Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL CASO DELL’ESTREMISTA CHE HA SPARATO CONTRO QUATTRO AGENTI SI APRONO ALTRI SCENARI
Le testimonianze raccolte tra i suoi vicini di casa lo descrivono come un uomo gentile, buono, “forse un po’ strano”.
Mercoledì all’alba, quattro poliziotti hanno fatto irruzione nella sua casa di Georgensmuend, paesino di seimila anime in provincia di Norimberga.
E il ‘Reichsbuerger’, il ‘cittadino del Reich’ Wolfgang P. ha aperto il fuoco alla cieca, con una violenza inaudita, colpendoli tutti.
Uno di loro è morto ventiquattr’ore dopo, in ospedale. E in casa, il disoccupato 48enne aveva un vero e proprio arsenale di armi da fuoco.
A distanza di due giorni dall’episodio registrato in Baviera che ha sconvolto la Germania, attorno a questi nostalgici dell’Impero sta montando un caso politico. Anzitutto, perchè è emerso che anche nella polizia si nasconderebbe qualcuno di essi. Contro quattro agenti bavaresi sono stati avviati procedimenti disciplinari perchè sospettati di essere a loro volta dei ‘Reichbuerger’, come ha ammesso il ministro dell’Interno della Baviera, Joachim Herrmann.
E il capogruppo della Spd al Bundestag, Thomas Oppermann, parla di un fenomeno “troppo a lungo sottovalutato”.
Il responsabile dell’Interno federale, Thomas De Maizière, ha annunciato dunque che i ‘Reichsbuerger’ saranno maggiormente nel mirino dai servizi segreti. Finora erano considerati un movimento ‘spaccato e molto eterogeneo’.
Nel frattempo, l’appassionato di arti marziali della sparatoria di mercoledì è stato trascinato in tribunale con l’accusa di omicidio e sbattuto in carcere.
E tutti gli indizi confermano ormai che ultimamente si fosse radicalizzato diventando, appunto, un ‘Reichsbuerger’.
Si tratta di un movimento di estrema destra dai confini incerti – costituito piuttosto da lupi solitari che da veri e propri gruppi organizzati – che rifiuta la Repubblica federale, si rifugia in deliranti teorie complottiste per non pagare tasse e multe, respinge qualsiasi rapporto con lo Stato e sostiene che la Repubblica federale nata dalle ceneri della Seconda guerra mondiale non esista.
Per questi estremisti, ci troviamo ancora nella Germania imperiale e i confini sono quelli del 1937.
La violenza con cui Wolfgang P. ha reagito al blitz della polizia, intenzionata a sequestrargli decine di armi da fuoco legalmente detenute in casa che le autorità non si fidavano più di lasciare in mano ad un cittadino diventato sempre più strano e imprevedibile, non è atipica.
Quest’estate un altro fanatico della Germania imperiale aveva aperto il fuoco contro alcuni agenti della polizia, per fortuna senza conseguenze drammatiche.
Wolfgang P., in arte ‘Wolfgang Johannes von Roth’, si era fabbricato una patente in casa, aveva un finto stemma nobiliare appeso all’ingresso, ed era – tipico per un Reichsbuerger – un evasore totale.
Mesi fa aveva restituito la carta d’identità al Comune, ma ai perplessi dipendenti statali non era rimasta altra scelta che rispedirgliela a casa.
Il suo profilo Facebook, altrettanto tipicamente, pullula di teorie complottiste e antisemite e vanta una foto del presidente della Repubblica e mezzo governo Merkel con la scritta: ‘Colpevoli: impicchiamoli!’.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
MA IN ITALIA SI PUO’ ISTIGARE ALL’ODIO RAZZIALE DA UNA CATTEDRA SENZA CHE NESSUNO IMPEDISCA IL REATO O CHIEDA UN TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO
Attacca i bambini musulmani, i migranti in arrivo, ai quali augura «di affogare», e l’accoglienza di quanti
fuggono dalle guerre, considerati «la peste del terzo millennio».
La pagina Facebook della professoressa veneziana Fiorenza Pontini (pagina che, una volta scoppiato il caso, è stata rimossa – ndr) è un florilegio di invettive contro gli stranieri, improperi contro Renzi e il sindaco di Venezia Brugnaro.
Peccato che la donna, 59 anni e due figli, esprima con assoluta naturalezza i suoi pensieri, secondo le accuse, anche davanti agli alunni del liceo Marco Polo in cui insegna.
L’intervento del Miur: «E’ già al centro di due procedimenti disciplinari»
E ora sul caso interviene proprio il Miur che all’Ansa spiega che l’insegnante è già al centro di due procedimenti disciplinari avviati dall’Ufficio Scolastico del Veneto a seguito di segnalazioni pervenute nelle scorse settimane.
«L’amministrazione – fa sapere il Miur – è intervenuta in modo tempestivo sul caso del quale è stata interessata anche la procura della Repubblica di Venezia».
Un collaboratore dei due deputati di Sinistra Italiana, che hanno denunciato il caso, ha raccolto nel tempo i commenti increduli di alunni e insegnanti della professoressa. Racconti, sotto promessa dell’anonimato, che dicono come l’insegnante non si faccia riguardi a esporre dalla cattedra le sue idee. Prima al liceo Foscarini e ora al Marco Polo
Le frasi choccanti postate su Facebook
Ma le frasi più choccanti sono riservate ai migranti. Alla notizia del malore di un imam portato in ospedale si augura il 18 agosto: «almeno morissero tutti»; il 20 agosto è dispiaciuta sentendo «che più di qualche profugo si salva. Questa invasione è la peste del terzo millennio, con la differenza che la malattia è stata sconfitta questa ce la terreno ad infinitum».
Se la prende poi con i vigili urbani, colpevoli di essere troppo teneri, in fatto di sanzioni, con gli stranieri. «Se scrivo che siete degli inetti e ignoranti sono buona. Siccome dai bambini non beccate un centesimo – è l’accusa – li fate sgomberare ma ai commercianti abusivi neri o di qualsiasi altra razza permettete qualsiasi porcheria. Infami schifosi corrotti andare a cagare».
Il 15 luglio si lascia andare all’ennesima frase razzista: «musulmani tutti delinquenti vanno estirpati alla radice».
In un post, cancellato peraltro in queste ultime ore, riportava il 22 luglio il suo personalissimo concetto di solidarietà : «bisogna eliminare anche i bambini dei musulmani tanto sono tutti futuri delinquenti»
La preside: «Ci ha chiesto scusa»
«Mi ha telefonato stamane, sembrava molto dispiaciuta e mi ha chiesto scusa» riferisce la preside, Annavaleria Guazzieri, che conferma di aver segnalato il caso all’ufficio scolastico regionale non appena appreso dei post da alcuni studenti e dai loro genitori, prima che la vicenda divenisse di dominio pubblico.
«Mi ha detto che queste frasi – prosegue la dirigente – le aveva scritte in estate. Sinceramente come scuola di lei non sapevamo molto. È arrivata a settembre ed abbiamo solo il suo curriculum. Dal punto di vista didattico non c’erano state lamentele».
La preside spiega di aver segnalato il suo caso direttamente al provveditorato scolastico provinciale, cui spetta decidere nel caso di azioni disciplinari che superino i 10 giorni di sospensione.
Accuse anche ai politici
Nei post che compaiono in Rete, la donna rivolge parole tutt’altro che gentili nei confronti di molti politici italiani, da Laura Boldrini a Matteo Renzi, da Beatrice Lorenzini al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro.
Per lui, si sussurra, sarebbe passata da una timida simpatia, tanto da scendere in politica con la lista «MestreVenezia-due grandi città », alle invettive più crude, dopo aver scoperto che il primo cittadino-imprenditore aveva sposato la causa della non separazione del capoluogo lagunare da Mestre.
(da “il Secolo XIX”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA DIFESA CHIEDE LA “MESSA IN PROVA” DELL’IMPUTATO
Prima condanna al processo per corruzione elettorale relativo ad alcuni contestati episodi di voto di scambio avvenuti al primo turno delle ultime elezioni amministrative del Comune di Ventimiglia, il 24 maggio del 2014.
Dei sei imputati, oggi il gup Caterina Lungaro di Imperia ha condannato, in abbreviato, a un anno di reclusione (pena sospesa) e 400 euro di multa Luigi Alaimo, considerato l’ intermediario di Galardini nella compravendita di voti con undici famiglie ventimigliesi.
L’imputato principale risulta l’allora candidato della lista di Forza Italia Emilio Galardini, imprenditore, la cui difesa ha chiesto l’applicazione della «messa in prova» per pene di lieve entità .
Nei giorni scorsi si è aperto il processo per altri quattro imputati, che hanno scelto il rito ordinario: l’ex assessore comunale di Ventimiglia, Salvatore Spinella, anch’egli della lista di Forza Italia, accusato di aver promesso un appartamento di edilizia popolare e un lavoro, in cambio del voto; quindi, Cristian Arleo, che fotografò il voto di Galardini ai seggi; Giovanni Nicolò, accusato della violazione del decreto legge del 2008, per avere fotografato il proprio voto con il cellulare.
In ultimo, Girolamo Greco accusato di aver votato Galardini in cambio di un posto di lavoro.
In questo caso c’è pure un’intercettazione telefonica in cui Greco dice a Galardini di aver fatto il proprio dovere e che deve (Galardini) rispettare le promesse.
L’indagine prese le mosse, quando un elettore venne sorpreso a fotografare il voto.
(da “il Secolo XIX”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
MEDICI CATTOLICI: “SE DONNA IN PERICOLO, SI DEVE INTERVENIRE”
Vaticano e medici cattolici chiariscono. 
Chiarimenti che giungono dopo il caso della morte di Valentina Milluzzo, anche se la Procura ha spiegato che non è una morte conseguente al fatto che i dodici medici presenti in reparto, erano tutti obiettori di coscienza .
Sono comunque tutti indagati dalla Procura di Catania con il reato ipotizzato di concorso in omicidio colposo plurimo.
Un atto dovuto, per fare eseguire come incidente probatorio l’autopsia su Valentina Milluzzo, la donna di 32 anni alla diciannovesima settimana di gravidanza, deceduta il 16 ottobre scorso dopo aver perso, con altrettanti aborti, i due gemellini che aspettava in seguito alla fecondazione assistita.
Per i magistrati, che tutti i 12 medici fossero obiettori di coscienza è un falso problema, o comunque non è un problema attinente al caso.
La Procura guarda attraverso la cartella clinica ai protocolli d’intervento e di assistenza prestata alla paziente, oltre che ai controlli ai quali è stata sottoposta durante il ricovero e in particolare durante la crisi che ha preceduto il decesso.
L’autopsia dovrebbe slittare alla prossima settimana.
Sono arrivati stamane nell’ospedale Cannizzaro di Catania gli ispettori inviati dal Ministero della Salute. Fanno parte del team due componenti nominati dal Ministero, un carabiniere del Nas e due tecnici della Regione Siciliana.
Proprio il ministro Beatrice Lorenzin ha commentato dicendo che “l’obiezione di coscienza attiene al profilo deontologico e riguarda la coscienza dei medici, ma non ha a che fare con casi come questo: l’obiezione di coscienza attiene infatti all’interruzione volontaria di gravidanza e non in casi in cui si tratta di salvare la vita di una donna. Sono due questioni – ha detto – che attengono a due sfere diverse”.
Una posizione che viene confermata anche da ambienti cattolici.
L’obiezione di coscienza è “il luogo dove si misura il fondamento della dignità umana” sottolinea il Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, sottolineando in particolare la “dignità inalienabile dell’essere umano in quanto creato da Dio”.
Ma allo stesso tempo, prosegue il cardinale, il problema “non è solo quello della sua affermazione, ma anche quello della sua limitazione, al fine di evitare” di arrivare a “un’anarchia di fatto e ad un’arbitraria sottrazione agli obblighi di legge”.
L’Associazione Medici Cattolici Italiani, da sempre impegnata a sollecitare i medici ad esercitare l’obiezione di coscienza “come esercizio di un diritto di valore costituzionale recepito nel codice di deontologia medica”, in relazione a quanto avvenuto a Catania, ritiene “doveroso ribadire che non può essere invocata l’obiezione di coscienza quando la donna versa in pericolo di vita”.
Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei medici cattolici, spiega che “di fronte al pericolo di morte della madre, invece, deve scattare l’obbligo grave e irrinunciabile per il medico di fare tutto il possibile per salvarla”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
“QUEL DOTTORE MI DISSE: FINCHE’ BATTONO I CUORI DEI BIMBI NON POSSO FARE NULLA, SONO OBIETTORE DI COSCIENZA”… CI SONO PIU’ TESTIMONI CHE CONFERMANO, ANCHE SE ORA L’OSPEDALE NEGA
«Lo ha detto a me, a me personalmente. Erano le 8 di sera, mia moglie urlava dal dolore da quasi dodici ore. Quando ho chiesto al medico di aiutarla, di fare qualcosa, mi ha risposto: “Sono un obiettore di coscienza. Non posso intervenire fino a quando c’è un battito di vita”».
Francesco Castro si batte vigorosamente la mano sul petto, quasi a giurare che quella che dice è la pura verità .
Affondato sul divano dello studio del suo legale, l’avvocato Salvatore Catania Milluzzo, si scuote per un attimo dall’abbandono e dallo sconforto assoluto che lo attanagliano da domenica, quando ha deciso di riportarsi a casa il corpo di Valentina, dicendo no all’autopsia che era stata suggerita dalla direzione dell’ospedale Cannizzaro
In ospedale negano decisamente che il medico di turno abbia mai detto quella frase e si chiedono come mai abbiate deciso di presentare denuncia solo due giorni dopo la morte di sua moglie. Cosa risponde?
«Cosa ne dovevo sapere io che quel medico era obiettore di coscienza, chi me lo doveva dire se non lui? Lo ha detto a me, e lo ha ridetto ai genitori di Valentina due volte, una delle quali fuori dalla sala travaglio davanti a testimoni, altre persone che non conosco ma che erano lì perchè familiari o amici di un’altra partoriente. Io non so chi siano, ma chiedo loro di farsi avanti e confermare quello che dico. In ogni caso per gli inquirenti non sarà difficile trovarli. Quanto al fatto che domenica abbia detto no all’autopsia preferendo riportare a casa Valentina, non credo sia troppo difficile comprendere il perchè: ero impazzito per il dolore, volevo solo che questo incubo finisse, che mia moglie potesse finalmente riposare in pace. Poi a casa, con un minimo di calma, ci siamo confrontati e abbiamo deciso che era giusto presentare denuncia»
Quando e perchè il medico le ha detto quella frase?
« In serata, prima che mia moglie espellesse il primo bambino. Valentina si era sentita male la mattina dopo colazione, le era salita la febbre, le avevano dato l’antipiretico, era scesa subito ma poi era ritornata a 39. Nel frattempo aveva cominciato a vomitare e ad avere dolori lancinanti. Chiedeva aiuto e nessuno faceva nulla, l’infermiera diceva che doveva aspettare il medico che era in sala parto. Fino alle 3 del pomeriggio nessuno l’ha vista, poi l’hanno fatta scendere nella zona parto. Che cosa stesse succedendo a noi non lo ha mai spiegato nessuno. Anzi, prima ci hanno detto che aveva una colica renale. Lei continuava ad urlare, chiedeva aiuto, chiedeva di essere sedata, io sono entrato in quella sala dieci minuti e sono uscito perchè non ce la facevo più. A quel punto ho chiesto al medico di fare qualcosa e lui mi ha dato quella risposta. E poi l’ha ridetto a mia suocera e a mio suocero. Chiedete a loro»
Salvatore Milluzzo, il papà di Valentina, funzionario di banca, siede di fronte a Francesco e scandisce bene le parole
«Certo che lo ha detto anche a noi. Mia figlia aveva la pressione a 50, la temperatura a 34, sola sul lettino che gridava. Il medico ci ha detto che il battito dei bambini cominciava ad affievolirsi e che stava per perderli e li avrebbe espulsi. A quel punto io e mia moglie gli abbiamo chiesto di fare presto, di farli uscire tutti e due il prima possibile e di fare qualsiasi cosa pur di far finire in fretta questo calvario. Valentina urlava in maniera disumana da più di dodici ore, le ultime parole che ha detto a mia moglie sono state: “Mamma, sto morendo”. E mia moglie per farle coraggio le ha risposto: “Non si muore di parto”. Abbiamo chiesto al medico di fare presto e lui ci ha dato la stessa risposta che aveva dato a Francesco, ma mai nessuno, mai, ci ha fatto capire che Valentina era in pericolo di vita»
Francesco annuisce e con un filo di voce aggiunge: «Quei bambini li attendevamo con gioia, Valentina si era sottoposta a un lungo percorso per averli, pensavamo di avercela ormai fatta. Quando dalla visita di controllo e’ venuto fuori che rischiava un parto prematuro ho deciso di portarla in ospedale per sentirci sicuri e assistiti e invece adesso lei non c’è più, loro non ci sono più e io non ho più niente».
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
SECONDO SWG PD 33%, M5S 26,5%, FORZA ITALIA 12,6%, LEGA 12%, FDI 3,9%, SINISTRA ITALIANA 3,5%…MA UN ELETTORE SU TRE DI M5S E LEGA E UNO SU DUE DI FORZA ITALIA NON VOTERANNO NO
Il No leggermente avanti, con un’affluenza di poco superiore della metà degli aventi diritto e gli indecisi
che ancora galleggiano su circa un quarto degli elettori.
A sei settimane dal voto l’unica cosa certa del referendum costituzionale del 4 dicembre è che sarà uno scrutinio quasi scheda per scheda, almeno stando ai dati di affluenza di tutti i sondaggi.
Secondo Ixè per Agorà , che ha diffuso le sue rilevazioni come ogni venerdì, l’affluenza presunta è in leggero aumento, al 55 per cento (+4 in una settimana).
In contemporanea è in lieve calo la quota di indecisi fra Sì e No (tra quelli che dicono che andranno a votare): si passa dal 26 al 25 per cento.
Piccola curiosità : tra quegli indecisi due su 3 sono donne.
Il No è avanti di un punto, 38 contro 37 , ma quasi nulla in un sondaggio che — come gli altri — ha un margine d’errore del 3 per cento.
Gli elettori del Pd ovviamente sono in maggioranza favorevoli (71 per cento), quelli di M5s e Lega Nord in maggioranza contrari (64 e 68 per cento dei rispettivi elettorati voterebbero No). In Forza Italia i No sono il 52%.
E’ stato diffuso anche un sondaggio di Swg, secondo il quale il Pd è in crescita di oltre un punto, dal 31,4 al 33 per cento, mentre cala il M5s, dal 27,1 al 26,5.
Di senso inverso l’esito su Area Popolare che secondo l’istituto triestino resta intorno al 3.
Tra le opposizioni confermato il calo di Fi (dal 13 al 12,6) ma anche della Lega Nord (dal 12,3 al 12).
Lievi flessioni anche per Fdi (dal 4 al 3,9%) e Si (dal 3,6 al 3,5%).
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
REPORTAGE DAL DONBASS IN GUERRA CONTRO L’OCCUPAZIONE FILORUSSA
«à‰ possibile sconfiggere un esercito, non un popolo. Per questo motivo la Russia non potrà mai batterci». Armen è certo che l’Ucraina si riprenderà Donetsk e Lugansk, città conquistate due anni fa dai separatisti filorussi.
E forse anche la Crimea occupata dagli indipendentisti con l’appoggio militare di Mosca. Perchè la Guerra del Donbass – fino ad ora costata diecimila morti e quasi due milioni di sfollati – non è finita, ma continua – silenziosa e ignorata – a mietere vittime, da una parte e dall’altra.
Il conflitto è scoppiato all’indomani dalla rivoluzione che a Kiev spodestò nel 2014 il premier Viktor Yanukovich, accusato di essere troppo vicino a Putin e lontano dal sogno europeo degli ucraini.
Nella rivolta un centinaio di manifestanti venne ucciso dai cecchini, ma alla fine vinse Maidan – la piazza -, la voglia di avvicinarsi all’Europa e prendere il largo dalla Russia.
Armen non è un volontario. «Sono un patriota» afferma, anche se le origini della sua famiglia sono armene. Con il figlio raccoglie aiuti da inviare nel Donbass. Il suo magazzino, a Yahotyn, centocinquanta chilometri a est da Kiev, è una tappa obbligata per i convogli diretti al fronte. «In media ne passano centoventi al mese» spiega.
Partono dalla capitale carichi fino all’inverosimile. «Portiamo viveri, medicinali, vestiario» racconta Natalia Prilutskaya, due figli, il cognato caduto in combattimento all’inizio del conflitto.
Gli aiuti arrivano da tutto il mondo grazie alla catena di solidarietà che parte dal Canada e attraversa la Germania, la Spagna, la Francia.
Anche l’Italia, dove vive una numerosa comunità di ucraini.
«Questa volta abbiamo raccolto confezioni di antidolorifici e coperte per l’inverno» spiega il torinese Mauro Voerzio, responsabile dell’edizione italiana di Stopfake.org, sito Internet che si occupa di smascherare la propaganda russa contro l’Ucraina.
I pacchi giungono a Kiev alla spicciolata, vengono smistati dai volontari sulle «marÅ¡rutke», furgoncini che percorreranno quasi mille chilometri per giungere a destinazione.
In prima linea c’è bisogno di qualsiasi cosa. Yuri Moskalenko sul suo Volkswagen ha caricato barattoli di «salo» (grasso di maiale salato molto nutriente, buono, dicono, anche per ingrassare i cingoli) e casse piene di silenziatori per kalashnikov.
Li ha fabbricati nella sua piccola officina: «Sono pezzi di precisione: attutiscono il rumore e riducono la fiammata dei mitragliatori».
Al suo fianco, a dargli il cambio alla guida, c’è Yulia Zubrova con la sua inseparabile chitarra. Yulia ha scritto canti patriottici che intona ovunque: nelle trincee fangose, negli scantinati trasformati in rifugi, negli ospedali tra i feriti, strappando applausi e buon umore.
Il convoglio viaggia ininterrottamente per undici ore. Poi compaiono i posti di blocco che segnano l’ingresso nella zona Ato, il Donbass tenuto sotto scacco dai terroristi.
I mezzi rallentano, si aprono i finestrini: «Slava Ucraina!», «Gloria all’Ucraina!» scandiscono gli autisti.
Le canne dei mitra si abbassano, sui visi dei soldati sfatti dalla stanchezza compare un sorriso. «Gheroyam slava!»: «Gloria agli eroi!» rispondono facendo cenno di proseguire.
Si riparte veloci schivando le buche delle esplosioni, carcasse d’auto arrugginite, le schegge taglienti degli shrapnel abbandonate sull’asfalto.
Si teme di finire fuori strada, sulle mine disseminate nei campi abbandonati che si perdono all’orizzonte. A Lughanska cibo e medicine sono distribuiti al 93° battaglione. I soldati vivono nell’interno, buio e annerito, di un capannone sventrato da un razzo Grad. Usano specchi per non farsi sorprendere alle spalle
Sulle alture vicine a Stachanov, di fronte a Debaltseve – città strappata lo scorso anno agli ucraini nella battaglia che costò la vita a quasi duemila uomini – gli aiuti vengono trasbordati su un cingolato.
Il mezzo attraversa villaggi abbandonati, le case trasformate in ricoveri per riprendersi dalla fatica della prima linea. C’è fango ovunque, anche nei bivacchi appena intiepiditi dalle stufe. I militari consolidano le posizioni, scavano nuove trincee, spaccano legna perchè la neve, il freddo e i nemici premono, sono alle porte.
Bastion è l’ultimo caposaldo ucraino sull’autostrada alle porte di Donetsk. Si dorme in mezzo ai topi e all’umidità nei rifugi scavati tra i resti di un cavalcavia sbrecciato dalle esplosioni.
L’aeroporto, distante poche centinaia di metri, di notte è rischiarato dalle fotoelettriche e dal bagliore intermittente dell’artiglieria: i colpi rimbombano fino all’alba, il paesaggio è surreale.
La guerra alla periferia di Donetsk va avanti ininterrottamente da oltre due anni. A nulla sono valsi gli accordi di Minsk per il cessate il fuoco, perchè i mortai non hanno mai cessato di sparare.
Lo confermano gli osservatori Osce quotidianamente impegnati a contare esplosioni, intuire calibri, registrare morti e feriti. Una contabilità per difetto, ovviamente, perchè difficile da completare.
A Shakta Butovka il conflitto si respira tra le lamiere contorte e arrugginite della centrale elettrica: è odore acre di plastica bruciata e nafta quello che ristagna tra le macerie. I soldati vivono incollati alle pareti in cemento ancora in piedi, come cimici in cerca di salvezza.
Qui combatte Igor, giovane volontario che ha lasciato la famiglia a San Pietroburgo per arruolarsi con Kiev. «La Russia ha aggredito un Paese fratello: non avevo altra scelta, mi sono schierato al fianco dell’Ucraina» spiega.
Non è l’unico russo ad aver fatto questo passo. «Siamo in molti: la guerra sarà lunga — aggiunge – perchè è stato un errore accordarsi con i terroristi».
C’è anche Vidadi Israfilov. Lui però è azero e, ironia della sorte, ringrazia gli aiuti ricevuti da Armen, patriota originario dell’Armenia, nazione da venticinque anni in guerra con l’Azerbaigian per il possesso del Nagorno-Karabakh.
«Tra noi non esiste alcuna differenza di partito, ideologia o credo religioso — sostiene Marina Danilova, animatrice del gruppo «Pomaigitie Armja», «Aiutiamo l’esercito» — perchè tutti difendiamo il nostro Paese, fianco a fianco, uniti, senza alcuna distinzione, militari e civili. Ognuno dà quello che può: questo è lo spirito di Maidan». I filorussi continuano ad accusare l’Ucraina di essere nazista. E puntano il dito contro i battaglioni Azov e Pravj Sektor, che usano simboli simili alla svastica germanica e simpatizzano apertamente per l’estrema destra. Come molti separatisti, del resto, e tra loro anche alcuni italiani.
Ad Avdiivka, i colpi di artiglieria hanno sventrato alcuni palazzi in periferia. I calibri dei separatisti hanno però risparmiato il complesso industriale nella parte occidentale della città .
Nessun errore, nessun miracolo: appartiene a un oligarca che vive nella Repubblica di Donetsk. La scuola numero Sette, invece, è oltre l’ultimo checkpoint della cittadina. C’è il sole, ma le aule esposte ad Est, verso il fronte, sono buie perchè alle finestre sono state inchiodate spesse assi di legno e sui davanzali sono stati appoggiati sacchi di sabbia.
Proteggono allievi e insegnanti dai combattimenti che infuriano a poche centinaia di metri, in pieno giorno. «Non è facile ma è doveroso riconquistare un po’ di normalità » sostiene Kostyantyn Byalik.
C’è voglia, insomma, di scrollarsi da dosso una guerra che ha fiaccato gli animi, le speranze, messo in ginocchio l’economia del Paese. La sua città , Slovyansk, un anno fa era cupa come il ricordo – e i lutti – dei tre mesi di occupazione filorussa.
Oggi nella piazza principale non troneggia più la gigantesca statua brunita di Lenin: è stata abbattuta per celebrare la riconquista della cittadina.
Sventolano, ovunque, le bandiere giallo-blu dell’Ucraina, e nuovi locali ravvivano il centro.
Sopravvivono, invece, le lunghe code ai bancomat che distribuiscono al massimo l’equivalente di quindici euro al giorno e restano a secco già a mezzogiorno: perchè l’inflazione continua a correre, chi può fa incetta di contanti.
Il clima è diverso a Kurakhove, città ammorbata dalla centrale a carbone che nonostante il conflitto, continua indisturbata ad inquinare e fornire luce ai ribelli di Donetsk. Nelle vie non sventolano bandiere patriottiche: «I rapporti tra ucraini e russofoni sono difficili, le provocazioni continue» spiega Dmitry Katsapov. Ma gli affari vanno bene, qui passa il corridoio verso l’enclave occupata. Sono centinaia i filorussi che ogni giorno cercano di raggiungere Kurakhove. Perchè nonostante gli aiuti inviati da Mosca, nei territori occupati manca tutto, la popolazione è costretta ad approvvigionarsi in Ucraina. Hanno ventiquattro ore a disposizione, spesso si accampano vicino ai posti di controllo per guadagnare tempo, i più fortunati dormono in macchina, gli altri all’aperto.
Al ritorno camminano per chilometri trascinando pesanti borse colme di generi alimentari, medicine, vestiario, subendo le asfissianti perquisizioni della polizia. Povertà e disperazione che fanno decollare il mercato nero.
«Anche il traffico di armi vendute agli ucraini in cambio di droga» sostiene Maxim Lyutyi, comandante del battaglione Sich. «Gli affari illegali sono in crescita perchè la guerra ha sprofondato la popolazione nella povertà facendo trionfare la corruzione» confessa amareggiato il giovane ufficiale cosacco.
A Marinka il nemico colpisce dalla periferia di Donetsk, che da questo sobborgo si vede a occhio nudo. Le difese ucraine sono affidate al battaglione Donbass.
Non ama i giri di parole il comandante Vyacheslav Vlasenko: «Vi ammazzo se fotografate il mio ufficio». Poi indica il monitor che inquadra le postazioni avversarie. «Potremmo riprenderci la città in quattro giorni – biascica in russo — ma Kiev non si decide».
In ballo c’è la vita di un milione e mezzo di abitanti: scudi umani, insomma, scelta comprensibile.
I suoi uomini continuano a scavare ripari lungo il corso d’acqua che lambisce il villaggio. «Di notte i nemici lo attraversano, entrano silenziosi nei cortili, ci prendono alle spalle» raccontano i soldati. Il resto lo fanno i cecchini appostati sulle alture vicino alle miniere di carbone, i proiettili dei mortai, le mine.
Su uno di quegli ordigni tre mesi fa è saltato Roman. Lavorava in Spagna quando la Patria lo ha richiamato sotto le armi.
Avevano minacciato di arruolare il fratello – sposato e con due figli – se non si fosse presentato. Roman non si è tirato indietro, ma a luglio ha messo il piede su una mina, il suo corpo è stato devastato dall’esplosione.
«Ha perso la vista, un braccio, le gambe, il futuro» racconta con compostezza Nadja, la madre, otto anni da badante in Italia per assicurare un avvenire ai figli, ora al capezzale di Roman nell’ospedale militare di Kiev.
I volontari soccorrono anche la popolazione che continua a vivere nelle zone dei combattimenti.
A Opytne abitano Baba Raya e il marito. La loro casa è stata centrata due volte dagli insorti, il tetto lo hanno rattoppato con lastre di amianto e lamiera. Però non vogliono saperne di scappare.
«Questa è la nostra terra, il cuore della nostra famiglia, della nostra esistenza» spiegano. Natalia Prilutskaya – la volontaria partita da Kiev con il furgone carico di aiuti – passa ogni mese a trovare Baba Raja. Lascia viveri e medicinali. Ma torna a casa «con la forza che solo questa donna è in grado di donarmi» dice. Sorridono i due anziani, ringraziano, mostrano le stanze fredde e buie in cui sono ammassati coperte, viveri per l’inverno, legna da ardere, foto sbiadite appese alle pareti.
A Zaytsevo lavorano i volontari di Asap Rescue.
Assistono militari e civili nella «buffer zone» a pochi chilometri da Gorlivka, città occupata dai separatisti. Tutti i giorni raggiungono con i fuoristrada le case sparse nella «terra di nessuno».
Distribuiscono medicine, prestano soccorso, se necessario muovono le ambulanze. Tra i medici c’è Alexandr Sokolov, fino allo scorso anno in prima linea con Pravji Sector, oggi medico volontario.
C’è anche Masha Kushnir, 32 anni, da Kiev. «Il mio Paese è in difficoltà , ho scelto di lavorare per la mia gente, di sdebitarmi con le persone che si sono sacrificate a Maidan. La rivoluzione mi ha insegnato proprio questo: essere utile al mio Paese» racconta infilandosi elmetto e giubbotto antiproiettile. Perchè nonostante il presidio medico sia segnalato con grandi croci rosse, i nemici non esitano a colpirlo.
«à‰ una sporca guerra che vinceremo», sibila Vasili Budjk imbracciando un Ak 47 nuovo di zecca con mirino laser e colpo in canna. Ex ufficiale dell’esercito, due anni fa è finito in un’imboscata, è stato catturato dai nemici.
«Tre mesi di torture, le costole sfondate, ma non ho aperto bocca», ricorda mostrando sul telefonino l’immagine in cui giace ammanettato per terra, il viso tumefatto dalle botte. à‰ stato fortunato, lo hanno rilasciato in cambio di un parigrado russo.
Altri suoi compagni non ce l’hanno fatta, sono stati giustiziati. Budjk è diventato un eroe nazionale, vive a Slaviansk, è uno dei più stretti collaboratori del ministro della Difesa.
Con i volontari dell’organizzazione Officer Corp Ukr si occupa dei prigionieri ancora nelle mani degli avversari. «Lavoriamo per liberarli, ma è un compito delicato, estenuante, sempre sul filo del rasoio», spiega. Non vuole saperne di svelare quanti sono i militari russi imprigionati in Ucraina: «Mosca è imbarazzata, ha chiesto il silenzio, metterei a rischio le trattative».
Mostra però il quaderno in cui sono annotati i nomi di alcuni prigionieri ucraini. «Li riporteremo tutti a casa — mormora – nessuno sarà abbandonato: questa è Maidan».
Roberto Travan
(da “La Stampa”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
L’EX ASSESSORA RITENUTA “NON RESPONSABILE”… “DUE ANNI TERRIFICANTI”… SERRACCHIANI: “ORA LE CHIEDANO SCUSA”
Raffaella Paita è stata assolta dalle accuse a suo carico nel processo per le responsabilità della mancata
allerta diramata la sera del 9 ottobre 2014, quando l’esondazione del Bisagno fece una vittima.
Paita, ex assessora alla Protezione Civile, è stata scagionata dal giudizio dell’udienza preliminare Ferdinando Bandini; rinviata invece a giudizio la dirigente della Regione Gabriella Minervini: il processo inizierà il 14 marzo.
Paita e Minervini erano accusate di omicidio colposo per la morte dell’ex infermiere Antonio Campanella e di disastro colposo per i danni causati dall’alluvione che aveva messo in ginocchio, in modo particolare i commercianti del centro città .
Il giudice non entra nel merito della vicenda ma stabilisce che le competenze sull’emanazione dell’allerta spettassero al direttore della Protezione Civile, cioè Gabriella Minervini. Questo in base a due delibere regionali che individuano il dirigente quale responsabile per l’emanazione dell’allerta.
Raffaella Paita alla sentenza non ha nascosto le lacrime.
Ad attenderla fuori dal palazzo il marito Luigi Merlo, ex presidente dell’Autorità portuale. “Sono stati due anni terrificanti ma siamo sempre stati convinti delle nostre argomentazioni e sono sempre stata convinta di avere fatto quello che potevo e dovevo”.
Così, tra lacrime di gioia, Raffaella Paita dopo la lettura della sentenza che l’ha assolta. “Sono contenta ma rimane il dolore per questi due anni complicatissimi che non auguro a nessuno. Ora corro da mio figlio per dirgli che la mamma si era comportata bene quando ci fu l’alluvione di Genova”.
Accanto a lei il suo avvocato Andrea Corradino che ha detto: “È una sentenza giusta che ristabilisce la verità “.
Le accuse.
Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Gabriella Dotto, Paita e Minervini avevano ignorato i bollettini meteo dell’Arpal, che già dal giorno prima dell’alluvione parlavano di situazione critica, e di avere sottovalutato le numerose segnalazioni dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine delle esondazioni di alcuni rii nel corso della giornata del 9 ottobre.
Per il pm, inoltre, Paita e Minervini erano consapevoli di una complessiva situazione di criticità e di compromissione del territorio. Ma, nonostante tutti questi segnali, per il magistrato non diramarono l’allerta meteo così, di fatto, ritardarono la macchina dei soccorsi e della gestione dell’emergenza.
Paita si era sempre difesa dicendo che non spettava a lei, come politico, ma ai tecnici dichiarare lo stato di allerta.
Il Pd: ora scuse a Paita.
“Lella Paita è stata accusata di omicidio in piena campagna elettorale per la presidenza della regione. Oggi viene assolta, due anni dopo. Sarebbe bello che chi l’ha insultata in questi anni le chiedesse semplicemente scusa, anche per la sofferenza che questa vicenda le ha provocato. Noi, i democratici, la abbracciamo con affetto e amicizia”. Lo dichiarano Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani, vice segretari del PD
“Lella ha perso le elezioni ma non la dignità , l’onesta e il coraggio. Chi l’ha aggredita a livello politico oggi ha perso la faccia. Un pensiero speciale alla famiglia di Lella e un abbraccio forte a tutto il Pd ligure”, scrivono in una nota Guerini e Serracchiani.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
CRESCIUTO POLITICAMENTE CON RUTELLI E PECORARO SCANIO, PASSATO DALL’UNICEF, CONFERMATO DAL CENTRODESTRA, TENTATO DALLA BOSCHI ORA E’ DIVENTATO COLUI CHE CURA LE RELAZIONI DI DI MAIO (TRA I MALDIPANCIA DEI GRILLINI ORTODOSSI)
Il 28 aprile scorso, appena prescelto da Luigi Di Maio per il cruciale ruolo di responsabile per le relazioni istituzionali, Vincenzo Spadafora scrisse di credere istintivamente alla sfida cinque stelle per un paese migliore: «Amo le sfide e il coraggio di chi le compie! Anche per questo ho accettato di curare le Relazioni istituzionali del Vice Presidente della Camera dei deputati, Luigi Di Maio, persona che ho apprezzato per il sostegno che ha dato alle mie iniziative da Garante e di cui condivido l’impegno per un Paese migliore».
Una sintonia politica sorprendente, per quell’uomo capace, colto e non privo di raffinatezze, che era cresciuto politicamente con Francesco Rutelli e poi Pecoraro Scanio, era maturato all’Unicef, era stato infine nominato garante per l’Infanzia dagli allora presidenti berlusconiani delle due camere di centrodestra, Renato Schifani e Gianfranco Fini.
Un uomo perfetto per aiutare Di Maio nella sua navigazione romana.
Tuttavia un episodio, che ci viene raccontato da fonti interne al Movimento Cinque stelle, dipinge il quadro della sintonia di Spadafora con Di Maio come qualcosa di simile a una conversione sulla via di Damasco.
Fino a pochissimo tempo prima, questione di mesi, non di anni, Spadafora lambiva ambienti totalmente diversi: ormai prossimo alla fine del suo mandato, si era palesato al cospetto della ministra Maria Elena Boschi, architrave del governo Renzi non esattamente amata dai cinque stelle, e le aveva parlato di quanto lo avesse appassionato il lavoro per l’infanzia, di quanto gli sarebbe piaciuto insomma continuare.
Che ci fa, in quel contesto iper renziano, un grand commis di cui scopriremo a breve la piena sintonia con l’aspirante leader cinque stelle?
Nell’occasione della scadenza del mandato da Garante, nessun sostegno politico è formalmente possibile dal governo.
La durata del mandato è di quattro anni. Spadafora aveva cominciato nel 2011 e dunque l’aveva completato, ma un eventuale rinnovo era di competenza dei presidenti delle camere, non dell’esecutivo.
Raccontano che Spadafora fosse stimato dal presidente del Senato Grasso, ma qualcosa col governo si era rotto. Boschi però non aveva titolo formale per entrare in quella vicenda, nè direttamente nè sostenendo la sua causa a Renzi: e infatti si guardò dall’intervenire sul caso.
Non si può dire che Spadafora abbia preso bene la cosa; tutto si venne a sapere anche nei giri dei cinque stelle, aumentando i malumori contro Di Maio.
È il normalissimo sistema di relazioni di cui è fatta la politica, naturalmente; ma la parte del gruppo parlamentare M5S che in questa fase ha animato la rivolta contro il vicepresidente della Camera lo attacca anche per questa spregiudicatezza di relazioni, che in parte significativa gli sta tessendo Spadafora: dai gesuiti di padre Spadaro agli incontri con le lobby, dalle ambasciate ai direttori delle relazioni istituzionali di grandi aziende italiane, da sempre decisive negli assetti e nella configurazione del potere. «Non siamo un partito non siamo una casta, siamo cittadini punto e basta», cantava la canzoncina allo Tsunami tour; ne è passata di acqua sotto i ponti.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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