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“IL SUD DEL MONDO E’ A CERIGNOLA”: MEDICI NEL GHETTO DEI BRACCIANTI

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

VIAGGIO CON I VOLONTARI DEL CUAMM TRA I RACCOGLITORI DI POMODORI NEL FOGGIANO

Quando i giovani medici mi dicono: “Dottore, voglio lavorare in Africa”, rispondo che non occorre andarci, perchè l’Africa è qui”.
Piove sulle terre sterminate del Tavoliere.
Enzo Limosano, chirurgo vascolare in pensione, ci guida per una strada infame tra uliveti e campi di carciofi sopra una terra grassa e lustra come groppa di bufala. Destinazione, il “ghetto” chiamato Ghana, uno dei tanti bacini di manodopera sottocosto del baricentro agroalimentare d’Italia.
È la provincia di Foggia, oltre un milione di tonnellate l’anno di soli pomodori.
Il camper è l’unico ambulatorio possibile in questo pantano. A bordo, una piccola task force sanitaria (chirurgo toracico, dentista e infettivologo con alcuni aiutanti) targata Cuamm, una Ong di solida reputazione che da sessant’anni opera fra Etiopia e Mozambico.
È gente che non si tira indietro davanti a epidemie come Ebola o a guerre civili, ma che qui, mi accorgo, esita un attimo, come ai confini dell’indicibile. “Vuole la verità ? L’Africa è meglio. Si sorride, lavori rilassato. Qui invece la tensione è ovunque”.
Si va a zig zag tra le pozzanghere sotto un cielo piatto come un ferro da stiro. Qua e là , casupole semi-abbandonate della riforma agraria fascista rattoppate da teli.
Ripari miseri, eppure lussuosi rispetto alle baracche dell’Inferno vero, il famigerato Gran Ghetto di Rignano, 40 chilometri a Nordest.
È un agglomerato di quattromila schiavi ben visibile dagli aerei di linea in atterraggio su Bari ma stranamente invisibile ai terrestri del Foggiano.
Non lo vedono nemmeno le folle di fedeli, vicinissime, che a San Giovanni Rotondo innalzano canti per Padre Pio. Nemmeno lui, qui, fa miracoli per gli ultimi della Terra.
Da Cerignola, il Ghetto Ghana dista sette chilometri, ma bastano a separare le Ombre dal mondo dei vivi. Le facce bianche sono scomparse. Passano solo medici e caporali. E cani. Quelli abbandonati, attirati dai reietti come loro.
Dopo, non è più Italia. Un barbiere improvvisato insapona un cliente sotto una tettoia, tra galline, questuanti, bottiglie di birra e trattori arrugginiti.
Poco lontano, qualche tenda a pagoda, coperta di nylon per via dell’acquazzone.
È giorno di pausa, e si va a salutare Alexander, ghanese brizzolato, piccolo boss di questo spazio di case sparse, in una baracca trasformata in bar.
È lui che detta legge, e i salamelecchi diventano necessari in un mondo di gerarchie spietate. Zanzare microscopiche trapanano l’aria in un odore dolciastro inconfondibile. Lo stesso della Bosnia ai tempi dell’ultimo conflitto.
Polvere, sudore, marciume e benzina. L’olfatto non distingue tra guerra e miseria.
Michele Alberga, 68 anni, il dentista, porta alla cintura un diffusore sottocutaneo di insulina ma, nonostante l’età  e il diabete, spende il tempo libero a curare migranti con animo lieto, senza ipocrisie pietistiche o assistenzialismi.
Gli chiedo se non gli venga mai il dubbio, con la sua dedizione, di essere funzionale a un sistema di sfruttamento. Risposta netta: “Loro ci aspettano”.
È la stessa che mi veniva data in Uganda e in Sudan, negli ospedali del Cuamm. “Se non lo fai tu – ti dicono – chi altro? “. Non ci si può tirare indietro, se ci si vuol guardare allo specchio a giornata finita.
E loro ci aspettano davvero, in fondo allo stradone. Tanti, anche se il Ghetto è mezzo vuoto, perchè le avanguardie sono già  partite per gli aranceti della Calabria, a farsi sfruttare in modo ancora più bestiale dalla ‘ndrangheta.
Ogni settore ha le sue patologie. Dietro ai pomodori sciatiche e lombalgie, dietro all’uva emicranie e dolori al collo.
Gli agrumi si pagano con spalle indolenzite, le coltivazioni in serra con disidratazioni gravi, i carciofi con infiammazioni al gomito simili a quelle del tennista. Il tutto senza contare gli incidenti gravi e le malattie sommerse.
Quelle della miseria: Aids, tubercolosi, meningite, sifilide o epatite. Solo i più forti ce la fanno a tornare a casa.
Ha smesso di piovere. Attorno al camper si affollano i reduci della campagna – appena finita – del pomodoro, tirate di dieci ore a riempir cassoni per le aziende di trasformazione del Salernitano.
Aspettano il medico anche per quindici giorni, perchè i pochi medici e infermieri volontari di Puglia non ce la fanno a coprire più di due viaggi al mese.
Fino al dicembre dell’anno scorso funzionava un servizio di Emergency, solidamente finanziato e poi burrascosamente interrotto dalla Regione per una serie di gravi incomprensioni.
Ora bisogna ripartire da zero, e la giunta ha allo studio un piano triennale d’intervento per il quale si sono messi a disposizione, oltre al Cuamm, i missionari comboniani e i Medici senza frontiere.
Sembra una retrovia della Grande Guerra. Mettere in fila i pazienti, distribuire i numeri, evitare liti fra ghanesi e altri africani.
Marcella Schiavone, 28 anni, chirurga col Mozambico alle spalle, riceve nel camper. Il divano per il paziente è minimo. Le domande semplici, in italiano o inglese elementare. Come ti chiami. Quale problema. Quando è cominciato. Dimmi come stai.
Una donna sola davanti a quarantaquattro maschi in meno di tre ore, e non è mai visita sommaria. Ognuno è tastato, auscultato con attenzione.
Passa Ibra, disidratato con dolori allo stomaco. Alì, con una cisti sul naso da rimuovere. Richmond, con un’ernia inguinale. Franco, con una ferita al dito medio, che stringe i denti mentre gli fanno uscire pus come dentifricio dal tubetto. Daniel ha un piede mangiato dal diabete. Gli vedo l’osso nella ferita. Non lavora più, ma chiede l’elemosina, e quella ferita da ostentare è il suo unico capitale.
Dorme in un’auto abbandonata, una cuccia immonda, e non pensa al dopodomani.
Ogni volta che apriamo un barattolo di “pummarola”, sarebbe cosa buona pensare che in quel barattolo c’è la disidratazione di Ibra, l’ernia di Richmond, l’avitaminosi di Ahmed, lo sterno mezzo sfondato di George.
Ci sono chilometri di spine dorsali lesionate, il fango, la pioggia, e il sole implacabile del Sud. E le mosche, i veleni, le zanzare, i cani, i materassi sfondati, le prostitute a seguito di un esercito di uomini stremati.
Il naufragio dei barconi, i centri di raccolta e quelli che ci campano sopra, i carrozzoni della finta assistenza, e il nostro razzismo che cresce.
I caporali, i trasportatori della Camorra, un sistema produttivo dove pochi campano sulle spalle di molti, una grande distribuzione che strangola il contadino. Per un barattolo di pomodoro.
“Ho tenuto la mia bambina reclusa per mesi nella baracca perchè non vedesse l’orrore che c’era fuori”, racconta tra le lacrime un reduce del ghetto di Rignano.
C’è anche chi si porta la moglie e i figli all’inferno. E c’è chi tace, non svela i suoi aguzzini nemmeno se ha il corpo coperto di ferite da taglio.
E ci sono – raccontano i medici – storie come quella di una giovane africana senza nome, drogata e violentata dal branco fino ai limiti della medicina d’urgenza, capace a malapena di balbettare monosillabi. Da dove vieni? Non so. Come sei arrivata qui? Non ricordo. Come ti chiami? Non ne ho idea. Il capolinea della disumanizzazione.
L’Italia può essere peggio dell’Africa.
Tanti tornerebbero a casa. Ma non hanno i soldi per farlo. E se lo facessero, non oserebbero ammettere la sconfitta.
Alla Regione sembrano decisi a dire basta allo scandalo. Stefano Fumarulo, braccio operativo del governatore per la sanità  e le migrazioni, annuncia uno smantellamento imminente in nome della dignità  dei lavoratori.
Con quali alternative di alloggio? Ci sono Comuni spopolati che chiedono abitanti e sono disposti ad accogliere stranieri, aziende che cercano uomini capaci di mestieri disertati dagli italiani.
E intanto si sperimentano forme associative per strappare i migranti dalla tirannia dei caporali. Ma resta sempre il dubbio che, una volta fuori dai ghetti, questi stranieri escano anche dal sistema-lavoro e si vedano costretti a rientrarvi con mezzi ancora più precari.
“Senza una riforma della catena produttiva che imponga la tracciabilità , e senza una certificazione etica del marchio, come avviene per altri beni, questa bestialità  non avrà  fine”, dice con ferrea convinzione Yvan Signet, sindacalista partito dalle Malebolge di Rignano e uomo-simbolo della lotta per l’affrancamento dei lavoratori stranieri.
Uno che, non a caso, vive sotto minaccia da parte dell’intero caporalato pugliese.
“La cosa più grave è che non si prende atto che nei ghetti si sperimenta un tipo di sfruttamento perfettamente integrato nel sistema-Paese, uno sfruttamento che sta già  ricadendo sugli italiani. Pensi alla donna morta di fatica quest’estate nei campi fra Taranto e Brindisi. Tutti sanno tutto, si fanno articoli e talk show, ma per questa gente non cambia nulla”.
Nelle quattro ore che siamo al Ghetto Ghana, da Cerignola non arriva anima viva. Come per un ordine silenzioso, gli “indigeni” stanno alla larga.
Nessuno aggiusta la strada, e nemmeno l’Asl passa la frontiera tra i mondi. Non si deve sapere, non si deve vedere.
Anzi, non si vuole vedere, perchè altrimenti l’imbroglio sarebbe chiaro e la verità  intollerabile.
Quando torniamo a Bari – tre quarti d’ora di macchina dal ghetto di Cerignola – lo struscio in corso Vittorio è già  iniziato. Fiumane di giovani ignari, incollati a telefonini accesi come lucciole nel buio. Sono lontani mille miglia dai ghetti.
E non sanno di essere destinati, forse anch’essi, ad appartenere a una manovalanza senza nome, in aziende senza patria che li sfrutteranno ottanta ore la settimana.
Francesco Di Gennaro, 28 anni, brillante specialista in malattie infettive con una forte esperienza in Mozambico per conto del Cuamm: “Questa potrebbe essere una regione simbolo del domani, un luogo dove sperimentare il futuro… Siamo o no la terra degli sbarchi? In Puglia potremmo capire come sarà  il mondo fra trent’anni… e invece la gente si è chiusa nel suo tornaconto. Persino i giovani hanno smesso di chiedersi se questa è una società  giusta o sbagliata”.

Paolo Rumiz
(da “La Repubblica”)

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PIL, ITALIA A DUE FACCE: EMILIA ROMAGNA SOPRA L’1%, CALABRIA IN CODA

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

IL SUD CRESCE LA META’ DEL NORD MA HA PUNTI DI ECCELLENZA IN PUGLIA E CAMPANIA

Si fa presto a dire Pil. A guardare il solo dato numerico, l’Italia non avrebbe scampo. Secondo l’ultimo rapporto del Fondo Monetario, nel 2016 crescerà  dello 0,8%.
Il che ci pone ultimi tra i paesi più industrializzati – a parte il Giappone – e sotto la media Ue (+1,7%).
Ma scomponendo il dato del Pil su base regionale, a seconda dell’andamento dei distretti industriali, nonchè al netto delle varie voci di spesa (famiglie e pubblica amministrazione), si scopre una realtà  più complessa.
Con l’Italia che va meglio della Germania, da tutti presa a esempio per la sua crescita, prevista nel corso dell’anno all’1,7%, ma in calo all’1,5 nel 2017.
Regioni a due velocità .
In base ai dati aggiornati al luglio scorso, l’Italia si conferma a due velocità , con un Mezzogiorno che cresce della metà  rispetto al Nord.
La regione leader per una volta non è la Lombardia (+1%), ma l’Emilia Romagna (+1,1%), in pratica ai livelli della Francia (+1,3%).
Fanalini di coda Calabria e Sardegna (+0,3%).
Ma anche il dato lombardo andrebbe scorporato: Milano e il suo hinterland si confermano tra le aree metropolitane più ricche d’Europa: secondo la Camera di Commercio, al quarto posto, alle spalle di Londra, Parigi e Madrid.
Il resto della regione soffre. “Ma si tratta di un rallentamento congiunturale – spiega Alessandra Lanza, partner dalla società  di consulenza Prometeia – perchè la Lombardia è ricca di realtà  votate all’export, in questo momento sofferenti per il rallentamento dell’economia mondiale. Saranno le prime a riagganciare la ripresa”.
Distretti contro la crisi.
La conferma di una Italia che cresce a macchia di leopardo arriva dai distretti industriali, fiore all’occhiello della manifattura. Nel secondo trimestre del 2016 – secondo l’ultimo rapporto di Intesa Sanpaolo – hanno cominciato a dare un primo segnale di ripresa le esportazioni (+0,2%); che diventa un +1,3% al netto dei distretti orafi che stanno risentendo del crollo della domanda di gioielli da parte dei paesi emergenti.
Tra i settori in crescita oltre all’agroalimentare, le ceramiche in Emilia, l’imballaggio nel bolognese, la termomeccanica a Padova e Verona. Bene anche qualche realtà  del sud, come le conserve in Campania e l’elettromeccanica nel barese. Male sistema moda e metallurgia.
Meglio della Germania.
Ma secondo Marco Fortis direttore della Fondazione Edison “c’è una contraddizione tra il dato del Pil e le condizioni economiche complessive degli italiani migliorate, sia in termini di potere di acquisto, sia di reddito disponibile”.
Perchè allora l’Italia non cresce come la Germania? La differenza è data dai consumi della Pubblica amministrazione: dalla fine del 2014 al giugno scorso, in Germania è cresciuta del 5,4% e in Italia è calata dello 0,5%.
Al netto della Pa, la crescita cumulata del Pil italiano negli ultimi sei semestri sarebbe stata dell’1,3% e quello della Germania dell’1,4%.

(da “La Repubblica”)

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“MI HANNO DETTO DI LASCIARE A CASA MIO FIGLIO”: IL DIRITTO ALLO STUDIO NON VALE PER GLI STUDENTI DISABILI

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

STORIE DI DIRITTO ALLO STUDIO NEGATO, MIGLIAIA DI ALUNNI NON POSSONO PARTECIPARE ALLE LEZIONI, MANCANO DOCENTI DI SOSTEGNO E ASSISTENTI

“Un dirigente scolastico mi ha detto di lasciare a casa mio figlio fino all’arrivo del sostegno”. “Nessuno vuole portare mio figlio in bagno quando ha bisogno”.
Le storie raccolte da ilfattoquotidiano.it dimostrano che il diritto a frequentare la scuola in Italia non vale per tutti.
Sono migliaia gli alunni e studenti con disabilità , sia fisica che psichica, che a un mese dall’inizio dell’anno scolastico non possono ancora partecipare alle lezioni insieme ai loro compagni di classe.
In totale gli studenti disabili quest’anno sono aumentati di 8.057, passando da 216.452 a 224.509. Questa crescita, che è un elemento positivo in vista di una piena inclusione scolastica di tutti i giovani con disabilità , in mancanza di investimenti adeguati per aumentare di pari passo anche il numero dei docenti di sostegno, rischia di peggiorare la situazione che danneggia chi non ha nessuna colpa.
L’assenza di assistenza personale in classe e di un trasporto adeguato purtroppo non è una sorpresa.
Non c’è solo il caso, già  noto, della Lombardia, con la difficoltà  di centinaia di famiglie con una figlia o un figlio disabile iscritto a scuola. I disagi si estendono su tutto il territorio nazionale, con criticità  diverse sia a livello geografico, sia dei singoli istituti scolastici.
L’orario di frequenza in teoria è uguale per tutti, ma per i tanti alunni e studenti con disabilità  si devono poi tener conto anche delle ore necessarie per il sostegno, delle ore che effettivamente vengono assegnate e che possono essere “coperte” da insegnanti specializzati e da educatori personali.
MILANO. Iniziare la prima elementare senza insegnante di sostegno, nè un banco funzionale
La storia di Maia è come quella di tanti altri bambini con bisogni “speciali” che si ritrovano all’inizio dell’anno scolastico senza sapere per quante ore al giorno potranno frequentare le lezioni insieme ai propri compagni di classe.
“Mia figlia — spiega Barbara Brusati a ilfattoquotidiano.it — si aspettava un appuntamento importante, denso di attese e tante emozioni. Come genitori, eravamo consapevoli che sarebbe stata una nuova sfida, perchè per noi è tutto un po’ complicato”.
Maia è una bambina di sei anni e mezzo, con un grave ritardo neuromotorio, tetraparesi spastica, e uno del linguaggio dovuto a un evento di anossia cerebrale (mancanza di ossigeno al cervello per qualche minuto, ndr) avvenuto a circa un anno di età  per aver ingerito “in modo sbagliato” un pezzetto di mela.
“Già  al primo giorno di scuola elementare, dopo le iniziali emozioni comuni a tutti gli altri genitori, è subentrata in noi tanta amarezza. Ci siamo ritrovati a dover gestire una situazione di disagio e difficoltà : la mancanza di tutte le ore di sostegno per coprire la frequenza scolastica di Maia (al momento sono state assegnate solo 12 ore di sostegno a settimana). Perchè non è possibile far frequentare in ugual modo tutti i bambini?” si chiede amareggiata la madre.
“A questo poi si è aggiunto il ritardo nell’assegnazione degli educatori, in quanto il Comune di Milano elargisce i fondi alle scuole successivamente all’inizio delle lezioni”, con la conseguente mancanza di assistenza alla persona, aiuto durante il pasto (Maia deve essere imboccata) e alla comunicazione (Maia non riesce a parlare, ma si esprime attraverso i simboli della Comunicazione Aumentativa Alternativa). “Dove sono tutelati i suoi diritti essenziali?”.
La frequenza a scuola di Maia si riduce notevolmente non potendo fermarsi per il pranzo, momento riconosciuto come importante per la socializzazione.
Cosa ancora più grave è l’assenza di un banco funzionale alle esigenze e ai bisogni della bambina con tetraparesi spastica, peraltro richiesto dai suoi genitori alla scuola già  a maggio scorso, ben prima dell’inizio delle lezioni.
“Insomma, ogni anno, si ripropone la solita storia: la mancanza di fondi per garantire uguale diritti ai nostri figli con bisogni speciali ma proprio per questo più urgenti”.
“Maia nonostante tutto — racconta la madre — ci sembra serena e contenta di andare a scuola, è un’esperienza unica per favorire la relazione, l’autonomia, la conoscenza di cose nuove, di socializzare con figure nuove e con i compagni, che le offrono la possibilità  di progredire, di acquisire nuove competenze. L’accoglienza da parte degli insegnanti nell’insieme è buona, cercano di compensare come possono le carenze che il Sistema scuola impone soprattutto nei confronti di queste situazioni. Tuttavia appare meno felice quando deve lasciare la sua classe prima del tempo, perchè per lei è finito il tempo a disposizione”.
Barbara riconosce di trovarsi sempre più in difficoltà  a gestire queste situazioni che richiedono spesso di assentarsi dal lavoro per poter “assistere ai figli, fare salti mortali, arrabbiarsi per ottenere ciò che è di diritto, sentirsi abbandonati invece che accolti da un sistema che fatica a funzionare come dovrebbe. Vorremmo che non ci fossero più distinzioni tra bambini di serie A e di serie B, ma solo bambini, tutti con gli stessi diritti. E che non ci fosse più un Paese nel suo complesso che non investe nell’istruzione dei propri figli”.
CATANIA. “Il dirigente scolastico ha detto di lasciare a casa mio figlio fino all’arrivo del sostegno”
La campanella della scuola non suona per tutti. Un’altra situazione di forte disagio è quella di un ragazzo disabile quindicenne che frequenta un Istituto tecnico industriale a Catania.
“La vita dei disabili che desiderano frequentare la scuola in Sicilia è difficilissima. Ogni anno vediamo un diritto sacrosanto negato ai tanti ragazzi, compreso mio figlio, la cui unica colpa è avere bisogno di servizi indispensabili per stare a scuola come tutti”.
Queste sono le parole di Angela Rendo, madre del giovane (il cui nome ha chiesto di non divulgare, ndr) e vicepresidente dell’associazione 20 Novembre 1989, che ha lo scopo sociale di tutela dei diritti dei minori con disabilità , dei minori in condizioni di rischio sociale ed emarginazione e delle persone maggiorenni con disabilità , lavorando in particolare nelle città  di Catania, Palermo e Messina.
“Le istituzioni continuano a parlare di inclusione scolastica e diritto allo studio, ma rimangono solo le parole. Sembra quasi che sia un favore elargire i diritti dovuti ai nostri ragazzi, come il sostegno a scuola, e sembra quasi che ciò che a loro è dovuto sia un privilegio concesso. Ma come si può tollerare tutto questo ancora?”.
Il figlio di Angela è nato con una malformazione anorettale, schisi sacrale (mancata saldatura di una o più vertebre) e problemi vescicali con un un solo rene. E’ anche affetto da una sindrome da regressione caudale e di recente gli è stata anche diagnosticata un’altra malattia genetica rara, la distrofia muscolare di Becker.
“Sono chiamata a spiegare a mio figlio — racconta Angela a ilfattoquotidiano.it — perchè deve rimanere a scuola solo poche ore e questo significa rimarcare la sua diversità , dopo anni che lotto per convincerlo che lui potrà  avere una vita come tutti”.
Per il ragazzo, oltre a subire il problema più diffuso che riguarda l’assenza di un docente di sostegno fisso che possa garantirgli la continuità  didattica negli anni, deve subire anche la mancanza di un assistente igienico personale, che lo porti in bagno almeno 1-2 volte al giorno.
“Qui in Sicilia il servizio di accompagnamento ai servizi per ragazzi non autonomi è svolto da Operatori socio-assistenziali (Osa) formati e retribuiti tramite cooperative sociali, servizio peraltro effettuato bene e con possibilità  di scelta da parte delle famiglie. Il problema principale è però l’assenza di risorse economiche e fondi specifici per tanti servizi che stentano a partire.
Questa mansione dice la Regione dovrebbe essere svolta dal personale ATA come da legge nazionale con 40 ore di formazione, che però viene spesso disattesa. Ma a scuola, in realtà , se mio figlio ne avesse necessità  non c’è nessuno in grado di poterlo ‘svuotare’, il personale ATA — che dicono debba essere formato — non è disposto neppure ad accompagnarlo alla porta del bagno. Purtroppo in Sicilia manca quasi tutto, dal materiale didattico per i non vedenti agli educatori domiciliari. Solo chi ha possibilità  economiche vede riconosciuti i propri diritti”.
CASERTA. 16enne sordo senza assistenza alla comunicazione. “Così può perdere l’anno”
Stefano vive a Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta, e frequenta il terzo anno dell’Istituto Alberghiero di Vairano Scalo. Nato con una malformazione cardiaca, è stato operato alla nascita d’urgenza e ha subito vari interventi durante i suoi primi giorni di vita. All’età  di un anno i suoi genitori vengono a conoscenza anche di una perdita dell’udito e a 7 anni è stato operato all’orecchio dove gli è stato applicato un impianto cocleare.
Attualmente Stefano riesce a parlare solo attraverso il linguaggio mimico-gestuale. “Gli specialisti ci hanno sempre detto di fare richiesta alla scuola per avere a disposizione un assistente alla comunicazione, oltre all’insegnante di sostegno, che purtroppo però — spiega sua madre Lucia Forgetta — tutt’oggi anche dopo diversi solleciti e richieste formali, tale figura non è ancora stata assegnata”.
“Le istituzioni mandano gli insegnanti di sostegno, i quali potrebbero essere anche i più bravi, (e sono ben pochi — precisa Lucia), ma se non hanno la specializzazione non riusciranno mai a svolgere bene il proprio lavoro, soprattutto con delle particolari disabilità  si rischia soltanto di peggiorare la situazione e di non agevolare il difficile percorso di inserimento scolastico. Mi sono rivolta personalmente agli enti competenti, ma mi hanno sempre risposto che non hanno i fondi necessari, o addirittura “questo non è un problema nostro!” racconta la madre.
“Sono stanca, lotto da 16 anni per i diritti che spettano per legge a mio figlio, le norme ci sono ma non vengono messe in pratica. Il problema fondamentale è che senza la figura richiesta, e a causa di una programmazione differenziata che Stefano non dovrebbe svolgere, quest’anno rischia di non prendere l’attestato di qualifica e di non diplomarsi nemmeno in futuro”.
MILANO. “Il passaggio dalle medie alle superiori? Un disastro, ripartiamo da zero”
Un’altra vicenda di non adeguata inclusione scolastica nel capoluogo lombardo è quella di Matias Bonfrisco, ragazzo di 17 anni, che è diventato disabile il 30 novembre 2009 dopo che un “pirata” della strada gli ha rubato la vista e anche un pezzetto di cervello.
Mesi di coma e anni di ricovero a Bosisio Parini, provincia di Lecco, alla Nostra Famiglia Istituto E. Medea e in tanti ospedali, 42 interventi chirurgici di tutti tipi, mezzo cranio di titanio e una valvola lombo-peritonale. Mati — dice la madre Maria Bonfrisco — viene riconsegnato alla società , molto diverso di prima e con tanti handicap non solo fisici ma anche cognitivi.
La famiglia decide di trasferirsi a Milano per iscrivere Matias ad un Istituto Professionale per il commercio e il turismo, in cerca di un futuro migliore e di una possibilità  di terminare il percorso di studio.
“Abbiamo scelto questa scuola soprattutto perchè garantiva alta qualità  per il sostegno, con quasi 30 insegnanti dedicati in totale. Il numero, però, l’anno scorso è diminuito a 28 per seguire quasi 50 disabili, e quest’anno i docenti di sostegno sono stati tagliati a circa un terzo per 68 ragazzi con disabilità ”.
“Adesso mio figlio non ha un assistente personale che lo segue quotidianamente. In questo periodo i professori si sono organizzati per sistemare gran parte degli alunni con disabilità  in una sala, cercando di seguirli tutti insieme, ma con un numero troppo esiguo di docenti. Ma questo non è certo inclusione scolastica e rispetto delle norme vigenti”.

Renato La Cara
(da “il Fatto Quotidiano“)

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AUMENTANO GLI ALUNNI DISABILI MA NON GLI INSEGNANTI: E’ CAOS DA MILANO A BARI

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

A CAUSA DEI TAGLI DELLE EX PROVINCE VENGONO MENO ANCHE LE GARANZIE PER IL TRASPORTO E L’ASSISTENZA IN CLASSE… “MANCA UN DOCENTE SPECIALIZZATO SU TRE”

Aumentano gli alunni disabili ma gli insegnanti di sostegno restano sempre troppo pochi garantendo il rapporto di un solo docente per due alunni.
Non basta: secondo il sindacato Anief manca all’appello un professore specializzato su tre. E a questo si aggiunge il fatto che a causa dei tagli delle ex Province, anche quest’anno, sono venute a mancare le garanzie per il trasporto e l’assistenza in classe per molti disabili.
A quasi un mese dall’avvio dell’anno scolastico restano i problemi per le famiglie dei ragazzi in difficoltà  che quest’anno sono aumentati di ben 8.057 unità  passando da 216.452 a 224.509.
La maggior parte dei diversamente abili è alla scuola primaria dove se ne registrano 79.777 su un totale di 2.572.969 alunni.
Segue la scuola secondaria di primo grado con 65.227 ragazzi con difficoltà  e le superiori dove diminuiscono a 61.880 su un totale di 2.626.674 studenti.
Alla scuola dell’infanzia il dato si ferma a 17.625 alunni con disabilità  su un totale di 978.081: un numero basso a causa della mancata diagnosi negli anni precedenti alla scolarizzazione.
Problema che andrebbe preso in considerazione visto che spesso in queste classi non c’è un docente di sostegno nonostante la necessità  reale solo perchè la disabilità  non è ancora stata certificata.
Alunni e insegnanti: i numeri
Altro elemento sul quale riflettere è il numero di disabili per regione: la Lombardia è prima in classifica con 35.442 alunni disabili su un totale di 1.190393 ragazzi iscritti nelle scuole di ogni ordine e grado. Segue la Campania che ha 909.010 allievi di cui 25.022 che necessitano del sostegno. In Sicilia ci sono 754.438 alunni in totale di cui 23.850 disabili mentre in Veneto su un numero complessivo di 604.299 alunni sono solo 15.701 quelli certificati.
Sul fronte insegnanti si è passati dai 117.000 dello scorso anno ai 124.572 che comprendono i 28.092 in deroga dove in alcune regioni del Sud sono spesso finiti insegnati senza la specializzazione per evitare il trasferimento al Settentrione.
Di questi 124.572 fanno parte anche i posti di potenziamento (al netto di quest’ultimi infatti i posti di sostegno sarebbero solo 1.126 in più.
Anche in questo caso è la Lombardia, logicamente, ad avere il maggior numero di insegnanti (16755) seguita da Campania (17.805) e Sicilia (13.224).
Da notare che rispetto alla serie storica dopo due anni di minimo incremento di docenti (nell’anno scolastico 2014/2015 erano 117.673, persino qualche unità  in più del 2015/2016) quest’anno si è visto un leggero incremento. Interessante vedere, infine, che il focus del ministero dell’Istruzione non riporta, invece, alcun numero sui disabili presenti alle paritarie.
Intanto in tutt’Italia è il caos
A Pavia la Cisl ha denunciato la mancanza di 100 docenti di sostegno nelle scuole della città  e della provincia: ad oggi questi posti sono occupati da docenti non abilitati che hanno accettato l’incarico per non restare senza lavoro.
A Bari nei giorni scorsi i genitori hanno protestato davanti la sede della presidenza della Regione per chiedere garanzie sul trasporto scolastico e l’assistenza specialistica nelle scuole.
A Milano il problema riguarda 500 studenti delle superiori: le casse della Città  metropolitana sono vuote e il servizio di trasporto costerebbe almeno 3,4 milioni che nessuno ha intenzione di tirar fuori. Per ora solo Palazzo Marino ha deciso di occuparsi di una parte di questi. In Sicilia sono circa 2000 i disabili senza il servizio di trasporto e assistenza.
“In questi giorni abbiamo parlato con tanti genitori, molti di loro sono demoralizzati. Stanchi di trovarsi ogni volta a lottare con le istituzioni per ottenere quello che in realtà  è un diritto dei loro figli: il diritto all’istruzione”, spiega Alberto Fontana della Ledha.
Le famiglie sono disorientate e frustrate dalla mancanza di informazioni e di collaborazione da parte degli enti territoriali.
Alcune, pur di garantire ai propri figli il diritto ad andare a scuola, sono disposte a pagare i tasca propria i costi per l’assistente alla comunicazione o l’assistenza ad personam.
Altre terranno a casa i propri figli in attesa di avere informazioni più precise, altre ancora ricorreranno alle aule dei tribunali.

Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA BATTAGLIA LEGALE SUL REFERENDUM: ECCO I PUNTI PER CAPIRE IL RICORSO

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

SU COSA SI BASA, MODI E TEMPI DELLA DECISIONE

Che cosa contesta il ricorso sul referendum?  
Prende di mira il quesito che troveremo sulla scheda. Dove ci chiederanno di approvare o no la legge «sul superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione». Secondo i ricorrenti, questo riassunto è fazioso e viola la legge 352 del 1970 sui referendum.
Cosa prescrive la legge?  
La sostanza dell’art.16 è che nelle leggi di revisione costituzionale si dovrebbero elencare sulla scheda gli articoli da cambiare, indicandone il contenuto; per le altre leggi costituzionali, invece, è sufficiente specificare l’argomento cui si riferiscono. L’accusa dei ricorrenti (gli avvocati Giuseppe Bozzi e Enzo Palumbo, cui si sono uniti Vito Crimi per M5S e Loredana De Petris per Sel) è che la formulazione renziana non indica gli articoli uno per uno, come secondo loro avrebbe dovuto, e per spiegare il contenuto usa il titolo propagandistico della Boschi.
È un ricorso fondato?
Lo deciderà  il Tar del Lazio, seconda sezione bis, presieduta dalla dottoressa Spanizzi. Il tribunale amministrativo deve anzitutto chiarire se è competente a decidere. Certi giuristi sostengono di no, che i ricorrenti hanno sbagliato indirizzo, avrebbero dovuto bussare invece alla Cassazione che già  aveva messo il suo timbro sul quesito. Sennonchè la legge sui referendum (art.12) non prevede alcuna forma di ricorso in Cassazione, per cui Bozzi e gli altri non avevano altra possibilità  che contestare l’intero decreto con cui il Presidente della Repubblica ha indetto il referendum. Per questo motivo si sono rivolti al Tar, correndo i rischi del caso.
Nella sostanza i ricorrenti hanno ragione?  
Il governo tramite i suoi avvocati dirà  di no, che pure in passato si era fatto così: tanto nel 2001 quanto nel 2006 la scheda non indicava gli articoli da cambiare ma semplicemente «il Titolo V», oppure «la seconda parte della Costituzione»: formulazioni che guarda caso corrispondevano ai titoli delle due riforme sottoposte a referendum. Sostiene il premier: noi ci siamo regolati esattamente allo stesso modo, inserendo il titolo della legge approvata dal Parlamento. Sottovoce, certi fautori del Sì riconoscono che c’è stato un po’ di furbizia; salvo aggiungere che la legge del 1970 non la vieta affatto, perchè la formulazione del famoso art. 16 è alquanto lacunosa. Prescrive semplicemente di specificare sulla scheda l’argomento cui la riforma costituzionale «concerne», ma non indica il modo in cui la riforma va sintetizzata. Renzi l’ha riassunta a modo suo, e per il Tar non sarà  facile metterlo con le spalle al muro.
Quando la decisione?  
La cattiva notizia: qualunque cosa il Tar decida, ci sarà  un appello davanti al Consiglio di Stato. La buona notizia: diversamente da quella civile, la giustizia amministrativa procede in fretta. Già  oggi a mezzogiorno è fissata la prima udienza.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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LISTE DI PROSCRIZIONE PER TRE MILIONI DI LAVORATORI STRANIERI IN GRAN BRETAGNA

Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile

IL DELIRIO DELLA MINISTRA DEGLI INTERNI AMBER RUDD METTE IN PERICOLO ANCHE I LAVORATORI E GLI STUDENTI ITALIANI IN GRAN BRETAGNA… LA CONFINDUSTRIA INGLESE:”SENZA STRANIERI L’ECONOMIA BRITANNICA SALTA PER ARIA”

Liste di proscrizione per lavoratori stranieri nella Gran Bretagna cosmopolita, multietnica e globalizzata del ventunesimo secolo.
Potrebbe sembrare uno scenario di fantapolitica, invece è una proposta della ministra degli Interni Amber Rudd: così clamorosa che ha scatenato un’ondata di polemiche, finendo per oscurare o almeno far passare in secondo piano quello che doveva essere il principale argomento politico della giornata, il discorso della premier Theresa May a conclusione dell’annuale congresso del partito conservatore.
Le parole della ministra Rudd sono state anticipate questa mattina dal Times di Londra, che ha aperto la prima pagina con un titolo allarmante: “Firms must list foreign workers”, le aziende dovranno fare liste dei lavoratori stranieri.
Un’idea che Rudd ha precisato al congresso dei Tories: “Ci sono troppi lavoratori stranieri in Gran Bretagna”, ha detto, aggiungendo subito dopo che sono troppi anche gli studenti stranieri.
Gli uni e gli altri tolgono posti, spazio e risorse ai cittadini britannici, sostiene la ministra. Per invertire la tendenza non basta, evidentemente, porre limiti all’immigrazione, come il Regno Unito si appresta a fare con Brexit, ovvero uscendo dall’Unione Europea e mettendo fine alla libertà  di movimento dei lavoratori, anche pagando il prezzo dell’uscita dal mercato comne.
Occore qualcosa di più: “Svergognare” le aziende che, perlomeno nella visione del governo, privilegiano le assunzioni di stranieri.
Per questo, l’obbligo di pubblicare “liste” per nazionalità , in modo che l’opinione pubblica sappia quanti britannici e quanti non britannici vi lavorano: una pressione che, nelle intenzioni di Amber Rudd, spingerebbe le imprese ad assumere più britannici.
“Xenofobia pericolosa”, accusa il partito laburista. “Non sono razzista”, si difende la ministra – che forse, avendo preso il posto occupato per sei anni da Theresa May prima di conquistare Downing street, pensa di dover farsi notare per favorire il resto della sua carriera.
Ma la Confindustria britannica e la City segnalano scontento, commentando che, senza gli stranieri, l’economia nazionale andrebbe in tilt.
E sui social network esplode lo sdegno, anche da parte di molti italiani di Londra, increduli all’idea di poter finire in una “lista”, identificati come diversi: un’iniziativa che risveglia i peggiori fantasmi del passato europeo.
Del resto Liam Fox, uno dei tre “ministri per Brexit” nominati da Theresa May, afferma tranquillamente che gli europei residenti in Gran Bretagna, 3 milioni di persone, potrebbero essere usati “tatticamente” come merce di scambio al tavolo della trattativa fra governo britannico e Ue sui termini del divorzio.
Anche questa una proposta che suscita proteste e indignazione, peraltro smentita dalla premier May secondo cui i diritti degli europei residenti nel Regno Unito saranno protetti finchè lei è a capo del governo, seppure aggiunga subito “a patto che i britannici ricevano protezione analoga in Europa”.
Insomma, per quanto appaia incredibile, il grido che si insinua nella capitale multietnica, cosmopolita e globalizzata d’Inghilterra è “non passa lo straniero”.

(da “La Repubblica“)

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ILARIA CUCCHI: “SODDISFATTA DELLA PERIZIA, FINALMENTE VIENE AMMESSO IL PESTAGGIO DI MIO FRATELLO”

Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile

“CHIEDERE SCUSA? CHIEDANO SCUSA A STEFANO”

“Io non potrei essere più soddisfatta”, perchè la perizia “per la prima volta, dopo sette anni, riconosce le due fratture alla colonna vertebrale. Quelle che secondo noi, non curate, hanno causato la morte di Stefano. Per me è un riconoscimento importantissimo”.
Così Ilaria Cucchi, intervistata da Repubblica, commenta la perizia degli esperti nominati dal gip di Roma nell’ambito dell’inchiesta Cucchi-bis.
“Finalmente vengono riconosciute quelle ferite”, spiega, che nel primo processo “non erano state prese in alcuna considerazione”.
“È vero che fanno un riferimento all’epilessia, ma dicono che, comunque, non è documentabile come causa della morte. Diverso è per le fratture alla colonna vertebrale, che vengono riconosciute come recenti, e per il danno al globo vescicale non curato”.
“Non erano lesioni mortali, questo è certo. Ma altrettanto certo è che quelle fratture non curate possono aver causato la morte di mio fratello”.
I sanitari del Pertini che lo ebbero in cura, rileva, “sono stati assolti con sentenza passata in giudicato. E quindi non si può tornare indietro”.
“Ora gli indagati sono i carabinieri che quelle fratture le hanno causate a suon di botte. E vedremo come andrà  a finire”.
“Ora sappiamo che finalmente abbiamo ottime possibilità  di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale”, dice in un’intervista alla Stampa.
“Io non devo chiedere scusa a nessuno. Qui l’unico che aspetta delle scuse è mio fratello. Nessun pubblico ufficiale ha compiuto il proprio dovere, almeno di umana pietà . Si sono tutti voltati dall’altra parte. Stefano è morto di giustizia e di indifferenza. Come è possibile trovarsi di fronte a una persona in quelle condizioni e non fare nulla?”.

(da “Huffingtonpost“)

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CASO CUCCHI, LA PERIZIA D’UFFICIO E’ UN CAPOLAVORO DI IPOCRISIA DOVE SI PUO’ SOSTENERE TUTTO E IL SUO CONTRARIO

Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile

GIRAVOLTE E VELENI INVECE CHE CHIARIRE INGARBUGLIANO ANCORA DI PIU’…. FIRMATE DA UN DOCENTE CHIACCHIERATO

Le 205 pagine della perizia di ufficio firmata dal collegio di professori presieduto da Francesco Introna sono un italianissimo capolavoro di ipocrisia che lascia il caso Cucchi in un guado dove è possibile sostenere tutto e il suo contrario.
Un guazzabuglio della logica, un monumento al «ma anche», che consente, legittimamente, di far dire ai difensori dei carabinieri indagati per il pestaggio di Stefano che l’inchiesta “bis” della Procura è pronta per essere sepolta da una pietra tombale. E, altrettanto legittimamente, a Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo, legale della famiglia, che «finalmente sarà  possibile celebrare un processo per omicidio».
Impossibile, si dirà . Eppure, prevedibile.
Chiamato dopo sette anni a rispondere una volta per tutte alla Domanda del caso Cucchi – di cosa è morto? – perchè dalla risposta dipende il futuro di un nuovo processo agli autori del pestaggio, il collegio peritale nasce infatti nel gennaio scorso sotto i peggiori auspici.
Perchè a presiederlo viene chiamato un luminare barese, Francesco Introna, massone in sonno e uomo di destra, legato da rapporti di stima e colleganza con almeno due dei professori e medici legali (Paolo Arbarello e Cristina Cattaneo) di cui dovrebbe giudicare il lavoro.
Perchè, nel tempo, uno quale perito del pm (Arbarello), l’altra quale consulente di ufficio della Corte di Assise nel processo di primo grado (Cattaneo) hanno categoricamente escluso che le lesioni subite alla schiena durante il pestaggio da Cucchi (due fratture vertebrali) abbiano qualcosa a che vedere con le cause del suo decesso.
Concludendo in un caso (Arbarello) che Stefano è morto per un «arresto cardiocircolatorio provocato da un grave squilibrio metabolico ».
Nell’altro (Cattaneo), di «fame e di sete», come un suicida.
Di più. Il professor Introna è diviso da profonda inimicizia da Vittorio Fineschi, storico consulente della famiglia Cucchi che da sette anni predica nel deserto sostenendo che nella morte di Stefano hanno avuto un peso decisivo le sue fratture vertebrali e l’effetto che hanno prodotto sui riflessi vagali che governano il battito del cuore.
La posta in gioco per Introna e il suo collegio è dunque alta.
Concludere che le fratture vertebrali non sono state nè causa, nè “con-causa” della morte di Cucchi significa condannare l’inchiesta bis sui carabinieri a un’imputazione modesta di lesioni e dunque a sicura prescrizione visto il tempo trascorso.
Sostenere il contrario, significa aprire la strada a un’imputazione di omicidio preterintenzionale e umiliare il lavoro di Arbarello e della Cattaneo, dando ragione all’odiato Fineschi e violando il fairplay degli uomini di scienza, in cui la regola vuole che cane non morda cane.
Per uscire dalla tenaglia, Introna impiega dieci mesi.
E, alla fine, sceglie la via del «ma anche». Tira fuori dal cilindro come «probabile causa di morte» il coniglio dell’epilessia, ma ammette che l’ipotesi, sebbene da lui privilegiata, non ha riscontri «oggettivi».
Quindi, sdogana quella avanzata dall’odiato Fineschi.
Ancorchè da lui scartata – argomenta infatti – esiste una seconda ipotesi plausibile: che le fratture alla schiena di Stefano (per la prima volta in sette anni riconosciute come recenti e dunque frutto del pestaggio) abbiano indotto un riflesso del nervo vagale che ha provocato la spaventosa dilatazione della vescica e, a cascata, una gravissima brachicardia che ha prodotto l’arresto del cuore. E tuttavia, aggiunge, quelle fratture (e dunque il pestaggio) non possono essere considerate causa del decesso, perchè sarebbe bastato che qualcuno avesse avuto cura di svuotarla quella vescica.
Insomma, colpa non dei carabinieri, ma degli infermieri del Pertini, dove Stefano fu ricoverato, e per giunta ormai assolti con sentenza passata in giudicato.
Nel gergo degli addetti, una “perizia suicida”.
Forse, e più semplicemente, solo l’ultima furbizia di una storia che continua a pretendere soltanto la verità .

(da “La Repubblica”)

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COMUNI COMMISSARIATI: OGNI ANNO TRA MAFIA, DISSESTI E DIMISSIONI 2,5 MILIONI DI CITTADINI SENZA UN SINDACO

Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile

IN 14 ANNI 2.835 ENTI, AL NORD AUMENTO DEL 27%… ATTUALMENTE SONO SCIOLTI 82 COMUNI, IL 16% PER INFILTRAZIONI CRIMINALI IL DOPPIO RISPETTO AI DIECI ANNI PRECEDENTI

Da Africo, in Calabria, a Villa d’Adda, in Lombardia. Passando per Corleone (Sicilia), Molfetta (Puglia), Sabaudia (Lazio), Brescello (Emilia-Romagna), Abano Terme (Veneto), Lavagna (Liguria) e Carezzano (Piemonte).
A oggi sono ben 82 i Comuni italiani che ‘viaggiano’ senza sindaco nè consiglio comunale. Ottantadue municipalità  commissariate per mafia, dissesto finanziario, dimissioni dei consiglieri o incapacità  di approvare il bilancio.
Dalla Sicilia al Trentino Alto-Adige, infatti, lo scioglimento è un’evidenza spalmata lungo tutto il Paese e va a colpire giunte di ogni colore politico, come raccontano i numeri analizzati da Openpolis per Repubblica.it.
Un dato su tutti: tra il 2001 e il 2014 sono stati commissariati 2.385 Comuni, con un aumento al Nord del 27,5% e un calo al Sud pari al 24,3 per cento.
Tradotto: in media, ogni anno sono 2,5 milioni gli italiani che rimangono privi di amministrazione eletta.
E privo di amministrazione eletta rischia di rimanere (ancora una volta) anche il Comune di Nicotera, in Calabria, dove soltanto poche settimane fa una coppia di sposi è atterrata in elicottero nel centro del paese: a coordinare le manovre, tra gli altri, c’era pure il pilota dei Casamonica.
E dove – secondo la prefettura di Vibo Valentia – a questo punto sarebbe necessario procedere con un altro scioglimento a causa delle infiltrazioni della criminalità  organizzata (dopo le esperienze già  vissute nel 2005 e nel 2010). L’indicazione, inviata di recente al Viminale, è netta: l’ente non è più in grado di resistere alle pressioni della ‘ndrangheta.
Per collusioni con ambienti in odor di mafia è stato sciolto – non più di un mese e mezzo fa – il Comune di Corleone, la cittadina che diede i natali ai boss Bernardo Provenzano e Totò Riina e dove proprio in questi giorni è stata scalfita la roccaforte dell’omertà  con otto imprenditori che hanno denunciato il pizzo.
E sempre per mafia, qualche mese fa, è stato sciolto pure il Comune di Tropea, in Calabria.
Diverso, spostandosi al nord, è il caso di Abano Terme dove a giugno il sindaco è stato arrestato tre giorni dopo l’elezione con l’accusa di corruzione. In virtù della legge Severino, è scattata la transizione sotto la guida di un commissario: l’elettorato potrà  tornare alle urne la prossima primavera nel tentativo di recuperare la ‘normalità ‘ amministrativa.
Ma quando si parla di commissari incaricati di ripristinare la legalità , la domanda più ricorrente è legata alla reale capacità  del provvedimento di mettere fine o meno all’influenza della criminalità  organizzata sulla politica locale.
Che la norma – soprattutto quando si tratta di mafia – sia risultata a volte inefficace, infatti, lo dimostrano i reiterati scioglimenti di Comuni come Lamezia Terme, Taurianova o Platì, tutti colpiti più volte.
Per gli analisti è la dimostrazione che non sempre mandare a casa un’amministrazione e tornare alle urne dopo un periodo stabilito sia davvero risolutivo. Ecco perchè in Parlamento è in corso d’esame una revisione della legge.
Nel frattempo, sul versante economico, a marzo di quest’anno il governo ha stanziato 40 milioni di euro (validi sul 2015) a favore di 32 enti commissariati, a fronte di una richiesta complessiva avanzata che ammontava a oltre 203 milioni.
Si tratta di un’anticipazione di liquidità  per garantire il rispetto dei tempi di pagamento alle imprese con tanto di restituzione secondo un piano di ammortamento trentennale a rate costanti.
A Reggio Calabria, sciolto per mafia nel 2012, e ad Augusta le quote più consistenti: 7,8 milioni ciascuno. Entrambi oggi hanno di nuovo un sindaco: il primo in quota Pd (Giuseppe Falcomatà ), il secondo M5s (Maria Concetta Di Pietro).
Di certo c’è che le cause che possono portare allo scioglimento di un consiglio comunale sono varie. Le principali, infatti, sono riconducibili a due macrocategorie: le questioni politiche (come le dimissioni dei consiglieri o del sindaco oppure le mozioni di sfiducia); e la cattiva gestione del Comune o gli errori amministrativi (infiltrazioni mafiose, mancata approvazione del bilancio e decadenza del sindaco).
La grande maggioranza dei casi registrati in Italia rientra in questi due tipi di cause.
E’ soltanto di qualche giorno fa, tuttavia, l’avvertimento lanciato dal ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che si è detto “molto preoccupato” per la gestione dei fondi dedicati a depurazione e bonifiche di siti di interesse non nazionale: Le risorse ci sono – ha sottolineato -, dal 4 agosto abbiamo avuto a disposizione 1,6 miliardi. Parliamo di mare, di salute dei cittadini e di infrazioni Ue. Coloro i quali non spenderanno quei soldi per la depurazione verranno commissariati. Ho già  mandato le lettere di diffida ai Comuni che non rispetteranno i tempi, anche se il commissariamento in campo ambientale deve essere l’extrema ratio”.
Popolazione coinvolta.
Vero è che grazie ai dati del ministero dell’Interno è possibile monitorare l’evoluzione del fenomeno dal 2001 al 2014.
L’analisi raccoglie i numeri dei casi anno per anno e ne evidenzia le cause e il rispettivo peso. Lo scioglimento dei consigli comunali ha avuto un’incidenza minima ma costante sulla popolazione italiana. In media ogni anno sono 2,5 milioni (circa il 4%) i cittadini interessati dalla questione perchè residenti in Comuni commissariati. Il livello minimo è del 2003 con 1,3 milioni di cittadini coinvolti, mentre quello massimo è stato raggiunto nel 2001 con 6,8 milioni.
Valori importanti, infatti, sono stati toccati con lo scioglimento dei consigli di Roma – nel 2001 prima e nel 2008 poi, senza contare l’arrivo di Francesco Paolo Tronca nel 2015 – e di Reggio Calabria quattro anni fa. Il fenomeno da sempre riguarda per lo più i Comuni sotto i 3mila abitanti (circa il 35% del totale), ma dal 2010 al 2014 aumenta la percentuale di città  coinvolte con più di 10mila abitanti: queste passano dal 33,1% del periodo precedente al 36,2 per cento.
Nel complesso, va rilevato che è dal 2007 che non si scende sotto quota 2 milioni. Ed è in aumento la percentuale di Comuni sciolti con più di 10mila abitanti.
Quanti sono i Comuni commissariati.
A oggi i commissariamenti attivi in tutta la penisola sono 82. Un numero tutto sommato contenuto grazie alle recenti elezioni tenute in 1.300 municipalità  del Belpaese.
Ma, a ben guardare, i dati rivelano alcuni aspetti da non sottovalutare.
Di questi 82 Comuni, infatti, il 20% è in amministrazione straordinaria da oltre 400 giorni, e il 5% addirittura da più di 600. I consigli comunali sciolti per mafia sono il 15,85% (13 città ), percentuale ben superiore alla media del periodo 2001-2014, quando rappresentava il 7,17 per cento. Inoltre, diverse città  hanno avuto difficoltà  a portare a termine le consultazioni elettorali.
In 4 Comuni non è stato raggiunto il quorum, in altri 3 non sono state presentate le liste dei candidati (come a San Luca, nella Locride) e in uno le operazioni elettorali sono state persino annullate.
La durata del commissariamento.
I commissariamenti per mafia hanno di solito una durata superiore agli altri tipi di scioglimento. Per legge, infatti, vanno dai 12 ai 18 mesi e sono prorogabili fino a un massimo di 24.
Non sorprende quindi che dei 13 Comuni in amministrazione straordinaria da più di un anno, il 46,15% sia stato sciolto per infiltrazioni o condizionamenti di tipo mafioso.
L’interruzione dell’ordinaria vita istituzionale dura invece da meno di 200 giorni nel 66,67% delle città  ancora commissariate.
Evoluzione del fenomeno negli anni.
Dal 2001 al 2014 sono stati sciolti 2.385 consigli comunali. I picchi sono stati raggiunti nel 2005 e nel 2013 con – rispettivamente – 213 e 199 commissariamenti. Il 2014 è l’anno con il minor numero di amministrazioni sciolte, 142: il 28,64% di casi in meno rispetto all’anno precedente.
Perchè vengono sciolti i Comuni.
Sempre dal 2001 al 2014, la metà  dei commissariamenti è dovuta alle dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali, ben 1.195 casi su 2.385.
A prevalere sono dunque le cause politiche: basti pensare che, se si aggiungono anche le dimissioni del sindaco e le mozioni di sfiducia, si arriva al 71,90% dei decreti di scioglimento. Altra frequente motivazione è la cattiva gestione del Comune o un comportamento sbagliato da parte degli amministratori.
Di contro, i commissariamenti per mafia, quelli per mancata approvazione del bilancio e per decadenza del sindaco sono il 13,46% dei casi.
L’analisi regionale.
I commissariamenti sono senza dubbio un fenomeno nazionale.
Dal 2001 al 2014 è stato registrato almeno uno scioglimento in ben 18 delle 20 regioni italiane. Ma è anche vero che sei regioni da sole collezionano il 70,36% dei casi. Nell’ordine sono: Campania (18,28%), Lombardia (13,46%), Calabria (12,29%), Puglia (9,39%), Piemonte (8,39%) e Lazio (8,01%).
Certo, nel tempo le differenze macroterritoriali si sono assottigliate. Tanto che i Comuni commissariati al nord sono passati dal 28,70% al 36,60% del totale nazionale, mentre al sud sono scesi dal 60,50% al 45,80 per cento.
Anche la fetta del centro è cresciuta sensibilmente, passando dal 10,80% al 17,60 per cento.
Ma è comunque da sottolineare che il fenomeno è più consistente al sud. La vera differenza infatti non è tanto il numero assoluto di commissariamenti, ma la loro incidenza sul territorio.
Per esempio, la Lombardia è al secondo posto per numero totale di amministrazioni sciolte, ma è all’undicesimo se il dato si mette in rapporto al numero di Comuni della regione: si vede così che è coinvolto l’8,70% di tutte le municipalità  lombarde.
Stesso discorso per la regione Piemonte, che risulta quinta per numero assoluto di casi, ma è quindicesima per percentuale di Comuni interessati, che sono il 6,30% del totale regionale.
Dunque, in queste regioni il fenomeno è presente, ma ha un peso più basso rispetto ad altre zone del Paese. In Puglia è stato commissariato il 30,60% dei Comuni, in Calabria il 27,10%, e in Campania il 25,80 per cento.
Ci sono anche altri ‘eventi’ più frequenti al sud: si tratta delle ricorrenze, vale a dire quei Comuni commissariati più di una volta.
In Italia il 7,10% degli enti commissariati fra il 2010 e il 2014 è stato sciolto ben due volte. In Campania questa percentuale aumenta e diventa più del doppio (il 15,50 per cento). E degli 852 Comuni sciolti tra il 2010 e il 2014, due sono stati commissariati addirittura tre volte: uno si trova in Campania, l’altro in Calabria.
Non da ultimo: solo Friuli-Venezia Giulia e Valle-d’Aosta non hanno avuto amministrazioni sciolte negli anni esaminati.
E poi: il record di commissariamenti in un singolo anno spetta alla Campania, dove nel solo 2009 ci sono stati ben 43 consigli comunali sciolti.
Infiltrazioni mafiose.
Gli enti sciolti per infiltrazioni e condizionamenti di tipo mafioso meritano un capitolo a parte. Il provvedimento, dal notevole peso politico, segue un iter che è diverso rispetto agli altri.
Per accertare la sussistenza delle accuse, il prefetto nomina una commissione d’indagine che entro tre mesi (rinnovabili per altri tre) deve effettuare le dovute verifiche e consegnare le proprie conclusioni al prefetto.
Entro 45 giorni, il prefetto invia al Viminale una relazione. A decretare lo scioglimento è poi il presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Interno.
L’intervento conserva i suoi effetti per un periodo che va da 12 a 18 mesi. In casi eccezionali, sono prorogabili a un massimo di 24 mesi. Contro il decreto di scioglimento si può ricorrere in prima battuta dinanzi al Tar e in appello dinanzi al Consiglio di Stato.
Un’altra particolarità  è che il commissariamento per mafia può essere determinato non solo dalla condotta degli organi politici – giunta e consiglio – ma anche da altri incaricati come il segretario comunale, il direttore generale, i dirigenti e i dipendenti dell’ente locale.
Effetto Monti.
Dal 1991, anno in cui l’istituto è stato introdotto, al 2014 sono stati sciolti per mafia 258 Comuni.
Il dibattito sulla materia è sempre molto acceso, specie per il suo notevole peso sulle dinamiche politiche dell’ente locale.
Particolarmente significativo è stato l’arrivo del governo tecnico guidato da Mario Monti nel 2012, quando i decreti di scioglimento per infiltrazioni mafiose sono aumentati del 380 per cento rispetto al 2011 (ultimo anno del governo guidato da Silvio Berlusconi).
Nel 2013, invece, l’incremento ha fatto segnare un +220 per cento. Per molti tale balzo è legato proprio alla presenza di ‘tecnici’ al Viminale, slegati dalle possibili mediazioni politiche con gli enti interessati.
Non a caso, nel report annuale di Avviso pubblico del 2012, Raffaele Cantone analizzava così le percentuali: “Questo dato potrebbe in parte avere una spiegazione “politica”; la presenza al Viminale di un ministro tecnico, di provenienza prefettizia, che ha raccolto gli input che venivano dalle prefetture ma soprattutto che ha evitato estenuanti “mediazioni” politiche sugli scioglimenti, come purtroppo ci aveva abituato la prassi (deteriore) degli ultimi anni”.
Quando un ente ci ricasca.
I commissariamenti per mafia, dunque, sottolineano ancora di più le forti differenze fra nord e sud.
Dei 171 casi registrati fra il 2001 e il 2014, il 97,08% è avvenuto nel Mezzogiorno. Il fenomeno nel periodo analizzato ha coinvolto 8 regioni: Puglia, Lombardia, Liguria, Lazio, Piemonte, Sicilia, Campania e Calabria.
Le ultime due, da sole, hanno collezionato oltre il 71% dei casi. Ed è in questi territori che si trovano 8 dei 9 Comuni che dal 1991 a oggi sono stati commissariati 3 volte per mafia.
Si tratta di Casapesenna (2.160 giorni di commissariamento per mafia), Casal di Principe (1.800 giorni), Grazzanise (1.980 giorni), San Cipriano d’Aversa (1.800 giorni, tutti e quattro in provincia di Caserta), Melito di Porto Salvo (1.980 giorni), Roccaforte del Greco (2.160 giorni), San Ferdinando (2.160 giorni) e Taurianova (1.980 giorni, in provincia di Reggio Calabria). A questi se ne affianca un altro: Misilmeri (1.980 giorni), in Sicilia, provincia di Palermo.
Attenzione particolare merita Casal di Principe, che oltre a 3 provvedimenti per mafia e 2 proroghe, nello stesso periodo è stato sciolto altre 6 volte per altri motivi.
Ricorsi e rimborsi.
Per 188 dei 258 Comuni sciolti per mafia (il 72,87%) è stato fatto ricorso all’autorità  giurisdizionale. Ebbene, 20 dei 188 ricorsi (il 10,64%) sono stati accolti, annullando lo scioglimento dell’ente.
Le sentenze di annullamento includono anche il risarcimento del danno per le amministrazioni coinvolte.
Per esempio, il Tar della Calabria, con sentenza numero 343 del 2012, ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire con oltre 2 milioni di euro il comune di Amantea (Cosenza).

Data journalism
(da “La Repubblica”)

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