Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
SE PASSASSE AL SENATO PER IL VOTO EUROPEO POI SE LA RITROVEREBBE ANCHE PER LE POLITICHE
Grande allarme a destra suscitano le parole serali del premier. Non sui tagli alle tasse e sulla
scommessa di fare centro là dove il Cavaliere fallì, ma sulla soglia di sbarramento alle elezioni europee.
«Credo si stia chiudendo al 3 per cento», è stato vago Renzi da Vespa, precisando che toccherà al Senato occuparsene, e non si sa come andrà a finire…
Ecco, appunto: non si sa.
Cioè può accadere che martedì a Palazzo Madama venga abbassato il quorum per accedere al Parlamento di Strasburgo, con grande giubilo dei partiti minori e altrettanto scorno di Forza Italia.
La revisione della legge elettorale per l’Europa è sollecitata dal fronte delle donne, le quali mirano a introdurre perlomeno lì l’alternanza di genere nelle candidature (lunedì alla Camera sull’«Italicum» vennero respinte).
I partiti centristi ne profitterebbero per dare, tanto che si mette mano alla legge, una limatina alla soglia di sbarramento, abbassandola dal 4 per cento al 3.
E il 3, a quel punto, diventerebbe la regola aurea di riferimento pure per le elezioni nazionali: come insistere sull’astruso 4,5 dell’«Italicum» se per accedere all’Europa fosse sufficiente un punto e mezzo in meno?
Un’ombra inquietante si allungherebbe sul patto tra Matteo e Silvio, che il secondo ha siglato anche nella prospettiva di vendicarsi sui «traditori» alfaniani.
Invece di far fuori il Nuovo centrodestra, Renzi dà l’impressione di tenere aperti i due forni, quello col Cavaliere e l’altro con i suoi avversari.
Agli occhi dei «berluscones», così il premier scherza col fuoco perchè su questo non si transige, avverte Gasparri. A casa del Cavaliere se n’è parlato, la questione risulta ben presente, figurarsi se l’ambasciatore Verdini non avrà messo in guardia il premier.
La speranza berlusconiana è che tutto si sistemi, magari grazie a uno slittamento dei tempi al Senato, in modo da spingere fuori tempo massimo le eventuali modifiche della legge per le Europee (si vota il 25 maggio, e le candidature andranno presentate tra un mese).
Berlusconi non ha la minima voglia di duellare col più giovane avversario.
Prova ne sia la smentita di ieri all’alba: mai nemmeno pensate certe battute velenosette nei confronti di Renzi, che i giornali gli attribuiscono.
Colpisce l’ansia di scaglionarsi agli occhi del premier, che fa il paio con il silenzio del Cavaliere sulla frustata economica, con la totale assenza di pubblici giudizi dal leader dell’opposizione. Non fosse per le dichiarazioni del pugnace Brunetta, Forza Italia si segnalerebbe per il vuoto pneumatico.
E d’altra parte, fa notare uno dei personaggi più in vista, «come è possibile votare le riforme istituzionali con Renzi, e nel frattempo tentare di sgambettarlo sull’economia? Perchè, se lui cade, addio riforme…».
Un grave dilemma strategico, la cui soluzione «purtroppo non è matura».
Ugo Magri
(da “la Stampa“)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
“NON RISOLVERA’ LA CRISI DI COMPETITIVITA’ DELL’ITALIA, RISPONDE SOLO A ESIGENZE ELETTORALI”
“La medicina di Renzi non guarirà l’italia”, perchè “un taglio delle tasse ai redditi più bassi non rafforzerà la competitività del paese”.
È quanto scrive in un editoriale il Financial Times, commentando “la ricetta per l’Italia” presentata mercoledì scorso dal presidente del Consiglio.
“Tagliare le tasse ai redditi più bassi ha buone ragioni di convenienza politica” perchè, come “ha ammesso sfacciatamente Renzi, questa misura può rafforzare il suo partito democratico in vista delle elezioni europee di maggio. Ma servirà a poco per risolvere la crisi di competitività dell’Italia”, sottolinea il Ft.
Il quotidiano della City indica quindi nella riforma del mercato del lavoro uno dei possibili strumenti per migliorare la competitività del paese: “Mercoledì Renzi ha annunciato modifiche alle norme che regolano l’apprendistato e i contratti a breve scadenza; queste dovrebbero facilitare le assunzioni da parte delle aziende. Ma il premier dovrebbe andare oltre, per esempio rafforzando la flessibilità a disposizione delle aziende di fissare i propri salari, piuttosto che dipendere dai contratti nazionali”.
“Una forte spinta a riformare il mercato del lavoro renderebbe più facile agli alleati europei dell’Italia accettare un nuovo indebitamento – conclude il Ft – dimostrerebbe anche che Renzi si preoccupa di risolvere i problemi economici dell’Italia tanto quando di conquistare voti”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
LA LITE PER IL PATRIMONIO DI FAMIGLIA, LA STRANA POLIZZA, LA TENTAZIONE DI TORNARE ALL’ACI
“Oggi 12 aprile 2011 scrivo la presente perchè resti memoria di quanto accaduto”… 
Il nome di Lidia Peveri al grande pubblico non dice nulla. Suo nipote Geronimo La Russa, invece, è molto più conosciuto. Figlio di Ignazio La Russa, ex coordinatore del Pdl ora nei Fratelli d’Italia, il giovane avvocato Geronimo, 33 anni, è infatti un personaggio la cui notorietà ha superato i confini dei “figli di”.
Ragione per cui diventa interessante una diatriba sui soldi di famiglia che la nonna Lidia, scomparsa lo scorso ottobre, aveva deciso di raccontare in una lettera autografa, con il fine esplicitato che «ne rimanga ricordo».
Va subito detto che, in questa vicenda, La Russa senior non c’entra nulla.
Lidia Peveri, infatti, era la nonna materna di Geronimo, nato dal primo matrimonio dell’ex ministro della Difesa.
Suo padre era stato un magistrato e lei stessa, classe 1924, era laureata in giurisprudenza, pur non avendo mai esercitato la professione legale. È per questa ragione che Geronimo, oggi, può legittimamente vantarsi di discendere da una famiglia che ha il diritto nel Dna. Nel ramo più conosciuto, quello paterno, è infatti avvocato il papà Ignazio — che ha lasciato al primogenito il suo studio legale — così come lo era il nonno Antonino, il primo dei La Russa a sedere nei consigli d’amministrazione delle società di Salvatore Ligresti, come poi è toccato a Geronimo
I fatti a cui si riferisce la lettera della signora Peveri iniziano nel 2010, quando Geronimo, a dispetto della giovane età , era già un personaggio pubblico.
Fin da ragazzo, infatti, il futuro avvocato faceva parte di un network di rampolli eccellenti che animavano le feste mondane.
Ancora oggi lo si vede spesso in compagnia dell’amica Barbara Berlusconi mentre, proprio nel 2010, aveva conosciuto un primo incarico di spessore: era stato catapultato alla vice-presidenza dell’Automobile Club di Milano assieme a una pattuglia di conoscenti, dal fidanzato del ministro Michela Brambilla, al figlio di Bruno Ermolli, uomo-ombra di Silvio Berlusconi.
Costretto a dimettersi nel 2012 dal decreto Monti che vietava i doppi incarichi (conservò la poltrona nella Premafin dei Ligresti), di recente lo davano interessato a tornare in pista per la presidenza dell’Aci milanese.
«Ho declinato l’invito di amici che mi hanno chiesto di far parte della loro squadra», ha risposto, motivando il rifiuto con «impegni personali» ma confermando la sua «grande passione per i motori».
Il 2010, dunque. Nel gennaio era mancato il marito di Lidia Peveri, Giovanni Antonio Cottarelli Gallina, il nonno di Geronimo.
La loro era una famiglia abituata a un certo benessere. Erano proprietari di un albergo con caffè-concerto sul lungomare di Riccione, il Metropol, dal quale, nell’Italia del boom passavano ospiti come Mike Bongiorno e Sandra Mondaini.
Avevano terreni per decine di ettari nella zona di Melegnano, a sud di Milano, dove abitavano. Quando si recavano a Milano per le serate alla Scala, Lidia e Giovanni non rincasavano ma erano soliti fermarsi in un pied-à -terre nella centralissima via Visconti di Modrone.
Buona parte di queste proprietà sono state da tempo distribuite ai due figli Libero e Marica, la mamma di Geronimo.
È così che, oggi, il giovane avvocato risulta titolare di un cospicuo patrimonio.
L’albergo sulla riviera romagnola non esiste più ma, da tempo, l’edificio dove sorgeva è stato riconvertito in un complesso di negozi intestati a una società , chiamata Metropol in memoria dei bei tempi, di cui Geronimo è socio unico.
Nonostante la distribuzione, tuttavia, Lidia Peveri anche dopo la scomparsa del marito aveva sempre voluto mantenere la sua autonomia, grazie anche al patrimonio residuo. Racconta chi la frequentava che, nonostante l’età , non si faceva mai trovare in disordine e che le piaceva trattare di persona con i direttori delle banche dove aveva i conti correnti. E sono gli stessi gli atti societari a dimostrare che nutriva fiducia nei confronti di Geronimo.
Nei maggio 2010, ad esempio, la nonna stipula una convenzione con il nipote proprio sul Metropol. Lei (che su parte delle quote conserva l’usufrutto) concede a lui (che ne ha la nuda proprietà ) il diritto di esercitare il voto, auto-estromettendosi dalla gestione.
Dopo pochi mesi, però, qualcosa si rompe.
Lo racconta lei stessa in una lettera: «Il mio denaro e quello lasciatomi da mio marito erano depositati presso varie banche. Mio nipote insistette affinchè aprissi un conto presso la sua banca di fiducia e vi depositassi parte del mio denaro. Alla fine cedetti alle sue insistenze e mi accompagnò presso la banca Unicredit di Milano in piazza San Babila dove, mi diceva, avrei depositato 175.000 euro».
Qui arriva il clou: «Giunti pochi minuti prima della chiusura mi furono posti innanzi molti fogli che venni invitata a firmare subito, data l’imminente chiusura, e che non feci in tempo a leggere. Li firmai fidandomi di mio nipote, nella certezza di solo depositare i miei denari».
Dopo alcuni mesi, però, la signora Peveri decide di ritirare quel patrimonio, per riportarlo nella banca di casa. Scrive: «Ebbi la tristissima sorpresa di essere stata ingannata e di aver sottoscritto una polizza di assicurazione sulla vita a beneficio, guarda caso, di mio nipote».
I documenti citati nella lettera — che “l’Espresso” ha potuto consultare — confermano l’esistenza della polizza. È datata 5 agosto 2010, è emessa da CreditRas e prevede un premio versato alla sottoscrizione di 175 mila euro.
Il beneficiario unico è Geronimo; la corrispondenza relativa al contratto, si precisa, va inviata nell’appartamento di via Visconti di Modrone, che nell’ottobre di quello stesso anno, cambia intestatario, passando dalla nonna al nipote.
La polizza prevede dei costi di chiusura; sarebbe questo il motivo per cui, alla scoperta, Lidia non la estingue ma ne cambia il beneficiario, che diventa prima un’altra nipote, del ramo del figlio Libero, poi la moglie di quest’ultimo.
A cui affida la lettera, affinchè «rimanga ricordo di quanto accaduto».
Geronimo, interpellato da “l’Espresso”, definisce «completamente priva di ogni attinenza con il vero e quindi calunniosa» la ricostruzione dei fatti contenuta nella lettera.
Della cui veridicità , in una conversazione telefonica, dice di sospettare.
E aggiunge: «Con mia nonna ho sempre avuto un rapporto splendido, mai cambiato nemmeno dopo che mio zio Libero la volle portare con sè negli ultimi mesi della sua vita, prima in Paraguay e poi, ormai stremata, in Romania dove poco tempo dopo il suo arrivo è deceduta».
Ce ne sarebbe da scatenare una faida infinita.
Se non fosse che i possibili contrasti sarebbero stati chiusi da un accordo fra gli eredi. Ovunque stia la verità , è però certo che le ferite rimarranno.
Camilla Conti E Luca Piana
(da “L’Espresso”)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA CHE COIVOLGE IMPRESARI DI POMPE FUNEBRI, DIRIGENTI, OSPEDALI E POLITICI (ANCHE PDL E LA DESTRA)
L’hanno chiamata Caronte.
È l’inchiesta sul business del caro estinto che vede 29 persone indagate tra impresari di pompe funebri, politici e dirigenti generali e sanitari di Asl e ospedali per ipotesi di reato che vanno dalla corruzione al 416 al 416 bis fino al 416 ter.
Vale a dire: associazione per delinquere, associazione di tipo mafioso, e scambio elettorale politicomafioso.
I POLITICI
I politici indagati sono l’ex senatore Domenico Gramazio, suo figlio Luca Gramazio, consigliere alla regione Lazio di Fi, Giordano Tredicine, ex vicecapogruppo del Pdl in Consiglio Comunale, Marco Visconti, ex consigliere del comune di Roma, Maurizio Brugiatelli, coordinatore de La Destra di Anzio, il sindaco di Anzio Luciano Bruschini, Patrizio Placidi, ex vice sindaco di Anzio con deleghe all’assessorato all’ambiente e sanità e attuale consigliere.
I DIRIGENTI SANITARI
I dirigenti sanitari hanno in testa Vittorio Bonavita, commercialista settantenne nominato nel 2010 da Renata Polverini, ex dirigente della Asl RmB, già direttore amministrativo (cioè tesoriere) della Udc del Lazio (e per questo incarico, per 25 finanziamenti di altrettante imprese erogati all’Udc laziale e non documentati, è finito nel mirino della Corte dei Conti).
Tutto l’ex gotha del San Camillo: Giovanni Bertoldi, ex dirigente Ufficio Approvvigionamenti; Antonino Gilberto, ex direttore amministrativo; Luigi Macchitella, ex direttore generale, nominato da Zingaretti direttore della Asl di Viterbo; Roberto Noto, ex direttore amministrativo; Diamante Pacchiarini, ex Direttore sanitario. E poi Elisabetta Paccapelo, ex direttore generale della Rm
I VOTI PORTATI AI CLAN
I protagonisti di questa vicenda, oltre a politici e dirigenti sanitari, sono gli impresari di pompe funebri che nel Lazio hanno finito per creare “un sodalizio criminale di tipo mafioso” con “ruoli, compiti e mansioni ben precisi in relazione a una molteplicità di soggetti alcuni dei quali già coinvolti in pregresse attività investigative”.
Questo “sodalizio criminale” si è sostanzialmente spartito il mercato, fiorente, della morte della città di Roma, ma anche del resto del Lazio come hanno dimostrato diverse inchieste, come quella che vede attualmente sotto processo a Tivoli il sindaco di Sacrofano Tommaso Luzzi.
Ci sono però anche interessanti risvolti sul fronte dello scambio elettorale politicomafioso, con cene elettorali con capi clan.
IL BUSINESS
I decessi ormai, per almeno l’80 per cento, avvengono all’interno delle strutture ospedaliere.
Se un’impresa funebre, dunque, ha la gestione della camera mortuaria di un ospedale – quel luogo in cui il cadavere viene conservato per l’osservazione di legge, e poi preparato per la sepoltura – questa avrà , naturalmente, un vantaggio notevole rispetto alle altre imprese. Soprattutto se può dire ai “clienti” di avere “una convenzione con l’ospedale”.
Ancora di più se pratica tariffe bassissime, grazie a forniture che arrivano dalla Romania, dall’Africa, dalla Cina a prezzi stracciati. Il giro d’affari è di tutto rispetto.
Al Sandro Pertini, per esempio, nel 2011 ci sono stati 993 decessi, per un totale di quasi due milioni di euro di business.
Secondo le linee guida emanate nel 2010 “nel caso in cui si registri la mancanza di una struttura” interna all’azienda ospedaliera, è possibile indire una gara per la gestione delle camere mortuarie. “Le aziende sanitarie tuttavia dovranno avvalersi del divieto di partecipazione alla gara per le imprese di onoranze funebri e/o società “compartecipate” dalle stesse”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
LA FISSA DEI RECORD E DI “LAVORARE PER LA STORIA”
«Meno rughe per tutti!», strillava uno dei manifesti finti che ridevano delle promesse del
Cavaliere. E poi «Più dentiere per tutti», «Meno tosse per tutti», «Più Totti per tutti»…
Un diluvio. Figuratevi quindi cosa sarebbe successo se fosse andato lui, in tv, a promettere come ha fatto Renzi, «Una casa per tutti». Apriti cielo!
Quello slogan, per gli amici ma più ancora i nemici, è la prova: Matteo si muove nel solco di Silvio.
Sull’età , a dire il vero, tra il giovane Silvio degli esordi e il giovane Matteo di oggi non c’è gara. Ricordate cosa scrisse anni fa, allegramente perfido, Mattia Feltri sul «Foglio» di Giuliano Ferrara?
«Che bello il Cav. con il lifting. Non gli si darebbe più di quarant’anni. Con le attenuanti generiche, anche trentacinque».
Ecco, Renzi non ha bisogno, come rise Le Monde, «di mantenere un aspetto giovanile, a volte con uno zelo quasi comico».
A Palazzo Chigi lui c’è arrivato prima di spegnere 40 candeline e con una ventina di anni di anticipo rispetto al Cavaliere che al momento della discesa in campo andava per la sessantina.
È vero però che i punti di contatto fra i due, esaltati dalle stralunate imitazioni di Maurizio Crozza, sono diversi.
Per cominciare, hanno un’ottima opinione di se stessi. Silvio, chiamato a descriversi, rispose: «Il mio ruolo? Attaccante, centrocampista, difensore e anche regista in panchina. Sono fruibile per qualsiasi ruolo…Sapete, sono un po’ montato».
Matteo, quando strappò a Lapo Pistelli la candidatura a sindaco di Firenze, il trampolino di lancio della sua ascesa, mandò un amico (o almeno così dicono i suoi avversari) ad appiccicare fuori dalla porta del comitato elettorale dello sconfitto un cartello irridente: «Chiuso per manifesta superiorità ».
Certo, entrambi sorridono del vizietto sdrammatizzando con l’autoironia.
A tutti e due, in tempi diversi, l’Italia chiede miracoli?
Il primo ne rise così: «All’Ospedale San Raffale una madre mi pregò di convincere il figlio bloccato provvisoriamente su una sedia a rotelle a riprendere a camminare. Mi presentai dal ragazzo e gli dissi: “Giacomo, fatti forza. Alzati e cammina…” Lui, dopo alcuni giorni, si alzò».
Il secondo, ogni tanto ammicca: «Un amico mi ha detto: Dio esiste ma non sei tu».
Stessa tecnica: meglio prendersi in giro, sul tema della vanità , prima che lo facciano gli altri…
C’è da capirli: mica facile tenere la testa sul collo tra i cori di certi laudatores dediti al turibolo e all’incenso.
Tra gli adoranti del Cavaliere c’è chi si spinse, come Claudio Scajola, a dire: «Berlusconi è il sole al cui calore tutti si vogliono scaldare. Ha capacità di attrazione molto forti. È geniale. Di persone come lui ne nascono due in un secolo».
«Chi è il secondo?», gli chiese mariuolo Claudio Sabelli Fioretti. E lui: «John Kennedy».
Per Renzi, Carlo Rossella si è avventurato più in là : «Un magnifico incrocio tra Pico della Mirandola e Niccolò Machiavelli».
Non lavorano forse entrambi per la storia? «Conto di rivedere tutti i codici giuridici e, in primo luogo, quello delle imposte. Nel mio piccolo sarò Giustiniano o Napoleone», dichiarava il Cavaliere.
«Io non voglio cambiare governo, voglio cambiare l’Italia», ha giurato il sindaco di Firenze.
Va da sè che, con tanti violini, trombe e grancasse intorno, capita perfino a loro due, nonostante le proverbiali sobrietà , modestia e riservatezza, di avere qualche brividino di importanzite.
Come la volta che Matteo lanciò nell’aere un tweet in cui parlava di sè in terza persona come faceva Diego Armando Maradona: «Dicono Renzi non è di sinistra perchè legati all’idea che è di sinistra solo quello che perde».
Niente in confronto, tuttavia, con l’ego a soufflè dell’allora giovine (politicamente) Berlusconi: «Non voglio parlare di me in terza persona ma molto spesso mi viene comodo. Questo però non significa nessuna aumentata considerazione di me stesso. Anche perchè più alta di così non potrebbe essere».
Niente, però, li accomuna, quanto la fissa del record.
Ricordate Sua Emittenza? Primo in tutto.
Nel calcio: «Sono il presidente più vincente di tutti e la storia del football si ricorderà di me». Nell’imprenditoria: «Io ho una caratura non paragonabile a nessun europeo. Solo Bill Gates, in America, mi fa ombra…».
In politica: «Sono il recordman come presidente del Consiglio, visto che ho superato il grande politico Alcide De Gasperi che ha governato 2.497 giorni mentre io credo di aver toccato i 2.500 giorni». Matteo Renzi non è da meno: il presidente di provincia più giovane d’Italia, il sindaco di Firenze più giovane di sempre, il premier più giovane di tutti i tempi, l’inventore del governo con più donne che mai si sia visto…
E via con le riforme a raffica: o la va o la spacca.
«Nel caso che al termine di questi cinque anni di governo almeno quattro su cinque di questi traguardi non fossero stati raggiunti», diceva il contratto firmato dal Cavaliere sotto gli occhi benedicenti di Bruno Vespa, cerimonioso ospite oggi di Renzi, «Silvio Berlusconi si impegna formalmente a non ripresentare la propria candidatura alle successive elezioni politiche».
Parole non dissimili da quelle pronunciate dal neopremier: «Se non riusciremo ad arrivare al superamento del bicameralismo perfetto, non dico che terminerà questa esperienza di governo: dico che io lascerò la politica».
Spiegò una volta Silvio Magnago che «il segreto di una politica di successo consiste in tre cose. Primo: avere buone idee. Secondo: crederci fermamente. Terzo: metterci un pizzico di demagogia perchè anche la merce buona bisogna poi saperla vendere».
E su questo lo stesso Renzi, che pure ha mostrato di soffrire un po’ i paragoni, deve convenire: nel saper «vendere la merce» (buona o cattiva che sia) è difficile non vedere un parallelo.
L’uno e l’altro, che siano intervistati da un giornale, ospiti in tv o chiamati a intervenire in Aula, non parlano ai giornalisti o ai colleghi: parlano direttamente ai loro elettori. Al popolo.
Antonio Ricci, che conosce bene entrambi, l’ha detto: «Matteo è un venditore straordinario, al livello di Silvio giovane».
I parallelismi gli danno fastidio? Si consoli: il titolone «Renzi si sgonfia subito» fu preceduto nel 1994 dal giudizio di Roberto Maroni dopo l’esordio del Cavaliere: «Ho capito di che pasta è fatto. Fin che si parla si parla, ma poi… Magari arriverà pure alla presidenza del Consiglio ma poi quanto ci resta? Alla prima rogna si sgonfia e torna ad Arcore con la coda fra le gambe».
È rimasto vent’anni.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
LO STILE È TROPPO DIRETTO, IL RISCHIO BLUFF È ALTO, EPPURE LA “POLITICA” È DIVENTATA COMPRENSIBILE
È ormai consuetudine ritenere Matteo Renzi un fenomeno della comunicazione.
Lo è, ma solo se lo si paragona a chi lo ha preceduto nel Pd, da Pierluigi Bersani a Enrico Letta. Renzi è più che altro uno scaltro imbonitore, un abile venditore.
Lo ha dimostrato anche due giorni fa, quando ha trasformato una conferenza stampa in una televendita degna di Roberto da Crema.
A fine piazzata, è venuta a molti la tentazione di acquistare da Renzi un set di pentole a pressione o anche solo un tappeto persiano.
A conferma che il talento narrativo di Renzi sia discreto ma non eccelso, sono arrivate le critiche degli esperti di comunicazione come Giovanna Cosenza, che ieri ha dichiarato al Fatto : “Sembrava uno spot di Lidl. Era tutto molto ostentato, esagerato. Sembrava un discorso da meeting aziendale, ma non recente, degli anni ’80”.
Ovvero gli anni in cui Renzi è cresciuto. Anni di paninari e di effimero, di Moncler e di Righeira, figure retoriche — non a caso — inamovibili nel suo Pantheon.
Il Premier, tra un hashtag e una slide, ha sciorinato il repertorio d’ordinanza : decisionismo, ambizione, arroganza, battutine, promesse e fanfaronate.
La rete lo ha paragonato a Wanna Marchi e Giorgio Mastrota.
Conscio del rischio di apparire come un venditore di pentole, Renzi ha sbandierato autoironia (“Venghino signori venghino”) e inseguito la risata facile come un segugio: il “pesce rosso”, “l’auto blu di La Russa”, “non je la famo”, “à§a suffit”.
E le risposte secche alle domande critiche (“Crede che questo basterà per la ripresa?”, “Sì”), a voler rimarcare che lui è l’uomo della svolta (buona) e gli altri nient’altro che pessimisti che sanno solo odiare.
Se la forma è sostanza, Renzi era e resta un venditore di fumo, e neanche fumo di gran qualità . Tutto male, dunque? Così sembra per molti, compreso chi fino a mercoledì pareva venerarlo.
È vero che la conferenza stampa metteva imbarazzo, satura com’era di esagerazioni e smargiassate. Il Premier era però così anche prima.
È il primo a non ignorare quanto spesso le spari grosse: la differenza tra lui e gli apostoli è che Renzi sa mascherare i bluff mentre le Boschi (disastrosa due giorni fa da Daria Bignardi) non convincono nessuno.
Sono anni che Renzi comunica così, alla Leopolda come nei tour elettorali che erano in realtà format curatissimi.
Saranno i prossimi mesi a dire se Renzi è un bombarolo: uno spacciatore di promesse, al cui confronto il suo maestro Berlusconi sembra quasi un pusher sfigato di bugie.
La novità comunicativa è però innegabile. Renzi non è un campione del messaggio, parla cantilenando e anche la gestualità è sempre più appesantita (come il fisico), ma la cesura stilistica con il passato c’è.
I retroscenisti gridano al sacrilegio, i notisti lamentano la rottura del protocollo. Sono gli stessi che, dopo il discorso al Senato, contestarono non il contenuto ma il fatto che il Premier fosse andato a braccio .
Renzi comincia a rimanere antipatico a chi crede ancora nella sacralità polverosa del Parlamento, e questo — per lui — è un buon segnale
Negli ultimi la politica italiana è stata sottoposta a un effetto-trasparenza brutale.
Una trasparenza probabilmente di facciata, perchè gli accordi si continuano a fare nelle stanze segrete (basta pensare all’Italicum), ma almeno la comunicazione non è più soporifera come prima. più comprensibile e meno per iniziati.
Letta avrebbe mellifluamente addormentato la platea, Renzi l’ha fatta ridere (forse più di quanto lui stesso voleva).
E’ meglio? E’ peggio? E’ un cambiamento. Una mutazione radicale nella ritualistica comunicativa.
Anche in questo Renzi prova a essere più grillino dei grillini: lo fa liberandosi delle auto blu, ma lo fa anche demitizzando la liturgia come cerca di fare il Movimento 5 Stelle (per esempio con gli streaming).
Il punto, ora, non è rimpiangere i brodini lettiani perchè scandalizzati dai fuochi d’artificio renziani, ma appurare se ai botti seguiranno i fatti.
Se dopo le slide arriverà la ripresa.
Se il futuro sarà più Blair o Mastrota.
Andrea Scanzi)
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL MARITO DELLA MUSSOLINI: «SI, INCONTRAI QUELLA RAGAZZA» …. TRA I CLIENTI ANCHE FUNZIONARI FAO E IL VICECAPO DEL DIPARTIMENTO INFORMATICA DI BANKITALIA
Il suo nome è inserito in una lista di clienti delle ragazzine dei Parioli. Non è bastata per Mauro
Floriani, marito dell’onorevole Alessandra Mussolini, la dichiarazione fatta ai magistrati: «È vero, sono stato con lei un paio di volte, ma certamente non immaginavo che avesse 15 anni».
«È vero, sono stato con lei un paio di volte, ma certamente non immaginavo che avesse 15 anni». Così, di fronte ai magistrati di Roma, Mauro Floriani ha cercato di scrollare da sè l’accusa grave di aver sfruttato una minorenne. Non è bastato.
La contestazione è stata formalizzata, le indagini sul suo conto sono ormai alle battute finali.
Il marito dell’onorevole Alessandra Mussolini è inserito in una lista di clienti delle ragazzine dei Parioli – Aurora e Azzurra si facevano chiamare – nei confronti dei quali sono già stati effettuati numerosi riscontri.
Tra loro c’è anche il figlio di un parlamentare del centrodestra che dovrebbe essere interrogato nei prossimi giorni.
E poi il vicecapo del Dipartimento Informatica di Bankitalia Andrea Cividini, alcuni funzionari della Fao, almeno un manager della società di revisione «Ernst & Young».
I carabinieri del nucleo operativo della capitale coordinati dal colonnello Lorenzo Sabatino hanno raccolto le informazioni sul loro conto incrociando i tabulati telefonici delle due giovani prostitute, intercettando le conversazioni, effettuando pedinamenti.
Poi hanno trasmesso tutti i dati al procuratore aggiunto Maria Monteleone e al sostituto Cristina Macchiusi.
Floriani e l’appartamento
Floriani si è presentato in Procura per essere interrogato sperando probabilmente di evitare che il suo nome potesse trapelare. Già dallo scorso ottobre, dopo aver messo sotto i controlli i telefoni delle ragazzine, i carabinieri avevano captato la sua voce e annotato gli appuntamenti presi con la quindicenne.
Tutti gli incontri sono avvenuti nell’appartamento di viale Parioli. «Arrivo a quest’ora, va bene?», chiedeva prima di presentarsi.
Il suo contatto era diretto, cioè non mediato dagli sfruttatori. Lo ha confermato lui stesso ai magistrati: «Sono arrivato alla ragazza attraverso l’annuncio che aveva messo sul sito “Bakecaincontri”. Lì specificava di avere 19 anni e io credevo fosse la verità ».
Era accompagnato da un legale e ha mostrato un atteggiamento collaborativo, sia pur negando la propria consapevolezza riguardo all’età e in particolare al «giro» che si celava dietro quel «post» inserito su Internet già dalla primavera scorsa.
La sua versione non ha però convinto i magistrati, anche perchè i tabulati telefonici dimostrano che i contatti sono stati diversi. La frequentazione della casa da parte di Floriani era cominciata alcuni mesi prima, almeno da luglio.
E soprattutto, evidenziano gli inquirenti «diversi uomini sono andati via dopo aver visto le ragazzine e compreso che si trattava di giovanissime. Difficile credere che invece lui non se ne fosse accorto».
È questa circostanza ad aver fatto scattare la contestazione. E tra qualche settimana potrebbe già arrivare il provvedimento di chiusura delle indagini che precede la richiesta di rinvio a giudizio.
Il figlio dell’onorevole
I clienti della baby squillo sono decine e decine, soltanto ventidue quelli già indagati. Tra loro c’è anche il figlio di un parlamentare che nelle prossime ore riceverà un avviso a comparire.
Anche lui è stato intercettato mentre prendeva appuntamento con le giovani e agli atti c’è la prova degli incontri avvenuti, anche dei soldi versati per le prestazioni sessuali.
Elementi «certi» secondo gli inquirenti sono stati raccolti pure nei confronti di imprenditori, professionisti, gli impiegati che più volte incontravano le ragazze, talvolta organizzando gli appuntamenti nelle proprie abitazioni oppure in alcuni hotel.
A far scattare i controlli è stata la denuncia presentata dalla madre della quindicenne lo scorso agosto.
Subito dopo i pubblici ministeri hanno chiesto e ottenuto l’intercettazione dei cellulari delle due ragazze e grazie a questo tipo di verifiche sono riusciti a «incastrare» svariati clienti.
Altri sono stati rintracciati attraverso l’analisi dei semplici tabulati e in questi casi si sono resi necessari maggiori controlli, anche perchè non sempre l’intestatario dell’utenza era il reale utilizzatore: alcuni numeri sono intestati a donne risultate totalmente estranee all’inchiesta, probabilmente parenti di chi invece era un cliente più o meno abituale.
Video, foto e ricatti
Nel fascicolo processuale ci sono numerosi video girati dai carabinieri. Documentano il pedinamento delle ragazze e dei loro sfruttatori mentre si incontrano in vial Parioli e poi si muovono per andare dai clienti.
Ma mostrano anche numerosi uomini mentre varcano il portone dopo aver ottenuto l’appuntamento. E sono proprio questi filmati una delle prove «incontrovertibili» delle quali ha parlato il procuratore Monteleone.
Ben diversi sono invece i video girati con il telefonino da uno degli sfruttatori che, questo è il sospetto degli inquirenti, potrebbero essere stati utilizzati per ricattare i clienti.
Riprese effettuate di nascosto, talvolta con la complicità delle ragazze che però hanno poi negato di essere consapevoli. Anzi. «Lo abbiamo saputo soltanto dopo», hanno raccontato ai magistrati. Senza però essere credute.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
RIVOLUZIONI, GRANDI RIFORME, INTERVENTI CHOC, LA GARA TRA PREMIER, MINISTRI E GIORNALI AL SEGUITO PER ENFATIZZARE IL BLA-BLA-BLA ELETTORALE
Miliardi di qua, miliardi di là .
Per un mese, da quando TurboRenzi ha preso il posto di Letta Nipote, lui e i suoi ministri e i giornali al seguito hanno fatto a gara a chi annunciava più miliardi e prometteva più riforme (naturalmente “grandi”, anzi “choc”) e patti e assi e rivoluzioni e accelerate e spinte e scosse e lanci e rilanci e sblocchi e soluzioni e coperture e svolte e sprint e cunei in tutti i campi dello scibile umano: dalle tasse alle scuole, dalla legge elettorale alle riforme costituzionali, della casta alle auto blu, dalle regioni al Senato, dal lavoro (anzi job) all’occupazione, dalla casa alla ricerca, dal Mezzogiorno al Nord, dalla spending review alla giustizia, dal debito pubblico all’Europa.
Così, quando è arrivato il mercoledì decisivo (ovviamente “super”, anzi un “mercoledì da leoni”), quello della conferenza stampa-televendita, un filo di delusione è seguito alle Grande Illusione.
E dire che l’annuncio di 80 euro al mese in busta paga per i redditi più bassi è comunque un bel risultato, o meglio lo sarebbe se esistesse anche uno straccio di legge che lo prevede, al di là delle slide, degli effetti speciali e dei pesciolini rossi del premier imbonitore.
Checchè se ne dica, forse non è stata una grande idea da “grande comunicatore” quella di promettere tutto a tutti, creando aspettative talmente enormi da sminuire anche le eventuali cose buone (inevitabilmente poche) che seguiranno.
17 FEBBRAIO
Renzi riceve l’incarico al Quirinale. “Faremo una riforma al mese. Febbraio, riforme costituzionali ed elettorali: Italicum e abolizione del Senato. Marzo, riforma del lavoro. Aprile, riforma della Pubblica amministrazione. Maggio, riforma del fisco. Giugno, riforma della giustizia”. Ora, febbraio è finito da un pezzo e le riforme sono in alto mare.
Marzo è già a metà e il Jobs Act è ancora un libro dei sogni: diventerà un disegno di legge delega al governo, che coi tempi parlamentari non sarà in vigore prima di un anno.
E gli altri mesi sono già tutti impegnati da PA, fisco e giustizia. È anche vero, però, che Renzi ha detto febbraio, marzo, aprile ecc., ma non ha precisato di quale anno.
22 FEBBRAIO
Il governo è pronto e Renzi, sciogliendo la riserva, dà la linea: “Tanti fatti e pochi annunci. Basta spot: concretezza da sindaci”.
Poi, nel primo Consiglio dei ministri, ordina ai medesimi: “Lavorare e tacere”.
Ecco dunque i primi annunci. “Prima scossa: subito giù Irpef e Irap. Taglio Irap del 10% e riduzione Irpef sotto i 15 mila euro” (La Stampa, 23-2). “Studierò come una secchiona, pochi 53 miliardi per la scuola” (Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione, Repubblica, 23-2)
23 FEBBRAIO
È domenica, ma il sottosegretario Graziano Delrio annuncia lo stesso: aumenteranno le tasse sui Bot. Palazzo Chigi rettifica: “Solo una rimodulazione”. “Un miliardo di gettito in più dai titoli preferiti dalle famiglie” (La Stampa, 24-2). Inizia il balletto sulla spending review del povero Carlo Cottarelli. Quanti miliardi? “Vertice notturno Renzi-Padoan sulla spending review. Tagli subito fino a 5 miliardi” (Messaggero , 24-2). “Subito 4 miliardi di tagli alla spesa” (Corriere della Sera, 24-2). “Pronto il piano Cottarelli. Subito 6 miliardi di tagli. Nel mirino acquisti e sussidi. Già quest’anno possibili risparmi da dirigenti, auto blu, formazione” (La Stampa, 24-2). E non basta: “3 miliardi sono attesi dal rientro dei capitali all’estero, altri 3 dal taglio degli interessi sul debito” (Corriere , 24-2).
24 FEBBRAIO
Renzi ottiene la fiducia al Senato: “Voglio uscire dal Truman Show, siamo qui per parlare il linguaggio della franchezza, al limite della brutalità ”. Francamente e brutalmente annuncia: “Subito riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale”. Si pensa alla doppia cifra in percentuale, ma lui rettifica: “È riferita ai miliardi, almeno 10, non alle percentuali”.
E attenzione: “Sblocco to-ta-le e non parziale dei debiti delle Pubbliche amministrazioni per dare uno choc”: ma qui 22,5 miliardi il Tesoro li ha già pagati e altri 25 li ha già stanziati e coperti Letta.
Gli altri 47 sono fuori bilancio, mai certificati: impossibile sapere quanto deve lo Stato e a chi. Infatti il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan risponde alle domande con un “no comment” e dice che il miracolo renziano sui debiti delle PA “è ancora da precisare”. Intanto Renzi mette la freccia e promette “l’aumento del Fondo di garanzia per le Pmi” (già aumentato da Letta a 95 miliardi) e il rilancio dell’edilizia scolastica (1,8 miliardi già stanziati da Letta). “Terapia shock: subito 60 miliardi” (l’Unità , 25-2).
25 FEBBRAIO
Renzi incassa la fiducia anche alla Camera, poi vola a Ballarò: “Entro 15 giorni il decreto per sbloccare 60 miliardi alle imprese” (ieri s’è saputo che non c’è nessun decreto, ma solo un ddl: campa cavallo). “Entro un mese taglio il cuneo fiscale con le coperture” (ieri ha detto che le coperture le annuncia fra dieci giorni e il taglio scatta dal 1° maggio). I giornali, non bastando i suoi, si scatenano con altri annunci. “Scuola, 2 miliardi per ristrutturare le aule” (Repubblica , 26-2). “Il calo delle tasse, si parte dall’Irap. Subito una riduzione del 10%” (Corriere , 26-2). Dunque si punta sull’Irap, non sull’Irpef: ma non era una doppia cifra in miliardi? “Patto con le imprese: meno Irap, sconti più leggeri. Sgravi Irpef, 50 euro al mese. Cuneo, detassati 10 miliardi: 8 alle famiglie sotto i 2.000 euro, 2 alle aziende” (Repubblica , 26-2). Dunque siamo intesi: tagli misti, un po’ all’Irpef e un po’ all’Irap.
26 FEBBRAIO
Renzi incontenibile: “Entro il 10 marzo censimento per una verifica puntuale sul patto di stabilità per capire quanto possono sforare i Comuni” (oggi è il 14 marzo e non è successo niente). “Il 17 marzo, all’incontro con la Merkel, avrò pronto il piano sul lavoro” (mancano tre giorni e ieri s’è saputo che il Jobs Act sarà un ddl delega, se va bene in vigore fra un anno, ma senza i decreti delegati: hai voglia). Frizioni fra Palazzo Chigi, tutto renziano, e il Tesoro, tutto lettian-dalemiano. “Renzi-Padoan, prima grana sui debiti. Il premier: subito 60 miliardi per pagare le imprese. Ma il ministro non è convinto” (La Stampa, 27-2). “Ricetta spagnola per sbloccare i debiti dello Stato. Così il governo restituirà grazie a Cassa Depositi e Prestiti 60 miliardi alle aziende creditrici” (Repubblica , 27-2). “Renzi: possibile tagliare l’Irap del 30%” (ibidem). “Renzi pronto a soccorrere le imprese. Allo studio un taglio del 30% dell’Irap” (Corriere , 27-2). Intanto il governo dà il via libera ai Comuni per aumentare la Tasi a tutti. Fuorchè alla Chiesa, ci mancherebbe.
28 FEBBRAIO
Arriva l’orda dei 45 viceministri e sottosegretari. Palazzo Chigi annuncia un piano-turbo per il lavoro. La disoccupazione, dice Renzi, è “allucinante”. “Ora un Jobs Act da 100 miliardi. Il piano Renzi per invertire la rotta” (l’Unità , 1-3). “Renzi: ‘Uno choc all’economia. Rispondiamo a chi non ha impiego’” (La Stampa, 1-3). “Ecco il Jobs Act targato Renzi: sussidio di disoccupazione anche per i lavoratori precari. Con il Naspi circa 1.000 euro al mese per chi perde il posto. Il piano costerà 8,8 miliardi in tutto” (Repubblica, 1-3). Ma ‘sto Jobs Act è da 100 o da 8,8 miliardi? Mistero.
1° MARZO
Renzi, irrefrenabile, annuncia il Piano Casa. “Piano casa da 1 miliardo e mezzo. Arrivano i bonus per le ristrutturazioni, mutui agevolati e taglio del 10% della cedolare secca sugli affitti” (La Stampa, 2-3).
4 MARZO
Renzi riannuncia il pagamento dei debiti della PA. “Renzi si accorda con le banche per dare 60 miliardi alle imprese. Il piano è già pronto” (Libero, 5-3).
5 MARZO
Renzi visita una scuola a Siracusa, accolto dal coretto dei piccoli balilla. Intanto l’Europa denuncia che l’Italia ha i conti pubblici più squilibrati dell’Unione, insieme a Slovenia e Croazia. Ma per il premier è tutta colpa di Letta: “Sapevamo che i numeri non erano quelli che raccontava Enrico”. Saccomanni s’incazza e lo costringe a rimangiarsi tutto. Intanto il taglio del cuneo pare restringersi un pochino: “Nella cura Padoan tagli al cuneo fiscale per 7,5 miliardi” (Corriere , 6-3). Doppia cifra, ma con la virgola in mezzo. Eppure ci sarebbe di che scialare: “Dallo spread controcorrente 15 miliardi di ossigeno” (Corriere , 6-3).
6 MARZO
Il decreto sui capitali all’estero segna il passo in Parlamento: il governo lo ritirerà presto per rifarlo ex novo. “Ora è a rischio il decreto per il rientro dei capitali. Lo Stato avrebbe dovuto incassare 3 miliardi nel 2014” (Corriere , 7-3). Finalmente è deciso dove tagliare il cuneo fiscale. Lo svela il viceministro dell’Economia, Enrico Morando: “Non disperdiamo le risorse. Serve un taglio forte dell’Irap per rilanciare le imprese. In un secondo tempo sgravi sull’Irpef” (La Stampa, 7-3). Dunque solo tagli all’Irap, per l’Irpef si vedrà . La Camusso s’incazza.
7 MARZO
Il Tesoro conferma: tagli al cuneo solo sull’Irap, cioè solo alle imprese, e non sull’Irpef, cioè non ai lavoratori. La Cgil minaccia “lotta dura”. “Matteo cerca 20 miliardi per rilanciare la crescita: 10 dovrebbero arrivare dall’eliminazione delle detrazioni fiscali alle imprese, 5 dalla spending review di Cottarelli, 5 dalla tassazione sul rientro dei capitali all’estero” (il Giornale, 8-3). E la scuola? “No a grandi riforme. Interventi per la sicurezza da un miliardo di euro” (Stefania Giannini, ministro Istruzione, Corriere , 8-3). Ma non erano 2? “Assunzioni mirate con 2,5 miliardi. Incentivi europei ai giovani e lavori hi-tech: le ipotesi per l’occupazione. Il possibile uso delle risorse comunitarie” (Corriere , 8-3). Poi arriva la gelata dell’Europa: impossibile usare i fondi strutturali per ridurre le tasse sul lavoro. “Renzi taglia 10 miliardi di Irpef: quasi 80 euro in più in busta paga per chi guadagna fino a 25 mila” (Repubblica , 8-3). Quindi il taglio è sull’Irpef. Ma non era solo all’Irap?
8 MARZO
Casino totale. Taglio misto, un po’ Irpef e un po’ Irap. “Irpef o Irap, il governo si spacca. Il premier: ‘No a uno sterile derby, in ballo c’è il rilancio del Paese. I numeri: 10 miliardi di taglio Irpef, 2,6 miliardi di sconti fiscali alle imprese” (Repubblica , 9-3). “Taglio dell’Irpef e dell’Irap Il governo cerca 10 miliardi” (Corriere , 9-3). “Irpef e Irap, tagli a metà . Padoan vorrebbe agevolare le imprese, ma Renzi cerca il compromesso. Spunta l’ipotesi dell’intervento bilanciato” (La Stampa, 9-3). “Riduzione contestuale del 10% dell’Irap e di 5,5 miliardi di Irpef” (Filippo Taddei, guru economico di Renzi, 9-3). “Padoan: ‘Concentrare l’intervento in una sola direzione, o tutto sulle imprese, quindi Irap e oneri sociali, o tutti sui lavoratori, attraverso l’Irpef” (Sole 24 Ore, 9-3). “Serve un’azione duplice, riduzione Irap per le imprese e Irpef per i lavoratori” (Angelino Alfano, Ncd, ministro Interno, 9-3).
9 MARZO
Renzi da Fabio Fazio non svela chi vince il derby Irpef-Irap, ma smentisce il fifty fifty: “Mercoledì tagliamo le tasse di 10 miliardi pensando alle famiglie, ma nessuno mi crede”. Corrado Guzzanti su Facebook: “Mercoledì Renzi abbasserà le tasse. Il fenomeno sarà visibile per alcuni minuti anche in Italia, verso mezzanotte”.
10 MARZO
Il taglio del cuneo sarà tutto sull’Irpef. “Dieci miliardi per le famiglie. Renzi: il tesoretto andrà tutto nelle buste paga. Accantonata l’idea di tagliare anche l’Irap. Difficile trovare i soldi per ridurre il cuneo dopo il no dell’Europa sull’uso dei fondi comunitari. E il risparmio sugli interessi del debito è solo sulla carta perchè non è sicuro che lo spread continui a scendere” (La Stampa, 11-3). “Irap e Irpef, l’ipotesi di un taglio a rate. Taglio bilanciato a tappe. Spunta la stretta sulle pensioni di reversibilità . Per la coperture possibili risparmi sulle commesse per i caccia F-35” (Corriere , 11-3). “Il governo scopre che non ha i soldi per tagliare le tasse: sia i miliardi della spending review sia quelli per le imprese non ci sono” (Libero, 11-3). In compenso però “Trovati 2,5 miliardi per gli interventi sull’edilizia scolastica fino al 2016” (La Stampa, 11-3).
11 MARZO
Contrordine, ragazzi: “Renzi: meno tasse da aprile. ‘Le coperture ci sono, indiscutibili e oggettive’” (La Stampa, 12-3). E pure troppe. “Copertura doppia: il bacino a cui attingere sarebbe addirittura di 20 miliardi” (Corriere , 12-3). “Ci sono fino a 20 miliardi, il doppio del necessario. La grossa parte, circa 7 miliardi, verrebbe dalla spending review, con altri interventi selettivi e stabili. Altri 6,4 miliardi arriverebbero dall’ampliamento del deficit dall’attuale 2,6% fino ad arrivare a ridosso del 3%. Il rientro dei capitali dalla Svizzera fornirà circa 2 miliardi. Circa 1,6 miliardi verrebbero dall’Iva incassata dallo Stato in occasione dei nuovi pagamenti dei debiti della PA. Il risparmio per i tassi d’interesse più bassi sarebbe di 3 miliardi sul debito” (Repubblica , 12-3). Insomma, di miliardi ce n’è pure per dare le mance. Ma allora perchè, invece di fare una conferenza stampa con l’ennesimo annuncio del taglio delle tasse da 10 miliardi, non ha presentato un decreto o un disegno di legge? Per svariati miliardi di motivi.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
FEDERICA GAGLIARDI NEL GIUGNO 2010 ERA STATA INDICATA COME “RESPONSABILE DELLA SEGRETERIA DEL SEGRETARIO GENERALE DELLA REGIONE LAZIO”
Ormai sono anni che non passa mese, o settimana, senza che s’ingrossino le fila dei cosiddetti
«traditori di Berlusconi»: persone che, dopo essere state alleate del Cavaliere, o più semplicemente dopo averlo sostenuto, l’hanno poi abbandonato.
Si cominciò con Casini, poi con Fini, quindi perfino con gli ex fedelissimi Alfano Schifani Lupi eccetera.
Questo solo per stare fra i politici, dunque senza contare imprenditori, intellettuali, giornalisti e soprattutto elettori da tempo approdati ad altri lidi, o a quel nessun lido che è l’astensione.
Tutti costoro sono stati via via scomunicati — da un mondo berlusconiano sempre più chiuso in una sorta di ridotta dove si sta a cercar la bella morte — come disertori, opportunisti, venduti alla sinistra.
Mai s’è voluto, da parte dell’attuale rinata Forza Italia, riconoscere che una simile emorragia di consensi coincideva temporalmente con una quasi inspiegabile deriva umana del Capo.
L’arresto per detenzione di ventiquattro chili di cocaina della sua ex “dama bianca”, che fu ufficialmente portata al G8, non farebbe tanto scalpore se non venisse naturale accostare questo fatto ad altri fatti e ad altri personaggi.
Pusher ed escort pugliesi, ricattatori, mezze spie, prostitute professioniste che hanno il cellulare personale di Berlusconi presidente del Consiglio e lo chiamano nottetempo a Parigi per chiedergli di intervenire in favore di una minorenne arrestata per furto…
È questa lunga serie di episodi che ha fatto nascere, in tanti esponenti o simpatizzanti del centrodestra, la seguente inquietante domanda: ma chi s’è messo a frequentare Berlusconi?
Perchè è passato da Colletti, Melograni, Vertone, Pera, Ferrara eccetera a Lele Mora, Tarantini e Ruby?
In Italia c’è stato senz’altro, contro il fondatore di Forza Italia, un accanimento che ha perfino danneggiato la controparte, cioè la sinistra, per vent’anni ostaggio della propria ossessione antiberlusconiana.
Ma non riconoscere che il Cavaliere, per avviarsi al tramonto, ci ha messo del suo, è pura cecità .
Il 25 aprile 2009 Berlusconi pareva avere l’Italia in tasca: era al governo con una maggioranza devastante, aveva giocato benissimo la partita dell’emergenza post terremoto dell’Aquila e, parlando ad Onna per la festa della Liberazione, aveva perfino spiazzato gran parte della sinistra.
Il giorno dopo finì chissà come a Casoria per la festa di una diciottenne che lo chiamava «Papi».
La sua parabola discendente cominciò in quel preciso momento.
Ecco perchè la notizia dell’arresto della sua ex dama bianca per cocaina, al di là delle ovvie cautele del caso (tutto è naturalmente da provare), non stupisce più di tanto. Qualcosa è successo, all’uomo Berlusconi, negli ultimi anni; e chi si ostina a non ammetterlo non solo non gli vuole bene, ma continua a illudersi che le traversie del Capo siano dipese esclusivamente dall’offensiva dei nemici.
Michele Brambilla
(da “La Stampa”)
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