Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile
LE POTENZE COLONIALI HANNO DEPREDATO L’INTERO CONTINENTE… ECCO PERCHE’ MILIONI DI PERSONE OGGI RISCHIANO LA VITA
Da tempo l’Italia sollecita solidarietà in Europa per condividere l’onere dell’immigrazione. La richiesta, senza successo, è motivata da comunanza d’interessi di fronte a violenza e povertà in Africa.
In effetti, l’esodo attraverso il Mediterraneo non è solo il risultato di miserie attuali.
È conseguenza del più grande crimine nella storia dell’umanità : un delitto perpetrato a Londra, Parigi e Bruxelles — e che ora continua con il concorso di Pechino.
Un crimine che ha causato, dice l’ex-capo Onu Kofi Annan, oltre 250 milioni di morti (neri): per farsi un’idea, il doppio dei morti (bianchi) nelle due guerre mondiali.
Storia e giustizia motivano la richiesta italiana, non solo solidarietà .
Una parola sintetizza la tragedia africana: sfruttamento.
La razzia incessante delle risorse — umane, minerarie, agricole — inizia nel XV secolo, quando i portoghesi mappano coste e sviluppano affari.
Poi Spagna, Inghilterra e Francia trafficano spezie e, in maniera crescente, esseri umani. Per tre secoli gli europei non penetrano all’interno del continente: contano sugli arabi che assalgono i villaggi e organizzano interminabili carovane di prigionieri fino al mare — trasportati a oriente verso il Golfo e l’Asia, e a occidente verso le Americhe.
SCHIAVI TRE SU QUATTRO
Nel ‘600 tre africani su quattro sono intrappolati in una qualche forma di servitù. Inglesi e francesi si distinguono per un lucroso commercio triangolare: trasportano cargo umano nelle Americhe, dove usano le acque fredde del Nord per disinfettare navi purulente di sangue e infestazioni.
Poi caricano zucchero, cotone e caffè che trasportano in Europa (a Liverpool e Nantes). Quindi riempiono le stive di manufatti, alcool, armi e polvere da sparo che barattano in Africa con altre vittime.
La razzia accelera quando, come risultato della guerra di successione spagnola (i trattati di Utrecht del 1713), Londra ottiene il quasi monopolio del traffico di schiavi attraverso l’Atlantico. Il picco è raggiunto alla fine del ‘700 per un totale di 100 milioni di vittime (stima incerta, ma realistica).
All’inizio del ‘800 due mutamenti storici convergono.
Dopo decenni di lotta, il movimento anti-schiavista prevale: nel 1807 il Regno Unito decreta la fine del traffico internazionale di esseri umani; l’anno successivo aderiscono gli Usa. (Non e’ la fine della schiavitù, ma la fine del trasporto nell’Atlantico).
Al contempo, e per recuperare reddito, inizia l’esplorazione del cuore dell’Africa: David Livingstone, H.M. Stanley e più avanti Richard Burton, mappano i fiumi del Congo, scoprono i grandi laghi e trovano le sorgenti del Nilo.
Lo spirito d’avventura anima gli esploratori. La ricchezza delle risorse africane motiva i loro governi, afflitti da problemi economici: una lunga depressione in Francia e Germania (1873-96), un continuo disavanzo commerciale in Inghilterra. L’Africa è ritenuta la soluzione della crisi, grazie alle sue grandiose risorse: rame, diamanti, oro, stagno nel sottosuolo; cotone, gomma, tè e cocco in superficie.
L’OCCUPAZIONE
Entrano anche in gioco interessi individuali — anzi, personali. L’inglese Cecil Rhodes chiama Rhodesia (oggi Zimbabwe) il Paese del quale s’impossessa.
Il re del Belgio Leopoldo II dichiara il Congo proprietà personale e passa dal furto delle risorse umane all’esproprio di quelle naturali.
«Quando, dopo 200 anni, traffici umani, mutilazioni e mattanze terminano, inizia la razzia di avorio e caucciù», scrive Stephen Hoschchild, biografo di Leopoldo. In una storia di avidità e terrore, l’African Company (di proprietà del re) causa 10 milioni di morti ed espropria risorse per decine di miliardi attuali. Venti-trentamila elefanti sono abbattuti annualmente. E il Belgio emerge come il Paese più ricco in Europa.
Inevitabilmente la corsa a derubare l’Africa diventa ragione di scontro tra le potenze coloniali. Intimorito, il Kaiser Guglielmo II convoca la conferenza di Berlino (1884), durante la quale le potenze europee si spartiscono il continente: un accordo che dura fino al 1914.
La demarcazione dei confini coloniali decisa a Berlino violenta le realtà africane: racchiude etnie, religioni e lingue in confini artificiali, al solo fine di perpetuare il saccheggio delle risorse. In breve, i confini tracciati dagli europei allora pongono le basi per la violenza e la povertà di ora.
LA II GUERRA MONDIALE
Dopo la seconda guerra mondiale l’Africa diventa indipendente, con risultati non meno devastanti. In vari Paesi il potere passa nelle mani della maggiore etnia, che raramente coincide con la maggioranza della gente: chi è fuori dal clan è oppresso, spesso fisicamente.
Imitando gli oppressori coloniali, i nuovi despoti gestiscono le risorse come proprietà personale. Rubano quanto possibile. Il resto finisce nelle tasche di amministratori corrotti, finanzia milizie a sostegno del potere e, soprattutto, compra la correità degli investitori esteri — inglesi, francesi e belgi.
Nel primo mezzo secolo d’indipendenza africana gli interessi economico-finanziari europei (a volte americani) mantengono al potere dittatori sanguinari in nazioni artificiali. Rivolte e fame hanno un costo umanitario drammatico.
Una seconda liberazione si delinea dopo il 1990.
Grandi despoti scompaiono, e con essi gli immensi patrimoni da loro saccheggiati. Il comunista Mengistu fugge dall’Etiopia, Mobutu muore in Congo, il nigeriano Abacha spira nelle braccia di una prostituta: questi due ultimi accusati di aver rubato almeno 5 miliardi di dollari a testa.
Soldi impossibili da recuperare: all’Onu ho identificato parte dei fondi di Abacha in banche anglo-svizzere, che gli avvocati dei figli del dittatore hanno subito congelato. Inevitabilmente le risorse rubate ai cittadini africani finiscono con l’arricchire le banche di New York, Londra e Lussemburgo.
LA SITUAZIONE OGGI
Oggigiorno, a distanza di un quarto di secolo, furti e violenza continuano, dal Sudan di Al-Bashir (2 milioni tra morti e rifugiati), al Congo di Kabila (6 milioni di morti); da Zimbabwe di Mugabe, al Sud Africa di Zuma.
In Guinea equatoriale il presidente Obiang, al potere da 35 anni, nomina vice-presidente il figlio Mangue — un vizioso che colleziona auto di lusso, tra esse una Bugatti da 350 mila dollari che raggiunge i 300km/h in 12 sec.
Il settimanale inglese The Economist elenca 7 Paesi africani su 48 come liberi e democratici: tra essi Botswana, Namibia, Senegal, Gambia e Benin.
Altrove gli autocrati perpetuano il potere modificando la costituzione (in 18 Paesi), oppure ignorandola (Congo). Il vincitore «piglia tutto», dice Paul Collier di Oxford: ruba per ripartire le spoglie con quanti l’aiutano a preservare il potere.
Nulla sfugge al suo controllo: parlamento, banca centrale, commissione elettorale e media.
A tutt’oggi, i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati africani continuano a depredare le materie prime dell’Africa. Non solo oro e petrolio, disponibili altrove. Sono soprattutto i minerali rari che interessano: uranio, coltano, niobium, tantalum e casserite, necessari nell’elettronica dei cellulari e in missilistica. Allo sfruttamento ora partecipa attivamente anche la Cina, prediletta dai despoti africani perchè non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente. Insomma, una catena d’interessi stranieri mantiene il continente nella disperazione: parlamenti e amministrazioni sono corrotti; strade, energia elettrica e ferrovie inesistenti.
FUGA VERSO L’OCCIDENTE
A questo punto la gente africana ha una misera scelta: morire di violenza e povertà in patria, oppure rischiare la vita nel Mediterraneo, in un esodo dalle dimensioni bibliche — decine di migliaia di persone negli ultimi mesi, decine di milioni negli anni a venire. Papa Francesco parla di carità . Il governo italiano di solidarietà . Certamente. Soprattutto il mondo riconosca che Londra, Parigi e Bruxelles hanno causato il dramma africano, derubando dignità e risorse a gente già povera. È tempo di risarcimento — com’è avvenuto dopo la prima guerra mondiale, dopo l’olocausto, e a seguito di disastri naturali. Risarcimento in termini di assistenza allo sviluppo (per fermare la migrazione) e in termini d’integrazione (per assistere gli immigrati). L’Italia, con le sue minime colpe coloniali, ha poco da risarcire e tanto da insegnare ai Paesi che ora erigono barriere contro le vittime della violenza europea.
Antonio Maria Costa
(da “La Stampa”)
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Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile
PRIMA DI ACCOGLIERE I PROFUGHI SAREBBE MEGLIO CHE LO STATO INIZIASSE AD ACCOGLIERE IN CARCERE LA FOGNA RAZZISTA, APPLICANDO LA LEGGE VIGENTE
“Ritengo una azione barbara, vigliacca e testimone di profonda immaturità umana quella di chi ha ben
pensato questa mattina, probabilmente mentre celebravo Messa, di manifestare il suo dissenso verso l’avviata iniziativa emergenziale di accoglienza di profughi danneggiando la mia vettura. Sono segnali intimidatori che fanno scaturire dal mio cuore una preghiera perchè si abbassino i toni e ci si riappropri di un guizzo di civiltà “.
La denuncia arriva via Facebook da don Paolo Iannaccone, ex parroco della chiesa di via Manzoni a Trieste e da qualche tempo parroco di San Benedetto Abate, ad Aquilinia.
L’auto di don Paolo ha subìto nelle scorse ore un atto vandalico, un gesto che a detta del prete ha una chiara matrice: il dissenso per l’apertura dell’ex asilo delle suore canossiane di Aquilinia ai profughi.
“C’è tanta delusione – ha commentato ancora ieri don Paolo -, onestamente non mi era mai capitato prima un fatto del genere, però non mi fermo: si va avanti”.
Pochi giorni fa un gruppo di residenti aveva dato vita ad una petizione per dire “no” ai profughi ad Aquilinia. La petizione, che verrà indirizzata al prefetto Porzio, al sindaco di Muggia Laura Marzi, alla Diocesi di Trieste e al Consiglio comunale di Muggia, critica la scelta di utilizzare l’ex asilo delle canossiane, collocato “in un centro con forte densità abitativa, immediatamente vicino alla scuola Loreti, alle strutture sportive e alla chiesa, strutture frequentate da bambini dai sei anni in su”.
Sebbene sia riconosciuto che la struttura in questione risulti di proprietà privata, nello specifico della Diocesi di Trieste, per i firmatari la struttura è inserita in un ambito di “forte interesse pubblico e quindi di particolare impatto sull’abitato”
Nella petizione si legge che i “bambini e minori sono i soggetti meno indicati da esporre a situazioni di turbativa della loro tranquillità , anche se solo potenziali. Nella zona risiedono inoltre molte famiglie di anziani verso i quali la preoccupazione sarebbe la stessa”.
I firmatari chiedono dunque “alle amministrazioni locali, alle istituzioni, alla Diocesi e al prefetto di Trieste di rivedere questa scelta e di trovar luoghi più idonei dove ospitare tali soggetti lontani da centri abitati e da luoghi frequentati da bambini e minori”.
Inosmma, la solita storia che i profughi devono restare invisibili per non turbare la vista dei soliti quattri razzisti di provincia.
Pronta la replica del sindaco muggesano Laura Marzi: “Il Comune è stato informato dal prefetto su una decisione già presa su una struttura privata. Io a mia volta ho informato immediatamente i cittadini, come da accordi, attraverso il web. Fermo restando che questa amministrazione comunale è favorevole al concetto di accoglienza diffusa, ribadiamo che quella di Aquilinia sarà una accoglienza temporanea e prettamente notturna, quindi, pressochè a impatto zero sui residenti”.
Su quanto accaduto a don Iannaccone, Marzi ha espresso la sua solidarietà al prete: “Arrivare a questo genere di intimidazioni significa aver toccato il livello più basso nemmeno concepibile. Sono vicina a don Paolo”.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile
LO SFRATTO A META’ NOVEMBRE
Alla fine il Partito Democratico si arrende e dice addio alla sede di via del Giubbonari.
Dopo l’avviso di sfratto e le minacce M5S in consiglio comunale arriva l’epilogo di una lunga vicenda, conclusa nel peggiore dei modi: una sentenza del Consiglio di Stato che, il 22 settembre, non ha riconosciuto al Pd il titolo a occupare quei locali di proprietà comunale.
In attuazione, per paradosso, di una delibera varata nel 2015 da un’amministrazione di sinistra: fu infatti la giunta Marino, animata dalla pur lodevole intenzione di disboscare la giungla di affitti e concessioni irregolari, a innescare il contenzioso che ha fatto calare il sipario.
Spiega Repubblica Roma:
Processo poi accelerato dal commissario Tronca e chiuso dalla Raggi. Lo sfratto esecutivo, già notificato ai primi di ottobre, verrà eseguito a inizio novembre. Mercoledì, all’ultima assemblea degli iscritti con il commissario romano Matteo Orfini e la subcommissaria Elisa Simoni, si discuterà della nuova sede e la strategia per non disperdere il patrimonio di idee coltivate in via dei Giubbonari per quasi settant’anni. Poi si prepareranno gli scatoloni. E si restituiranno le chiavi. Cercando anche di capire come fare per tornare. Se esiste margine per un accordo sugli oltre 100mila euro di debiti che il Campidoglio rivendica (insieme alla Corte dei Conti) ma il Pd ha sempre contestato.
Frutto di una vecchissima lite sul canone da pagare: le 320 lire mensili stabilite nel 1946 per la locazione, una somma simbolica già allora, nel 1986 sono state infatti rivalutate in 12mila lire, per poi schizzare nel 2010 (con la giunta Alemanno) a 1.200 euro, in base a un complicato calcolo di adeguamento dell’importo iniziale.
Troppi, per i vari segretari di circolo e del partito che si sono avvicendati.
Di certo, una spesa insostenibile per una sola sede di partito. E perciò auto-ridotta, con comunicazione scritta al Campidoglio, a soli 102 euro al mese, «corrispondenti all’originario canone di concessione senza però rivalutazione», spiega Giulia Urso. Risultato?
La morosità già accumulata negli anni si è impennata alla cifra monstre di 170mila euro: a quanto cioè ammonta il totale degli affitti arretrati
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
LE PROPOSTE O MANCANO DEL TUTTO (SU TEMI COME LA LOTTA ALLA CORRUZIONE, IL DEGRADO URBANO, LA POLITICA ESTERA) O SI VA SOLO CON PAROLE D’ORDINE AGITATORIE SENZA COSTRUTTO
Se vuole essere competitiva elettoralmente il problema della Destra italiana è soprattutto uno: trovare
da dire qualcosa di diverso da ciò che dice la Sinistra di Matteo Renzi, (anche quello del leader è un problema, ma è ovviamente subordinato al primo).
Obiettare a queste considerazioni – come hanno fatto nei giorni scorsi alcune voci della Destra stessa – che in realtà Renzi è solo un trasformista che non ha per nulla cambiato il volto della Sinistra, significa volersi consolare con le parole.
Come spiegare infatti, allora, la guerra feroce che sia al vertice che alla base contro di lui conduce una parte considerevole della vecchia Sinistra?
Nè molto di più vale obiettare che Renzi è ben lungi dall’essere riuscito a realizzare il suo programma. Per la semplice ragione che tali parole, dette da destra, suonano a un dipresso come quelle del bue del proverbio che dava del cornuto all’asino.
Dov’è, infatti, tanto per fare un solo esempio, la famosa «rivoluzione liberale» che Berlusconi ci aveva promesso vent’anni fa? Dov’è mai finita?
Il fatto è che da almeno un paio di decenni in Italia l’attività di governo – di qualunque governo, con qualunque programma – è di volta in volta condizionata da una serie così ampia di «precedenti», di contrattazioni con gli alleati, di pressioni corporative e lobbistiche, di trattative con i sindacati, di pareri del Consiglio di stato, di tempi legislativi e di ricorsi legali.
E ancora: di trappole lessicali, di eccezioni costituzionali, di interpretazioni burocratiche, di necessità di regolamenti attuativi, da rendere l’attività suddetta una vera fatica di Sisifo e dai risultati quasi sempre inevitabilmente modesti.
Se poi si aggiungono i fortissimi vincoli esterni (debito pubblico e direttive europee varie), e si considera il fatto che certi obiettivi di fondo non possono che essere in ogni caso eguali per chiunque governi (gli investimenti, lo sviluppo, ecc, ecc.), ne deriva che specie nel campo una volta cruciale delle politiche economico-sociali le differenze possibili tra Destra e Sinistra sono ormai assai limitate.
Sarebbe meglio che così non fosse, naturalmente, ma è giocoforza ammettere che invece è così.
Sicchè è un altro – non solo in Italia: nel resto dell’Occidente è più o meno lo stesso – il terreno dove oggi possono realmente manifestarsi i diversi orientamenti tra Destra e Sinistra, le loro diverse identità se ancora esistono.
Innanzi tutto, come è ovvio, nel tono e nello stile di governo, nella qualità del personale politico-amministrativo, nei modi di parlare al Paese.
Ma poi, direi, specialmente nel campo della politica estera, dell’istruzione, della tutela dei beni artistici e paesistici, dell’immigrazione e dell’integrazione degli immigrati, in ciò che riguarda le questioni bioetiche, l’estensione dei diritti soggettivi, il degrado urbano, il contrasto al crimine organizzato, il divario Nord-Sud, la lotta alla corruzione e allo sfruttamento del lavoro clandestino, l’organizzazione della giustizia, la semplificazione giuridico-amministrativa della vita quotidiana.
Anche in questi settori ci sono vincoli esterni, ovviamente. Ma sono perlopiù di una minore forza, e quindi si prestano ad essere gestiti in modi diversi dalla Destra e dalla Sinistra.
Almeno così come accade in quasi tutti i Paesi paragonabili al nostro.
Dove invece le cose vanno diversamente, dal momento che proprio sui temi anzidetti da parte della Destra politica italiana si manifesta un tradizionale deficit di riflessione e perciò di proposte.
Di proposte vere sottolineo: le quali o in molti casi mancano del tutto (penso a temi come la lotta alla corruzione, il degrado urbano, la politica estera, la tutela dei beni artistici e naturali), ovvero sono sostituite da parole d’ordine dal valore esclusivamente agitatorio come quelle che si sentono ad esempio quando si parla d’immigrazione o di ordine pubblico (tipo: «Bisogna impedirgli di arrivare», «Bisogna rimandarli indietro», «Bisogna sbatterli in prigione e buttar via la chiave» e altre vacuità del genere).
Non solo, ma pure quando capita che su certi temi la Destra decida d’impegnarsi a fondo – è il caso, per esempio, dell’adozione da parte delle coppie omosessuali del figlio di uno dei partner – l’impressione è sempre quella di una sua scarsa capacità di dare alle proprie ragioni la necessaria profondità argomentativa, di essere davvero persuasiva.
Con il risultato di una costante, grande difficoltà a estendere l’area del proprio consenso a settori dell’opinione pubblica diversi da quelli già precedentemente convinti.
Non è un caso che nell’arena della discussione pubblica la Destra politica risulti ormai da anni quasi sempre subalterna (innanzi tutto lessicalmente: si pensi a Berlusconi che non trova di meglio che dire di temere, in caso di vittoria del Sì al referendum, «una deriva autoritaria»!).
Ma per la verità di tutto ciò la Destra politica è responsabile solo parzialmente.
Essa infatti sconta l’assenza nel nostro Paese di quella cultura conservatrice di ispirazione liberal-cristiana che nell’ambito di un regime democratico oggi è l’unica in grado di alimentare una visione delle cose, e quindi anche prospettive e scelte politiche, diverse e in qualche modo alternative rispetto a quelle fatte proprie dalla cultura progressista d’ispirazione scientifico-razionalista.
Cioè dalla cultura che ha dominato fin dall’inizio la vita intellettuale e il mainstream dell’opinione della Repubblica, avendo potuto fruire della massiccia vittoria che le consegnava nel ’45 la modernizzazione fascista.
È così accaduto che, priva in generale di un adeguato retroterra di riflessioni sulla situazione dell’epoca e sulle condizioni del Paese, la Destra politica italiana sia andata consumando le proprie vittorie – ottenute solo grazie a un elettorato in maggioranza ostile alla Sinistra – in un velleitario affastellamento programmatico e pratico.
Dove ha prevalso di volta in volta l’intonazione individual-liberista o il riflesso corporativo-protezionista, dove spunti di sapore clericale si sono alternati a simpatie libertario-libertine, dove la piatta fedeltà all’Occidente e all’Europa si è mischiata a ambizioni filorusse, filoarabe e a quant’altro potevano suggerire gli antichi sogni nazionalistici.
Senza contare, poi, che ognuno di questi orientamenti troppo spesso non è mai riuscito ad andare oltre la frase roboante, la recriminazione pretestuosa o il proposito esibito e non mantenuto.
A un dipresso le cose sono andate fino ad oggi così. Solo che oggi è arrivato un signore chiamato Matteo Renzi, e il profilo della Sinistra è radicalmente cambiato. Forse, se vuole avere ancora qualcosa da dire, sarebbe ora che lo facesse anche la Destra.
Ernesto Galli della Loggia
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
DALLE VERIFICHE DEI NAS NEGLI ULTIMI 10 MESI EMERGE CHE META’ DEI LOCALI NON SONO IN REGOLA, IGIENE SCARSA, CIBI CONTAMINATI, ANCHE NEI NEGOZI RINOMATI
C’è il negozio di delicatessen – Franchi – con le cucine dai pavimenti così unti da sembrare un’ officina (ma la pagnotta caduta sarà buttata o riciclata?).
E c’è il ristorante con le tovaglie a quadretti – Osteria Coppelle- dove gli insetti, oltre a popolare le cucine, s’infilano anche nel registratore di cassa.
Al punto che, durante un controllo degli ispettori della Asl Roma A, si è assistito all’estrazione dell’intruso dal portello dello scontrino.
C’è l’ etnico giapponese assai di moda – Oishi Sushi – con le feci di roditore nell’area di preparazione dei pasti e in magazzino.
E c’è la cornetteria storica – uscita metro di via Barletta – senza cappe ma con blatte (e se una precipitasse nell’impasto?).
Casi estremi che rischiano di gettare ombre sulla categoria. Ma anche segnali da cogliere in una città che vive di eventi e flussi turistici.
I dati raccolti dai carabinieri del Nas durante l’anno giubilare, fra novembre 2015 e ottobre 2016, raccontano una realtà alquanto crepuscolare.
I nomi appena elencati rappresentano un caso. Un caso superato con la chiusura del locale prima e il ritorno alla regola poi, ma comunque un pessimo esempio.
In estrema sintesi i controlli hanno evidenziato che un ristorante su due ha qualche irregolarità e uno su quattro rischia la chiusura per motivi igienici.
Complessivamente sono state fatte 521 multe per un valore di 658mila euro.
Sequestri per un valore di circa 20mila euro fra olio (2.750 litri confiscati) prodotti a base di carne (2.300 kg) e pesce (1.430 kg).
Su 727 locali ispezionati, essenzialmente nell’area del centro storico, solo il 51 per cento era completamente in regola, mentre per il 49 per cento (ossia in 357 casi) l’ispezione ha dato «esiti non conformi»
Le violazioni
Trecentoventiquattro titolari sono stati denunciati alla Asl, mentre per trentatrè è scattata l’indagine penale: il locale violava le leggi sulla sicurezza nel lavoro oppure gli alimenti erano in cattivo stato di conservazione e perfino adulterati.
La notizia buona è che tutti quelli pizzicati si sono messi rapidamente in regola. Quella cattiva è che anche le nuove leve giocano a rimpiattino con la normativa e incrociano le dita sperando che nessuno li stani.
All’interno di quel 49% che abbiamo visto c’è di tutto un po’: dal locale che tiene i disinfettanti accanto ai fermenti lattici a quello con gli insetti sui prosciutti.
Fra grandi marchi della ristorazione piegati ai numeri industriali del grande viavai turistico e nuove leve zavorrate dall’imperativo del contenimento dei costi – magari sacrificando pulizia, sicurezza e decoro – l’offerta romana rischia la multa o l’oblio.
Non solo aspetti negativi
Gli esperti del Nas preferiscono sottolineare gli aspetti meno negativi: «La precarietà non è più una costante della nostra ristorazione – dicono – l’offerta è in linea con gli obiettivi qualitativi della norma».
Certo, per molti che vivacchiano ai margini della legalità ce ne sono tanti altri che rispettano le regole. O almeno quelle basilari, l’abc della professione.
Ma poi c’è l’escamotage. Le liberalizzazioni hanno forzato la mano a tutti? Un po’. Anche i bar hanno il loro menù con tanto di secondo e contorno? Senz’ altro.
Il meccanismo di autotutela
Esistono però meccanismi di autotutela (Haccp) e cioè: io ristoratore mi sottopongo una tantum al controllo esterno di un ente certificatore, una sorta di consulente che supervisiona il luogo di lavoro, i magazzini di stoccaggio della merce, gli spazi per la clientela e mi adeguo: divido le posate dai detersivi, sbrino i freezer puntualmente, tengo le tovaglie al riparo dalla polvere, pulisco i pavimenti con regolarità .
Ecco però che un 25% di quei 324 locali risultati non conformi non si è adeguato affatto. E allora forse tra quel 25% non si troveranno addirittura gli scarafaggi ma la qualità sarà ugualmente a rischio.
I menù
C’è poi la vecchia storia dei menù. Dove il tonno è sempre catturato in Sicilia e la triglia è sempre pescata in Toscana. Qui stando alle verifiche degli esperti il giochetto è frequente e spesso si accoppia con la mancata tracciabilità degli alimenti, riscontrata nel 15% dei casi.
Fra i sanzionati anche Gusto, la Terrazza Barberini e la Fiorentina. Ma tanta approssimazione ha contagiato anche i colossi del fast food se, com’è accaduto lo scorso aprile, gli ispettori hanno dovuto chiudere anche il Chicken Hut di via Prenestina: le blatte avevano raggiunto le derrate alimentari
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
TRA I PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO VINCE IL SI’… 43 COMITATI DEL SI’, 27 QUELLI DEL NO
Ha fatto discutere il viaggio di Maria Elena Boschi in Sud America per diffondere il verbo del sì al
referendum costituzionale nella grande comunità di italiani che vivono in quei paesi.
Appena passata la bufera sulle spese della ministra, e il grillino Luigi Di Maio il 17 ottobre scorso annuncia il suo “tour mondiale” per convincere gli italiani all’estero delle buone ragioni del no.
Sono quattro milioni i voti in ballo, e potrebbero rivelarsi addirittura decisivi. Lo dimostra il fiorire di comitati in giro per il mondo, diviso come l’Italia, tra sì e no.
All’estero, almeno stando ai numeri dei comitati aperti, prevale il sì, forte anche della struttura del Partito Democratico con i suoi circoli sparsi un po’ dappertutto.
Sono 43 i comitati “Basta un Sì” e 27 quelli del variegato schieramento del no.
A fare la parte del leone ci sono l’Europa e, in generale, i paesi di emigrazione italiana.
In Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti e Australia si sono organizzati sia i sostenitori del sì che quelli del no.
Ma la campagna elettorale è nel vivo in tutto il mondo.
Dalla Svezia, dove c’è il Comitato per il Sì Svezia, ad Hasselby vicino Stoccolma, fino al Venezuela, dove nella capitale Caracas c’è un comitato per il no. Per giungere alla Sky Tower di Abu Dhabi negli Emirati Arabi, indirizzo di un comitato per il sì.
In prima linea ci sono i parlamentari eletti all’estero.
Come il Pd Marco Fedi, presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Australia. Ma la sua casella di posta istituzionale della Camera risulta, dalla mappa dei comitati “Basta un Sì”, come la mail di riferimento del comitato tunisino per il Sì al referendum.
Mentre Francesca Lamarca, sempre del Partito Democratico, ha dato il suo indirizzo di posta di Montecitorio come contatto del comitato per il sì di Toronto, in Canada, la città dove è nata nel 1975.
Un altro deputato dem, Gianni Farina, guida il comitato Basta un Sì — Sì della Ragione con sede a Uster, in Svizzera. Nella cittadina del Canton Zurigo vive una folta comunità di italiani, e i sostenitori del sì si riuniscono nell’associazione culturale “Svizzera Italiana”.
Ma il boom del sì è a Londra. Nella capitale del Regno Unito si contano ben quattro comitati per il sì, coordinati da quello che fa riferimento al circolo del Pd di Londra.
Il segretario dei democratici “londinesi”, Roberto Stasi, impegnato nella campagna elettorale anche in Irlanda dice: «La nostra è un’iniziativa di partito, ma nel comitato ci sono anche persone senza tessere, inoltre coordiniamo gli altri gruppi a Londra, tra cui uno animato da giovani della Uil».
Continua Stasi, 34 anni impiegato in una banca inglese: «Io sto girando tutto il Regno Unito, da Edimburgo a Dublino, non solo l’Inghilterra, e facciamo volantinaggio in qualsiasi luogo dove ci possano essere italiani, persino ai concerti di Zucchero e Laura Pausini».
Il segretario del Pd di Londra commenta: «A me non interessano le beghe interne del Pd, e ho notato che qua i dibattiti sono più incentrati sui contenuti della riforma che sulle polemiche politiche, gli italiani all’estero vogliono capire».
Lo stesso concetto è ribadito da Maurizio Manca, referente del comitato per il No a Ginevra, altro posto dove c’è una numerosa comunità italiana: «Qua c’è più spirito critico, agli incontri ai quali partecipano dalle 40 alle 80 persone ogni sera, non vedo tifosi sfegatati come in Italia».
Il comitato di Ginevra riunisce al suo interno molte anime del No: c’è Anpi Ginevra, Libera, Il Circolo Libertà e Giustizia, e l’associazione “A Riveder Le Stelle” fondata proprio da Manca.
Che specifica: «Io sono un attivista del Movimento Cinque Stelle, ma in questo caso “a riveder le stelle” è una citazione dall’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri».
Domenico Di Sanzo
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SONDAGGIO ABC CERTIFICA L’AUMENTO DEL DISTACCO: 50% A 38%…E NEL VOTO FEMMINILE IL DIVARIO SALE AL 20%
Hillary Clinton è avanti di 12 punti su Donald Trump.
E’ quanto emerge da un sondaggio di Abc, secondo il quale la candidata democratica ha il 50% delle preferenze, contro il 38% del rivale.
Negli ultimi giorni Hillary pare aver preso il volo, da qui si capisce anche il nervosismo manifestato in più occasioni dal candidato repubblicano che comincia a mettere le mani avanti, parlando di blogli.
Nella discesa di consensi per Trump hanno sicuramente pesato i tre confronti Tv con la candidata democratica che lo hanno visto sconfitto tre volte.
Ma anche il fatto che tutti i maggiori esponenti repubblicani hanno preso le distanze da un candidato che non rappresenta vaste fasce del loro elettorato tradizionale.
Da segnalare un altro fatto: la Clinton è in testa anche fra le donne, con il 55% delle preferenze a fronte del 35% del tycoon.
Un divario enorme del 20% che rende ancora più evidente l’errore di aver scelto un candidato improponibile per l’elettrice media americana, con i suoi scheletri dell’armadio mai rimossi e i toni fuori dal mondo sull’universo femminile.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
UN GRUPPO DI PARLAMENTARI USA LE CHAT SEGRETE PER NON FARSI BECCARE DALL’UFFICIO COMUNICAZIONE
Una fronda che raccoglie il fronte anti-Di Maio nel MoVimento 5 Stelle sta lavorando per candidare
Chiara Appendino come premier alle prossime elezioni politiche.
Lo racconta oggi Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, non nascondendosi però che l’ideona pare irrealizzabile visto che andrebbe contro le regole del M5S.
Ma sono interessanti sia le modalità con cui tutto questo sta avvenendo, sia la dimostrazione implicita delle acque agitate tra i grillini.
Racconta il quotidiano che la fronda raccoglie attivisti e parlamentari che usano Telegram e un codice (addirittura!) per non farsi “beccare” dall’ufficio comunicazione della Camera, custode della volontà di Di Maio:
Sono attivisti e parlamentari. Si parlano su chat che scompaiono su Telegram e usano parole in codice quando c’è in ascolto qualcuno sospettato di poter riferire. Chi non deve sapere sono l’ufficio della Comunicazione e i sodali di Luigi Di Maio.
Il vicepresidente della Camera appare indebolito dalla vicenda della mail sul caso Muraro, da alcune gaffe, dai retroscena fatti uscire su blog vicini ai 5 stelle sui 100mila euro spesi in eventi elettorali.
Più in generale, dall’estrema visibilità conquistata in pochi anni e considerata da molti — dentro al Movimento — immeritata. Così, spunta l’idea di un altro candidato premier
Qualcuno che — a differenza del vicepresidente della Camera — abbia una laurea e almeno un’esperienza a livello amministrativo.
Il nome è quello di Chiara Appendino. Il suo portavoce è stato intercettato, una decina di giorni fa, negli uffici della Casaleggio Associati a Milano.
Era andato a parlare con Davide, con cui i contatti sono continui. Non per niente, la prima cittadina di Torino è stata ufficialmente definita “il sindaco 5 stelle doc” sul blog di Beppe Grillo.
Ha avuto gli abbracci e il calore del fondatore, che è andato perfino a cena a casa sua. E riesce ad averne il sostegno appena chiama, come nel caso del buco di bilancio denunciato giovedì scorso.
Il problema però, e lo spiega la stessa Repubblica, è che una decisione del genere è contro le regole del MoVimento.
Ovvero la regola dei due mandati che metterebbe fuorigioco sia la Raggi che la Appendino anche se volessero tentare la riconferma sulla poltrona di sindaco.
E il divieto di interruzione di mandato per candidarsi a qualcos’altro, che veniva utilizzata anche per ricordare l’impossibilità di candidare un big a Roma prima delle comunarie vinte dalla Raggi.
Di certo c’è che dall’epoca delle mail e della polemica su Roma c’è una guerra interna al M5S che ha coinvolto i piani alti e membri di primo piano del direttorio.
All’epoca della riunione tra i vertici del MoVimento 5 Stelle e dei parlamentari di due settimane fa a Roma una fronda interna ha tentato di mettere in discussione il suo ruolo nel MoVimento:
A preoccupare maggiormente Di Maio, però, è la situazione interna al Movimento. Le diverse anime pentastellate in Parlamento sono divise in piccoli gruppi. L’ala più numerosa, quella ortodossa capeggiata da Roberto Fico, è al centro di alcune indiscrezioni sul presunto tentativo di richiedere una assemblea congiunta per parlare proprio delle prerogative del vicepresidente della Camera.
I fatti risalgono a due settimane fa, al giorno successivo alla partenza di Beppe Grillo e Davide Casaleggio da Roma dopo il loro blitz e il loro reiterato invito a rimanere uniti, compatti.
Un drappello di deputati ortodossi sonda gli umori e inizia a chiedere una riunione. La voce arriva a un ex capogruppo alla Camera, che decide di stoppare il tentativo, facendo circolare la voce.
I vertici, che si sentono scavalcati dopo i loro inviti, intervengono con il pugno duro e da quel momento scende il gelo con l’ala ortodossa.
La situazione non è migliorata certo ieri, dopo alcune fughe di notizie sulle tensioni interne. Grillo e Casaleggio si sono sentiti di prima mattina e hanno esortato personalmente Fico a prendere posizione.
«Nel Movimento 5 Stelle non ci saranno mai correnti interne – ha scritto in un post su Facebook il presidente della Vigilanza Rai –. Si lavora a un obiettivo comune che è quello di cambiare il Paese». «Tutto il resto sono chiacchiere da bar», ha concluso. Lo stesso Di Maio, poco più tardi, ribadisce la linea.
Questo è il secondo tentativo. Probabilmente andrà a vuoto anche questo.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
DA ACTIONAID A SAVE THE CHILDREN: ECCO I LORO PROGRAMMI
C’è chi ha totalizzato milioni e chi poche centinaia di migliaia di euro. Alcune associazioni hanno affidato la scelta sulla destinazione dei fondi a comitati ad hoc, altre si concentrano su una platea ben precisa di beneficiari, per esempio i bambini.
A due mesi dal sisma che ha colpito il Centro Italia, si può fare un primo punto sulla raccolta di aiuti e su come i soldi donati sono stati o saranno spesi.
Per esempio Save the children ha raggiunto quota 2 milioni e ne ha utilizzato il 14% per la prima emergenza mentre il resto andrà a finanziare un centro socio educativo e una scuola.
La Caritas, invece, con i 6,5 milioni ricevuti finora intende sostenere la ripartenza delle attività agricole e imprenditoriali e aiutare le famiglie nelle spese per istruzione, salute e assistenza agli anziani.
Alla Protezione civile oltre 15 milioni. Scelta dei progetti a un comitato di garanti — Onlus e ong a parte, la raccolta più fruttuosa è stata quella della Protezione civile, che ci è chiusa il 9 ottobre con oltre 15 milioni di promesse di donazioni attraverso il numero solidale 45500.
I soldi verranno versati su un conto infruttifero aperto presso la Tesoreria centrale dello Stato e saranno usati per ricostruire edifici pubblici scelti da un comitato di garanti tra quelli proposti dalle Regioni colpite.
I garanti, che devono ancora essere nominati, avranno anche il compito di assicurare la trasparenza nella gestione delle risorse e autorizzarne il trasferimento agli enti locali.
Nel frattempo il Dipartimento guidato da Fabrizio Curcio continua a assistere oltre mille persone ospitate ancora in tende, alberghi e altre strutture ricettive nelle province colpite dal sisma
Per la Croce rossa comitato etico guidato dall’ex presidente della Corte dei Conti
La Croce Rossa italiana ha raccolto oltre 10 milioni di euro, ma per le prime fasi di emergenza non ha toccato quei soldi: come nel caso della Protezione civile, saranno destinati a “progetti permanenti” scelti da un comitato etico ad hoc nominato a inizio ottobre.
Lo compongono Raffaele Squitieri, ex presidente della Corte dei Conti, Giorgio Cancellieri, ex generale dei Carabinieri, e il docente di Diritto internazionale Paolo Benvenuti.
Il comitato, fanno sapere dalla Cri, sarà garante “nel processo di progettazione e ricostruzione insieme a un capo progetti dedicato solo a questo”.
I fondi, comunque, serviranno “per progetti permanenti destinati al territorio, ideati con meccanismi partecipativi con i Comuni colpiti e le popolazioni, di concerto con il commissario Vasco Errani e la Protezione civile”.
Intanto però è stato sostenuto il progetto #iocisono della Nazionale cantanti per la costruzione di tre centri polifunzionali nei comuni di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto.
Nella prima fase di emergenza, poi, gli operatori di Croce Rossa sono stati presenti nel campo base di Pretare, nei poli logistici di Roma, Bresso, Avezzano, Rieti e Castel di Lama e a Norcia per attività di carattere sanitario, mentre nella sede provvisoria del comitato Cri di Amatrice vengono organizzate attività sociali e ricreative e con l’arrivo del freddo è iniziata la distribuzione di vestiario.
Da ottobre sono poi stati messi a disposizione degli allevatori di Amatrice e Accumoli venti camper per consentire loro di continuare nell’attività .
Save the children ha interrotto la raccolta il 15 settembre dopo aver raccolto (per il 65% dalle aziende partner) i circa 2 milioni di euro preventivati.
Il 14% circa è stato destinato agli interventi immediati di prima emergenza, quelli fatti dal 26 agosto al 26 ottobre. Il rimanente 86% è destinato invece a attività da realizzare fino a giugno 2018. Già il 26 agosto la ong ha allestito uno “spazio a misura di bambino” nella tendopoli di Amatrice, con un team di educatori, psicologi e logisti.
In seguito un altro è stato aperto nel campo di Grisciano, frazione di Accumoli.
Al momento della chiusura del campo, il 10 settembre, i collaboratori dell’organizzazione hanno seguito la popolazione ospitata nell’hotel di San Benedetto del Tronto in cui è stata trasferita.
Altri interventi di supporto sono stati realizzati per una trentina di bambini e insegnanti alla ripresa dell’anno scolastico.
Con gli psicologi dell’emergenza del Centro Alfredo Rampi sono stati organizzati incontri di formazione per gli insegnanti dell’Itis Fermi di Ascoli e quelli della scuola primaria e secondaria dell’Istituto Comprensivo di Roccafluvione e Venarotta per aiutarli a rapportarsi con i ragazzi che hanno vissuto il trauma del terremoto e individuare i casi che hanno bisogno di un sostegno specifico.
Nel medio periodo è prevista poi l’apertura vicino alla nuova scuola di Amatrice di un nuovo Centro socio-educativo con laboratori dedicati alla musica e alle attività artistiche, un’area dedicata alla lettura, alla navigazione protetta su internet e alla multimedialità e a attività sportive e di accompagnamento allo studio.
Ospiterà anche la mensa scolastica della scuola. Save the Children garantirà la supervisione delle attività educative e la copertura dei costi fino alla fine del 2018. In più fornirà al comune di Corridonia (Macerata) un prefabbricato ad uso scuola.
Il camper di ActionAid per raccogliere le richieste dei terremotati
ActionAid si ferma a poco più di 100mila euro di donazioni, che ha usato finora per sostenere lo sviluppo della piattaforma informativa non profit Terremotocentroitalia.info e del relativo gruppo Facebook, lanciati da un gruppo di esperti informatici e cittadini per aggregare informazioni, foto, richieste e offerte di aiuto, informazioni sulla viabilità .
Nel lungo periodo diventerà uno strumento per il monitoraggio partecipato della ricostruzione. In più un camper della ong gira tra i paesi colpiti per raccogliere le loro richieste e segnarle alle autorità e alle associazioni partner.
Insieme al ministero dell’istruzione ActionAid lavora anche per aiutare gli insegnanti ad affrontare la didattica dopo l’emergenza e le famiglie con attività di doposcuola.
Caritas impegnata nel sostegno alle attività agricole
“Abbiamo raccolto finora circa 6,5 milioni di euro”, racconta Andrea La Regina, responsabile nazionale per le emergenze e i macro progetti di Caritas, “ma sul nostro conto continuano ad arrivare offerte. Ci concentriamo sui bisogni delle famiglie e sulle attività agricole, di allevamento e imprenditoriali nelle zone di Amatrice e Accumoli e nei comuni che insistono sulla diocesi di Ascoli. I nostri aiuti sono sussidiari a quelli dello Stato, per questo prima di decidere dove intervenire con eventuali progetti di lungo termine come un centro di comunità polifunzionale attendiamo di sapere dove insisteranno le casette e se la ricostruzione avverrà effettivamente sulle aree dei comuni distrutti”.
Dal Cesvi supporto psicologico ai bambini vittime del sisma
Il Cesvi, che non fornisce dati perchè “la raccolta è ancora aperta”, all’inizio dell’anno scolastico ha distribuito materiale nelle scuole di Montegallo e Arquata del Tronto e ora sta collaborando con l’ufficio scolastico provinciale di Ascoli Piceno e Fermo e l’associazione psicologi di emergenza Sipem Sos per sostenere i bambini con un “percorso di ascolto e conforto”.
Obiettivo del progetto, battezzato ‘Scuola resiliente’, è prevenire la cronicizzazione del disagio psicologico dei bambini vittime del sisma. Psicologi esperti organizzeranno con questo obiettivo attività e laboratori finalizzati all’emersione e alla gestione delle emozioni e delle rappresentazioni dell’esperienza negativa vissuta dai più piccoli.
Arci si concentra sulle attività culturali
La campagna di raccolta fondi dell’Arci “è stata prevalentemente interna, rivolta ai circoli”, spiega Greta Barbolini, dirigente di Arci Modena.
“Di conseguenza non abbiamo raggiunto grandi cifre: siamo intorno ai 65mila euro. Abbiamo quindi deciso di concentrarci sulle attività culturali, provando a farne un’occasione per impedire la disgregazione delle comunità locali. Abbiamo rimesso in campo il bibliobus già sperimentato dopo i terremoti dell’Aquila e dell’Emilia: un piccolo bus di linea trasformato in biblioteca ambulante che fa tappe nei borghi distribuendo libri dall’area reatina a quella abruzzese e marchigiana. In inverno faremo una pausa. Poi concorderemo altri interventi con gli enti locali: vorremmo offrire altre attività e spazi per il tempo libero, in modo da restare vicini alla nostra ragione sociale”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: terremoto | Commenta »