Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile
“GUADAGNO 850.000 EURO L’ANNO, IL MIO COLLEGA TEDESCO TRE VOLTE TANTO”
ll capo di Ferrovie Moretti contro la spending review
Non ci gira troppo intorno Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato.
Se il governo Renzi gli taglierà lo stipendio, è pronto a lasciare il suo posto, che ricopre da otto anni.
“Il governo fa le scelte che desidera”, ha detto Moretti da Bologna, dove si trova per il Congresso nazionale delle cooperative di produzione e lavoro. Certo – è il ragionamento dell’ad – darà per scontato che “buona parte dei manager vada via: lo deve mettere in conto”.
Alla domanda “Quindi lei, nel caso, è pronto a trovarsi un’altra occupazione?”, la risposta è netta: “Certo, non c’è dubbio”.
L’ad delle Ferrovie evoca le regole di mercato e stronca la spending review del governo sulle paghe dei super manager di Stato.
“Ci sono forse casi da rivedere – sostiene moretti – ma la logica per cui chi gestisce imprese grandi e complesse deve stare sotto al presidente della Repubblica è sbagliata. Sia negli Usa che in Francia e in Germania, il presidente della Repubblica prende molto meno dei manager delle imprese” di Stato.
Del resto, insiste Moretti, “queste sono dinamiche diverse, perchè un conto è stare sul mercato e un conto è fare una scelta politica”.
L’ad di FS prende “850.000 euro all’anno – spiega – il mio collega tedesco piglia tre volte e mezzo tanto. Siamo imprese che stanno sul mercato ed è evidente che dobbiamo avere la possibilità di retribuire non alla tedesca, nè all’italiana, ma un minimo per poter fare sì che i manager bravi vengano dove ci sono imprese complicate e dove c’è un rischio da dover prendere ogni giorno”.
Quindi, avverte Moretti, “senza stipendi adeguati, in imprese come la nostra che fatturano 10 miliardi di dollari all’anno e sono fra le più grandi e complesse in Italia, difficilmente ci vanno”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile
UNICA ECCEZIONE LE TARIFFE DEGLI SMARTPHONE
Ci prendono pure in giro. 
Dicono in Inghilterra che l’Italia è ultima nella diffusione e nell’uso delle nuove reti di telecomunicazioni ma è la prima per i prezzi (nel senso che i nostri sono i più alti).
Lo rivela uno studio della Ofcom, l’Autorità britannica di settore.
E perchè a Londra si fanno gli affari nostri?
Perchè l’Authority locale ha voluto fare un raffronto europeo coinvolgendo i cinque maggiori mercati delle Tlc, coinvolgendo il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Spagna e (appunto) l’Italia.
Risultato: siamo ultimissimi nella penetrazione delle reti ultraveloci, all’incirca in media con la banda larga di base (ma ultimi nelle relative connessioni) e per di più ci dobbiamo sorbire per il servizio le tariffe meno attraenti.
Al polo opposto è il Regno Unito, con alta diffusione e prezzi più bassi.
Stando allo studio di Ofcom, Italia la banda larga standard copre ormai oltre il 95% della popolazione, e sembra che tutto vada bene perchè siamo in linea con tutti gli altri Paesi e con gli obiettivi dell’Agenda digitale europea: tuttavia, le famiglie italiane che scelgono davvero e pagano il servizio sono solo il 50 per cento, contro l’83% della Gran Bretagna, l’81% della Germania, il 76% della Francia e il 63% della Spagna.
Del resto gli italiani che si collegano a Internet almeno una volta a settimana sono solo il 56%, mentre gli altri quattro Paesi mostrano percentuali più alte.
All’inverso, l’Italia si guadagna un poco lusinghiero primo posto nella quota di persone che non hanno mai usato Internet, con un desolante 34% (contro l’8% del Regno Unito).
L’Italia torna ultima quando si tratta di acquisti online (ne fa solo il 20% della popolazione) e di rapporti via web con la pubblica amministrazione (il 21%).
Ancora più imbarazzante la graduatoria sulle reti ultraveloci (oltre i 30 mega): l’Italia è ultima sia per la disponibilità (10-15%, contro il 70-75% del Regno Unito) che per l’effettiva connessione al servizio, prossima allo zero.
E le tariffe del servizio?
Lo studio britannico mette a confronto numerosi distinti panieri, con mix diversi quanto a velocità di banda e modalità commerciale: e in nessuno di questi panieri l’Italia risulta la più virtuosa, con l’eccezione della banda larga mobile (quella degli smartphone), dove il nostro Paese svetta sia per diffusione che per prezzi, che risultano essere i più bassi.
Almeno una cosa.
Luigi Grassia
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Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile
E FRANCESCA ATTACCA ALFANO E LA SANTANCHE’
«E’ evidente che Forza Italia senza di lui vacilla. Perciò io spero che ci sia sua figlia Marina a raccogliere questa sfida».
Dal bar terrazza dell’albergo da cui si affaccia Francesca Pascale, mentre beve un aperitivo, si stende la Roma dei palazzi che per due anni dovrà fare a meno di Silvio Berlusconi.
Lei ragiona per la prima volta di un leader ormai espulso. E attacca, analizza, tira fuori vecchi sassolini. E unghie.
È la sua prima intervista politica. «Posso chiederle solo di non farmi apparire senza cervello?». Ha i capelli raccolti, pantaloni e cappa blu, ed è appena tornata dalla Procura di Roma, dove è stata sentita come teste nella causa contro Michelle Bonev (che ha parlato di rapporti omosessuali con la Pascale).
Francesca Pascale, cosa accadrà ora a Forza Italia?
«Un’assenza forzata dalle urne, e dalle platee, di un leader delle capacità di Berlusconi, non passa inosservata. Il partito vacilla senza di lui. Ma cosa significa, questo? Che finisce tutto? No! Intanto l’interdizione dura solo due anni, amen. Poi io spero, sommessamente, anche egoisticamente, che Marina Berlusconi pensi davvero a questa incredibile sfida: anche se, da donna, mi rendo conto di quale sacrificio possa rappresentare. In ogni caso, se non ci sarà la successione familiare io dico: ripartiamo da Berlusconi che è la nostra guida, dai coordinatori del partito, dai club Forza Silvio».
Dicono che comanda lei, ora.
«Sciocchezze. Il presidente ascolta tutti, poi decide sempre e soltanto lui. Chi dice queste cose tradisce la sua lontananza dal presidente: non solo non conosce bene Berlusconi, ma non gli vuole bene. Io mi attribuisco un solo merito, invece: quello di aver introdotto elementi di semplicità estremi, popolari».
Tipo, aver licenziato il compratore di fagiolini a 80 euro al chilo?
«Farà sorridere. Ma è un piccolo emblematico esempio di coloro che abusano della fiducia di Berlusconi. E quanti compratori di fagiolini, intorno a lui, in politica, nei seggi».
Sveli ufficialmente: Renzi le piace perchè assomiglia a Berlusconi o non le piace per lo stesso motivo?
«Questa è una favola da smontare. Renzi scimmiotta un po’ Silvio, sì, ma non ha nulla di lui, anzi con le sue slide somiglia più a Mike Bongiorno. Poi, scusi, una cosa sulla signora Renzi, posso? Ha tutto il mio rispetto: ma la moglie del presidente, invece di chiedere l’aspettativa, perchè non lascia il posto a un precario della scuola? In fondo lei adesso sarà impegnata su altri fronti».
Faccia uno sforzo: le piace qualcosa di questo governo?
«Non le modalità con cui è nato. Questo governo si regge su due traditori. Uno è Renzi che assicurava di voler arrivare a Palazzo Chigi per la via maestra del voto. L’altro è Alfano: autentico voltagabbana. Ecco, se io avessi “contato” nel partito, onestamente, Alfano non l’avrei candidato neanche. A me non ispirava fiducia, ma Berlusconi lo ha allevato come un figlio e ne ha subito il tradimento nel momento per lui più difficile».
Non apprezza neanche che Renzi abbia riabilitato Silvio nel momento di peggior caduta? Ha dovuto incontrare lui avviare la riforma elettorale.
«Ma Renzi ha fatto un piacere solo a se stesso. E Berlusconi non aveva bisogno della sua riabilitazione».
Comunque le aree di vostro dissenso interno sono tante. Fitto, ad esempio, sarà candidato alle europee?
Sorride come di una che ne dubita. «Ho già detto che le decisioni ultime spettano unicamente a Berlusconi».
Pensa davvero che Giovanni Toti sia il vostro uomo?
«Oltre ad essere un uomo che viene dal mondo del lavoro e delle professioni, è un vero moderato. Qualcuno obietterà che non ha il carisma di un leader? Ma quanti leader ce l’hanno in Italia? Forse solo Silvio. E poi meglio un Toti che…».
Dieci Santanchè?
Sorride. «Che tanti altri che di democratico e moderato non hanno proprio nulla. Toti è stato una scelta di Berlusconi e nessuno dovrebbe permettersi di contestarlo. Nel partito tutti devono tutto solo a lui». E Cosentino in Campania sta imbarazzando tutto il partito.
Le tocca il tormentone. Vi sposate o no?
«A Napoli mi hanno regalato anche le scarpe da sposa, incredibile… Però: il matrimonio da sogno, vero, è in chiesa e io non posso più averlo. A questo punto, diciamo che se lui ci dovesse cascare per la terza volta, quel giorno mi farò trovare libera».
(da “La Repubblica“)
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Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile
MA SULLA DISCESA IN CAMPO DEI FIGLI GLI AZZURRI SI SPACCANO
Pier Silvio pronuncia il suo “non possumus” di prima mattina. Niente da fare. 
Il primogenito sembra abbia fatto sapere a tutti – e lo ha ribadito al padre – di non essere assolutamente disponibile a candidarsi, di stare bene alla vicepresidenza di Mediaset.
Dunque, visto anche il gran rifiuto di Marina, resterebbe in campo al momento solo l’ipotesi Barbara per avere il brand di famiglia sulla scheda elettorale.
Ma in quel brodo anarchico che è diventata Forza Italia, nell’approssimarsi della restrizione del capo (arresti domiciliari o servizi sociali), l’arrivo di un Berlusconi junior è oggetto di uno scontro interno che diventa pubblico, in tv e sulle agenzie. «Dopo tutte le aggressioni giudiziarie subite da Berlusconi — profetizza infatti Giancarlo Galan — per dovere morale uno dei figli prenderà il posto del padre».
Ma quando mai. Renato Brunetta non è d’accordo. «Berlusconi non ha successori, succede a se stesso».
L’altro capogruppo al Senato, Paolo Romani, è ancora più esplicito: «Per il successo di Forza Italia è importante chiamarsi Silvio Berlusconi, non solo Berlusconi. Non è immaginabile un altro membro della famiglia che scende in campo».
Lo stesso leader forzista, nelle conversazioni private a palazzo Grazioli, si mostra incerto riguardo al destino politico dei figli: «Ci sto ancora riflettendo, ma preferirei risparmiarglielo».
Alla dinasty familiare si aggiunge il confronto sulle liste per le Europee, ancora molto lontano dal trovare una soluzione.
Se due giorni fa sembrava infatti scontato il via libera alla candidatura di Raffaele Fitto al Sud, gli avversari interni del pugliese – da Francesca Pascale a Giovanni Toti – hanno cominciato a rimettere in discussione quella che sembrava una decisione già presa.
Oggi a palazzo Grazioli ci sarà una nuova riunione con il Cavaliere e lo stato maggiore forzista. Ma sono giorni pesanti per un partito che sembra sull’orlo di una crisi di nervi, acuite dai rumors che vogliono il cavaliere dimissionario persino dalla presidenza di Forza Italia.
Per smentire il clima di cupo pessimismo dilagante scende in campo una batteria impressionante di “dichiaratori”. «Forza Italia – assicura Daniela Santanchè — non è un partito in declino». «Assicuro gufi e uccelli del malaugurio che Silvio Berlusconi sarà in campo» alle europee, afferma Giovanni Toti.
In attesa di sapere quale sarà la decisione del tribunale di sorveglianza di Milano, si moltiplicano le candidature delle Onlus che vorrebbero ospitare il condannato.
Le ultime due — ironia della sorte per il Cavaliere decaduto dal titolo — lavorano con i cavalli e la riabilitazione dei bambini disabili.
Sono la scuderia Unicorno di Corciano e l’Auriga di Roma. Si parla anche dell’Associazione Vittime di Malagiustizia.
Un tema che Berlusconi riprende in serata quando parla a un club di Monza: «Un partito che si dedicasse unicamente alla riforma della giustizia potrebbe ottenere dal 18 al 21 degli elettori indecisi».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile
E SISTEMA MOLTI ALTRI VETERANI NELLE LISTE DELLE ELEZIONI EUROPEE
Rottamare ma anche no, visto che molti sono ancora ben saldi sulle loro poltrone e altri in corsa per occupare il 25 maggio prossimo quelle del Parlamento europeo.
Del leit motiv dell’ascesa di Matteo Renzi non vi è più traccia.
I funerali si sono tenuti nel tempio di Adriano in occasione della presentazione del libro di Massimo D’Alema Non solo euro.
I sorrisi, le strette di mano e le fotografie hanno come d’incanto spazzato via i giudizi al vetriolo che l’ex capo del Copasir e il premier si sono scambiati.
Era l’8 novembre 2013 quando D’Alema lo definì “uno che mente, ignorante, spiritoso ma superficiale”
E Renzi rispose: ”La sinistra l’hanno distrutta loro”.
Nel frattempo Renzi ha conquistato il timone del Pd che continua a navigare in acque agitate e quello del governo che per sopravvivere ha bisogno anche di chi “ha distrutto la sinistra”.
D’Alema da parte sua aspira a essere il candidato italiano alla presidenza della Commissione europea obiettivo che necessita del benestare di Renzi.
Quanto basta per trasformare l’asprezza dei toni e delle parole nella rassicurante puntualizzazione di D’Alema: “Per chi pensa al pregresso vorrei dire che questo non è un dibattito, siamo d’accordo pressochè su tutto. Facciamo parte della stessa squadra, non del Pse ma di una visione fortemente condivisa che parte da un grande amore verso l’Europa”.
Se fosse musica sarebbe una tarantella napoletana: “scurdà¡mmoce ‘o passato, simmo ‘e Napule paisà !
Il resto è l’usato venduto per nuovo.
Come il neo segretario regionale del Pd siciliano, Fausto Raciti, nonostante i suoi 30 anni. Deputato candidato da Bersani nel listino bloccato, per otto anni segretario nazionale dei giovani del Pd.
Sostenuto alle primarie per la segretaria dal renziano David Faraone, ex deputato dell’Ars, responsabile Welfare del Pd, indagato per peculato nell’inchiesta sui rimborsi.
E se non bastasse per capire che la rottamazione è uno degli effetti speciali di Renzi basta scorrere le liste, che verranno ufficializzate a fine mese, delle candidature per le Europee.
Si va dai veterani come Giuseppe Lumia, Sergio Cofferati, Paolo De Castro, Giuseppe Lupo, Gianni Pittella, l’ex sindaco di Firenze Leonardo Domenici, al veltroniano poi mariniano Goffredo Bettini all’ex presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, a Salvatore Caronna, agli uscenti David Sassoli, Andrea Cozzolino, Marco Zambuto, Antonello Cracolici fino agli ex ministri del governo Letta Flavio Zanonato e Cècile Kyenge e alla deputata bersaniana e sua ex portavoce illuminata sulla via di Damasco da Renzi, Alessandra Moretti.
Sarà perchè, come spiega il responsabile Comunicazione del Pd, Francesco Nicodemo: “Vogliamo rottamare ciò che è dannoso ma dialogando con tutti” (tradotto: mantenendo le poltrone di tutti). O perchè i renziani doc sono tutti al governo, per dirla con Maria Elena Boschi la ministra che aspira a passare alla storia “per le riforme e non per le sue forme” per cambiare il Paese, felici di sacrificare la loro vita privata.
Fatto sta che l’esercito dei rottamati è vivo e vegeto.
Un posto a sè lo occupa il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta al quale il 30 ottobre del 2012 ospite di Ballarò Renzi disse: “Caro Crocetta io voglio rottamare questa classe dirigente non per un atto anagrafico, ma perchè ha fallito”.
Lui rispose: “La politica è una cosa seria bisogna favorire l’ingresso dei giovani e delle donne, ma non puoi parlare questo linguaggio di persone che hanno una storia sicuramente migliore di te…”.
Commento di Renzi: “A naso ti vedo esaltato”. Crocetta: “Esaltato sei te che hai detto a me cose che non dovevi dire”.
Crocetta, che ieri ha incassato le dimissioni dell’assessore all’economia Luca Bianchi, che hanno tutta l’aria del capitano che abbandona la nave prima che affondi, a Un giorno da pecora ha detto: “Raciti è un bravo giovane. Sarebbe folle non appoggiare Renzi, lui è passato attraverso le primarie perchè voleva fare il premier ed è il nostro segretario… Anche Enrico Letta non era stato eletto… e poi un governo era necessario”.
È il Pd che di necessità fa virtù.
Sandra Amurri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile
LA REPLICA DI RENZI ALLE POLEMICHE SULLA CASA IN AFFITTO PAGATA DA CARRAI NON FA CHE AUMENTARE I DUBBI…. SE NON FOSSE APPOGGIATO DAI POTERI FORTI I MEDIA LO AVREBBERO GIA’ MASSACRATO
Dopo due settimane Matteo Renzi prova a fare chiarezza sulla casa di via Alfani. 
Lo scoop di Libero ha rivelato come il premier abbia alloggiato a Firenze, durante il suo mandato da sindaco, grazie all’amico Marco Carrai che ha pagato le spese di affitto per conto dell’allora sindaco.
In una nota lo staff di Renzi risponde a Libero: “In questi anni Renzi ha vissuto a Pontassieve, come ben sanno tutti i giornalisti fiorentini che lo hanno seguito a lungo. La casa di via Alfani – prosegue la nota – è stata per alcuni anni la casa di Marco Carrai, pagata dallo stesso Carrai. Non era, dunque, la casa di Renzi pagata da altri, ma la casa di Carrai pagata da Carrai. Renzi ha usufruito in alcune circostanze dell’ospitalità di Carrai, il cui contratto di affitto dell’appartamento è stato già reso pubblico”.
Inoltre “Renzi ha affittato per circa un anno un appartamento a Firenze, nel 2009, in via Malenchini. Ovviamente a sue spese”.
Su questo punto però i dubbi aumentano.
Renzi a Firenze aveva la residenza. I fatti come ha ricostruito Libero sono chiari.
Nel 2009 Renzi trasloca a Firenze in via Malenchini 1, a 400 metri dal suo nuovo ufficio di sindaco; nel 2011, non riuscendo più a sostenere l’esborso di mille euro al mese d’affitto, decide di lasciare la mansarda di proprietà degli aristocratici Luigi Malenchini e Livia Frescobaldi.
Per questo trasferisce la residenza in via Alfani, nell’appartamento preso in locazione da Carrai, amico e finanziatore del sindaco.
Dunque Renzi lascia che sia Carrai a sopportare il peso dell’affitto della casa.
In realtà gli inquilini di via degli Alfani 8 intervistati sempre da Libero ricordano il sindaco, ma non Carrai.
Insomma la risposta di Renzi lascia molti punti oscuri sulla vicenda. Nella casa di via Alfani Renzi avrebbe alloggiato per circa 32 mesi, altro che “in alcune occasioni”
Un pò troppi per un semplice “ospite”.
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
IGNORATA LA NUOVA LEGGE, LOCAZIONI SALVE PER L’IMPRENDITORE SCARPELLINI
La Camera non rinuncia agli “affitti d’oro”, continuerà a pagare 32,5 milioni l’anno per gli uffici di 400 deputati ospitati negli immobili di Sergio Scarpellini.
A dicembre 2013 la Camera aveva deciso con una legge di interrompere le costosissime locazioni.
Ma a oggi nulla s’è fatto. E ora è uno scaricabarile tra l’ufficio dei Questori, l’ufficio di Presidenza. E i partiti.
Tutti vogliono interrompere i contratti, nessuno lo fa.
Gli edifici in questione sono chiamati Palazzo Marini due, tre e quattro, tutti nel centro di Roma attorno a Montecitorio, sono di proprietà della Milano 90 dell’imprenditore Sergio Scarpellini. E sono al centro di un doppio scandalo.
Primo, i loro esorbitanti costi fuori mercato: 650 milioni di euro di affitto dal 1997 per vent’anni (a fronte di un valore commerciale di 330 milioni stimato dal Demanio).
Secondo, una clausola capestro, raramente adottata nel diritto amministrativo, che impedisce in modo esplicito il recesso anticipato dei contratti.
Sull’onda della spending review, alla fine dell’anno la Camera s’era dotata di una norma, voluta dal grillino Riccardo Fraccaro, per poter recedere dalle locazioni.
Ma non fu mai applicata. «Quella norma – spiega il questore Paolo Fontanelli, Pd – era stata valutata “a rischio” dall’Avvocatura dello Stato in quanto aveva tempi di preavviso troppo stretti, appena 30 giorni. Scarpellini avrebbe potuto impugnare il provvedimento e si rischiava la beffa di doverlo pagare due volte, con un danno, e non un vantaggio per le casse della Camera».
Per questo s’era deciso di migliorare la norma-Fraccaro, inserendo una modifica nel “salva-Roma”.
Per due volte, però, quel decreto è stato ritirato.
Col risultato che ora la Camera (vigente solo la norma Fraccaro), si trova di fronte ad un dilemma.
È possibile recedere dai contratti col rischio di perdere una eventuale causa civile?
Questa ipotesi avrebbe il costo sociale di licenziare i 300 dipendenti della Milano 90.
E quello politico di sfrattare 400 deputati, e relativi collaboratori, nel giro di un mese, lasciandoli senza uffici. Insomma, un grattacapo per Questori e Presidenza.
L’impasse politica ha generato uno scambio di accuse tra grillini, Pd e Presidenza.
Il primo ad attaccare è Fraccaro. «Gli immobili di Scarpellini costano trentadue milioni di euro all’anno – tuona il deputato 5Stelle Riccardo Fraccaro – 7 mila euro al mese per deputato. Una cifra assurda. La norma consente il recesso: perchè i democratici fanno resistenza e la presidente Boldrini non mette al voto il recesso dei contratti in ufficio di Presidenza? ».
I contratti, spiega Fraccaro, avranno una scadenza naturale nel 2016, 2017 e 2018. «Interromperli prima – ha aggiunto – farà risparmiare per questo periodo 32,5 milioni all’anno»
La Presidenza ha replicato facendo sapere che la votazione può essere messa all’ordine del giorno solo se arriva la richiesta dall’ufficio dei Questori. Che non è arrivata.
Fontanelli ha precisato che «sono stati gli stessi grillini, facendo ostruzionismo al “salva Roma”, a ostacolare la legge che avrebbe consentito il recesso senza difficoltà ».
Ma tra i questori prevale prudenza e cautela.
«In tempi di spending review – spiega il questore Gregorio Fontana, Fi – siamo tutti d’accordo a interrompere i costosissimi affitti. Ma chi si prende la responsabilità di lasciare senza ufficio 400 deputati e relativi collaboratori? E di mettere trecento dipendenti sulla strada? Vogliamo che tutti i 630 deputati si assumano pubblicamente in Aula, con una votazione, la responsabilità »
E mentre la Camera sta cercando di interrompere gli “affitti d’oro” con Scarpellini, quest’ultimo sta tentando di rinnovarli con la Camera.
Nei mesi scorsi ha chiesto il rinnovo dei contratti per altri diciotto anni.
Ma, almeno su questo, i deputati sono stati unanimi. Negandoglielo.
Alberto Custodero
(da “la Repubblica”)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
ACCUSA DI ELEZIONI FARSA PER PERMETTERE AL VICESINDACO DI RICEVERE UN’INVESTTURA POPOLARE DOPO ESSERE STATO “IMPOSTO DALL’ALTO”… “ORMAI SIAMO ALLA FEUDALIZZAZIONE”
L’esito delle primarie Pd per la candidatura a sindaco di Firenze appare scontato: il
superfavorito nella sfida del 23 marzo è infatti Dario Nardella, nominato da Matteo Renzi vicesindaco reggente una volta spiccato il volo per Palazzo Chigi.
Poco probabile che il civatiano Iacopo Ghelli e Alessandro Lo Presti dell’area ex Marino riescano a fare lo sgambetto all’ormai ex deputato (“ho scritto una lettera di dimissioni al presidente della Camera”).
Già vicesindaco per tre anni e mezzo con Renzi, era stato eletto alla Camera nel 2013 dopo un boom di preferenze alle primarie di fine 2012: Nardella è però stato richiamato lo scorso 17 febbraio a Palazzo Vecchio dallo stesso Renzi una volta che questi è diventato premier.
Dalla reggenza alla candidatura a sindaco il passo è stato breve.
La nomina di Nardella, malgrado Renzi abbia dichiarato “non mi sono scelto il successore”, è stata interpretata da molti come un sorta di passaggio di consegne in vista delle amministrative di maggio.
Il vicesindaco, definito un “paracadutato” ha comunque sempre dichiarato di volersi misurare con le primarie.
I vertici del Pd vengono accusati da più parti di aver allestito primarie “farsa” per permettere a Nardella di ricevere quell’investitura popolare necessaria a scrollarsi di dosso l’etichetta di “candidato calato dall’alto”.
La strada per trovare qualche sfidante non è però stata affatto facile: l’ufficializzazione delle candidature di Ghelli e Lo Presti è infatti avvenuta in extremis soltanto lo scorso 4 marzo, ultimo giorno disponibile.
La parola passa ora alla base.
Punto fondamentale sarà capire l’affluenza ai seggi: difficile toccare i 37mila votanti delle primarie 2009 (in quell’occasione Renzi vinse con il 40% dei consensi battendo Lapo Pistelli, Daniela Lastri, Michele Ventura e Eros Cruccolini).
A rispedire però al mittente tutte le accuse ci pensa il segretario comunale del Pd Federico Gianassi: “Si tratterà di primarie vere, nessun accordo sottobanco tra i candidati e nessun premio di consolazione per chi perde”.
L’obiettivo del renziano è portare ai seggi “almeno 15mila persone”, in linea ai numeri delle primarie 2012 per la scelta dei candidati al Parlamento.
Si tratta davvero di primarie “farsa” a favore di Nardella?
“E’ un’accusa irrealistica — controbatte Gianassi — gli altri due candidati non sono kamikaze: le primarie non si fanno per forza. E comunque abbiamo dato a tutti la possibilità di candidarsi”.
A puntare il dito contro le primarie del Pd è anche l’ex assessore regionale alla cultura e al turismo Cristina Scaletti (Centro Democratico), estromessa dalla giunta Rossi in seguito al recente rimpasto: “Le primarie del prossimo 23 marzo, per quanto partecipate, saranno sempre e solo una finzione”.
Così come il wrestling in tv — afferma — si tratterà di una “gigantesca messa in scena”. Scaletti si era inoltre appellata a Nardella affinchè a Firenze si tenessero “primarie vere, aperte, di coalizione”.
Si stanno intanto moltiplicando gli appelli di molti cittadini affinchè Scaletti si candidi a sindaco: l’ex assessore scioglierà il nodo probabilmente nei prossimi giorni. A parlare di “primarie finzione” è anche l’ex assessore comunale al bilancio Claudio Fantoni (Pd), dimessosi nel 2012 a seguito di attriti con Renzi: aveva avanzato la propria candidatura per Palazzo Vecchio già a fine 2013.
Con l’ufficializzazione a metà gennaio della ricandidatura a sindaco di Renzi, nel frattempo diventato segretario nazionale, l’ipotesi primarie era però andata in soffitta. Un mese più tardi però, con il passaggio di Renzi a Palazzo Chigi, i giochi si sono riaperti.
La nomina di Nardella a vicesindaco reggente è stata interpretata come una sorta di investitura da parte di Renzi.
Fantoni, che non ha digerito i passi del partito, parla di “deriva padronale”, “monarchizzazione del Pd” e “feudalizzazione di Firenze”.
Il presidente della Provincia Andrea Barducci si sofferma invece sul capitolo partecipazione: “Un eventuale flop sarebbe innegabilmente motivo di riflessione politica sull’utilizzo di questo strumento partecipativo”.
David Evangelisti
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
L’INTRECCIO TRA AFFARI, REGALI E FONDI ALLA POLITICA
“Siamo amici dal 1996, amici veri”. Marco Carrai lo spiega così il rapporto che ha con Matteo Renzi, registrando alla voce “amicizia” quello che in un qualsiasi bilancio andrebbe invece indicato separatamente nelle colonne dare e avere.
Lui è della famiglia. Paga a Matteo l’affitto della casa fiorentina e accompagna Agnese, la moglie di Renzi, in Senato ad assistere all’esordio del marito al governo. “Siamo amici”.
Seguendo l’ascesa politica di Renzi, Carrai ha sviluppato una fitta tela di incarichi e relazioni economiche.
E più il sole illuminava il politico Renzi più si estendeva l’ombra di Carrai e la sua fama di imprenditore. Insieme hanno ideato, progettato e realizzato l’intero percorso che ha portato l’amico Matteo dalla Provincia di Firenze a Palazzo Chigi.
Nel 2005, anno in cui Renzi è eletto presidente della Provincia, Carrai ottiene il primo e all’epoca suo unico incarico: amministratore delegato della Florence Multimedia.
La società creata ad hoc da Renzi per gestire la comunicazione e su cui poi la Corte dei conti aprirà un’inchiesta.
Nel 2007 Carrai avvia quella che diventerà la sua attività principale, fondamentale per la carriera politica di Renzi, dedicandosi alla raccolta fondi a favore dell’amico che vuole diventare sindaco.
Crea le prime due associazioni: la Noi Link e Festina Lente.
Nel 2009 Renzi conquista Palazzo Vecchio, Carrai comincia a pagare l’affitto di un attico in via degli Alfani (come rivelato da Giacomo Amadori su Libero nei giorni scorsi) e i suoi impegni si moltiplicano rapidamente.
Lascia Florence Multimedia e il 18 dicembre 2009 entra in Firenze Parcheggi Spa, società detenuta dal Comune, come amministratore delegato.
Formalmente Carrai è inserito dal secondo azionista, il Monte dei Paschi di Siena, all’epoca guidato da Giuseppe Mussari.
Dopo appena tre mesi diventa anche presidente della Imedia Srl, una società fondata insieme a Stefano Passigli, l’editore, già sottosegretario nel governo guidato da Massimo D’Alema e poi nell’esecutivo di Giuliano Amato.
La Imedia srl chiude le attività in perdita per 51 mila euro.
Il liquidatore è Federico Dalgas. Lo stesso Dalgas che nel frattempo è diventato socio di Carrai in un’altra srl: la D&C, una piccola holding.
I due hanno ciascuno il 50% ma Carrai è il presidente.
Anche questa società chiude in perdita il bilancio 2012: 90 mila euro.
A fronte di un capitale sociale di 30 mila euro, detiene il 9% della Kontact di Giorgio Moretti (amministratore delegato di Dedalus Spa) e il 51% della C&T Crossmedia che ha tra i soci anche Chicco Testa e di cui Carrai diventa presidente.
La C&T nel 2012 si aggiudica l’appalto del Comune di Firenze per la gestione delle guide su tablet per il museo di Palazzo Vecchio.
Nello stesso anno Renzi contende a Pier Luigi Bersani la candidatura a premier. Il sole sale ma l’ombra si allunga.
Carrai crea la fondazione Big Bang, oggi Open, in cui siede, fra l’altro, anche l’attuale ministro Maria Elena Boschi, e diventa consigliere della scuola Holden di Alessandro Baricco.
Le primarie del 2012 le vince Bersani. Carrai intanto dà vita ad altre società .
La Cambridge Management Consuling e la Yourfuture Srl, entrambe con una quota della Fb Group di Franco Bernabè.
Nell’aprile 2013 viene nominato presidente di Adf, la società che gestisce l’aeroporto di Firenze.
A novembre Carrai lascia Firenze Parcheggi e fa il suo ingresso nel cda dell’ente Cassa Risparmio di Firenze. Una fondazione che distribuisce ogni anno 23 milioni di euro sul territorio e ha interessi plurimi.
Dei 45,5 milioni investiti in fondi comuni nel 2012, dieci sono stati investiti nel fondo Algebris di David Serra, amico di Renzi e finanziatore del Big Bang.
Altri 50 milioni sono investiti nel fondo chiuso F2i di Vito Gamberale. L’Ente ha, inoltre, una partecipazione del 3,3% di Intesa Sanpaolo, l’1% della Cassa Depositi e Prestiti, il 10,25% della Cassa di Risparmio di Firenze e il 17% dell’Adf.
Quando Carrai fa il suo ingresso nel cda, l’ente è presieduto da Jacopo Mazzei, poi costretto a lasciare l’incarico a Giampiero Maracchi.
Quando nell’aprile 2013 la Fondazione Big Bang rende noto l’elenco dei finanziatori che hanno versato 600 mila euro per sostenere la campagna elettorale di Renzi, oltre a Carrai e ai 100 mila euro di Serra, figura anche Mazzei con 10 mila euro, seguito da Filippo Landi, Carlo Micheli, Giorgio Colli e Guido Roberto Vitale
La cassaforte costruita da Carrai, intanto, accompagna Renzi nel tentativo riuscito di conquistare il Pd.
Per la campagna elettorale nel 2013, secondo i resoconti che Il Fatto ha verificato, la fondazione ha raccolto 980 mila euro, 300 mila euro in più rispetto all’anno precedente.
Ma i finanziatori non sono ancora stati resi noti, probabilmente l’elenco sarà pubblicato il prossimo mese.
Ma intanto il nome è cambiato, ora si chiama Open, e nel suo cda sono stati inseriti i nuovi fedelissimi di Renzi: Boschi, Luca Lotti, Alberto Bianchi.
E Carrai. L’amico vero.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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