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IL CAVALIERE ORA PREPARA IL VIDEOMESSAGGIO SHOCK

Agosto 21st, 2013 Riccardo Fucile

AFFIDATO AD ALFANO L’ULTIMATUM: “PIEGA IL PD IN DIECI GIORNI O E’ FINITA”

Un ultimo, estremo tentativo per salvare le larghe intese.
Questo è il massimo che Angelino Alfano è riuscito a strappare al termine di un lungo e drammatico vertice ad Arcore dominato dai falchi del Pdl.
È un vero e proprio ultimatum quello del Cavaliere al governo: «Io non credo più a Napolitano, non mi fido più di nessuno. Ma, se vuoi, tu Angelino prova a farli ragionare. Altrimenti la chiudiamo subito qui, prima ancora della riunione della giunta».
L’ultima offerta al Pd, affinchè accetti di rimettere in discussione la legge Severino e blocchi la decadenza di Berlusconi da senatore, il segretario del Pdl – accompagnato da Renato Brunetta – la sottoporrà  direttamente a Enrico Letta in un incontro a quattr’occhi.
Un faccia a faccia decisivo, che potrebbe svolgersi oggi stesso al rientro del premier da Vienna. Ma se la risposta dovesse essere negativa, Berlusconi ha già  deciso di far saltare il tavolo: «Digli che hanno tempo fino a fine agosto per decidersi».
Dieci giorni, questa è la scadenza.
Il mandato di Alfano non prevede subordinate. O il Pd accetta di fermare i lavori della giunta e si apre a riconsiderare la costituzionalità  della legge Severino, oppure il Pdl ritirerà  i suoi ministri dall’esecutivo
Un’accelerazione drammatica verso la crisi di governo. Un indurimento che preoccupa molto il capo dello Stato e gli stessi ministri berlusconiani, ormai prigionieri dei falchi come Santanchè e Verdini.
Napolitano infatti, a differenza di qualche giorno fa, avrebbe iniziato a nutrire il sincero timore che il Cavaliere non stia bluffando e sia deciso ad andare fino in fondo
Puntando alle elezioni anticipate.
Lo stesso Gianni Letta (la cui assenza significativa dal vertice di Arcore di ieri, insieme a quella dei ministri, non è passata inosservata) avrebbe confidato ad alcuni sui interlocutori tutto il suo sconforto per la deriva oltranzista maturata dal suo partito.
Con parole amare: «Quelli che i giornali chiamano pitonesse e falchi non sono matti ma criminali».
Il problema è che stavolta il primo dei falchi sembra essere proprio il Cavaliere.
L’ha compreso bene un altro amico di vecchia data che, di solito, interviene per moderarne gli eccessi e riportarlo su un terreno più pragmatico: Fedele Confalonieri.
Dopo Ferragosto, durante una cena a cui hanno partecipato anche i figli Marina e Pier Silvio, Berlusconi avrebbe dato vita a un lungo sfogo contro i giudici, il Pd, Letta e Napolitano, al termine del quale persino “Fidel” ha alzato bandiera bianca: «Alle tue aziende una crisi di governo non conviene. Ma le aziende le hai fondate tu e l’importante ora sei tu»
Che Berlusconi si stia preparando al peggio è un fatto assodato.
Da giorni diversi parlamentari del Pdl riferiscono di aver ricevuto telefonate direttamente dal leader.
Il succo è una chiamata alle armi, un «tenetevi pronti», condito da giudizi poco lusinghieri su Napolitano e sul premier.
Specialmente sul premier. «Se anche lo facessimo cadere – è quanto si è sentito dire un ex ministro – non è che sarebbe un gran danno. Letta parla parla ma non resta molto di quello che dice, questo governo non incide»
Manca poco all’accusa di mancanza del «quid».
Le colombe sperano a questo punto che qualcosa si muova nel Pd. Maria Stella Gelmini, presente al summit di Arcore, quasi implora che vengano prese in considerazione le parole di «illustri costituzionalisti e penalisti – da Capotosti, ad Armaroli, Fiandaca – non certo vicini al centrodestra, in ordine a svariati profili giuridici di illegittimità  e incostituzionalità  » della legge Severino.
E’ il tasto che batteranno Alfano e Brunetta, lo stesso argomento che torna nelle parole di Donato Bruno, di Fabrizio Cicchitto.
Sebbene pochi si facciano illusioni. Berlusconi infatti sembra una locomotiva in corsa, tanto che ieri avrebbe presentato anche un «crono-programma » con i tempi della nascita di Forza Italia, della crisi, delle elezioni anticipate.
Annunciando di aver in animo di registrare un video messaggio per sancire la fine dell’esperienza Letta e l’inizio della pugna.
Una sorta di riedizione del discorso della calza, quello della discesa in campo del ’94. «Non possiamo stare al governo con i nostri carnefici», è stato il leit motiv della serata a villa San Martino.
«Abbiamo sbagliato a dar retta a Napolitano e a dare vita al governo Letta, questi non cambieranno mai». La stessa soluzione di sottoporre alla Corte costituzionale la legge Severino (ammesso che il Senato possa intraprendere questa strada) trova il Cavaliere più scettico che mai. «Voi vi appassionate a questa storia della costituzionalità , ma la mia opinione sulla Consulta la conoscete bene. Volete che mi affidi a quelli che hanno già  bocciato il lodo Alfano? Sono 11 contro 4, è un plotone di esecuzione della sinistra »
Di fronte all’ultimatum di Berlusconi i margini per salvare il governo sono molto stretti.
Nella notte romana il pessimismo prevale tra i filogovernativi di entrambi i partiti.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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DAL PD NESSUNA CONCESSIONE A SILVIO: “NON SIAMO NOI A DOVERLO SALVARE”

Agosto 21st, 2013 Riccardo Fucile

SINTONIA LETTA-EPIFANI… L’UNICA DISPONIBILITA’ E’ PIU’ TEMPO PER LA MEMORIA

«Se le richieste berlusconiane sono quelle di cui parlano, noi teniamo duro». Guglielmo Epifani usa queste parole, dopo il pranzo a palazzo Chigi con Enrico Letta. «La sintonia con il segretario è totale», confida il premier ai suoi.
La profezia di Ugo Sposetti, secondo cui il Pd si sarebbe spaccato sulla condanna di Berlusconi, al momento non si è avverata.
Il partito appare unito come mai era accaduto nel suo recente passato.
Nessuna concessione è tollerata: nè l’avallo al ricorso alla Consulta, nè un lasciapassare sulla decadenza da senatore.
Zero aperture sul voto al Senato, insomma.
La sentenza Mediaset per una volta ha messo d’accordo il complicato arcipelago delle correnti, appianando faide e veleni.
Per tutti valgono le parole di Paola De Micheli, la fedelissima di Letta: «Non possiamo risolvere noi i problemi del Cavaliere ».
Il sì nella giunta per le elezioni è quindi la linea Maginot.
L’unica disponibilità  che viene ventilata è quella di concedere un po’ di tempo in più per la presentazione della memoria difensiva, se mai i berlusconiani lo chiederanno. «Ma niente di più».
Non è escluso che il D-day possa slittare a fine settembre
E tuttavia l’offensiva di Silvio Berlusconi nelle ultime 48 ore si è fatta così serrata, che tra la dirigenza si fa largo l’idea che il Cavaliere faccia sul serio nei suoi propositi di far saltare le larghe intese.
«È come una mosca in un bicchiere, fa di tutto per uscire, ma la via d’uscita non c’è – spiega un ministro – e va a sbattere continuamente contro il vetro».
Bella istantanea. Non sembra più un bluff, come era apparso finora.
La strategia di un leader che punta ad alzare il prezzo.
«Una crisi ora – mette in chiaro Epifani – provocherebbe un danno serio al Paese e specialmente per le fasce sociali, che hanno pagato i prezzi più alti in questi anni». È il segno che il Pd deve scegliere se davanti a richieste irricevibili sia Letta a staccare la spina o se sia meglio «riversare su Berlusconi tutta la responsabilità  delle elezioni anticipate ».
Qualcuno fa maliziosamente notare che le parole pronunciate al Meeting di Rimini dal premier sembravano quelle di uno che si prepara a tornare alle urne
Il premier naturalmente spera ancora di poter convincere le colombe a far ragionare il Cavaliere sull’opportunità  di rovesciare il tavolo.
Si scruta tuttavia con preoccupazione i gabinetti di guerra che si susseguono in questi giorni ad Arcore.
«La situazione – spiega ai suoi prima di raggiungere Vienna – è ancora in evoluzione».
Tutto è precipitato nel giro di una settimana. Dopo la nota del Colle le elezioni sembravano rinviate al 2015. Ora, a fronte della disperazione che trapela dal bunker di Arcore, ci si prepara al peggio.
«Noi – dicono al Nazareno – non accetteremo soluzioni vergognose per la nostra storia e per il nostro popolo».
Un messaggio eloquente, a pochi giorni dall’avvio delle feste democratiche, dove i big si confronteranno con una base che ha sempre mal digerito l’alleanza con il Pdl.
Una posizione che la iper-governista De Micheli riassume così: «Noi non siamo moralisti, siamo semplicemente realisti». E aggiunge: «Nessuno scambio è possibile. Non si transige. Siamo tutti d’accordo»
Dice una vecchia volpe come Beppe Fioroni: «Davvero non capisco cosa ci guadagni Berlusconi a far cadere il governo. Ha tutto da perdere. La verità  è che nel centrodestra è in corso una seduta di psicoterapia di gruppo nella quale esorcizzano la paura del dopo-Silvio. Ma prima o poi bisogna tornare a fare i conti con la realtà ».
La dura realtà  che a volte può assumere forme imprevedibili.
L’altro giorno Felice Casson, membro della giunta al Senato, ha evocato lo spettro dei franchi tiratori: il Cavaliere salvato nel segreto dell’urna in aula, dove — a differenza della giunta — il voto sarà  segreto?
«Beh, se e per questo i franchi tiratori potrebbero spuntare da entrambi i lati», ragiona un dirigente democratico, dando corpo alle ipotesi di una fronda di berlusconiani ostili al voto
Ragiona il bersaniano Davide Zoggia: «Sapevamo quali erano i guai giudiziari del Cavaliere, quando nacque questo governo, ma non è mai stato in discussione che l’avremmo salvato noi. In uno Stato di diritto le sentenze si rispettano nella convinzione che la legge sia uguale per tutti».
E quindi prova a rassicurasi così: «Aveva promesso la fine dell’Imu, lo sblocco dei crediti alle imprese: se cade tutto questo naufragherà . Gli italiani non glielo perdonerebbero»
L’altro capitolo del pranzo tra il segretario e il premier ha riguardato la gestione della prossima fase congressuale.
La mozione anti-vecchi di Francesco Boccia ha avuto l’effetto di rimescolare le correnti, come dimostra il vespaio di polemiche innescato dal documento.
Epifani ha garantito che tenterà  di tenere separate la partita congressuale dalla vita del governo.
Letta ha assicurato la sua neutralità , per schermare la già  fragile esistenza dell’esecutivo dalle tensioni interne. Il Pd tiene duro.

Concetto Vecchio
(da “La Repubblica“)

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MARCO TRAVAGLIO: SUPERESPOSITO UNCHAINED

Agosto 21st, 2013 Riccardo Fucile

OGNI GIORNO SU “IL GIORNALE” CONTINUA LA MACCHINA DEL FANGO CONTRO IL GIUDICE ESPOSITO CON TESTIMONIANZE “DISINTERESSATE” E SMENTITE… UNA TECNICA ORMAI COLLAUDATA, L’IMPORTANTE E’ CHE NAPOLITANO FIRMI LA GRAZIA AL DIFFAMATORE

Nella bizzarra convinzione che sputtanando il giudice si assolva il condannato, il Giornale pubblica ogni giorno a puntate le avventure del giudice Antonio Esposito: l’avvincente feuilleton si avvale di testimoni super partes, che disinteressatamente accorrono a compiacere B. narrando ai segugi sallustiani le gesta dell’alto magistrato fin dalla più tenera età .
Ne emerge la figura di un supereroe da cartoon giapponese, dotato di uno stomaco di ghisa (è sempre lì che mangia con qualcuno) e ossessionato sin dall’infanzia dall’incubo B. (non parla d’altri che di lui, come Sherlock Holmes di Moriarty, come Eliot Ness di Al Capone, come Basettoni di Macchianera).
Ieri sul Pornale, nell’ultima puntata della saga, il commissario Zuzzurlo ha scovato un tale Massimo Castiello da San Nicola Arcella (Cosenza) che dal 2011 non vedeva l’ora di liberarsi di un terribile segreto: una cena a casa sua, ospiti d’onore l’attore Franco Nero in arte Django e naturalmente lui, SuperEsposito, che per l’intero pasto avrebbe ammorbato i commensali con feroci invettive contro B.: “Mi sta proprio sulle palle… Si salva sempre.. gli avvocati… la prescrizione… Ma se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così…”.
Già  che c’era, il nostro eroe avrebbe tirato in ballo anche Wanna Marchi, da lui condannata nel 2009 subito dopo un’altra cena a Verona — anch’essa svelata dal Pornale — in cui avrebbe sparlato di lei e di B. (dunque, secondo la logica arcoriana, innocente pure lei).
Esposito smentisce con tanto di testimoni. In attesa che l’ennesimo processo per diffamazione chiarisca chi mente fra i Sallusti boys e il giudice (noi un’ideuzza ce l’avremmo), siamo in grado di rivelare i prossimi episodi della serie.
Con nuovi, mirabolanti colpi di scena.
I compagni di merendine.
Giggino ‘o Scannafemmine, autorevole imprenditore di Vallo della Lucania, rivela al Giornale che nel primo dopoguerra Esposito fu suo compagno di banco alle elementari, e spesso gli rubava la merendina con espressioni del tipo: “Questo è un esproprio proletario: ora tocca a te, ma un giorno, appena mi capitano a tiro Berlusconi e Wanna Marchi, gli faccio un mazzo così”.
Scherzi da prete.
Padre Incoronato Molestia, parroco della chiesa di Santa Fuggitiva ad Agropoli, ricorda che il piccolo Esposito terrorizzava gli amichetti dell’oratorio tirando loro i capelli, poi si giustificava in confessione: “Che ci posso fare, padre, è più forte di me: da grande voglio fare il giudice per strappare la chioma finta a Berlusconi e quella tinta a Wanna Marchi”.
Ammazza la vecchia.
Gennaro ‘o Squartaguaglioni, prestigioso assistente sociale ultracentenario di Sapri, ricorda perfettamente in un’intervista al Giornale quando, nei primi anni 50, il giovane Esposito prestava opera di volontariato in un ospizio: si faceva consegnare una vecchina al giorno per portarla a spasso, la aiutava ad attraversare la strada, poi la spingeva sotto le ruote della prima automobile di passaggio urlando: “Mi alleno per Berlusconi e Wanna Marchi”.
Rasta il Selvaggio.
Tonino ‘o Ciucciasangue, decano dei vigili urbani di Castellabate, vuota il sacco con il Giornale: ormai prossimo alla maggiore età , un irriconoscibile Esposito coi capelli rasta e i piercing dappertutto, dalle sopracciglia all’ombelico, si aggirava nottetempo per le strade di periferia armato di bomboletta spray e imbrattava i muri, sempre con la stessa scritta, all’epoca incomprensibile ai più: “Wanna Marchi e Berlusconi finirete in schiavettoni”.
Tressette col morto.
Totonno ‘o Scarrafone, titolare della cattedra di Furto con Scasso all’Università  Campania-3, svela al Giornale che una sera dell’estate del 1979 invitò a casa sua il giudice Esposito, l’inseparabile Franco Nero, Giovanni Rana, Roberto Carlino e la buonanima di Bombolo per una partita a tressette, purtroppo funestata dalle continue truffe del giudice Esposito, che estraeva continuamente dal polsino le carte vincenti che gli aveva precedentemente passato Ilda Boccassini. E si giustificava col dire: “Al confronto di Berlusconi e Wanna Marchi, io sono un principiante”.
Il giudice pirata.
Il maresciallo Pascalone ‘a Mazzetta, comandante in pensione dei carabinieri di Paestum, rammenta perfettamente in una lettera al Giornale quando, nel 1987, fermò sul lungomare cilentano un energumeno, poi qualificatosi come il giudice Esposito, a bordo della sua fiammante Mercedes del 1971 mentre sgasava a tutta birra a 12 km l’ora e tentava di sfuggire alla contravvenzione con la scusa che doveva raggiungere al più presto Arcore per arrotare Berlusconi e, inspiegabilmente, anche Wanna Marchi.
Ultimo stadio.
Don Rafe’ ‘o Scurnacchiato, filosofo napoletano e appassionato di calcio, racconta al Giornale un’indimenticabile domenica in tribuna laterale allo stadio San Paolo nei primi anni 90 in occasione dell’incontro Napoli-Milan: al suo fianco uno scalmanato signore con gli occhiali, una vera iradiddio, proferiva epiteti irriferibili all’indirizzo dell’arbitro, sospettato di favorire smaccatamente i rossoneri.
Quando lo sentì berciare “cornuto venduto pagato da Berlusconi!”, non ebbe più dubbi: era il giudice Esposito. Sul momento non comprese il senso di un’altra sua frase: “Il Cavaliere e Wanna Marchi mi stanno sulle palle, ma se mi capitano a tiro gli faccio un mazzo così”. Ora però ha capito tutto. Dunque Berlusconi e Wanna Marchi sono innocenti.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IMU, L’IMPOSTA CAMBIA NOME MA LA TASSA RESTA: LA PRESA PER I FONDELLI

Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO DI BARETTA: “DA SETTEMBRE SERVICE TAX”

Prendete una tassa. Abolitela, almeno a parole.
Createne una nuova, che ne accorpa altre due. Una che non esiste, e una che resta ancora in vita da un’altra parte.
E voilà : il miracolo dell’Imu è compiuto.
Volendo cancellare una tassa, ve ne ritroverete due. O di più.
Il conto alla rovescia è cominciato, entro le prossime due settimane il governo dovrà  risolvere, questa volta definitivamente e senza rinvii, il nodo dell’imposta sulla prima casa.
Archiviando una volta per tutto il valzer linguistico di Pdl e Pd, attorcigliati ormai da mesi tra abolizione totale, superamento e rimodulazione.
Il viceministro Baretta oggi ha aggiunto un primo elemento di chiarezza: la prima rata, rinviata da giugno, non si pagherà .
Il governo garantirà  i 2,4 miliardi necessari per coprire il provvedimento.
E tra le nove ipotesi prospettate dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni per risolvere la questione nel suo complesso, quasi certamente si opterà  per la numero otto. Quella che prevede l’introduzione della Service tax.
Una strada destinata, in teoria, a mettere nel cassetto una volta per tutte l’Imu.
“Penso a una tassa unica di stampo federalista, gestita dai Comuni, – ha ribadito Baretta – che inglobi la Tares e che potrebbe essere finanziata strutturalmente con un trasferimento dallo Stato centrale agli enti locali di due miliardi l’anno in modo da assicurare l’esenzione dalla tassazione della prima casa”
Troppo poco per dire addio all’Imu però.
Perchè l’ipotesi messa a punto dall’ex dg di Bankitalia non parla affatto di abolizione. Trasferisce la questione integralmente ai comuni, dà  loro la possibilità  di azzerare l’aliquota, e quindi l’imposta, compensando il mancato gettito con 2 miliardi.
La metà  esatta del flusso di cassa che assicura invece la tassa sulla prima casa.
Nessuna abolizione automatica quindi, ma palla in mano agli enti locali.
Se lo vorranno, potranno diminuirla fino allo zero. A convincere i comuni ad andare in questa direzione (“Ad accrescere l’autonomia finanziaria dei comuni”, dice il documento del Mef), ci penserà  la Service Tax.
La nuova imposta che i comuni potranno introdurre, con un gettito potenziale massimo fino a 2 miliardi.
Un tassa di “accorpamento”, si è detto. In realtà , si tratta di una tassa nuova di zecca visto che l’Imu resta in vigore, e i servizi comunali che andrebbe a finanziare oggi sono garantiti dalle casse comunali.
E quindi, anche, dall’Imu.
I conti li ha fatti la scorsa settimana la Uil, su Repubblica.
Tolta tutta l’Imu (in teoria), e introdotta la Service Tax il risparmio per famiglia sarebbe di 115 euro all’anno.
Differenza tra i 225 che oggi in media si paga di Imu e i 110 che si ipotizza si pagherà  con la Service Tax.
Fosse finita qui sarebbe quasi un successone.
Peccato che accanto alle imposte già  citate potrebbe restare fuori la Tares, inizialmente esclusa dalla Service Tax (ma inclusa oggi da Baretta), e il nuovo balzello sulle case sfitte volto a compensare la deducibilità  dell’Imu dal reddito di impresa e da lavoro autonomo.
Cosa significherà  in concreto?
Per le imprese, che si potrà  scalare l’Imu sui cosiddetti “capannoni” dal proprio imponibile. E quindi pagare meno tasse. Una ottima notizia.
Per tutti i cittadini proprietari di case senza inquilini in affitto, vorrà  dire invece ipotizzare un “reddito figurativo”, da aggiungere all’imponibile Irpef.
E quindi pagare più tasse. Una cattiva notizia.
Già , gli inquilini. Sono loro l’unica vera buona notizia per i proprietari.
Perchè l’imposta che di fatto va a rimpiazzare l’Imu, la Service Tax, verrà  pagata non più soltanto dagli affittuari, ma da entrambi.
Solo così l’aggravio reale per i proprietari sarà  di fatto diminuito.
Calcolatrice alla mano, l’esborso del governo – a parte i 2,4 miliardi per lo stop della prima rata – sarà  solo di due miliardi.
Quanti ne metterà  a disposizione per garantire i margini di manovra ai comuni per ridurre o eliminare l’Imu.
Tutto il resto – sommate Imu, Service Tax, Tares e nuove imposte – si candida a diventare un gigantesco gioco di prestigio per consentire a tutte le parti politiche di cantare vittoria.
Abolizionisti, superazionisti e rimodulazionisti.
Salvo poi, per i cittadini, trovarsi in tasca a fine dicembre più o meno quanto lo scorso anno.
Nella migliore delle ipotesi.

(da “Huffington post“)

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LETTA CERCA DIECI TRANSFUGHI PDL

Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile

FATTI I CONTI, E’ QUESTO IL NUMERO DI SENATORI DEL PDL CHE POTREBBERO GARANTIRE LA SOPRAVVIVENZA DEL GOVERNO ANCHE NEL CASO CHE BERLUSCONI VOLESSE LA CRISI

“Non cade”. Ostentano sicurezza i democratici più vicini al presidente del Consiglio. Il governo va avanti, nonostante le ultime bordate di Berlusconi, nonostante le ennesime provocazioni dei suoi.
Ma se Berlusconi dovesse veramente sfilarsi, si può continuare senza di lui o fare un Letta Bis?
Il punto di rottura è sempre la condanna, ovviamente, e il voto della giunta del Senato sulla decadenza del Cavaliere.
Renato Schifani l’ha detto a nome di tutti: «Se il Pd vota contro l’approfondimento sulla legge Severino che noi abbiamo chiesto», se cioè il Pd non la tira per le lunghe, anzi lunghissime, garantendo la nota «agibilità  politica» del leader del centrodestra, «per noi sarebbe impossibile parlare di un percorso comune».
Si divorzia, insomma.
Anche perchè, sostengono dal Pdl, la decadenza non è un automatismo e se il Pd vota, è una ‘dichiarazione di guerra’. Berlusconi pare stia già  preparando il discorso. Lo leggerà  al Senato, prima della fine, e sarà  – ricostruisce la Stampa – «un j’accuse contro le toghe rosse». Gli argomenti sono prevedibili. Gli esiti scontati.
Fine dei giochi. Fine della pacificazione. Fine di Enrico Letta.
C’è chi non vede l’ora. Come Daniela Santanchè: «Il governo?», dice dalle spiagge della Versilia, «Fosse per me non ci starei un minuto di più. E’ fatto da gente che non è riuscita nemmeno coi brogli a far fuori Berlusconi».
Dove i brogli sarebbero del Pd, dunque. Neanche dei giudici.
«Letta mi mette angoscia», continua Santanchè, «bisogna abolire l’Imu e lui parla di riforma elettorale. Ma quella non si mangia!».
Forte della protezione del Quirinale, Letta però non sembra preoccupato.
Anzi rilancia e invia avvertimenti: «Gli italiani puniranno tutti quelli che anteporranno gli interessi di parte a quelli del Paese».
Forse pensa già  a come sopravvivere senza il Cavaliere.
Uno dei deputati più vicini, al ‘Corriere’, dice: «La forza di Berlusconi sono sempre stati i suoi voti. Ma questi voti, adesso, ce li ha anche perchè sostiene un esecutivo che prova a portare il Paese fuori dai guai. Se prova a staccare la spina, un pezzo di elettorato si staccherà  da lui».
E con questo – è dunque il non detto – una pattuglia di parlamentari. Senatori, soprattutto.
Perchè ‘pagherà  chi farà  cadere il governo’ – è l’idea – soprattutto perchè, con la crisi di questo esecutivo, non ci sarà  alcun raccolto facile. Napolitano l’ha detto proprio rispondendo sulla grazia, parlando di «ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle camere».
E se non si sciolgono le camere, vuol dire che si fa una nuova maggioranza.
Già , ma con chi? Con il Movimento 5 Stelle? Non più impossibile, ma difficile.
Ieri parlando a ‘Repubblica’ Vito Crimi ha lasciato aperta una porticina: «La fine delle larghe intese significherebbe l’arrivo del nostro turno.Mettiamo in fila le cose da fare, poi, con quel pacchetto di proposte ci rivolgiamo ai parlamentari e chiediamo: chi ci sta?».
Ma non è detto che il Pd ci stia. Almeno non la sua componente più ‘lettiana’.
Ad esempio, secondo Francesco Boccia, «con il M5S non avremmo meno difficoltà  di quante ne abbiamo oggi con il Pdl, anzi».
E allora ecco l’idea di una nuova maggioranza. Ma con il vecchio governo o un suo bis.
Ma ci sono i numeri? Il problema, come noto, è al Senato.
Lì 108 sono i senatori del Pd e 20 quelli di Scelta Civica.
Dieci in tutto, i senatori autonomisti che stanno insieme al Psi di Nencini.
Si potrebbero pescare i 7 senatori di Sel, certo più disponibili verso un governo senza più Berlusconi (i vendoliani però lasciano intendere che preferirebbero un governo con una guida diversa, magari di Matteo Renzi, «un nuovo governo di scopo», ragiona in pura ipotesi Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera, «per poi, riformata la legge elettorale, tornare al voto»).
Poi ci sono i fuoriusciti del M5S: sono tre e vengono dati per ‘interessati’. Ma da convincere.
Certamente più facili da imbarcare sono invece i senatori iscritti al ‘Gal’, gruppo Grandi Autonomie e Libertà , ma non sono di più di 7.
Quindi – anche dando tutti questi per assoldati, in astratto – saremmo a 155 senatori: non lontani dai 159 necessari, ma lontani da una ragionevole stabilità .
Una stabilità  che accontenti Napolitano
Chi può allora salvare Letta? Improbabile la Lega Nord, perchè stando a Salvini, loro non ci pensano neanche: «Caro Letta l’autunno sta arrivando», minaccia con l’aria di chi sta per brindare, il vice di Maroni.
E non potrebbe essere altrimenti, ora che lo strappo con B. è ricucito
E allora? Allora servirebbero dei fuoriusciti dal Pdl.
Dei dissidenti, pronti a scommettere sulla durata dell’avventura. Una decina o poco più. Da trovare fra le colombe che oggi dicono «Non possiamo farci dettare la linea dalla Santanchè».
E’ partita la caccia, al motto di «la responsabilità  paga».
Ma più della fedeltà  a Berlusconi?

Luca Sappino

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IL TABU’ DELL’IMMIGRAZIONE AGITA I CINQUESTELLE

Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile

RIFUGIATI E JUS SOLI, I PARLAMENTARI CONTRO GRILLO: “LE SUE SONO OPINIONI PERSONALI, NOI LA PENSIAMO DIVERSAMENTE”… E ALLA CAMERA PRESENTANO UNA PROPOSTA DI LEGGE

Nel programma elettorale non c’è traccia.
Nei post che di tanto in tanto appaiono sul blog di Grillo, qualche accenno.
E le esternazioni del leader sono spesso ambigue
Spiegare la posizione del Movimento Cinque Stelle sul tema immigrazione non è semplice. Cosa ne pensano i grillini della riforma della cittadinanza, del reato di clandestinità  e del problema degli sbarchi che ormai è all’ordine del giorno?
Beppe Grillo ha più volte scritto sul suo blog che il tema dell’immigrazione è «un’arma di distrazione di massa», un argomento usato come strumento dalla destra e dalla sinistra per distogliere l’attenzione dai problemi “veri”.
In Parlamento, tra i banchi del M5S, non tutti la pensano come lui.
Anzi, il tema è piuttosto sentito: «Io credo che sia uno di quei temi per cui valga la pena discutere» ammette il deputato friulano Walter Rizzetto, reduce da una “battaglia” per chiedere la chiusura del Cie di Gradisca di Isonzo.
Grillo non è nuovo a uscite sul tema e l’altro giorno, criticando la “piaga ipocrita” di chi usa un linguaggio “politically correct”, ha nuovamente sfiorato l’argomento con una serie di termini che vengono “trasformati” in chiave buonista.
«Lo spazzino è un operatore ecologico», «i ciechi sono non vedenti» e «un immigrato clandestino è un rifugiato alla luce del sole».
La distinzione tra clandestino e rifugiato, però, non è certo lessicale, bensì giuridica.
E su questo concorda anche il deputato Manlio Di Stefano, che proprio di rifugiati si occupa all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
«No, clandestini e rifugiati non sono lo stessa cosa — ammette — ma forse Beppe voleva sottolineare come, in base all’appartenenza politica, vengono utilizzati certi termini».
Di Stefano ammette che «purtroppo il nostro programma è molto carente su alcune tematiche, la politica estera e soprattutto l’immigrazione rientrano certamente tra queste. È così perchè siamo una forza giovane e di fatto molte pagine del nostro programma devono ancora essere scritte. Però credo che sia arrivato il momento di coinvolgere i nostri elettori, attraverso la Rete, per sapere cosa ne pensano su questioni come il reato di clandestinità , che io personalmente considero un’aberrazione, o lo ius soli».
Ecco, lo ius soli.
Da quando Cècile Kyenge è diventata ministro dell’Integrazione, quelle due parole sono entrate in maniera dirompente nel dibattito politico italiano.
Beppe Grillo ha già  detto come la pensa: «Lo ius soli in Italia è già  un fatto acquisito — ha ribadito nel maggio scorso — a 18 anni si può chiedere la cittadinanza».
Quindi la legge va bene così com’è.
Un anno prima, nel gennaio del 2012, scriveva ancor più netto: «La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso».
Senza senso? «Parla a titolo personale» mette subito le mani avanti Di Stefano.
E infatti alla Camera è stata depositata una proposta di legge basata sullo ius soli temperato che prevede l’acquisizione della cittadinanza «per chi nasce in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno vi risieda legalmente da non meno di tre anni o da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Italia e vi risieda legalmente da non meno di un anno».
Il primo firmatario è il deputato Giorgio Girgis Sorial, ingegnere nato a Brescia da genitori egiziani. Eletto con il Movimento Cinque Stelle.

Marco Bresolin

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PROSTITUZIONE, PROIBIRE O LEGALIZZARE? ECCO LE REGOLE NEI PAESI EUROPEI

Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile

DAL PROIBIZIONISMO ALLA REGOLAMENTAZIONE: GERMANIA, OLANDA, SVIZZERA, AUSTRIA, GRECIA, REGNO UNITO… CASE CHIUSE E QUARTIERI A LUCI ROSSE: “BENEFICI FISCALI E DI ORDINE PUBBLICO, MA RESTANO I PROBLEMI DELLA CRIMINALITA’ E DELLA TRATTA DELLE SCHIAVE”

Settantamila prostitute, 9 milioni di clienti per un giro d’affari di 5 miliardi di euro. Sono le stime sul mercato della prostituzione in Italia elaborate dalla Commissione Affari Sociali della Camera nel 2010.
Numeri aleatori e probabilmente in continua mutazione.
Sebbene non ci sia modo di verificarne nel concreto la piena attendibilità , è chiaro che il fenomeno della prostituzione, di strada o al chiuso, ha le proporzioni di una grande industria.
Questo senza contare i fiumi di quattrini che ogni anno se ne vanno verso i paradisi della prostituzione, sempre più vicini e a portata di mano.
Dalla Svizzera all’Austria, passando per la Germania e l’Olanda, l’italiano a caccia di sesso a pagamento non disdegna le scappatelle oltre confine.
Alcuni tra i più grandi bordelli europei sono costruiti strategicamente a pochi passi dal confine italiano, è così in Svizzera dove nel piccolo Canton Ticino operano circa 400 prostitute in una decina di strutture autorizzate.
La più grande sexy spa d’Europa sta aprendo in questi giorni a dieci minuti d’auto da Tarvisio, in Carinzia (dove operano già  40 strutture a luci rosse).
Nel nuovo centro benessere austriaco, che ha richiesto un investimento da 7 milioni di euro, lavoreranno fino a 140 prostitute.
I siti internet degli Fkk tedeschi (centri benessere per soli uomini dove trascorrere del tempo con escort e intrattenitrici) sono quasi tutti tradotti in italiano, in rete si trovano facilmente gli elenchi di quelli meglio raggiungibili dall’Italia, tra Monaco e Francoforte.
Una fetta di mercato che sfugge a qualunque controllo sociale, sanitario e fiscale. Miliardi di euro che, quando non vanno all’estero, finiscono per alimentare gruppi criminali o, più semplicemente, entrano esentasse nelle tasche di prostitute e protettori.
Un fenomeno che in Italia rappresenta un costo umano e sociale incalcolabile.
Non solo. Ogni anno il nostro paese rinuncia al potenziale gettito fiscale che potrebbe derivare dalla regolamentazione di questo settore e, in tempi in cui si parla di rincaro delle aliquote iva e introduzione di nuove tasse, sono in molti a spingere per l’abrogazione della legge Merlin (quella che nel 58 decretò la chiusura delle case di tolleranza in Italia), in tutto o in parte, al fine di permettere a gestire diversamente questo fenomeno.
In tutta Europa ci sono diversi paesi (Austria, Germania, Grecia, Lettonia, Olanda, Svizzera, Regno Unito e Ungheria) che hanno scelto di regolamentare il settore e tassare le prostitute, trattando il mestiere più antico del mondo come una qualsiasi altra professione, o quasi.
COSA SUCCEDE IN EUROPA?
Ma come viene regolamentato il settore nel resto dell’Europa?
Quali sono i modelli che sono riusciti ad interpretare al meglio la questione?
Come cambiano, se cambiano, le condizioni sociali dei sex workers in questi paesi?
È proprio vero che con la regolamentazione la criminalità  smette di guadagnare e di sfruttare?
Abbiamo cercato di capirlo parlandone con esperti, imprenditori e legislatori dei diversi paesi che dal 2000 ad oggi hanno introdotto leggi per la regolamentazione del settore.
L’effetto più visibile delle normative sulla regolamentazione nei diversi paesi è il miglioramento del “decoro” urbano: strade e sobborghi vengono ripuliti dalla prostituzione di strada, inoltre diminuisce il costo sociale di una diffusa e incontrollata attività  criminale sul territorio.
Sebbene siano più controllati e confinati, non è provato che si arrivi a una significativa riduzione dei crimini legati alla prostituzione e, soprattutto, a una decina di anni dall’introduzione delle principali leggi in diversi paesi europei, non viene riscontrato un deciso miglioramento delle condizioni delle prostitute che in buona percentuale continuano a rimanere vittime di tratta e sfruttamento, rimanendo spesso nell’ombra.
I numeri sono difficili da determinare, estrapolati da un complesso intreccio di dati e informazioni tra l’ufficiale e l’ufficioso, raccolti da associazioni ed enti che non sempre utilizzano metodi scientifici e soprattutto differiscono, per attendibilità , da paese a paese.
Così anche il quadro tracciato dalle Nazioni Unite, serve a dare un’idea di massima, a delineare un trend.
Il quadro eruopeo parla di un fenomeno distribuito su tutto il territorio, in Austria è stimata una presenza di 20 mila prostitute, in Germania sono fra le 300 e le 400 mila, in Grecia più di 30mila, altrettante in Olanda, in Lettonia circa 10mila, in Svizzera 8mila, in Ungheria 10mila.
I numeri non sono inferiori nei paesi che non regolamentano il settore.
In Italia si è già  detto che è stimata una presenza di 90mila prostitute, in Spagna tra le 50 e le 250mila, in Francia circa 40 mila, in Polonia altrettante, 80mila nel Regno Unito.
I numeri crescono, anche di molto, quando si prendono in considerazione le forme di prostituzione occasionale, ovvero gli individui che praticano l’attività  per un periodo limitato e non ne fanno la propria attività  principale.
Marina Mancuso, ricercatrice e dottoranda presso Transcrime (Joint Research Centre on Transnational Crime) dell’Università  Cattolica del Sacro Cuore, ha spiegato: “Anche nei paesi europei che adottano un approccio cosiddetto regolamentarista (ovvero dove esistono leggi che regolamentano l’esercizio della prostituzione, nda) continua a esistere il fenomeno della tratta ai fini di sfruttamento sessuale dal momento che, al pari di tutti gli altri paesi, offrono opportunità  criminali che vengono intercettate dai trafficanti”.
I MODELLI
Restando in ambito europeo gli approcci al fenomeno sono radicalmente diversi da paese a paese.
Si va dal proibizionismo (la prostituzione è vietata per legge, vengono perseguiti i clienti, come in Svezia, Norvegia e Islanda) al regolamentarismo passando dall’abolizionismo (che punisce sfruttamento, reclutamento e favoreggiamento della prostituzione) fino al neo abolizionismo (è il caso di Italia e Francia, dove si colpisce in particolar modo la prostituzione al chiuso, mentre si tollera quella all’aperto), ciascuno con le sue sfumature e le sue eccezioni.
La prostituzione è regolamentata per legge in Germania, Olanda, Svizzera, Austria, ma anche Grecia, Regno Unito, Ungheria e Lettonia.
Ognuno di questi paesi ha scelto la propria formula, dai bordelli statalizzati alla creazione di quartieri a luci rosse, fino alla concessione di specifiche licenze.
Non è facile ottenere dei dati ufficiali, anche contattando fonti governative, spesso si ottengono risposte evasive e numeri aleatori.
È evidente che, anche laddove la prostituzione è formalmente legale e lo Stato incassa la sua parte, rimane un’area grigia. Una zona d’ombra, più o meno vasta, popolata da quella fetta di persone che per varie ragioni non hanno convenienza (o non riescono) ad emergere dall’illegalità .
Il modello proibizionista, specialmente quello adottato in Svezia, poi in Norvegia e Islanda, è quello che sembra dare i maggiori risultati: la prostituzione è vietata sempre sia al chiuso che all’aperto.
Vengono perseguiti i clienti in quanto la prostituzione viene sempre considerata una forma di violenza nei confronti della donna, anche quando questa sia consenziente. Infatti in questi paesi il numero di persone coinvolte nella prostituzione è generalmente molto basso, ma non è escluso che un simile approccio, in paesi più difficilmente sorvegliabili (maggiormente popolati) possa produrre un effetto opposto, favorendo la creazione di un mondo sommerso, dove sarebbe ancor più difficile controllare.
Il modello abolizionista e, in particolare quello neo abolizionista adottato dall’Italia, non considera la prostituzione un attività  illegale, ma vengono punite e perseguite una serie di reati correlati, come sfruttamento e favoreggiamento.
Un punto di vista privilegiato sul fenomeno lo fornisce Andrea Di Nicola, professore di criminologia all’Università  di Trento, autore di studi per il Parlamento europeo e per la Commissione europea su tratta e prostituzione, compreso quello che ha classificato i diversi modelli sopra descritti.
“Quale sia il modello migliore non lo sappiamo. La panacea non esiste e questo va detto — spiega Di Nicola -. Ogni modello ha i suoi limiti, ma senza ombra di dubbio l’approccio dello struzzo, ovvero di chi mette la testa sotto la sabbia perchè è più facile non vedere che affrontare il problema, non porta a nulla di buono”.
Tralasciando aspetti di carattere etico, la politica per fare le proprie scelte dovrebbe basarsi sui dati.
La raccolta dei dati in questo settore è particolarmente complessa, ma si possono fare anche delle valutazioni in astratto: “Il sistema adottato dall’Italia, ovvero quello di consentire la prostituzione senza regolamentarla, è quello che presenta i maggiori costi”.
E non si parla solo di costi diretti: “Ci sono i costi umani, quelli legati alla criminalità , quelli sanitari, quelli sulla sicurezza percepita (come ad esempio il deprezzamento case nelle zone ad alto tasso di prostituzione). Si può dire che ragionando per astratto il modello italiano ha più costi rispetto a quei paesi che adottano politiche di regolamentazione”.
Preferibile dunque una regolamentazione del settore: “La regolamentazione farebbe emergere tutta la parte di nero non sfruttato, distinguerebbe inoltre il lecito dall’illecito, eliminando o riducendo quelle zone grigie dove non si capisce bene chi è punibile per quale reato”.
Insomma dove esiste una regola chiara si capisce meglio quello che si può e quello che non si può fare e, di conseguenza, chi va perseguito e chi no.
LEGGE E VIOLENZA
Scendendo nel dettaglio, dalle ricerche di Transcrime è emerso che il ricorso alla violenza nella prostituzione “trafficata” non è direttamente dipendente dal tipo di politica sulla prostituzione: “Sembra essere una componente intrinseca al reato che dipende più da altri fattori, come ad esempio l’applicazione della legislazione — continua Marina Mancuso -.
Quello che è comunque emerso dall’analisi fatta è che nei paesi abolizionisti e neo-abolizionisti (come l’Italia) ci sono livelli di violenza leggermente superiori agli altri. Questo però non può essere attribuito con certezza alla politica adottata.
Fattori come la minore percezione di rischio di essere identificati ed arrestati e la maggior competizione tra diversi gruppi criminali possono sicuramente spiegare questa maggiore violenza”.
Indipendentemente che la prostituzione sia regolamentata o meno, la tratta ai fini dello sfruttamento sessuale è dunque presente in tutti i paesi e le stime elaborati da ECrime dell’Università  di Trento, lo confermano: sono 22mila casi stimati ogni all’anno in Germania, 35 mila in Italia, 11500 in Francia, 15 mila in Spagna, 7 mila in Olanda, 4 mila in Polonia e Austria, 3500 in Belgio e 500 in Svezia.
Sono spesso donne prelevate in paesi ad alto tasso di povertà  e costrette a prostituirsi con forme di costrizione che sono cambiate nel corso degli anni, con una riduzione dell’incidenza della violenza fisica a favore di una costrizione consenziente, spesso dettata da una reale mancanza di alternative.
PROSTITUZIONE E CRIMINALITA’
Da sfatare, stando alle informazioni fornite da Transcrime, il luogo comune secondo cui a gestire traffici di squillo, in Italia come nel resto d’Europa, sia direttamente la criminalità  organizzata tradizionale: “Dalla letteratura emerge come la tratta per sfruttamento sessuale non sia un mercato illegale direttamente gestito dalle organizzazioni criminali tradizionali (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta) — puntualizza la ricercatrice -. Queste infatti per ragioni culturali tendono ad investire in mercati diversi, che non implicano uno sfruttamento della donna. Il loro coinvolgimento in questo reato sembra essere più indiretto. Ad esempio autorizzare l’uso di un tratto di strada per la prostituzione outdoor in cambio di altri favori”.
E, ancora: “Nel caso dello sfruttamento indoor possono infiltrarsi nei locali pubblici quali night club, richiedere tangenti ed arrivare ad avere un controllo economico sull’attività . In generale comunque sono network criminali di matrice etnica ad investire nella tratta per sfruttamento sessuale. In Italia un ruolo centrale è giocato dai network criminali est-europei e dell’Africa occidentale”.

Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)

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PIU’ INVESTI E MENO ATTRAI: IL PARADOSSO DEL TURISMO REGIONALE

Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile

LA SICILIA SPENDE IL DOPPIO DELL’EMILIA MA VA PEGGIO… LA VAL D’AOSTA SPENDE 16 EURO A TURISTA, IL VENETO 60 CENTESIMI

Una cosa è certa: i conti non tornano. Almeno, non tornano dappertutto.
Chi pensava che l’attribuzione di competenze sul turismo alle Regioni, avvenuta con la pasticciata e controversa riforma del titolo V della Costituzione voluta nel 2001 da un centrosinistra all’inseguimento della Lega Nord, avrebbe finalmente fatto ripartire quello che dovrebbe essere uno dei principali motori della nostra economia, deve vedersela adesso con i numeri.
Uno innanzitutto: 939 milioni e 600 mila euro.
Secondo uno studio recentissimo della Confartigianato è questa la somma (enorme) che nel triennio 2009-2011 hanno investito in media annualmente per la promozione turistica le 21 Regioni e Province autonome italiane.
Con il risultato che mentre la spesa aumentava quasi ovunque a ritmi impetuosi, non si registrava lo stesso tasso di crescita per arrivi e presenze
Per non dire del paradosso più paradossale. Quello per cui chi più spende, meno turisti ha.
VALLE D’AOSTA IN CIMA
In questo campionato risulta saldamente in testa la Valle d’Aosta.
Grazie alla formidabile autonomia di cui gode, che le garantisce disponibilità  finanziarie rilevanti, la Regione presieduta ora da Augusto Rollandin ha impiegato nel sostegno al turismo ben 50,2 milioni di euro in media l’anno.
Occupando però, nonostante le sue meravigliose montagne e una spesa di 16,1 euro per ogni presenza, soltanto il diciannovesimo posto su ventuno nella graduatoria nazionale.
All’opposto geografico c’è da dire che anche la Sicilia si difende bene, quanto a denari gettati nella mischia.
Nel triennio compreso fra il 2009 e il 2011 la Regione che presiede da circa un anno Rosario Crocetta ha investito mediamente 126 milioni e mezzo l’anno.
Ovvero, 9,2 euro per ciascuna presenza.
Una somma inarrivabile anche per chi, come la Provincia autonoma di Trento (quasi 91 milioni), il Friuli-Venezia Giulia (77 milioni e mezzo) e la Campania (76,9 milioni), certo non ha dato esempio di avarizia.
Peccato solo che le presenze turistiche in Sicilia siano un terzo di quelle dell’Emilia Romagna, Regione che ha speso in promozione neppure la metà  (56,9 milioni l’anno): addirittura meno di un sesto (un euro e 50 centesimi) se poi si divide la somma complessiva per il numero di presenze.
MOLISE E BASILICATA
Soltanto il Molise e la Basilicata hanno speso come la Sicilia, naturalmente in proporzione ai turisti arrivati nella Regione.
Ma se la Regione siciliana, pur avendo speso per ogni presenza una cifra seconda solo a quella della Valle d’Aosta, è decima nella classifica del turismo, il Molise e la Basilicata sono invece rispettivamente ultimo e penultimo.
Come per la Valle d’Aosta c’entrano sicuramente anche le dimensioni territoriali, che penalizzano le Regioni più piccole.
È però un fatto (e sorprendente) che alla spesa proporzionalmente più elevata corrisponda il minor numero di presenze.
Altrettanto incontrovertibile è che le sei Regioni e Province a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trento e Bolzano) assorbano il 46,4 per cento del budget complessivo, contro il 4 per cento del Veneto.
Ma con una spesa di 436,3 milioni riescono a portare appena un terzo in più dei turisti attirati in Veneto, dove l’investimento per la promozione non supera annualmente 37 milioni e 700 mila euro. Somma undici volte e mezzo inferiore.
60 CENT A TURISTA
La conclusione è che la Regione con il numero di presenze più elevato in assoluto è quella che in assoluto spende la cifra minore: 60 centesimi a turista.
E che ci sia una relazione inversa fra la spesa e il numero dei turisti, diciamo la verità , non sembra per niente logico.
Il caso del Veneto, peraltro, non è affatto isolato.
Pare addirittura che questa sia una specie di regola. C’è anche la Toscana, Regione che occupa il secondo posto nella graduatoria turistica pur investendo un euro e 50 a presenza. Esattamente quanto l’Emilia Romagna, terza in classifica.
O quanto la Lombardia, che occupa la quarta posizione e in tre anni ha speso meno della Valle d’Aosta. Mentre la Regione Lazio, quinta, spende un euro e dieci centesimi a presenza, poco più di un nono della Sicilia.
E addirittura un quindicesimo della Valle d’Aosta. Un abisso tale, rispetto ad altre situazioni, da far sospettare all’ufficio studi della Confartigianato «che nelle uscite delle Regioni si annidino inefficienze, diseconomie di scala in particolare per le Regioni più piccole, inappropriatezze e sprechi».
Magari fosse solo un sospetto…

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CAMERA BEFFA: TUTTI AL MARE, IL FEMMINICIDIO PUO’ATTENDERE

Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile

SOLO UN DEPUTATO SU SEI PRESENTE A MONTECITORIO… RECORD NEGATIVO PER IL PDL (4 PRESENTI, 93 ASSENTI) E PER I GRILLINI (20 PRESENTI, 86 ASSENTI)… MA LA DIARIA LA PRENDONO TUTTI

La Camera dei Deputati non va in ferie, ma gli onorevoli sì. In occasione della seduta per l’incardinamento del decreto legge sul femminicidio del 20 agosto, meno di un parlamentare su sei si è infatti presentato a Montecitorio: poco più di cento onorevoli sui 630 eletti che però, anche ad agosto, percepiscono diaria e indennità  per il loro lavoro.
La seduta agostana del Parlamento, annunciata pochi giorni fa con lo scarno ordine del giorno che prevedeva solo “Comunicazioni del presidente”, ha scatenato le polemiche di buona parte dei deputati.
Da una parte gli esponenti del Movimento 5 Stelle, infuriati per una convocazione buona solo per far passare il messaggio di un Parlamento al lavoro anche ad agosto, dall’altra la maggioranza e la stessa presidente Boldrini piccate dalle polemiche, definite “artificiose e strumentali”, per “un adempimento espressamente dettato dalla Costituzione o meglio un vero e proprio obbligo costituzionale”.
Messe da parte le polemiche sulla necessità  della seduta, più interessante è vedere quanti deputati hanno sentito la necessità  istituzionale di interrompere le ferie per tornare a Roma.
Se infatti poco più di cento onorevoli si sono fatti vedere nell’emiciclo, vanno segnalate forti differenze da gruppo a gruppo.
Bocciatura totale, e non è una novità , per i deputati del Popolo della Libertà , sempre presenti alle manifestazioni per Berlusconi e assai meno in Aula: appena quattro su novantasette quelli che hanno preso posto nell’emiciclo.
Fa meglio, ma non molto, il Partito Democratico.
Se il segretario Guglielmo Epifani si è potuto vantare di essere l’unico big presente, dichiarando “eravamo una cinquantina. Più dei grillini”, forse qualcuno avrebbe dovuto fare meglio i conti: i dem erano in effetti oltre 40, ma su un gruppo di quasi 300 persone.
I grillini in Aula erano invece poco più di una ventina, ma su un gruppo di 106 eletti: gli altri avranno risparmiato sulla diaria.
Tra gli altri gruppi spiccano i dodici deputati (su 47) di Scelta Civica e i cinque su venti della Lega Nord che, con ben un eletto su quattro, vincono la palma dei partiti stakanovisti di agosto, superando Sinistra e Libertà  che presenta sei onorevoli su 37.
La seduta, che doveva durare pochi minuti per le comunicazioni sul decreto legge, è poi andata avanti circa due ore con continui interventi sull’utilità  stessa della convocazione e polemiche assortite.
Interessante notare come tanti tra i deputati presenti si siano prodigati con cellulari e iPad per aggiornare le proprie pagine Facebook e Twitter con foto e dichiarazioni, a imperitura testimonianza della loro ‘eroica’ presenza a Montecitorio.
Chissà  se, dall’altra parte, qualcuno degli 500 colleghi assenti si sarà  sentito fischiare le orecchie.

Mauro Munafò

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