Marzo 15th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA DI SBATTERE I PUGNI IN EUROPA, RENZI TROVI IL MODO DI SBATTERE IN GALERA QUALCHE MIGLIAIO DI GRANDI EVASORI FISCALI
Se vuole evitare che il suo secondo incontro a tu per tu (il primo da premier) con Angela Merkel diventi la solita passerella inutile e provinciale di un politico italiano in gita premio, Matteo Renzi dovrebbe chiedere alla Cancelliera qualche dettaglio sul caso di Uli Hoeness: l’ex campione del mondo di calcio e presidente del Bayern Monaco che si è appena dimesso da ogni incarico dopo la condanna in primo grado a 3 anni e mezzo di carcere per una frode fiscale da 27,2 milioni.
Condanna che ha deciso di non appellare (“in linea con la mia idea di decenza, comportamento e responsabilità personale”), ammettendo in lacrime la sua colpa, evitando di intasare la Giustizia con ricorsi pretestuosi e preparandosi ad andare in galera, dove dalla prossima settimana sconterà la pena per intero (lì si usa così).
Confrontando il caso Hoeness con il caso Berlusconi — condannato sette mesi fa per lo stesso reato in tre i gradi di giudizio a 4 anni, di cui 3 indultati, ancora a piede libero, anzi padre ricostituente e prossimo candidato alle elezioni europee — il premier potrebbe trarre utili spunti per le riforme del fisco e della giustizia, da lui annunciate per maggio e giugno (del 2014, pare).
Se Hoeness fosse italiano, griderebbe al complotto ordito dagli avversari del Borussia e del Leverkusen, invocherebbe la presunzione d’innocenza fino alla Cassazione, si imbullonerebbe alla poltrona, ricorrerebbe in appello in attesa della sicura prescrizione e/o condono, che poi gabellerebbe per assoluzione, e si butterebbe in politica.
Invece è tedesco e va in galera, anche perchè condono, indulto, amnistia, concordato e scudo fiscale sono termini intraducibili nella sua lingua.
Così come la parola prescrizione (almeno nella demenziale versione italiana, che non parte quando viene scoperto il delitto, ma quando viene commesso, e continua a galoppare per tutto il processo, anche dopo due condanne).
Chissà se è un caso che la Germania sia la locomotiva d’Europa e l’Italia il fanalino di coda.
Due mesi fa, come ha rivelato Gian Antonio Stella sul Corriere , è uscito il rapporto 2013 dell’Institut de criminologie et de droit penal, curato da due docenti dell’Università di Losanna, sulle carceri d’Europa e dintorni.
I dati del 2011 dicono che nelle carceri italiane risiedono solo 156 detenuti per crimini economici e fiscali: un decimo della media europea (0,4 contro 4,1%) e un cinquantacinquesimo della Germania, che ne ha 8.601, più dei reclusi per rapina e per percosse, quasi quanti quelli per traffico o spaccio di droga.
Nessun paese ne ha meno di noi, anche se noi abbiamo il record europeo dell’evasione, anzi proprio per questo.
“I colletti bianchi incarcerati in Italia — scrive Stella — sono un sesto degli olandesi, un decimo degli svedesi, degli inglesi e dei norvegesi, un undicesimo dei finlandesi, un quindicesimo degli spagnoli, un ventiduesimo dei turchi”.
Ci umiliano persino paradisi fiscali come Montecarlo e Liechtenstein, rispettivamente col 23 e il 38,6% di detenuti per delitti finanziari.
In Italia, com’è noto, un evasore fiscale non riesce a varcare il portone di un penitenziario neppure se insiste: evadere paga, infatti evadono circa 10 milioni di contribuenti su 40.
Renzi è a caccia di coperture per le sue mirabolanti promesse.
E ha appena ottenuto dalle Camere la Delega fiscale, praticamente una delega in bianco al governo.
Per riempirla di cose utili, a cominciare dalle manette (vere) agli evasori, chieda alla Merkel come si fa.
E magari si faccia raccontare di Klaus Zumwinkel, il top manager che aveva portato le Poste tedesche al successo mondiale: accusato di evasione aggravata, fu prelevato in manette all’alba di un mattino del 2008 da decine di agenti speciali della tributaria che avevano cinto d’assedio il suo villone a Colonia.
Se lo spread fra Bund e Bot è calato, quello fra giustizia tedesca e impunità italiota rimane scandalosamente invariato.
Prima di “sbattere i pugni in Europa”, ammesso che lo faccia davvero, Renzi trovi il modo di sbattere in galera qualche migliaio di evasori.
Poi ne riparliamo.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 15th, 2014 Riccardo Fucile
UN CASO DI FANTASCIENZA PER L’ITALIA
Non mi considero un fan della rigidità tedesca, ma ci sono secoli di storia e di riforma
protestante dietro le parole pronunciate da Uli Hoeness, campione del mondo di calcio nel 1974 e presidente del Bayern Monaco condannato in primo grado a tre anni e mezzo di carcere per evasione fiscale.
«Ho chiesto ai miei avvocati di non presentare appello, in linea con la mia idea di decenza, comportamento e responsabilità personale. Evadere le tasse è stato l’errore della mia vita. Affronto le conseguenze di questo errore».
Letto da qui, sembra uno squarcio di fantascienza, ma questo signore ha dato davvero le dimissioni e ora si accinge a entrare in carcere.
Con un esercizio di fantasia proviamo a supporre che un personaggio altrettanto popolare in Italia, magari anche lui presidente di un club, si ritrovasse coinvolto in un processo per evasione fiscale. Intanto esperirebbe tutti i gradi di giudizio, compreso il quarto che non esiste, utilizzando ogni espediente per procrastinare la resa dei conti.
Nel frattempo attaccherebbe i giudici, prevenuti e corrotti, indossando i panni della vittima.
Poi troverebbe un deputato, un avvocato, una commercialista o una sciampista, possibilmente imparentata con un Capo di Stato estero, in grado di testimoniare la sua completa estraneità ai fatti.
Dopo di che si appellerebbe al popolo dei tifosi, rivendicando il diritto a un trattamento speciale. Infine si candiderebbe alle Europee, senza perdere fascino agli occhi di molti connazionali.
E chi osasse criticarlo verrebbe bollato come moralista, quando in certe lande desolate del Nord Europa passerebbe banalmente per morale.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Marzo 15th, 2014 Riccardo Fucile
LA SINDROME DA “JEKYLL & HYDE” DEL CAMPIONE PIU’ AMATO DAI TEDESCHI… L’EROE DEL CALCIO VENUTO DAL BASSO, SEDOTTO DAL GIOCO FOLLE DEL DENARO
È un uomo venuto dal basso, da origini umili, come Gerhard Schroeder, e un uomo dilaniato dalle contraddizioni, lo Uli Hoeness sedotto dal denaro e dall’evasione di cui voglio narrarvi.
E al tempo stesso, è anche lui parte di questa Germania dove, molto più che in Italia o in diversi altri paesi, la gente è unita da un certo senso della responsabilità verso la legge e l’interesse collettivo.
Adesso, davanti alla gente, Uli Hoeness è un uomo bifronte.
È da tempo noto per la sua generosità : ha donato molto denaro in beneficenza, ha aiutato le squadre dei poveri, e se un calciatore entrava in crisi o si trovava in difficoltà , era sempre al suo fianco.
E d’altra parte è stato l’uomo che a lungo ha giocato d’azzardo con speculazioni in Svizzera, con enormi somme non dichiarate, fino ad accumulare un debito enorme con il fisco.
Nessuno capisce cosa sia accaduto nel suo animo, nessuno comprende come un manager esperto comelui abbia potuto perdere il controllo diquei suoi affari.
Dalle umili origini, alla carriera folgorante, alla caduta: è il dramma in cui lui, self-made manbavarese, si è cacciato da solo.
Uli Hoeness, come Gerhard Schroeder e in parte Joschka Fischer, è stato un volto di quei sottoproletari saliti al vertice dell’establishment.
È una realtà particolare, diversa da altri paesi, e segna una generazione, oggi tra i 60 e i 70 anni, che – forse con la parziale eccezione di Joschka Fischer – si è trovata psicologicamente impreparata ad affrontare un enorme successo e potere personale. Più ancora del denaro, l’enorme potere che si sono trovati in mano ha sconvolto in loro criteri e ordini di misura.
Pensiamo a Schroeder, oggi obbediente servitore del padrone Putin. Nasce nell’animo un rapporto speciale col potere.
Nel caso dell’ex cancelliere, affascina il mostruoso potere in mano a Putin. Nell’animo di Hoeness, il potere di giocare con quelle somme enormi lo ha spinto a un gioco folle.
Ma la storia di Hoeness ha anche a che fare con la crisi finanziaria mondiale, e con le cifre gigantesche che oggi sembra normale pagare ai calciatori, o ai leader delle società calcistiche.
Dobbiamo chiederci, guardando al dramma di Hoeness, anche che cosa sia diventato il calcio. Basta pensare a quanto le squadre pagano per comprare i calciatori per capire che la società intera ha perso senso di misura.
Hoeness non era un cinico, quando nei talk-show attaccava il capitalismo neoliberale privo di scrupoli: era ed è una personalità sdoppiata, un po’ Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Non mi stupirebbe se adesso, quando avrà molto tempo, lancerà – magari scrivendo un libro – un j’accuse contro il sistema del denaro che ha sedotto lui stesso, lui che provava sempre empatia per i poveri, gli sfortunati, e coesisteva con l’altro Hoeness che giocava d’azzardo con fondi neri in Svizzera.
Evadeva, ma conservava un cuore per i poveri.
Io non sono mai stato un suo fan, perchè ho sempre visto nella politica del Bayern, l’acquisto dei migliori calciatori d’ogni altra squadra a ogni prezzo, la metamorfosi del calcio da sport autentico a competizione capitalista.
Eppure, qualcosa in Germania funziona in modo diverso, per cui per la sua scelta di accettare la condanna in nome della dignità e della responsabilità merita rispetto. Quanto è diverso questo self-made man Uli Hoeness da un Berlusconi che si dichiara sempre innocente e insulta i giudici come una banda di comunisti.
No: Hoeness si pone di fronte alle sue responsabilità , si piega a un sistema che accetta il potere della giustizia, in modo sconosciuto in Italia ma anche altrove.
Hoeness che chiede di andare in prigione è un cittadino della Germania dove molti ministri si sono dimessi “soltanto” perchè accusati di aver copiato le tesi di dottorato. Quanti politici, secondo criteri del genere, dovrebbero sparire dai Parlamenti di altri paesi?
È un esempio di accettazione del potere giudiziario, che in Italia e altrove sarebbe auspicabile.
Da noi vige un consenso civico costitutivo: la maggioranza dei cittadini pensa che sia giusto pagare le tasse, anche perchè lo Stato ti rende qualcosa.
È terribile quando viene meno la fiducia nello Stato e pensi che chi ti tassa ti deruba. E quando, come in Italia o in Francia, si cerca sempre d’incolpare gli altri, o lo Stato, invece di chiedersi, come invitò a fare Kennedy, cosa puoi fare tu per lo Stato e la collettività .
Il consenso civico ha piegato anche Hoeness. Ha preso lui l’iniziativa di lasciare ogni incarico nel Bayern, e di rinunciare a ricorrere in appello.
È un uomo d’azione, e sono certo che quando avrà scontato la pena come ha chiesto, tornerà alla ribalta ai vertici del Bayern. I bavaresi lo hanno già perdonato, e pur condannando la frode vedono in lui ancora un eroe.
Proprio la sua disfatta in tribunale, per il modo in cui l’ha accettata, potrebbe trasformarsi in prologo di una sua riscossa.
Peter Schneider
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Marzo 15th, 2014 Riccardo Fucile
CARRAI MINIMIZZA: “MA IO LO OSPITAVO COME AMICO”… PERO’ ALLORA ERA AD DI FIRENZE PARCHEGGI, SOCIETA’ IN RAPPORTO CON IL COMUNE
«L’ho pagato io quell’affitto. Ma l’appartamento non l’avevo preso per Matteo. Era il posto
dove stavo io e l’avevo affittato molto prima che Renzi ci si trasferisse, che male c’è?»
L’imprenditore Marco Carrai ammette: il contratto d’affitto dell’attico di via Alfani, in pieno centro, era a suo nome.
Matteo Renzi, già sindaco di Firenze, ci ha vissuto dal 2011 per quasi tre anni prendendoci la residenza.
«Nel periodo in cui Renzi è stato sindaco ha avuto prima un appartamento in affitto. Non riuscendo poi a mantenerne il costo, quando dormiva a Firenze dormiva a casa di un amico», spiega lo staff di Renzi.
«L’ospitalità che gli ho dato gli ha consentito di mantenere appoggio e residenza a Firenze», dice del resto Carrai nella lettera apparsa ieri su Libero.
Da giorni però il quotidiano punta i riflettori sui cambi di residenza di Renzi e anche sulla C&T Crossmedia, la società che lavora per Palazzo Vecchio e che, indirettamente, vede proprio Carrai come comproprietario.
È nel novembre 2009 che Renzi, sindaco da cinque mesi, sposta la residenza da Pontassieve, dove abita con la famiglia, a Firenze.
Affitta una mansarda di 80 metri quadrati in via Malenchini, a 200 metri da Palazzo Vecchio: il proprietario è Luigi Malenchini, marito di Livia Frescobaldi che sarà poi nominata con Carrai nel maggio 2012 nel Cda del Gabinetto Vieusseux quando Giuliano Da Empoli ne diventa presidente. È direttamente Renzi a firmare il contratto da 12mila euro l’anno per via Malenchini.
Dove resta fino a marzo 2011, quando si trova un’altra sistemazione: «Lo sfruttava poco, forse non gli conveniva. Ma è sempre stato lui a pagare, mai fatto sconti», conferma Frescobaldi
Per Renzi la nuova sistemazione è proprio l’alloggio di Carrai.
L’imprenditore grevigiano a fianco di Renzi fin dai tempi della Margherita. Per il premier era ed è ancora oggi «Marchino», l’imprenditore e amico fidato che lo aiuta nelle relazioni internazionali e nel fund-raising.
Proprietario dell’attico è però un altro imprenditore, Alessandro Dini. Carrai affitta da lui e Renzi ci trasferisce la residenza.
In quel momento ‘Marchino’ è ad di Firenze Parcheggi: nel Cda però non viene nominato dal Comune ma dal Monte dei Paschi.
Ed è alla fine di quello stesso anno, il 2011, che l’associazione dei musei comunali Muse affida a C&T Crossmedia il servizio di audio e videoguide per i visitatori di Palazzo Vecchio.
Lo fa in seguito a una procedura (indagine di mercato) prevista dal Codice dei contratti pubblici. Da quel momento la Crossmedia incassa dal noleggio dei tablet ai turisti e riconosce all’amministrazione delle royalties
Carrai, al momento dell’affidamento, non ha alcuna carica operativa in C&T Crossmedia. Ma indirettamente ne è comproprietario: il 50% di Crossmedia è nelle mani di D&C, la società di Carrai e Federico Dalgas.
Solo il 29 marzo 2013 Carrai diventerà presidente di C&T.
Avere a che fare con Palazzo Vecchio e pagare l’affitto al sindaco non configura però già un conflitto d’interesse? «In Italia non è impedito fare impresa. È tutto regolare e se non c’è reato non c’è niente di male. Dove sarebbe il conflitto d’interessi? C’è una legge che lo vieta? Ho diritto come gli altri a fare impresa », replica stizzito Carrai.
Renzi intanto non è già più residente a Firenze: da gennaio è nei registri anagrafici di Pontassievee.
Ernesto Ferrara e Massimo Vanni
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
“LE ENTRATE PREVISTE NON HANNO RISCONTRI OGGETTIVI”
Sul tavolo c’è una tabella scritta a mano coi numeri de #lasvoltabuona di Matteo Renzi, la dote finanziaria che consentirà (o no) di realizzare l’ambizioso cronoprogramma del premier.
La persona che l’ha compilata, una fonte Ue esperta di cose economiche, invita a usare le molle.
Avverte che le cifre, come i contenuti e i relativi giudizi, sono «intrinsecamente vincolati a ciò che accadrà davvero».
Giudica positive le ambizioni per economia e lavoro. Però appaiono due rughe sulla sua fronte quando si affrontano le coperture.
«Troppe variabili – ammette -: troppe certezze che possono cadere nonostante le migliori intenzioni»
L’argomento principale è che metà delle voci destinate a bilanciare il minor gettito Irpef «non ha riscontri oggettivi» e l’altra metà è «incerta».
«Non vuol dire che siano dati impossibili – sottolinea la fonte -. Tuttavia vedo delle domande prive di risposta».
A partire dall’esito della spending review che il governo definisce foriera di 7 miliardi di risparmi, mentre il suo autore Carlo Cottarelli ne conta tre da maggio a fine anno: «I 4 miliardi in più vanno spiegati, no?». Certo che sì.
Dovrà accadere entro aprile, limite entro cui Renzi dovrà far recapitare a Bruxelles i suoi Piani perchè siano valutati.
Come tutte le stime, impongono verifica sul campo gli 1,6 miliardi di gettito Iva che i tecnici a Roma attribuiscono all’attività generata dal pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione.
L’interrogativo è «l’effetto reale di un’iniezione di liquidità per un’economia davvero provata». Può accadere, concede la fonte.
Magari la reazione supererà le aspettative e, con essa, le entrate.
Del resto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, preferisce «tenersi basso» quando fa una previsione. Chissà .
La terza incertezza sono i risparmi dello spread felicemente calante.
Erano anni che il divario fra i virtuosi bund tedeschi e i nostri buoni decennali non se ne stava stabilmente sotto i 200 punti. Rispetto alle previsioni del vecchio governo, il Tesoro annusa un beneficio di 2,5 miliardi.
Vorrebbe contabilizzarli e spenderli subito. «Abbiamo detto che le entrate di copertura devono essere certe», annota la fonte.
Qui, invece, si propone un’alea grave: «Sino a chiusura esercizio non saremo sicuri dell’incasso. Basta un battito d’ala di farfalla…».
Il che conduce alla partita più complessa, quella da giocare a carte scoperte. Il piano Renzi si aggrappa alla previsione Ue secondo cui l’Italia chiuderà il 2014 con un rapporto deficit/pil del 2,6%.
Sarà 0,4 punti sotto la fatidica soglia del 3% oltre la quale comincia il disavanzo eccessivo. L’intenzione è sfruttare questo margine, tutto o in parte, per stimolare la domanda. Sino a 6 miliardi da negoziare con Bruxelles.
«Siamo qui per fare, non per chiedere», ha detto Padoan. Ma senza chiedere, su questa strada, non si può fare.
Nell’analisi approfondita degli squilibri italiani la Commissione ha scritto che «l’aggiustamento del saldo strutturale 2014 come attualmente previsto appare insufficiente dato il bisogno di ridurre il grande parametro debitorio a un passo adeguato».
Era un modo per risvegliare l’attenzione sull’esigenza di maggiore enfasi, soprattutto alla luce delle nuove regole di rientro accelerato. «In queste condizioni, chiedere altri margini mentre bisogna frenare il debito può essere problematico».
Il fiscal compact dice che dobbiamo tagliare il debito in misura pari allo 0,5% del differenziale fra il rapporto totale col pil (133,7%) e la soglia d’equilibrio teorica (60%). «È il vostro impegno, lo avete negoziato e accettato».
E allora? La soluzione è quella indicata da Padoan. Si fanno le riforme, vere.
Inizialmente si porta il deficit in tensione. Poi si rientra grazie alla crescita.
Fattibile? «Non è mai successo prima e le priorità sono altre».
Bruxelles non vuole mollare, eppure si guarda bene dal chiudere la porta. Ne consegue che tocca riformare seriamente, venire alla Commissione coi risultati concreti e augurarsi che tutti i tripli salti mortali della «svolta buona» siano perfetti.
Sennò il cammino potrebbe essere sbarrato da un passivo più grande del previsto che chiuderebbe ogni possibile margine di trattativa.
E costringerebbe Renzi, per tenere la rotta, a una correzione autunnale dal costo politico probabilmente insostenibile.
Marco Zatterin
(da “La Stampa”)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
MA DECIDE TUTTO LUI, ANCHE IL PESCE ROSSO
La katana sguainata dal samurai Renzi, la spada per abbattere «il nostro nemico: quelli che “si
è sempre fatto così».
Il pesciolino rosso che nuota nella sua boccia. Lo split screen, uno schermo diviso a metà per proiettare le slides e – simultaneamente – il volto del leader che le sta illustrando. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli nella conferenza stampa show dell’esordio del premier. Tutto
Dietro ogni scelta grafica, ogni slogan, c’è una riunione, uno studio.
E una doppia firma.
Quella dello staff comunicazione di palazzo Chigi, coordinato dall’ex vicedirettore di Europa e blogger Filippo Sensi.
E quella dei maghi di Proforma, lo studio grafico barese che ha firmato molte campagne di successo della sinistra italiana, dal sindaco Emiliano a Nichi Vendola, da Bertinotti a Bersani (alle primarie 2009 lo slogan “un senso a questa storia” era loro).
L’unico dirazzamento a destra è stato con Scelta civica di Monti, di cui i ragazzi di Proforma disegnarono il logo.
Con Renzi il rapporto nasce alle ultime primarie. Ma allora c’era un vero contratto commerciale.
Stavolta il lavoro sulle slides è stato fatto in amicizia. Pro bono.
«Matteo – racconta il capo dei creativi Giovanni Sasso – ci ha chiamato lunedì scorso, a sole 36 ore dall’evento, e ci ha chiesto una mano. Lui lavora così e noi gli abbiamo detto di sì senza pensarci un attimo».
L’immagine iconica con il pesciolino rosso, diventata per misteriosi meccanismi della comunicazione il simbolo stesso della svolta, è di Sasso: «Inizialmente l’avevamo pensata per simboleggiare l’operazione trasparenza della Pubblica amministrazione.
La boccia di vetro trasparente, appunto. Poi quel pesciolino ce lo siamo ritrovati come rappresentazione del silenzio di Renzi sulle riforme che verranno. È stato lui a usarlo in modo opposto».
Un dettaglio che alza un altro velo sul modo di lavorare del premier.
Chiede contributi, assorbe tutto come una spugna, procede per accumulazione, ma poi decide in solitudine cosa mandare all’esterno e come. Il titolo dell’evento, #laSvoltabuona, è farina del suo sacco.
Così come l’idea di usare lo “split screen”, lo schermo doppio, copiata pari pari a Barack Obama, che lo ha usato nell’ultimo discorso a gennaio sullo Stato dell’Unione.
Renzi lo ha visto e ha preso l’idea. «Ma è stato più bravo di Obama – scherza Sasso – perchè il presidente americano aveva un valletto che scorreva le slides per lui, Renzi invece ha chiesto il telecomando per sincronizzare le immagini con il suo ritmo di esposizione ».
La fascinazione per i metodi rivoluzionari della comunicazione obamiana è del resto antica.
Renzi lo andò a conoscere tre anni fa e, a settembre 2012, partecipò da osservatore alla Convention dell’Asinello a Charlotte.
Anche lo slogan della Leopolda – «Il meglio deve ancora venire» – era ricalcato dal «the best is yet to come» con cui Obama salutò la rielezione.
All’intuizione leaderistica di Renzi si deve anche la scelta di parlare, da solo, dal palchetto di solito usato dai portavoce per dare la parola ai giornalisti.
Niente ministri intorno.
Renzi non li ha voluti per evitare l’effetto Politburo sovietico ed esaltare la sua immagine.
Se Proforma ha dato una mano con le immagini e gli slogan, dietro molte “americanate” del premier c’è invece la manona di Filippo Sensi.
Personaggio schivo, restio ad apparire e allergico alla definizione di spin doctor. Ma il suo ruolo lo conferma il ministro Maria Elena Boschi: «È stato Filippo a lavorare sulla conferenza stampa».
Anche il portavoce e braccio destro Lorenzo Guerini smentisce la consulenza di guru americani, come pure qualcuno aveva iniziato a sospettare: «Ma quali guru?! Facciamo tutto in casa, come le tagliatelle ».
A Sensi si deve la decisione, scomoda per i giornalisti ma utile per le casse pubbliche, di evitare l’ampia e iper-tecnologica sala polifunzionale della presidenza del Consiglio.
Un anfiteatro di legno nella bella galleria Alberto Sordi, usato in un paio di occasioni da Mario Monti.
Il problema è che per allestirlo servono tecnici esperti, riscaldamento ed elettricità : si può arrivare a spendere per una conferenza stampa 15-20 mila euro.
Quando Sensi ha chiesto un preventivo gli si sono rizzati i capelli e ha scelto di ripiegare sulla angusta saletta al piano terra di palazzo Chigi.
Gratis la consulenza di Proforma e gratis anche la sala: in tempi di spending review al governo hanno capito che non era il caso di avere pubblicità negativa.
La forma è sostanza, insegnava Aristotele.
Ma se l’infiocchettamento grafico, la confezione del pacco, è stata importante, sui contenuti invece hanno lavorato tutti i ministri.
La regia, la raccolta finale, l’hanno fatta in due: Renzi con il fidato Graziano Delrio, ormai deus ex machina di palazzo Chigi.
Francesco Bei
(da “la Repubblica”)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
“LE ASSEMBLEE NON SI SUICIDANO”
State già issando le barricate per fermare Matteo Renzi?
«Nel ‘900 sono rarissimi i casi di assemblee parlamentari che si sono suicidate».
Lo dice da storico o da parlamentare della sinistra pd, senatore Miguel Gotor?
«La legge elettorale condiziona la qualità della democrazia e i suoi cambiamenti materiali. Con il disegno di legge del governo si va verso un presidenzialismo di fatto, senza contrappesi»
Lei la vota, la riforma?
«Un senatore non legherà mai il suo nome a un possibile disastro istituzionale».
Se non passa, Renzi lascerà la politica.
«Il premier è furbissimo e ha stretto con Berlusconi un patto molto forte, ma ho paura che finisca uccellato come D’Alema».
Il Pd non lavora per impedirlo?
«Bisogna modificare prima il Senato e solo dopo approvare l’Italicum. Se Berlusconi rompe il patto e la riforma non si fa, restiamo con una legge elettorale inapplicabile».
Ma il Senato volete cambiarlo, o no?
«Sì. Il problema è che Berlusconi non vuole e dobbiamo stanarlo. Qual è il vero punto dell’accordo tra lui e Renzi?».
Sospetta un patto per andare al voto?
«Sarebbe da indagare quali sono gli effettivi contenuti di questo patto, sull’altare del quale si è già ceduto troppo. La legge elettorale approvata dalla Camera rischia di farci perdere».
Berlusconi non vuol toccare le soglie.
«Le soglie non piacciono a Ncd, M5S e popolari Per l’Italia. È un sistema che legittima le liste civetta, come “Forza Roma”, ”Viva Renzi” o “Berlusconi ti voglio bene”. Non potremo garantire la governabilità che promettiamo».
Il voto segreto sarebbe un bell’aiutino, ma al Senato non c’è…
«Il voto palese rende tutto più limpido. Daremo il massimo per migliorare i difetti, faremo una battaglia a viso aperto e poi ci conteremo. Meglio prevenire, che curare le ferite».
E le liste bloccate?
«In nove anni di Porcellum non c’è stato comizio in cui il Pd non abbia promesso “mai più”. Il segretario del mio partito è anche il mio padrone, come nel partito azienda di Berlusconi… Ma la cosa più miope è che il paracadutato si sente irresponsabile e il cittadino, che non ti ha votato, ti sputa in faccia. Una cosa gravissima, che va corretta»
Renzi pensa che sia gravissimo sabotare la legge.
«Mi dispiacerebbe se la nostra battaglia venisse letta come una lotta di minoranza, bersaniani contro renziani»
Come dobbiamo leggerla?
«La mia paura è che la riforma del Senato non si fa e che Berlusconi, leone ferito, ci porta a votare con una legge che ci fa perdere. Se accade, in un anno e mezzo ti sei giocato Bersani, Letta e Renzi».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
I DEM HANNO FIRMATO LA CARTA DI PISA SULLE LISTE PULITE, MA IL LORO CANDIDATO E’ ANCORA SOTTO PROCESSO DOPO L’ASSOLUZIONE IN PRIMO GRADO… PER IL PROF. VANNUCCI CHE HA CURATO IL DOCUMENTO “IN CASO DI VITTORIA DEVE FARE UN PASSO INDIETRO”
Nel Pd oramai, sono capaci di tutto. 
Persino di far vincere delle elezioni regionali ad un loro candidato e farlo dimettere il giorno dopo. Sembrerà assurdo, ma in Abruzzo le cose stanno proprio così.
Perchè? Semplice. La coalizione ‘Insieme, il nuovo Abruzzo’ (che comprende Sel, Idv e, appunto, Pd), nella sua ‘Carta d’intenti per il cambiamento abruzzese’, ha stabilito che “la questione morale sarà un cardine della coalizione e del suo governo” e s’è impegnata “ad adottare formalmente i contenuti della Carta di Pisa“.
Per adottarli ha scritto un codice etico e infatti, nell’articolo 6, si può leggere: “In caso sia rinviato a giudizio per reati di corruzione, l’amministratore s’impegna a dimettersi, ovvero a rimettere il mandato”.
Ma le cose non finiscono qui, anzi, si complicano.
Il candidato della coalizione sarà Luciano D’Alfonso, vincitore alle primarie di coalizione. Pur se assolto in primo grado, rimane comunque imputato per corruzione in un procedimento penale.
Sicuramente, alla data del delle elezioni regionali, che si terranno il 25 Maggio, D’Alfonso non avrà terminato il processo di appello.
Cosa succederà , allora? Si dovrà dimettere per l’impegno sottoscritto nella Carta.
Il Pd abruzzese ha tentato di correre ai ripari e per mezzo del coordinatore della Segreteria Regionale ha fatto sapere che “in relazione ai richiami operati da alcuni organi di stampa all’articolo della Carta di Pisa ai sensi del quale un amministratore si impegna a dimettersi ovvero a rimettere il mandato ‘nel caso in cui sia rinviato a giudizio o sottoposto a misure di prevenzione personale e patrimoniale per reati di corruzione, concussione, mafia, estorsione, riciclaggio, traffico illecito di rifiuti’, si evidenzia che questa fattispecie non si configura per i candidati alle primarie organizzate dalla coalizione ‘Insieme il nuovo Abruzzo’, in quanto nessuno di essi ha ricevuto richieste di rinvio a giudizio per tali fatti, ma vi è stata soltanto una richiesta d’appello a seguito di sentenza di assoluzione“.
Il Pd, in sostanza, vorrebbe ora interpretare a suo vantaggio la Carta, per salvarsi la faccia e nel caso D’Alfonso diventi presidente della Regione.
Peccato che a smentire la teoria democratica sia proprio chi la Carta di Pisa l’ha scritta e coordinata, ovvero il professor Alberto Vannucci, associato presso il dipartimento di Scienze politiche all’Università di Pisa.
Alla nostra domanda, sul caso specifico, il professore non ha dubbi “il presidente, Luciano D’Alfonso, dovrebbe dimettersi”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
NESSUNO TROVA A RIDIRE CHE UN MINISTRO CHE PROVIENE DALLE COOP STANZI 500 MILIONI PER UN FONDO PER LE IMPRESE SOCIALI
Molte cose sono incerte sui provvedimenti annunciati da Matteo Renzi, almeno una è sicura: le lobby qualcosa hanno incassato.
Le proteste preventive della Confindustria di Giorgio Squinzi hanno prodotto un risultato: il taglio del 10 per cento all’Irpef nelle imprese private è l’unica misura con una copertura certa e precisa, l’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie dal 20 al 26 per cento.
Certo, i soldi arrivati sono meno del previsto (circa 2,4 miliardi all’anno, Squinzi li avrebbe voluti tutti e 10 quelli destinati al cuneo fiscale), ma meglio di niente.
Ed è a tuttto beneficio delle imprese la scelta di rimuovere la causale dai contratti a termine fino a tre anni, così si evitano i contenziosi di lavoro.
Come ha spiegato il premier, è stata un’idea del ministro del Lavoro Giuliano Poletti quella di destinare 500 milioni di euro, cifra rilevante, per un fondo per le imprese sociali.
Poletti, che arriva dal vertice della Lega Coop e dell’Alleanza delle cooperative, ha quindi convinto il presidente del Consiglio a dare mezzo miliardo al terzo settore da cui proviene.
Come nel caso dell’Irap, se tutto va bene, a trarne beneficio sarà tutta l’economia, ma certo il mondo di provenienza di Poletti ringrazia.
Così come sono sollevati i grandi gruppi dell’energia: delle promesse renziane di tagli drastici alla bolletta è rimasto poco.
L’annuncio che le piccole e medie imprese pagheranno il 10 per cento in meno di elettricità si fonda un un progetto appena agli inizi: il ministero dello Sviluppo di Federica Guidi ha avviato una consultazione tra i protagonisti del settore (produttori, distributori, intermediari) per limare qualcosa tra incentivi e oneri di sistema e recuperare 1,2-1,4 miliardi all’anno.
Nessuna rivoluzione che possa preoccupare i colossi.
Resta da capire quanto guadagneranno le banche scontando le fatture dei debiti arretrati della Pubblica amministrazione.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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