Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROCURA CONTESTA AL SOTTOSEGRETARIO ALTRI 40 MILA EURO…. LA DIFESA DELLE “MISSIONI” VACILLA: “SPENDEVA A CAGLIARI CON LA CARTA”
Nei corridoi del Partito democratico parlano di doccia fredda. 
Francesca Barracciu, sottosegretario alla Cultura, aveva garantito di essere pronta a entrare nella squadra di governo “perchè con i magistrati era tutto chiarito”.
In suo favore si erano esposti il ministro Maria Elena Boschi e lo stesso premier Matteo Renzi.
Ma venerdì scorso è arrivato il colpo di scena. Il pm di Cagliari Marco Cocco ha interrogato in gran segreto l’ex consigliere regionale, indagata per peculato aggravato nell’ambito dell’inchiesta sui fondi sui gruppi consiliari della Regione Sardegna, proponendo a Barracciu due sorprese.
In primo luogo la procura le contesta di aver speso senza giustificazione altri 40 mila euro, oltre ai 33 mila per i quali è già indagata da sei mesi.
“Lo abbiamo scoperto solo venerdì — spiega il suo difensore, Carlo Federico Grosso — ma abbiamo preso tre settimane di tempo per rispondere, l’onorevole deve riordinare le idee, contestano episodi che sono di tre anni fa”.
Ma soprattutto i magistrati la accusano di aver mentito.
Barracciu aveva sostenuto il 6 dicembre scorso di aver speso 33 mila euro, tra il 2006 e il 2009, in viaggi politici e istituzionali.
“Abbiamo anche indicato uno per uno gli appuntamenti politici cui la signora ha partecipato, con la propria automobile”, aveva spiegato Grosso. Alla media di 62 chilometri al giorno, 942 chilometri al mese, 24 mila all’anno su e giù per la Sardegna. Gli inquirenti hanno in seguito messo a confronto il resoconto sui viaggi dell’indagata con i movimenti della sua carta di credito, scoprendo che in più di un’occasione il sottosegretario si trovava in posti diversi da quelli dichiarati, spesso a Cagliari dove ha sede il consiglio regionale, in almeno un caso all’estero.
La conclusione dei pm: lei era a Cagliari, dunque non c’era nessuna benzina da rimborsare.
Lei si è difesa sostenendo che fossero spese fatte prima di partire per la missione o dopo il rientro.
Una linea difensiva giudicata debole dal pm Cocco, che sembra orientato a procedere con la richiesta di rito immediato, che presuppone l’evidenza della prova.
L’avvocato Grosso allarga le braccia e dice: “Valuteremo l’ipotesi se è meglio difendersi da sottosegretario o meno. Questa è una valutazione politica, spetta alla mia cliente. Ma ne parleremo”.
La donna che doveva guidare il nuovo corso renziano in Sardegna diventa così un imbarazzo crescente per il Pd. E per Renzi stesso, che in difesa di Barracciu si è speso senza riserve.
Molto popolare in Sardegna, renziana della prima ora, dopo l’esperienza da consigliere regionale si è candidata alle Europee nel 2009, ma è entrata a Strasburgo solo un anno e mezzo fa come la prima dei non eletti al posto di Rosario Crocetta eletto governatore in Sicilia.
Sei mesi fa ha conquistato alle primarie del centrosinistra il ruolo di sfidante del governatore uscente berlusconiano Ugo Cappellacci.
Poche ore dopo il trionfo, mentre parla del suo futuro a Ballarò, la informano che a suo carico c’è un avviso di garanzia.
È accusata di peculato e di 33 mila euro non giustificati. Lei non salta neanche sulla sedia, mezzo partito è nelle sue stesse condizioni. Ma col tempo, a ogni accertamento i magistrati ne scoprono una nuova.
Renzi spedisce in Sardegna il suo emissario, Stefano Bonaccini, e lo incarica di risolvere il problema: eliminare un candidato indagato e in calo di popolarità .
Il 30 dicembre, in una drammatica resa dei conti a Oristano, la fanno fuori.
Mentre il Pd mette in pista Francesco Pigliaru, che batterà Cappellacci, Barracciu, che è tipa tosta, proclama la sua innocenza e punta i piedi. Il 4 gennaio va a Firenze e strappa a Luca Lotti, altro fedelissimo di Renzi, una promessa: lei fa la brava e avrà un assessorato di rilievo, magari il più ambito, la Sanità .
Ma Pigliaru, appena eletto, le sbarra la strada: “Niente indagati nella mia giunta”.
A quel punto nasce il governo Renzi e le viene concesso il risarcimento estremo: sottosegretario alla Cultura.
La linea del Pd resta garantista, ma fino a un certo punto.
Anche perchè il rumore intorno al caso Barracciu imbarazza la pattuglia di parlamentari Pd sardi indagati con lei per lo stesso reato: Silvio Lai, Siro Marrocu, Marco Meloni e Francesco Sanna, tutti chiamati a rispondere di cifre dai 30 ai 90 mila euro.
L’avvocato Grosso, uno dei migliori penalisti in Italia chiamato da Torino per la gravità del caso, si dice sicuro di poter chiarire tutto nel prossimo interrogatorio.
Che potrebbe però arrivare troppo tardi.
Emiliano Liuzzi e Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
UNA DOMANDA SULLE MISURE ECONOMICHE DEL PREMIER SUSCITANO L’ILARITA’ DELLE MASSIME CARICHE EUROPEE
“Il rispetto degli impegni presi” in sede europea è “fondamentale” per la fiducia nell’Italia e nell’Ue.
Lo ha detto il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso precisando però di non poter fare commenti sulle dichiarazioni di Renzi sul deficit “prima di discuterne con lui”.
E proprio il presidente del Consiglio, a stretto giro, ha ribadito la propria posizione: “L’Italia sta rispettando tutti i vincoli, l’Italia è un paese che i vincoli li rispetta”.
I sorrisi di Barroso e Van Rompuy.
Il botta e risposta tra i due fa il pari con un altro brevissimo, ma simbolico, siparietto, andato in scena nella conferenza stampa congiunta del presidente della Commissione con Herman Van Rompuy.
Alla domanda del corrispondente di Radio Radicale David Carretta sulle possibilità che le misure annunciate da Renzi, tra cui soprattutto l’aumento del deficit, possano rappresentare uno strumento necessario per vincere l’Euroscetticismo i due si lasciano andare a uno scambio di sorrisi che a molti ha ricordato le risate della coppia Merkel-Sarkozy, ai tempi del governo di Silvio Berlusconi.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
DEPOSITATO DALLA DEFUNTA PRESSO UN LEGALE DI FIDUCIA: “NON INTENDO LASCIARE NULLA A GERONIMO, MI HA INGANNATA”
Esiste una seconda lettera che documenta lo scontro per i beni milionari tra Geronimo La
Russa, figlio dell’ex ministro e la nonna. Lidia Peveri, la nonna di Geronimo La Russa scomparsa lo scorso autunno, non aveva scritto solo la memoria rivelata da “l’Espresso” una settimana fa, e che tante polemiche ha suscitato .
Il 21 settembre del 2011 era andata nello studio dell’avvocato di fiducia, a Melegnano, e aveva messo nero su bianco le preoccupazioni di quei giorni.
Non l’aveva fatto soltanto perchè rimanesse «il ricordo», come aveva ripetuto nel primo documento, dell’inganno che riteneva di aver subito da Geronimo.
Aveva la necessità di spiegare perchè degli ultimi beni di famiglia rimasti in suo possesso non lasciava nulla al nipote, nato dal matrimonio della figlia Marica con l’ex ministro Ignazio La Russa.
E sentiva il bisogno, in occasione della lettura del testamento, di far sentire la propria voce perchè fra la stessa Marica e il fratello Libero — lo zio che Geronimo ha accusato di aver manipolato la prima lettera — tornassero, si legge nel documento, «la pace e l’affetto che sempre hanno regnato nella mia famiglia e nel mio cuore».
Questa seconda lettera, come scrive “l’Espresso” nel numero in edicola domani, è rimasta segreta per oltre due anni, affidata ai legali dello studio guidato dall’avvocato Guido Grignani, specializzato proprio in successioni, nonchè uno dei più conosciuti nella zona a Sud di Milano.
È stata consegnata e letta alle parti come da volontà della signora Lidia, il giorno dell’apertura del testamento vero e proprio.
Della sua esistenza non sapeva nulla fino a quel giorno nemmeno Libero Cottarelli che, contattato telefonicamente in Romania, dove vive, ha deciso per la prima volta di rispondere alle accuse che gli sono piovute addosso da Geronimo: «Non vogliamo nè vorremo mai un centesimo, pretendiamo solo che tutta la verità venga a galla», spiega.
«Scrivo quanto segue per amore di verità e giustizia», è l’incipit della nuova lettera scritta da Lidia Peveri.
Che prosegue: «Ho quattro nipoti. Geronimo è oggi proprietario, per motivi che ancora non comprendo, della maggior parte del patrimonio della famiglia Cottarelli». Un patrimonio milionario, va ricordato, che comprendeva immobili a Riccione, Melegnano e Milano, nonchè terreni, titoli e depositi.
Lidia dice di essere stata indotta a donare a Geronimo «a causa delle sue insistenze» alcuni di questi immobili.
E aggiunge che, considerando anche le risorse del padre, «ho scritto il mio testamento nominando solo gli altri tre nipoti».
Camilla Conti e Luca Piana
(da “L’Espresso“)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
E’ IN CORSO LA CONVENZIONE CONSIP PER 70 MILIONI… L’ULTIMA GARA SI E’ CONCLUSA CON L’ACQUISTO DI 210 AUTO BLINDATE PER UN VALORE DI 25 MILIONI
Il venditore è un fenomeno oppure il mercato delle auto blu funziona al contrario, con cento vecchie ne compri mille nuove.
Renzi ha annunciato così la dismissione delle prime 100 auto di servizio della pubblica amministrazione.
Saranno su eBay dal 26 marzo al 16 aprile, con previsioni d’incasso alquanto incerte ma sicuri ritorni d’immagine.
In ultimo è arrivato pure il commissario Cottarelli, con le sue tabelle: “massimo 5 vetture e solo per i ministeri”.
E’ la definitiva rottamazione del simbolo del potere? Non proprio.
Nessuno, forse, ha informato premier e commissario che mentre loro rivendono le auto usate sul web lo Stato si prepara a comprarne di nuove nei concessionari: 210 vetture pubbliche, tutte blindate, con una possibilità di spesa fino 25 milioni di euro in due anni.
Non è uno scherzo. E neppure una novità , visto che la gara Consip per l’acquisto è partita a dicembre e il termine per le offerte era il 27 febbraio scorso, giusto un paio di settimane prima della roboante serie d’annunci e cinque giorni dopo l’insediamento di Renzi. Non solo.
E’ addirittura in corso, pienamente operativa da tempo, un’altra convenzione per l’acquisto centralizzato di 1100 tra berline e utilitarie.
Valore della convenzione, 15 milioni di euro.
E’ tutto? No, a ben vedere ce n’è anche un’altra per veicoli green, autovetture elettriche e ibride, valida fino al 2016.
Ci sono infine i centri d’acquisto periferici che continuano le prenotazioni: a metà gennaio, in piena bufera per l’inchiesta delle Procura di Palermo sulle spese pazze dei gruppi, la Regione Sicilia pubblicava un bando per il noleggio di sette auto blu blindate.
Già , perchè c’è anche il noleggio, oggetto di una quarta convenzione Consip attiva da due anni e fino al 2015: 4.045 autoveicoli per tutti i gusti.
Elettrico, benzina, metano e Gpl. Cinque lotti per un valore totale di 40 milioni di euro.
Insomma, gli annunci sulle auto blu sono definitivamente entrati in cortocircuito con la realtà .
Ma la domanda dalle cento pistole è: si possono interrompere gli acquisti?
La risposta è si, le convenzioni sono revocabili, a condizione di sapere che ci sono. E nessuno, per ora, le ha revocate.
A spiegare il meccanismo è il responsabile del procedimento dell’ultima gara chiusa, quella da 210 vetture ora all’esame della commissione che selezionerà il vincitore. Consip stipula contratti quadro dopo aver rilevato il fabbisogno delle amministrazioni. Quando la convenzione è attiva quelle che hanno titolo possono usufruirne per rinnovare il proprio parco veicoli all’interno del massimale e dei prezzi unitari indicati nella convenzione.
Ma il governo può interrompere gli acquisti?
“Come per tutte le convenzioni non è un’acquisto diretto”, spiega il responsabile Maurizio Ferrante. “Se subentra una norma che inibisce l’acquisto per ragioni di contenimento della spesa non c’è alcuna penalizzazione, le gare non prevedono un impegno all’acquisto, neppure per un veicolo”.
Ma la norma non è subentrata, nessun decreto a firma di Renzi che blocchi o restringa la possibilità delle amministrazioni di ordinare veicoli nuovi nei prossimi 2 anni.
E qui sta il rischio, il trucco, la breccia che fa rientrare l’auto blu dalla finestra.
La spending review di Monti e la legge di Stabilità di Letta avevano inibito fino al 31 dicembre 2014 l’acquisto di autovetture a tutte le amministrazioni dello Stato, periferiche e centrali, ad eccezione di tre categorie: Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, servizi istituzionali di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, servizi sociali e sanitari volti a garantire i livelli essenziali di assistenza.
La seconda categoria, a ben vedere, è ampiamente compatibile coi servizi scorta e col tradizionale scarrozzamento in auto blu.
Benchè il bando non sia una gara su delega per gli Interni e la Giustizia, c’è da ritenere che vetture blindate sotto il profilo balistico siano rivolte essenzialmente ai due ministeri.
Del resto chi controlla la destinazione finale dell’acquisto? Consip mette a disposizione il servizio e fa esperire la gara pubblica abilitando le stazioni appaltanti che (a qualsiasi titolo) possono accreditarsi.
Le verifiche sulla reale destinazione d’uso spettano poi alla Corte dei Conti e alla Guardia di Finanza. Che come si muovono riscontrano illeciti a dimostrazione che la galleria per far passare le auto pubbliche, volendo, si trova.
Così succede, del resto, per l’uso improprio che è l’altro male duro a morire.
Lo conferma la quantità di consiglieri regionali recentemente indagati per le spese pazze e i rimborsi gonfiati sotto la voce “spese di trasporto”.
Eccoli i due binari che hanno creato negli anni il parco di auto pubbliche più grande d’Europa (52mila secondo l’Espresso).
La scoperta che mentre si vende in realtà si compra lascia interdetti per primi i potenziali beneficiari, quei sindacati delle Forze dell’Ordine che per anni hanno chiesto uomini e mezzi. E ora arrivano i mezzi e tagliano gli uomini.
Massimo Blasi, segretario confederale della Cisal, prova a usare l’ironia: “Il rischio, se si prendono per buone le tabelle di Cottarelli sugli organici delle forze dell’ordine, è che ci arrivino le auto e nessuno le possa guidare”.
Da qui, l’informativa urgente a Renzi: “Attenzione Matteo, dici che le vendi ma guarda che le stai comprando”.
E con 100 usate sarà poi difficile prenderne 1000 nuove, anche per il più micidiale dei venditori.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO UN SONDAGGIO SAREBBE IL PIU’ GRADITO DALL’ELETTORATO FORZISTA… IL VANTAGGIO DI UNA IMMAGINE MAI TOCCATA DA SCANDALI
L’erede politico di Berlusconi, il «Mister X» al quale l’ex premier vorrebbe passare il
testimone, è anch’egli un imprenditore televisivo. Per giunta milanese.
Quel che più conta, porta lo stesso cognome del leader di Forza Italia.
Cambia soltanto il nome, seppure di poco: Pier Silvio anzichè Silvio.
Si tratta del figlio quarantaquattrenne, sottoposto a un pressing davvero intenso perchè accetti di rivoluzionare (in peggio) la propria esistenza finora molto tranquilla e sicuramente sobria, se confrontata ai parametri di famiglia.
Precisiamo subito che Pier Silvio non sembra propenso a farsi trascinare sul ring. Oppone una resistenza fondata su considerazioni molto sensate.
Ma la questione risulta tuttora aperta, e non è mai semplice far cambiare idea al Cavaliere quando si mette in testa una fissa.
Testimoni superattendibili giurano di aver sbirciato il discorso, scritto di suo pugno da Silvio, con cui Pier Silvio dovrebbe accettare la candidatura alle prossime elezioni europee quale capolista «azzurro» in tutte e cinque le circoscrizioni.
A certi suoi ospiti il Cavaliere ha mostrato con orgoglio un «trailer», dove si vede suo figlio che parla disinvolto e brillante in una convention aziendale: la prova che a Pier Silvio non mancherebbe la verve per duellare in pubblico con un battutista del calibro di Renzi.
E a questo proposito, circola ad Arcore un sondaggio riservatissimo dell’istituto Tecnè.
È aggiornato al 18 marzo, e misura il gradimento degli italiani.
Al primo posto della hit parade troneggia Renzi (42,2 per cento), seguito a distanza da Letta al 25,5. Terzo si piazza Berlusconi senior (23 per cento).
Ma subito dopo, distaccato di un’incollatura e in ascesa rispetto a un precedente campione, ecco Berlusconi junior: quarto con il 20,6 per cento di approvazione, due punti più della sorella Marina.
Della quale molto si era parlato come possibile risorsa del centrodestra, nonostante lei avesse ripetutamente smentito. Così come era circolata voce che Barbara (figlia di Veronica) ardesse dalla voglia di cimentarsi, nonostante le disavventure del Milan di cui è dirigente, con conseguente calo di popolarità .
Pochi, anzi nessuno, aveva immaginato che l’occhio del Cavaliere stesse posandosi invece sul secondogenito.
Ai suoi occhi ha i seguenti pregi: 1) è giovane 2) maschio 3) di bella presenza 4) senza grilli per la testa (una compagna fissa da 17 anni, la soubrette Silvia Toffanin) 5) concentrato sul «fare», inteso come lavoro a testa bassa in azienda.
Insomma, chi meglio di lui per dare un senso di continuità fisica, anzi genetica, a una leadership che la condanna in Cassazione impedisce a suo padre di esercitare?
Quando gli hanno messo sotto il naso le rilevazioni Tecnè, Silvio ha fatto un salto sulla sedia: «Ecco la conferma delle mie intuizioni…».
Ed è partito alla carica.
Però Pier Silvio resiste (sebbene a sera con minor vigore, dopo alcune telefonate di notabili «azzurri» terrorizzati dalla prospettiva che un suo no possa spalancare le porte a Barbara).
Lui dirige Mediaset da quasi vent’anni. Mollare in questo momento il volante sarebbe, esemplificano esagerando nel mondo del Biscione, «come se Marchionne smettesse di guidare la Fiat».
C’è di più: Pier Silvio non ha mai espresso pulsioni forti per la politica.
Esiste anzi il fondato sospetto che le sue idee collimino solo in parte con quelle del paterno genitore (in passato aveva manifestato simpatie per la Bonino).
Dovesse mai cimentarsi, darebbe dispiaceri a papà .
Che poi è il destino comune dei figli.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
DAL DEPUTATO PD CONDOTTE CENSURABILI DA ANNI, MA A TUTTI E’ CONVENUTO CHIUDERE GLI OCCHI
Alla notizia dell’arresto disposto dal gip di Messina (Camera permettendo) per Francantonio Genovese, deputato renziano, viene in mente Franca Rame.
Poco più di un anno fa, il Fatto pubblicò l’elenco degli impresentabili del Pd che aspiravano a un posto al sole in Parlamento.
Fra questi troneggiava il ras di Messina, per cui non valeva il detto “ha più conflitti d’interessi che capelli in testa” solo perchè è pelato. Franca lanciò un appello a Bersani perchè non candidasse questi signori.
Dopodichè si riunì la famosa e fumosa “Commissione di garanzia” per vagliare la presentabilità o meno dei pretendenti al seggio e stabilì che, nella nutrita pattuglia delle quote marron siciliane, Crisafulli e Papania meritavano l’esclusione. Francantonio — come pure, fuori dall’isola, l’imputato Bubbico — invece no.
Figlio del sei volte senatore dc Luigi Genovese, nipote dell’otto volte ministro Nino Gullotti, lui stesso nato nella Dc, poi passato al Ppi, alla Margherita e al Pd, deputato regionale nel 2001, sindaco di Messina nel 2005, coordinatore regionale del Pd dal 2008, prima veltroniano, poi franceschiniano, poi bersaniano, ora naturalmente renziano, Genovese è soprannominato “Franzantonio” perchè azionista e dirigente della “Caronte”, la società dei traghetti dello Stretto controllata da Pietro Franza.
Non c’era bisogno di attendere il suo arresto per sapere che uno così non avrebbe mai dovuto sedere in Parlamento, ma neppure in Comune: i suoi conflitti d’interessi erano noti a tutti, bastava leggere Avanti popolo di Gian Antonio Stella (2006) o Se li conosci li eviti di Peter Gomez e del sottoscritto (2008).
Eppure Veltroni, che oggi celebra Berlinguer e la sua “questione morale”, gli affidò nel 2007 il neonato Pd in Sicilia e nel 2008 la stesura delle liste elettorali nell’isola. Dove, à§a va sans dire, campeggiava il suo nome.
Lo stesso fece un anno fa Bersani, incurante di una memorabile puntata di Report sugli scandali degli enti di formazione professionale siciliana finanziati dalla Regione, in gran parte controllati dalla famiglia Genovese.
La società Lumen presieduta dal deputato regionale Franco Rinaldi, cognato di Genovese e soprattutto marito di Elena Schirò, che lavora alla Lumen. Rinaldi e Genovese soci nella Training Service.
L’Nt Soft in mano ai nipoti di Genovese e Rinaldi.
L’Esofop presieduta dalla cognata di Rinaldi e amministrata da Chiara Schirò, moglie di Genovese.
La sede dell’Enaip e dell’Aram affittata da una società in cui compare Genovese.
E così via.
Ciononostante, anzi proprio per questo, Francantonio restò in lista: grazie al suo capillare sistema clientelare, alle primarie di Capodanno aveva incassato 19.590 preferenze, risultando il più votato d’Italia.
Per questo il centrosinistra non ha mai neppure pensato di fare la legge sul conflitto d’interessi: non solo per salvare B., ma anche per proteggere i propri capibastone.
Per loro i conflitti d’interessi non sono un handicap, ma un elisir di lunga vita e di tanti voti. Appena rieletto, Genovese fu puntualmente indagato (con moglie arrestata). E nessuno fece un plissè.
Neppure Renzi, che se lo ritrovò alleato alle primarie e folgorato sulla via della rottamazione (altrui).
Venghino, signori, venghino.
Ora che ha sul groppone un mandato di cattura per peculato, truffa, riciclaggio e associazione a delinquere, inscena la classica pantomima di “autosospendersi dal partito” che avrebbe dovuto cacciarlo da un pezzo.
Si spera che la maggioranza alla Camera (cioè il Pd, grazie al premio del Porcellum) autorizzi il giudice a procedere, evitando almeno l’ultimo sconcio. E che Renzi, come segretario del Pd, dica parole chiare, senza mandare avanti la solita Boschi a blaterare di “presunzione di innocenza” (come nel caso Barracciu che si fa ogni giorno più imbarazzante).
Qui il penale è solo l’effetto di condotte indecenti note da anni, che la politica avrebbe dovuto sanzionare ben prima dell’arrivo dei giudici.
Ove mai esistesse, la politica.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
SI PONE IL PROBLEMA DI COME CHIAMARE BERLUSCONI
Il Cavaliere non è più Cavaliere. 
Si è autosospeso, cioè è sceso da cavallo un attimo prima che la federazione nazionale dei cavalieri (in Italia non ci facciamo mancare nulla) lo buttasse giù.
Non potendo ancora ignorarlo, si pone dunque il problema di come chiamarlo.
L’abbreviazione Cav va in soffitta insieme con la versione extralarge, per la disperazione dei paleo-giornalisti, quasi tutti di sinistra, adoratori di Giuliano Ferrara, che quel nomignolo inventò nel sostanziale disinteresse del resto della popolazione.
«Il Dottore» è l’appellativo con cui le segretarie, i dipendenti, e tra essi soprattutto Arrigo Sacchi e Galliani, lo hanno sempre evocato in azienda, ma fuori da lì suona banale e persino allusivo, se si pensa a certi bunga bunga zeppi di giulive travestite da infermiere.
Ci sarebbe «Presidente», se non facesse riferimento a due entità in crollo verticale di consensi: Forza Italia e il Milan: e poi è così che vengono chiamati D’Alema e gli altri politici in pensione.
«Il Berlusca» rimane il soprannome più milanesoide e in fondo più vero, ma sembra una foto ingiallita degli Anni Ottanta.
«Papi» suscita imbarazzo, «Love of my life» ilarità e in ogni caso il primo è un’esclusiva delle para-minorenni e il secondo delle igieniste dentali.
«Silvio» ha un che di patetico e di eccessivamente confidenziale.
Alla fine temo bisognerà rassegnarsi a chiamare Berlusconi nell’unico modo che riesca ancora a identificarlo: il papà di Matteo.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
RIFLETTORI SULL’IMPRENDITORE ANCHE PER LA MOSTRA DI POLLOCK E MICHELANGELO PER IL COMPENSO DI 400.000 EURO ALLA FIDANZATA
Per trentaquattro mesi, l’ex sindaco Matteo Renzi ha vissuto in un appartamento al quinto piano di via degli Alfani 8, a due passi da Palazzo Vecchio.
A pagare l’affitto, dal 14 marzo 2011 al 22 gennaio scorso, è stato l’imprenditore Marco Carrai (38 anni), fidato consigliere e migliore amico del premier.
E adesso la Procura di Firenze, in seguito ad un esposto ricevuto nei giorni scorsi, ha aperto un fascicolo per fare chiarezza sui rapporti tra l’ex sindaco (oggi premier) e l’imprenditore fiorentino e per verificare se quest’ultimo abbia ottenuto favori in cambio.
Si tratta di un fascicolo esplorativo: al momento non ci sono nè indagati, nè sono formulate ipotesi di reato.
Il procuratore aggiunto Giuliano Giambartolomei, che dal 27 ottobre regge la Procura dopo il pensionamento di Giuseppe Quattrocchi, affiderà le indagini a un pm per accertare che non sia stato danneggiato l’interesse pubblico.
In quell’appartamento l’ex sindaco aveva trasferito la sua residenza da Pontassieve (paese a 20 chilometri da piazza Signoria, dove abitano la moglie Agnese e i tre figli) per seguire da vicino il governo di Palazzo Vecchio e, soprattutto, per votare nella città che amministrava.
In quell’abitazione di cinque vani, con vista sulla città , il sindaco si riposava tra un impegno e l’altro.
A pagare l’affitto, come rivelato da Libero nei giorni scorsi, (prima 900 e poi 1.200 euro al mese) non era però l’ex Rottamatore, bensì Carrai, che ha guidato in passato un’importante partecipata di Palazzo Vecchio come la Firenze Parcheggi e adesso è presidente di Adf, la società che gestisce l’aeroporto di Firenze (di cui sempre il Comune detiene una quota).
Carrai è anche un imprenditore che investe su diversi fronti.
Tra questi anche quello della tecnologia applicata alla fruizione dei beni culturali. Carrai, con una delle aziende di cui è socio, la C&T Crossmedia, si è aggiudicato l’anno scorso dal Comune l’organizzazione di un servizio per visitare Palazzo Vecchio con la guida di un tablet interattivo. Per ogni dispositivo noleggiato dai turisti, la C&T riceve una percentuale.
Dopo aver duellato per giorni con il direttore Maurizio Belpietro, minacciando anche querele, alla fine Carrai ha inviato a Libero la copia del contratto di affitto dell’appartamento di via degli Alfani 8, che il quotidiano ha pubblicato ieri.
Il proprietario dell’immobile è Alessandro Dini, consigliere d’amministrazione della Rototype, il cui sito internet è stato curato dalla Dotmedia, l’agenzia di comunicazione di cui è socio anche il cognato di Renzi.
Fino al gennaio 2011, prima di trasferirsi nella casa pagata dall’imprenditore, l’allora sindaco aveva affittato (a proprie spese) una mansarda dietro Palazzo Vecchio, salvo poi recedere dal contratto perchè con lo stipendio da sindaco non riusciva a sostenere i circa mille euro mensili di locazione.
A tenere puntati i riflettori su Carrai è da qualche giorno la polemica sulla mostra che nelle prossime settimane vedrà protagoniste a Palazzo Vecchio le opere di Jackson Pollock e Michelangelo.
Per l’esposizione, una delle più attese degli ultimi tempi a Firenze, l’amministrazione pagherà agli organizzatori 375 mila euro.
Una dei due curatori è Francesca Campana Comparini, 26 anni, laureata in filosofia, che a settembre sposerà Carrai nella basilica di San Miniato al Monte.
Valentina Marotta e Claudio Bozza
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI UN AVVOCATO 35ENNE, SPOSATO DA POCO… IL PADRE E’ UNO DEI FALCHI DI FORZA ITALIA, GIA’ PRESIDENTE DELLA GIUNTA DELLE ELEZIONI
Si chiama Nicola Bruno, ha 35 anni, fa l’avvocato, è sposato da poco. 
È lui il figlio del parlamentare di centrodestra finito nell’inchiesta sulla prostituzione minorile di Roma.
Accusato di aver avuto incontri sessuali a pagamento con Aurora e Azzurra – 14 e 15 anni – in un appartamento dei Parioli. Lo accusano di sfruttamento, gli contestano di essere stato più volte in quella casa.
Suo padre è Donato Bruno, anche lui avvocato, onorevole di Forza Italia, che in passato ha guidato la Giunta delle elezioni e la Giunta del regolamento della Camera ed è ritenuto uno dei «falchi» del partito di Silvio Berlusconi.
Sono state le intercettazioni a indirizzare le indagini su Nicola Bruno.
Nel settembre scorso, dopo la denuncia della madre di Aurora, il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il sostituto Cristiana Macchiusi decidono di mettere sotto controllo il cellulare della ragazzina proprio per individuare sfruttatori e clienti. Hanno già un lungo elenco di numeri telefonici e di messaggi «whatsapp» (il servizio di sms gratuiti) consegnato dalla signora, ma devono effettuare controlli diretti, soprattutto capire se davvero la ragazzina sia finita nelle mani di due «aguzzini» che la costringono a prostituirsi.
Le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo si concentrano sugli uomini che entrano ed escono da quel palazzo di viale Parioli, sulle conversazioni, sugli appuntamenti.
E tra i «contatti» frequenti viene individuato anche il telefono del giovane legale. Vengono disposte ulteriori verifiche, raccolti quegli elementi che i magistrati hanno definito «incontrovertibili».
Quando il quadro degli accertamenti è completato si decide di iscrivere il suo nome nel registro degli indagati insieme a quello di altre 20 persone.
Alcuni, come Mauro Floriani – il marito dell’onorevole Alessandra Mussolini – decidono di presentarsi spontaneamente in Procura. Altri vengono invece convocati. Bruno dovrebbe essere interrogato nei prossimi giorni.
La linea della Procura appare ormai tracciata: di fronte a una situazione che appare «cristallizzata» l’intenzione è quella di procedere con una richiesta di giudizio immediato e con processi singoli per ogni imputato.
Le dichiarazioni delle ragazzine sono state già raccolte in sede di incidente probatorio proprio per evitare di farle partecipare al dibattimento.
Gli indagati sono ormai una cinquantina e molti altri potrebbero aggiungersi nei prossimi giorni.
Del resto la mole di dati raccolta dagli investigatori fa presumere che possano essere almeno un centinaio gli uomini che in sei mesi hanno avuto rapporti con le due ragazze.
Il periodo preso in esame dagli inquirenti va dalla primavera scorsa, quando Aurora decide di mettere un annuncio su «Bakekaincontri» e di affidarsi a Mirko Ieni, e la fine di ottobre quando sono stati arrestati gli sfruttatori e la mamma di Azzurra con l’accusa di aver favorito l’attività della figlia.
In realtà i contatti sono migliaia, ma moltissimi appaiono casuali.
Nei giorni scorsi l’attenzione si è puntata su Andrea Cividini, funzionario di Bankitalia il cui telefono appare nell’elenco dei «chiamanti».
Il manager ha però escluso di aver mai incontrato le giovani e soprattutto avrebbe dimostrato che quel cellulare non era in uso a lui. Uno scambio di persona.
Molti altri si sono presentati davanti ai magistrati per spiegare di essere stati coinvolti per errore. Ma non tutti sono stati così convincenti: alcuni hanno utilizzato utenze intestate a donne, tuttavia le intercettazioni hanno dimostrato che erano certamente loro gli interlocutori.
Altre tracce sono state raccolte attraverso video e foto che gli sfruttatori avevano effettuato di nascosto.
Immagini carpite fuori e dentro la casa che probabilmente volevano utilizzare per ricattare i clienti.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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