Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile
CENTINAIA IN CAMMINO DA BELGRADO VERSO LA FRONTIERA NONOSTANTE LA PIOGGIA E IL FREDDO: “DEVONO FARCI PASSARE”
Sei mesi fa erano rimasti intrappolati al confine tra Serbia e Ungheria. Era il 5 marzo e la rotta balcanica
si era ufficialmente chiusa, bloccando nella terra di nessuno almeno 6 mila migranti.
Dopo Slovenia e Serbia, anche Macedonia e Croazia avevano blindato le frontiere in una reazione a catena di fronte alla quale l’Ungheria aveva dichiarato lo «stato d’emergenza» per il pericolo di «migrazioni di massa» e deciso di rafforzare il muro «anti invasione».
Ma ieri la lunga attesa nei campi si è improvvisamente interrotta: in centinaia si sono messi in cammino da Belgardo per raggiungere a piedi la frontiera con l’Ungheria, 200 km circa più a Nord, con l’obiettivo di protestare contro le autorità di Budapest per la decisione di impedire loro il passaggio in territorio ungherese e poter proseguire il viaggio verso l’Europa occidentale.
Da quando il governo di Orban ha deciso di chiudere la rotta balcanica sigillando la frontiera con 175 chilometri di barriera presidiata da 10 mila agenti, c’è un solo modo per entrare legalmente nel Paese e proseguire il viaggio verso l’Europa: passare dalle due zone di transito autorizzate, una è a Horgos, dove stanno gli afghani, l’altra è Kelebia, dove aspettano i siriani. Trenta persone al giorno.
Nei primi 6 mesi del 2016 l’Ungheria ha concesso 87 visti ai rifugiati (a fronte di 22.491 richieste d’asilo) e fatto passare meno di 500 persone.
A Belgrado, prima di intraprendere il viaggio a piedi, i migranti, per lo più afghani, avevano inscenato una manifestazione di protesta contro gli ungheresi alla stazione degli autobus della capitale serba, bloccando a tratti il traffico: «Please Open Hungary Borders», per favore aprite il confine ungherese, si leggeva su cartelli e striscioni mostranti dai manifestanti, fra i quali si sono registrati scontri con gruppi di migranti contrari alla marcia verso il confine magiaro.
La polizia, che ha tenuto a bada la protesta, ha successivamente diffuso un comunicato mettendo in guardia dal ripetersi di incidenti e invitando i migranti a «rispettare le leggi serbe» al pari di tutti gli altri cittadini.
La marcia è proseguita nonostante la pioggia e il freddo, scortata dalla polizia e da cittadini che lungo la strada offrono acqua e cibo.
Un anno fa migliaia di migranti sostarono e protestarono a lungo davanti alla barriera di metallo e filo spinato eretta da Orban.
Monica Perosino
(da “La Stampa”)
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Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile
DIANE JAMES LASCIA LA GUIDA DEL PARTITO EUROSCETTICO
È durata appena 18 giorni la leadership di Diane James nello Ukip.
La prima donna a guidare il partito indipendentista britannico – lasciato senza capo dopo le dimissioni di Nigel Farage – ha fatto un passo indietro.
«Non sento di avere l’autorità », ha fatto sapere la James con uno scarno comunicato in cui ammette di non sentire la fiducia dei deputati.
Alcune fonti avevano anticipato la mossa della James in tarda serata spiegando che dietro la scelta ci sono motivi famigliari.
Eppure la James aveva stravinto le primarie, l’avvento di una donna alla guida del più discusso, rumoroso ma in ascesa partito britannico aveva portato una ventata di novità .
Dimissioni irrevocabili, accettate nella notte dal presidente del Partito. Ora si riapre la partita.
Steven Wolfe, deputato europeo e voce principale sul tema immigrazione, sembra in pole position. In settembre era stato costretto a rinunciare al «contest» per problemi burocratici, ora potrebbe tornare in lizza.
Ma qualcuno già guarda a Nigel Farage, l’uomo che ha trasformato lo Ukip in un Partito che viaggia ormai stabilmente in doppia cifra (anche se il sistema elettorale britannico, maggioritario secco con collegi uninominali non premia lo Ukip in quanto a seggi, appena 4 quelli a Westminster).
Farage non è nuovo ai ritorni. Se dovesse tornare sulla scena sarebbe la quarta volta che si riprende il partito, la terza dopo le sue stesse dimissioni.
Nel 2015, dopo le elezioni generali, lasciò sostenendo che c’era bisogno di una svolta e di aria fresca nel partito; dopo la Brexit invece se ne andò dicendo che aveva realizzato il suo sogno e che la sua missione politica ultraventennale era portare lontano dalla Ue il Regno Unito.
L’aveva compiuta e quindi poteva mettersi in disparte. Ma c’è già chi lo invoca come salvatore della patria a poche ore dalle dimissioni della James.
Il partito è litigioso, la partita della Brexit si gioca tutta a Bruxelles e a Downing Street e gli indipendentisti britannici non hanno leve particolari da azionare.
Farage da solo con le sue sparate e le sue proposte sopra le righe dava visibilità a un partito il cui nome degli altri esponenti è sconosciuto ai più.
Ora lo Ukip deve cercare un ruolo che vada ben oltre quello di guardiano della procedura della Brexit, troppo burocratico e tecnico.
Più che un leader servono idee che non siano già state triturate nella battaglia referendaria.
Alberto Simoni
(da “La Stampa”)
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Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile
“IN ITALIA SERVONO MENO LEGGI E MIGLIORI”
Le riforme costituzionali del governo Renzi sono “un ponte verso il nulla“. E sarebbe meglio che il
governo Renzi facesse “meno leggi, ma di migliore qualità “.
E’ il consiglio che il Financial Times rivolge al capo dell’esecutivo.
“Per quale motivo — domanda Tony Barber, autore dell’editoriale — Matteo Renzi, che nel 2002 criticò” la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, ora propone di costruirlo e “ne tesse gli elogi?”.
La risposta: “Ventilando al rilancio di un progetto caro a Silvio Berlusconi, Renzi punta a ridurre la propensione dei lealisti di Berlusconi e delle altre forze di centrodestra a farlo cadere nel caso in cui dovesse perdere il referendum“.
Ma “contrariamente a quanto pensa lo stesso Renzi, le riforme costituzionali che propone faranno poco per migliorare la qualità del governo, del processo legislativo e della politica” italiana.
Secondo il premier, prosegue Barber attaccando alle basi la dottrina renziana, il bicameralismo paritario “produce ritardi inutili che fanno zoppicare anche i governi benintenzionati come il suo, che vogliono mettere in atto riforme in grado di modernizzare il Paese. Eppure la storia dei governi del dopoguerra, compresa quella dello stesso esecutivo Renzi, smentisce la sua teoria. Il Parlamento italiano ha approvato anno dopo anno un numero maggiore di leggi di quelle passate in Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti. Nonostante la mancanza di una maggioranza in Senato, il Partito Democratico di Renzi è riuscito a far passare i tagli delle tasse e la riforma del mercato del lavoro su cui si basa il suo programma”.
“L’Italia — si legge ancora — non ha bisogno di leggi approvate più rapidamente, ma di un numero minore di provvedimenti e di migliore qualità “.
Leggi che “dovrebbero essere scritte con cura e applicate davvero, piuttosto che essere bloccate o aggirate da pubblica amministrazione, interessi privati e pubblici”.
Le riforme, poi, “sono legate a una legge elettorale che garantirà un premio al partito vincente, garantendogli la maggioranza per 5 anni. Elaborata nel 2014 da Renzi e Berlusconi, anche questa è davvero una cattiva riforma“.
Tony Barber ha cambiato idea sull’ex sindaco di Firenze, dirà chi ricorda un editoriale del 2015 in cui il giornalista definiva Renzi come “l’ultima speranza per l’Italia”.
Ma nell’ultimo paragrafo dell’articolo, Barber riprende il concetto.
Con un distinguo: “Nelle capitali europee si ha la sensazione che Renzi meriti di essere sostenuto. Un’Italia senza timone, esposta a una crisi delle banche e al Movimento 5 Stelle, comporterebbe guai”, continua il Financial Times sottolineando i pericolo che una vittoria del No al referendum del 4 dicembre comporterebbe.
Ma “dall’altro lato una vittoria (del Sì, ndr) potrebbe rivelare la follia di voler anteporre l’obiettivo tattico della sopravvivenza del governo alla necessità strategica di una democrazia robusta“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
DAL RITORNO IN CAMPO A NIENTE COMIZI, IL DISIMPEGNO DALLA CAMPAGNA REFERENDARIA
Un alone di mistero avvolge la salute di Silvio Berlusconi: “Mi pare buona cosa che non si sappia nulla — dice Sestino Giacomoni, ombra del Cavaliere assieme a Valentino Valentini — il che significa che le informazioni restano riservate”.
Gli ultimi spifferi dicono che potrebbe rimanere a New York qualche giorno in più e rientrare alla fine di questa settimana perchè ha un po’ di incontri con imprenditori e per evitare un nuovo stress da volo.
La verità è che attorno alla “salute” di Berlusconi è in atto una grande operazione politica, per giustificare la grande assenza dalla pugna referendaria.
Non è il “raffreddore” di Cernernko di cui parlava il Cremlino, ma i periodici referti delle nebbie di Arcore si spiegano più con la sapienza politica che con la scienza clinica.
Ecco che, una settimana fa, da Villa San Martino trapelava che l’ex premier sarebbe rientrato in campo a metà novembre, per la conferenza programmatica; bagni di folla, selfie, strette di mano, comizio appassionato in una sala a trenta gradi: “sta bene”, “un quarantenne”, “tornerà più forte di prima”.
Ora trapela che i medici del Presbyterian Hospital, evidentemente più appassionati al referendum nostrano che alla competizione Trump-Hillary, si sono affrettati a prescrivere cautela e riposo, vietando bagni di folla, selfie, strette di mano, comizio appassionato in una sala da trenta gradi.
Ovvero ciò che la famiglia e i medici del San Raffaele avevano detto dal primo minuto. E cioè che il Cavaliere può fare una vita da “padre nobile”, sia per la politica sia per le aziende, che indirizza, si interessa, dispensa consigli, ma non può sottoporsi a stressa psico-fisici e certo non può lavorare 18 ore al giorno.
Adesso della conferenza programmatica, ribattezzata come il terzo Predellino, già nessuno parla più.
E Stefano Parisi, che troppo presto aveva immaginato per sè il ruolo di protagonista del “dopo”, ha già toccato con mano di essere solo l’ultimo di una serie di aspiranti leader che è rimasto incastrato nelle contorsioni del prima.
Più di un parlamentare ne ha raccolto gli sfoghi amari su Berlusconi, che lo ha “buttato in mezzo”, “bruciandolo” anzitempo.
E c’è un motivo se Matteo Salvini e Giorgia Meloni, usciti da Arcore la scorsa settimana, si sono chiesti “chissà quanto dura”.
Ecco che una settimana dopo si apprende che, mentre con una mano l’ex premier vergava il comunicato della guerra a Renzi, con l’altra aveva programmato il viaggio in America, proprio nei giorni del Ruby ter, dove i suoi avvocati hanno presentato una certificazione medica, per chiedere l’istanza del rinvio dell’udienza, come effettivamente avvenuto.
Nel giro degli avvocati legati all’ex premier a microfoni spenti più di uno parla di verifiche cliniche ad arte per evitare il processo.
In Parlamento c’è qualcuno che parla chiaro, a microfoni spenti: “È tutto molto semplice. Berlusconi sta come stava una settimana fa, ha solo avuto un lieve malore all’atterraggio perchè impaurito e stressato, solo che i controlli americani sono diventati l’alibi perfetto per le due cose che gli stanno a cuore: rinviare i processi e non mettere la faccia sul referendum”.
Insomma, la salute come legittimo impedimento su tutto, come un modo onorevole per congelare la storia, all’ombra dell’ultimo capitolo del conflitto di interessi: “Berlusconi — prosegue il parlamentare — vuole stare a guardare che succede. Parliamoci chiaro: se il sì vince di tanto, la vittoria è tutta di Renzi, se vince bene il no è tutta di Grillo, lui aspetta e prova a stare in partita o con una vittoria di misura del no o del sì, quando si aprirà la trattativa sulla legge elettorale”.
La salute, appunto, come politica.
Perchè prendere atto e ammettere che non potrà fare più comizi significherebbe aprire ufficialmente il dopo, anche nel suo partito.
Prolungare il gioco di cure, verifiche di salute, promesse di ritorno in campo, è comunque un modo per giocare da leader questo passaggio, anche alla guida di un partito im cui il cuore non batte più e dove i suoi elettori, per il 40 per cento, sono orientati a votare la riforma di Renzi.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
SI POTREBBE ANCHE ABOLIRLE, COSI’ DA CAPOLINEA A CAPOLINEA I MEZZI PUBBLICI VIAGGEREBBERO COME SCHEGGE
Un problema tipico dei mezzi pubblici nelle grandi città è la “velocita di crociera”, ovvero a quanti km/h
è costretto a procedere un bus in mezzo al traffico metropolitano.
Tra ingorghi, auto parcheggiate in mezzo alla strada, mancanze di corsie preferenziali e vigili urbani in incroci a rischio, spesso si viaggia a passo d’uomo.
Molti comuni intervengono aumentando le corsie riservate e monitorando e perseguendo gli abusi di chi parcheggia a capocchia.
I Cinquestelle a Torino hanno trovato invece la soluzione: basta ridurre le fermate, la gente andrà a piedi, magari sotto la pioggia o in pieno solleone per qualche centinaia di metri e prima o poi troverà una fermata del bus, ma il mezzo pubblico andrà più veloce.
E’ questa la soluzione dell’assessorato alla Viabilità del Comune di Torino, guidato dall’ingegnera Maria Lapietra, come riporta La Stampa: “Abbiamo intenzione di rendere più efficienti e veloci le linee di tram e bus, abolendo delle fermate, per rendere più rapido il trasporto pubblico”.
Si partirà con la sperimentazione della linea 4, di cui si servono ogni giorno circa 100mila passeggeri.
L’obiettivo è tagliare le fermate che si trovano a 300 metri di distanza l’una dall’altra, quindi di fatto la distanza da una a quella successiva sarà di non meno di 600 metri.
Le fermate eliminate saranno «momentaneamente transennate, per capire se si fluidifica il servizio e se si aumenta la velocità », dice ancora Lapietra.
“L’obiettivo è velocizzare le corse, per agevolare i passeggeri e risparmiare un turno per gli autisti e utilizzare un mezzo in meno”.
Una scelta che, secondo l’assessora, risponde a un’esigenza di «razionalizzazione del servizio”.
In pratica per “agevolare i passeggeri” meglio farli andare a piedi.
Senza commento.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
INDISPENSABILI PER COMPENSARE LA RIDUZIONE DELLA POPOLAZIONE ITALIANA IN ETA’ LAVORATIVA… REGOLARIZZARE CHI HA UN LAVORO E LEGAMI FAMILIARI STABILI SUL MODELLO SPAGNOLO DEL “RADICAMENTO”
I canali d’ingresso legale per immigrati economici non funzionano. È questo il rischio che corre il nostro Paese.
A suonare l’allarme è un voluminoso rapporto firmato dai Radicali italiani.
Due le ricette messe in campo: permessi di soggiorno per ricerca di lavoro e corridoi umanitari d’ingresso
Il rapporto “Governance delle politiche migratorie” verrà presentato a Roma giovedì prossimo: duecento pagine che fotografano il pianeta immigrazione.
I numeri innanzitutto: i cittadini stranieri rappresentano oggi l’8,2% della popolazione, sono più giovani degli italiani e il loro lavoro vale l’8,7% del Pil.
Il loro tasso d’occupazione è superiore a quello degli italiani, ma gli sono riservati i lavori meno qualificati. Non solo.
Il nostro è il Paese che ospita gli immigrati con il più basso livello d’istruzione e il 48% di loro è a rischio povertà .
E ancora: 157mila l’anno è il fabbisogno d’immigrati, «indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età lavorativa, per mantenere l’attuale forza lavoro e per rendere sostenibile il sistema previdenziale».
Peccato, però, che l’Italia rischi di trasformarsi in un incubatore di irregolari.
«Con un aumento del numero delle domande di protezione e un tasso di non riconoscimento che è giunto, nei primi sei mesi del 2016, al 60% – avverte Riccardo Magi, segretario dei Radicali italiani – è altissimo il rischio che decine di migliaia di persone non lascino il nostro Paese, ma vi rimangano pur impossibilitati a svolgere una regolare attività lavorativa, destinati al lavoro nero e allo sfruttamento ».
Che fare? I Radicali propongono l’addio alle quote e l’introduzione di un permesso di soggiorno per ricerca occupazione con garanzia di intermediari o sponsor privati.
E ancora: regolarizzazioni degli irregolari che hanno un lavoro e legami familiari stabili, sul modello spagnolo del “radicamento”.
Sul fronte rifugiati, si chiedono canali legali e sicuri d’arrivo in Europa per quanti necessitano di protezione internazionale.
Infine, si sottolinea: Paese che vai accoglienza che trovi.
Lo Stato che spende di più per l’accoglienza dei rifugiati (costo annuo pro-capite) è l’Olanda (24mila euro), seguita da Belgio (19mila), Finlandia (13mila) e Italia (12mila), mentre quello che spende meno è il Regno Unito (2,5mila euro).
«A causa del blocco delle frontiere europee e della massiccia identificazione negli hotspot – sostiene Magi – da Paese di transito siamo divenuti Paese di destinazione, tenuto a farsi carico non solo del riconoscimento dell’asilo, ma anche dell’accoglienza e dell’integrazione. La sfida sta nel trasformare tutto ciò in una opportunità , adottando politiche efficaci e efficienti basate su percorsi di autonomia, formazione, lavoro e capacità del territorio di includere. Una sfida epocale dalla quale le nostre città , l’Italia e l’Europa possono uscire vincenti o disintegrate ».
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
“SI ERA IMPEGNATA A TROVARE UNA SOLUZIONE ALTERNATIVA DIGNITOSA, NON HA FATTO NULLA”
«Oggi è la giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, nata in ricordo del naufragio di
Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 356 migranti. Noi siamo stufi di veder commemorare i morti da parte di chi non fa nulla per i vivi».
C’è rabbia nelle parole di Andrea Costa, tra i coordinatori della rete di supporto dell’ex centro Baobab di via Cupa a Roma, il presidio solidale per l’assistenza ai profughi creato da un gruppo di volontari e sgomberato venerdì dalla polizia.
Ieri, in una conferenza stampa, gli attivisti del centro, diventato uno dei pochissimi punti di riferimento per i rifugiati — soprattutto eritrei — a Roma, hanno spiegato «cosa la politica ha fatto, o meglio non ha fatto, per i migranti in transito nella capitale».
«L’ex Baobab andava chiuso, non era una situazione dignitosa nè tollerabile per persone in cerca di aiuto», ha detto Costa, «ma per trovar loro una sistemazione migliore. Invece, dopo lo sgombero forzoso, l’amministrazione capitolina non ha fatto niente, tranne mettere a nudo la sua inadeguatezza».
Le critiche dei volontari vanno tutte alla giunta cinquestelle
Al suo insediamento, a metà giugno, la sindaca si era impegnata a trovare una soluzione al problema dei migranti «entro una settimana».
Promesse non mantenute.
Come quelle arrivate dall’assessora alle politiche sociali, Laura Baldassarre: «Aveva assicurato la costruzione di una tendopoli, in aggiunta alle poche strutture offerte dal Comune, l’alloggio Caritas sulla Casilina e quelli della Croce Rossa. Ma il 9 settembre ha annunciato che non si poteva fare, perchè la Protezione Civile era impegnata con il terremoto di Amatrice».
L’assessore, ha aggiunto Costa, «ora ha dichiarato di aver trovato fondi per metter su un altro centro, anche se le soluzioni da noi proposte, come l’utilizzo del centro ittiogenico sulla Tiburtina, sono state scartate. Ci auguriamo che dall’amministrazione arrivi qualcosa di concreto»
In realtà , secondo i volontari, l’accoglienza e la tutela delle persone vulnerabili non sono una priorità per la giunta Raggi.
Invece «è indispensabile dare una risposta a una questione delicatissima, che merita di essere gestita con serietà e risorse adeguate».
Per ora, l’unica certezza è che 150 migranti, a cui l’ex Baobab forniva un minimo riparo, non hanno alternative alla strada.
Molti di loro erano ieri alla conferenza stampa. A ricordare con la loro presenza l’urgenza della realtà , molto lontana dalle parole delle cerimonie commemorative.
Irene Mossa
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Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
“AL FUNZIONARIO DEL MINISTERO PAGAVANO ESCORT IN CAMBIO DI FAVORI”
“C’è da mangiare per tutti, c’è da mangiare per tutti, non è che dici…”.
Il riferimento, per la Guardia di Finanza di Milano, è ai lavori nell’aeroporto internazionale di Malpensa. A parlare, emerge dalle carte dell’inchiesta dell’Antimafia di Milano su tangenti, ‘ndrangheta e subappalti in Lombardia che ieri ha portato a 14 arresti, è Salvatore Piccoli, imprenditore di origine calabrese, conversando con un altro imprenditore lombardo, Venturino Austoni.
Entrambi sono fra gli arrestati. Mentre oggi è emerso, fra gli indagati, il nome del funzionario del Ministero dello Sviluppo Economico Pierpaolo Tondo, accusato di aver ricevuto — dallo stesso Austoni — prestazioni di escort, viaggi e cene gratis in cambio di favori — “millantati” secondo gli inquirenti — presso l’Agenzia delle entrate.
“Abbiamo giocato sempre a carte scoperte Vento”, dice Piccoli ad Austoni, “mai fatto i furbi e mai niente… C’è da mangiare per tutti, c’è da mangiare per tutti, non è che dici…”, dice Piccoli.
Nell’intercettazione contenuta nell’ordine di custodia firmato dal gip Alessandra Simion, i due imprenditori parlano proprio del subappalto al centro dell’inchiesta, quello per il collegamento ferroviario tra Terminal 1 e 2 dell’aeroporto di Malpensa.
Piccoli spiega all’interlocutore che c’è “l’ok per poter inserire sia a noi che a voi”. Un altro degli arrestati, Pierluigi Antonioli, riferendosi ancora al subappalto dice: “E’ grosso questo (…) vale 100 e passa milioni”.
Quanto al funzionario Tondo, ex direttore amministrativo al ministero della Giustizia ed ex direttore tributario all’Agenzia delle Entrate di Milano, secondo l’accusa riceveva denaro, ma anche viaggi gratis a Milano con cene, albergo e escort.
Tondo è accusato di millantato credito insieme al presunto faccendiere bresciano Alessandro Raineri, anche lui tra le persone finite in carcere ieri.
Secondo gli inquirenti, Tondo, insieme a Raineri, avrebbe ricevuto dall’imprenditore Austoni denaro in contanti, viaggi gratis a Milano, vitto, compresi l’alloggio e prestazioni sessuali a pagamento.
Stando alle indagini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, Tondo si sarebbe meritato denaro e regali per “la propria attività di millantata pressione verso i funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Milano e Roma”, come emerge anche da alcune intercettazioni dell’aprile del 2015.
Stando all’imputazione, Raineri è stato aiutato proprio da Tondo per millantare “una capacità di influenza presso personaggi altamente qualificati delle Istituzioni con cui egli è realmente in contatto”.
Nell’imputazione, vengono elencati anche una serie di soggetti delle istituzioni, non indagati, e i cui nomi sarebbero stati utilizzati per le presunte millanterie: il generale di brigata della Gdf Fabio Migliorati, Carlo Visconti, magistrato e segretario alla Corte Costituzionale, Antonio Lucido, ex capo controlli e riscossione della Direzione regionale della Lombardia Agenzia delle Entrate, Francesco Paolo Tronca “all’epoca dei fatti prefetto di Milano” ed ex commissario straordinario a Roma, e altri due militari della Gdf.
Sempre stando all’imputazione, Raineri e Tondo per queste presunte millanterie avrebbero ricevuto da Zenga e Austoni “denaro e altre utilità ” come “pagamento di viaggi, soggiorni in albergo, cene e pranzi, prestazioni sessuali a pagamento“, come prezzo della loro “mediazione” millantata “verso i pubblici ufficiali”.
Raineri, tra l’altro, avrebbe utilizzato il denaro ricevuto anche “per l’organizzazione di cene e pranzi asseritamente necessari per coltivare tali relazioni millantate, nonchè per l’acquisto di monili e monete coniate dalla Città del Vaticano, procurate tramite conoscenze presso lo Stato Pontificio, col pretesto di comprare i favori dei pubblici ufficiali”.
Il presunto faccendiere, tra l’altro, come risulta ancora dagli atti, “si premurava di aggiornare telefonicamente Austoni del suo accesso quasi quotidiano presso ministeri, comando generale, Consulta, Città del Vaticano ed altre sedi istituzionali in modo da rafforzare, da un lato, l’idea che tali accessi fossero finalizzati a fare pressioni sui funzionari che sarebbero potuti intervenire a vantaggio di Austoni, dall’altro, a fare comunque vedere che aveva relazioni con persone importanti“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
TRA I VOLONTARI DELLA PROTEZIONE CIVILE SIRIANA SOTTO LE MACERIE DELLA CITTA’… TREMILA EROI CHE CERCANO DI SALVARE I BAMBINI
«Quando apro gli occhi non posso fare a meno di pensare che può essere l’ultimo giorno». Ismail
Abdullah, 29 anni, prima dell’inizio della guerra insegnava inglese. Oggi fa parte dei «White Helmets», i Caschi Bianchi della Protezione civile siriana. Tremila eroi (ed eroine) che, come ha spiegato il giornalista della Bbc Ian Pannell, «fanno il mestiere più pericoloso al mondo, nella città più pericolosa del mondo».
Non passa giorno ormai che il mondo non parli di loro o che li guardi mentre tirano fuori dalle macerie della guerra i bambini: un documentario di Netflix, un lungo servizio della Bbc, immagini, post su Facebook e su Twitter.
In settembre i Caschi bianchi hanno vinto il Right Livelihood Award, il Nobel alternativo per la Pace.
È stata anche lanciata una petizione perchè ricevano il Nobel, quello vero, che ha raccolto oltre 100 mila firme.
E non sono mancati i divi di Hollywood, come George Clooney e Ben Affleck, che si sono mobilitati per sostenerli.
Ma per i Caschi bianchi quello che conta è salvare il numero più alto possibile di vite umane. «Quando sentiamo la terra tremare corriamo in soccorso, oppure ci avvertono via radio», racconta Ismail al Corriere, mentre la linea va e viene.
Ismail ora si trova ad Aleppo Est, nel bastione dei ribelli, quello che Assad e Putin additano come il covo delle milizie jihadiste.
«La chiamano la battaglia di Aleppo, ma sarebbe più giusto dire che è una guerra mondiale». Quando il regime e Mosca hanno ripreso i raid, i Caschi Bianchi sono tornati in strada, consapevoli di poter essere colpiti in qualunque momento. Il loro motto è «Umanità , Solidarietà e imparzialità ».
«I russi e il regime, hanno iniziato a usare le bunker busters», conferma Ismail. In arabo le chiamano al-qanabil al-irtijajiya, le bombe che scuotono perchè, quando cadono, la terra trema fino in profondità .
Sono progettate per distruggere i bunker ma, ad Aleppo, vengono impiegate per costringere i civili a sfollare e isolare i miliziani.
Il racconto di Ismail si sposta su WhatsApp: «Da tre mesi manca l’elettricità , da venti giorni non arriva niente da mangiare».
Minori, anziani, donne: nella parte orientale della città sono intrappolati 400 mila civili. Via Telegram e sulle chat si dà l’allarme, nel tentativo di far circolare le informazioni sulle zone colpite. «Appena sveglio controllo i gruppi e i messaggi».
Di notte si dorme pochissimo, sempre con l’orecchio teso e il terrore che possa di nuovo scatenarsi la furia.
«A chi mi chiede com’è la situazione ad Aleppo, rispondo che qui non c’è niente, solo la morte». P
oi i puntini di sospensione della chat rimangono lì, a galleggiare.
E la connessione cade.
Marta Serafini
(da “il Corriere della Sera”)
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