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ALESSANDRIA, CONSIGLIERE COMUNALE DEL PDL ARRESTATO: ERA AFFILIATO ALLA ‘NDRANGHETA CON LA QUALIFICA DI “PICCIOTTO”

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

INTERCETTATA L’AFFILIAZIONE DI GIUSEPPE CARIDI, ELETTO NEL 2007… ARRESTATE IN TOTALE 18 PERSONE…I RAPPORTI CON   LA POLITICA

Giuseppe Caridi il 27 maggio 2007 è stato eletto nel consiglio comunale di Alessandria tra le file del Pdl.
Il 28 febbraio 2010 viene affiliato alla ‘ndrangheta con la dote di “picciotto”.
Ieri i è finito in carcere per mafia
È stato difficile accettarlo, ma alla fine è diventato uno dei loro.
Il consigliere comunale del Pdl ad Alessandria Giuseppe Caridi, compare Peppe o anche U’ scarparu per gli “amici”, aveva già  giurato fedeltà  allo Stato e quindi non avrebbe potuto dare la sua parola all’onorata società .
“Alla fine il ‘problema’ è stato risolto perchè anche il politico capace di adeguarsi alle regole dell’associazione può rivelarsi utile”, ha detto il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli stamattina dopo l’arresto di 18 persone legate alle locali della ‘ndrangheta nel Basso Piemonte.   Per il gip Giuseppe Salerno, che ha convalidato gli arresti dell’operazione “Maglio”, la presenza di un politico e uomo delle istituzioni, anche se in un gradino basso della piramide criminale, “rappresenta più di altri un concreto pericolo per la libertà  e la democrazia”.
“Caridi — si legge nell’ordinanza d’arresto firmata dal gip di Torino — viene ammesso ufficialmente a partecipare alle attività  del locale guidato da Pronestì”.
Bruno Pronestì è capo del locale di ‘ndrangheta che riubisce i comuni di Asti, Alba e Cuneo.
Nella casa di Caridi, una cascina nella campagna tra Alessandria e Tortona, vengono attribuite “doti verosimilmente corrispondenti alla santa ad alcuni degli affiliati”.
La santa è una nomina molto importante.
“A un santista — riferisce il pentito Antonino Belnome – è permesso fare affari con la politica”. Un dato testimoniato “dalla partecipazione, oltre che dei sodali incardinati nel locale di Novi Ligure anche di una delegazione degli affiliati del locale di Genova, guidata da Domenico Gangemi, il quale, proprio in relazione all’ingresso nella compagine criminale del Caridi, che ricopre l’Ufficio di consigliere presso l’amministrazione comunale di Alessandria, ha esternato prima e dopo il conferimento, il suo pensiero in riferimento ai rapporti che dovrebbero intercorrere tra la ‘ndrangheta e gli appartenenti all’ambiente politico-amministrativo”.
Il padrino della ‘ndrangheta ligure ne parla già  il 18 febbraio 2010.
Il suo interlocutore è Antonio Maiolo, altro uomo organico alla ‘ndrangheta piemontese.
Il 21 febbraio, una settimana prima del rito di affiliazione, di nuovo Gangemi ne parla con Onofrio Garcea, affiliato alla locale di Genova. I due “discutono valutandone l’opportunità  e la corrispondenza alle regole sociali”
Il 28 febbraio, ad affiliazione avvenuta, ecco di nuovo Domenico Gangemi commentare la cerimonia. “Una voltata e una girata ne abbiamo fritti (fonetico: friimm’) tre, dei tre …”.
Ovvero sono state affiliate tre persone.
Tra questi, prosegue Gangemi, Caridi. Ne parla sempre con Onofrio Garcea.
Annota il gip: “Non vi è dubbio che i prevenuti nell’occasione stiano parlando di istituti di ‘ndrangheta, affermando, in tale contesto, che al Caridi era stata assegnata la ginestra, diventando, quindi, giovanotto ad intendere la sua qualità  di picciotto: in tale prospettiva, deve leggersi il riferimento alla minna, ovvero al seno materno, ad indicare la “giovane età ”, l’essere quasi un lattante nelle gerarchie del sodalizio”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LEGA: LA SPINTA PROPULSIVA E’ FINITA, DI FOLKLORE SI MUORE. LO STRISCIONE SEQUESTRATO A PONTIDA DAL SERVIZIO D’ORDINE HA COLPITO MOLTI

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

SOLO QUANDO SI E’ A CORTO DI ARGOMENTI SI TENDE AD ALZARE LA VOCE…CHIEDERE LA FINE DEI BOMBARDAMENTI PERCHE’ MUOIONO ESSERE UMANI HA UN SENSO, FARLO PERCHE’ COSTANO TROPPO E “FINISCE CHE ARRIVANO ALTRI IMMIGRATI” E’ PENOSO

E passi per i tanti militanti che affollano il pratone di Pontida vestiti da Alberto da Giussano, con mantello, spadone e tutto il resto, nonostante i trenta gradi all’ombra.
E passi anche per quelli che sfoggiano elmi da unni o da vichinghi, con belle corna lunghe e arcuate.
Ma quando in attesa dell’arrivo di Bossi il segretario della forte Lega di Bergamo chiama sul palco «i templari del bel fiume Serio» – e loro sul palco ci salgono davvero – allora il dubbio svanisce, e si può dire con certezza che da queste parti qualcosa non va: o almeno non va più.
E non va più perchè il folklore va bene quando adorna e rappresenta – come è stato fino a ieri – una linea corsara, furba e spesso fin troppo aspra; ma quando quella linea non c’è più, quando l’affanno è evidente e il Capo non ha una rotta da indicare alla sua gente, allora non resta che il folklore: e di folklore anche una forza come la Lega, ben radicata nelle valli di quassù, lentamente può morire.
Forse è questo, al di là  degli ultimatum veri o presunti spediti all’indirizzo di Silvio Berlusconi, il messaggio che arriva da Pontida: il vecchio Carroccio è nei guai, fermo e incerto sulla via da imboccare perchè scosso e stupito – forse perfino più del Pdl – dal doppio capitombolo elezioni-referendum.
La battuta d’arresto ha lasciato cicatrici profonde in un partito non abituato alla sconfitta: e la reazione, a cominciare dal gran raduno di ieri, non sembra affatto all’altezza dei problemi che ha di fronte.
E’ come se, gira e rigira, la Lega avesse esaurito la propria spinta propulsiva, fosse d’improvviso a corto d’argomenti e a nulla servisse – anzi – riproporre gli stessi con più enfasi e più durezza.
E’ un problema non da poco perchè – al di là  delle tattiche su quando e come votare – riguarda il futuro stesso del movimento.
Ed è un problema – alla luce di quel che si è visto e sentito ieri a Pontida, tra bandieroni e facce dipinte di verde – che la Lega farebbe bene ad affrontare.
Dovrà  chiedersi, per esempio, quale ulteriore forza espansiva può avere un movimento che chiede la fine dei bombardamenti in Libia non perchè lì continuino a morire donne e bambini, ma perchè costano troppo e poi finisce che arrivano nuovi immigrati a Ponte di Legno o a Gallarate.
O che ha individuato l’approdo della Grande Guerra a Roma ladrona nella richiesta che almeno qualche ministero, anche di serie B, venga trasferito al Nord.
Si può crescere ancora con slogan e obiettivi così? Forse nelle valli. O lungo le sponde di fiumi custoditi dai templari…
Ma già  se si guarda a Milano, moderna capitale del Nord, occorrerebbe interrogarsi sul perchè alle ultime elezioni solo un cittadino su 10 ha deciso di votare Lega.
Quella della modernità  – modernità  di linea, di organizzazione e di idee e proposte per il Paese – è un’altra questione che a Pontida è saltata agli occhi in maniera ineludibile. Sembra paradossale dirlo della Lega che al suo irrompere sulla scena modernizzò non poco in quanto a temi (quello della sicurezza nelle città , per dirne uno) e perfino in quanto a proposte istituzionali (il federalismo): ma ieri il folklore e il richiamo all’identità , utilizzati per supplire all’assenza di linea, sono apparsi d’improvviso vecchi, inattuali e quasi figli di un’altra epoca.
Tra un supermercato e un nuovo grande parcheggio, la modernità  sta letteralmente (e simbolicamente) mangiandosi il pratone di Pontida: e a fronte dei tanti cambiamenti, la Lega risponde riscoprendo la secessione (tema degli esordi), l’identità  padana e inasprendo la lotta ai clandestini (triplicato il tempo di internamento nei Cie).
Difficile andar lontano, così.
E difficile anche – se non in virtù dei meri numeri – mettere davvero spalle al muro l’amico-nemico Berlusconi.
Se serviva una controprova di quanto fosse ormai logorato il rapporto tra la Lega e il premier, la folla di Pontida – una gran folla, come solo nei momenti di grandi vittorie o di grandi difficoltà  – l’ha fornita.
Fischi ogni volta che veniva citato il suo nome, grandi striscioni per invocare «Maroni premier».
Bossi ha definito la leadership di Berlusconi alle prossime elezioni «non scontata»: ma si è dovuto fermare lì, avendo chiaro che una parola in più lo avrebbe spinto in un vicolo al momento del tutto cieco.
Il punto è che la base leghista – antiberlusconiana per ragioni quasi antropologiche e caricata per anni a pallettoni fatti di slogan duri e modi spicci – digerisce sempre peggio certe prudenze (obbligate) del Gran Capo.
E’ a Berlusconi, alle sue ossessioni giudiziarie e ai suoi bunga bunga che vengono infatti attribuite le sconfitte dolorose non solo di Milano ma di Comuni-simbolo nell’iconografia leghista, da Gallarate a Desio, fino a Novara.
A fronte di questo, la prudenza dei capi è sempre meno accettata, e molti non nascondono di avercela anche con chi, nella Lega, si sarebbe «romanizzato»…
Un’immagine ha colpito molti dei cronisti accorsi a Pontida.
E’ accaduto quando, poco prima dell’arrivo di Bossi sul palco, volontari del servizio d’ordine leghista hanno sequestrato e poi minuziosamente sbrindellato un lungo striscione bianco con delle frasi vergate in nero: «Datevi un taglio. Abolite le Province e dimezzate il numero dei parlamentari. Ce lo avevate promesso».
Una contestazione figlia dei furori del passato, certo; e frutto, magari, di quelle compatibilità  politiche che nessun capo leghista, nelle valli, ha mai spiegato ai militanti della base e ai templari che vigilano sul fiume Serio…
Un problema, anche questo. E a giudicare da certi umori, nemmeno semplicissimo da affrontare.

Federico Geremicca
(da “Il Corriere della Sera“)

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FABIO GRANATA E FILIPPO ROSSI GIOVEDI 23, ALLE ORE 18, A GENOVA PRESENTANO “IL FUTURISTA”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

ATTESO APPUNTAMENTO PER LA DESTRA GENOVESE CON IL DIRETTORE DELLA RIVISTA MOVIMENTISTA E IL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA…. I DUE ESPONENTI FINIANI PARLERANNO NELLA PRESTIGIOSA LOCATION DI PALAZZO DUCALE, IN PIAZZA MATTEOTTI… FUTURO E LIBERTA’ PER UNA GENOVA FUORI DAGLI STECCATI

Due voci fuori dal coro, sicuramente due esponenti di area finiana fuori da schemi precostituiti e dal carattere anticonformista che li ha portati ad assumere posizioni anche “provocatorie”. Filippo Rossi è stato uno degli intellettuali di riferimento di FareFuturoweb per lungo tempo, fino alla realizzazione del nuovo progetto “il Futurista” che ha assunto sia la forma redazionale sul web che la cadenza settimanale in edicola.
Animatore di Caffeina e organizzatore di numerosi confronti con intellettuali di aree diverse, Filippo è uno spirito libero, slegato da schemi culturali pregressi, convinto che la destra del futuro vada fondata su nuovi presupposti, costruiti attraverso un percorso nuovo e comune, patriottico, laico e repubblicano.
Le stesse basi, ma in chiave politica, sono l’elemento che caratterizzano Fabio Granata, considerato uno dei più stretti collaboratori di Gianfranco Fini nella nuova avventura di Futuro e Libertà .
Fabio è un punto di riferimento per la Destra che difende la legalità , il rispetto delle Istituzioni e della magistratura.
Nelle sua veste di stimato vicepresidente della Commissione Antimafia è stato protagonista di numerose iniziative a sostegno degli operatori della giustizia e della sicurezza nella lotta che portano avanti contro la criminalità  mafiosa in territori difficili come in Sicilia.
Si è impegnato nell’opera di moralizzazione della casta politica, proponendo un rigoroso codice etico per chi entra nelle Istituzioni.
Spesso ha rappresentato l’anima critica anche in Futuro e Libertà  convinto che nella coerenza delle scelte politiche risieda il futuro di una destra deberlusconizzata che ambisca un domani a governare il Paese.
Un partito nuovo che sappia volare oltre i vecchi schematismi e le tradizionali alleanze., per ritornare a parlare di valori, di idee e di programmi.
La presentazione de “il Futurista” è fissata per le ore 18 di giovedì 23, a Genova , nella splendida cornice di Palazzo Ducale (P.za Matteotti 5, primo piano) e nella prestigiosa sala (g.c.) della Società  di Letture e Conversazioni Scientifiche.
Ora che lo sapete, cercate di esserci…

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I GIUDIZI DI BISIGNANI, RASSICURANTI PER LE ISTITUZIONI: “LA MINISTRA BRAMBILLA? UN MOSTRO, UNA MIGNOTTA COME POCHE”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

E ANCHE BRIATORE COMMENTA: “INCREDIBILE CHE SILVIO ABBIA POTUTO FARE SOTTOSEGRETERIA LA SANTANCHE”… QUANDO A TAVOLA FELTRI PARLAVA MALISSIMO DI BERLUSCONI

Luigi Bisignani i giudizi non se li risparmiava.
E spesso diceva quello che pensa anche in modo crudo.
Questo è quanto si può, al minimo, dire leggendo le intercettazioni pubblicate oggi da Repubblica nelle quali il faccendiere discute di tutti i maggiori personaggi che ruotano intorno alla politica italiana.
Cominciamo da Michela Vittoria Brambilla:
Bisignani parla con suo figlio, Renato, che ha passato la giornata all’autodromo per il Gran Premio di Monza.
È il 12 settembre 2010. Bisignani jr racconta di essersi presentato alla Gelmini come «il figlio di Luigi».
Il ministro dell’Istruzione, «carina», si è subito interessata, Renato riporta le sue parole: «Peccato che suo padre non me l’ha detto, se l’avessi saputo mi sarei preso io cura di lei, le avrei fatto fare un giro».
Bisignani jr continua: c’era « il figlio di Ignazio (probabilmente la Russa) non mi sono azzardato a salutarlo perchè non mi piace per niente».
Il padre chiede: «E invece Ignazio non c’era? ». Renato risponde di no e prosegue con il gossip: «La conosci la ministra rossa, quella del turismo?».
Bisignani senior: «No, è una stronza, brutta, un mostro, mignotta come poche, la più mignotta di tutte».
Niente a che vedere con la Gelmini, secondo il figlio: «Invece Stella, devo dire, veramente carina». Il faccendiere concorda: «Mi ha mandato il messaggio prima di te, pensa. Subito me l’ha mandato!».
C’è spazio anche per Daniela Santanchè:
Il sottosegretario Pdl è infatti un personaggio fisso del sistema Bisignani.
Per questo torna spesso nelle intercettazioni. Specialmente in quelle con Briatore, amico sia di “Gigi” sia di Daniela.
Il 18 agosto, dopo aver definito l’Italia «un paese senza timoniere», Briatore dice: «Guarda io la conosco da 30 anni, lei anche se fa una roba per te, la fa in funzione che te un giorno fai il doppio per lei (…) Quello che mi fa strano è che il presidente l’ha messa lì».
Ciò che colpisce gli inquirenti è la capacità  “informativa” di Bisignani: «Te la racconto io quella storia lì… E tutto il casino che è stato fatto perchè lei andasse lì».
La telefonata ha un finale sentimentale, Briatore: «Adesso con Sallusti è ufficiale, la roba». Bisignani sempre informatissimo: «Che poi lì si incazza Feltri come una pantera di sta cosa».
Con “il Giornale”, Bisignani ha un rapporto altalenante.
Nel pieno della campagna su Fini e la casa di Montecarlo, di cui non gradisce la virulenza e teme gli esiti politici, dice: «Ne abbiamo due o tre da zittire».
E il 9 agosto 2010, del “Giornale” e del suo direttore in quei giorni, Vittorio Feltri (tornerà  a “Libero” due mesi dopo), discute con Enrico Cisnetto, editorialista del quotidiano. «Lui ha in testa di candidarsi in politica appena Berlusconi schioda», dice Cisnetto.
«Secondo me — aggiunge — alcuni passaggi che lui (Feltri ndr.) fa sono pienamente finalizzati a creare problemi a Berlusconi, perchè poi, quando si è messo a tavola a parlare di Berlusconi, ne parlava talmente male… Se avessi avuto un registratore, mandavo la cassetta al Cavaliere. Sarebbe svenuto. Cosa non ha detto».

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E’ DAL NOTAIO IL PATTO SEGRETO BERLUSCONI-BOSSI:

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

LO CONFERMA GILBERTO ONETO, IL TEORICO DELLA SECESSIONE: “L’ACCORDO E’ COSTATO A BERLUSCONI IL DENARO PER SALDARE I DEBITI DELLA LEGA E PER ESTINGUERE LE QUERELE CHE PENDEVANO SUL PARTITO”

Tanto per intenderci, Gilberto Oneto è uno che quando detta il suo indirizzo mail non pronuncia il suffisso “it”.
Al massimo lo sostituisce con itterizia.
Si è iscritto alla Lega di Bossi nel 1986 e ha rinnovato la tessera fino al 2006. Architetto, giornalista è studioso dell’autonomismo delle regioni padano-alpine.
Nel 1996 viene nominato responsabile dell’identità  culturale nel “Governo della Padania”.
Per anni — prima di entrare in polemica con la dirigenza leghista — ha tenuto rubriche settimanali di storia identitaria sul quotidiano La Padania e su Radio Padania Libera. Per Libero ha praticamente riscritto la storia del Risorgimento in salsa leghista.
Amico e collaboratore di Gianfranco Miglio, Oneto conosce la Lega da dentro.
All’Infedele di Lerner lei ha confermato che tra Lega Nord e Berlusconi esiste un patto firmato da un notaio in virtù del quale i dirigenti del Carroccio non potranno mai ribellarsi al Cavaliere.
Un fatto risaputo da tutti nel partito e scritto anche in diversi libri (il primo fu Leonardo Facco nel suo Umberto Magno, ndr). Quel patto esiste.
Un accordo tra due persone (Bossi e Berlusconi ndr.), che quindi non ha la valenza legale ma poco importa.
Quel pezzo di carta per Bossi è un patto d’onore che verrà  rispettato fino alla morte.
Quanto è costato l’accordo?
A Berlusconi, sembrerebbe, i soldi per saldare i debiti della Lega e per cancellare centinaia di querele che pendevano sul quotidiano di via Bellerio (che al tempo titolava: “Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi”, mettendo in prima pagina le foto di Riina, Brusca, Bagarella, Berlusconi e Dell’Utri ndr.). A Bossi costa accettare e farsi andare bene le scelte più immonde.
Come quando nel ’98 alla Camera dei deputati la Lega Nord votò contro la richiesta di arresto di Cesare Previti, uomo di fiducia di Berlusconi?
In qualche modo fu l’anno della svolta per la Lega che smise i panni di movimento per indossare la cravatta d’ordinanza di un partito che di “sì” in “sì” ha addirittura accettato la guerra in Libia, contravvenendo persino all’articolo 11 della Costituzione. Argomento questo che peraltro mi sembra abbia avuto poco peso anche per lo stesso presidente della Repubblica, che sulla vicenda non ha mosso un dito. Ma tornando alla missione in Libia che senso ha andare a Pontida proclamando che ora bisogna ritirarsi? La dichiarazione di guerra non l’ha fatta certo Harry Potter e i leghisti di Roma dove se ne stavano? Ora si sono inventati la trovata della guerra a tempo…
Del raduno di domenica cosa rimane?
Un Bossi che cerca di fare il punto su una situazione difficile in cui si è cacciato da solo. Per la prima volta in 20 anni il popolo ha interrotto il discorso del Capo — mai accaduto prima — urlando se-ces-sione. Poi quel tentativo, quasi vano, di ufficializzare il passaggio di testimone a Roberto Maroni.
Perchè quasi vano?
Perchè faranno di tutto per non permetterglielo.
Chi?
Quelli della “banda del buco” che generalmente i giornali definiscono come quelli del “cerchio magico” fatto dalla moglie (assente a Pontida ndr) all’ interno del quale stanno, come dei figuranti, i vari Francesco Belsito (tesoriere della Lega), Marco Reguzzoni, Federico Bricolo e Rosi Mauro. Bossi di tanto in tanto cerca di sfuggire a quella presa mortale perchè si è reso conto che è arrivato il momento delle consegne. Sono convinto che proprio nel discorso di Pontida, quando ha parlato dei 15 anni di politica, abbia cercato di farlo capire anche a Berlusconi.
Quindi cosa accadrà ?
Bossi pensa che Roberto Maroni sia l’uomo giusto, anche se non sarà  mai un leader semplicemente perchè non ne ha le caratteristiche. In fondo Maroni è uno che preferisce stare tranquillo, ma è l’unico che può evitare lo sfacelo della Lega.
Un’altra ipotesi è che a Maroni venga almeno concesso di fare da traghettatore verso i diversi appuntamenti congressuali dove si scanneranno gli uni con gli altri. Alla fine vincerà  il migliore magari proprio riuscendo a fare fuori i vari “leccachiappe e cadregari”.
E poi?
Poi sarà  ora che anche gli altri partiti si sveglino, compresa la sinistra. Il futuro è nelle Leghe quelle che, però, a Roma non ci vanno. Parlo di identità  autonome siano esse liberali, ma anche cattoliche. Mi chiedo: che fine hanno fatto le proposte autonomiste di Cacciari e Chiamparino che sembrano rientrati nella dimensione monolitica di un partito unico. A lei sembra che in Catalogna stiano forse male? Io penso che l’autonomia farebbe bene a tutti. E guardi che in fondo i militanti della Lega sono arrabbiati perchè chi è andato a Roma si è dimenticato quello che sta scritto nello statuto della Lega.
Cioè?
L’indipendenza della Padania.
Secessione?
No, quello è uno strumento e non il fine. Io parlo di autodeterminazione che, come diceva Gianfranco Miglio, significa libera scelta di stare con chi si vuole e con chi ci vuole. Quello è l’unico vero obiettivo. Poi però mi chiedo come sia possibile definirsi indipendentisti e contemporaneamente fare il ministro “di Polizia” dello Stato italiano.

Elisabetta Reguitti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I MINISTERI RESTERANNO A ROMA, BOSSI SCONFITTO: “NON SI PUO’ AVERE TUTTO”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

CONTRORDINE PADANI, A PONTIDA VI HANNO SOLO PRESO PER IL CULO, COME SEMPRE…NIENTE TRASFERIMENTO DI MINISTERI: LA TARGA CALDEROLI SE LA ATTACCHERA’ A CASA E LA PIANTA DEL PALAZZO REGIO IL SINDACO DI MONZA POTRA’ RIVENDERLA SULLE BANCARELLE DELL’USATO

Finisce in «ammuina», assai poco padana.
Coi ministeri che non si smuovono da Roma.
Con la Lega che strappa “uffici di rappresentanza” al Nord per salvare la faccia.
E con un gran pasticcio parlamentare che consente però al governo di non andare sotto ed evitare che il testo dell’accordo Pdl-Lega venga messo ai voti.
Il Carroccio si accontenta. «Un passo alla volta, non si può avere tutto e subito» commenterà  Bossi. Che comunque non rinuncia alla la legge di iniziativa popolare e al «milione di firme».
Bersani ironizza: «Storia finita nel ridicolo in 48 ore: poveri leghisti, andati a Pontida per nulla». «Lega umiliata», sintetizza D’Alema.
Sta di fatto che alla guerra pomeridiana degli ordini del giorno, alla fine, tutti possono dichiararsi vincitori.
A buon titolo Pd, Idv e terzo polo, che ottengono l’approvazione dei rispettivi documenti, nonostante prevedano il categorico «no a ogni ipotesi di delocalizzazione» dei ministeri: incassano a sorpresa perfino il parere favorevole del governo (per evitare sorprese dal pallottoliere). Di più.
Il testo dei democratici viene approvato anche da una massiccia fronda formata da 16 deputati Pdl e tre Responsabili.
Compresi sei sottosegretari: Giorgietti, Cesario, Saglia, Crimi, Giro e Rosso.
La maggioranza dei berlusconiani invece si astiene.
A Palazzo Chigi tirano un sospiro di sollievo però quando Cicchitto riesce a scongiurare la votazione sull’ordine del giorno Pdl-Lega-Responsabili: il loro.
Quello che prevede appunto il mantenimento dei dicasteri nella Capitale con la possibilità  di aprire sedi di rappresentanza «operative» altrove «senza costi aggiuntivi».
E il frutto della mediazione raggiunta nottetempo a Palazzo Grazioli tra il premier Berlusconi e il ministro Calderoli, per disinnescare la mina di un documento dei pidiellini romani ispirato da Alemanno e Polverini e sostenuto dal ministro Giorgia Meloni.
L’ordine del giorno della “pace” viene depositato in mattinata per essere messo ai voti. Ma è a rischio “ko”, il governo allora lo fa proprio, come si dice in gergo, ne accoglie cioè i contenuti. E finisce lì.
Un pasticcio, appunto, dato che poco prima lo stesso governo si era schierato a favore dell’ordine del giorno Pd che escludeva le sedi decentrate.
«Qui non siamo a Bisanzio» sbotta il presidente della Camera Fini. Che accusa il capogruppo Pdl Cicchitto di «furberia tattica» Sono scintille.
I leghisti non gradiscono, loro vorrebbero che venisse votato e approvato l’ordine del giorno. Infatti escono dall’aula e non parteciperanno ad alcuna votazione.
Eppure, perBossi la soluzione trovata non è un «passo indietro».
Comunque va avanti perchè «quella roba li (i ministeri decentrati, ndr) la fanno in Gran Bretagna e Germania e in tutta Europa».
Alemanno, Polverini e la Meloni cantano vittoria, anche perchè nello stesso giorno viene stoppata la norma sul pedaggio sul Raccordo anulare nel decreto Sviluppo.
Il sindaco di Roma festeggia a pranzo con cotoletta al self service perchè comunque lui «non ce l’ha con i milanesi».
Da Milano, sbeffeggia a suo modo i leghisti anche il governatore Formigoni: «Tanto, nella Villa Reale di Monza non c’era un solo mq per i ministeri».

Lopapa Carmelo
(da “La Repubblica“)

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LA P4, IL NUOVO INCUBO DEL PREMIER: “FANGO SU TUTTI PER COLPIRE ME”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

NUOVO SCONTRO CON TREMONTI SULLA BANCA D’ITALIA… SILVIO PRONTO AD OFFRIRE IL QUIRINALE A CASINI PUR DI RICUCIRE CON L’UDC…BERLUSCONI PREOCCUPATO PER IL PROSSIMO INTERROGATORIO DI LELE MORA

Ora Berlusconi inizia ad avere paura.
Nemmeno la notizia del raggiungimento di quota 317 a Montecitorio (ma secondo Denis Verdini “siamo in realtà  già  a 321”), un livello mai toccato dalla maggioranza da quando c’è stata la scissione di Fli, riesce a risollevargli l’umore.
Quella sulla P4 sarà  pure “un’inchiesta sul nulla”, come ripete il premier a Stefania Prestigiacomo per rincuorarla.
Eppure il Cavaliere ne teme gli effetti, quelli mediatici e quelli politici, “il fango nel ventilatore”, con un indebolimento del governo proprio alla vigilia del varo della manovra finanziaria: “Sono io il vero obiettivo”.
A preoccupare il premier è anche l’arresto di Lele Mora con l’accusa di bancarotta. L’agente dello spettacolo sarà  infatti interrogato lunedì prossimo nel processo Ruby e stavolta dovrà  presentarsi in Tribunale con le manette ai polsi dentro un cellulare della polizia penitenziaria.
Un bel salto rispetto alle Bentley e ai fasti della Costa Smeralda.
Il Cavaliere teme le conseguenze psicologiche su “Lele” di una settimana trascorsa nella cella del carcere di Opera.
“Mora – è la battuta che circolava ieri nel Pdl – non è certo Primo Greganti. Se i pm lo tengono in galera quello canta”.
Anche Emilio Fede ieri, parlando alla “Zanzara”, non ha nascosto un certo pessimismo sull’amico finito nella polvere: “Quando l’albero è caduto tutti vanno a far la legna”.
Con questi pensieri nella testa Berlusconi ha affrontato ieri la prima giornata di verifica parlamentare a palazzo Madama.
Un discorso, preparato nella parte economica da Renato Brunetta, con cui il premier ha annunciato l’arrivo della riforma fiscale “prima della pausa estiva”.
Sembra sia stata proprio questa accelerazione a indispettire Giulio Tremonti, che non avrebbe fatto nulla per nascondere il suo disappunto.
Nonostante la smentita preventiva di palazzo Chigi (“voci prive di fondamento”), ci sarebbe stata anche un’altra occasione di litigio fra il premier e il ministro dell’economia, questa volta riguardo la successione di Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia.
Non è un mistero che Tremonti abbia puntato le sue carte su Vittorio Grilli, l’ex Ciampi boy diventato il suo braccio destro alla direzione generale del Tesoro.
Ma proprio per questo per il capo del governo non sarebbe opportuno mettere un uomo di Tremonti a Bankitalia, accrescendo in maniera significativa il già  vasto potere del ministro dell’Economia. Meglio allora una candidatura interna, come quella del direttore generale di via Nazionale, Fabrizio Saccomanni, gradito anche al Quirinale e all’ex governatore Draghi.
E tuttavia il premier, parlando con un deputato Pdl, ieri sera giurava che con il suo ministro dell’Economia le cose in questa fase stiano filando via più lisce del solito: “Semmai ad avercela con lui sono i leghisti, non io”.
Ma tra i due resta intatta la distanza politica sulle scelte da prendere con la manovra finanziaria e la riforma del fisco.
Per provare – invano – a strappargli qualcosa, giorni fa il Cavaliere ha inviato il gigante sottosegretario Guido Crosetto e il ministro Renato Brunetta a trattare con “Giulio”.
La loro missione era fare la faccia feroce, ma Tremonti non si è affatto spaventato. Anzi il ministro dell’economia ha raccontato divertito l’incontro a un amico: “Con quei due lì di fronte mi sembrava di stare nel bar di Guerre Stellari”.
Se la tensione con Tremonti resta alta, è a Pier Ferdinando Casini che il Cavaliere è tornato a guardare con la speranza di staccarlo dal terzo polo.
Ieri, nel discorso al Senato, lo ha corteggiato in tutti i modi. “Sia chiaro – era il messaggio rivolto ai centristi – che non voglio rimanere per sempre a palazzo Chigi e fare a vita il leader del centrodestra, voglio però fortissimamente lasciare all’Italia come mia eredità  politica un grande partito ispirato al Ppe”.
Nei prossimi giorni, appena nominato segretario, sarà  Angelino Alfano a incontrare Casini per discutere del futuro con l’Udc, con il più ampio mandato possibile. Berlusconi si è infatti convinto che non sia la candidatura a premier del centrosinistra l’oggetto del desiderio di “Pier”. Il quale in realtà  mirerebbe molto più in alto, al Quirinale piuttosto.
“Se Casini vuole farsi eleggere al Colle – ragiona un ministro del Pdl – allora potremmo offrirgli noi uno scambio. Lui al Quirinale e Alfano a palazzo Chigi. L’Udc e il Pdl si scioglierebbero per dar vita alla sezione italiana del Ppe, la vera casa dei moderati”.
Discorsi che, al momento, non sembrano fare breccia tra i centristi. “Non andiamo certo con loro adesso che sono alla canna del gas – osserva il capogruppo Udc al Senato, Gianpiero D’Alia, dopo aver ascoltato in aula Berlusconi – certo, se portano in Parlamento il quoziente famigliare noi lo votiamo. Ma finchè c’è Berlusconi lì dentro non possiamo andare”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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I MARONIANI AL CONTRATTACCO, NELLA LEGA LOTTA DI POTERE SENZA ESCLUSIONE DI COLPI: OGGI CERCHERANNO DI SILURARE IL CAPOGRUPPO REGUZZONI

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

BOSSI SE NE LAVA LE MANI: “SIETE MAGGIORENNI E VACCINATI, FATE VOI”…IL MANDATO DELL’UOMO VICINO AL CERCHIO MAGICO E’ SCADUTO, UN RINNOVO APPARE DIFFICILE, ANCHE SE REGUZZONI HA UN SOLIDO RAPPORTO CON IL SENATUR… IL BERGAMASCO STUCCHI POTREBBE ESSERE IL NUOVO CAPOGRUPPO

È raro vedere i leghisti formare capannelli alla Camera e parlare fitto fitto.
È ancor più raro che qualcosa di quello che si dicono filtri all’esterno. Ma questa volta la tensione è talmente alta che le notizie sfuggono dal controllo di un partito che del silenzio ha sempre fatto una regola ferrea: nella Lega è arrivato il momento della resa dei conti, con i maroniani che puntano alla rimozione di Marco Reguzzoni, capogruppo alla Camera ed esponente di spicco del Cerchio Magico.
Una lotta di potere destinata a cambiare gli equilibri nel movimento con inevitabili ripercussioni nell’ottica di una possibile successione a Umberto Bossi.
Se i colonnelli storici sono più inclini a lasciare Berlusconi, i cerchisti preferiscono aspettare.
Lui, il Senatùr, se la ride con la stampa dicendo “sono ancora giovane, a Pontida la gente gridava secessione, non successione”.
Ma la Lega al suo interno sta vivendo una vera e propria stagione di veleni, un terremoto testimoniato dalle facce stralunate esibite ieri dai deputati padani.
Tutto è iniziato proprio a Pontida. I cori per Maroni, quello striscione che lo acclamava a Palazzo Chigi, il suo discorso dopo quello di Bossi con l’impressione di tutti che il successore fosse proprio lui.
Da qui la reazione del Cerchio Magico composto dai capigruppo Reguzzoni e Bricolo e dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro, i tre che dalla malattia quasi sempre circondano fisicamente Bossi (da qui il nome del loro gruppo).
Dopo aver sparso la voce che le ovazioni di Pontida per Maroni erano state organizzate da una claque, il giorno dopo (lunedì) in via Bellerio scatenano l’attacco a un pilastro del potere leghista: Giancarlo Giorgetti, il segretario della Lombardia vicino a Maroni.
L’obiettivo è quello di addossargli la sconfitta elettorale e farlo commissariare da Rosy Mauro.
Ma i sindaci e i parlamentari lombardi minacciano di restituire la tessera della Lega, così come Calderoli e Maroni che bloccano il blitz.
Ieri il tentativo di insabbiare, con la Mauro che pubblica una smentita di fuoco contro i giornali che hanno raccontato l’attacco a Giorgetti.
Non sarà  successo nulla, come dicono i cerchisti, ma il contrattacco del resto del partito è immediato: l’obiettivo dei maroniani, ai quali si sono affiancati gli altri colonnelli e gran parti dei deputati non schierati con il Cerchio, è far saltare Reguzzoni.
Obiettivo ambizioso, visto che “il Reguzz” gode della piena fiducia di Bossi, al quale è legato da un rapporto molto stretto. Ma i numeri dovrebbero essere contro di lui. Alla riunione del gruppo di ieri quando è stato posto il problema (il mandato di Reguzzoni è in scadenza) si rischiava l’impasse, ma poi è intervenuto Maroni in persona che secondo i presenti ha forzato: “Beh, allora domani facciamo l’assemblea per il rinnovo”.
Bossi a quel punto avrebbe acconsentito: “Siete maggiorenni e vaccinati, decidete voi”.
Poi, nel pomeriggio, con i cronisti ammette: “Dopo un po’ i capigruppo vengono rieletti”.
Dal canto suo Reguzzoni sembra tranquillo, si presenta alla votazione finale sul dl sviluppo a braccetto del Senatùr (chi vuol intendere…) e a domanda risponde “non è nulla di trascendentale, ma dipende da Bossi”.
Frase che riporta la memoria a un anno fa, quando dopo l’addio di Cota tutti davano per scontato l’avvento di Giacomo Stucchi, salvo poi rimanere a bocca aperta quando all’ultimo minuto il Capo scelse Reguzzoni (e tutti si allinearono votandolo).
Il via libera di Bossi all’assemblea, che si celebra oggi pomeriggio, ha stoppato la raccolta di firme per mettere in discussione la poltrona di Reguzzoni.
Se si vota – e sarebbe la prima volta nella storia del Carroccio che una competizione sfugge al controllo di Bossi – Reguzzoni dovrebbe perdere, se è vero che la Lega di Gemonio (alias Cerchio Magico) conta su 5-6 deputati su un totale di 60.
Il candidato anti-Cerchio dovrebbe essere ancora una volta Stucchi, cinquantenne bergamasco gradito da Maroni e Calderoli (ormai sempre più vicini).
Ma con Bossi non si è mai sicuri di niente.
Sarebbe una grande vittoria per tutti quegli amministratori e parlamentari insofferenti verso il Cerchio Magico.
Ma è difficile ipotizzare che Reguzzoni venga abbandonato da Bossi. Anzi.
Da qui l’ipotesi circolata in serata di un suo passaggio alla guida della Lega Lombarda al posto di Giorgetti o una promozione al governo.
Già , perchè se Maroni riferendosi a un futuro da leader ai suoi amici confida che “è stata Pontida a decidere gli equilibri della Lega e non io”, tutti ricordano che la strategia di Bossi si è sempre basata sul divide et impera.
E un Reguzzoni forte servirebbe a tenere in tensione (e a bada) gli altri colonnelli.

Alberto D’Argenio e Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)

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STOP DELLA CAMERA AL TRASFERIMENTO DEI MINISTERI AL NORD: E’ CAOS IN AULA, FINI FA ESPLODERE LE CONTRADDIZIONI DEL PDL

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

PDL E LEGA NON RISCHIANO IL VOTO: IL GOVERNO DA’ PARERE FAVOREVOLE AI TESTI DI PD, IDV E FLI, CONTRO IL TRASFERIMENTO DEI DICASTERI PER EVITARE CHE SIA MESSO IN VOTAZIONE IL PROPRIO…ERANO UNA VENTINA I DEPUTATI DI MAGGIORANZA CHE NON L’AVREBBERO VOTATO…LITE CICCHITTO-FINI

Stop della Camera al trasferimento dei ministeri al nord, ma nell’aula di Montecitorio va in scena il caos.
Il governo accoglie l’ordine del giorno firmato da Pdl e Lega che recepisce l’accordo tra Berlusconi e Bossi: nessun trasloco di ministeri, al Nord saranno aperte solo sedi di rappresentanza.
Ma l’esecutivo, per evitare problemi, dà  via libera anche a tutti gli ordini del giorno del Pd, dell’Idv e del Terzo Polo: quello del Pd esclude «ogni ipotesi di delocalizzazione dei ministeri» e nel testo si afferma il “no” anche alla «semplice introduzione di sedi decentrate delle amministrazioni centrali, ipotizzata da alcuni esponenti delle maggioranza».
Una scelta, quella di accogliere «coscientemente» ordini del giorno dal contenuto tra loro «contraddittorio», stigmatizzata da Gianfranco Fini, protagonista di uno scontro in aula con il capogruppo del pdl Fabrizio Cicchitto.
Il sì del governo agli ordini del giorno a volte viene ritenuto sufficiente da chi li presenta, e non si arriva alla votazione.
Pd, Idv e Terzo Polo, invece, chiedono che l’aula voti ugualmente sui loro documenti. Il Pdl è in imbarazzo.
Su quei testi, il Pdl si astiene mentre i deputati della Lega non partecipano alla votazione.
C’è confusione in aula; a sorpresa, il Pdl vota l’ordine del giorno del Fli con cui si impegna il governo «a rigettare la richiesta proveniente dalla Lega di spostamento dei ministeri al Nord».
L’atteggiamento del governo viene duramente criticato dal Pd e dall’Udc.
«Se per non andare alla votazione, il governo accoglie gli ordini del giorno cui non dà  attuazione, si crea un malcostume politico e istituzionale di cui la presidenza si deve far carico», dice il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che chiede a Fini di convocare la Giunta per il regolamento per dirimere la questione.
In Aula va in scena una battaglia in punta di regolamento: teoricamente, una volta approvato l’ordine del giorno del Pd, tutti gli altri sarebbero assorbiti, ma Fini decide di far pronunciare l’aula su tutti i testi per i quali si richieda la votazione.
Giunti al testo di Pdl e Lega, però, Fabrizio Cicchitto annuncia di «accontentarsi» : il governo ha già  dato il suo ok, argomenta, inutile votare.
Il Pd insiste: per andare comunque al voto due deputati democratici provano a far proprio l’ordine del giorno, ma Cicchitto è irremovibile.
È qui che va in scena lo scontro con Fini.
«Qui non siamo a Bisanzio» dice il presidente della Camera. E poi aggiunge: «Non ho alcuna difficoltà  a dire, assumendomene la responsabilità , che considero una furberia tattica l’atteggiamento dell’onorevole Cicchitto che sa perfettamente che qualora venisse posto in votazione l’ordine del giorno correrebbe il rischio di vederlo bocciato».
E mentre infuria la protesta della maggioranza, Fini bacchetta anche il governo: «Anche se non è potestà  della presidenza valutare l’intima coerenza dei pareri espressi – sostiene – il governo ha espresso coscientemente dei pareri contraddittori tra di loro dando un parere favorevole a ordini del giorno che sostenevano delle opinioni diversificate».
Più tardi, in capigruppo, Cicchitto e Fini si chiariscono. Ma il presidente della Camera resta del suo avviso: «Non si è mai visto – commenta con i suoi collaboratori – che il governo dia parere favorevole su tutti gli ordini del giorno pur di non farli votare».

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