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“CASO MACCHI, UN PRETE CONOSCE LA VERITA”

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

LA TESTIMONE CHE RIAPRE IL CASO… L’OMICIDIO DELLA STUDENTESSA DI VARESE NEL 1987 E GLI INTRECCI CON COMUNIONE E LIBERAZIONE… CACCIA AL SACERDOTE CHE HA RICEVUTO LA CONFESSIONE

Scrive sempre, scrive tutto, Patrizia. Annota ogni frase di quel ragazzo di cui si è invaghita. Patrizia Bianchi è la super-testimone che con le sue rivelazioni lo scorso 15 gennaio ha portato all’arresto di Stefano Binda, accusato di essere l’assassino di Lidia Macchi, a quasi 30 anni dall’omicidio avvenuto il 5 gennaio 1987.
È lei ad aver riconosciuto la grafia di Binda dalla lettera mostrata più volte dai quotidiani locali e poi nel 2014 dal programma tv «Quarto grado», una lettera anonima intitolata «In morte di un’amica» e inviata a casa Macchi il giorno del funerale di Lidia, il 10 gennaio.
E’ sempre lei ad aver consegnato le cartoline ricevute da Binda e messe a confronto per la perizia grafica che ha indirizzato gli inquirenti a Brebbia, a casa di Stefano, un uomo disoccupato e con grandi problemi di eroina. Ma questa è storia nota.
LA CONFIDENZA AL DON  
La Stampa è in grado di rivelare un’altra confessione registrata da Patrizia su una sua agenda e ora in mano agli investigatori come ulteriore prova contro Binda: un documento che aprirebbe uno scenario inedito, confermando voci sempre circolate attorno al delitto e ai misteri che lo hanno avvolto per anni, e cioè che un sacerdote sa quello che è successo.
Lidia è stata uccisa con 29 coltellate all’uscita dall’ospedale di Cittiglio, mezz’ora circa di macchina da Varese, dove era ricoverata l’amica Paola Bonari. Le sue tracce si perdono poco dopo le 20, quando una testimone vede uscire a bassa velocità  dal parcheggio la Panda rossa dei Macchi.
Lidia viene ritrovata senza vita in un bosco in località  Sass Pinì, a 700 metri dall’ospedale. Il corpo a terra coperto da un cartone e il liquido seminale come prova di un rapporto sessuale.
La comunità  di Varese è ancora sconvolta dall’omicidio, quando Patrizia raggiunge Stefano davanti alla chiesa di San Vittore.
Secondo gli appunti della donna il dialogo è questo: «Tu non sai, non puoi nemmeno immaginare cosa sono stato capace di fare». Firmato, tra parentesi, “T.” «Forse è per questo, di certo per questo, che non ho insistito nel chiederti perchè vai a letto così tardi». Firmato “L”. «Per quanto è nelle tue responsabilità , e questo solo Dio lo sa, io ti perdono». Firmato “D”.
Chi sono, “T”, “L” e “D”? Sono iniziali: le prime due stanno per Teti e Loa, i soprannomi affettuosi che si scambiavano Stefano e Patrizia. Il terzo per Don.
E’ un prete che, secondo la ricostruzione di Patrizia, avrebbe ricevuto la confessione dell’assassinio. Un prete, ancora. E’ una storia piena di preti, questa.
Perchè è una storia che coinvolge uno dei più importanti movimenti ecclesiali in Italia. Lidia, Stefano e Patrizia facevano parte di Comunione e Liberazione, un brand politico-religioso che a Varese domina sin dalle origini. E’ su questa cerchia di amici che puntano subito gli investigatori, lasciando un’ombra su Cl che non se ne andrà  mai più.
LA CORTINA DI SILENZIO DI CL  
Si parla di coperture, depistaggi, silenzi più o meno complici: «Non è omertà , è legittima riservatezza» ci dice Alberto Macchi, il fratello di Lidia, che aveva 10 mesi alla sua morte e come tutta la famiglia ne ha seguito le orme in Cl. Gianni Spartà  è la memoria di Varese, il cronista, oggi in pensione, che più di ogni altro si è occupato di quella che per lui è diventata un’ossessione al punto da titolare «L’impossibile verità » il capitolo su Lidia del suo ultimo libro Tutta un’altra storia.
Spartà  ci racconta un episodio: «La sera del ritrovamento di Lidia venne in redazione da noi alla Prealpina il sindaco ciellino Maurizio Sabatini e mi disse: “Questo non è un delitto come gli altri”».
Cosa voleva dire? Anche il capo della mobile di allora, Giorgio Paolillo, conferma che Sabatini cercava in ogni modo di allontanare i sospetti dai ciellini. Le pressioni sulla procura e sul pm Agostino Abate, anche per i suoi modi bruschi di condurre gli interrogatori, furono fortissime.
Quattro parlamentari della Dc presentarono un’interrogazione parlamentare. Abate aveva fermato per un giorno quattro preti e un laico, un dirigente di Cl, per torchiarli. Da Milano arrivarono le proteste della Curia guidata dal cardinale Carlo Maria Martini.
Don Giussani chiese di mandare a Varese Federico Stella, il super avvocato della chiesa ambrosiana, per tutelare gli amici ciellini di Lidia: «Sembravano tutti pilotati da una regia. Rispondevano solo sì, no, non lo so. E ognuno dava una versione che suonava concordata» racconta Paolillo. Lui stesso fu avvicinato da don Riccardo Pezzoni, il prevosto di Varese.
In un irrituale colloquio gli consigliò di lasciar stare preti e ciellini: «Perchè non indagate sulle sette sataniche?» gli domandò.
La chiusura del Movimento, forse solo per paura, fu immediata. Sta di fatto che mancò la collaborazione con i magistrati. Partì anche una campagna per togliere l’inchiesta ad Abate.
A guidarla il capo di Cl a Varese, Giulio Cova. Oggi è preside all’istituto Manfredini e ci accoglie nel suo studio dove ricostruisce una riunione di allora tra i ciellini più in vista in città  per sapere dai ragazzi cosa avessero detto durante gli interrogatori.
«Cl era nel mirino, ricevevamo telefonate di minacce e c’era chi si voleva fare giustizia da solo».
Negli anni però il sospetto che qualcuno sapesse o coprisse un segreto è sempre rimasto. Dalla questura varesina filtra lo stupore degli investigatori : «C’è tanta omertà  ancora oggi. Neanche a Palermo è così».
Anche all’avvocato della famiglia Macchi, Daniele Pizzi, che ha ottenuto la riesumazione della salma, non è sfuggito l’«abbraccio avvolgente e tranquillizzante» dell’intero Movimento attorno ai parenti di Lidia, santificata come una martire da Cl. Certamente non può non suonare strano che gli avvocati di Binda, cioè del presunto assassino di Lidia, Sergio Martelli e Roberto Pasella, siano anch’essi ciellini e amici dei Macchi. A consigliarli a Binda è Marco Pippione, altro responsabile ciellino.
I DUBBI DEL PARROCO  
Di Cl è anche don Baroncini, la guida spirituale che pochi mesi prima del delitto era stato trasferito a Milano.
Nella sua grafomania, Patrizia annota in agenda, parola per parola, persino l’omelia funebre per Lidia di don Baroncini. E’ lui il prete a cui lei fa riferimento nei diari, colui che avrebbe raccolto il pentimento dell’assassino?
E’ l’ipotesi più forte, basata sui ricordi, anche se incerti, della donna interrogata dagli inquirenti. «E’ don Fabio, o don Serafino» dice.
Il secondo è il parroco di Brebbia, il paese a venti chilometri da Varese dove vive Binda. Don Serafino è morto tre anni fa. Patrizia ci risponde al citofono ma non vuole rilasciare dichiarazioni.
Don Baroncini invece è in servizio alla parrocchia di San Martino nel quartiere Niguarda di Milano. Lo raggiungiamo in canonica, prima della messa.
Sul tavolo del suo studio un ritaglio di giornale sul caso Macchi, e appesa al muro una grande foto di due ragazzi in abiti da montagna: don Fabio e il futuro cardinale Angelo Scola.
Sono tra i primi seguaci di don Luigi Giussani, fondatore di Cl. Subito dopo l’arresto di Binda, don Baroncini si è lasciato sfuggire una frase («Non c’è ancora tutta la verità ») che ha attirato l’attenzione degli inquirenti. «Il mio era un augurio. Tre indizi non fanno una prova. Questo è un pasticcio. L’ho detta anche al giudice che si è offesa». E sospira: «Il questore di allora mi avvertì che stavano puntando su Cl».
Don Baroncini mostra di non credere alla colpevolezza di Binda anche se ha più volte detto di essere convinto che Lidia conoscesse l’assassino. Chi lo conosce, anche oggi a Brebbia, è stupito. Colpisce che molti della sua vita, assieme al carattere mite, ribadiscano un aspetto: non è mai stato visto in giro con una ragazza. Anche Patrizia ricorda quella che definisce la sua «misoginia», e ricorda un bacio di lui e il suo immediato pentimento.
Durante l’incidente probatorio don Baroncini ha ribadito di essere tenuto per il proprio magistero al segreto confessionale, con una specifica però, la stessa che ripropone a noi prima che gli venga chiesto: «Io non ho mai confessato i ragazzi di Cl. E’ prassi per i ciellini distinguere la guida spirituale dal confessore». Don Baroncini molto probabilmente verrà  interrogato e forse sottoposto al test del Dna.
IL DNA ANONIMO  
Perchè fra i tanti misteri di questa storia c’è anche una traccia genetica sulla linguetta della busta dov’era contenuta la lettera anonima attribuita dalla perizia a Binda. Il Dna è maschile ma non appartiene a Stefano, nè agli altri uomini coinvolti a vario titolo nella vicenda.
Un particolare che va a favore della difesa. L’unico con cui non è stato ancora fatto l’incrocio è don Baroncini. Il parroco ritorna a quegli anni, al banco alla fine dell’aula del liceo Cairoli dove sedeva Stefano.
Lo ricorda con una personalità  affascinante e carismatica. Ricorda lui, Lidia, Patrizia e soprattutto Giuseppe Sotgiu, l’amico più caro di Binda. Anche lui prete, e di Cl. Sotgiu è una figura centrale in questo «cold case».
«Noi non abbiamo mai pensato a Binda, il sospettato è sempre stato Sotgiu» racconta la madre di Lidia, Paola. Sotgiu è il primo indagato dopo l’omicidio, già  29 anni fa, quando al pm Abate fornisce alibi contraddittori sull’amico che al tempo, e fino alle rivelazioni di Patrizia Bianchi, non viene sfiorato dai sospetti dei magistrati.
Dunque è Sotgiu che involontariamente tira dentro per la prima volta Binda. Ma è Sotgiu a essere indagato. Prima che Lidia arrivasse all’ospedale di Cittiglio era lì, pure lui a far visita a Paola.
Si sono incontrati? Sotgiu dice di no. Lo sottopongono al test del Dna, ma la tecnologia dell’epoca non permette una fotografia genetica affidabile.
Così come accaduto anche al responsabile dell’oratorio di San Vittore, la parrocchia di Lidia, il prete chiamato a benedirne la salma.
Si chiama don Antonio Costabile, per 29 anni il suo nome è rimasto l’unico nel fascicolo dei pm di Varese, senza prove. E’ stato scagionato solo due anni fa, quando il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda ha avocato l’inchiesta. Sotgiu invece è stato interrogato più volte. E più volte è apparso reticente, di nuovo contraddittorio agli occhi dei pm.
LA LETTERA DELL’ARCIVESCOVO  
Dopo l’arresto di Binda, i magistrati cercano prove di complicità  o coperture.
Non credono tanto all’omicidio in concorso, ma non escludono che Stefano, disperato, abbia chiesto aiuto. Nel 2015, consapevole di essere indagato, Binda riprende contatti con gli amici del tempo.
Perchè lo fa? Uno è Sotgiu, l’altro è Piergiorgio Bertoldi. Tutti e tre sono di Brebbia. A metterli in contatto è Pippione. La vita li ha divisi, ma il passato ritorna. Bertoldi ha fatto carriera e oggi è arcivescovo e Nunzio in Burkina Faso.
Anche lui ha sempre dimostrato un interesse per Binda e lo dimostra la corrispondenza sequestrata dai pm a casa del presunto assassino, in particolare in una lettera in cui, in toni poetici, Bertoldi cede al fascino del più giovane amico.

Giacomo Galeazzi Marco Grasso Ilario Lombardo
(da “il Secolo XIX”)

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VICESINDACO A CAPO DELLA BANDA DEI PORTAVALORI: “RIMANDAVA IMPEGNI ISTITUZIONALI PER PARTECIPARE A RAPINE”

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE DI FORZA ITALIA OLIANAS ERA IL CERVELLO DELL’ORGANIZZAZIONE: I BANDITI SI RIUNIVANO A CASA SUA

Tra le 23 persone arrestate sabato dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza in Sardegna c’è anche Giovanni Olianas, vicesindaco di Villagrande Strisaili. Cinquantun anni, incensurato, iscritto a Forza Italia, Olianas era stato il più votato nella lista civica guidata da Giuseppe Loi, che lo aveva portato a diventare vicesindaco con delega ai Lavori pubblici.
L’assessore però agli impegni istituzionali alternava l’organizzazione degli assalti ai portavolori sardi: secondo il sostituto procuratore della Dda di Cagliari, Danilo Tronci, infatti, Olianas “è probabilmente il cervello della banda“, che comprende anche altri membri della famiglia, come i fratelli Carlo e Gianluigi Olianas.
In casa dell’amministratore pubblico, poi, sono stati trovati 30mila euro.
E, secondo gli inquirenti, è in quella abitazione che “gli indagati si ritrovavano per progettare le varie azioni criminali“.
Nel profilo tracciato dal sostituto procuratore si legge che Olianas “ha dato prova di esperienza criminale fuori dal comune, costantemente impegnato nell’ideazione di nuovi colpi” ai quali partecipava procrastinando gli impegni da vicesindaco. Durante alcune intercettazioni Olianas ha anche confermato di avere a disposizione due kalashnikov.
Altre figure di spicco del gruppo sono Luca e Sergio Arzu, fratelli dell’ex latitante Raffaele, esperto di rapine ai portavalori.
La famiglia, insieme a quella degli Olianas, era a capo della consorteria criminale: non una banda qualsiasi, ma una vera a propria organizzazione paramilitare specializzata in assalti a portavalori e caveau degli istituti di vigilanza.
Non un lavoro qualsiasi, tant’è che la gang aveva nella sua disponibilità  un arsenale di armi da guerra, esplosivi e apparecchiature per intercettare le comunicazioni delle forze dell’ordine.
Decine le rapine messe in atto dal 2005 al 2016: l’ultima, messa a segno all’inizio di marzo a Sassari, gli aveva assicurato un bottino da 10 milioni di euro dopo un blitz di pochi minuti nel caveau della Mondialpol.
Stesso modus operandi e stesse armi usate per assaltare la Vigilanza Sardegna di Nuoro e rubare 6 milioni di euro.
Un’attività  che andava avanti da più di 10 anni e che comprende anche rapine andate in fumo: tra queste il colpo a luglio dello scorso anno al caveau della Mondialpopl di Arzachena, dove erano custoditi circa 20 milioni di euro e l’assalto a un portavalori a Nuoro a gennaio di quest’anno.
E già  era tutto pianificato per una nuova azione, programmata per lunedì prossimo a Voghera: Luca e Sergio Arzu e Angelo Lostia, un altro dei fermati, avevano infatti già  lasciato la Sardegna clandestinamente e si trovavano nella zona di Pavia dove sono stati catturati. Altri erano pronti a lasciare l’isola per raggiungere i complici, motivo per cui le operazioni dei militari sono state accellerate.
Oltre alle rapine gli arrestati sono accusati anche di traffico di droga e riciclaggio.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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E ADESSO CHI RIPIANA I 20 MILIONI DI DEBITI DELLA LEGA?

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

TRADENDO BERLUSCONI, SALVINI RISCHIA DI PERDERE L’AIUTO DI PUTIN

Tradendo Silvio Berlusconi, Matteo Salvini rischia di perdere anche quello che poteva essere un suo potenziale finanziatore, Vladimir Putin.
Non è un mistero, infatti, che al fine di destabilizzare l’Europa, lo zar russo negli ultimi anni ha visto con favore la nascita di partiti ultra nazionalisti in Spagna, Grecia, Ungheria e Francia.
Al Front National di Marine Le Pen, ad esempio, una banca russa ha concesso un prestito per oltre 9 milioni di euro e, stando ad un giornale inglese, una linea di credito potrebbe essere aperta anche alla Lega, oberata da circa 20 milioni di euro di debiti.
Salvini ci ride sopra, ma molti se lo ricordano come uno scolaretto sulla Piazza Rossa con la maglietta con l’effigie di Putin a esprimere solidarietà  contro le sanzioni UE alla Federazione Russa o nella hall di un albergo di Milano per una «photo opportunity» con zio Vlady.
A favorire le relazioni tra Putin e la Lega è stato certamente anche Silvio Berlusconi ma oggi, infuriato come mai gli era capitato prima, è pronto a far saltare ogni accordo tra i due.
L’operazione non dovrebbe essere neppure troppo difficile, dato il nuovo scenario internazionale.
Con il ritiro dalla Siria degli asset strategici russi, Washington e Mosca potranno parlarsi con maggiore serenità  e la destabilizzazione dell’Europa non è più un piano prioritario per Putin.
A questo punto, viaggiare da solo senza trovare i fondi per ripianare i debiti diventa un problema per Salvini.
Di sicuro in questo Giorgia Meloni non può essergli di aiuto e alla fine il Matteo in felpa tornerà  da zio Silvio.

(da “il Tempo“)

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ANCHE RAZZI SI CANDIDA A SINDACO DI ROMA: ORA LA FARSA E’ AL COMPLETO

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

IL SUO ORIGINALE PROGRAMMA: “PULIRE, RINOVARE E CHIUDERE LE BUCHE”

Abruzzese di nascita e candidato a sindaco di Roma. Ex operaio immigrato in svizzera, entrato in Parlamento nel 2006 con l’Italia dei Valori, oggi è Senatore della Repubblica con Forza Italia.
Segni particolari: in Corea del Nord è un mito, Kim Jong-un lo stima e lui ha visitato più voltr più volte quel paese facendosi “ambasciatore” nei momenti di maggiore tensione tra la Corea del Nord e l’Occidente.
Chi è? Si chiama Antonio Razzi – chi non lo conosce! – e ieri ha annunciato la sua discesa in campo nella corsa elettorale per il nuovo sindaco di Roma.
Senatore, glielo chiedo alla Antonio Di Pietro: ma che c’azzecca lei nella sfida per diventare sindaco di Roma?
«Guardi, c’azzecco eccome. E posso dare un contributo importante. Io ritengo che la città  sua degradata e per me che vengo dalla Svizzera ogni volta che vedo qualcosa che non va mi viene l’orticaria: ma perchè – mi ci arrabbio – non la facciamo come la Svizzera questa bellissima Roma. Senza la mondezza per le strade, con le buche tappate e i trasporti che funzionano. Qui c’è da cambiare del tutto l’andazzo dell’amministrazione».
Il programma del Razzi sindaco?
«Anzitutto bisogna far sparire la munnezza, va tolta. Non è possibile che nelle strade della città  più bella del mondo ci sia questa sporcizia. Non funziona. Tra l’altro, se si riuscisse a fare un buon servizio sui rifiuti si potrebbero anche abbassare le tasse comunali, a cominciare da quelle sulla spazzatura, che sono troppo alte per i cittadini. Vede Lenzi, io non mi capacito».
Di cosa senatore?
«Non è possibile che uno non possa guardare le bellezze di Roma e debba guardare per terra mentre cammina, per non cadere dentro una buca, rischiando di farsi male. Io quando passeggio per strada a Roma guardo sempre il selciato» .
Ha già  pronto il Razzi slogan per le elezioni?
«Roma deve tornare. Deve tornare la Capitale del mondo. Sulla cultura e anche sui servizi. Molti turisti, io parlo bene tedesco e girando per la città  mi capita di incontrarne, sento che imprecano sulle cose che non vanno in questa nostra città ».
Ma perchè i romani dovrebbero mettere una croce su Razzi sindaco?
«Anzitutto le dico che a Roma ci sono quasi 500mila abruzzesi residenti, e quando incontro qualcuno di loro per strada, che mi riconosce, mi sento dire: ‘Ma perchè a Roma non ti candidi tu paisà ?’. Io questa Roma la farò funzionare perchè vengo da una mentalità  diversa, la mentalità  del lavoro visto che sono 52 anni che lavoro».
Adesso le chiedo di essere un po’ cattivo. Diamo i voti ai suoi sfidanti. Giorgia Meloni?
«La Meloni? È una amica, abbiamo fatto pure varie iniziative insieme. Ma non mi va che una volta dica che no, perchè è incinta, e un’altra cambi idea e dica si. Non mi va che vogliono far fare una brutta figura al presidente Silvio Berlusconi. Non è giusto».
Di Guido Bertolaso cosa pensa?
«Bertolaso l’ho apprezzato dopo il terremoto de L’Aquila, per il lavoro che ha fatto. E’ un tecnico. Ma ora per lui con Razzi in campo sono cazzi. Lo dico con ironia».
Perchè sottolinea l’ironia?
«Perchè non facessero loro ironie alla Maurizio Crozza, che mi imita su La7, ma si confrontassero con me. Io in Svizzera ho amministrato la Federazione degli abruzzesi, oltre 27mila iscritti. Perchè per governare una città , e guidare delle persone, ci vuole “la coccia”, la testa come si dice in dialetto abruzzese».
Il candidato del Pd, Roberto Giachetti?
«Giachetti, te lo dico da amico: come sindaco non ti ci vedo. Io conosco anche Roberto, ma per fare il sindaco di Roma servono le palle quadrate. Io mi sono candidato e non ho paura di niente».
L’imprenditore Alfio Marchini?
«Ma guarda, è romano, dovrebbe conoscere la città . Ma Roma è Roma, e lui non è che sia onnipotente. Insomma, Non vedo neppure lui».
Della candidato 5 Stelle, Virginia Raggi, cosa mi dice?
«Che è una bella donna. Ma Roma ha un sacco di problemi e c’è da faticare, da rimboccarsi le maniche. No».
Andiamo a destra: Francesco Storace?
«Ha una buona parlantina ma non bastano le parole».
Al nord: Flavio Tosi, sindaco di Verona?

«Tosi, lascia che te lo dica: Roma non è Verona. A Verona, c’è l’Arena e ci sono Giulietta e Romeo, a Roma c’è il Colosseo. Un’altra cosa».
A sentir lei, l’unico che va sembra lei medesimo. Ma Antonio Razzi da dove comincerebbe una volta eletto?
«Comincerei dal riqualificare e valorizzare tutte le opere d’arte. Bisogna intervenire. Dico grazie anche a Diego Della Valle, per il contributo al restauro del Colosseo, ma c’è da fare ancora molto. Tante meraviglie di Roma, vanno riqualificate. E ricodificate. Con una premessa. Per valorizzare, anzitutto via la munnezza, via le buche – i sanpietrini vanno controllati metro per metro e va fatta la manutenzione. E poi far funzionare i trasporti. Roma deve tornare e con Razzi tornerà ».

Massimiliano Lenzi
(da “il Tempo“)

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VIRGINIA AI RAGGI X: CHI E’ E COSA VUOLE LA FAVORITA ALLA CORSA A SINDACO DI ROMA

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

E’ L’INCOGNITA DELLE ELEZIONI A ROMA CHE PUO’ TERREMOTARE LA POLITICA ITALIANA (GRILLO PERMETTENDO)

Operazione dama.
È partita più di un anno fa, quando è apparso chiaro che Marino non avrebbe retto all’onda d’urto di Mafia Capitale.
«Se riusciremo a spiegare che la rivoluzione a Roma sta nell’ordinario andiamo a dama», spiega Virginia Raggi all’ “Espresso”, che dedica alla candidata sindaco del Movimento 5 Stelle a Roma la copertina, un lungo servizio e un colloquio, la radiografia completa dell’incognita Capitale che può sconvolgere la politica italiana: Raggi X.
«Non so se sono adeguata a guidare la Capitale d’Italia. Posso dire che mi sento pronta».
Il nuovo volto di M5S inaugura la stagione della normalità : «Per Roma la vera rivoluzione è la normalità ».
«Da studente non ho mai partecipato alle manifestazioni», racconta. «Ho votato nel corso degli anni l’Ulivo, quelle cose lì, forse il Pd è più recente, non ricordo bene. Ero di sinistra, in famiglia sono cresciuta con un ideale che non ho visto rispettato, sono stata delusa».
Normale la professione di fede: «Sono cattolica, non praticante».
Normalissimi i gusti culturali: «L’ultimo libro che ho letto? Non me lo ricordo. Ultimo film? “Revenant”, con Leo DiCaprio.
La musica? De Gregori e i Subsonica. E un tempo “avevo fatto l’abbonamento a teatro».
Il chiodo fisso sono le due ruote: la bicicletta, un giro dell’Austria nel 2008, e la moto. Prima una Honda VF 400, poi una Sv 650.
«Vivo di passioni», s’illumina la centaura quando ne parla.
«All’inizio volevo seguire la carriera accademica, poi ho fatto due colloqui, dopo essermi rotta una gamba. Pieremilio Sammarco che avevo conosciuto all’università  mi chiese se volevo lavorare con lui, all’epoca si appoggiava lì, da Previti. C’erano quindici avvocati e due o tre praticanti, facevamo le file e le copie degli atti. Previti lo incontravo in corridoio. Sapevo dei suoi processi, ne parlavo con gli amici, ma facevo il mio lavoro».
L’imbarazzante vicinanza con l’avvocato berlusconiano condannato per corruzione in atti giudiziari è stata omessa nel curriculum della Raggi, lei sfodera gli artigli: «Per accusare me hanno attaccato un’intera categoria, gli avvocati, e poi i ragazzi normali che dopo la laurea cercano uno studio in cui fare pratica».
«Il sindaco deve amministrare in nome di tutti», spiega la Raggi.
I dipendenti comunali e delle aziende partecipate (Atac, Ama, Acea)?
«Bisogna riallacciare i rapporti con i dipendenti capitolini onesti e farli sentire parte di una squadra. Non vedo un problema di sovrabbondanza».
E l’Atac, con i suoi 11 mila dipendenti, la voragine del debito (tra 1,4 e 1,6 miliardi di euro), il servizio peggiore d’Europa?
«Gli autisti sono seimila, non è colpa loro, gli autobus sono rotti e restano in deposito. Bisogna tagliare gli sprechi, le consulenze, parentopoli», concede la candidata.
Lo stadio della Roma, oggetto del desiderio della grande speculazione?
«Sono favorevole, ma non a Tor di Valle».
E le Olimpiadi?
«Se vinco io non si faranno».
Una massiccia dose di tranquillante per il corpaccione della Capitale stressato da inchieste, sindaci marziani, commissariamenti.
Senza mettere paletti, nessuna fetta di elettorato è preclusa: «A me fa piacere vedere nei miei confronti apprezzamenti trasversali, da sinistra e da destra», riconosce. E già  si rivolge al premier: «Se sarò eletta voglio avere con lui un rapporto franco. Matteo Renzi si auto-proclama presidente del Consiglio di tutti gli italiani, che gli piaccia o meno dovrà  parlare con il sindaco di Roma».
I sondaggi ora danno in testa lei.

Marco Damilano
(da “l’Espresso”)

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ORA PIER LUIGI BOSCHI E’ INDAGATO PER BANCAROTTA

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

CON LUI TUTTI I MEMBRI DELL’EX CDA DI BANCA ETRURIA: DISSESTO DA OLTRE 1 MILIARDO

Pier Luigi Boschi, ex vicepresidente di Banca Etruria e padre del ministro per le Riforme del governo Renzi, è indagato dalla procura di Arezzo per concorso in bancarotta fraudolenta insieme agli altri membri dell’ultimo consiglio di amministrazione dell’istituto.
L’inchiesta dei pm aretini sul dissesto della banca è arrivata alla svolta largamente attesa dopo l’apertura, l’11 febbraio, del fascicolo per bancarotta.
Tutti gli ex vertici, in carica dal 4 maggio 2014 all’11 febbraio 2015, sono sotto accusa per il buco che secondo il commissario liquidatore Giuseppe Santoni ammonta a 1,1 miliardi di euro.
Secondo il Corriere della Sera, La Stampa e Il Messaggero il reato viene dunque contestato anche all’ex presidente Lorenzo Rosi e ai suoi vice Alfredo Berni e Boschi. I pm aretini guidati da Roberto Rossi si concentrano in particolare sugli stipendi d’oro e le generose buonuscite che hanno contribuito al dissesto finanziario della banca, che il governo Renzi lo scorso 22 novembre ha “salvato” per decreto insieme a Banca Marche, Cariferrara e Carichieti. Azzerando così i risparmi di migliaia di obbligazionisti subordinati.
”.Come emerso dall’ispezione di Banca d’Italia che si è conclusa nel febbraio dello scorso anno con il commissariamento dell’istituto, all’ex dg Luca Bronchi sono stati versati nel 2014, come indennizzo per la chiusura (peraltro consensuale) del rapporto di lavoro, 1,2 milioni di euro.
A deciderlo è stato il 30 giugno 2014, con l’astensione del solo consigliere Giovanni Grazzini, il cda della banca, che ha disposto l’esborso nonostante la crisi fosse già  conclamata e a dispetto del fatto che l’assemblea dei soci, nel maggio dello stesso anno, aveva approvato un “documento sulle politiche di remunerazione” che non consentiva la corresponsione di incentivi e premi ai vertici. E prevedeva che, anche in caso di risoluzione anticipata del rapporto, ci fosse una stretta correlazione tra la somma riconosciuta e le performance realizzate. Peccato però che sotto la gestione Bronchi, che aveva assunto la carica nel luglio 2008, la banca sia andata a picco. Il cda concesse comunque la liquidazione, “senza contestare al dirigente responsabilità  specifiche”.
Discorso simile per i 125mila euro andati al responsabile del dipartimento marketing Fabio Piccinini.
Secondo il Corsera, la Procura ha fatto propri i rilievi degli ispettori di via Nazionale e incaricato la Guardia di Finanza di fare nuovi accertamenti su quella delibera, esaminando il verbale. Obiettivo finale, ottenere il sequestro per equivalente della somma elargita al manager, che è accusato di concorso nello stesso reato contestato agli amministratori.
Naturalmente quella sulle buonuscite è solo una delle decisioni contestate agli ex vertici che hanno contribuito al crac. Rosi e l’altro ex presidente Giuseppe Fornasari, oltre a Boschi senior, Berni e Bronchi, lo scorso 1 marzo sono stati nuovamente multati per oltre 2 milioni di euro da Bankitalia per alcune delle numerose irregolarità  emerse durante l’ispezione: in particolare la cattiva gestione dei crediti deteriorati e le consulenze allegre.
Lo stesso Rosi e l’ex membro del cda Luciano Nataloni sono già  indagati per per omessa dichiarazione di conflitto d’interessi in una lunga serie di operazioni che ha coinvolto la banca.
Questi filoni di inchiesta si affiancano a quelli per ostacolo alla vigilanza, arrivato all’udienza preliminare (indagato l’ex presidente Fornasari), per false fatturazioni (filone chiuso, si attendono i rinvii a giudizio) e per truffa ai risparmiatori che hanno acquistato azioni e obbligazioni subordinate senza essere informati dei rischi.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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“PATRIK MI HA SPINTA DI LATO E MI HA SALVATO LA VITA”: L’EROE DEL GHANA ORA LOTTA PER LA VITA

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

LA FRANA DI ARENZANO L’HA COLPITO MENTRE FACEVA UNA PASSEGGIATA: HA PENSATO SOLO A METTERE IN SALVO L’AMICA

Sono riusciti i due interventi chirurgici alla testa cui è stato sottoposto Patrick Lumda Ngandu, il quarantenne originario del Ghana ferito in modo grave ieri nella frana caduta sull’Aurelia ad Arenzano che ha costretto tra l’altro a deviare la corsa ciclistica Milano- Sanremo.
Le due lunghe e delicate operazioni di neurochirurgia e di maxillo facciale hanno avuto esito positivo, si apprende in ospedale, ma per definire le condizioni del ferito sono necessari ulteriori esami.
L’uomo, che è in coma indotto, dovrebbe essere sottoposto già  oggi ad una nuova tac. La sua compagna è invece rimasta solo contusa.
«Un boato, tremava tutto, sembrava che cadesse la strada. Patrick mi ha gridato “attenta” e spinto quel tanto da mettermi al riparo, poi è stato colpito da quella pietra enorme…».
Una gamba ricoperta di lividi, come la mano. Antonella Torchio, infermiera di 43 anni di Asti, è seduta davanti all’ingresso del reparto di rianimazione dell’ospedale Galliera.
Dietro quelle porte lotta tra la vita e la morte il suo amico, Patrik Ngandu Lunda, 40 anni, sanremese, l’uomo travolto dalla frana del Pizzo, ieri mattina, ad Arenzano.
«È successo tutto all’improvviso – racconta l’infermiera – Stavamo camminando sulla passeggiata poi abbiamo sentito un boato. Io credevo si fosse ribaltato un camion sull’Aurelia, che in quel punto passa poco sopra la strada pedonale, alla fine però abbiamo visto quella pioggia di massi. Sembrava che stesse cadendo la montagna…».
Occhi lucidi, voce spezzata dal dolore. Antonella Torchio arriva all’ospedale Galliera dove è ricoverato in condizioni disperate l’amico, nel primo pomeriggio. «La cosa più importante è che ce la faccia. Deve farcela. Ha salvato me, deve salvarsi anche lui»

(da “il Secolo XIX”)

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INTERVISTA AL POLIZIOTTO EROE DI NAPOLI: A MANI NUDE CONTRO IL BANDITO ARMATO DI PISTOLA

Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile

SVENTA IL COLPO ALLE POSTE: “IL RAPINATORE MI HA DETTO: VI RINGRAZIO, SONO NATO OGGI”… “NAPOLI SI PUO’ SOLO AMARE”

A mani nude ha neutralizzato un rapinatore armato di pistola. Gli è saltato addosso, lo ha bloccato e lo ha arrestato. Tutto nel giro di trentaquattro secondi.
Ma non vuole essere chiamato eroe, il sovrintendente capo della squadra mobile di Napoli Giuseppe Velotti, 48 anni e una vita intera passata sulla strada a dare la caccia ai criminali.
“Faccio questo lavoro da ventinove anni, ho fatto solo il mio dovere nel migliore dei modi, senza mettere a rischio altre persone. Se dicono che sono un eroe, mi fa piacere. Ma sono innanzitutto orgoglioso di essere un poliziotto”, ripete e mentre lo dice gli occhi, letteralmente, si illuminano.
La sua carriera parla da sola: da un quarto di secolo è alla squadra mobile. Ha fatto parte della sezione Catturandi, dell’Antiscippo e della Narcotici, nel 1997 è passato alla sezione omicidi (“subito dopo la morte di Silvia Ruotolo”, ricorda) dove presta servizio ancora oggi.
Ha un fratello in polizia e un figlio nell’esercito. Mercoledì pomeriggio Velotti era in un ufficio postale di Casalnuovo, libero dal servizio, quando hanno fatto irruzione i due malviventi. Il video registrato dalle telecamere a circuito chiuso ha fatto il giro del web. Ma le parole del suo protagonista descrivono quegli istanti anche meglio delle immagini.
Ci racconti quei trentaquattro secondi, sovrintendente Velotti.
“Mentre aspetto di parlare con il consulente commerciale, vedo entrare queste due persone. Hanno entrambi il volto travisato con cappellino e scaldacollo. Mi accorgo subito che uno dei due impugna una pistola. L’altro salta dietro la cassa, il complice invece punta l’arma verso i clienti e il personale. “Non vi succede niente, non fate niente”, ripete. Nel frattempo, comincio a studiare la situazione. Per prima cosa mi chiedo: posso intervenire? Non ho dubbi, mi rispondo di sì. Ma come?”
Già , come?
“Quando quello con la pistola si gira, rivolgendo l’arma verso le casse, comincio a camminare lentamente. In questo momento però sto ancora valutando il da farsi. Ho un solo pensiero, un’unica preoccupazione”.
Quale?
“Devo assolutamente evitare qualsiasi pericolo per le altre persone. Quella è la priorità . Il resto viene dopo. Per questo, escludo di estrarre la pistola d’ordinanza. Troppo pericoloso. Così decido di affrontarlo fisicamente. Ed entro nella piena convinzione di poterlo fare. Me la sento e agisco di conseguenza. Mi dirigo di lato, come se volessi uscire dall’ufficio postale”.
Nel video lei sembra voler aggirare il rapinatore.
“In effetti è proprio così, una manovra di accerchiamento. Mi avvicino a lui con l’obiettivo di renderlo inefficace e disarmarlo. Solo che, qualche secondo prima, quello se ne accorge e punta l’arma”.
Non ha temuto che potesse sparare?
“È stato il momento più difficile. Ma non ho avuto paura per me. Mai. Ero preoccupato solo per gli altri. In pochi attimi, ho valutato di dover fare innanzitutto da scudo. Poi però il ragazzo è scappato. E ho capito che la pistola non poteva uccidere. Infatti era caricata a salve”
Dopo una colluttazione, lei ha a bloccato il rapinatore a terra mentre il complice si dava alla fuga. Ciò nonostante, nessuno dei presenti è intervenuto a darle man forte. Si è sentito solo, in quel momento?
“Ero convinto di potercerla fare senza l’aiuto di nessuno. Quando il ragazzo ha tentato di fuggire, ho pensato di portare il problema fuori dall’ufficio, per tenere al riparo clienti e personale. Una volta all’esterno abbiamo avuto un’altra colluttazione. Ed è stato allora che alcune persone, invece di allontanarsi, hanno preso coraggio e sono rimaste lì. Ecco, vedere quella gente mi ha rinvigorito. Da cittadino, prima che da poliziotto, mi ha fatto piacere”.
Il rapinatore le ha detto qualcosa?
“Durante la colluttazione solo poche parole: “Mi fai male, lasciami andare””.
Dopo?
“Poche parole anche in quel caso: “Vi devo solo ringraziare: sono nato oggi””.
La gente intorno, invece?
“Direttamente non mi hanno detto nulla. Sentivo solo qualcuno come commentava, stupito: “Però, che coraggio”. Ma sono un poliziotto, orgoglioso di esserlo. Ho fatto il mio lavoro, l’importante è che nessuno si sia fatto male”.
E sua moglie, quando è tornato a casa?
Velotti sorride. “Mi volevi lasciare sola?”.
Dica la verità , sorvintendente. Dopo tanti anni di questo lavoro, non le viene voglia di andare via da Napoli?
“Mai. Anche se c’è tanta crudeltà , tanto dolore, questa città  si può solo amare. E io l’amo”.

Dario Del Porto
(da “La Repubblica”)

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IL LIBRO DI ALEMANNO: “LA MELONI HA FATTO NOMINARE ASSESSORI E PRESIDENTI DI PARTECIPATE, HA CONDIVISO LE SCELTE DELLA MIA AMMINISTRAZIONE”

Marzo 19th, 2016 Riccardo Fucile

LA MELONI AVEVA DETTO CHE ALEMANNO ERA STATO UN PESSIMO SINDACO … LUI REPLICA CITANDO I NOMI DI ESPONENTI DI FDI CON RUOLI CHIAVE NELLA SUA AMMINISTRAZIONE

«Cara Giorgia, il tuo partito ha condiviso tante scelte della mia amministrazione, devi essere prudente quando parli. Non si crea una discontinuità  positiva rispetto al passato partendo dall’ipocrisia e dallo scaricabarile».
Così Gianni Alemanno si aggrappa a Giorgia Meloni e la tira giù, mentre la leader di Fratelli d’Italia è invece tutta impegnata, nell’iniziare la sua corsa per il Campidoglio, a scrollarsi di dosso ogni possibile traccia dell’ex sindaco.
«Cara Giorgia», dice Alemanno, ma per Meloni è uno schiaffo: «Sai benissimo che tutte le scelte della nostra amministrazione sono state condivise anche dagli assessori e dai consiglieri di Fratelli d’Italia».
Non ci sta Alemanno, insomma, ad accollarsi tutta la responsabilità  di un’esperienza che l’ex sindaco peraltro continua a difendere, anche oltre le inchieste.
E fa notare che nella sua giunta, nelle partecipate del Comune e negli staff, tra il 2008 e il 2013, c’era un pezzo importante del mondo di Giorgia Meloni.
C’era Fabrizio Ghera, tanto per cominciare, assessore ai lavori pubblici della giunta Alemanno, uno che Buzzi diceva di non riuscire a raggiungere, ma che certo nel giudizio politico sulla giunta ha qualche responsabilità .
Ed è proprio sul giudizio politico che oggi insiste Meloni: «Non ho rapporti con Alemanno, che ha fondato un partito contro di me», ripete anche ai microfoni di Radio Anch’io, «sul tema giudiziario credo che Alemanno dimostrerà  la sua estraneità  ai fatti, ma sul piano politico è un dato di fatto che la sua amministrazione non è riuscita a fare repulisti di quella roba che in sessant’anni avevamo messo in piedi Dc e comunisti».
Bene. Nota allora Alemanno però che nella sua amministrazione Giorgia Meloni ha creduto fino all’ultimo giorno e anche dopo, avendolo sostenuto nella ricandidatura contro Marino.
Meloni ha creduto in Alemanno e gli ha fornito uomini di peso. Oltre a Ghera, infatti, c’era all’inizio pure l’assessore alla Scuola Laura Marsilio, oggi responsabile scuola del partito di Meloni.
E poi, quando questa ha dovuto cedere il posto per colpa di un rimpasto, è stata data in cambio alla stessa area la presidenza di Ama. E a Roma le partecipate valgono più degli assessorati.
E’ questo che farà  notare Gianni Alemanno quanto – tanto per movimentare la campagna elettorale – il 28 aprile presenterà  il libro con la sua versione su quegli anni, “Verità  Capitale”: «Ci saranno cose interessanti da questo punto di vista», anticipano all’Espresso dallo staff dell’ex sindaco.
Si ricorderà  ad esempio che è proprio su indicazione di Fratelli d’Italia che Alemanno ha nominato a capo dell’Ama, appunto, Piergiorgio Benvenuti, già  consigliere provinciale e fedelissimo di Fabio Rampelli, signore delle preferenze nere a Roma e attuale spalla di Meloni.
Si occupa poi attualmente del coordinamento degli Enti Locali del partito Domenico Kappler, già  senatore, e soprattutto, con Alemanno, Ad di Risorse per Roma, una delle municipalizzate più importanti in città , al centro dello scandalo parentopoli.
Più vicino al senatore Augello (altro ex Msi ma ora alfaniano) era invece Marco Clarke, già  presidente di Ama, assessore in Provincia, infine presidente di Risorse per Roma e anche lui del giro degli ex camerati.
Nomi pesanti per ruoli centrali, come detto, spesso più importanti di quelli in giunta. «Troppo per fare l’imitazione delle tre scimmiette», dice Alemanno a Meloni.
E così dovrà  insistere Giorgia Meloni su quello che si annuncia un tormentone della sua campagna elettorale.
«Si presenta a come se venisse da Marte», la accusa ad esempio Stefano Fassina, candidato sindaco di Sinistra Italiana, «ma lei ha sostenuto fino all’ultimo giorno Alemanno, suo intimo amico di partito, e tutti conosciamo i risultati di quell’amministrazione».
Si potrebbe temere, a quel punto, che con lei torni infatti in Campidoglio la classe dirigente che ha portato in Comune, insieme a Alemanno, i nomi celebri non tanto di Mafia Capitale, quanto di altre inchieste e di parentopoli.
Dovrà  impegnarsi, Meloni, perchè deve riuscire a non far pensare, ad esempio, a Riccardo Mancini, arrivato a capo di Eur Spa partendo dalla militanza nel Fronte della Gioventù e in Avanguardia nazionale.

Luca Sappino
(da “L’Espresso”)

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