avrei dormito più a saperlo a Roma» ha spiegato il Senatùr.
In pratica il riferimento e’ al candidato bergamasco gradito a Maroni e sul quale ci sarebbe stata la convergenza dell’80% del gruppo del Carroccio. Vista la malaparata, i vari Bricolo, Reguzzoni, Rosi Mauro, con il sedicente dottor Belsito a reggere lo strascico, ovvero i “cerchisti magici” che proteggono il pisolino del Senatur, hanno trascinato Bossi a presiedere la riunione per l’elezione del nuovo capogruppo.
Bossi ha detto che si poteva solo “acclamare” (Reguzzoni, ovvio, come da indicazione della Manuela) ma non votare.
E Reguzzoni è rimasto capogruppo, almeno fino a quando (governo reggendo e quindi permettendo) non assumerà la carica di ministro verso l’autunno.
Il fatto che Bossi ieri sera abbia dovuto minacciare di cacciare chi non si allinea è in realtà più una dimostrazione di debolezza che di forza.
Fa sorridere poi che pensi ad espellere qualcuno, quando sono ormai gli elettori del Carroccio ad allontanarsi volontariamente da lui.
Non è poi mancato durante il comizio il solito avvertimento al premier.
“L’accordo è semplice – è l’aut aut del capo lumbard – Berlusconi deve fare quello che gli abbiamo chiesto a Pontida o la Lega non andrà più con lui: ma non sarà la sinistra a portarci a quel punto».
Insomma il Senatur ormai spara con la pistolina ad acqua sbagliando sempre la mira.
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Giugno 25th, 2011 Riccardo Fucile
INIZIAMO CON UN PRIMO CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DELLE INCHIESTE CHE RUOTANO INTORNO ALLA FIGURA DI MAMONE E DELLA ECO,GE E SODALI…I RAPPORTI DEGLI INQUIRENTI E LE RISULTANZE DELLE INDAGINI
Tanto per dare un contributo alla conoscenza sulle inchieste che ruotano attorno alla figura dei MAMONE e della ECO.GE e sodali, iniziamo con il pubblicare qualche estratto in parte già ripreso dalla stampa. E’ solo la prima puntata.
Da un rapporto della Guardia di Finanza del 19 gennaio 2007 alla Procura si legge:
“nell’ambito delle indagini di p.g. Delegate… stanno emergendo collegamenti con ambienti della criminalità organizzata ligure ed il particolare con la famiglia MAMONE”.
In tale rapporto si approfondiscono i rapporti con i fratelli BIASCI, Alessandro e Simone. Tra le varie intercettazioni, segnaliamo quello relativo ad un incontro, richiesto da BIASCI, presso l’ufficio di Gino MAMONE all’Eco.Ge di Via Ferri, per poi, a seguito dell’incontro tornare in Toscana.
In merito a tali colloqui si viene a conoscenza dell’induzione da parte degli stessi all’emissione di fatture da parte della INTERNATIONAL TEAM relative a presunte sponsorizzazioni (in realtà fatture per operazioni inesistenti) per un importo complessivo di 450.000 euro, nei confronti della ECO.GE srl di Genova di cui Gino MAMONE è l’amministratore unico.
Intermediario tra le società risulta il commercialista PANARESE Andrea.
Mentre i pagamenti delle fatture avvenivano tramite bonifico bancario su un conto corrente riconducibile alla INTERNATIONAL TEAM, presso la Banca San Giorgio di Via Sestri a Genova, ed intestato a Gabriel MOREAU e con delega ad operare per Sandro BIASCI.”
Dal rapporto si legge anche: “Detti pagamenti sarebbero stati regolari per il versamenti dei primi 300.000 euro, dopodichè si sarebbero interrotti. Il MAMONE, ascoltato dai due, afferma invece di aver effettuato regolarmente tutti i pagamenti… ipotizzando che la parte di denaro spettante ai BIASCI quale compenso per l’emissione di dette fatture, ovvero 17.600 euro, sarebbe stata trattenuta dal PANARESE. Il PANARESE, contattato subito dopo da Simone BIASCI, è di parere opposto…” E ancora: “I due fratelli, per non aver ottenuto la somma di denaro, meditano vendetta nei confronti del PANARESE (… “…che ora anche lui qualcosa bisogna fargli, non la può passà liscia così… qualcosa si studia).
Il 6 aprile 2007 in altra nota la Guardia di Finanza scrive alla Procura: “Le intercettazioni delle conversazioni… hanno messo in evidenza affari di natura illecita, inerenti in particolare un consolidato meccanismo di presunti scambi di favore a fronte della concessione del proprio voto elettorale in occasione delle prossime elezioni amministrative di Genova [ndr le elezioni del 2007 nelle quali hanno vinto i candidati Vincenzi alla carica di Sindaco e Repetto alla carica di presidente della Provincia].
Infatti le indagini tecniche hanno già consentito di segnalare STRIANO Paolo, nato a Genova il 03/01/1967, consigliere comunale e Capo Gruppo della Margherita del Comune di Genova nonchè membro della III Commissione per l’urbanistica – assetto del territorio e lavori pubblici di detto Comune [ndr poi nominato Assessore dal Sindaco Marta Vincenzi]…, in quanto lo stesso, in virtù del suo ruolo politico, risulta aver agito come mediatore nella compravendita tra gli indagati Gino MAMONE e Michelino CAFARELLI relativa all’area ex oleificio Gaslini di Genova di proprietà della ECO.GE srl [in nota la GdF scrive: “come già ampiamente illustrato nella pregressa corrispondenza l’indagato Gino MAMONE intendeva vendere l’area dell’ex oleificio Gaslini a società di costruttori immobiliari. Però, attraverso operazioni di bonifica da lui stesso effettuate e attraverso l’ottenimento di presunte concessioni edilizie da parte di politici compiacenti, MAMONE garantirebbe la rivalutazione di tale area”].
Tuttavia, essendo in scadenza il suo mandato politico e al fine di garantirsi nuovamente l’elezione alle prossime consultazioni elettorali per il Comune di Genova, STRIANO sta tessendo una serie di rapporti di forte collaborazione con taluni esponenti del mondo non solo politico, ma anche imprenditoriale genovese. Queste ultime relazioni gli consentono di adescare i consensi dei privati cittadini, interessati in particolare a posti di lavoro, che lo stesso promette in cambio del proprio voto elettorale…”
In un’altra dettagliata relazione dell’aprile 2007 la Guardia di Finanza, dopo un approfondimento sul filone delle false fatturazioni con nuove società e movimenti sia in Italia che all’estero, dedica il secondo capitolo a “delitti di corruzione di pubblici ufficiali e funzionari” ed uno sui “Collegamenti con la criminalità organizzata”.
Vediamone qualche estratto.
“Delitti di corruzione di pubblici ufficiali e funzionari”
Tra le società sponsorizzatrici vi è la ECO.GE di MAMONE Gino, componente della nota famiglia MAMONE di origine calabrese.
Attraverso la registrazione di fatture per operazioni inesistenti, il MAMONE si è creato dei “fondi neri”, che lo stesso utilizzerebbe per il pagamento di tangenti a taluni politici ed imprenditori locali, finalizzate alla partecipazione della ECO.GE in gare per appalti pubblici e non.
Infatti, una delle attività a cui è interessato l’indagato è la compravendita di alcune aree-terreni di scarso valore con società di costruzioni immobiliari. Le stesse verrebbero rivalutate attraverso operazioni di bonifica, da lui stresso effettuate, e attraverso l’ottenimento di concessioni edilizie. La concessione di quest’ultime sarebbero in seguito agevolare presso le opportune sedi da politici appartenenti ad alcuni Enti locali.
Fra queste operazioni allo stato attuale sono in corso quella dell’ex oleificio GASLINI di Genova e dell’area STOPPANI di Cogoleto.
L’area Stoppani al momento è soggetta alla giurisdizione del Commissario Straordinario Avv. Giancarlo VIGLIONE, nominato dal Ministero dell’Ambiente per sovrintendere ai lavori di bonifica dell’area. MAMONE Gino avrebbe intenzione, attraverso un concordato fallimentare con la società STOPPANI spa, di comprare l’area, ancora di scarso valore commerciale, in quanto non ancora bonificata e procedere successivamente sia alle operazioni di bonifica che alla rivendita del terreno a società di costruzioni immobiliari, dopo essersi assicurato le concessioni edilizie facendo ricorso ai canali politici.
Frattanto il Ministero dell’Ambiente ha emesso apposito provvedimento per ottenere il risarcimento dei danni patiti per l’inquinamento del suolo dal cromo e da altre sostanze nocive trattative dalla segnalata e tristemente nota “STOPPANI spa”. Il risarcimento ammonta a 300 milioni di euro.
Benchè questo provvedimento lo preoccupi, il MAMONE non desiste dai suoi intenti di accaparrarsi l’area e portare a compimento le sue speculazioni.
Egli intende proseguire nel suo operato, avvalendosi dei suoi numerosi appoggi politici attraverso i quali ottenere l’approvazione ed il consenso degli Enti Locali per il buon esito del suo progetto.
Grazie alle conversazioni telefoniche intercettate sulle utenze in uso agli indagati innanzi citati, sono stati acquisiti preziosi elementi circa il coinvolgimento delle sottonotate persone, che opererebbero a favore del MAMONE:
“Collegamenti con la criminalità organizzata”
Fra i contatti telefonici e personali (molto cordiali) dell’indagato, Gino MAMONE (segnalato dalla D.I.A. per i suoi legami con la cosca della ‘ndrangheta calabrese dei MAMMOLITI) [nella nota la GdF: “estratto della relazione D.I.A.
Anno 2002: “presenze significative sono state individuate anche in Liguria, la criminalità calabrese, presente sin dagli anni ’60, si è manifestata tanto in ambito microcriminale, ove attraverso l’esercizio dello spaccio di droga al minuto, quanto in importanti settori economici quali l’edilizia, la ristorazione e, soprattutto, lo smaltimento dei rifiuti. Le consorterie censite sul territorio sono riconducibili alle famiglie ROMEO, NUCERA, RAMPINO, MAMONE, FOGLIANI, FAMELI e FAZZARI. La famiglia MAMONE, proveniente dalla Piana di Gioia Tauro (RC) e collegata ai MAMMOLITI di Oppido Mamertina (RC), si è insediata in Genova, ove è titolare della società “F.lli MAMONE & C. di MAMONE Luigi” aggiudicataria di un cospicuo numero di appalti pubblici.
“…emergono inequivocabilmente, quelli con STEFANELLI Vincenzo, detto “Cecè” [la GdF in nota: “nato ad Oppido Mamertina (RC), il 23/05/1959 – titolare della ditta “NICAT” corrente in Genova, via Ramiro Ginocchio 65R, esercente, dal 28/06/2001, l’attività di lavori edili di costruzione, completamento e rifacimento immobili, lavori di movimento terra”], noto esponente della criminalità organizzata di stampo mafioso…
Non a caso STEFANELLI Vincenzo risulta essere già noto alle forze dell’ordine per i suoi precedenti penali di grosso spessore [in nota la GdF: “in particolare, sono degni di nota le ultime denunce concernenti il traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione (denuncia del 06.03.2002 ad opera del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Ferrara); associazione di tipo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti (denuncia del 23.06.2001 ad opera della Sezione Anticrimine Genova); sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione (denuncia del 05.05.1983 ad opera della Questura di Aosta). Vi sono, inoltre, ulteriori varie denunce nel tempo per furti, ricettazione, violenza privata e traffico di stupefacenti”].
A lui Gino MAMONE si rivolge per il recupero di un escavatore di valore di 180.000 euro, rubatogli in un cantiere della sua società ECO.GE, Vincenzo si impegna a trovarglielo tramite i suoi contatti sul territorio, lamentandosi però con Gino di non essere stato avvertito subito e di essersi rivolto alla sua assicurazione per il risarcimento del danno. Tale gesto evidenzia sia i forti legami tra i due soggetti che la conduzione di politiche poco ortodosse (ritrovamento di un veicolo rubato tramite contatti mafiosi, ndr) pur di raggiungere i propri fini.
Nell’agosto 2007 la Guardia di Finanza, in una nuova comunicazione alla Procura scrive: “Dai contatti telefonici e personali (molto cordiali) dell’indagato Gino MAMONE (segnalato dalla D.I.A…) emergono inequivocabilmente, quelli con STEFANELLI Vincenzo, detto “Cecè”, appartenente ad una famiglia [in nota la GdF: “di origine calabrese operante nel Comune di Varazze(SV) e zone limitrofe”] che ha sempre attirato l’attenzione dei vari organi investigativi conquistando anche le cronache giudiziarie per le imprese criminose in cui è rimasta coinvolta [in nota la GdF scrive: “vds. in tal senso operazione “URANO” avviata nel 1999 dal Centro Operativo D.I.A. di Genova, allo scopo di far luce sulle attività illecite gestite da sodalizi criminali di origine albanese – facenti capo alle famiglie calabresi STEFANELLI-GIOVINAZZO – attivi, sul versante ligure, nei settori del traffico internazionale di sostanze stupefacenti e dello sfruttamento della prostituzione.
Il tenore delle prime conversazioni intercettate ha evidenziato taluni collegamenti di Gino MAMONE sia con il mondo politico che con il mondo delle cosche calabresi. Egli potrebbe rappresentare il punto di contatto tra i due mondi…
Infatti le successiva indagine tecniche hanno consentito di accertare collegamenti tra esponenti del mondo politico genovese e appartenenti alla locale criminalità organizzata...”
Un’ulteriore figura di rilievo è rappresentata da MALATESTI Piero poichè lo stesso risulta avere numerosi contatti con il mondo politico ed imprenditoriale che non risultano essere giustificati dalla professione svolta dallo stesso, il tassista.
Il tenore di alcune conversazioni intercettate confermerebbe quanto esposto definendo altresì anche un suo ruolo d’intermediazione per affari vari con soggetti anche molto noti come ad esempio Gino MAMONE; per tale motivo si è cercato di meglio monitorare e cercare di ricostruire, ove possibile, i legami tra i vari soggetti politici ed imprenditoriali.
MALATESTI lo invita altresì ad incontrarsi per poter parlare anche del coinvolgimento in questo progetto di altri soggetti da lui definiti “nostri amici” “… dobbiamo parlare vederci e andare anche un attimo dai nostri amici e chiedere…”
In data 28/04/2007… nelle ore pomeridiane… MAMONE Gino, accompagnato dal fratello Antonino MAMONE detto Ninetto. I due, poco dopo, venivano raggiunti da una terza persona [nota…], successivamente identificata in MALATESTI Piero, all’interno di palazzo Ducale che ospitava il convegno dell’Udeur, presieduto dal Ministro…”
Nelle conclusioni dello stesso rapporto si legge: “Dall’analisi delle intercettazioni innanzi citate è emerso che le organizzazioni criminali calabresi, che si sono storicamente sviluppate attorno a singoli nuclei familiari rigidamente autoreferenziati e diffidenti verso le intromissioni esterne, hanno assunto delle inquietanti proiezioni extraregionali ed internazionali, dimostrando un’accentuata capacità imprenditoriale nei settori della criminalità economica e finanziaria. L’interesse delle cosche è rivolto anche allo smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, agli investimenti mobiliari ed immobiliari, ai tentativi di infiltrazione nelle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici.”
(da “Casa della Legalità ” – Osservatorio sulla criminalità e le mafie)
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Giugno 25th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO AVEVA ANNUNCIATO: “ABBIAMO FATTO MIRACOLI NELLA BONIFICA”… ANCHE FORMIGONI ESULTAVA: “UN SUCCESSO DELLE AMMINISTRAZIONI LOCALI”… PELAGGI AVREBBE INTASCATO 700.000 EURO DALLA DITTA APPALTATRICE
La bonifica nell’area milanese dell’ex Sisas è stata fatta. 
Lo annuncia il ministro dell’Ambiente.
Sul caso però pesa il sospetto di una tangente da 700mila euro. Attualmente risultata indagato Luigi Pelaggi, il capo della segreteria tecnica dello stesso ministro
Gli stessi rifiuti che una città di un milione di abitanti produce in otto mesi.
“Quasi duecentottantamila tonnellate rimosse in meno di un anno”, annuncia soddisfatta Stefania Prestigiacomo.
E’ il 29 marzo scorso.
Il ministro dell’Ambiente parla soddisfatta dell’operazione di bonifica dell’ex Sisas, la bomba ecologica a Pioltello-Rodano, nel Milanese.
Una medaglia che Prestigiacomo, insieme al presidente della Regione Lombardia Formigoni, si appunta sul petto da sola.
Fino alla doccia gelida arrivata ieri: la Procura di Milano ha infatti indagato il capo della segreteria tecnica dello stesso ministro, Luigi Pelaggi, al quale sono stati contestati 700.000 euro, come scrive Luigi Ferrarella sul Corriere della sera.
Una tangente, nella ipotesi della Procura, che sarebbe stata pagata dalla Daneco Impianti srl, la ditta appaltatrice dei lavori.
L’amministratore della stessa ditta, Bernardino Filipponi, è finito sul registro degli indagati coindagato insieme a Pelaggi di corruzione e truffa aggravata ai danni dello Stato.
“Un successo quello dell’area ex Sisas — esulterà Formigoni sempre a marzo – possibile grazie alla collaborazione con le autorità europee e nazionali, in particolare il commissario e il ministro e alla sintonia con le amministrazioni locali dei due Comuni”.
Ma qualcosa che non andava c’era già , tanto da spingere Greenpeace a fare una denuncia: «Nel corso degli ultimi 4 mesi i lavori di trasferimento del nerofumo si sono svolti in gran segretezza. Le scorie pericolose sono finite in una discarica spagnola senza nessuna garanzia sul loro trattamento».
Disse, in risposta, e con voce ferma, il commissario governativo Luigi Pelaggi: «Non è stato facile, ma ci siamo riusciti, lavorando 24 ore al giorno 7 giorni su 7, rispettando sempre tutte le norme e i regolamenti».
Non quello che pensa la Procura che, attraverso intercettazioni telefoniche contesta a Pelaggi la corruzione.
I carabinieri del Noe, infatti, avrebbero intercettato più volte il commissario del governo Pelaggi mentre parla con Filipponi appunto in relazione a passaggi di denaro.
Poi ci sono una serie di incontri tra i due fuori dalle sedi istituzionali, spiegano i magistrati.
Ma ha pesato anche quanto sequestrato a casa dell’imprenditore Filipponi: 48.000 euro in contanti e in banconote da 500 senza alcuna ragionevole spiegazione su una somma così elevata da tenere in casa, a disposizione immediata.
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Giugno 25th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO ALFONSO PAPA, IMPUTATO A NAPOLI PER LA P4, HA COLLABORATO CON “IL VELINO” E “IL GIUSTO PROCESSO”, DUE TESTATE CHE DIFENDONO IL PREMIER DALLE ACCUSE DEI PM…L’EDITORE E’ L’IMPRENDITORE SIMONE CHIARELLA FINITO IN GALERA PER BANCAROTTA
Alberghi “da mille euro a notte”, come il De Russy di Roma, un viaggio in Argentina, cene in ristoranti di lusso.
E’ la bella vita di Alfonso Papa, il parlamentare del Pdl protagonista, insieme a Luigi Bisignani, dell’inchiesta sulla P4.
Bella soprattutto perchè non era lui a pagare tanto sfarzo.
Le spese erano a carico di Simone Chiarella, imprenditore romano, ex marito di Giuseppina Caltagirone, figlia dell’immobiliarista Gaetano.
Al centro del proficuo rapporto, la collaborazione del parlamentare a due testate di cui Chiarella era editore: Il Velino, agenzia di stampa molto quotata a Palazzo Chigi, e la rivista “Il giusto processo”.
Le dichiarazioni messe a verbale da Chiarella davanti al pm Henry John Woodcock lasciano intravedere la reale consistenza del movimento “garantista” sorto intorno alle disavventure giudiziarie di Silvio Berlusconi e dei suoi principali collaboratori.
E’ la lunga vicenda processuale di Cesare Previti a ispirare la nascita di “Il giusto processo”, nel 2002, e Chiarella è anche coeditore del “Domenicale” di Marcello Dell’Utri.
Condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari il primo, in appello per concorso esterno in associazione mafiosa il secondo.
“Il giusto processo” era linkato in buona evidenza sul sito Previti.it, oggi non più attivo.
La rivista, però, non ha portato fortuna a molti dei suoi animatori.
Previti condannato, Papa sotto inchiesta con gli imbarazzanti riscontri divulgati in questi giorni, e lo stesso Chiarella arrestato il 3 maggio dell’anno scorso per bancarotta.
La Procura di Roma lo accusa di aver sottratto milioni di euro alla Immo C. srl, all’insaputa della socia e moglie Giuseppina.
Altri guai sono arrivati all’imprenditore-editore proprio dall’entourage di Previti, con la vicenda del Grand Hotel di via Veneto a Roma: l’avvocato Giovanni Acampora, condannato insieme a Previti nel processo sul Lodo Mondadori.
Dai titoli dei contributi a “Il giusto processo” emerge un’esacerbata linea anti-magistrati: “Il mandato di cattura europeo: autostrada per un universo concentrazionario”; “Il plumbeo cielo corporativo del Csm”; “La malattia mentale non risparmia la magistratura”.
E così via, compresa una sfilza di articoli che vivisezionano un cavallo di battaglia della difesa di Previti, la famosa intercettazione ambientale al bar Mandara.
Lo stesso Chiarella si esercitava nelle pagine della sua creatura, soprattutto sul fronte della politica estera: “Senza se e senza ma, sempre dalla parte degli Stati Uniti contro il terrorismo”.
Tra Il Velino e “Il giusto processo” si sono mosse le punte di diamante del garantismo in versione berlusconiana, come Lino Jannuzzi, già direttore dell’agenzia, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, Giancarlo Lehner, parlamentare del Pdl, oggi “responsabile”, autore di pamphlet anti-Mani pulite e dintorni.
Ora le due testate fondate da Chiarella finiscono nei verbali dell’inchiesta P4. E la battaglia sulla giustizia continua, questa volta sul campo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 25th, 2011 Riccardo Fucile
SOPRASSALTO DI DIGNITA’ DI DECINE DI PARLAMENTARI DEL CENTRO SUD CONTRO I RICATTI PADAGNI…BERLUSCONI FURIBONDO CONTRO IL CARROCCIO: “VOGLIONO COSTRINGERMI A PROCLAMARE LO STATO DI EMERGENZA: SAREBBE COME AMMETTERE IL NOSTRO FALLIMENTO”
La Lega impone una radicale modifica del decreto-rifiuti. 
Fino a notte tra Palazzo Chigi e i ministri del Carroccio la trattativa è andata avanti, ma finora il veto dei padani è stato irremovibile: niente rifiuti “speciali” nelle regioni del Nord, quella norma “dovrà essere cambiata”, piuttosto il Cavaliere “proclami lo stato d’emergenza e risolva in Campania un problema che è solo dei napoletani”.
Una posizione “irresponsabile” secondo Berlusconi, per il quale la rigidità del Carroccio “rischia di farci andare tutti a sbattere”.
Il premier stavolta è furibondo.
Il nuovo muro contro muro con l’alleato padano lo ha mandato fuori dai gangheri, guastandogli la soddisfazione per aver portato a casa la nomina di Draghi alla Bce.
In più lo hanno colpito come uno schiaffo le parole con cui Calderoli si è opposto all’adozione di un nuovo decreto-rifiuti, quell’accusa rivolta proprio a lui di aver provato a “truffare” il Nord, trasformando per legge i rifiuti solidi urbani in rifiuti speciali.
“La Lega – si è sfogato con un deputato napoletano del Pdl – pur di non far arrivare i rifiuti nelle altre regioni, mi vuole costringere a proclamare lo stato d’emergenza: sarebbe come ammettere che in tre anni tutto quello che abbiamo fatto non è servito a niente. Tornare al punto di partenza è una cosa inaccettabile”.
Ma il tempo stringe.
Il presidente della regione, Stefano Caldoro, gli ha spiegato chiaramente che senza decreto le province non possono svuotare gli Stir (gli ex impianti Cdr), premessa indispensabile per consentire un ritorno alla normalità .
Tutto il Pdl stavolta, messi da parte gli odi e le rivalità tra cosentiniani e anticosentiniani, è sul piede di guerra.
“I parlamentari campani del Pdl – racconta uno deputato – sono 53 e sono tutti pronti a schierarsi contro la Lega. Al Senato e alla Camera non passerà più nulla che interessa a Bossi”.
I parlamentari romani del Pdl, scottati dagli insulti di Castelli a proposito del pedaggio sul Gra, non la pensano diversamente. Insomma, la prospettiva è di una guerra totale dentro la maggioranza, proprio nei giorni in cui in Parlamento sta per arrivare la manovra di correzione dei conti.
Le due questioni s’intrecciano.
I leghisti infatti non s’accontentano di aver bloccato nuovamente il decreto sui rifiuti, adesso alzano il tiro: si aspettano infatti che la manovra dia risposte alle richieste sollevate a Pontida e si preparano alla pugna.
Lunedì Bossi ha convocato lo stato maggiore a via Bellerio, in vista dell’appuntamento del giorno dopo a Roma, il vertice con Berlusconi, Alfano e, soprattutto, Tremonti.
Sarà quella la sede per l’esame della manovra correttiva e molti già prevedono che “scorrerà il sangue”.
Oltretutto nel Carroccio è in corso una guerra tra l’ala Maroni-Calderoli e il “cerchio magico” e proprio la finanziaria sarà il terreno su cui ciascuna corrente proverà a strappare le maggiori concessioni.
Per provare a circoscrivere l’incendio ieri mattina i capigruppo del Pdl di Camera e Senato – Cicchitto e Gasparri, Corsaro e Quagliariello – hanno incontrato riservatamente il ministro dell’Economia.
Disponibile a trattare sui contenuti, Tremonti su una cosa è stato irremovibile: la manovra potrà essere spalmata su più anni, ma dovrà essere contenuta tutta in un unico decreto legge.
Berlusconi era di avviso opposto, pensava a un decreto con una mini correzione per quest’anno (3-4 miliardi), per poi rinviare a dopo l’estate il resto della mazzata.
Una strategia che il capo del governo ha candidamente confessato durante la conferenza stampa a Bruxelles, provocando una reazione immediata a Roma.
Tremonti ha infatti preteso una smentita, costringendo il Cavaliere a far uscire una nota imbarazzata che confermava alla lettera il piano elaborato a via XX Settembre.
La tensione tra Berlusconi e Tremonti, nonostante l’intervento di mediazione dei capigruppo, è di nuovo salita alle stelle.
Il Cavaliere è preoccupato perchè vede tornare a galla la proposta di un governo di unità nazionale, mentre lo spread tra titoli italiani e tedeschi tocca un nuovo record e le azioni del comparto bancario italiano affondano.
E sospetta il ministro dell’Economia di non essere del tutto estraneo a queste suggestioni politiche.
“Due mesi dopo l’esplosione dello scandalo Ruby – ricorda oggi un uomo vicino al Cavaliere – Nicola Latorre organizzò in gran segreto un incontro tra D’Alema e Tremonti all’hotel Excelsior di Roma.
Noi lo venimmo a sapere per caso e Berlusconi non la prese bene: “già organizzano le cene per farmi fuori”, disse sibillino durante una riunione, pur senza fare nomi”.
Ecco, tra l’emergenza P4, lo scontro sui rifiuti e il braccio di ferro con Tremonti, il premier è ancora convinto che ci sia qualcuno ansioso di liberarsi di lui.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Giugno 25th, 2011 Riccardo Fucile
OFFERTA DI SERVIZI RIDOTTA AL MINIMO E NON RICONOSCIMENTO DI MALATTIE CRONICHE CHE OBBLIGA I MALATI A PAGARE I FARMACI DI TASCA PROPRIA…NEL 2013 VI SARANNO REGIONI CHE NON POTRANNO GARANTIRE I LIVELLI ATTUALI DI ASSISTENZA
Diagnosi tardive, scarsa disponibilità di specialisti, farmaci essenziali non rimborsabili, aumento del costo dei ticket sanitari e tagli indiscriminati alle pensioni di invalidità .
Nel nostro Paese il diritto alla salute e all’assistenza fa acqua da tutte le parti, secondo quanto denunciato da Cittadinanzattiva alla presentazione della I Conferenza nazionale delle organizzazioni civiche per la salute.
I provvedimenti del governo negli ultimi due anni, secondo l’associazione, hanno ridotto al minimo l’offerta assistenziale sanitaria e sociale, scaricando i costi interamente sui cittadini.
Solo per il 2011, il taglio delle risorse al Sistema sanitario nazionale (Ssn) ammonta a circa 1,5 miliardi di euro e investe anche la copertura dei ticket sanitari per prestazioni diagnostiche e specialistiche.
Alla riduzione delle risorse si affianca anche un aumento dell’imposta fiscale per i cittadini e dei ticket sanitari per tutte quelle Regioni obbligate per legge a rispettare i piani di rientro.
In dubbio è poi la capacità delle Regioni, a partire dal 2013, di erogare i Lea (Livelli essenziali di assistenza), ovvero le prestazioni che il Ssn è tenuto a garantire a tutti i cittadini.
I Lea già ora non sono garantiti uniformemente: solo otto Regioni (e tutte del centro Nord) li hanno erogati nel 2009, tre solo parzialmente, mentre le altre, Lazio compreso, non ne hanno garantito l’effettiva erogazione.
A questo si aggiunge, nella denuncia di Cittadinanzattiva, che “da ben 10 anni non vengono approvati i nuovi Lea. Una cosa gravissima e inaccettabile”.
I nuovi Lea erano stati predisposti dall’ex ministro della Salute, Livia Turco, ma non sono più stati approvati.
Gli ultimi risalgono a quelli emanati da Rosy Bindi nel 2001, ormai scaduti.
“Un ritardo ancora più grave — dice Tonino Aceti, responsabile del coordinamento nazionale Associazioni malati cronici di Cittadinanzattiva — soprattutto in tempi in cui si vuole fare il federalismo fiscale, parlando di costi e fabbisogni standard. Categorie che non possono essere certo definite su Lea vecchi di 10 anni”.
Dalla conferenza a Riva del Garda è emerso che il 44% delle associazioni dei malati non reputa soddisfacente la risposta fornita dall’Assistenza domiciliare integrata.
Il 50% delle associazioni riscontra una diffusa difficoltà di accesso ai farmaci necessari, dovuta alla non rimborsabilità da parte del Ssn, alle ulteriori limitazioni imposte dalle Regioni a quanto previsto a livello nazionale, e alle difficoltà burocratiche per il rilascio del piano terapeutico.
Altro problema è quello della mancata erogazione gratuita dei cosiddetti parafarmaci, come integratori, alimenti particolari o creme.
Ad aggravare il quadro, secondo l’associazione, è il mancato riconoscimento di alcune patologie nell’elenco delle malattie croniche e invalidanti: “Mentre la politica parla — sottolinea Aceti — migliaia di malati con patologie croniche e rare non si vedono riconosciuta la propria malattia e devono pagarsi di tasca loro i farmaci”.
A rischio anche il diritto alla salute dei bambini che, al pari di tutti i cittadini, incontrano grandi problemi fin dall’inizio del loro percorso diagnostico terapeutico, al punto che l’88% delle associazioni dei malati denuncia la difficoltà di accedere tempestivamente alla diagnosi precoce.
Il 94% dell’assistenza di base da parte del pediatra di libera scelta e del medico generale non soddisfano le esigenze dei cittadini.
Quasi la totalità delle associazioni, il 90,6%, hanno riscontrato la scarsa conoscenza da parte di questi professionisti delle patologie e delle relative complicanze, in particolar modo se le malattie sono rare, con tutte le relative conseguenze in termini di accesso alla diagnosi.
Il 75% segnala una mancanza integrazione delle cure del pediatra o medico di base con lo specialista o il centro di riferimento per la cura della patologia.
Il percorso di cure diventa perciò particolarmente tortuoso.
E anche costoso, visto che spesso il paziente si deve spostare fuori dalla propria Regione.
Altro problema “cruciale” riscontrato dal 65% delle organizzazioni è infine la grave difficoltà di accesso ai benefici economici correlati al riconoscimento dell’invalidità civile, dell’accompagnamento e della legge 104/1992.
“Con la scusa della lotta ai falsi invalidi — conclude Cittadinanzattiva — l’Inps sta di fatto procedendo al taglio indiscriminato delle pensioni di invalidità , delle indennità mensili di frequenza e delle indennità di accompagnamento, anche nei confronti di coloro che sono nel pieno diritto di goderne”.
Valentina Arcovio
(da “PianetaScienza“)
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