Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE PARLA DEI MILIONI DI EURO RICONDUCIBILI A FRANK AGRAMA….”HO AIUTATO SILVIO A BLOCCARE LE INDAGINI SU UN GIRO DI DENARO ILLECITO”
Era un’estate fa e Sergio De Gregorio masticò a lungo, e con molto anticipo, lo stesso pensiero di fondo
che si legge tra le righe della dichiarazione di Napolitano dell’altro giorno: chiedere a B. il passo indietro dalla politica.
De Gregorio, già senatore dipietrista poi berlusconiano, aveva maturato la decisione di collaborare con i pm di Napoli nell’inchiesta su una compravendita di parlamentari. Quella del biennio 2007-8, per far cadere Prodi, in cui il Cavaliere potrebbe essere rinviato a giudizio per corruzione. De Gregorio disse: “Abbiamo esagerato, Berlusconi farebbe bene a ritirarsi come ho fatto io”.
De Gregorio, servirebbe più di una grazia.
Ma lei pensa davvero che Napolitano possa concedere la grazia?
Se B. paga il prezzo altissimo fissato dal Colle.
Con la grazia si indignerebbe il mondo intero. Alla fine non la darà . La vedo complicata e mi creda su un punto.
Quale?
Dentro di me potrei mobilitare sentimenti di rivalsa e di odio verso Berlusconi.
Niente mobilitazione, invece.
Provo commiserazione per lui, come per me stesso. Sta uscendo di scena nel modo peggiore. La sua è una battaglia impossibile.
Se avesse ascoltato le sue parole un anno fa.
Gli scrissi una lettera. Andiamo via tutti.
Una voce nel deserto, come il Battista profeta.
Dietro l’angolo, per B., c’è ancora un mondo: Napoli, Ruby e altre inchieste.
Un mondo di guai, cui lei ha dato il suo contributo.
Io ho sbagliato e pagherò. Mi sono ritirato, faccio una vita da monaco.
Il monaco De Gregorio ha parlato ai pm di Napoli anche di un episodio che riguarda i diritti tv Mediaset. La mancata rogatoria a Hong Kong dei magistrati di Milano, nel 2007.
Fondi neri per milioni di euro riconducibili a Frank Agrama, condannato con B. per i diritti tv Mediaset
Centinaia di milioni di euro. Una montagna enorme di soldi con una triangolazione tra Stati Uniti, Hong Kong e Italia. Il processo ha cristallizzato solo una parte minima dei fondi neri di Mediaset.
Lei aiutò B. a fermare i pm, così ha raccontato.
Sì. E credo che ci sia un’indagine in corso. Non so se a Milano o Napoli.
Lei fu avvisato dal console italiano a Hong Kong
Mi mandò un fax con le intestazioni cancellate.
Cosa scriveva il console?
Mi informava che i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro erano stati a Hong Kong e avevano sequestrato una mole di documenti a due società di Agrama, socio di Berlusconi. Avevano interrogato anche delle persone.
Perchè il console aveva tutta questa premura?
Sosteneva che i magistrati non avessero le autorizzazioni. Infatti quelle carte non sono poi confluite nel processo.
Anche grazie a lei.
Io mi attivai subito. Misi a disposizione l’uomo De Gregorio e le sue relazioni. E sbagliai ancora una volta. Berlusconi e Ghedini non sapevano nulla, appresero tutto da me. Fui stimolato a partire per Hong Kong.
Fu stimolato lei solo?
Partimmo in quattro. Io e altri tre senatori del Pdl: Ferruccio Saro, Valerio Carrara e Giulio Marini. Erano al corrente della mia missione. Fondai anche l’associazione Italia-Hong Kong. La mia presenza lì non fu sporadica.
Solerzia e fedeltà .
A Roma feci presente all’ambasciatore cinese che non si poteva trattare così l’allora capo dell’opposizione, di cui già si parlava come futuro premier.
L’ambasciatore convenne?
Saltò sulla sedia quando gli riferii di quanto accaduto a Hong Kong, regione ad amministrazione autonoma della Cina.
La Cina capì.
Ci fu una cena a Palazzo Grazioli tra B. e l’ambasciatore.
Lei non andò.
Berlusconi me lo chiese. Ma la questione era delicatissima e gli risposi: “Hai già Valentino Valentini (parlamentare tuttofare di B., ndr) come traduttore, basta lui”.
Il più era fatto.
Non so se furono le mie pressioni, ma quegli atti acquisiti dai pm senza autorizzazione non finirono mai nel processo. Ci fu pure un carteggio con il ministro della Giustizia.
Era Mastella, allora.
Esatto.
Manovre su manovre.
Un terremoto di guai.
A settembre ne arrivano altri.
La nostra udienza a Napoli per la compravendita è il 16 settembre, ma credo che si deciderà tutto il 23 ottobre, sia per il mio patteggiamento (un anno e 8 mesi, ndr), sia per il rinvio a giudizio di B.
Lei aspetta.
Le mie pene le offro al Padreterno. Si ricordi però che siamo tutti colpevoli.
Come disse Troisi a Savonarola: “Adesso me lo segno”, arrivederci.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
SECONDO IL QUOTIDIANO DI BELPIETRO PER SILVIO E’ L’ORA DI RITIRARSI E IL RITORNO A FORZA ITALIA E’ “L’INEVITABILE ANTIDOTO CONTRO L’AVANZARE DELLA VECCHIAIA”… MA IL GIORNALE AVVERTE. “NESSUN PASSO INDIETRO”
La stampa berlusconiana si spacca sul futuro del Cavaliere.
Sulla prima pagina di Libero compare un articolo a firma di Giampaolo Pansa, intitolato “Diciamoci la verità Silvio non ha futuro”, che invita l’ex premier a ritirarsi scegliendo un successore per guidare il centrodestra.
Mentre Il Giornale prende le distanze dalla linea del quotidiano di Maurizio Belpietro e chiarisce a caratteri cubitali: “Berlusconi, no a passi indietro. Altro che pensione”.
“Esiste una verità che va detta senza reticenze da supporter o ipocrite: Berlusconi non ha più futuro. E come capo politico è finito”, avverte Pansa, spiegando che “per tutti i politici con una storia importante alle spalle arriva il momento di riconoscere che il loro ciclo è concluso” e paragonando l’ex presidente ad Alcide De Gasperi.
Berlusconi, secondo l’ex giornalista dell’Espresso, deve lasciare perchè “è messo male sul fronte giudiziario”, dopo la conferma della condanna dalla Cassazione e l’interdizione da pubblici uffici.
Ora può quindi sperare “soltanto in un atto di clemenza del presidente della Repubblica, ma sarà lui a doverlo chiedere. Ed è facile immaginare che vivrebbe questa domanda come un’umiliazione“.
Pansa precisa che “è possibile che Berlusconi sia vittima di un complotto delle toghe rosse, ma se è così bisogna ammettere che la congiura ha avuto successo”. Il centrodestra deve quindi chiedersi “se un capo politico abbattuto da un complotto è ancora in grado di esercitare le proprie funzioni senza difficoltà ”, prosegue l’articolo, a cui è dedicata l’intera pagina 5 del giornale, dove non c’è spazio per un commento in direzione opposta.
Un altro segnale su cui fa luce il quotidiano fondato da Vittorio Feltri è che, tornando a Forza Italia, il Cavaliere “ha voluto ritornare alle origini e questo sembra l’indizio più evidente di una debolezza esistenziale del Cavaliere”.
Apparire sempre uguali a se stessi è infatti “l’inevitabile antidoto psicologico contro l’avanzare della vecchiaia e la paura di morire”.
Berlusconi deve quindi “assumere il ruolo di costruttore, invece di quello del comandante in capo, e accettare la croce di cercarlo lui il nuovo numero uno di Forza Italia, se questa sigla da antiquariato sarà destinata a durare”.
Ma, se Libero spinge il Cavaliere a farsi da parte, Il Giornale non lo abbandona di sicuro.
Il quotidiano di famiglia diretto da Alessandro Sallusti, compagno di Daniela Sentanchè, sottolinea che “chi pensava alle sue dimissioni rimarrà deluso. Berlusconi non si fa da parte e non la dà vinta a quelle toghe che per vent’anni hanno cercato di farlo fuori. Resta in campo e ora tocca a Napolitano decidere sulla grazia”.
L’articolo che apre la prima pagina, firmato da Adalberto Signore, assicura che “il Cavaliere non sembra più timoroso come nei giorni scorsi e ha una risposta anche per chi gli obietta che il rischio è che non ci sia una via d’uscita”.
E lo descrive “sereno” e “disteso”, chiarendo che “resterà di certo al centro del campo da gioco”.
A smentire il quotidiano di Belpietro è intervenuto anche lo stesso Berlusconi.
”Farò sino all’ultimo l’interesse del Paese e degli italiani”, ha detto ieri sera in viva voce al cellulare rivolgendosi agli attivisti del Pdl impegnati nella raccolta di firme al gazebo di Bellaria, sulla riviera riminese.
E ancora: “Andate avanti con coraggio, io resisto. Non vi farò fare assolutamente brutte figure. Prepariamoci al meglio”.
E’ stato il coordinatore regionale Pdl della Lombardia, Mario Mantovani, a ricevere la telefonata dell’ex premier mentre si avvicinava al gazebo.
A quel punto ha voluto mettere in viva voce Berlusconi, che è stato accolto da un lungo applauso.
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Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
CASSON: “UN GRUPPETTO POTREBBE SMARCARSI”
Non è ancora un «piano» e non c’è ancora una «strada». 
Ma è senz’altro l’indicazione di un sentiero che può aprirsi.
«A settembre». «Il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi è quasi un atto notarile. È tutto già deciso anche perchè la legge anticorruzione, sul punto, è chiarissima», è la premessa del senatore del Pd Felice Casson.
Ma l’ex magistrato, che è membro della giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama, si spinge oltre: «Dentro il centrodestra è in corso un evidente gioco a sfasciare. Anche perchè, più si andrà avanti più la situazione personale di Berlusconi si complicherà . Fino ad ora stanno tutti col Cavaliere. Ma adesso è estate, vediamo che cosa succede a settembre. Perchè – aggiunge sempre Casson – se è vero che la linea del Pdl diventerà il ritorno alle urne, è altrettanto vero che tra di loro, secondo me, c’è un gruppetto che non si ritrova in questa posizione. Un gruppetto più o meno grande…».
Di più Casson non dice. Ma l’ex magistrato è forse il primo esponente politico ad adombrare l’ipotesi che un pezzo dei senatori del Pdl possa anche divincolarsi dall’aut aut di Arcore e confermare «a prescindere» la fiducia al governo Letta
Non ci sono «piani» e neanche «strade».
Ma con quel «sentiero» qualcuno, nel Pd, sta già facendo i conti.
Non si spiegherebbe altrimenti il modo in cui i Democratici ostentano sicurezza sulla tenuta del governo e, contemporaneamente, considerano «definitivamente chiusa» – come ha ribadito il capogruppo alla Camera Roberto Speranza al Tg3 – la faccenda sulla decadenza di Berlusconi
Il tema di come proteggere il governo Letta ed evitare le elezioni anticipate, in casa Pd, si pone anche sul fronte del congresso.
Il lettiano Francesco Boccia ha preparato una mozione di sostegno al governo, un documento che rimarrà «aperto» fino a un’assemblea in programma a settembre a Sassano, a cui saranno invitati tutti i candidati alla segreteria.
Il testo sarebbe già stato sottoscritto da una trentina di parlamentari, quasi tutti giovani ed eletti con le primarie: da Marianna Madia alla calabrese Stefania Covello, dall’abruzzese Antonio Castricone ai piemontesi Stefano Esposito ed Enrico Borghi, fino alla campana Michela Rostan.
E in marcia d’avvicinamento ci sarebbero anche i «non allineati» di cui fa parte l’ex bersaniana Alessandra Moretti
Nella bozza del documento («Italia riformista, la sinistra che governa») si parla dell’«Italia salvata da Napolitano».
Serve, si legge, «un partito che abbia il coraggio di riconoscersi chiaramente nel governo Letta, assumendosene la responsabilità politica di guidarlo»
Nella mozione si elencano anche degli errori del passato («Uno su tutti, il conflitto d’interessi di Berlusconi») e si citano Moro, Berlinguer e papa Francesco.
Ma i punti chiave sono due.
Quello in cui si legge che la «new left nasce già vecchia» e quello in cui si certifica che «il Pd, oggi, appare spesso come un partito conservatore».
Nonostante sia una mozione «governista» e aperta a tutti i candidati, qualcuno già pensa che sia un «ponte» verso Renzi.
O, addirittura, l’ultimo appiglio per trovare un «accordo» tra il premier e il sindaco di Firenze.
Anche perchè, tra le righe, ci sono idee non distanti dagli argomenti del rottamatore. Come quella sul fatto che «è inconcepibile pensare e ripensare esclusivamente alle vecchie direzioni e assemblee di partito».
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
CHIUSO AD ARCORE, SILENZIOSO, INCERTO, IL CAVALIERE SI CONSUMA IN RABBIA IMPOTENTE… CICCHITTO: “PER SALVARE IL GOVERNO SERVE UNA MEDIAZIONE”
L’umore non cambia: rabbia, depressione, tentativo di rimuovere la realtà e ancora rabbia impotente.
Lo stato d’animo di Silvio Berlusconi, nonostante alcuni tra i suoi proconsoli si affannino a smentirlo, è comprensibilmente pessimo.
D’altronde tutte le vie d’uscita che ha immaginato in queste settimane si stanno rivelando ad una ad una impraticabili: la grazia per dire — che comunque l’ex Cavaliere continua a non voler chiedere — non solo arriverà difficilmente, ma non risolverà nulla.
La nuova invincibile armata di Forza Italia ha debuttato con quella brutta idea degli aerei e rischia di diventare un esercito senza nemico visto che è stata pensata per vivere di campagna elettorale proprio mentre Giorgio Napolitano bloccava la via delle elezioni anticipate.
Anche il riscatto dell’onore per interposta persona, vale a dire attraverso la candidatura di Marina, non è praticabile: Berlusconi s’è convinto che se sua figlia entra nel gioco politico finirà per perdere anche le aziende (che peraltro, almeno in Borsa, vanno a gonfie vele).
Rompere con tutti e buttarsi alla ventura resta uno scenario che confligge col desiderio di poltrona di un bel pezzo dei suoi stessi gruppi parlamentari.
Pure il seggio al Senato, l’ultimo salvagente che lo ripara dal mare agitato delle Procure di mezza Italia, è a un passo dall’essere un ricordo.
La sensazione d’essere stato fregato, nei neri pensieri che il nostro rovescia addosso agli interlocutori, si mischia con la tentazione del martirio (“andrò in carcere”), attitudine comunque estranea alle corde più intime del soggetto, seppure suonate in modo inconsueto dalla volontaria reclusione nel fortino di Arcore.
Nessuna soluzione pare a disposizione e allora l’incontenibile Silvio Berlusconi si rifugia in questo insolito silenzio smarrito, che finisce per irretire anche i suoi: zitto Verdini, zitto Ghedini, zitto Schifani per “rispetto istituzionale”, zitta persino Daniela Santanchè (che pure, oggi, potrebbe partecipare ad un incontro pubblico).
Il silenzio e l’assenza sono il fuoricampo paradossale in cui si gioca il destino di quest’uomo politico storicamente esuberante e come incapace di riservatezza.
La rabbia impotente che da quel buio emana permea la scena vuota.
Il comunicato del Colle e la formula scivolosa della “agibilità politica” l’hanno chiuso in un angolo: “Leggo che finalmente se ne sono accorti tutti che la nota di Napolitano era ostile e insidiosa. Leggo anche che Berlusconi non si piegherà . Ecco, ripristinati i fondamentali della politica e della ragione, adesso dobbiamo dire chiaro che non faremo cadere il governo, ma che la nostra pazienza se la sono mangiata tutta Esposito e Napolitano. Toro infuriato, toro matato”, mette a verbale il sanguigno parlamentare ex An Maurizio Bianconi.
E allora? Allora nel corpaccione del partito berlusconiano si spera che dal bunker di Villa San Martino esca l’arma finale: la prossima settimana, forse quella dopo — si dice — Berlusconi tornerà all’attacco.
C’è chi favoleggia di un discorso politico in Senato alla ripresa dei lavori: sul modello — mutatis mutandis — della chiamata in correità che Bettino Craxi pronunciò alla Camera sul finanziamento pubblico.
Nell’attesa del numero di punta, però, lo spettacolo non è dei migliori e gli attori più impensabili conquistano il centro della scena: Gianfranco Rotondi, per dire, che lascia intendere via Twitter che l’ex Cavaliere abbia nominato il suo successore durante una cena ad Arcore, salvo poi rivelare che lui, ad Arcore, a cena non c’era e che è tutta colpa di quei rosiconi di Repubblica.
O Adriano Tilgher, già in Avanguardia Nazionale con Stefano Delle Chiaie, oggi vicino a La Destra, che ha pensato bene di invitare gli ex missini del Pdl ad abbandonare un capo “arrivato al capolinea” e a unirsi al suo Fronte nazionale.
Una via d’uscita, insomma, non c’è.
A meno che il Pd faccia la grazia al capo confuso e depresso facendolo restare senatore e lo faccia prima che l’esecutivo di Enrico Letta diventi la prima vittima del suo prossimo giorno di ordinaria follia: “Per tenere in piedi un governo occorrono uno spirito costruttivo e volontà di mediazione — spiega Fabrizio Cicchitto, colomba — Esattamente l’opposto di quello che viene manifestato dal capogruppo Pd in Senato Zanda o dall’onorevole Bindi. Ma non c’è dubbio che con le loro esternazioni possano riuscire con un solo proiettile a colpire due bersagli”. Cioè Berlusconi e l’esecutivo. Non è chiaro?
Ci pensa Maurizio Gasparri: “Qualcuno forse fa fatica ancora a capire che a colpi di Esposito non si va da nessuna parte. Occorre una soluzione che rispetti il ruolo di ‘incontrastato’ leader di milioni di italiani svolto da Berlusconi. È bene guardare la questione all’insegna del principio di realtà che troppi ignorano”.
Tradotto: o il Pd s’inventa qualcosa o i giorni a palazzo Chigi di Letta saranno brevi. Non perchè Berlusconi veda una soluzione nella rottura, ma perchè — come dice la canzone — non è tipo da arrendersi senza sparare.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
IN GIUNTA MAGGIORANZA DEFINITA… STEFANO E CASSON: “LA LEGGE IMPONE DI FARE PRESTO”
Ha in serbo una brutta sorpresa per il Cavaliere il presidente della giunta per le immunità del Senato
Dario Stefà no.
Una di quelle che guastano le alchimie sue e degli avvocati Coppi, Ghedini, Longo (in rigoroso ordine alfabetico).
Berlusconi s’illude di poter controllare i tempi della sua decadenza, di poterli slabbrare all’infinito, di poter giocare con i rinvii fino ad agganciare il prossimo voto politico.
Ma la sua è solo un’illusione bella e buona. Stefà no, l’uomo di Vendola in giunta, e la solida maggioranza Pd, Sc, M5S sono intenzionati ad andare in tutt’altra direzione. Basta ripetere quello che proprio Stefà no è andato dicendo in questi giorni — «Per il 30 settembre la partita Berlusconi è chiusa» — e declinare le scadenze.
Parlano i fatti in questa storia, non gli auspici politici
Come dice il Pd Felice Casson «ipotizzare rinvii è solo una bufala ».
Perchè?
Risponde l’ex pm: «La decadenza è pacifica, scontata, lineare, tant’è che il Pd stavolta ha fatto una sola riunione. Basta leggere la legge Severino, poi guardare il dispositivo della sentenza, et voilà , le jeux sont fait».
Percorriamolo, allora, questo percorso prossimo venturo.
Palazzo Madama, 28 agosto: scadono i 20 giorni concessi a Berlusconi per presentare la sua memoria difensiva.
Se il testo c’è bene, sennò si va avanti lo stesso.
Ad Arcore traccheggiano, Berlusconi è indeciso, vuol giocare la parte di chi rifiuta in toto la legge.
È convinto che i suoi riescano ad allungare il brodo.
Il vice presidente Pdl della giunta Giacomo Caliendo già sciorina gli argomenti: «Questa legge viene applicata per la prima volta, ci sono molte questioni non chiare che invece vanno chiarite, a cominciare dalla prima, se la decadenza è una conseguenza penale o amministrativa della sentenza. Non si può far finta di niente. Certo, non abbiamo la maggioranza in giunta, e questo è un handicap »
Proprio così, un ostacolo non da poco per l’ex premier. Come dimostrano le mosse di Stefà no.
Una ad esempio, ancora del tutto inedita.
Al relatore Andrea Augello che gli ha scritto per chiedere ufficialmente di aspettare le motivazioni della sentenza, Stefà no ha risposto per lettera con un secco “niet”.
«Non c’è nessuna ragione per attendere, le motivazioni non sono necessarie, la legge Severino impone di decidere “immediatamente”».
Aggiunge Casson: «Forse Augello non ha etto bene il dispositivo. Lì è scritto “sentenza irrevocabile”. Capito? Da quella non si scappa».
Tuttavia Caliendo insiste e si gioca un altro pezzo forte dello strumentario Pdl: «Non possiamo fare a meno delle motivazioni, che peraltro, dopo il casino del giudice Esposito e della sua intervista, sono comunque viziate e non sono più autentiche perchè non ci sarà mai la frase che doveva esserci, quel “non poteva non sapere”».
Ma sulle motivazioni Stefà no e la maggioranza sono inamovibili. Non si aspetta un bel nulla.
Comunque, in Cassazione, il relatore del collegio Mediaset, il giudice Amedeo Franco, da giorni ormai ha spento il cellulare e, dicono fonti bene informate, dovrebbe essere pronto a consegnare il lavoro tra il 4 e il 5 settembre.
In ogni caso, quelle motivazioni non sono necessarie.
Come dice Benedetto Della Vedova di Scelta civica «qui non dobbiamo fare un nuovo processo a Berlusconi, ma solo prendere atto del verdetto della Cassazione. La legge è chiara, usa apposta l’avverbio “immediatamente”.
Stefà no ha già dato al relatore tutto il tempo necessario, questa vicenda non si può proprio trascinare in lungo.
Senza accanimento, il tempo della decisione si misura in settimane.
È così, ne devono prendere atto. Hanno fatto male i conti con la legge, quando l’approvammo. Ricordo ancora una battuta di Gasparri quando disse “non serve a Berlusconi che tanto verrà assolto”. Purtroppo la storia è andata diversamente».
E già , molto diversamente. Tant’è che Stefà no si predispone a stoppare eventuali meline improprie.
Qualora Augello, il 9 settembre quando riprendono i lavori, dovesse presentare una relazione bocciata dalla maggioranza — dato su cui non ci sono interpretazioni possibili, ma solo la matematica certezza dei numeri (su 23 componenti, 8 sono del Pd, uno di Sel, uno di Sc, 4 di M5S, e fa 14, 6 del Pdl, un Gal, un socialista, una leghista, e fa 9) — il presidente, per sua attribuzione, ne nominerà un altro.
Potrebbe trattarsi di un ex magistrato, o un avvocato, proprio per fare in fretta.
Tempo 24 o 48 ore e ci sarà la nuova relazione che verrà votata. Positivamente, s’intende.
A quel punto, a Berlusconi verrà comunicata la decisione e gli verranno dati 10 giorni per presentarsi e parlare.
Poi la partita è chiusa, si va in aula e si vota con lo scrutinio segreto che sicuramente sarà chiesto da un pidiellino.
La data dipenderà dal presidente del Senato Pietro Grasso, ma tutto lascia credere che non si andrà oltre la metà di ottobre, quando la Corte di appello di Milano avrà già ricalcolato la durata dell’interdizione.
Dice Casson: «Berlusconi farebbe bene a dimettersi. Farebbe bella figura, anzichè pietire una permanenza in Senato che comunque perderà con l’interdizione».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
COMUNIONE E LIBERAZIONE, AL VIA LA KERMESSE DELLE LARGHE INTESE… OGGI A RIMINI VIDEOINTERVISTA DI NAPOLITANO, POI DIBATTITO COL PREMIER
Il governo Letta è un golem costruito dalle alchimie del Quirinale, ma se proprio si vuole cercare un blocco sociale di riferimento, qualcuno che si senta rappresentato dalle “larghe intese”, bisogna andare al meeting di Comunione e liberazione, che si apre oggi a Rimini.
Nella chiesa (molto laica) della politica estiva, l’inaugurazione è affidata alla benedizione di Giorgio Napolitano, con una videointervista, e poi a un dibattito proprio con Enrico Letta.
Che ieri ha dato una lunga intervista al quotidiano ciellino ilsussidiario.net   densa di ottimismo, di Europa e di annunci: “Dobbiamo, prima di tutto, avere maggiore fiducia in noi stessi, uscire da quella cappa di sottovalutazione, autolesionismo, benaltrismo che troppo spesso ci toglie ossigeno”.
Nessun accenno alla prospettiva di una crisi, causa condanna di Silvio Berlusconi.
“Mi piacciono Enrico Letta e Bersani, perchè hanno un programma. Io non voglio i girotondini, i no global, non voglio i vetero sindacalisti marxisti”.
Parole di Giorgio Vittadini nel 2003, professore di Statistica a Milano, fondatore della Compagnia delle opere (la Confindustria di Cl), oggi presidente della Fondazione per la sussidiarietà , una delle istituzioni di Cl.
Dieci anni dopo Vittadini del governo Letta dice: “Personalmente sono per la sua continuazione a oltranza. Siamo come in guerra e abbiamo bisogno di una continuità di governo”.
E per questo a Silvio Berlusconi, nonostante la condanna, deve essere “garantita l’agibilità politica”.
Il Cavaliere è considerato un vecchio amico che “ha fatto qualcosa” ma anche “molti errori”, come dice la presidente della Fondazione meeting, Emilia Guarnieri.
Oggi la priorità va al governo e alle larghe intese che per Cl sono un fine, non soltanto un mezzo per raggiungere i propri obiettivi terreni (più soldi dallo Stato sul territorio in Lombardia, maggiore autonomia su come spenderli per scuole e sanità privata).
“In Cl c’è sempre stato un tasso di governismo, meglio un minimo di stabilità ”, ammette perfino il bellicoso Luigi Amicone, direttore del settimanale ciellino Tempi.
Il movimento cattolico conservatore fondato da don Luigi Giussani nel 1954, non ha un piano alternativo alla grande concordia nazionale: ha perso tutti i suoi riferimenti, ogni leader di impronta ciellina che poteva aspirare all’egemonia è caduto .
Roberto Formigoni è stato travolto dalle inchieste giudiziarie e già nel maggio 2012 il capo del movimento, don Julian Carròn, ha preso le distanze dal sistema di potere lombardo dell’ex governatore.
Angelino Alfano, coltivato da anni come una promessa, non ha più prospettive.
Il cardinale Angelo Scola non è riuscito a diventare Papa, forse anche proprio per i suoi legami con il mondo ciellino, da cui aveva cercato di scollarsi.
E Francesco non è molto in sintonia con Cl: il messaggio di saluto arrivato ieri è sera è firmato dal cardinal Tarcisio Bertone, politicamente parlando un uomo morto che cammina.
In questo anno terribile Comunione e Liberazione ha visto la cacciata dal clero di monsignor Mauro Inzoli, il fondatore del Banco alimentare che si batte contro lo spreco di cibo, molti manager legati a Formigoni finire in carcere, con il settimanale Tempi che ha ospitato la rubrica di Antonio Simone (ora rilasciato), lettere da San Vittore.
Il manager più potente in orbita ciellina, Giuseppe Orsi che da presidente di Finmeccanica ha tanto sponsorizzato il meeting, è stato arrestato.
Renato Farina, oggi deputato del Pdl, e storica firma ciellina, era l’autore dell’articolo che è costato la condanna al suo direttore dell’epoca, Alessandro Sallusti.
E, a voler cercare simboli nelle coincidenze temporali, se ne è andato anche il santo protettore del movimento, Giulio Andreotti.
Gli unici sopravvissuti (politici) sono i ministri Maurizio Lupi e Mario Mauro.
Non resta che consegnarsi a Napolitano, finchè c’è, e a Letta.
Con Napolitano l’amore ciellino è stato sacralizzato dal meeting 2011: il presidente arrivò a inaugurare la mostra sui 150 anni dell’Unità d’Italia curata da un magistrato brillante, quella Marta Cartabia che poche settimane dopo il Quirinale ha indicato alla Corte costituzionale.
Con Letta la frequentazione è lunga, nel 2007 a Rimini disse che “mi piacerebbe che il partito democratico diventasse il partito della sussidiarietà ”.
Solo nel 2010 Letta e Pier Luigi Bersani disertarono il meeting, ufficialmente per motivi di salute.
Adesso Letta e Cl hanno bisogno l’uno dell’altra.
Nella confusione post-Berlusconi, potrebbe pure succedere che il premier si costruisca una nuova leadership portando i ciellini orfani nell’orbita del centrosinistra. In nome delle larghe intese e di Napolitano.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
UNA SCARICA DI INFAMITA’ CONTRO IL GIUDICE ESPOSITO, ACCUSE RIVELATESI TUTTE FALSE…E NON PUBBLICA NEANCHE LE SMENTITE COME PER LEGGE DOVREBBE FARE
Qualcuno dovrebbe far qualcosa per Alessandro Sallusti. Stargli vicino, assisterlo nel momento del
bisogno, magari visitarlo senza farsene accorgere.
Da quando il suo padrone è stato condannato a 4 anni per frode fiscale, vive ore difficili e manifesta costanti segni di peggioramento.
Perde colpi persino nell’arte della diffamazione, che lo vedeva primeggiare incontrastato in tutta la categoria.
Il suo bersaglio, com’è noto, è il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito che il 1° agosto ha condannato B. assieme ad altri 4 giudici. L’indomani, come da contratto, Zio Tibia ha sguinzagliato i suoi segugi alle calcagna del malcapitato per scovargli qualche scheletro nell’armadio.
I poveretti han setacciato fascicoli, compulsato sentenze, violato la privacy e il segreto bancario, auscultato portoni, interrogato edicolanti, perlustrato bar, importunato passanti, scoperchiato avelli, ispezionato cassonetti.
E, col materiale raccolto, riempito una trentina di pagine, nel tentativo di dimostrare che il giudice è un poco di buono, dunque B. è un santo.
Peccato che le accuse fossero tutte false.
Falso che Esposito abbia barattato la richiesta di archiviazione per suo figlio, scoperto a cena con la Minetti, in cambio della condanna di B. (la richiesta di archiviazione per il figlio è di gennaio, l’assegnazione del processo Mediaset di luglio). Falso che a tavola alzi il gomito (è astemio).
Falso che tenga lezioni a pagamento nella scuola della moglie all’insaputa del Csm (insegna gratis con l’ok del Csm).
Falso che si appropriasse di processi altrui per finire sui giornali (sostituiva doverosamente colleghi assenti).
Falso che faccia vita da nababbo (la presunta prova, una Mercedes, è un ferrovecchio del 1971 acquistato nel ’77 con 300mila km).
Falso che fosse odiato per la sua faziosità quand’era pretore a Sapri (era odiato solo dai suoi imputati).
Falso che fosse stato trasferito per affari loschi (il Tar annullò il provvedimento perchè le accuse erano fasulle).
Ma tutto questo i lettori superstiti del Giornale non lo sanno, perchè le smentite del giudice non vengono mai pubblicate.
In compenso i lettori sallustiani manifestano evidenti sintomi di labirintite, avendo appreso nel giro di 18 giorni dal loro quotidiano che Esposito è una “toga moderata” non iscritta a correnti, anzi è di destra essendo finito negli anni 70 nel mirino del Pci (“Il magistrato inchiodato pure dalla Camera”), anzi di sinistra (“simpatizza per la corrente del Movimento per la giustizia”), insomma cambia colore a seconda del tasso di umidità .
L’altro giorno i segugi di Zio Tibia sganciano l’ultima bomba: “Telefonate tra Esposito jr. e lo 007 in cella. Il figlio del giudice contattato dal prefetto La Motta nei guai per fondi sottratti: voleva un incontro col padre”.
Peccato che l’Esposito in questione non fosse il figlio di Antonio, ma suo cugino figlio dell’ex Pg di Cassazione Vitaliano.
L’aveva già chiarito in un comunicato la Procura di Roma il 16 giugno, ma i segugi del Giornale se ne infischiano: ieri, querelati per l’ennesima volta dal giudice diffamato, anzichè scusarsi con lui, insistevano sul “giallo della telefonata del figlio”. Solo en passant, però, perchè sono già passati a bastonare Magistratura democratica e il suo esponente Paolo Mancuso, procuratore di Nola, processato e assolto dal Csm per una battuta di caccia con personaggi poi sospettati di camorra.
Un ingenuo dirà : ma che c’entrano Md e Mancuso col processo Mediaset e con Esposito? Assolutamente nulla.
Ma è il nuovo metodo Sallusti, che supera d’un balzo sia il metodo Boffo (pestare un nemico di B. con notizie parzialmente vere), sia il metodo Mesiano (pestare un nemico di B. con notizie inutili, tipo calzini turchesi), sia il metodo Esposito (pestare un nemico di B. con notizie false).
Si prende un passante a caso e poi si dice: “Visto? È pelato, ha i baffi, porta il 42 di scarpe e si chiama Mario. Dunque Berlusconi è innocente”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile
FESTA FINITA, NON CI SONO PIU’ LE ESTATI DI BERLUSCONI
Era il 1960 quando Bruno Martino cantava Odio l’estate. In quei tempi remoti, Silvio Berlusconi aveva 24 anni, si accingeva a fondare la Cantieri Riuniti Spa e a diventare un grande palazzinaro milanese.
Aveva già smesso di suonare sulle navi, di vendere i temi ai suoi compagni di scuola (reparto solventi) e non viveva ancora nel villone di Arcore.
E soprattutto, l’estate non la odiava per niente, anzi.
Ora che è passato mezzo secolo, può essere che Silvio intoni mestamente, accompagnato al pianoforte da qualche salariato impietosito, quel fortunato motivo che — lo diciamo a onore di Bruno Martino — fu suonato anche da Chet Baker e Joao Gilberto. Esatto. L’estate.
E per la precisione l’estate 2013, dove le suggestioni non sono più musicali, ma piuttosto letterarie, dalle parti di quel capolavoro di Garcàa Mà¡rquez che è L’autunno del patriarca, con il vecchio satrapo abbandonato e solo,circondato da pochi fedeli distratti, incapaci di capire che quella fedeltà non sarà più conveniente a breve, a brevissimo.
E così lui, che i retroscena dei giornali descrivono “cupo”, “torvo”, “furibondo”, a seconda degli orientamenti delle varie testate, o peggio ancora “sereno”, come dicono i suoi, ed è una specie di marchio, in un paese in cui si dicono “sereni” tutti, dal duplice omicidio in giù.
Ed è nell’estate del 2013 che la villa di Arcore diventa “bunker”, con ovvi e macabri riferimenti berlinesi, oppure “prigione dorata”.
Un eremo forzato dove Berlusconi Silvio, colpevole di frode fiscale senza se e senza ma, passa il giorno con i suoi avvocati, la fida fidanzata restylizzata in pochi anni dalla mutanda (che alza l’auditèl) ai tailleur stile Jackie O’, il di lei cagnolino Dudù, le visite di Marina Berlusconi che si chiama in realtà Maria Elvira (ma esiste qualcosa di vero, lì dentro?).
E poi le varie badanti, e poi i falchi che lo assediano di qua, e le colombe che gli tirano la giacchetta dall’altra parte, il Colle, l’odiato /amato Colle che dice e non dice, traccheggia, tentenna, lo tiene appeso lì.
Ma non vi prende un moto — anche piccolo, eh! — di umana pietà ?
Ma ve le ricordate le estati di Silvio?
Il re dei moderati che per mostrare la sua moderazione al mondo si costruiva un vulcano finto in giardino per estasiare gli ospiti. E gli ospiti che si estasiavano, ve li ricordate?
Le gare senza esclusione di colpi per affittare le ville circonvicine, il Tarantini che addirittura si svenava per avere un posto a cena accanto al “Presidente”.
Il Silvio meraviglioso della bandana bianca, con lady Blair che faceva i numeri e le contorsioni per non stare a portata di flash insieme a lui.
Mentre Tony, quella specie di Renzi d’antan, che invece ghignava serafico perchè si sa che in vacanza si incontra gente stramba.
Il Silvio miracoloso della “patonza che deve girare”, o quello che accoglieva figli e famigli sul molo della villona sarda in accappatoio bianco, quello stesso accappatoio che raccontò poi la signora D’Addario, tra una doccia ghiacciata e l’altra.
Ah, quelle estati! Che a dire il vero erano cominciate anche prima, magari da quella foto sul veliero, tutti in divisa, con la maglietta a righe orizzontali, sorridenti come squali, ed era ancora di moda Cesare Previti.
Divise, che passione, perchè erano in divisa anche quando marciavano compatti, alle calcagna del capo, Confalonieri e Galliani ed altri, per una seduta di jogging a prova di pancette e fiatoni attempati, tutti in bianco, calzoncini e magliette.
E poi il via vai di barche e barchette per traghettare signorine su è giù per la baia.
E ancora il mirabolante karaoke con Apicella al fianco, e persino i dischi pubblicati a suo nome. E poi — ma non si finisce più! — lo struscio nella piazzetta di Portofino a stringere mani, a benedire bambini, quando ancora i direttori mandavano i loro cronisti a registrare quel culto cafoncello della personalità .
E il gelato a Porto Cervo, e i cactus che cura lui personalmente, il Presidente giardiniere, che il banchiere Gianpiero Fiorani si ferì come un puntaspilli per regalargliene uno.
Va bene, è vero, è chiaro e conclamato. Erano le estati del nostro scontento.
Erano i tempi in cui Silvio pigliatutto rilasciava interviste dense e pensose per dire che al confino si stava benone.
Quello stesso Silvio che poi — alle porte dell’estate , il 25 aprile — si metteva il fazzoletto da partigiano e parlava davanti ai sopravvissuti di Onna, L’Aquila.
E i giornaloni ci cascavano con tutte le scarpe: ah, lo statista rinato, ah, il grande timoniere, uh, che discorso ispirato!
Ed era quella stessa estate che lui giurava solennemente, non ricordo sulla testa di chi, che avrebbe passato le vacanze a L’Aquila, insieme ai volontari.
E poi, chi l’ha visto?
E poi un’altra estate ancora, quella in cui annunciava ai basiti Lampedusani che presto avrebbe abitato a Lampedusa anche lui, isolano tra gli isolani, avendo testè comprato una villa in loco.
Ora che non è più isolano, ma isolato, accudito e blandito e assecondato come i centenari nelle case di riposo per ricchi, le immagini di tutte quelle estati devono sembrargli un’epoca lontana, un infinito rimpianto.
Quando a uno schioccare di dita poteva avere amici, complici, donne a valanga.
E successo incontrastato come barzellettiere.
Una tristezza infinita, un inappellabile game over. Perchè in attesa dell’autunno de patriarca, alla vigilia del suo avvento inesorabile, c’è un’estate del patriarca.
Ugualmente mesta, triste, acuminata come il rimpianto e velenosa come la nostalgia.
Un po’ di pietà , non la sentite?
No? Beh, io ci ho provato.
Alessandro Robecchi
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Agosto 17th, 2013 Riccardo Fucile
E NON VIOLA LA COSTITUZIONE: LO HA STABILITO IL CONSIGLIO DI STATO NEL CASO MINISCALCO… CADE IL PRICIPALE ASSO NELLA MANICA DI BERLUSCONI PER TEMPOREGGIARE NELLA GIUNTA DELLE IMMUNITA’
Il Consiglio di Stato ha già “bocciato” una delle tesi difensive del Cavaliere sull’incandidabilità dopo la
condanna definitiva per frode fiscale.
A ricordarlo è Andrea Mazziotti, responsabile Giustizia di Scelta Civica.
“Leggo ogni giorno – dice – discussioni sul presunto ‘problema giuridico’ dell’applicabilità del decreto Monti-Severino quando i reati sono anteriori alla legge. Alcuni hanno addirittura detto che il tema è aperto visto che non esistono precedenti”. Ma il deputato montiano spiega: “In realtà il problema è già stato risolto dal Consiglio di Stato con una sentenza del febbraio 2013, nei confronti di Marcello Miniscalco, candidato nelle liste del centrosinistra in Molise. La corte ha escluso Miniscalco, affermando che l’incandidabilità non ha natura sanzionatoria, che vale anche per i reati commessi prima dell’entrata in vigore del decreto e che la norma è assolutamente costituzionale”.
Intanto tra i berlusconiani inizia a farsi strada la tesi che la questione non può essere affrontata solo dal punto di vista giuridico, ma anche politico.
A invocare una “soluzione politica” prima della pronuncia della giunta del Senato sulla decadenza e incandidabilità di Berlusconi è Sandro Bondi.
Altrimenti, nel caso il Pd votasse per l’immediata estromissione del Cavaliere dal Parlamento, “sarebbe difficile, se non impossibile, continuare a sostenere questo governo”.
Bondi, in un’intervista a ‘Libero’, afferma: “Sono convinto che una soluzione politica debba essere trovata nell’ambito dei poteri che la democrazia prevede in capo alle istituzioni democratiche, fra cui la presidenza della Repubblica, in modo da garantire la governabilità e tutelare la dignità di un leader come Berlusconi, che tanti meriti può vantare di fronte all’Italia e agli italiani”.
(da “Huffington Post“)
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