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JOHN, UN ELEGANTE RIVOLUZIONARIO: GRAZIE PER I SOGNI, CAMPIONE

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

CALCIO TOTALE E GIOCATE DI PRIMA: CRUIJFF NON CORREVA, DANZAVA

Johan Cruijff si puliva le scarpe da calcio da solo e si lavava la maglietta da solo. E non si faceva portare la borsa dal magazziniere
Johan Cruijff non era un 10 come Sivori, Maradona, Pelè, Platini, Zico e Del Piero. Era un 14: unico e irripetibile.
Johan Cruijff rivoluzionò il football: calcio totale, eleganza, palla giocata di prima, con semplicità . Poi, lui si permetteva il gol d’autore: una rete al volo in spaccata, una conclusione impossibile, la rovesciata abbagliante. Oppure, l’assist abbagliante.
Johan Cruijff ha vinto tutto, da giocatore e da allenatore. Mai la Coppa del Mondo: questo per dire che il pallone non è sempre giusto, a volte rotola dalla parte sbagliata.
Johan Cruijff ha fatto grandi l’Ajax e il Barcellona. Il Milan lo ha sognato per una sola partita: ma in Italia tornava sempre volentieri, soprattutto per dedicarsi agli altri: a chi soffre, agli ultimi. Perchè il calcio gli ha insegnato, proprio come ad Albert Camus, la morale e l’etica.
Johan Cruijff proprio non riusciva a mandare giù il football moderno: troppi soldi, troppi muscoli, troppe luci della ribalta. Si divertiva ancora andando nei campetti di periferia: a vedere i ragazzini giocare. Lì, ritrovava la magia del gioco più bello del mondo. Il suo.
Johan Cruijff fu il “Profeta del Gol” per Sandro Ciotti e il Pelè Bianco per Gianni Brera. Per tutti, ora, è una leggenda. E le leggende non muoiono mai.
Johan Cruijff invitava i suoi compagni o i suoi giocatori a non fare troppi ghirigori con il pallone, a non cercare la giocata difficile: dovete fare la cosa più semplice, che è anche la più complicata.
Johan Cruijff non correva, danzava. Quando prendeva il pallone, tutto il resto scompariva. Restava la sua eleganza, la sua bellezza, la sua arte.
Johan Cruijff ha conquistato tre volte il Pallone d’Oro. Ma il vero Pallone d’Oro era lui. Diego Armando Maradona ha scritto: “Non ti dimenticheremo mai, flaco”.
Il Magro che sul prato verde componeva rime baciate, versi lucenti. Era un poeta. Un poeta che riuscì a rende possibile l’impossibile.
Johan Cruijff, quando ero un inviato speciale, mi parlò a lungo, sul tintinnare della sera, nell’antistadio del Camp Nou, a Barcellona. La sua Barcellona.
Mi raccontò la sua visione del calcio. Il segreto era uno solo: giocare per gli altri, senza egoismi. La squadra come un coro perfetto. Ma, pensavo io, dopo serviva il guizzo del fuoriclasse assoluto. E il Profeta del Gol, da solo, riuscì a risolvere molte partite. Da solo.
Johan Cruijff è stato amato da tutti i tifosi. Perchè era il calcio della classe, della fantasia, dell’altruismo, dello stupore. Del rifiuto del rancore. Era una bandiera. Con tutti i colori.
Johan Cruijff se n’è andato a 68 anni, ma per tutti noi continua ad accarezzare il pallone e a farci incantare dalla meraviglia.
Grazie per i sogni, campione.

Darwin Pastorin
(da “Huffingtonpost”)

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L’AJA CONDANNA KARADZIC A 40 ANNI: “COLPEVOLE GENOCIDIO PER MASSACRO DI SEBRENICA”

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE RITENUTO RESPONSABILE ANCHE DEI CRIMINI DURANTE L’ASSEDIO A SARAJEVO

Radovan Karadzic, ex leader politico dei serbi di Bosnia, è stato giudicato penalmente responsabile di genocidio per l’eccidio di Srebrenica.
“Non responsabile” invece per insufficienza di prove del primo dei due capi d’accusa di genocidio a suo carico.
Lo ha stabilito il Tribunale penale internazionale dell’Aja che sta leggendo la sentenza.
In quest’ultimo caso si tratta di episodi accaduti in una serie di villaggi della Bosnia Erzegovina (Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik).
Per queste stesse vicende Karadzic è stato giudicato invece colpevole di crimini contro l’umanità , omicidio e persecuzione.
Verdetto di colpevolezza anche per i reati contestati in relazione all’assedio di Sarajevo (durato 44 mesi e che si stima sia costato la vita a 10mila persone) e all’utilizzo di 284 caschi blu dell’Onu come scudi umani.

(da agenzie)

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MOGHERINI: “LE LACRIME RIVELANO SENTIMENTI, COMPITO DELLE ISTITUZIONI E’ REAGIRE”

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

“E’ DA 15 ANNI CHE DOVREBBE ESSERE ATTIVO UN COORDINAMENTO DELLE INTELLIGENCE, GLI STATI ORA DEVONO FARLO DAVVERO”

Le sue lacrime hanno fatto molto discutere. L’Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza della Ue Federica Mogherini parla alla Repubblica delle sfide che attendono l’Europa nel contrasto al terrorismo e nell’integrazione della comunità  islamica, ma sullo sfondo resta la sua commozione e le strumentali polemiche sollevate in Italia da Giorgia Meloni e dalla Lega
“Da una parte, le lacrime hanno rivelato i miei sentimenti umani. Dall’altra mi dispiace che abbiano coperto il contenuto del mio messaggio dalla Giordania, un paese con cui condividiamo le priorità  per prevenire la radicalizzazione. Abbiamo bisogno che l’Islam sia parte della nostra battaglia. Abbiamo bisogno che le voci musulmane contro il terrorismo siano udite di più. Al di là  delle emozioni, il compito delle istituzioni è di reagire e di lavorare”
Il problema è come reagire.
“Guardate qui. Queste sono le conclusioni del Consiglio europeo straordinario del 21 settembre 2001, all’indomani dell’attentato delle Torri gemelle.
Cito: “è necessario migliorare la cooperazione e lo scambio di informazioni tra i servizi di intelligence dell’Unione. A questo scopo occorre creare squadre di investigazione comuni. Gli Stati membri devono condividere tutte le informazioni utili riguardanti il terrorismo con Europol, sistematicamente e senza indugi”. Senza indugi? Questo risale a 15 anni fa” […]
“Il problema è che anche le decisioni prese non hanno seguito. Sappiamo tutti quello che bisogna fare, ma poi bisogna farlo davvero” […]
“L’idea che l’approccio europeo non funziona e quelli nazionali sì, è una pura illusione. E’ vero il contrario. Perchè quella che abbiamo oggi è la via nazionale all’anti-terrorismo, non quella europea. E’ l’approccio nazionale che non ha funzionato perchè il mondo è globalizzato, l’Unione è integrata e le connessioni con il resto della regione sono forti. E’ chiaro a tutti che occorrono strumenti europei per far fronte ad una minaccia che è, come minimo, su scala europe”

L’altra sfida è l’integrazione della comunità  islamica.
“Nei mesi scorsi sono stata criticata perchè ho detto che l’Islam fa parte dell’Europa. Sarebbe ora che capissimo che non si tratta di una presenza esterna. Questi terroristi sono cittadini europei, nati in Europa, cresciuti in Europa. E’ l’alleanza, il dialogo, la cooperazione la coesistenza di religioni diverse che risolverà  questi problemi. Se ci raffiguriamo la questione in termini di “noi”, europei e cristiani, e “loro”, arabi, musulmani, terroristi, non vediamo la verità , perchè stiamo comunque parlando di europei. E alimentiamo la stessa narrazione di quelli che vogliono dimostrare che vivere insieme, fianco a fianco, è impossibile”.

(da “Huffingtonpost”)

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L’APPELLO DEI RAGAZZI DELLA RICERCA: “SETTE IDEE PER RESTARE IN ITALIA”

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

L’APPELLO AL GOVERNO DEI VINCITORI DEI FINANZIAMENTI EUROPEI EMIGRATI ALL’ESTERO: “PREMIAMO L’ECCELLENZA, BANDI INTERNAZIONALI”

La ricerca italiana è al centro del dibattito politico delle ultime settimane. Il dato che ha originato la discussione riguarda i progetti finanziati dallo European Research Council: su 30 ricercatori con passaporto italiano che hanno ottenuto un ERC Consolidator 2015 (un finanziamento molto prestigioso che può arrivare a due milioni di euro), ben 17 lavorano all’estero (fonte: ERC).
Viceversa, la mobilità  in entrata è imbarazzante: il numero di ERC Consolidator in arrivo in Italia è zero.
La circostanza non si è verificata solo quest’anno: la quota dei finanziamenti ERC destinati all’Italia è rimasta pressochè invariata sin dal 2007, il primo anno del programma.
Ad esempio, nel 2013 i passaporti italiani con ERC Starting o Consolidator Grant erano 63, di cui ben 36 all’estero.
L’Italia destina ai PRIN (Progetti di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale) 92 milioni di euro in tre anni (il bando PRIN del 2015 arriva dopo due anni di assenza!). Ma, negli stessi tre anni 2013-2015, l’Italia ha perso ben più di 92 milioni di Euro solo fra ERC Starting e Consolidator.
Questi dati confermano un’evidenza drammatica: l’Italia ha smesso da tempo di puntare sulla ricerca.
Perde molti dei suoi giovani più brillanti e sottofinanzia quelli che rimangono. Il disavanzo fra ricercatori in entrata e in uscita, che si protrae da numerosi anni, porterà  a breve termine alla desertificazione accademica, con conseguenze disastrose e irreversibili per il Paese.
La preoccupazione per quanto sta accadendo ci ha uniti nel tentativo di individuare le principali cause di questo progressivo impoverimento e nel desiderio di proporre alcune soluzioni che, speriamo, possano fornire un punto di partenza per un piano di ristrutturazione radicale del sistema italiano della ricerca.
I problemi
1. Estrema scarsità  di fondi e investimenti
Fra il 2003 e il 2013 l’Italia ha speso in ricerca e sviluppo l’1,05-1,27% del PIL (fonte: Eurostat). La Francia ha speso il 2,09-2,23%.
La Germania il 2,42-2,88%. Per competere con questi Paesi l’Italia dovrebbe raddoppiare i fondi destinati a ricerca e sviluppo.
Le cifre includono fondi pubblici e privati, il che vuol dire che sono le politiche combinate di Stato e impresa ad essere gravemente inadeguate per la ricerca.
2. Mancanza di trasparenza nell’attribuzione dei fondi
I criteri per l’attribuzione dei fondi a ricercatori, gruppi e centri di ricerca sono opachi. Una pratica disdicevole è, ad esempio, quella di far lavorare i ricercatori più giovani e senza posto fisso alla richiesta di finanziamenti che, se ottenuti, vengono poi utilizzati in larga parte dagli accademici strutturati.
Inoltre, gli indici considerati non vengono esplicitati con il dovuto anticipo, e fanno riferimento a parametri non conformi a quelli accettati dalla comunità  internazionale. Le riviste di classe A indicate dall’ANVUR spesso non coincidono con quelle considerate per le valutazioni internazionali.
Se i (troppo pochi) fondi vengono poi concepiti come mera retribuzione di prestazioni, non sono visti come investimenti mirati anche a creare valore aggiunto: altri posti di ricerca.
Evidenza che siano così concepiti è lo scarso rilievo dato al rientro dei ricercatori italiani con ERC. Un ERC è appunto il tipo di finanziamento che crea ulteriori posti di ricerca, perchè chi lo ottiene ha di norma ingenti fondi per assumere ricercatori e dottorandi.
Ma il decreto Ministeriale del 28 dicembre 2015 n. 963 offre ai destinatari di ERC Consolidator, che spesso sono già  ordinari, un posto da ricercatore a tempo determinato o da professore di ruolo di II fascia, e ai destinatari di ERC Starting Grant, che spesso sono già  associati, un posto da ricercatore a tempo determinato. Naturalmente, questo è un disincentivo per buona parte di noi.
3. Mancanza di trasparenza nelle assunzioni, incertezza dei regolamenti.  
L’accademia italiana è gravemente gerontocratica. Dei 13.263 professori ordinari, il numero degli under 40 è sei (fonte: MIUR).
L’età  media degli ordinari è 59 anni, quella degli associati 53, quella dei ricercatori 46. I giovani hanno una probabilità  bassissima di essere assunti a tempo indeterminato. Questo spinge molti di loro ad andarsene dall’Italia e inquina il sistema nostrano che diventa sempre meno meritocratico: le assunzioni vengono fatte in base al tempo di attesa del proprio turno, indipendentemente dal lavoro svolto e dai risultati raggiunti. Così i giovani sono ridotti in condizioni di precariato, sudditanza e miseria economica.
Fra il 2003 e il 2013, circa 65.000 ricercatori hanno lavorato in Italia con incarichi temporanei. Il 93% di questi non ha ottenuto un posto a tempo indeterminato nelle università  italiane (fonte: Flc-Cigl).
In alcuni settori dell’accademia italiana vengono inoltre tollerati curriculum costituiti perlopiù da pubblicazioni in riviste locali, e/o con editori che non praticano seri e sistematici referaggi anonimi.
Per ovviare a questi problemi il sistema subisce continue ristrutturazioni. L’incessante evoluzione dei regolamenti risulta in un’incertezza cronica sulla disponibilità  di posizioni accademiche e nella scarsa trasparenza dei criteri che permettono di accedervi.
Qualche proposta.  
È un’ovvietà  che l’Italia debba investire molti più soldi in ricerca, al fine di ricreare un terreno fertile il suo sviluppo. Un paio di idee su come farlo: 1. Estrema scarsità  di fondi e investimenti: grant per i giovani ricercatori e finanziamenti ai dipartimenti virtuosi.
Grant per giovani ricercatori. Non solo l’ERC con il sistema Starting/Consolidator/Advanced, ma anche vari Paesi europei (ad esempio l’Olanda, con il sistema VENI/VIDI/VICI), riservano fondi per ricercatori giovani in termini di anni a partire dal conseguimento del dottorato.
Essi possono così evitare di competere con ricercatori che hanno un CV più robusto semplicemente perchè sono più anziani.
Questi finanziamenti sono completamente diversi da quelli destinati alle posizioni precarie da ricercatore a tempo determinato, o agli assegni di ricerca per una persona, del sistema italiano.
Le differenze sono almeno cinque: (1) le somme sono ingenti (ad esempio: in Olanda si arriva a 250.000 euro per un grant ottenibile con massimo 3 anni di anzianità  dal conseguimento del dottorato, 800.000 per un un grant con massimo 8 anni, 1,5 milioni per un grant con massimo 12 anni di anzianità ); (2) le somme sono destinate anche a stipendiare gruppi di ricercatori che lavoreranno con chi ottiene il finanziamento, generando così ulteriori posti e attività  di ricerca; (3) tali somme aiutano i giovani a ottenere ulteriori fondi in seguito (per ottenere un ERC è indispensabile poter dimostrare di aver già  diretto progetti di ricerca, per esempio); (4) i progetti “con limite di anzianità ” incentivano l’assunzione di giovani da parte dei dipartimenti che vogliano ottenere fondi; (5) i fondi vengono banditi ogni anno, permettendo una pianificazione dell’attività  progettuale tesa a massimizzare i risultati.
Fondi assegnati a dipartimenti virtuosi.  
I dipartimenti che riescano a dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi di ricerca dovrebbero aver diritto a fondi aggiuntivi, oltre che a fondi strutturali e di base.
I criteri per la loro distribuzione devono essere stabiliti con anni di anticipo, non ex post. Tali criteri possono essere, ad esempio, il numero e il valore dei grant ricevuti; il numero di brevetti ottenuti; le pubblicazioni in riviste internazionali con seri referaggi anonimi; le citazioni ottenute, calcolate in conformità  alle pratiche internazionali nelle diverse aree di ricerca.
2. Mancanza di trasparenza nell’attribuzione dei fondi: un’agenzia per la ricerca e la mobilità  dei ricercatori
Creare un’agenzia per la ricerca, che gestisca l’assegnazione di fondi in base a giudizi espressi da commissioni a forte carattere internazionale.
Per evitare l’autoreferenzialità  accademica, i dipartimenti “virtuosi” dovrebbero ottenere più fondi aggiuntivi. I fondi di ricerca non andrebbero quindi assegnati tutti direttamente alle università  o ai gruppi di ricerca, ma andrebbero in misura cospicua assegnati a progetto, con selezione effettuata da una commissione che comprenda molti membri internazionali.
Il compito di selezionare i progetti meritevoli di finanziamento dovrebbe essere assegnato a un’Agenzia per la ricerca (sul modello della NSF americana, della DFG tedesca, della NWO olandese, e dell’ERC europea) o a un ente accreditato presso la Presidenza del Consiglio, che abbia come scopo l’organizzazione dei bandi per i progetti e quindi la gestione dei fondi per la ricerca stanziati da tutti i ministeri competenti.
Ottenendo questi fondi, un ricercatore potrà  dimostrare di essere competitivo, e il suo dipartimento potrà  ottenere fondi aggiuntivi
È essenziale per la competitività  dei ricercatori a livello internazionale, che i fondi loro assegnati siano realmente gestiti da loro.
Vanno evitate a ogni costo situazioni in cui i più anziani strutturati di fatto controllino le risorse in questione. I criteri per la valutazione di un ricercatore o di un gruppo di ricerca variano notevolmente a seconda della disciplina e dell’area.
Ma è importante che si stabiliscano, dietro consultazione di ricercatori e studiosi dell’area, criteri di valutazione che rispecchino quelli accettati dalla comunità  internazionale.
Incentivare la mobilità  dei ricercatori.
La scarsa mobilità  di alcuni membri di una comunità  scientifica può portare all’atrofizzazione del gruppo di ricerca a cui essi appartengono. Per incentivare la circolazione delle idee e rompere il meccanismo del “mettersi in coda per anni aspettando un lavoro nel proprio gruppo” proponiamo, seguendo il modello di diversi Paesi europei, che lo scatto di carriera più basso non possa essere effettuato nell’università  di provenienza: l’entrata nel mondo della ricerca come ricercatore o professore associato deve avvenire in una sede diversa dalla propria alma mater.
Favorire l’entrata di ricercatori provenienti dall’estero e combattere la fuga dei cervelli. Per evitare la fuga dei cervelli e attrarre invece ricercatori eccellenti dall’estero, l’Italia potrebbe proporre a tutti i ricercatori che concorrono per un bando ERC basato in Italia il finanziamento del progetto, qualora questo abbia ottenuto il giudizio “eccellente ma non finanziabile per mancanza di fondi” (A2).
Questa manovra, che corrisponderebbe a una cinquantina di milioni di euro all’anno, sarebbe un incentivo per ricercatori brillanti, italiani e stranieri, a sviluppare il proprio progetto in Italia: creerebbe un flusso entrante di cervelli e sosterrebbe i più brillanti ricercatori del paese.
3. Mancanza di trasparenza nelle assunzioni, incertezza dei regolamenti: un numero ricorrente e rilevante di assunzioni per anno e apertura dei concorsi
Chiari percorsi di carriera.
Allo scopo di attrarre ricercatori dall’estero e non far scappare molti dei migliori ricercatori italiani, è necessario presentare loro un piano chiaro per lo sviluppo della propria carriera.
È cruciale a questo fine che un numero ricorrente e ingente di assunzioni di prima fascia venga effettuato ogni anno. Inoltre, le modalità  secondo cui possano avvenire gli avanzamenti di carriera devono essere chiare e stabili nel tempo. Le manovre straordinarie di assunzione una tantum sono viceversa dannose: aumentano l’incertezza della posizione dei ricercatori precari e non permettono una seria pianificazione del lavoro di ricerca.
Apertura nei concorsi e commissioni aperte.
Il principio fondamentale della trasparenza nelle assunzioni accademiche è che chiunque faccia domanda per un posto, che preveda tempo per la ricerca, debba accettare di essere valutato dalla comunità  internazionale che fa ricerca nel suo campo, nel rispetto dei suoi standard. I bandi vanno pubblicizzati il più possibile, su piattaforme internazionali e almeno in inglese.
Con le ovvie eccezioni, è necessario che i bandi siano presentati nella lingua internazionale della disciplina. Alcuni sistemi accademici lasciano ai dipartimenti o alle facoltà  ampia libertà  di scegliere chi assumere.
Dubitiamo che una modalità  selettiva interna ai dipartimenti e alle facoltà , o al massimo di scambio tra le università  italiane, possa contribuire al progresso scientifico della Nazione, a causa dei summenzionati problemi di trasparenza. Sarebbe auspicabile che le commissioni fossero, al contrario, molto ampie e che, per evitare la trappola del favoritismo voluto o involontario, comprendessero il maggior numero possibile di membri internazionali.

Scritto da:
Giulio Biroli (Consolidator 2011)
Institute of Theoretical Physics, Commissariat à  l’Energie Atomique, France
Roberta D’Alessandro (Consolidator 2015)
Leiden University Centre for Linguistics, University of Leiden, The Netherlands
Francesco Berto (Consolidator 2015)
Institute for Logic, Language and Computation, University of Amsterdam, The Netherlands
Firmato da:
Nicola Aceto (Starting 2015)
Faculty of Medicine, University of Basel and University Hospital Basel, Switzerland
Luca Caricchi (Starting 2015)
Department of Earth Sciences, University of Geneva, Switzerland
Vincenzo Cerullo (Consolidator 2015)
Center for Drug Research, University of Helsinki, Finland
Gianluca Crippa (Starting 2015)
Department Mathematik und Informatik, Università¤t Basel, Switzerland
Caterina Doglioni (Starting 2015
Lund University, Fysikum Division of Particle Physics, Swede
Raffaella Giacomini (Consolidator 2015)
Department of Economics, University College London, United Kingdom
Nicola Mai (Consolidator 2015)
Department of Criminology and Sociology, Kingston University London, United Kingdom
Valentina Mazzucato (Consolidator 2015
Faculty of Arts and Social Sciences, Maastricht University, the Netherlands
Paolo Melchiorre (Consolidator 2015)
Institut Català  d’Investigacià³ Quà­mica, Spain
Valeria Nicolosi (Consolidator 2015
School of Chemistry, Trinity College Dublin, Ireland
Cristina Toninelli (Starting 2015)
Universitè Paris Diderot-Paris 7, UFR de Mathèmatiques, France
Rinaldo Trotta (Starting 2015)
Institute of Semiconductor and Solid State Physics, Johannes Kepler University, Austria

(da “La Repubblica“)

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“ERO SCHIAVO DELLE SLOT, HO SVUOTATO DUE LIBRETTI E VENDUTO L’ORO DI PAPA'”

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

L’EX BABY SCOMMETTITORE: “COSI’ PER SETTE ANNI SONO STATO MALATO DI AZZARDO”

«Ho cominciato a giocare d’azzardo a 14 anni. Facevamo la schedina nell’intervallo a scuola. All’inizio era un passatempo».
E alla fine?
«Alla fine avevo svuotato due libretti di risparmi, quello mio e quello della mamma».
Migliaia di euro bruciati in poker e slot machine.
«Mi sono fatto anche dei debiti. Quando i soldi sono finiti, ho venduto tutto l’oro che c’era in casa per continuare a puntare».
Nicola (nome di fantasia) fa il barista a Milano.
Oggi ha 21 anni. «Per sei — racconta — sono stato malato. Malato di gioco».
Che cosa ricorda delle prime volte?  
«Ero all’ultimo anno di scuole medie. Il sabato pomeriggio andavo con i compagni alla Snai a puntare su serie B e Premier League. Mi giocavo tutta la paghetta».
Il gioco d’azzardo è proibito ai minori. Come si aggirano i divieti?  
«Entri, punti e nessuno ti dice nulla. Nelle sale scommesse non c’è alcun controllo. Quella dove andavo io era dietro la scuola».
Le è mai stata rifiutata una giocata perchè era minorenne?  
«Mai».
Quando è passato alle slot?
«È successo per caso. Un giorno ho infilato 5 euro in una macchinetta e ne ho vinti 850. Quella è stata la mia rovina».
Perchè?  
«Non mi sono più fermato. Se un giorno vincevo, il seguente mi rigiocavo tutto. Ero ossessionato dal pensiero di recuperare i soldi persi».
Ma il banco vinceva sempre.  
«C’erano momenti in cui pensavo: “Sono un idiota”. Ma dopo un paio d’ore stavo di nuovo puntando. Una volta ho perso 900 euro in un giorno».
Poi ha toccato il fondo.
«È successo quando ho preso dalla cassaforte la fede di mio padre e l’ho venduta per 100 euro. Quei soldi mi sono durati meno di dieci minuti alla macchinetta».
La famiglia e gli amici erano a conoscenza del suo problema?  
«No, mi vergognavo. Andavo a puntare da solo. Ne parlai con un amico, anche lui scommettitore. Per aiutarmi mi regalò un salvadanaio, ma non l’ho mai riempito. Un giorno la mamma me lo tirò dietro perchè aveva scoperto tutto».
Da quanto tempo non scommette più?  
«Da quattro mesi. Neanche una schedina. È dura, ma resisto. La famiglia e lo psicologo mi aiutano. Finalmente mi sento pulito. Ma non posso ancora dire di essere guarito».
Che cosa direbbe al premier Matteo Renzi?  
«Di farsi un giro in una sala slot tra ragazzini malati e anziani che si giocano la pensione in un pomeriggio. Uno Stato serio dovrebbe vietare queste cose. Ormai ad ogni angolo di Milano c’è una sala slot. Io cambio strada per non passarci davanti».
Cosa vuole fare da grande?  
«Avrò un bar tutto mio. Sarà  senza slot».

Gabriele Martini
(da “La Stampa”)

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LA PAGHETTA FINISCE NELLE SLOT MACHINE: 200.000 ADOLESCENTI ITALIANI MALATI

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

LA LEGGE NON FUNZIONA, AUMENTANO I GIOCATORI D’AZZARDO TRA I 14 E I 19 ANNI… IL 7% PUNTA SOLDI QUATTRO O PIU’ VOLTE LA SETTIMANA

Otto e mezza di mattina, tabaccheria del centro di Torino.
Il ragazzino indossa un capellino con visiera e scarpe firmate. Avrà  14 anni, al massimo 15. Quando è il suo turno parla senza esitazioni: «Un miliardario».
Allunga cinque euro e si china sul bancone. Gratta. Non vince.
Nel paese dell’azzardo (87,8 miliardi di euro il giro d’affari italiano nel 2015) le nuove leve di giocatori sono sempre più giovani.
Tentano la fortuna al bar prima di sedersi tra i banchi di scuola; trascorrono pomeriggi nelle sale scommesse; dopo cena svuotano la carta di credito dei genitori nelle slot machine per telefonini e tablet.
La percentuale di studenti nella fascia di età  tra 15 e 19 anni che nell’ultimo anno ha giocato d’azzardo è in crescita: dal 39% del 2014 al 42% del 2015.
Lo dice in Consiglio nazionale delle ricerche, in un’indagine che «La Stampa» ha potuto visionare in anteprima.
L’esercito dei baby scommettitori – in prevalenza maschi – conta un milione e 200 mila adolescenti. Con un paradosso: in Italia il gioco d’azzardo è vietato per legge ai minorenni. Eppure.
I controlli sono quasi inesistenti e gli esercenti di ricevitorie e sale slot raramente chiedono la carta d’identità .
Sempre più spesso, proprio come accade tra gli adulti, anche gli adolescenti si ammalano di gioco. Sono oltre 200 mila i ragazzi under 19 che puntano soldi quattro o più volte a settimana.
Si tratta del 7% dei giovanissimi italiani. I giochi più diffusi sono gratta e vinci, scommesse sportive, Bingo e slot machine.
Secondo i dati raccolti dalla Casa del giovane di Pavia nelle scuole lombarde almeno uno studente su due ha giocato d’azzardo.
«L’acceso all’azzardo è sempre più facile. Le app dedicate si moltiplicano e le macchinette sono ovunque», spiega lo psicologo Simone Feder, animatore del movimento No Slot che da anni fa prevenzione nelle scuole.
«I ragazzini mi chiedono: “Se fa male, perchè è legale?”.
Il problema non è rappresentato soltanto dai soldi che buttano, ma dal tempo che sprecano». Tempo sottratto alla vita.

Gabriele Martini
(da “La Stampa”)

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BRUXELLES, QUEI 300 METRI TRA I DUE COVI DI SALAH: COSI’ L’INTELLIGENCE UE SI E’ PERSA A MOLENBEEK

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

DUE BLITZ IN 4 MESI ANDATI A VUOTO… L’ARRESTO HA ACCELERATO GLI ATTENTATI

Trecento metri, cinque minuti a piedi, lo spazio di una passeggiata che diventa il simbolo della sconfitta delle polizie europee.
È la distanza che separa i due indirizzi della caccia all’uomo che avrebbe potuto svelare in tempo la struttura della cellula cresciuta nel quartiere di Molenbeek, a Bruxelles, la base operativa dei jihadisti belgi e francesi.
Ponendo fine con quattro mesi di anticipo alla fuga di Salah Abdeslam, l’uomo chiave che unisce gli attentati del 13 novembre a Parigi e le bombe all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles le cui impronte sono state ritrovate dagli investigatori nel covo dei fratelli El Bakraoui nel quartiere di Forest.
Lì la polizia aveva tentato un blitz qualche giorno fa, facendosi sfuggire due occupanti e uccidendone un terzo, l’algerino Mohammed Belkaid.
A Forest — luogo dove i destini dei jihadisti per un momento si incrociano — c’era il covo affittato — secondo i media francesi — da uno dei due kamikaze che si sono fatti esplodere nella hall dell’aeroporto e nella metro di Bruxelles.
Non erano soli: proprio qui sarebbe passato lo stesso Salah, segnando un contatto strettissimo tra i due fratelli autori degli attentati di Bruxelles e l’unico sopravvissuto del commando in azione il 13 novembre a Parigi.
A rafforzare quel legame ci sono i file ritrovati nel computer di Ibrahim El Bakraoui: “Non voglio finire in una cella come Salah”, si legge in una sorta di testamento scritto poco prima dell’attentato.
E un audio, dove — secondo le prime indiscrezioni riportate da Tf1 — i due fratelli annunciano di voler agire “per vendicare l’arresto di Salah Abdeslam, il 18 marzo, e la morte di Mohammed Belkaid”.
In altre parole tutti componenti di una stessa cellula, che la cattura di Salah, ricercato numero uno per quattro mesi, avrebbe potuto smantellare in tempo. Il segno inequivocabile del legame operativo che attraversa i due attentati, quello di Parigi e di Bruxelles.
I giorni da primula nera del Califfato di Salah, con il fiato sul collo della polizia e dell’intelligence belga e francese, mostrano in realtà  il fallimento delle forze di sicurezza.
Era la notte tra il 15 e il 16 novembre dello scorso anno, appena due giorni dopo la strage del Bataclan. Verso l’ora di pranzo le forze speciali belghe fanno irruzione in un appartamento al numero 47 di rue Delaunoy.
Cercano Salah, il ragazzo di origine marocchina unico sopravvissuto del commando entrato in azione a Parigi. Sanno che è tornato a Bruxelles, in un appartamento vicinissimo al bar che fino a poco tempo prima gestiva insieme al fratello Brahim, chiuso dopo un controllo amministrativo.
Ma la primula nera di Daesh era già  fuggita perchè aveva capito di avere i poliziotti sulle sue tracce.
A rivelarlo, un mese dopo il blitz mancato, era stato il ministro della Giustizia belga Koen Geens nel corso di una trasmissione televisiva dell’emittente VTM. Salah Abdeslam, secondo il ministro, “si trovava verosimilmente in un appartamento di Molenbeek” due giorni dopo il massacro. In quelle ore concitate, infatti, si era diffusa in tutto il mondo la notizia dell’arresto del ricercato numero uno.
Una notizia poi smentita dalle autorità  belghe.
Secondo il quotidiano Het Laatste Nieuws la polizia belga aveva ricevuto l’informazione che Salah si trovava in quella via, ma non avrebbe potuto fare irruzione nell’appartamento “perchè la legge impedisce le perquisizioni tra le undici di sera e le cinque del mattino”.
Una spiegazione assurda, ma che fa capire le difficoltà  dell’intelligence fiamminga di fronte al network terroristico. “Salah? Abita a cento metri da qui”, raccontavano quasi con aria di sfida alcuni adolescenti a France TV mentre le forze speciali lasciavano l’appartamento. E, in fondo, non avevano tutti i torti.
Quattro mesi dopo Salah viene catturato a meno di 300 metri da questo indirizzo. Pochi passi, due isolati. Rue des Quatre-Vents, al numero 79, appena superata la moschea di Al Khalil.
Al piano terra il 18 marzo scorso — quattro giorni prima del duplice attentato di Bruxelles — alle 16.50 la polizia belga trova e arresta Salah. La fuga della primula nera finisce dove tutto era iniziato.
In mezzo c’è il quartiere di Molenbeck, che racchiude tutte le contraddizioni della capitale europea. Multietnico, ma non in grado di garantire le opportunità  e i diritti reali a tutti.
Disoccupazione al 30%, scolarità  bassa, con la metà  dei giovani che non finiscono gli studi. E un 20% della popolazione con un reddito al di sotto della soglia di povertà . In mezzo a quei 300 metri c’è poi una delle principali moschee, unico vero riferimento culturale dell’area.
E qui cadono anche i tanti luoghi comuni diffusi in questi giorni: Salah era distante anni luce dalla vita religiosa, raccontano gli abitanti della zona.
E oggi sul sito della moschea Al Khalil appariva un lungo comunicato, con la condanna dura dei due attentati del 22 marzo.
I trecento metri che hanno nascosto il ricercato numero uno hanno fornito altri rifugi. Sono altre, molto probabilmente, le reti di protezione racchiuse nella fuga di Salah. Un mondo che l’intelligence belga e europea a malapena riesce a sfiorare.

A. Palladino e A. Tornago
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA UE HA GIA’ STRUTTURE ANTI-TERRORISMO MA INEFFICIENTI E SENZA POTERI

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

DA EUROPOL A EUINTCEN: LOTTA AL CRIMINE ORGANIZZATO E PROCURA FEDERALE

“Se fosse esistita un’intelligence europea o almeno un migliore coordinamento europeo forse adesso non saremmo qui a piangere questi morti”.
Erano passati appena quattro giorni dall’attacco dei terroristi di Daesh a Parigi quando l’italiano Gianni Pittella, presidente del gruppo europeo socialista e democratico, lanciava la proposta di creazione di un servizio di sicurezza dell’Unione.
Tema che ieri l’Italia riprendeva con forza, ribadito da molti esponenti del mondo politico, dal premier Matteo Renzi al suo predecessore Enrico Letta.
Sono passati quattro mesi, l’Europa conta altri morti e di quel progetto non c’è neanche l’ombra. Annunci, bei propositi, promesse di una svolta che probabilmente in pochi vogliono.
Il campo va sgomberato da un equivoco.
Quando si parla di “Fbi europea” — come in molti esponenti dem ripetevano ieri dopo il duplice attentato di Bruxelles — si indica una struttura che, almeno sulla carta, esiste già . Si chiama Europol, ha sede in Olanda nella città  di La Hague ed ha tra i suoi scopi statutari la lotta al crimine organizzato e al terrorismo.
Il problema vero è la sua debolezza. Pur avendo in mano strumenti estremamente potenti — database sofisticati e, ad esempio, la futura gestione del numero identificativo dei passeggeri dei voli, il Pnr — quasi sempre ha una funzione di puro coordinamento richiesto su base volontaria dalla polizia nazionali.
Europol è lo strumento di polizia giudiziaria di un’altra struttura europea, Eurojust, una sorta di procura federale che coordina i magistrati con indagini su crimini che coinvolgono più Paesi europei.
E anche questa struttura sul tema del terrorismo negli ultimi anni non è certo brillata per un particolare protagonismo.
Se in passato — quando a dirigerla era Giancarlo Caselli — ha avuto un ruolo importante nel coordinamento di inchieste sul terrorismo, oggi mostra sempre di più il lato debole: non può esercitare indagini di iniziativa, limitandosi a coordinare i fascicoli delle procure nazionali, come ha ricordato a IlFattoQuotidiano.it lo stesso Caselli.
L’unica struttura esistente in Europa con potere d’iniziativa nelle indagini è l’Olaf, l’ufficio antifrode diretto dall’italiano Giovanni Kessler.
Le competenze, però, sono limitate alle truffe sui fondi europei e non entra nelle eventuali indagini penali che spettano sempre ai singoli stati.
La vera questione va letta tra le righe della dichiarazione di ieri del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Occorre affrontare questa sfida decisiva con una comune strategia, che consideri la questione in tutti i suoi aspetti: di sicurezza, militare, culturale, di cooperazione allo sviluppo”.
In altre parole non è ipotizzabile un servizio di intelligence e di sicurezza nazionale se l’Europa non è in grado di esprimere una visione geopolitica unitaria.
Chi è il nemico? Non sempre la risposta è omogenea. La politica estera e militare dell’Unione è una chimera, una sintesi al minimo comun denominatore, soprattutto nel contesto attuale, con uno scenario geopolitico frammentato e complesso.
Non sono chiari i rapporti con la Russia, ancor meno le relazioni con i Paesi arabi finanziatori di Daesh. Prevalgono sempre e comunque i singoli rapporti bilaterali, soprattutto in tema economico.
Parlare di fallimento dell’intelligence europea vuol dire puntare il dito sull’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ovvero sull’italiana Federica Mogherini.
L’unica struttura di sicurezza esistente dipende — che ha la sigla di EuIntCen — direttamente da lei. Non ha un budget proprio e svolge sostanzialmente un lavoro di raccolta di informazioni classificate per realizzare i report destinati al “ministro degli esteri europeo”.
Da quando la struttura è stata creata — nel 2002, all’epoca di Javier Solana — ha ricevuto molto spesso dure critiche per la scarsa qualità  dei report.
Secondo il centro studi svizzero specializzato nel tema della sicurezza Cross-border Research Association, molti Stati membri si sono lamentati del fatto di ricevere lo stesso livello d’informazione e analisi presente nelle riviste come il Time, l’Economist o Newsweek, ma in ritardo.
Nel 2011, con il passaggio dell’agenzia sotto le dipendenze dell’Alto rappresentante, l’intenzione era quella di rafforzare la struttura.
Un buon proposito che si è scontrato ieri con l’attacco nel cuore dell’Europa.

Andrea Palladino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SEXPLORATION, ANCHE IL MANUALE “GIOCHI PROIBITI PER COPPIE” TRA LE SPESE PAZZE IN REGIONE PIEMONTE

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

COTA E 23 CONSIGLIERI A PROCESSO PER PECULATO E TRUFFA: 5 LEGHISTI, 12 TRA FORZA ITALIA, FRATELLI D’ITALIA E NCD… C’E’ ANCHE UNA TELECAMERA CHE RIPRENDEVA LA CAMERA DA LETTO

L’intera rassegna delle gaffe e degli scivoloni di Palazzo Lascaris della passata legislatura, il lungo e dettagliato riepilogo delle imbarazzanti spese rimborsate con i fondi dei gruppi regionali tra il 2010 e il 2012 – dai campanacci, all’ingresso all’hammam, alla discoteca, all’impianto antifurto per la casa privata, alle mutande verdi del governatore – è quel che attende l’ex governatore leghista Roberto Cota e i suoi consiglieri al termine del processo che ha coinvolto un’intera generazione di politici locali e che è ormai alle battute finali.
Tra le ultime “perle” emerse durante la requisitoria del pm Enrica Gabetta c’è anche l’acquisto, poi rimborsato come tutto il resto dalla Regione, da parte di un consigliere del libro a indubbio contenuto hot “Sexploration. Giochi proibiti per coppie, istruzioni per l’uso”.
Il volume, edito da Mondadori e venduto sui principali siti tra gli 8 e gli 11 euro, “insegna tanti divertentissimi giochi da provare in prima persona, per tenere sempre viva la fiamma della sensualità , con fantasia e allegria”.
Top secret il nome dell’acquirente, che il pubblico ministero ha deciso di non rivelare.
Si sta per concludere, insomma, il dibattimento nei confronti dell’ex governatore e di 23 consiglieri della precedente legislatura, tutti accusati di peculato, qualcuno anche di truffa, per le spese pazze dei rimborsi con il denaro pubblico.
Inizia infatti questa mattina la requisitoria dei pubblici ministeri Giancarlo Avenati Bassi ed Enrica Gabetta dopo oltre un anno di udienze. È il vero conto alla rovescia che interessa gli imputati in attesa di sapere cosa deciderà  il giudice: assolti o condannati e a quale pena.
È stato anche definito il «maxiprocesso dei testimoni», perchè i difensori dei 24 imputati hanno chiesto di ascoltare in aula davanti al giudice Silvia Bersano Bejey centinaia di persone.
E il calendario del processo ha richiesto decine di udienze a partire da gennaio del 2015, a volte una, a volte due a settimana nel tentativo di arrivare prima possibile alla conclusione di questa vicenda giudiziaria che ha travolto la politica piemontese ormai tre anni fa.
Gli imputati, oltre a Roberto Cota cui è chiesto conto di spiegare perchè abbia speso circa 25mila euro del gruppo per ragioni personali compresi i celebri «mutandoni verdi», sono Angiolino Mastrullo, Augusta Montaruli, Lorenzo Leardi, Rosanna Valle, Massimiliano Motta, Roberto Tentoni, Angelo Burzi, Michele Formagnana, Girolamo La Rocca, Daniele Cantore, Alberto Cortopassi e Rosa Anna Costa (tutti del Pdl, poi confluiti nei gruppi di Fi, Ncd, Fdi, Progett’Azione); Massimo Giordano, Roberto De Magistris, Federico Gregorio, Riccardo Molinari e Paolo Tiramani (Lega Nord); Michele Giovine (Pensionati per Cota), Michele Dell’Utri (Moderati); Luigi Cursio (Idv); Giovanni Negro (Udc); Andrea Stara (Insieme per Bresso); Maurizio Lupi (Verdi Verdi, che ha patteggiato la pena per peculato ma è stato rinviato a giudizio per truffa).
La lunghissima trafila di testimonianze, di esame degli imputati, di dichiarazioni spontanee ha sciolto in qualche caso i nodi che restavano nella ricostruzione dell’inchiesta della Guardia di finanza del nucleo di Polizia tributaria.
Ma per lo più ha reso un amaro spettacolo di giustificazioni raffazzonate talvolta smentite direttamente in aula dai pm, come nel caso di Roberto Tentoni che deponendo in aula ha spiegato che le telecamere di sorveglianza che aveva comprato servivano per il suo ufficio nella sede del gruppo, ma poco dopo se l’è dovuto rimangiare quando Avenati Bassi gli ha mostrato le immagini registrate della sua camera da letto.
Sarà  poi il 5 aprile il giorno più importante, quello dedicato alle richieste di condanna. Poi parleranno tutte le difese: È probabile che la sentenza arrivi prima dell’estate.

Ottavia Giustetti
(da “La Stampa”)

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