Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
IL FIGLIO IN UNA INTERVISTA AVEVA CRITICATO IL PIRELLONE PER LE ULTIME VICENDE GIUDIZIARIE… CELEBRANO UN “EROE BORGHESE” UCCISO DALLA MAFIA E CACCIANO I CONGIUNTI
Oggi il Pirellone ricorderà Giorgio Ambrosoli, ‘eroe borghese’, il liquidatore del Banco
Ambrosiano ucciso dalla mafia su ordine di Michele Sindona nel 1979.
Ma al ricordo non sarà presente il figlio, Umberto, che pure era stato contattato qualche settimana fa e aveva dato la sua adesione.
Il motivo: le frasi dette da Ambrosoli sulle vicende giudiziarie che coinvolgono molti esponenti della Regione in una intervista a Repubblica, due settimane fa.
Una richiesta a Formigoni di azzerare la giunta che non sarebbe piaciuta ai vertici del Pirellone, tanto da decidere per l’incredibile esclusione del figlio di Ambrosoli (e di ogni altro membro della famiglia) dalla cerimonia della Giornata dell’impegno contro le mafie e in ricordo delle vittime che si terrà nell’auditorium Gaber.
Come anticipa il sito Affaritaliani, gli studenti milanesi verranno accolti da rappresentanti delle istituzioni (non dovrebbe esserci l’indagato Davide Boni) e poi ci sarà la proiezione del film di Michele Placido su Ambrosoli, con una introduzione dell’ex magistrato Giuliano Turone.
Non vuole polemizzare per la scelta, Umberto Ambrosoli, ma dice: «Chi andrà alla cerimonia avrà la possibilità di vedere quante declinazioni possibili esistono del senso di responsabilità ».
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
NELLA RIFORMA DELL’ART. 18 C’E’ LA FINE DELLA CONCERTAZIONE… A UNA ESTENSIONE “DIMENSIONALE” DELLA TUTELA CORRISPONDE UNA LIMITAZIONE DI QUELLA “FUNZIONALE”
“Niente birra e panini al numero 10 di Downing Street”, era il motto di Margareth Thatcher ai tempi della storica vertenza con i minatori inglesi.
Nella Gran Bretagna di Iron Lady con i sindacati non si trattava.
Trent’anni dopo, nell’Italia di Mario Monti le porte di Palazzo Chigi sono aperte: con le parti sociali si tratta, e si è trattato a lungo in questi giorni e in queste settimane.
Ma il risultato pratico è lo stesso.
Se i “corpi intermedi” della società condividono le scelte, tanto meglio. In caso contrario, il governo va avanti comunque.
Lo strappo si è dunque compiuto.
Il presidente del Consiglio ha deciso di scrivere la sua riforma del mercato del lavoro sacrificando la Cgil.
Un sacrificio pesante, e gravido di conseguenze.
È ancora una volta l’articolo 18 a segnare un decisivo cambio di fase, che modifica strutturalmente non solo le relazioni industriali, ma anche le consuetudini politiche del Paese.
Dietro alla rottura tra Monti e Camusso c’è molto di più di un dissenso sulle nuove norme che regolano i licenziamenti.
C’è la fine della concertazione, che ha scandito i rapporti tra politica ed economia nella Seconda Repubblica.
C’è la fine di una costituzione materiale, che dal 1992 ha affiancato la Costituzione formale nelle fasi più acute della crisi italiana.
Nel passo compiuto dal governo c’è una svolta di merito. Anche nella legislazione giuslavoristica italiana cade quello che tutti consideravano l’ultimo tabù.
L’articolo 18, cioè l’obbligo di reintegrare il lavoratore, resterà solo nei licenziamenti per motivi discriminatori, e varrà per tutte le aziende, comprese quelle con meno di 15 dipendenti.
Ma a questa estensione “dimensionale” della tutela corrisponde una limitazione di quella “funzionale”.
Nei licenziamenti per motivi disciplinari soggettivi toccherà al giudice decidere se applicare la reintegra o l’indennizzo.
E nei licenziamenti per motivi economici oggettivi scatterà solo l’indennizzo.
Proprio quest’ultima è stata la molla che ha fatto scattare il no della Cgil.
Sarebbe ingeneroso liquidare questo no come il solito riflesso pavloviano di una deriva sindacale massimalista e conservatrice.
La preoccupazione della Camusso, ancorchè non del tutto condivisa da Bonanni e Angeletti, è tutt’altro che infondata.
In questo nuovo schema l’articolo 18, di fatto, non viene “manutenuto”, ma manomesso.
I diritti si trasformano in moneta.
Una forzatura paradossalmente accettabile, in un Paese che cresce a ritmi del 3% e crea un milione di posti di lavoro l’anno, o in un Paese che ha un sistema collaudato e coperto di flexsecurity scandinavo.
Non nell’Italia di oggi, in piena recessione, con una disoccupazione giovanile del 29,7% e un nuovo sistema di ammortizzatori sociali che entrerà a regime solo nel 2017.
In queste condizioni, la “via bassa” della produttività e della competitività scelta finora dalle imprese espone i lavoratori a un rischio oggettivo: qualunque crisi aziendale sarà regolata con i licenziamenti per motivi economici, al “prezzo” di un indennizzo che costerà poco più di un qualunque pre-pensionamento.
Questo aspetto non può essere trascurato, in un sistema produttivo che investe assai poco (negli ultimi dieci anni la quota di ammortamenti dell’industria è calato dal 6 al 3,7% rispetto al fatturato) e che già ora tende a far pagare ai più deboli il conto della crisi.
È un problema serio, che indebolisce il molto di buono che pure c’è nella riforma del governo, dall’introduzione di una tutela universale per chi perde il lavoro al disincentivo alle troppe forme contrattuali che hanno perpetuato finora il massacro sociale del precariato.
E stupisce che il premier giustifichi la decisione di scardinare l’articolo 18 con la necessità di far cadere un impedimento “vero o presunto” agli investimenti esteri in Italia. Non si comprime un diritto, in nome di una “presunzione”.
Se c’è anche solo un ragionevole dubbio che per le imprese straniere l’articolo 18 sia “un alibi” per non investire, allora le si convince con la forza dei numeri.
E i numeri, oggi, dicono che su 160 mila cause di lavoro pendenti solo 300/500 sono attivate ai sensi di quella norma, che dunque è un falso problema.
Ma nel passo compiuto dal governo c’è anche una svolta di metodo.
Monti lo spiega con una chiarezza esemplare.
Quando riconosce il dispiacere per la rottura con la Cgil, ma aggiunge che il “potere di veto” non è più consentito a nessuno.
Quando racconta di aver cercato fino all’ultimo il consenso di tutti, ma annuncia che al vertice finale di domani “non ci sarà alcuna firma” delle parti sociali su un documento del governo.
Quando ammette che il dialogo con le parti sociali “è importantissimo”, ma avverte che non può tradursi in una “cultura consociativa” che in passato ha scaricato il costo degli accordi sulla collettività .
La cesura, culturale e politica, è chiarissima: il governo consulta, ma non concerta. Il suo unico interlocutore è il Parlamento, ripete più volte il premier.
È al Parlamento che questo governo risponde, ed è in Parlamento che questo governo si andrà a cercare i numeri che servono a far passare questa riforma.
È un principio incontestabile.
La sovranità del potere legislativo non è in discussione.
Neanche (o meno che mai) per un governo tecnico che si regge su una convergenza tripartita, piuttosto che su una maggioranza organica.
Ma anche qui ci sono due domande, che non possono essere evase.
La prima domanda: il governo ha fatto davvero tutto il possibile per imbarcare anche la Camusso nell’intesa?
Il dubbio è legittimo: l’impressione che in una parte del governo e del Parlamento vi siano forze che animate da una rivincita ideologica spingono per “dare una lezione” alla Cgil è forte, e non da oggi.
Come è forte l’impressione che all’esecutivo, in fondo, non dispiaccia presentare a Bruxelles e ai mercati una riforma del lavoro accompagnata dallo “scalpo” del sindacato più importante, da esibire come un trofeo di “guerra”.
La seconda domanda: il governo ha chiare le implicazioni politiche di questo strappo? L’accordo separato che esclude la Cgil riapre una drammatica spaccatura dentro il Pd. Il silenzio di Bersani è assordante, e rivela da solo l’enorme imbarazzo di un partito irrisolto, che sarà pure attraversato dalla faglia “socialdemocratica”, ma che resta pur sempre l'”azionista di riferimento” del governo Monti.
Il presidente del Consiglio non può non essere consapevole di cosa può accadere nel centrosinistra (e magari anche nella Lega) di qui al voto parlamentare sulla riforma. Caduto un tabù, può cadere anche un governo.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
INDENNITA’ DAI 15 AI 27 MESI SUI LICENZIAMENTI DISCIPLINARI… REINTEGRO POSSIBILE PER I CASI RITENUTI DISCRIMINATORI
Modello tedesco per l’articolo 18. Alla fine il governo è andato per la sua strada sul nodo più
caldo della trattativa e le conseguenze sono ancora tutte da scoprire.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ieri sera è stato perentorio: «Per il governo la questione sull’articolo 18 è chiusa».
Lo schema scelto sui licenziamenti innova per quanto riguarda quelli disciplinari ed economici, lascia invariata la disciplina dei discriminatori.
Le novità riguardano tutti i lavoratori, anche quelli attualmente assunti, con decorso dal momento in cui entrerà in vigore la legge.
Riepilogando, sui licenziamenti ci saranno tre fattispecie diverse.
La prima è quella dei licenziamenti per motivi discriminatori: in qualsiasi tipo di azienda, sotto o sopra i 15 dipendenti, i licenziamenti determinati da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza a un sindacato e dalla partecipazione ad attività sindacali già oggi è nullo, indipendentemente dalla motivazione.
In ogni caso c’è il reintegro del lavoratore sul posto di lavoro.
Questa fattispecie non è stata modificata.
Oggi poi, un lavoratore può essere licenziato anche per motivi disciplinari o economici. In questi casi alle imprese che occupano alle proprie dipendenze più di 15 lavoratori si applica l’articolo 18 della legge 300/1970, meglio nota come Statuto dei Lavoratori, marginalmente modificata dalla legge 108 /1990, che assicura la tutela della stabilità del posto di lavoro
Il giudice allorquando ritenga che il licenziamento non è assistito da giusta causa o giustificato motivo, deve ordinare la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro senza la possibilità di un’alternativa di tipo risarcitorio ovvero senza alcuna possibilità di monetizzare la stabilità del rapporto.
Non solo.
Oltre alla reintegrazione, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore, pari alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino alla effettiva reintegrazione (e comunque non inferiore a 5 mensilità di retribuzione).
In sostanza il datore di lavoro potrebbe non reintegrare effettivamente il lavoratore ingiustamente licenziato nel posto di lavoro, ma dovrebbe continuare a pagargli ininterrottamente un’indennità pari alle retribuzioni correnti.
Solo il lavoratore può liberare il datore di lavoro dalla prosecuzione di tale obbligo risarcitorio chiedendo (in base alla legge 108 /1990) un’indennità pari a 15 mensilità .
La sentenza di reintegrazione comporta anche l’obbligo di pagare le contribuzioni previdenziali e assistenziali sulla retribuzione globale dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione.
Se il lavoratore, invece, non riprende servizio entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro, o entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, non richiede il pagamento dell’indennità sostitutiva del reintegro, il rapporto si intende risolto alla scadenza dei termini sopra indicati e i contributi sono dovuti fino a quella data.
Fin qui i licenziamenti individuali.
E’ noto che le imprese che occupano più di 15 lavoratori possono anche licenziare per riduzione o trasformazione di attività .
Se il provvedimento riguarda da 5 lavoratori in su, si applica un’altra normativa, quella dei licenziamenti collettivi «per riduzione di personale», regolata dalla legge 223/1991, che dalla riforma non viene toccata.
Tornando ai licenziamenti individuali, la novità introdotta dal governo Monti prevede che, in caso di licenziamenti disciplinari, per il lavoratore che vada dal giudice, il reintegro è previsto solo se il motivo è inesistente perchè il fatto non è stato commesso o se il motivo non è riconducibile al novero delle ipotesi punibili ai sensi dei contratti collettivi nazionali.
In tutti gli altri casi di inesistenza dei motivi addotti dal datore di lavoro, il giudice dispone soltanto un indennizzo da 15 a 27 mensilità e mai il reintegro.
L’altra novità riguarda i licenziamenti per motivi economici.
Una volta finiti in tribunale, il giudice non potrà vagliare le motivazioni economiche alla base del provvedimento e non avrà la possibilità di reintegrare il lavoratore ma potrà soltanto stabilire un indennizzo tra le 15 e le 27 mensilità .
Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero ha poi spiegato che ci saranno anche altre novità per «accorciare la durata del processo», la cui attuale, eccessiva lunghezza viene considerata penalizzante dalle aziende.
Antonella Baccaro
(da “la Stampa“)
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
E’ SUCCESSO POCHE ORE FA NEL CENTRO DI TORINO…L’UOMO DELLA SOCIETA’ CIVILE CHE STAVA PER ENTRARE NELLA GIUNTA FASSINO
Alberto Musy, 44 anni, avvocato e docente, capogruppo del Terzo Polo in consiglio comunale, è stato ferito stamattina in un agguato sotto casa.
Il consigliere, che abita in centro, in via Barbaroux 35, è sceso per la consegna di un pacco e quando ha aperto la porta un uomo gli ha fatto fuoco.
Soccorso dai familiari e dai vicini di casa, è ora ricoverato alle Molinette, in rianimazione.
Le condizioni di Musy – si apprende da fonti ospedaliere – sono gravi.
Il consigliere comunale è stato sedato e intubato nel reparto di Rianimazione.
Secondo una prima ricostruzione della Polizia, contro Musy, che esercita la professione di avvocato, è stato sparato più di un colpo di pistola da una persona che poi è fuggita.
L’aggressione è avvenuta all’interno del cortile del palazzo dove Musy abita, in via Barbaroux, nel centro del capoluogo piemontese.
Il sindaco di Torino, Piero Fassino, non appena appresa la notizia dell’aggressione a Musy, si è recato alle Molinette.
Alberto Musy è capogruppo Udc- Alleanza per la città in Consiglio comunale.
Negli ultimi tempi si rincorrevano le voci di un suo ingresso nella maggioranza, forse addirittura nella giunta di Fassino con un ruolo di primo piano.
S’è parlato di una delega di peso: una via, quella dell’alleanza con il suo gruppo, attraverso la quale il sindaco Fassino si proporrebbe di uscire dall’empasse degli attriti col gruppo di Sinistra e Libertà .
In questi mesi, ha presentato uno studio per introdurre il road pricing a Torino ed è tra gli autori del nuovo regolamento comunale sulle nomine.
Alle elezioni, Musy ha sfidato Piero Fassino alla poltrona di sindaco sostenuto da Fli Udc e Api.
Avvocato, ha 44 anni, è docente di diritto privato comparato. Con la sua designazione, tenuta a bettesimo sotto la Mole da Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli, si era formalizzata una candidatura della cosiddetta “società civile”, essendo il suo primo impegno diretto in politica dopo una militanza giovanile nel Partito liberale.
Professore di Diritto comparato all’Università del Piemonte orientale, ha esperienze di lavoro e d’insegnamento all’estero (Montreal, New York, Tel Aviv).
E’ l’erede di una dinastia nota a Torino, grazie alla ditta che produce gioielli dal 1706, anche per Casa Savoia.
Il suo slogan elettorale era «L’alternativa, finalmente». Tra i suoi obiettivi: eliminare la Ztl .
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
SI PARLA TANTO DI ALTRI MODELLI DI ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, VEDIAMO DA VICINO LA NORMATIVA VIGENTE NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI
Il nodo al centro della trattativa tra governo e sindacati resta l’articolo 18. 
L’esecutivo guarda al modello nord europeo e, in particolare, a quello tedesco.
Ma come si licenzia in Europa?
La formula più accreditata è quella che garantisce più flessibilità , ma anche più tutela ai singoli lavoratori.
GERMANIA
Fra il 2003 e il 2005 è stato profondamente riformato il mercato del lavoro, reso molto più flessibile.
I disoccupati sono molto diminuiti, dai 5 milioni del 2006 ai 2,7 del 2011.
Il sussidio di disoccupazione (67% dell’ultimo stipendio netto) è concesso per un anno dopo la perdita del posto.
Dopo si ricevono altri sussidi: 680 euro per un appartamento (inclusi 374 euro calcolati per vivere) e l’assicurazione sulla salute.
Il licenziamento è più facile per le imprese con meno di 10 dipendenti.
Per le altre va giustificato.
I contratti a tempo determinato possono essere rinnovati fino a due anni e per non più di tre volte.
GRAN BRETAGNA
I contratti di lavoro si dividono in employment (rende il lavoratore un dipendente) e services (regola uno scambio di prestazioni, chi lo firma resta di fatto in proprio).
Non esiste la contrattazione collettiva nel settore privato e sempre meno nel pubblico. Esistono clausole che proteggono dal licenziamento senza giusta causa: il lavoratore può fare ricorso al tribunale e chiedere un indennizzo.
In caso di riduzioni collettive del personale per ragioni economiche, l’azienda deve garantire al lavoratore indennizzi.
FRANCIA
I licenziamenti individuali sono più facili che in Italia.
Il lavoratore cacciato senza giustificato motivo ha diritto solo a un risarcimento (minimo sei mesi di stipendio).
Il licenziamento per motivi economici è possibile solo in caso di chiusura o trasformazione dell’attività , come nel caso di fallimento o di ristrutturazione.
Il datore di lavoro ha però l’obbligo di proporre all’impiegato misure di riconversione e di riqualificazione prima del licenziamento.
Quanto ai sussidi per la disoccupazione, sono finiti i tempi delle vacche grasse.
I beneficiari sono infatti sottoposti a regole molto più stringenti rispetto al passato, con l’obbligo di dimostrare con estrema regolarità che sono alla ricerca di un lavoro.
DANIMARCA
Il modello della flexicurity (fusione dalle parole inglesi flexibility e security) dà alle aziende margini più ampi per licenziare i propri dipendenti rispetto al resto dell’Unione, ma offre ai dipendenti una maggiore tutela.
Il lavoratore licenziato percepisce il 90% dell’ultima retribuzione per il primo anno di disoccupazione, l’80% per il secondo, il 70% per il terzo e il 60% per il quarto.
L’azienda paga il sussidio e aiuta il lavoratore a trovare un nuovo lavoro, con corsi di formazione.
Il modello ha portato la Danimarca ad avere un basso livello di disoccupazione.
SPAGNA
Il dipendente a tempo indeterminato può essere licenziato anche senza giusta causa. L’azienda è tenuta solo a versargli un risarcimento, che la riforma del mercato del lavoro varata dal governo Rajoy in febbraio ha ridotto di molto: 20 giorni invece di 45 per anno di lavoro (per 12 anni al massimo) per le imprese in difficoltà , 33 per le altre (per 24 anni al massimo invece di 42).
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL CASO DI DOMENICO SCOPELLITI:, PRIMARIO DI CHIRURGIA MAXILLO FACCIALE A VILLA BETANIA: “OBBLIGATO A TIMBRARE IL CARTELLINO, MI SENTO UMILIATO”
Otto mesi con lo stipendio da 3.200 euro al mese netti senza lavorare.
Dopo un anno di paziente attesa, Domenico Scopelliti, 50 anni, uno dei più apprezzati esperti di chirurgia maxillo facciale in Italia, è amareggiato: «Basta: non riesco più a sopportare questa umiliazione. Sto pensando di andarmene all’estero: le offerte non mancano».
Il medico ha presentato un ricorso al giudice del lavoro contro la Asl Roma-E e contro la Regione, in attesa che forse la Corte dei conti verifichi se ci siano gli estremi di danno erariale.
Nei prossimi giorni verrà fissata la prima udienza.
La storia inizia quando Renata Polverini, per arginare il deficit della sanità , il 30 settembre 2010 decreta la chiusura, tra gli altri, del reparto di Chirurgia maxillo facciale di Villa Betania, diretto da Scopelliti.
La struttura fa parte della Asl Roma-E.
Il 12 marzo di un anno fa, dopo due proroghe, il reparto termina l’attività .
«Da allora non sono stato più messo in condizioni di lavorare – taglia corto il medico – ma per oltre 8 mesi mi hanno costretto a timbrare il cartellino e rimanere 6 ore e 20 minuti con le braccia conserte. Volevano farmi fare piccoli interventi ambulatoriali, come eseguire una biopsia o togliere un dente del giudizio, ma ho fatto notare questo non ha nulla a che vedere con il mio lavoro: sono interventi che competono a un dentista. Io mi occupo di altro…».
Infatti Scopelliti, che vanta oltre 40 missioni umanitarie nei Paesi in via di sviluppo (come Filippine, Afghanistan, Venezuela, Madagascar, Senegal e Kenya), ha maturato una grande esperienza, oltre che nelle patologie traumatiche e oncologiche sul viso, nelle malformazioni congenite su neonati e bambini, ridando il sorriso a centinaia di ragazzini che, senza il suo aiuto, probabilmente sarebbero rimasti sfigurati per tutta la vita.
Professionalità che gli viene riconosciuta anche a livello internazionale: è l’unico italiano invitato a parlare a maggio nel congresso mondiale di malformazioni cranio facciali.
«Ma a prendere lo stipendio senza lavorare io non ci sto – sottolinea -. Ho chiesto tante volte alla Asl e alla Regione dove mi avrebbero mandato, ma non mi hanno mai saputo rispondere.
Così dal 15 giugno al 31 ottobre 2011 alla Asl ho fatto domanda di “aspettativa per inattività forzata”».
Il 7 luglio 2011, però, arriva alla Asl Roma-E una lettera dalla Regione, firmata dal sub commissario Giuseppe Spata che annuncia il trasferimento di Scopelliti e della sua èquipe nel San Camillo dal 1° settembre.
«Pensavo che tutto si stesse sistemando – aggiunge il primario – ma il 31 agosto dalla Regione hanno mandato un’altra lettera che prevedeva il nuovo reparto nel Santo Spirito». Per aprirlo, però, «servono strumenti, personale e uno spazio adeguato – fa notare Scopelliti -. Così la direzione generale della Asl mi commissiona un piano di riorganizzazione. E mi fanno revocare l’aspettativa».
I primi di ottobre il primario consegna alla Asl e alla Regione il piano.
Dopo un mese la Asl sollecita la Regione ricordando che continua a pagare stipendi a tre dipendenti (Scopelliti e due suoi aiuti) senza farli lavorare.
Fino a dicembre non si muove nulla.
Il primario non si dà pace: «Perchè sono stato privato della possibilità di curare centinaia di malati? Forse perchè non ho una tessera di partito in tasca…».
Comunque dei 350 pazienti in lista d’attesa per un intervento a Villa Betania, la maggior parte giovani (tra 18 e 30 anni), oltre ai 500 già operati e ancora da seguire, Scopelliti ha continuato ad assisterne «senza farmi pagare» una piccola parte nel suo ambulatorio privato: «Attraverso “Operation Smile” e grazie a collaborazione con la clinica Sanatrix che ha messo a disposizione sale operatorie e reparto – rivela – ho potuto operare gratuitamente 21 pazienti, quelli più disagiati. Tutti gli altri malati, purtroppo, sono finiti in altri ospedali a ingrossare le liste d’attesa…».
Francesco Di Frischia
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
PER DIVERGENZE INTERNE ALLA MAGGIORANZA, CONGELATA LA DECISIONE: TUTTO RINVIATO ALLA NUOVA GIUNTA E AL NUOVO SINDACO… SI RIAPRONO I GIOCHI SULLA SCELTA DELL’AREA
È finita, anzi, non è finita nel peggiore dei modi. 
La moschea di Genova si farà , ma dove, quando e come rimane un mistero.
La politica che non decide mai per non scontentare nessuno festeggia la sua affermazione in un tripudio di documenti, delibere, ordini del giorno che dicono tutto e il contrario di tutto.
Ma che ottengono il risultato prefisso: un contentino a te, un contentino a me, perchè ognuno possa cantar vittoria.
E non rimediare una brutta figura dopo aver digrignato i denti.
Le primarie sono alle spalle, ma ora arrivano le elezioni, quelle vere.
Quelle che decidono chi vince, ma anche quale sarà la forza in campo di ogni partito della coalizione.
E allora per qualche voto in più vale tutto.
Ma l’importante è rimandare, procrastinare, allungare un’altra volta i tempi.
E non decidere nulla prima della sfida delle urne.
Il Pd incassa un sì alla nobile affermazione che gli islamici hanno diritto a un luogo di culto. Poi si vedrà .
L’Idv ottiene che i giochi si riaprano sull’area individuata, sull’eventualità di “diverse” proposte e sul “processo partecipativo” del quartiere del Lagaccio.
Il “modello Tav”, che tanti successi ha ottenuto fino a oggi sul campo?
Gli islamici di Genova, di fronte all’ennesima soluzione di mediazione che salva solo gli equilibri e gli interessi piccini di parte, assistono sbigottiti all’ennesimo rinvio.
Sfoderano parole improntate alla diplomazia, ma sotto sotto minacciano di far saltare loro il banco: se entro l’estate le fantasticate “alternative”, magari pure “condivise”, non arriveranno, daranno il via ai lavori nell’immobile di Coronata.
Insomma: nel luogo dal quale era partito tutto e dove si rischia di tornare dopo un interminabile gioco dell’oca.
Di tutte le parti in causa, i musulmani genovesi sono stati fino a oggi gli unici a rispettare i patti.
Bisognava creare una fondazione, per dare a Tursi un interlocutore strutturato e credibile? Fatto.
Bisognava varare uno statuto iper-democratico? Fatto.
Bisognava ottenere le proprietà degli edifici dall’organizzazione che gestisce tutti gli affari degli islamici d’Italia, perchè il Comune avesse ogni garanzia? Fatto.
A quel punto tutto sembrava risolto.
E tra persone serie e leali i patti si rispettano.
Ma l’interlocutore non “strutturato e credibile” è diventato a questo punto Palazzo Tursi. Perchè ormai si era approssimato troppo il tempo delle primarie, perchè i contendenti si acconciavano a sfidarsi e anche chi era rimasto fuori dalla partita delle consultazioni, come l’Idv, studiava il modo di ottenere la massima rendita di posizione.
Risultato?
Chi prometteva che a quel punto sarebbe bastato un semplice passaggio in giunta per chiudere la partita ha dimostrato di dir solo parole al vento.
Tutte le carte dovevano tornare in consiglio: agone dove in questi mesi si sfogano i peggiori istinti pre-elettorali.
L’accordo finale è solo un bla-bla.
A Marta Vincenzi viene concesso l’onore della bandiera.
Chi sostiene che “gli islamici hanno diritto a un luogo dove pregare” ottiene il via libera a un’affermazione di principio più inconsistente di un ectoplasma.
L’Idv gonfia il petto per aver dimostrato ancora una volta la sua capacità d’interdizione. Ognuno porta a casa un pezzettino di successo.
Della figuraccia rimediata non sembra interessare nulla a nessuno.
Marco Menduni
(da “Il Secolo XIX”)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
CHI E’ L’ASSESSORE REGIONALE INDAGATO PER FINANZIAMENTO ILLECITO AL PDL… SEMPRE UN PASSO INDIETRO A IGNAZIO, SI E’ FERMATO ALLA MATURITA’
Una vita all’ombra del padre e dei fratelli.
«Calimero» di una famiglia vincente: il papà Antonino, senatore e tra i fondatori del Movimento sociale, i fratelli Ignazio, l’ex ministro con gli occhi di ghiaccio, e Vincenzo.
Entrambi avvocati, non come lui, Romano, cucciolo di famiglia, che si ferma alla maturità classica.
Come i più grandi (c’è anche la sorella Emilia) nasce a Paternò, in provincia di Catania. È il 1952. Arriva a Milano nel 1960, le medie e il ginnasio al liceo Carducci, dove iniziano gli anni della militanza, prima con la Giovane Italia, poi con il Fronte della gioventù, i movimenti giovanili del Msi.
Sempre un passo indietro a Ignazio (Vincenzo, democristiano per tutta la vita, viene definito dal padre «il chierichetto di casa»).
Sempre nel suo cono d’ombra. Pronto ad accogliere tutte le sue scelte.
E così da almirantiano diventa finiano e, infine, berlusconiano.
Romano con il gusto della rissa (dalla San Babila degli anni Settanta alle scazzottate con i rautiani); che si prende un ceffone dal padre dopo aver sfasciato il palco in piazza Duomo quando al microfono ci sono i monarchici di Alliata («porta rispetto», gli dice); che nel frattempo gestisce la società «Prealpina» (un capannone a Pero che distribuisce sanitari per la Pozzi-Ginori), e si occupa della famiglia, cinque figli e la moglie, Donatella, l’amore della vita.
Consigliere comunale a Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni, poi il salto in Regione, ed è il ’95. Cresce, Romano.
Parlamentare europeo, nel 2008 diventa assessore regionale all’Industria, quindi, dal 2010, alla Protezione civile: balza alle cronache la sua battaglia bollata come «xenofoba» per rendere socialmente utili i profughi libici (vuole mandarli a spalare la neve).
Con Formigoni il rapporto è ondivago, alti e bassi, «soprattutto quando c’è di mezzo Cl».
Gli amici dicono che il suo maggior pregio è il cuore grande: «Romano aiuta sempre tutti, anche quando cambiano casacca. Un camerata è sempre un camerata».
Il difetto: «Si lascia trascinare dalle situazioni con troppo slancio. E quel genero, Marco Osnato, è un po’ ingombrante».
Impulsivo. «Ma questa storia dei diecimila euro – dice Stefano Di Martino, storico esponente della destra milanese – fa ridere, non ne ha bisogno. Romano è un uomo onesto».
Annachiara Sacchi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
LE RIFLESSIONI DI FLAVIA PERINA: DIECI MOTIVI PER ESSERE FELICI
1- Fini ha chiaramente ribadito la volontà di andare oltre gli schemi
del partitino e di aprire le porte alle energie e alla voglia di politica degli italiani.
E gli applausi hanno chiaramente dimostrato l’apprezzamento dei quadri e della base per il passaggio topico del suo intervento finale: «Cercate di far rimanere Fli così come è nato. Per favore, non chiamatelo partito: certo, serve l’organizzazione, ma troppe volte i partiti finiscono per essere nomenklatura.
Lo spirito deve essere quello di un grande movimento, che cerchi di essere futurismo dei tempi moderni».
Non quindi una corsa alla percentuali, «chi se ne importa», serve tornare a essere «sale e pepe nella minestra, non contano cinque o sei deputati in più».
2- Il dibattito ha riservato delusioni a molti: la scaletta ha privilegiato i parlamentari, e qualcuno si è preso davvero troppo tempo.
Però, ci sono stati momenti di qualità e suggestioni positive: l’idea lanciata da Lanna di una Costituente repubblicana, ad esempio, in cui portare le migliori energie del Paese per costruire la Terza Repubblica.
3- C’era quindi non solo un Presidente in grande spolvero ma una platea pronta ad accogliere positivamente ogni passo avanti, fuori dai piccoli stagni in cui tante volte sembriamo impantanati.
4- Il teatro di Pietrasanta, alla fine, era la location giusta: popolare e fuori dagli schemi della politica patinata.Se ci fosse stato anche un wireless decente e un po’ più di tecnologia per smistare rapidamente gli interventi in rete sarebbe stato perfetto.
5- Il gruppo romano ha riservato le migliori sorprese. Eravamo i più numerosi, e anche i più attenti. I più organizzati e quelli che sono riusciti a passare una bellissima serata insieme. Proprio grazie a quell’atmosfera speciale alla Bottega dei Piastroni, è nato l’intervento strano mio e di Fabio Granata.
Sentivamo di dover dare qualcosa di più del solito comizio a delle persone così generose, e convinte, e pronte a spendersi per un’idea.
6- La chiara direzione impressa da Fini alla nostra esperienza politica mette all’angolo tutte le polemiche degli ultimi mesi.
Non siamo una fabbrica di deputati o di consiglieri comunali, non siamo il partitino del 4 per cento, ma un cantiere politico dove deve esserci spazio per tutti e che deve coltivare grandi ambizioni. Da oggi si vedrà chi vuole lavorarci e chi no.
7- Ho usato nel titolo l’espressione essere felici non a caso. La politica è anche felicità . E io a Pietrasanta ho visto facce felici. È importante quanto (e più) di un bel discorso.
8- Lo sforzo del gruppo organizzazione è stato premiato. E sono contenta che chi si è speso tanto per sistemare le cose al meglio abbia visto risultati concreti.
9- L’attenzione dei media c’è stata, eccome. A conferma che il nostro problema non è genericamente quello della comunicazione ma quello dei contenuti.
Quando la notizia c’è (e in questo caso era una chiara presa di posizione sulla Rai come servizio pubblico essenziale) i giornali scrivono. Quando ci rifugiamo nel cerchiobottismo neanche un mago riuscirebbe a darci visibilità .
10- Ho tenuto per ultimo la mia personale soddisfazione. Per un intervento che è andato fortissimo (oggi oltre 60mila visualizzazioni per il duetto con Granata: come se avessimo riempito una piazza) ma anche per la sincera commozione di chi porgendomi la mano per salutarmi mi diceva grazie.
Siamo un mondo bellissimo.
La politica è bellissima.
Flavia Perina
argomento: Fini, Futuro e Libertà | Commenta »