Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
CUNEO FISCALE, RENZI PROVA A CONVINCERE L’EUROPA
Chiuso un fronte, se ne riapre un altro.
La scommessa di Matteo Renzi sul taglio delle tasse su cui il premier ha detto di “giocarsi tutto”, dopo la prima battuta di arresto di ieri, con la sola presentazione delle misure, senza provvedimento, deve affrontare lo scoglio dell’Unione Europea.
L’azzardo del premier, confermato anche dal ministro Pier Carlo Padoan in conferenza stampa, è quello di utilizzare quello 0,4% di margine di spesa tra il 3 per cento fissato dall’Europa e il 2,6 stimato dall’Europa per il nostro Paese quest’anno.
Oltre sei miliardi, nelle intenzioni del premier a cui dovrebbero aggiungersi i 3 miliardi messi in conto da Carlo Cottarelli per la spending review e i 2,4 miliardi dalla minore spesa per interessi sul debito dovuto all’abbassamento dello spread.
Ma il percorso per arrivarci, a questi sei miliardi, è tutt’altro che privo di ostacoli. E gli appuntamenti di lunedì, con i faccia a faccia del premier con Francois Hollande e Angela Merkel, possono già rivelarsi molto importanti.
Con Francia e Germania, c’è da strappare il semaforo verde allo scostamento sul disavanzo programmato, e sarà fondamentale in questo senso la capacità di persuasione del presidente del Consiglio.
Ogni allontanamento dagli obiettivi di bilancio fissati, con la firma del Fiscal compact — recepito in parte nell’articolo 81 della Costituzione -, deve passare dal via libera del Parlamento e, soprattutto, della Commissione.
Non si tratta più soltanto di restare entro il contestato tetto del 3%, ma di dover giustificare — come in questo caso — significative variazioni di spesa rispetto agli obiettivi di medio termine e all’orizzonte del pareggio di bilancio che misure di questo tipo allontanano sempre di più.
Fonti europee spiegano che il margine “tecnicamente” c’è, ma nel caso italiano, quello cioè di un Paese da poco uscito dalla procedura di deficit eccessivo, il rischio è di rinviare se non appesantire l’aggiustamento strutturale dello 0,5% di Pil richiesto dall’Europa per ridurre il debito.
Al di là dei colloqui con i leader europei, il primo passaggio formale indispensabile sarà l’adozione nel Def del nuovo margine di manovra. Uno scostamento che, come scritto, dovrà esserà passare al vaglio al vaglio del parlamento prima ancora della Commissione.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL SOCIOLOGO: “I TAGLI ALLA SPESA COLPIRANNO L’OCCUPAZIONE”… “IL TAGLIO DEL 10% DELL’IRAP FAVORIRA’ IL FATTURATO NON LE ASSUNZIONI”…”GLI 80 EURO? MEGLIO AIUTARE A USCIRE DAL PRECARIATO”
“Renzi un leader di sinistra? Direi di no, molti intellettuali farebbero i salti nella tomba a sentirlo
definire così”.
Luciano Gallino ha pochi dubbi: “Al di là della comunicazione spigliata e ‘giovanotta’, le cose che dice sono decisamente più a destra anche di quanto detto e scritto da molti dei liberal statunitensi che si sono cimentati con possibili soluzioni alla crisi economica”.
Tono pacato ma deciso, il professore risponde al telefono dalla Francia, e raccoglie la provocazione quando gli si domanda se il premier, oltreoceano, potrebbe candidarsi a guidare i Tea Party: “Il suo programma è al 90% liberal-liberista, per cui direi di sì. Diciamo che sarebbe uno che Mitt Romney inviterebbe volentieri a cena”.
Scendiamo nel dettaglio: come valuta i contenuti illustrati nella conferenza stampa di ieri?
Sono stati tra i più disparati. Ma tutti vicini all’idea dell’austerity che ha condotto l’Europa nella condizione in cui versa oggi.
A cosa si riferisce esattamente?
Per esempio ai tagli alla spesa pubblica, che prefigurano una stangata che destinerà il nostro paese a una povertà certa. Cosa intende fare, tagliare la sanità , o il sistema di istruzione, che sono entrambi già in grande difficoltà ?
Il premier parla di sette miliardi di risparmio, senza incidere sui servizi primari.
Non mi sembra credibile, ma ripeto: bisogna vedere dove si interviene. Cottarelli ha parlato di 32 miliardi in tre anni. Un’enormità , se si considera che lo stato incassa 500 miliardi all’anno ma ne spende solamente 400, perchè 95 se ne vanno sul debito.
Ha annunciato misure per ridare potere d’acquisto alle fasce più deboli, come gli 80 euro in più in busta paga a partire da maggio.
Un certo numero di persone vedrà con favore quell’intervento, anche perchè lo potranno vedere negli stipendi due giorni dopo le elezioni europee. È una misura a pioggia, per toccare una fascia ampia di lavoratori. Ma non è così che si rilancia l’economia. Servono azioni più mirate e strutturali, a partire dalla lotta alla precarietà .
Di questo si parla nel jobs act che dovrebbe essere varato fra poche settimane.
Finora si è letto poco, qualche paginetta che si può riempire a piacimento. Ma alcuni provvedimenti lasciano perplessi, come quello che permetterebbe di licenziare i dipendenti con un contratto a tempo determinato fino a tre anni dopo l’assunzione. Fa molto anni ’90.
Anni ’90?
Nel ’94 l’Ocse consigliò misure di questo tipo, salvo poi correggere il tiro e ritornare sui propri passi una decina d’anni dopo.
Veniamo a un altro punto. Renzi ha detto a Vespa: “Se taglio i debiti della Pa entro il 21 settembre, vai a piedi da Firenze a Monte Senario”.
Quant’è distante?
Una ventina di chilometri, perchè?
Ecco, se avesse detto “Vai a piedi a Santiago de Compostela” sarebbe stato senz’altro un impegno più forte. Il taglio del 10% dell’Irap sarà senz’altro gradito, un contributo al rilancio delle imprese. Ma il pagamento dei debiti pregressi non è questo grande vantaggio. Sarebbe un aiuto modesto, il vero punto è la mancanza di domanda di beni.
Ma per il mondo delle aziende è un tema molto sensibile.
Il punto è che anche se le imprese da queste piccole flebo traessero vantaggio si risentirebbe sul loro fatturato, non sull’occupazione. Dall’inizio della crisi c’è stata una forte spinta all’automatizzazione della produzione, la strada continuerebbe a essere quella.
Fausto Bertinotti lo ha definito “Il Tony Blair italiano”. È d’accordo?
Più o meno sì. I modelli politici a cui guarda Renzi vanno molto indietro nel passato. La Terza via, il superamento della contrapposizione fra classi sociali.
Sempre Bertinotti definisce il suo programma social-liberista. Quale dei due aggettivi la convince di più?
Al 90% il suo programma è di matrice liberal-liberista, rispolverando le raccomandazione dell’Ocse del ’94, ormai superate.
Dunque non è un leader di sinistra?
Direi di no, molti intellettuali farebbero i salti nella tomba a sentirlo definire così. Al di là della comunicazione spigliata e ‘giovanotta’, le cose che dice sono decisamente più a destra anche di quanto detto e scritto da molti dei liberal statunitensi che si sono cimentati con possibili soluzioni alla crisi economica.
Più vicino ai Tea Party d’oltreoceano dunque.
Probabilmente sì. Diciamo che sarebbe uno che Mitt Romney inviterebbe volentieri a cena.
Ha detto: “Se non supero il bicameralismo perfetto considero conclusa la mia esperienza politica”.
Ha una grande superficialità nel considerare il Senato un vecchio orpello. Per rimanere nel paragone: proviamo ad andare a dire una cosa del genere agli americani. Lo rincorrerebbero per la strada. È vero che Palazzo Madama ha problemi di funzionamento, che andrebbe riformato, ma è anche vero che assolve a una sua precisa funzione politica, serve a evitare errori madornali.
Prevede tuttavia che riuscirà nel suo obiettivo?
La cultura politica italiana ha toccato uno dei punti più bassi nella storia del nostro paese, per cui non vedo quali avversari possano contrastarlo. Ma…
Ma?
In Europa c’è una grande insofferenza nei confronti della democrazia. La Merkel, la Lagarde, come anche Van Rompuy e Rehn hanno più volte ribadito che la democrazia è un bene importante, ma che se il processo decisionale non fosse intralciato dalle lentezze dei Parlamenti sarebbe meglio. Ecco, buttare il Senato dalla finestra va esattamente in questa direzione.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile
BENI CULTURALI, IL PREMIER CONTRO LE SOPRINTENDENZE CHE “IMPEDISCONO LA MODERNIZZAZIONE DEL PAESE”
Non c’è davvero nulla di nuovo in Matteo Renzi, a parte la grinta: c’è solo un intenso bricolage che ritaglia da destra, e incolla malamente a sinistra, spezzoni di pensiero, parole d’ordine, slogan.
Uno dei più impresentabili che Renzi ha preso di peso dal repertorio populista è il “padroni in casa propria”.
Un’idea texana della convivenza civile che significa che ciascuno dev’essere libero di cementificare, sfigurare, distruggere pezzi di ambiente, di paesaggio, di patrimonio storico artistico
Fin da quando era sindaco, Renzi ha polemizzato aspramente contro quelle che chiama “le catene” imposte dalle soprintendenze, istituzioni “ottocentesche” che impedirebbero la “modernizzazione del Paese”.
“Sovrintendente — ha scritto nel suo tragicomico libro Stil novo — è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba. Sovrintendente de che?”. Renzi sembra non accorgersi di vivere in un paese massacrato da uno “sviluppo” pensato solo in termini di cementificazione: un paese compromesso non dai troppi no, ma semmai dai troppi sì, delle soprintendenze.
E non sono solo le opinioni di Renzi, a preoccupare: è il suo governo di Firenze a far capire come la pensi in fatto di cemento.
Vezio De Lucia ha notato come nel piano strutturale del 2010 “le previsioni relative alla proprietà Fondiaria (un milione e 200 mila metri cubi) sono riportate come fossero già attuate: per non smentire la propaganda del sindaco Renzi a favore del piano a sviluppo zero”.
Sapendo che il cemento non è telegenico, Renzi cerca di non parlarne troppo.
Tanto più stupisce che sia un giornale come Repubblica — subito improbabilmente seguito da Italia Oggi — ad abbracciare, in scala uno a uno, un simile programma. Archiviato il pensiero di Antonio Cederna, sconfessato quello di Salvatore Settis, ora è Giovanni Valentini a scrivere sul giornale di De Benedetti che “troppo spesso le soprintendenze diventano fattori di conservazione e di protezionismo in senso stretto, cioè di freno e ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo, e dell’economia”
L’articolo, in prima pagina domenica scorsa, ha lasciato basiti migliaia di lettori che vedevano da sempre in Repubblica un presidio sicuro per la difesa dell’articolo 9 della Costituzione: e da allora si susseguono sul web risposte incredule e indignate di associazioni, funzionari di soprintendenza, singoli cittadini
È in questa prospettiva che Renzi diventa il campione delle “mani libere” contro le soprintendenze, che l’avrebbero ostacolato nell’allestimento della cena della Ferrari su Ponte Vecchio e fermato nei “sondaggi tecnici” sulla Battaglia di Anghiari di Leonardo in Palazzo Vecchio.
Peccato sia tutto falso: sull’osceno noleggio del ponte l’asservita soprintendenza fiorentina non ha aperto bocca, ed è stata una partita tutta giocata dal Comune, con tanto di permesso ufficiale concesso il giorno dopo la manifestazione, e con un incasso pari alla metà di quello sbandierato da Renzi.
Quanto a Palazzo Vecchio, giova ricordare che la Battaglia di Anghiari semplicemente non esiste, e che Renzi è stato fermato non dalla soprintendenza (anche in quel caso succube), ma dalla comunità scientifica internazionale, compattamente insorta contro una farsa pseudoscientifica che fa ancora ridere i direttori dei più grandi musei del mondo.
Ma i banali dati di fatto non devono oscurare la retorica del Presidente del Fare che spezza trionfalmente i lacci e i lacciuoli frapposti da questa oscura genìa di burocrati. A quando un suo ritratto a torso nudo, mentre aziona una betoniera calpestando l’articolo 9
L’altra faccia di questa usurata medaglia è l’incondizionato inno ai salvifici privati. Chiedendo la fiducia al Senato, l’unica cosa che Renzi ha saputo dire sulla cultura è che “se è vero che con la cultura si mangia, allora bisogna fare entrare i privati nel patrimonio culturale”.
Peccato che i privati ci siano da vent’anni, nel patrimonio, e che a mangiarci da allora non sia lo Stato, ma solo un oligopolio di concessionari fortemente connessi con la politica.
E la ricetta è tanto originale che il punto 41 di Impegno Italia (il documento cui ha inutilmente provato ad aggrapparsi Enrico Letta) prevedeva un’unica ideona: “Incentivare lo sviluppo dei servizi aggiuntivi da dare in concessione ai privati”.
Di fronte ai crolli di Pompei, Renzi ha gridato: “L’Italia è il paese della cultura, e allora sfido gli imprenditori: che state aspettando?”.
Quando era sindaco di Firenze, Renzi sfidava sistematicamente lo Stato a fare il proprio dovere in fatto di tutela del patrimonio.
Ora che lo Stato è lui, sfida gli imprenditori. Fosse il presidente di Confindustria, ce l’avrebbe con gli enti locali.
Non c’è davvero nulla di nuovo, se non che il repertorio da palazzinaro anni Sessanta è passato tale e quale dal fondatore di Forza Italia al segretario del Partito democratico.
È il manifesto di una nuova stagione di Mani sulla città , un ritorno alla bandiera inverosimile del “più cemento = più turismo”. E siamo solo all’inizio.
Tomaso Montanari
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
PARLA L’AVVOCATO CHE “UCCISE” IL PORCELLUM
Felice Besostri è uno dei legali dal quale partì l’iter giudiziario che portò la legge Calderoli alla
bocciatura davanti alla Consulta.
E non è tenero nemmeno nei riguardi dell’Italicum, il testo frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi che ha ricevuto il primo via libera dalla Camera.
“E’ un trucco, un tradimento della libera volontà degli elettori, in violazione di precise norme costituzionali“, dice commentando il premio di maggioranza così come previsto dal nuovo testo.
E il gran dibattito sulle quote rosa?
“Cosmesi sui cadaveri, le liste bloccate sono comunque incostituzionali, anche con il cinquanta per cento di donne”.
E i tempi per un nuovo giudizio costituzionale?
“Se la legge viene approvata in fretta, il ricorso potrebbe rientrare in un procedimento ancora aperto in Cassazione come strascico della questione Porcellum ed essere in breve mandato alla Consulta”.
Altrimenti, conclude l’avvocato, si percorrerà la via ordinaria.
Piero Ricca
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
E APRE AL DIALOGO: “CONFRONTIAMOCI”
È “confronto” la parola magica. Consapevole che il Senato possa trasformarsi nella sua steppa russa, Matteo Renzi la mette così, in modo assai poco renziano: “Oggi — dice in conferenza stampa – ho consegnato ai ministri un ddl costituzionale di riforma del Senato, che formalmente consegniamo a tutti i leader politici che stanno in Parlamento, di maggioranza e opposizione, ai soggetti sociali protagonisti e non formalizziamo in Parlamento, diamo 15 giorni di tempo a chi vuole darci informazioni migliorative e poi incardiniamo”.
Quindici giorni, dunque. Per un “confronto” su un testo che è tutt’altro che chiuso.
Perchè l’approvazione dell’Italicum ha lasciato aperte le piaghe nel corpo nel Pd. Non si tratta più di casi singoli di malessere verso Renzi. Ora ci sono, fotografati dal pallottoliere della Camera, i numeri del dissenso: sulle preferenze, sulle quote rosa, insomma sull’accordo con Berlusconi.
E il rischio è che a palazzo Madama inizi la vera Grande Guerra, come la chiama qualche renziano informato.
Già , a palazzo Madama. Dove il secondo tempo sull’Italicum si intreccia col primo tempo sulle riforme costituzionali.
E le scintille già si intravedono nelle raffiche sparate nel giorno dell’approvazione della legge elettorale alla Camera. I lettiani non votano, i turchi assicurano che è l’ultima fiducia al buio a Renzi, Pier Luigi Bersani annuncia che al Senato il gruppo non può essere messo di fronte a un prendere o lasciare: “Questa legge va migliorata, ci sono cose che non mi convincono. Capisco gli accordi ma mi stupirei se Berlusconi avesse l’ultima parola, non c’è alcuna ragione e in qualche passaggio mi è sembrato questo”.
E allora si capisce perchè Renzi tema che, prima delle europee, possa rimanere bloccato nella steppa russa.
Nelle intenzioni vorrebbe “far fare un giro” alla riforma del Senato per poi passare all’Italicum e approvare tutto prima delle Europee.
Dove per “fare un giro” si intende approvarla in prima lettura in Aula. Di fronte alle intenzioni c’è, appunto, la steppa.
Perchè il premier sa di essere atteso al varco da una Commissione Affari Costituzionali che considera ostile. Palazzo Madama non è Montecitorio. Senza mediazioni, su tutto, è difficile che passi qualcosa. Perchè il Pd non ha la maggioranza. E i renziani puri, nella commissione presieduta dalla Finocchiaro, non ci sono.
Ecco allora che non è un caso che il premier abbia deciso di convocare una riunione con il suo gruppo la prossima settimana, per provare a procedere in modo più inclusivo sul percorso — riforma del bicameralismo e poi Italicum — e nel merito.
E non solo con i suoi visto che il partito di Alfano ha già fatto sapere, per bocca di Schifani, che senza modifiche non è disposto a votare l’Italicum a scatola chiusa.
E allora non è un caso che un testo dettagliato, “chiuso”, di riforma del bicameralismo ancora non c’è.
Anzi, Renzi ha spiegato che serviranno “un paio di settimane” per sfornarlo.
Ci sono almeno tre ipotesi sul campo: un Senato non elettivo sul modello di quello illustrato alla direzione del Pd, un Senato a trazione regionale, una ipotesi intermedia. Tra i nodi ancora non sciolti c’è anche — e non è un dettaglio — la questione del relatore. Perchè i rapporti con la Finocchiaro, autrice di un disegno di riforma costituzionale a doppia firma con Zanda, sono ancora avvolti dal gelo.
E qui nasce il dilemma: “Affidare alla Finocchiaro il compito di fare la relatrice o lasciare tutto nelle mani del ministro Boschi?”.
Decisione che ancora non è stata presa. E che sarà presa, probabilmente, dopo il confronto con il gruppo.
Insomma, al momento prevale l’idea di una road map condivisa. È il segno che a palazzo Chigi si stanno già attrezzando nel timore di imboscate.
Proprio quel che è successo alla Camera — i franchi tiratori, la necessità di portare il governo in Aula per non andare sotto — sta inducendo l’inner circle a cambiare modalità . La Camera dice che per poco non saltava tutto.
Renzi che alla Camera si è mosso come un leone al Senato di fronte ai leoni ha intenzione di farsi volpe: accelerare sì, ma coinvolgendo.
Anche perchè sul passaggio al Senato già trapelano le preoccupazioni del capo dello Stato.
Riguardano non solo il nodo delle soglie e delle preferenze, ovvero della tenuta del patto. Ma riguardano anche il merito delle riforma che porterà al nuovo Senato che il capo dello Stato monitora con grande attenzione.
Anche perchè, vista dal Colle, solo una puntuale riforma del Senato rende accettabile il percorso un po’ bizzarro di una legge elettorale valida solo per una Camera.
È un cammino che si annuncia accidentato. Per arrivare a un nuovo Senato che non deve più dare la fiducia e che non ha membri eletti occorre mettere mano a una cinquantina di articoli della Costituzione.
Più un democrat di peso, dalle parti di palazzo Madama, giudica impossibile fare tutto in due mesi.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
“AVREBBE FATTO UN FATTURATO ECCEZIONALE”
Marcello Dell’Utri, in un’intervista alla Stampa, è rimasto incantato dalla conferenza stampa di
Matteo Renzi, in cui il premier ha illustrato i provvedimenti economici dei prossimi mesi.
Non ci pensa nemmeno un attimo: “Fantastico”.
Ridacchia: “No, guardi, di più: io l’ho trovato stra-or-di-na-rio!”.
Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia, ex presidente di Publitalia, ascoltato consigliere di Silvio Berlusconi ieri sera ha scoperto un nuovo amore, Matteo Renzi.
“L’ho ascoltato in tivù, mi ha incantato”.
Lo avrebbe assunto a Publitalia?
Di corsa! Avrei fatto un fatturato eccezionale”
Un bravo venditore.
Bravissimo: ha sentito quando ha detto che se non riesce a fare la riforma elettorale “non è la fine di questo governo ma la fine della mia attività politica”? Be’, un grande. Così perentorio non ho mai visto nessuno. È davvero convincente. Ovviamente finchè non farà ciò che ha detto… Ma ora siamo tutti con lui.
Meglio di Silvio?
Ah, se riuscirà a fare ciò che dice, molto meglio. Perchè poi, diciamo la verità , il povero Berlusconi non è riuscito a farlo.
Certo che Renzi piace più alla destra che alla sinistra.
Perchè a sinistra non sono abituati a figure del genere, sono più sobri. Il piglio di Renzi è più usuale a destra.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
FEDERICA GAGLIARDI ERA NELLA DELEGAZIONE DEL G8 DI TORONTO INSIEME ALL’EX PREMIER
Un trolley con 24 kg di cocaina.
Portato a mano come fosse pieno di vestiti e souvenir raccolti in vacanza.
Intorno alle 15 i finanzieri del gruppo di Napoli hanno fermato Federica Gagliardi all’aeroporto di Fiumicino con il suo clamoroso bagaglio.
La donna è la famosa “dama bianca” di Silvio Berlusconi. Stava rientrando da un viaggio in Sudamerica, il suo volo era appena atterrato e in questo momento sono in corso gli accertamenti.
La Gagliardi spuntò, come una visione, sull’aereo che accompagnava Silvio Berlusconi in Canada, in occasione del G20 del 2010.
Bella, 28 anni, dipendente della Regione Lazio assunta dall’allora Governatrice Renata Polverini: fu quello il primo e forse unico momento di notorietà , che finì su tutte le copertina di quotidiani e settimanali come la possibile nuova fidanzata del Cavaliere. Per un po’ la ragazza finì nel dimenticatoio, fin quando il suo nome non spunta nuovamente un anno dopo, questa volta per una storia meno simpatica.
Il suo mentore politico, il consigliere comunale del Pdl Francesco Maria Orsi, l’uomo che aveva raccontato di aver presentato Federica al Cavaliere, finisce travolto in un’inchiesta di mazzette, prostitute e cocaina.
“Ma io con quelle cose non c’entro nulla”, si era difesa lei.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
LA STORIA DI UNA POLIZZA VITA DA 175.000 EURO SOTTOSCRITTA A 86 ANNI DI ETA’… CON LUI COME BENEFICIARIO
«Scrivo la presente lettera perchè resti memoria di quanto accaduto». 
Inizia così un documento che rivela una diatriba familiare di cui si è reso protagonista Geronimo La Russa.
A firmare la lettera è Lidia Peveri, nonna del primogenito dell’ex ministro Ignazio La Russa, scomparsa nell’ottobre del 2013.
E lo fa, racconta, per conservare il ricordo di quello che lei stessa definisce «un inganno» perpetrato ai suoi danni dal nipote nell’agosto 2010, quando la signora aveva 86 anni e Geronimo, tra le altre attività , rivestiva un incarico pubblico di una certa importanza, quello di vice presidente dell’Aci di Milano.
Lidia Peveri spiega che, dopo la morte del marito, avvenuta nel gennaio 2010, «mio nipote Geronimo si volle interessare della mia situazione economica» e «con varie argomentazioni insistette affinchè aprissi un conto presso la sua banca di fiducia e vi depositassi parte del denaro».
Giunti all’agenzia Unicredit di piazza San Babila, a Milano, «pochi minuti prima della chiusura, mi furono posti innanzi molti fogli che venni invitata a firmare subito, data la imminente chiusura, e che quindi non feci in tempo a leggere.
Li firmai fidandomi di mio nipote, nella certezza di solo depositare i miei denari», continua la memoria.
Dopo qualche mese, però, la signora Lidia decise di riportare il suo patrimonio più vicino a casa sua, nei pressi di Melegnano, a qualche chilometro di distanza dalla città : «Ebbi la tristissima sorpresa di scoprire di essere stata ingannata e di aver quel giorno sottoscritto una polizza di assicurazione a beneficio, guarda caso, di mio nipote».-
«l’Espresso», che pubblica la storia nel numero in edicola venerdì 14 marzo, raccontando come l’ingente patrimonio dei nonni materni di Geronimo sia stato distribuito fra i vari rami della famiglia, ha potuto consultare i documenti citati nella memoria: la polizza è datata 5 agosto 2010, è emessa da CreditRas e prevede un premio unico versato alla sottoscrizione dalla signora Peveri di 175 mila euro.
Il beneficiario unico è Geronimo La Russa.
Camilla Conti e Luca Piana
(da “l’Espresso“)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2013 IL DISAVANZO E’ RIMASTO AL 3% CONTRO IL 2,6% RACCOMANDATO DALL’EUROPA… DRAGHI CHIEDE CHE IL DEBITO SIA MESSO IN “TRAIETTORIA DISCENDENTE”… E RENZI CHE SPERAVA DI SFORARE…
La Banca centrale europea gela l’Italia.
Il nostro Paese — secondo la Bce — “non ha fatto tangibili progressi rispetto alla raccomandazione della Commissione Ue” per far scendere il deficit, rimasto al 3% nel 2013 contro il 2,6% raccomandato dall’Europa.
L’organismo guidato da Mario Draghi chiede che Roma faccia “i passi necessari” per rientrare nel deficit e assicuri che il debito sia messo “in traiettoria discendente”.
L’obiettivo del 2,6% che deve essere raggiunto nel 2014, secondo le stime recenti di Bruxelles.
Ma su quei decimi di punto percentuale di spazio di manovra — quantificati in circa 6 miliardi di euro — si gioca anche parte della riserva finanziaria dalla quale il governo vuole attingere per innescare la ripresa.
Ma nel bollettino della Bce c’è spazio anche per una piccola nota positiva che riguarda l’Italia.
Nel Belpaese, in Spagna e a Malta il bilancio strutturale quest’anno dovrebbe migliorare “in qualche misura più di quanto atteso nell’autunno 2013, anche se pur sempre meno dei requisiti posti dal Patto di stabilità ”.
L’analisi sottolinea che, nel complesso dell’Eurozona, il miglioramento strutturale sarà pari “solo allo 0,13% del Pil”, appena un quarto dello 0,5% previsto dal Patto. In altri sette Paesi (Belgio, Germania, Estonia, Francia, Lussemburgo, Olanda e Slovenia) il bilancio strutturale “dovrebbe migliorare meno o peggiorare più” di quanto atteso in autunno.
Estendendo lo sguardo a tutta l’Eurozona, la Bce prevede che “in prospettiva, la ripresa in atto dovrebbe proseguire, seppure a un ritmo contenuto”.
In particolare, si dovrebbe concretizzare un ulteriore miglioramento della domanda interna, sostenuto dall’orientamento accomodante della politica monetaria, e da condizioni di finanziamento più favorevoli e dai progressi compiuti sul fronte del risanamento dei conti pubblici e delle riforme strutturali. Inoltre, spiega ancora l’Eurotower, “i redditi reali beneficiano di prezzi dell’energia più contenuti. L’attività economica dovrebbe altresì trarre vantaggio da un graduale rafforzamento della domanda di esportazioni dell’area”.
Al tempo stesso, seppure in fase di stabilizzazione, la disoccupazione resta elevata nell’area dell’euro e i necessari aggiustamenti di bilancio nei settori pubblico e privato “continueranno a pesare sul ritmo della ripresa”.
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