Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
PENA DI UN ANNO AL TESORIERE NARO, COINVOLTO NELL’INCHIESTA SUGLI APPALTI ENAV
Nell’aprile del 2012 Pierferdinando Casini annunciò lo scioglimento del partito. Ma ancora
oggi l’Udc esiste e più che al centro della politica sembra essere nei pensieri di pubblici ministeri, giudici e Guardia di Finanza.
Dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Roma di Lorenzo Cesa per finanziamento illecito, per lo stesso reato incassa una condanna a un anno grazie alle attenuanti l’ex tesoriere in uno dei processi per gli appalti Enav.
Quando scoppiò lo scandalo Rocco Buttiglione di lui disse: “Non fa certe cose”.
Oggi però per l’ex segretario amministrativo Giuseppe Naro è arrivato un primo verdetto di colpevolezza per la vicenda della tangente di 200mila euro che l’imprenditore Tommaso Di Lernia, sostiene avergli versato nel febbraio 2010.
Naro ha sempre respinto l’accusa di concorso in finanziamento illecito, ma oggi il Tribunale ha accolto interamente le richieste del pm Paolo Ielo.
”Ribadisco la mia totale estraneità alle accuse che mi sono state formulate. Per questo ricorrerò in Appello contro una sentenza ingiusta, certo che in tale sede — dice Naro – si riuscirà a fare piena chiarezza su questa vicenda”.
Secondo l’accusa fu Di Lernia, responsabile della Print Sistem, società legata ai subappalti del colosso specializzato nella realizzazione di apparecchiature radar Selex (di cui hanno arrestato l’ex direttore operativo Stefano Carlini nell’indagine su Sistri), a versare il balzello al tesoriere dell’Udc.
Ad accompagnarlo nell’ufficio di Naro, in via Due Macelli, in base a quanto ricostruito dagli inquirenti, fu Guido Pugliesi, ex amministratore delegato di Enav.
Per la procura di Roma – che aveva chiuso le indagini nel maggio del 2012 — a confermare tale circostanza era anche il telefono cellulare di Di Lernia, risultato agganciato alla cella della zona in cui lavora Naro, ed il passaggio della sua auto nella zona a traffico limitato.
Sia Naro sia Pugliesi, avevano respinto le accuse, mentre Di Lernia, che con le sue rivelazioni aveva consentito di aprire uno squarcio nel meccanismo degli appalti dell’Enav, avrebbe riconosciuto l’ex segretario amministrativo dell’Udc in una foto durante un interrogatorio.
Naro invece dichiarò che “Di Lernia si propose dicendo che avrebbe voluto finanziare il partito in vista delle elezioni, facendo tutto secondo le regole. Mi era stato presentato da Guido Pugliesi, però non diede seguito a quelle sue intenzioni”.
Il contributo di 200mila euro destinato a Naro, invece secono la tesi della Procura accolta dal Tribunale, fu la conseguenza di un accordo tra Lorenzo Cola (ex consulente Finmeccanica) e lo stesso Di Lernia, su richiesta e attraverso la mediazione di Pugliesi.
Per l’episodio di via Due Macelli hanno già patteggiato la pena sia Cola, sia Di Lernia, mentre Pugliesi sarà giudicato con il rito ordinario a maggio.
Il 31 gennaio scorso Di Lernia durante una delle udienze del processo aveva raccontato che i soldi furono consegnati a Naro perchè non c’era Casini: “Quella mattina (2 febbraio 2010) l’allora Ad di Enav Guido Pugliesi mi disse che non c’era Pierferdinando Casini, ma che la valigetta che conteneva 200mila euro l’avremmo potuta consegnare a un’altra persona“.
Nel corso della sua deposizione Di Lernia ha raccontato che quel giorno “in via dei Due Macelli” una persona si “presentò come Pippo e si scusò per averci ricevuto in una stanzetta perchè nel suo ufficio era in corso una bonifica dopo la scoperta di una cimice“.
L’imprenditore, rispondendo alle domande del pm, aveva aggiunto che “Pugliesi non prendeva mai direttamente, personalmente soldi, ma mi indicava le persone a cui consegnarli. Erano dell’area dell’Udc”.
E ancora: “In prossimità di non so quale campagna elettorale, mi disse che era meglio se Finmeccanica si fosse avvicinata all’Udc, tramite una dazione per sostenere la loro campagna elettorale. Non so se mi disse che era diretta a Casini o al partito di Casini. Quel 2 febbraio venne a prendermi all’ingresso Pugliesi. Dopo alcuni convenevoli, lasciai i soldi a Pippo, come eravamo d’accordo e dissi: ‘Ti lascio questo pensiero, spero vi faccia cosa gradita’”.
Non è la prima volta che l’ex parlamentare finisce nei guai.
Nel 1992 Naro, da dimissionario presidente della Provincia di Messina, fu indagato per abuso d’ufficio.
L’ inchiesta era relativa all’acquisto di 462 fotografie, raffiguranti paesaggi del Messinese, costate all’amministrazione provinciale 357 milioni di lire.
Nell’aprile del 1993 Naro era stato arrestato per lo stesso reato, ma per un’altra vicenda. Tutte inchieste da cui era uscito indenne.
E così nel 2005 Naro era diventato segretario amministrativo e nel 2006 era tra i nomi in testa di lista dell’Udc al Senato in Sicilia in cui si trovavano anche Totò Cuffaro e Calogero Mannino.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
CONDANNATO IN PRIMO GRADO A SEI ANNI PER AVER FIRMATO BILANCI FALSI, SAREBBE STATO SOLLEVATO DALL’INCARICO IN BASE ALLA LEGGE SEVERINO
All’indomani della condanna a sei anni per «abuso e falso» il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti annuncia le dimissioni: «Le sentenze vanno rispettate sopratutto quando si è uomini delle istituzioni».
Ma si dice sorpreso per una «sentenza clamorosa che lancia un messaggio inquietante e pericoloso per tutti gli amministratori del Paese».
«Abbiamo di fronte a noi – ha detto ancora Scopelliti – la grande responsabilità di dire che è giunto il momento di rassegnare le dimissioni. Ora lo concorderemo con tutta questa grande squadra che mi ha affiancato in questi anni. La Calabria ha bisogno di un governo legittimato».
Poi rilancia: «Lavoreremo e torneremo in campo come sempre a combattere la battaglia da postazioni e con ruoli diversi». «Avere un ruolo o un posto – ha aggiunto – non significa battersi per la propria gente. Il legame profondo che ho con la mia gente e con la mia terra continuerà ad essere in cima ai miei pensieri. Oggi è una giornata molto importante e penso che da questa partita esco con la maglietta bagnata e con la testa alta».
Il Nuovo CentroDestra, partito di Scopelliti, esprime solidarietà al governatore dimissionario.
Scopelliti è stato condannato a sei anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per abuso e falso nella sua qualità di ex sindaco di Reggio Calabria in merito alle vicende legate alle autoliquidazioni dell’ex dirigente dell’Ufficio finanza del Comune di Reggio Orsola Fallara, suicidatasi nel 2010.
L’ex sindaco di Reggio dovrà pagare anche una provvisionale di 120 mila euro.
La sentenza è giunta al termine di quasi un anno e mezzo di processo avviato dalle autoliquidazioni di Orsola Fallara, suicidatasi nel 2010 ingerendo acido muriatico. Parcelle per un importo di 750 mila euro emesse per il suo incarico di rappresentante del Comune nella Commissione tributaria.
Partendo da questo, la Procura ha avviato un’inchiesta che poi si è allargata con una serie di accertamenti tecnici sui conti del Comune dai quali sarebbero emerse una serie di irregolarità nei bilanci dal 2008 al 2010.
Della vicenda si sono occupati anche gli ispettori generali delle Finanze rilevando un disavanzo che sarebbe stato di circa 170 milioni di euro.
Se anche non si fosse dimesso, appena il governo avesse preso atto della condanna di primo grado, il governatore sarebbe stato sospeso dalla carica per effetto della legge Severino.
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
VOLENTEROSA, PESO SPECIFICO ZERO, SPESSO IN DIFFICOLTA’
Maria Elena Boschi, ministro 33enne da Laterina, Arezzo, ha un passato d’attrice: per
qualche anno, infatti, ha fatto la Madonna nel presepe vivente organizzato dalla sua parrocchia.
Ebbene, non sembri irriverente il paragone, ma anche oggi la giovane ministro ai Rapporti col Parlamento interpreta la parte della Madonna, stavolta nel presepe renziano.
In aula, gli eletti d’ogni ordine, grado e colore passano, in interminabile processione, a renderle omaggio e a sussurrarle all’orecchio frasi preziose: forse è per la sua simpatia, forse perchè tutti sanno che è una delle poche persone ammesse alla confidenza di Matteo Renzi.
Qualcuno, sostengono i più maligni, passa solo per farsi una bella foto nell’occhio del ciclone del renzismo, visto che gli obiettivi dalle tribune puntano la ministro senza sosta
“Magari non è brillantissima nella conoscenza delle tecniche parlamentari, ma la sua vicinanza a Renzi, il suo peso politico, le garantisce che almeno l’aula la ascolti con attenzione”, racconta un deputato.
Poco male per la tecnica e la gestione dei rapporti: alla Camera la copre la sottosegretario Sesa Amici, deputata di lungo corso e politica d’esperienza che si sobbarca anche l’arduo compito di auscultare gli umori dei gruppi in Transatlantico; al Senato quel compito è appannaggio di Luciano Pizzetti, funzionario di partito pure lui, alla terza legislatura.
Le Camere, d’altronde, sono la vera casa del ministro Boschi: l’ufficio di Largo Chigi è per i funzionari, lei – a differenza dei suoi predecessori Giarda e Franceschini – è continuamente in Parlamento.
Si tratta, insomma, di un politico assai volenteroso, ma il cui peso specifico è al momento pari a zero.
Il debutto, per dire, fu di quelli terrificanti: il 26 febbraio – quando Boschi era in carica solo da quattro giorni – si ritrovò in una riunione ristretta a spiegare che il decreto Salva-Roma sarebbe stato lasciato decadere perchè non c’era abbastanza tempo per convertirlo.
Il problema, poi risolto con una nuova norma, era che la capitale senza i soldi stanziati in quel testo non avrebbe pagato gli stipendi a lungo: quando le fecero presente la cosa, racconta una fonte, la ministro andò nel panico e fu Graziano Delrio da allora a gestire la pratica.
Pure sui sottosegretari indagati, dopo i mesi del Renzi manettaro delle primarie, fu mandata in aula con poche righe scritte dagli uffici in risposta ad una interrogazione del M5S: “Non è intenzione di questo governo chiedere dimissioni sulla base di un avviso di garanzia, ma eventualmente per motivi di opportunità politica”, lesse con tono monocorde.
Anche mercoledì in Senato, per dire, non è andata benissimo. Presa la parola in aula per porre la fiducia sulla legge sulle province, s’è ritrovata nel mirino di Roberto Calderoli, il quale – con malvagia noncuranza – le ha chiesto se il testo da votare era quello della Camera o quello modificato dal Senato.
Alcuni secondi di vuoto, sguardo perplesso, silenzio: solo l’intervento di Piero Grasso le ha consentito di mettere insieme una risposta.
Maurizio Gasparri, impietoso: “Tremo al pensiero di affrontare la legge elettorale con un ministro che ha dovuto prendere la parola per tre volte per spiegare che metteva la fiducia e su cosa. L’esperienza, la conoscenza dei fatti e la non improvvisazione sono requisiti essenziali per affrontare questioni complesse”.
L’ex ministro delle Comunicazioni, in realtà , può stare tranquillo: pur avendo la delega anche alle Riforme, la legge elettorale e la modifica della Costituzione non sono materia per Maria Elena Boschi.
La trattativa sui contenuti si svolge fuori dalle Camere e dalla portata del ministro. Quando poi, come fu per l’Italicum, c’è qualcosa che non torna, appaiono improvvisamente nei paraggi Luca Lotti e Denis Verdini: i due si mettono d’accordo, verificano la tenuta dei gruppi e poi fanno una bella chiacchierata anche con l’avvocato Boschi, già consigliere giuridico del sindaco di Firenze.
Nel presepe renziano ognuno ha la sua parte.
E per lo più si recita a soggetto.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
ESCLUSI DALLA CORSA ALLE EUROPEE COSENTINO E SCAJOLA… PER IL CAPO E IL SUO CERCHIO MAGICO UNA SCONFITTA MASCHERATA DA COMPROMESSO
Arrivato all’ennesimo momento della verità , tra falchi e cerchio magico, Berlusconi se la cava, come riferisce un partecipante reduce dalla riunione, “con un colpo al cerchio e uno alla botte”. Un classico del berlusconismo che si fa concavo e convesso.
Palazzo Grazioli, le quattro del pomeriggio. L’ex Cavaliere riunisce nel suo parlamentino il nuovo comitato di presidenza di Forza Italia.
Più di sessanta azzurri tra prima (con diritto di voto) e seconda fascia (senza).
Il compromesso sulle liste per le Europee è questo: “Se qualcuno tra gli attuali parlamentari alla Camera o al Senato si vuol candidare, una volta a Strasburgo, si dovrà dimettere”.
Raffaele Fitto, uno dei cosidetti big portatori di voti, interviene subito dopo: “Per me va bene, se mi candido, mi dimetto”
Il braccio di ferro con i falchi di Denis Verdini finisce con questa soluzione.
Lo sherpa di B. per le riforme aveva messo nero su bianco la necessità di candidare i notabili per evitare un flop. Berlusconi aveva ribattuto, preceduto dalla fidanzata napoletana, con un no secco, invocando un presunto rinnovamento a favore della linea movimentista Toti-Fiori.
Alla resa dei conti, però, B. ha concesso qualcosa. Sì a Fitto, anche se resta il no a Cosentino. A Napoli, nonostante le smentite, domenica mattina è previsto il debutto di Forza Campania, partitino scissionista dei cosentiniani
Sul lodo Fitto si è anche votato. Un altro partecipante racconta che non c’è stata alcuna differenza tra i presenti: “Il presidente ha chiesto a tutti di votare, anche a quelli nominati come semplici partecipanti e non membri”.
Un motivo c’è. La pace, meglio la tregua interna è passata all’unanimità . Nessuno si è messo contro.
Anche se sono state almeno due le assenze polemiche.
La prima è quella di Gianfranco Rotondi, premier del governo ombra del centrodestra. In un tweet ha annunciato: “Non partecipo al comitato di presidenza di Forza Italia, sono impegnato a innaffiare le piante”. Da notare che ieri, a Roma, pioveva.
Seconda assenza quella della siciliana Stefania Prestigiacomo, offesa per essere stata inserita nella seconda fascia nonchè infuriata per la promozione del suo corregionale Gibiino nella prima cerchia
Nel suo intervento, Berlusconi ha ovviamente affrontato la “persecuzione giudiziaria” nei suoi confronti (sotto accusa “le toghe rosse di Magistratura democratica”) e ha dettato l’ambiguo slogan per le elezioni del 25 maggio: “Più Italia in Europa, meno Europa in Italia”.
Ambiguo perchè Forza Italia, accreditata di un terzo posto dopo Pd e Grillo, tenterà di intercettare il vento anti-euro con una campagna critica che però non si spingerà fino in fondo. Tra le priorità di B. anche la possibilità della Bce di stampare moneta per gli Stati in difficoltà . Sulle alleanze per le amministrative è stato ecumenico: “Si vince se il centrodestra è unito”. Chiaro il riferimento a Ncd, il partito di Angelino Alfano.
Da qui a ipotizzare , però, un fronte comune anche alle Europee ce ne vuole. A parole, B. mostra per la prima volta i muscoli al premier: “Il patto sulle riforme non si tocca, ma l’opposizione deve essere più dura altrimenti finiremo per essere nè carne nè pesce”.
Dopo Berlusconi, a chiedere la parola sono stati appena in tre. Fitto, appunto.
E poi l’ex an Altero Matteoli e Antonio Martino, tra i fondatori di Forza Italia.
Ieri ricorreva pure il ventesimo anniversario della prima vittoria di B. alle politiche, quella contro la gioiosa macchina da guerra del centrosinistra di Achille Occhetto. In silenzio tutti gli altri.
A partire da Verdini, il nemico numero del cerchio magico formato da Francesca Pascale, Maria Rosaria Rossi, Giovanni Toti e Marcello Fiori.
Presenti questi ultimi tre ma non la fidanzata.
Prima di entrare il neoazzurro Clemente Mastella ha liquidato così le polemiche sulla Pascale: “Lei alla riunione? Mi pare una stronzata, detto con franchezza”.
L’ex Guardasigilli su cui inciampò e cadde il governo Prodi quasi certamente sarà in lista al sud. Non tutti sono felici dentro Forza Italia: “Dire di sì a Mastella e no a Cosentino e Scajola non ha senso”.
Senza dimenticare che Fitto si è salvato con la clausola capestro delle dimissioni da Roma.
Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
OBAMA PRIMA AMMIRA PAPA FRANCESCO, POI VEDE A QUATTR ‘OCCHI IL “CARO AMICO” NAPOLITANO…. INFINE DIALOGA CON IL PREMIER CHE SI APPROPRIA DELLO SLOGAN “YES WE CAN”
“Il Presidente Obama non è solo il presidente degli Usa, ma per me una fonte di
ispirazione”. Cravatta rossa, abito scuro, aria decisamente emozionata, per non dire impacciata, Matteo Renzi introduce ai giornalisti italiani e americani nella sala di Villa Madama Barack Obama.
Poche parole in un inglese scolastico che appare più stentato di altre volte.
Il momento è solenne, l’impatto sul giovane premier è forte. Accanto a lui c’è il Mito. Quello dal quale ha cercato di copiare lo stile, il look, anche “il format” nelle campagne per le primarie.
Stare vicino al mito che, magrissimo sembra alto il doppio di lui, non è facile. “Yes we can, oggi vale anche per noi”.
Insomma, è un po’ come il “#cambiaverso”
Matteo stenta a trovare una cifra. Ci prova con le battute.
Il Mediterraneo, per esempio, da “Mare nostrum” diventa “our sea”.
Non proprio una traduzione esatta, ammette lo stesso Renzi.
Insiste perchè Barack veda le bellezze di Roma e mangi del buon cibo. Ma più che altro è concentrato sull’impatto che ha sull’altro
Obama ricorda che Renzi “venne alla Casa Bianca da sindaco, ora sono ansioso di accoglierlo come premier”. Cortese, gentile.
Ma le parole più forti sono per Napolitano: “Per fortuna l’Italia ha un grande statista”. Renzi lo guarda, si muove, rotea gli occhi. Guarda la sala.
Barack gli fa la sua apertura di credito: “Sono colpito dall’energia e dalla grande visione che Matteo ha portato al suo incarico. C’è una serietà , un’ambizione: sarà tutto positivo per l’Italia, ma anche per l’Europa”. Matteo si rilassa
I due nel bilaterale si sono parlati per un’ora. Renzi era ansioso di convincere, anche per rafforzarsi sul fronte interno. Ha parlato soprattutto delle riforme costituzionali e del jobs act (come dice in conferenza stampa “l’abbiamo mutuato da lui”).
Il presidente americano ha ascoltato.
Incuriosito e disposto a concedere un po’ di credito al ragazzo che ha di fronte. Non fosse altro per la giovinezza.
Gli avrebbe addirittura detto: “Se ce la fai, per l’Europa, diventi un modello”.
Ma se con Hollande Renzi era disinvolto, con la Merkel giocava la carta della novità e della simpatia, davanti a Barack sembra il fratello minore.
Il presidente degli States è venuto a Roma per conoscere il Papa e parla quasi solo di lui (“Sono un suo grande ammiratore”).
Ci tiene a brillare della luce riflessa di Bergoglio, almeno quanto Matteo ci tiene a rifulgere della sua.
Il premier non usa l’auricolare per la traduzione . Doppia concentrazione: per seguire il ragionamento e per capire fino a che punto l’altro lo sdogana
“Mi fido del premier”, dice Obama. A proposito delle riforme, ma soprattutto delle misure sul lavoro, perchè è importante aiutare i giovani ad entrare nel mercato. Finalmente. Renzi fa sì con la testa, annuisce.
Ogni tanto, gli esce qualche smorfia. Sulle spese per la difesa la prende alla larga. “Non possiamo lamentarci del dolore del mondo se non ce ne facciamo carico. Ma verificheremo i nostri budget”.
Addio al taglio degli F35? Rispondendo all’ultima domanda, comincia in inglese, poi passa all’italiano perchè “la stampa italiana deve aver chiaro il concetto”: “La nostra economia è in grado di affrontare gli impegni in Ucraina e anche una crisi energetica”. E poi, parte con la generosità degli americani durante la Seconda guerra mondiale per spiegare che le scelte di politica internazionale non dipendono da “mere ragioni di politica economica”
Il tentativo finale di prendersi la scena per 3 minuti, mentre ribadisce che l’Italia non è “la Cenerentola d’Europa”.
Barack lo guarda gesticolare e per la prima volta sorride. Foto finale. Matteo non sa quanto si può avvicinare.
Ma Barack lo circonda con il braccio, sorride a 360 gradi.
È lui il Presidente.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA A SAITTA, PRESIDENTE DELL’UNIONE PROVINCE ITALIANE: “UNA RIFORMA INCONCLUDENTE, FINGE DI CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA”
«Burocrazia batte Renzi 2-0».
Nonostante la congenita mitezza da ex democristiano, Antonino Saitta, presidente pd della Provincia di Torino e dell’Unione delle Provincie italiane, si è sempre immedesimato con un certo vigore nel ruolo di pasdaran di una istituzione con problemi di immagine.
Nell’inverno del 2012 giunse anche a ipotizzare la trasformazione delle scuole in frigoriferi mediante chiusura del riscaldamento, in segno di protesta contro i tagli per 500 milioni apportati dall’allora governo Monti.
L’apparente sconfitta di ieri non ne abbatte il piglio combattivo e una certa coerenza.
«Resto orgoglioso di aver combattuto una battaglia razionale nel momento in cui la razionalità è un bene che anche il mio partito mette da parte a favore di proclami che celano il vuoto. Fingere di cambiare tutto per non cambiare nulla».
Abolizione gattopardesca?
«Ma quale abolizione, è solo un bel titolo per i giornali. Ma dietro non c’è niente. Il governo ha scelto di farsi prigioniero di un annuncio»
Non è comunque un inizio?
«Di cosa? Questa riforma non tocca nulla dell’apparato statale. Una riforma inconcludente, confusa, che non abolisce nulla. I grandi burocrati e i prefetti ieri sera hanno brindato felici»
Aveva idee migliori ?
«Il governo Monti aveva agito in modo più serio accogliendo in buona sostanza la proposta del dimezzamento delle Province, unito all’accorpamento degli uffici periferici dello Stato. Prefetture, questure, provveditorati, motorizzazioni. Quella era la strada giusta»
Perchè non se ne fece nulla ?
«L’ostilità della burocrazia di Stato, unita a qualche localismo assortito»
Cosa rimprovera a Renzi ?
«Ha aggirato un problema invece di risolverlo. Quindi ne ha creati altri. Fosse andato alla radice, come intendeva fare Monti, accorpando Provincie, uffici statali e funzioni di oltre 7.000 società pubbliche, avrebbe risparmiato 5 miliardi. Adesso, se va bene, i tagli si fermano a 32 milioni di euro. Briciole spacciate per un lauto pasto»
Lei è un bieco conservatore
«Tutt’altro. Ero e sono consapevole del fatto che fosse necessario cambiare. Ma per me la politica è governare i processi, realizzarli per davvero, senza fermarsi alla propaganda e all’immagine»
Proprio nulla da salvare ?
«Ma anche nulla da gettare. A parte l’addio all’elezione diretta dei presidenti, la presunta riforma mantiene tutto così com’è. L’unico risultato concreto di tanto furore abolizionista è l’abbandono dell’altra Italia, quella dei piccoli e medi Comuni, a favore delle grandi città . Ma il capoluogo non è tutto. E comunque, sai che gran rivoluzione»
Niente di personale ?
«Io sono alla fine del mio mandato e non avrei potuto ricandidarmi. Continuerò comunque a combattere questa battaglia complicata ma giusta. Anche a costo di sembrare l’ultimo giapponese nella giungla delle province».
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
“NON TUTTI VOGLIONO BENE A PAPA'”… EUROPEE, PASSA LA LINEA FITTO
La guerra è fredda, ma non tarderà a esplodere, come sanno tutti dentro Forza Italia.
Soprattutto se, con le misure cautelari, la stella di Silvio Berlusconi si inabisserà più velocemente di quanto lui stesso abbia preventivato.
È la guerra di successione, politico-dinastica stavolta, della quale fuori dal perimetro di Villa San Martino ad Arcore si intravedono già le scintille.
Che ne sarà della leadership dopo il 10 aprile?
E cosa dopo l’eventuale tracollo elettorale delle Europee in assenza di un Berlusconi in lista?
Chi gestirà Forza Italia quando lui sarà sotto vincoli?
La faccenda è «familiare» molto più di quanto appaia all’esterno. Barbara in queste ore – raccontano da Milano – non ha affatto archiviato il sogno di seguire le orme del padre sulla via del partito, dopo aver intrapreso quella che l’ha portata ai vertici del Milan.
«Mio padre è circondato da troppa gente che non gli vuole bene, dentro Forza Italia e purtroppo anche in azienda» va ripetendo la giovane manager a chi le chiede cosa intenda fare. Un entusiasmo e una foga che si sono infrante contro l’asse formato dai due figli di prime nozze, Marina e Piersilvio.
«Io e lei ci consultiamo ogni giorno, su tutto» sottolineava ancora ieri il vicepresidente Mediaset a proposito dell’intesa con la sorella maggiore, nell’intervista al Corriere con cui non escludeva in futuro anche un proprio impegno in politica («Mai dire mai»), stroncando invece quello dell’altra sorella, Barbara.
Eventualità picconata del resto proprio da Marina, che ha lavorato ai fianchi il padre per settimane.
La presidentessa Mondadori non vuole per il momento a «sacrificarsi» in prima persona, ma non per questo è disposta a cedere lo scettro della leadership politico-familiare alla sorella più piccola.
Non è un caso se Francesca Pascale, non più tardi di una settimana fa, intervistata da Repubblica, ha sponsorizzato una «discesa in campo» della stessa Marina.
Se attorno al patriarca si è stretto come mai in passato un «cerchio magico» composto proprio dalla Pascale, da Maria Rosaria Rossi, da Alessia Ardesi, sotto la consulenza politica di Giovanni Toti (espressione dei big aziendali Confalonieri e Crippa), è solo perchè appunto Marina e Piersilvio lo hanno consentito. Un filo li lega tutti, in questa storia.
Certo è che il tanto annunciato vertice familiare previsto domenica scorsa per riunire tutti i cinque figli nella sala da pranzo di Villa San Martino e spegnere le polemiche, è saltato. Sostituito da un doppio appuntamento che ha dato la visione plastica della spaccatura dinastica in corso.
Domenica sera hanno cenato col padre Barbara, Eleonora e Luigi, figli di Veronica.
Mentre lunedì, al consueto pranzo-briefing con le aziende, c’erano i soliti Piersilvio e Marina.
Il clima è un po’ questo, da fratelli coltelli.
Ecco allora che qualsiasi scelta compiuta adesso dall’ex premier farebbe saltare il tavolo ei delicatissimi equilibri familiari.
«Non possiamo dare l’impressione di fare investiture dinastiche» ha tagliato corto con gli uni e gli altri Berlusconi nei giorni scorsi, congelando di fatto la partita. Ci sono cose più «serie», come gli affari, da portare avanti.
Con Mediaset che giusto ora è tornata a produrre profitti (8,9 milioni nel 2013), a dispetto del rosso del 2012, e che ha acquistato i diritti della Champions League fino al 2018 per la cifra record da 700 milioni.
Sul simbolo per le Europee campeggerà il cognome, per mantenere il brand nel simbolo di Forza Italia, è stato confermato ieri nella prima riunione dell’ufficio di presidenza a Palazzo Grazioli.
Ma in pochi sono pronti a scommettere che sia rimasto il cognome (e non il nome) per lasciare uno spiraglio alla candidatura di uno dei figli in vista del 25 maggio.
«Quella carta è chiaro ormai che verrà giocata, ma non subito, alle politiche » spiega un big che frequenta la famiglia.
Per il momento, per evitare altre fratture al partito, Berlusconi cede alla linea dettata da Raffaele Fitto. Saranno consentite le candidature alle Europee anche dei parlamentari. Tenuti a dimettersi dopo l’eventuale elezione (e non prima, come pure era ipotizzato nella stesura originaria del discorso che il leader legge ad apertura).
«Abbiamo bisogno di liste forti, chi vorrà candidarsi potrà farlo» dice il leader dando il via al plebiscito dei 64 presenti su 67 (mancano Stefania Prestigiacomo, Paolo Bonaiuti e Gianfranco Rotondi).
Dal disco verde alle Europee resteranno esclusi, come già alle Politiche, Claudio Scajola e Nicola Cosentino
Certo è che il «liberi tutti» ha già aperto la corsa dei pochi che possono vantare un patrimonio elettorale da investire, pronti a blindarsi al sicuro per i prossimi cinque anni a Bruxelles, lontano dalle sabbie mobili del berlusconismo in declino.
Non solo Fitto, ma si muovono anche Saverio Romano e Gianfranco Miccichè in Sicilia, Salvatore Cicu in Sardegna e tanti altri ci stanno pensando.
L’ex Cavaliere prova a motivare i suoi, li chiama a un’«opposizione d’ora in poi più incisiva al governo Renzi, alla vigilia delle Europee».
Chi resta a Roma pensa piuttosto a quel che ne sarà di Forza Italia e di ciascuno di loro dopo il 10 aprile (o il 18 secondo alcuni), quando il Tribunale di sorveglianza di Milano deciderà su domiciliari o servizi sociali. La corsa al “si salvi chi può” è già cominciata.
Tutti si preparano al peggio.
Non solo Nicolò Ghedini e Maria Rosaria che si sarebbero divisi i compiti, eleggendo il primo domicilio ad Arcore, la seconda a Roma, per ogni evenienza.
Sulle spoglie del partito, su chi dovrà gestirlo e decidere sulle liste si è consumato uno scontro brutale tra la cerchia ristretta che marca a uomo il capo e la vecchia guardia.
Due correnti nel partito.
La prima composta dalla fidanzata Pascale e la Rossi, lo stesso Ghedini, e le menti più politiche, Giovanni Toti e il capogruppo al Senato Paolo Romani (che ieri in ufficio di presidenza ha tentato una mediazione per il momento accolta: «Diamo a Berlusconi la delega a creare liste forti »).
Il secondo gruppo è composto da Denis Verdini e Daniela Santanchè, da Fitto e Saverio Romano, ma anche da Mara Carfagna.
Hanno vinto i primi, per ora, stoppando intanto la corsa di Barbara e arginando Verdini, nonostante sia il regista dell’intesa con Renzi.
Ma la conta interna delle Europee, le prime senza Berlusconi, aprirà scenari inedit
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
LUSSO E BUSINESS TRA PLAYA DEL CARMEN ED EMIRATI… MA FERMATA PER RISSA IN MESSICO
Non serve avere letto i classici per diventare investitori. Basta poter vantare una danza del ventre «con gli abiti di Gheddafi», o un passato da cubista nei night.
Soprattutto basta essere stata la femme fatale del “bunga bunga”, o Rubygate – dal suo nome – , lo scandalo sessuale che ha segnato una pagina di storia della Repubblica italiana e sancito il tramonto politico di Silvio Berlusconi.
Ma la “nuova” Karima El Mahroug, alias Ruby Rubacuori, pare la prova vivente dell’applicabilità di due aforismi: “ Homo faber fortunae suae” (“l’uomo è l’artefice delle sue fortune”, Appio Claudio Cieco); e “il denaro è meglio della povertà , se non altro per questioni finanziarie” (Woody Allen).
Case e ristoranti. Conti correnti. Viaggi, hotel e cene di lusso. Abiti, scarpe, gioielli, orologi. Stylist personali.
E un nuovo buen retiro dorato in Messico, a Playa del Carmen: “Casa Sofia”, dal nome della figlia.
L’ultimo anno della ragazza che secondo i giudici della IV sezione penale di Milano fece sesso mercenario con Berlusconi quando era ancora minorenne, è la storia di una corsa allo shopping.
Da Dubai al Messico passando per Milano. Dodici mesi dopo lo show sulle scale del Palazzo di Giustizia milanese («ho raccontato bugie a Silvio per costruirmi una vita lontana dalla povertà »), Ruby rispunta lontano dall’Italia.
In una veste inedita. Soprattutto finanziaria.
Niente understatement, il profilo basso non è mai stato il suo forte e lo confermano le ultime foto su Fb: tra sceicchi, corone, party, boutique stellate, spiagge e mari cristallini.
È la solita Ruby con una sola, sostanziale differenza: la vita adesso è davvero «lontana dalla povertà ». Per le banche Karima El Mharoug è una cliente «interessante»; broker e venditori se la contendono negli Emirati Arabi come in America e lei, che sprovveduta non è mai stata, valuta come e dove spalmare i suoi soldi.
Un patrimonio che, giura chi l’ha assistita in alcune operazioni, è molto di più di un gruzzolo.
Di certo più di quanto possa avere risparmiato un’ex entreneuse 21enne scappata di casa, alla quale Berlusconi – ha dichiarato lui – dava soldi «perchè non si prostituisse» (in alcune telefonate intercettate dalla Procura di Milano Ruby parla di una trattativa per ricevere dall’ex premier «5 milioni» in cambio del silenzio sulle notti di Arcore e di «sembrare pazza» ai magistrati; quando il 16 maggio 2013 i pm le chiedono conto della vanteria lei dice: «Era una cavolata». Ma non può smentire un appunto sequestrato nel quale scrive «4,5 milioni da B.»).
Repubblica è in grado di ricostruire, con testimonianze, l’ultimo segreto di Ruby. Transita da un gigante di vetro e mattoni nella zona di Al Barsha, Downtown Burj, Dubai. Il Mall of Emirates è un enorme centro commerciale.
La banca è la National Bank of Abu Dhabi (filiale di Dubai), uffici all’interno del mall.
Novembre 2013: la donna che si presenta per aprire un conto è nata a Fquih Ben Salah, in Marocco, il 1 novembre 1992.
Si chiama Karima El Mahroug. Professione: «artista-show girl».
La registrano così nel cervellone bancario. Ruby non è sola negli uffici della NBAD. Ad accompagnarla c’è un uomo. È il suo contatto a Dubai. La presenta e la introduce. Le ha organizzato il viaggio da Milano.
Ruby vola assieme a Sofia – la figlia di due anni e mezzo avuta dal marito Luca Risso (lui ora vive in Messico) – e la madre di quest’ultimo.
L’uomo a Dubai si chiama Tufan Moussavi, tra un po’ vedremo chi è. Intanto racconta: «Ruby mi chiama. Ci conosciamo dai tempi di Genova. Amici. Mi dice che vuole venire a Dubai. Penso a tutto: visto di ingresso, biglietti aerei, hotel 5 stelle lusso. Perchè si rivolge a me? Vuole investire. Mi dice che ha un capitale: soldi suoi, di cui Risso non è a conoscenza. Vuole aprire un conto qui e acquistare immobili. Valore complessivo: 2 milioni».
Come ha guadagnato Ruby quei soldi? Sono bastate le ospitate in discoteca e i servizi fotografici post bunga-bunga?
Prima di tornare negli uffici della NBAD, vediamo chi è il “gancio” arabo di Karima. Trentaquattro anni, iraniano, trapiantato a Imperia – il padre è medico – Tufan Moussavi vive negli Emirati da dieci anni.
La buona gioventù discotecara che spende e spande nei privè di St Tropez e Miami lo conosce come The Prince.
Moussavi lavora sodo, ma ama divertirsi e non fa niente per nasconderlo. Frequenta un giro di sceicchi, play boy e starlette.
«Anche se vado a letto all’alba, alle 8 sono già attaccato al Blackberry a lavorare».
Nel 2006 finisce nelle cronache per una lite in strada con la fidanzata: arrestato dai carabinieri, viene condannato per lesioni.
Poi la vita risale sull’ottovolante. Un tipo vulcanico, Tufan. Mestiere «manager pr». Fa guadagnare i ricchi e i ricchi fanno guadagnare lui.
Piazza auto di lusso (Carrozzeria Viotti) ai bilionari. Il cliente più facoltoso di Moussavi è un amico: Mohammed Habtoor, rampollo degli Habtoor di Dubai nonchè ad e vicepresidente di Habtoor Group: mega holding che opera in vari rami, il solo ramo mattone fattura 30 miliardi di dollari l’anno. Habtoor jr, dunque. L’erede colleziona flirt (Naomi Campbell, Valeria Marini, Manuela Arcuri) ed è un buon ospite. Generoso con tutti.
Tufan gli presenta Ruby. «Non sapevo nulla di lei e della sua vicenda. Da noi passano tante persone e cerchiamo di fare starle bene, leader e capi di Stato compresi», ricorda Habtoor.
Torniamo in banca. Per Karima El Mahroug l’emirato è il posto ideale dove investire. Tufan la collega al meglio su piazza. Loro, i potentissimi Habtoor.
L’istituto di credito con cui lavora da sempre il gruppo che fa capo a Khalaf Al Habtoor, è proprio la NBAD.
Per Ruby si apre l’ufficio del direttore. E un conto: «Saving no resident». Conto per non residenti. «For investment». Chiosa un funzionario che vuole restare anonimo: «A Dubai puoi portare fino a 10 milioni e a nessuno interessa sapere chi sei. Oltre quella cifra, devi dichiarare i tuoi piani». Eccoli.
«Ruby vuole comprare case per un valore complessivo di 10 milioni di dirham, 2 milioni di euro – spiega Moussavi – . Il piano prevede l’acquisto di tre appartamenti. Uno alla Marina di Dubai e due downtown. Tre “salvadanai”, come tutti gli immobili qui».
Da dove arrivano i soldi da “spostare”? Moussavi dice che quello che può dire si ferma a una soglia: inutile insistere per fargliela superare.
«Dalle informazioni che ho, il trasferimento doveva essere effettuato da una banca di un paese extraeuropeo». Punto.
Chi garantisce per Ruby? Qual è l’istituto di credito «non europeo»? «Abbiamo visionato molti immobili», continua l’italo-iraniano. Alcuni le sono stati offerti da Habtoor Properties, come conferma il responsabile, Athanasios Belitsas.
«La signora ci ha comunicato il suo budget e abbiamo cercato soluzioni adeguate». Altri da Damac e Emaar, altri due colossi delle costruzioni. Sopralluoghi, stime. Rubacuori guarda e annota. Apre il conto.
Ma le operazioni, alla fine, non si perfezionano. «Forse qualcuno le ha detto di fermarsi. O forse era più interessata ai negozi», ricorda Moussavi. Già .
In due settimane Ruby si distingue per la fame di acquisti. Passa i pomeriggi nelle boutique delle griffe. Poi i pranzi all’Armani Hotel, cene e feste fino all’alba nella “Villa Romana” all’interno dell’Habtoor Grand Hotel.
Tra after party, Rolls Royce, fuochi di artificio, statue di ghiaccio, la ragazza del “bunga-bunga” si fa fotografare con corona e scettro da regina. Si lancia tra i grattacieli col paracadute. Balla, intrattiene. E compra, sempre. Moussavi si aspetta «almeno un contegno». E invece? «Ha avuto atteggiamenti sopra le righe. Fino al giorno della partenza. Per il Messico».
Qui si apre la fase due di Ruby «lontana dalla povertà ».
Dalle torri di Dubai a Playa del Carmen. La perla messicana dove Karima vuole trasferirsi e dove, pochi giorni fa, è protagonista di una furibonda lite con il marito Luca Risso.
Interviene la polizia, per calmarla gli agenti devono ammanettarla. Ma partiamo dall’inizio. Il primo assaggio con Playa del Carmen risale a dicembre 2012.
Tutti cercano Ruby, anche i giudici. Sparita? Macchè.
«Sono in vacanza con mio marito e mia figlia», annuncia a un settimanale. Perchè proprio Playa del Carmen? A spianare il terreno, fuor di metafora, è Risso.
Sembra un secolo fa da quando l’ex finanziere amico di Lele Mora viene folgorato dall’esuberanza di quella giovane marocchina che mima orgasmi sul palco del “Fellini”, uno dei locali di Risso.
Scoppia lo scandalo dei festini chez Berlusconi. «È una brava ragazza, solo un po’ viziata», fu la dichiarazione d’amore di Luca.
Nel 2011 si sposano a Miami e nasce Sofia Aida. I giorni post Rubygate spunta l’idea di «andare a vivere lontano». Lontano da Arcore, dai giudici, da chi, carte giudiziarie in primis, dipinge Ruby come una prostituta.
Inizio 2014. Va in scena la Karima messicana. Foto al mare, in spiaggia, in sella a un quad. Sul cantiere della villa affacciata sulla baia. Una casetta da 1,5 milioni. È solo una parte di un investimento. Perchè Ruby fa business.
Si chiama «Casa Sofia» ed è il ristorante-resort che la coppia Marough-Risso sta realizzando. Nell’avventura imprenditoriale c’è anche un socio, Matteo Molinaro.
È un 37enne napoletano, amico di Risso. Uno degli imprenditori che nell’ultimo anno sono entrati nell’orbita-Ruby. Pronti a fare affari con la ragazza marocchina.
Il posto di consigliera spetta a una delle persone più vicine. Si chiama Fausta Viglialoro, 50 anni, calabrese di Laureana di Borrello. Vive tra Milano e Genova e disegna «gioielli d’arte con pietre preziose», marchio Myosotis.
Ma Fausta si da’ da fare anche nel settore del mattone. «È la persona che Ruby ascolta di più», dice un amico. Il feeling scoppia a Dubai. Da allora, inseparabili.
È Fausta a convincere Ruby a investire nelle case. Lontano dall’Italia.
Nel Paese che l’ha resa celebre e allontanata dall’indigenza, Karima cerca di stare il meno possibile. A Milano ha solo una «base». Un appartamento in affitto, 4 mila euro al mese. È quel che basta e quel che serve, perchè, dice lei, «in questa città ho avuto tanti casini, ma ho ancora tanti amici».
Paolo Berizzi
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
L’AMMINISTRATORE ERA IL BRACCIO DESTRO DI RENZI: “SOLDI ELARGITI SENZA CRITERI OGGETTI A INIZIATIVE DEL COMUNE”
Un danno erariale da 520 mila euro: è quanto la Corte dei Conti contesta alla società Firenze
Parcheggi, controllata dal Comune, per l’anno 2011 quando amministratore era Marco Carrai, nominato direttamente dall’amico sindaco Matteo Renzi.
Anno in cui Carrai paga l’affitto dell’appartamento in via degli Alfani 8 dove l’attuale premier ha vissuto per tre anni, prendendo la residenza, fino allo scorso gennaio.
I giudici della Corte dei Conti contestano 520 mila euro (oltre il 5 % del fatturato totale dell’azienda nel 2011) elargiti “senza criteri oggettivi ” a fondazioni e iniziative del Comune.
Con Carrai potrebbero essere chiamati a risarcire la cifra anche il presidente Carlo Bevilacqua e altri 6 componenti del Cda.
L’inchiesta è partita a seguito di un esposto presentato da Giovanni Galli, oggi consigliere comunale e nel 2009 candidato sindaco contro Renzi.
Tra le elargizioni contestate in particolare quelle alla Fondazione Maggio Musicale e alla Fondazione Palazzo Strozzi presieduta da Lorenzo Bini Smaghi.
Firenze Parcheggi chiuse il 2011 con una perdita di quasi 1,5 milioni di euro.
(da “il Fatto Quotidano”)
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