Ottobre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
AUMENTO DEL 30% PER CHI GIA’ LO INCASSA, BONUS ESTESO A 1,2 MILIONI DI PERSONE ALZANDO IL REDDITO MASSIMO DA 750 A 1.000 EURO… NESSUN INTERVENTO SULLE MINIME
Salirà da 504 a 655 euro l’importo massimo della quattordicesima, l’assegno in più che viene incassato a luglio dai pensionati a basso reddito.
Lo dicono le simulazioni esaminate al tavolo fra governo e sindacati mercoledì scorso, prima della firma del verbale con tutte le misure sulla previdenza che dovrebbero entrare nella legge di Bilancio.
Le simulazioni
La quattordicesima pesante e allargata è stata una delle prime misure a entrare nel cantiere della riforma.
Poi, quando tutto sembrava fatto, ha rischiato di uscire per scelta «politica», perchè il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva chiesto di studiare una strada diversa.
Dopo ancora c’è stato chi ha fatto un po’ di confusione sulle platee, cioè sul numero delle persone coinvolte. Ma i dettagli contenuti nelle simulazioni confermano l’impianto di cui si era parlato alla vigilia dell’accordo.
E allora vale la pena di fare il punto, anche se tutto dovrà essere definito nella legge di Bilancio che prima il governo dovrà presentare entro metà ottobre e poi il Parlamento dovrà approvare prima della fine dell’anno. Fino a quel momento le modifiche sono sempre possibili.
Sono due gli interventi previsti.
L’aumento del 30%
Il primo è l’aumento della quattordicesima per quei 2,1 milioni di persone che già oggi la prendono. L’importo resterà sempre legato al reddito e al numero di anni di contributi versati e quindi di lavoro. L’incremento sarà del 30%. Sia per l’assegno più alto, incassato da chi ha oltre 25 anni di contributi, che passa appunto da 504 a 655 euro. Sia per quello più basso, che si ottiene con meno di 15 anni di contributi, che passa da 336 a 437 euro. Confermato che non ci sarà il raddoppio dell’assegno di cui aveva parlato pochi giorni fa in televisione Matteo Renzi.
L’estensione a 1,2 milioni di pensionati
Il secondo intervento è l’estensione della quattordicesima a un milione e 200 mila persone che oggi non la prendono.
Il limite massimo di reddito per avere diritto al bonus salirà dai 750 euro lordi al mese di adesso fino a 1000 euro lordi al mese.
Per queste persone ci sarà la vecchia quattordicesima, quella senza aumento visto che hanno un reddito più alto: 336 euro con meno di 15 anni di contributi; 504 quando i contributi sono stati versati per più di 25 anni.
Il nuovo tetto di mille euro al mese vale anche per chi ha due pensioni: se, sommando i due assegni, si supera quota mille non si ha diritto alla quattordicesima.
Non sono previsti interventi diretti sulle pensioni minime, gli assegni da 500 euro al mese che vanno anche a chi non ha lavorato o comunque non ha versato contributi. L’ipotesi era stata presa in considerazione ma poi è stata scartata.
Il nodo dell’equità
In realtà ancora adesso c’è chi sostiene che sarebbe questa la misura da scegliere, perchè questi assegni sono ancora più bassi mentre spesso la quattordicesima va a chi ha sì una pensione bassa ma potrebbe avere anche altre forme di reddito.
Una posizione sostenuta anche dal presidente dell’Inps Tito Boeri, che aveva proposto di aumentare le minime utilizzando il filtro dell’Isee, che pesa reddito e patrimonio non del singolo ma dell’intero nucleo familiare.
Obiezioni alle quali risponde Maurizio Petriccioli, segretario confederale della Cisl: «Quello sulla quattordicesima è un intervento equo proprio perchè tiene conto sia dell’ammontare della pensione sia degli anni di contributi. Sono persone che prendono poco anche se hanno lavorato. Un aiuto lo meritano».
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
LASCIANO SQUINZI E 5 CONSIGLIERI … LA PROCURA INDAGA, L’AD DEL TORCHIO COLPITO DA INFARTO
Terremoto al Sole 24 Ore. Dopo l’allarme sulle «significative incertezze» della continuità aziendale,
esplode lo scontro tra il cda dell’editrice e la Confindustria, chiamata a rafforzare il capitale della controllata in difficoltà .
Il presidente dell’editrice, l’ex numero uno di Viale dell’Astronomia, Giorgio Squinzi rassegna le dimissioni. Insieme con lui se ne vanno altri cinque consiglieri: Livia Pomodoro, Claudia Parzani, Carlo Pesenti, Mauro Chiassarini, a cui in serata si aggiunge anche Maria Carmela Colaiacovo.
È l’esito della drammatica riunione del consiglio di venerdì. In una nota firmata da Pomodoro, Parzani e Pesenti, si spiegano i motivi del passo indietro, avvenuto «anche in considerazione della irrituale richiesta avanzata dal socio di maggioranza circa la preventiva disponibilità di tutti i consiglieri a rimettere in futuro il proprio mandato su richiesta».
La bomba esplode quando il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci sostanzialmente chiede ai consiglieri di firmare una lettera di dimissioni in bianco. Apriti cielo. La più indignata appare subito Pomodoro.
Il magistrato, ex presidente del Tribunale di Milano, avrebbe definito la richiesta «offensiva oltre che irrituale». E non sarebbe stata la sola, in un crescendo di tensione. In cui, peraltro, l’ad Gabriele Del Torchio ha accusato un infarto. Operato, ora sta meglio.
Tutto nasce dalla situazione precaria dei conti del Sole, che nei primi sei mesi ha collezionato perdite per 49,8 milioni (e fan 200 da che è quotato) e con la continuità aziendale in forse: ha bisogno di risorse fresche. Anche per questo, spiega una nota diramata dal Gruppo 24Ore, il 27 settembre, Squinzi – cui in Confindustria imputano una certa distrazione di fronte alle maxi perdite degli ultimi anni – aveva riferito la disponibilità di «rimettere il mandato qualora ciò fosse funzionale ad agevolare la realizzazione dell’operazione di rafforzamento patrimoniale».
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, il 29 settembre, assicurava l’apertura «a valutare positivamente un’eventuale operazione di rafforzamento patrimonializzazione» prendendo atto della disponibilità «a rimettere il mandato di amministratori» di Squinzi.
Ora il Sole è a un bivio, mentre la Procura avrebbe aperto un’indagine, a seguito di esposti.
Presto sarà convocata una nuova assemblea per eleggere il cda di una società in cui, disse Boccia ai suoi al momento di insediarsi, «l’azionista non ha fatto l’azionista e l’azienda non ha fatto l’azienda».
Ora Confindustria intende procedere «con la massima determinazione – commenta in un’intervista al Mattino il presidente Vincenzo Boccia – unita alla massima serenità . Di certo «il Sole è e sarà sempre un asset fondamentale per Confindustria, che ne difenderà autorevolezza e autonomia; il piano industriale che attendiamo dall’ad dovrà da subito puntare a riportare la società in utile; l’azionista sorveglierà da vicino il buon andamento del progetto di risanamento».
Secondo indiscrezioni tra gli interventi allo studio ci sarebbe anche una conversione di crediti in azioni, il che porterebbe le banche ad accomodarsi nella casa (editoriale) degli industriali.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
ENTRO OTTOBRE LE MODIFICHE ALLA LEGGE ELETTORALE: “VIA GLI ALIBI”
Galvanizzato dal boom di telespettatori durante il match con Gustavo Zagrebelsky, persuaso di aver vinto, Matteo Renzi programma un’offensiva in grande stile. «La campagna deve ancora iniziare, non avete visto niente», ha confidato a un amico del Pd che lo ha seguito ieri a Pesaro.
E sono proprio i duelli televisivi l’arma su cui il premier conta di più.
Per questo sta personalmente convincendo tutti i big del Sì, a partire da Giorgio Napolitano, ad accettare di sedersi faccia a faccia con gli esponenti del No.
E certamente si aspetta che a farlo siano i suoi ministri. Ai quali l’ordine è già arrivato nei giorni scorsi: «Tutti, tutti fuori, nessuno escluso».
I generali in prima linea, insieme ai fanti.
Ha già testato Gian Luca Galletti, è stato mandato in tv Carlo Calenda, è stato chiesto un impegno anche ad Angelino Alfano, allo stesso Pier Carlo Padoan, a Graziano Delrio, oltre ovviamente alla ministra Boschi.
Una mobilitazione generale che tocca anche la vecchia guardia, personalità come Pierferdinando Casini e Luciano Violante, mentre continua il corteggiamento a sinistra verso Giuliano Pisapia e sul fronte destro si è stabilito un fronte comune con il gruppo di Marcello Pera e Giuliano Urbani, con professori e costituzionalisti di area popolare come Giovanni Guzzetta e Lorenzo Ornaghi.
Se questa è la rete delle alleanze e la massa d’urto da schierare in battaglia, la prima mossa da cui partire, quella senza la quale tutto il resto rischia di essere inutile, è eliminare il problema della legge elettorale.
«Dobbiamo togliere ogni alibi dal tavolo e concentrarci solo sul referendum», dice Renzi. Per questo il segretario del Pd ha deciso che entro ottobre, dunque prima del voto, verrà fuori nero su bianco la proposta di modifica della legge elettorale.
Su quali binari correrà non è ancora stabilito nei dettagli, ma dopo aver molto resistito sembra che Renzi si sia convinto a sacrificare il ballottaggio per aprire a Berlusconi. Perchè quelli della minoranza interna, i bersaniani, il segretario li dà per persi. Indisponibili, pregiudizialmente, a qualsiasi apertura dovesse arrivare: «Tanto a loro il presepe non piacerà mai».
L’idea è quella di offrire alla discussione un ventaglio di proposte, proprio come fece quando si trattò due anni fa di cambiare il Porcellum e dal Nazareno partì un menù con 3 piatti: Mattarellum corretto, sistema spagnolo e il modello delle comunali.
A dispetto dei mea culpa sulla personalizzazione, sull’eccesso di aspettative che ha creato mettendo la fine della sua carriera politica come posta sul tavolo, Renzi non ha invece alcuna intenzione di fare un passo indietro nella campagna. Tutto il contrario. Certo, i bersagli saranno scelti con cura, come con Smuraglia, Travaglio e Zagrebelsky.
Perchè l’obiettivo è convincere l’elettorato moderato ancora indeciso, non far cambiare idea a chi è già per il No.
Dunque scontrarsi con gli avversari storici del “Caimano” è utile per veicolare un messaggio preciso, per parlare all’elettore di Forza Italia seduto sul divano: occhio che i tuoi nemici adesso sono anche i miei, ti puoi fidare.
Parte di questa Opa sul voto moderato è anche l’enfasi sul rischio che, votando No, non si favorisca il centrodestra, quanto piuttosto si contribuisca a gonfiare il vento in poppa ai grillini.
Ma se Berlusconi, per ora defilato, nonostante tutto decidesse di scendere personalmente in campo a favore del No, Renzi ha in serbo anche per lui una sorpresa: lancerà in pubblico all’ex Cavaliere un guanto di sfida.
Chiamandolo in tv per un faccia a faccia. Per la gioia del conduttore che si aggiudicherà l’evento.
La stessa attenzione riservata agli elettori moderati sarà posta nei confronti dei più arrabbiati con la “casta”, anche se votanti per la Lega o i Cinquestelle.
Da qui il taglio “populista” di certi slogan del Sì che promettono una mannaia sui costi della politica. Infine il partito. Finora è rimasto in ombra, Renzi ha puntato sui comitati per il Sì.
Ma è in agenda una grande manifestazione con le bandiere del Pd in Piazza del Popolo a Roma per il 29 ottobre.
Per gridare contro l’Europa dell’austerità . Tutte le mosse sono state pianificate. «La campagna deve ancora iniziare, fidatevi».
Francesco Bei
(da “La Stampa”)
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Ottobre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“IL BOOM DI ASCOLTI DIMOSTRA CHE MOLTA GENTE E’ INTERESSATA A UN DIBATTITO NON RUFFIANO”
Quel selfie per stemperare la negatività , per riportare la tensione dei due contendenti dentro le corde
del ring emotivo.
A scattare la foto «pacificatrice», spente le telecamere de La7, Enrico Mentana, “arbitro” dell’incontro tra il premier Matteo Renzi e il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, capofila dei Sì e del No al referendum del 4 dicembre.
Direttore Mentana alla fine i duellanti stavano trascendendo?
«Erano stanchi, avvertivo una negatività , ho chiamato la pubblicità , abbiamo fatto un breve ragionamento insieme e poi ho fatto fare l’appello finale a tutti e due. Quando si va verso un muro contro muro, quando si ripetono per due volte le stesse accuse, è bene stoppare».
E in questo fuori onda cosa c’è stato?
«I fuori onda si chiamano così perchè, appunto, sono off record. È stato un dibattito teso, si è visto. Certo dopo non erano pronti per andarsi a mangiare una pizza insieme».
Il professor Zagrebelsky ha iniziato polemico, ricordando a Renzi le sue frasi su gufi e parrucconi …
«E’ stato un dibattito fra due che sentivano di essere i capofila dei due fronti, con colpi non bassi, ma comunque tali da delimitare il territorio. Non è stata certo una disputa accademica, perchè non lo è. È un referendum che ha una posta in palio piuttosto cospicua».
Secondo qualcuno non vi era «simmetria» nella scelta degli attori del faccia a faccia.
«Mi è sembrato invece un dibattito simmetrico, perchè Zagrebelsky non è un signore che vive sul monte Athos, è un uomo che conosce lo scontro politico, ha un impegno civile, ha sempre capitanato fronti di degna e sana contrapposizione civile su temi importanti. Abituato al dibattito. È arrivato a questo incontro dopo tre sfide, con Orlando, la Finocchiaro e Violante. Simmetricamente Renzi non è certo digiuno di questioni costituzionali, come si è visto».
Chi le è sembrato più in difficoltà ?
«Nessuno, certo Renzi vive davanti alla telecamera tutti i giorni, mentre non penso che Zagrebelsky abbia fatto mai una cosa del genere in uno studio tv, ma non mi è mai sembrato fortemente in difficoltà ».
E come interpreta la decisione di Matteo Renzi di accettare questa sfida? Forza o debolezza?
«Si può interpretare come si vuole. Certamente ci vuole forza per mettere faccia e voce contro Zagrebelsky, un gigante del diritto costituzionale. Dall’altro lato probabilmente Renzi, come il Berlusconi del 2006, sa che deve recuperare nei sondaggi e che la via più efficace sono gli scontri diretti».
A chi avrebbe alzato il braccio, assegnando la vittoria?
«Ognuno avrà valutato. Se chiedi a dieci persone ti diranno cose diverse. Questi dibattiti sono come lo sguardo della Gioconda, ciascuno ne dà la sua interpretazione, basta guardare sul web. Io posso solo notare che tutti hanno avuto modo di spiegare bene, la scelta che ho fatto è stata quella di non incalzarli perchè ci voleva una certa assertività ma anche l’agio di argomentare».
Alla fine un boom di ascolti.
«E’ positivo il fatto che un dibattito giocato su temi non proprio da venerdì sera sia stato tanto seguito. Molta gente è disposta a seguire un dibattito non ruffiano».
Maria Corbi
(da “La Stampa”)
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Ottobre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“IL PRIMO ERRORE E’ STATO LA CONTRAPPOSIZIONE TRA OLIGARCHIA E DEMOCRAZIA”
Forse i miei venticinque lettori, come diceva l’autore dei Promessi sposi, si stupiranno se, avendo visto alla televisione de La7 il dibattito tra Renzi e Zagrebelsky, comincio dalle nostre rispettive età : Renzi ha 41 anni, Zagrebelsky 73 e io 93.
Sono il più vecchio, il che non sempre è un vantaggio salvo su un punto: molte delle questioni e dei personaggi dei quali hanno parlato io li ho conosciuti personalmente e ho anche letto e meditato e scritto sulle visioni politiche dei grandi classici.
Nel dibattito l’accusa principale più volte ripetuta da Zagrebelsky a Renzi è l’oligarchia verso la quale tende la politica renziana.
L’oligarchia sarebbe l’anticipazione dell’autoritarismo e l’opposto della democrazia rappresentata dal Parlamento che a sua volta rappresenta tutti i icittadini elettori.
Conosco bene Gustavo e c’è tra noi un sentimento di amicizia che non ho con Renzi e, mi dispiace doverlo dire, a mio avviso il dibattito si è concluso con un 2-0 in favore di Renzi ed eccone le ragioni.
Il primo errore riguarda proprio la contrapposizione tra oligarchia e democrazia: l’oligarchia è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum.
Pessimo sistema è la democrazia diretta. La voleva un tempo Marco Pannella, oggi la vorrebbero i 5 Stelle di Beppe Grillo. Non penso affatto che la voglia Zagrebelsky il quale però detesta l’oligarchia. Forse non sa bene che cosa significa e come si è manifestata nel passato prossimo e anche in quello remoto.
L’oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche.
E se vogliamo cominciare dall’epoca più lontana il primo incontro lo facciamo con Platone che voleva al vertice della vita politica i filosofi.
I filosofi vivevano addirittura separati dal resto della cittadinanza; discutevano tra loro con diversi pareri di quale fosse il modo per assicurare il benessere alla popolazione; i loro pareri erano naturalmente diversi e le discussioni duravano a lungo e ricominciavano quando nuovi eventi accadevano, ma ogni volta, trovato l’accordo, facevano applicare alla Repubblica i loro comandamenti.
Ma questa era una sorta di ideologia filosofica. Nell’impero ateniese il maggior livello di oligarchia fu quello di Pericle, il quale comandava ma aveva al suo fianco una folta schiera di consiglieri.
Lui era l’esponente di quella oligarchia che fu ad Atene il punto più elevato di buon governo e purtroppo naufragò con la guerra del Peloponneso e contro Sparta (a Sparta non ci fu mai un’oligarchia ma una dittatura militare).
Nelle Repubbliche marinare italiane l’oligarchia, cioè la classe dirigente, erano i conduttori delle flottiglie e delle flotte, il ceto commerciale e gli amministratori della giustizia. Amalfi, Pisa, Genova e soprattutto Venezia ne dettero gli esempi più significativi.
Veniamo ai Comuni. Avevano scacciato i nobili dalle loro case cittadine. L’oligarchia era formata dalle Arti maggiori e poi si allargò alle Arti minori.
Spesso i pareri delle varie Arti differivano tra loro e il popolo della piazza diceva l’ultima parola, ma il governo restava in mano al ceto produttivo delle Arti e quella era la democratica oligarchia.
Nel nostro passato prossimo l’esempio ce lo diedero la Democrazia cristiana e il Partito comunista. La Dc non fu mai un partito cattolico. Fu un partito di centrodestra che “guardava a sinistra” come lo definì De Gasperi; l’oligarchia era la classe dirigente di quel partito, i cosiddetti cavalli di razza: Fanfani, La Pira, Dossetti, Segni, Colombo, Moro, Andreotti, Scelba, Forlani e poi De Mita che fu tra i più importanti nell’ultima generazione.
Quasi tutti erano cattolici ma quasi nessuno prendeva ordini dal Vaticano. De Gasperi, il più cattolico di tutti, non fu mai ricevuto da Pio XII con il quale anzi ebbe duri scontri.
Tra le persone che davano il voto alla Dc c’erano il ceto medio ed anche i coltivatori diretti che frequentavano quasi tutti le chiese, gli oratori, le parrocchie.
I braccianti invece votavano in massa per il Partito comunista, ma non facevano certo parte della classe dirigente.
Gli operai erano il terreno di reclutamento dell’oligarchia comunista, scelta tra i dirigenti delle Regioni e dei Comuni soprattutto nelle province rosse, dove c’erano molti intellettuali, nell’arte, nella letteratura, nel cinema e nella dolce vita felliniana. Al vertice di quella classe dirigente c’erano Amendola, Ingrao, Pajetta, Scoccimarro, Reichlin, Napolitano, Tortorella, Iotti, Natta, Berlinguer e Togliatti. Al vertice di tutto c’era la memoria di Gramsci ormai da tempo scomparso.
Togliatti operava con l’oligarchia del partito e poi decideva dopo aver consultato tutti e a volte cambiava parere. Ascoltava anche i capi dei sindacati.
Gli iscritti erano moltissimi, quasi un milione; i votanti erano sopra al 30 per cento degli elettori con punte fino al 34. Ma seguivano le decisioni dell’oligarchia con il famoso slogan “ha da venì Baffone”.
Caro Zagrebelsky, oligarchia e democrazia sono la stessa cosa e ti sbagli quando dici che non ti piace Renzi perchè è oligarchico.
Magari lo fosse ma ancora non lo è. Sta ancora nel cerchio magico dei suoi più stretti collaboratori. Credo e spero che alla fine senta la necessità di avere intorno a sè una classe dirigente che discuta e a volte contrasti le sue decisioni per poi cercare la necessaria unità d’azione.
Ci vuole appunto un’oligarchia. Spero che l’abbia capito, soprattutto con la sinistra del suo partito che dovrebbe capirlo anche lei.
Eugenio Scalfari
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO ANNUNCERA’ L’ABBANDONO E PREPARERA’ UNA LISTA CIVICA
Parma, cibo. Per anni, la medio piccola città provinciale di Parma, è comparsa nelle pagine dei giornali di
tutto il mondo per un solo motivo: il suo formaggio, i prosciutti e i salumi, il latte, la pasta e una lunga serie di prelibatezze alimentari tale da renderla unica.
Così buone, quelle eccellenze gastronomiche, da far passare in secondo piano la musica di Verdi o i fasti storici di Maria Luigia, moglie di Napoleone I, il Duomo, il Battistero medioevale dell’Antelami o i dipinti del Parmigianino.
Il cibo era ed è, a Parma, 220mila abitanti nel cuore dell’Emilia, una garanzia, un vanto e al tempo stesso una costante.
Ma proprio dal cibo, per la precisione dal re de latte, quel Calisto Tanzi proprietario della multinazionale Parmalat, negli ultimi 13 anni la città è entrata in una spirale di cambiamento e decadenza talmente profondo che nel 2012, per la prima volta in tutt’Italia, un comune capoluogo ha deciso di “svoltare” per sempre eleggendo come sindaco un perito informatico di banca, l’allora 39enne Federico Pizzarotti, il primo Cinque Stelle ad amministrare un importante città italiana.
A lui è stata data fiducia finchè i vertici del MoVimento che lo ha lanciato non hanno deciso di voltargli le spalle. Talmente abbandonato, Federico lo “sconosciuto”, che probabilmente sarà costretto dopo 4 anni e mezzo a lasciare per sempre il MoVimento.
PRIMA DELL’ONDATA DI M5S
Prima di raccontare l’esperienza del MoVimento Cinque Stelle a Parma e di come la guida a marchio Beppe Grillo ha amministrato e cambiato la vita dei cittadini bisogna capire il perchè migliaia di elettori, da sempre abituati ad giunte di centrosinistra o centrodestra, con ampli interessi degli imprenditori locali, ha deciso di cambiare rotta all’improvviso.
In fondo, l’esperienza di Parma anticipa di qualche anno il profondo cambiamento dell’Italia che oggi, dopo Roma, accredita il MoVimento 5 stelle come primo partito (secondo i principali sondaggi).
Negli anni 2000, sotto la guida di un esponente civico legato al centrodestra, Elvio Ubaldi, Parma ha toccato un apice di splendore.
Furono investiti migliaia di soldi nelle infrastrutture cittadine con tagli del nastro continui e si arrivò perfino a pensare di costruire una metropolitana (in una città che si attraversa in 20 minuti in bicicletta).
Soldi garantiti in parte dai fondi di società partecipate nate senza controllo. L’espansione edilizia (allora al governo c’era il ministro parmigiano Lunardi) andava pari passo con l’eccellenze imprenditoriali del territorio, tra cui appunto quelle culinarie: la Parmalat per i latticini e dolci, la Barilla per la pasta, la Parmacotto per i prosciutti e tante altre.
La squadra del Parma calcio, sponsorizzata Parmalat, vantava diverse coppe in bacheca e la città respirava un’aria internazionale. Ma la favola era destinata a fallire.
LA CADUTA DELLA CITTA’
Nel 2003, con lo scandalo Parmalat di 14 miliardi di buco di bilancio, è iniziato il declino della “piccola Parigi”.
Le pentole sono state scoperchiate una ad una fino arrivare a contare un mostruoso debito nel bilancio comunale tra i 600 e i 700 milioni di euro.
Un buco creato in parte dalla vecchia amministrazione e poi dalla nuova giunta di centrodestra, quella del sindaco Pietro Vignali, decimata dagli arresti.
Lo stesso sindaco è finito in carcere per peculato e corruzione. Un assessore rubava perfino sulle mense scolastiche.
E poi il capo dei vigili in manette per favoritismi, un aeroporto che rischia ogni mese di chiudere, il Parma calcio fallito e retrocesso nelle serie minori, la Parmacotto re del prosciutto verso il fallimento e una marea di altri casi giudiziari pendenti.
Il Comune fu commissariato. In meno di dieci anni la “petite capitale” si è trasformata in grande disastro economico-amministrativo.
I parmigiani, anche quelli della parte “sana” della città , come l’industria Barilla o la meccanica Dallara o la farmaceutica Chiesi, sono rimasti a guardare a lungo mentre la città si decomponeva. Ma poi non hanno retto e, come non si vedeva da tempo, si sono assiepati sotto ai portici del Comune per chiedere dimissioni e cambiamento. Ed ecco, nel 2012, l’opportunità di cambiare.
LA RIPARTENZA
In quel maggio l’economia italiana era più che mai al ristagno e Mario Monti, tecnico al governo, combatteva ogni giorno con i problemi dello spread.
Le elezioni di Parma sembravano scontate: dopo una giunta corrotta e fallimentare di centrodestra, chi poteva guidare la città se non la sinistra?
Fu candidato Vincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia, uomo del Partito Democratico. Il suo pregio era di essere l’antitesi della destra, il suo diffetto era di non essere un volto nuovo.
Cominciano a girare i programmi elettorali e la vittoria del Pd sembrava scontata. Poi, in una piazza che divenne gremita col passare delle ore, il comico ormai politico Beppe Grillo venne a Parma per tenere un discorso.
Incoronò Federico Pizzarotti, un giovane sposato con Cinzia Piastri che amava judo e teatro, di cui si sapeva pochissimo, se non che fosse parte dei Meetup, i gruppi embrionali dell’M5s. I media facevano perfino fatica a trovare una sua foto.
L’INIZIO DELL’ERA M5S IN ITALIA
Pizzarotti, a sorpresa, dopo essere andato al ballottaggio il 21 maggio con il 60,22% dei consensi fu eletto sindaco.
Per la prima volta M5s in Italia era riuscito a conquistare un comune capoluogo. Pizzarotti aveva convinto, a senitre i parmigiani, per tre ragioni: non era un politico e appariva come un cittadino onesto e trasparente; aveva promesso (allora era il “mantra” di Beppe Grillo) di bloccare l’inceneritore dei rifiuti in costruzione ed era riuscito, con un programma snello e una campagna elettorale da 6mila euro, ad accaparrarsi perfino i voti del centrodestra.
LE PROMESSE DEL PROGRAMMA
Lo chiamai personalmente poche ore dopo l’elezione e, dicendo che era pronto a governare la città , raccontò scherzando che forse ora era il caso di “prendermi l’aspettativa dal lavoro”.
Sembrava una persona qualunque catapultata sulla poltrona di primo cittadino.
Il suo programma, quello di M5s, era basato fondamentalmente sulle cinque stelle: l’impegno di spegnere l’inceneritore e risolvere il problema rifiuti (ambiente), gli investimenti su scuole e turismo (sviluppo), il taglio del debito e la riduzione dei costi della macchina comunale.
COSA HA FATTO (SECONDO IL SINDACO) E COSA NON HA FATTO (SECONDO L’OPPOSIZIONE)
Quattro anni dopo, sospeso e abbandonato dal suo garante e dai vertici del M5s (di cui parleremo poi, ndr) Pizzarotti ha mantenuto le promesse?
Gli abbiamo chiesto cosa ha realizzato fin ora, a meno di otto mesi dalle nuove elezioni amministrative.
E abbiamo chiesto a Nicola Dall’Olio del Partito Democratico, capo dell’opposizione in consiglio comunale, cosa invece secondo i suoi oppositori politici non è riuscito a realizzare.
Riduzione del debito.
M5S: Pizzarotti sostiene di avere ridotto il debito comunale (che si aggirava circa sui 600 milioni) del 45% ed aver portato Parma ad essere una città con la stabilità economica tra le più alte d’Italia
PD: Dall’Olio smentisce i dati e sostiene che in realtà , citando alcune informazioni raccolte dall’Università fino al 2014 e spiegando che il debito sarebbe stato ridotto solo del 20%. Per ridurlo “ha applicato la cura di cavallo del commissario precedente, aumentato le tasse ai massimi livelli ed effettuato pesanti tagli del personale”
Rifiuti e inceneritore
M5S: Ammettendo di non essere riuscito a bloccare l’inceneritore per vincoli contrattuali precedenti Pizzarotti sostiene di avere trasformato Parma in prima città capoluogo in Emilia Romagna ad aver raggiunto il 74% della raccolta differenziata (prima era ferma al 49%).
PD: L’opposizione conferma il passo avanti “unica nota positiva” nella differenziata che però sarebbe stata fatta con metodi che hanno provocato “forte scontento fra i cittadini. Il porta a porta spinto ha determinato anche decine e decine di microdiscariche in giro per la città . E inoltre, per raggiungere questi dati, è stato venduto il patrimonio delle azioni di Iren”
Scuole, turismo e innovazione
M5S: In quattro anni Parma è diventata “la quinta smart city d’Italia”. Il turismo è cresciuto del 22% sugli arrivi e 29% sulle presenze. Parma è inoltre tra le prime città italiane ad aver tolto tutto l’amianto dalle scuole e la prima città italiana nella storia riconosciuta come Città Creativa Unesco della Gastronomia.
PD: Secondo il capo dell’opposizione Dall’Olio i risultati “sbandierati” dovrebbero essere “ordinaria amministrazione. Pizzarotti, che ha scritto un libro dal titolo “Rivoluzione normale”, ha in realtà fatto qualcosa di molto ordinario e per nulla rivoluzionario. La sua amministrazione ha semplicemente attuato regole che chiunque avrebbe rispettato. In generale è stata una delusione: non ha presentato discontinuità rispetto al passato. Il turismo? E’ un trend regionale, non solo nostro”.
Riduzione dei costi
M5S: fra le conquiste dei 4 anni di amministrazione viene annunciata la “riduzione dei costi della macchina comunale di 10 milioni
PD: La controparte ribatte ricordando “l’aumento delle tariffe dei servizi, a cominciare dalle rette degli asili. Abbiamo fra le tariffe più alte. Sì, non hanno rubato, ma di sicuro non hanno migliorato le cose”
Più in generale, fra le conquiste enunciate da Pizzarotti e la sua giunta c’è quella della comunicazione e la trasparenza con i cittadini (vedi le dirette streaming dei consigli o gli aggiornamenti sul debito sul sito comunale), e anche la partecipazione.
Al contrario, l’opposizione critica la mancata trasparenza del sindaco (“come nel caso dell’avviso di garanzia al Teatro Regio”) e parla di una partecipazione fallimentare. “I suoi Consigli cittadini volontari non hanno funzionato, sono stati una debacle”.
IL GIUDIZIO FINALE
Il vero giudizio sulla prima amministrazione grillina in un importante città italiana lo daranno i cittadini il maggio prossimo alle urne.
L’interrogativo è se Federico Pizzarotti, il sindaco “sconosciuto”, si ripresenterà . A Parma infatti, se il progetto amministrativo di M5s continua, il progetto politico è fallito.
Il primo laboratorio o la Stalingrado grillina è stata una debacle fin dall’inzio: già due anni dopo l’elezione del sindaco il garante del movimento, Beppe Grillo e il cofondatore oggi scomparso, Gianroberto Casaleggio, sono entrati in dissenso con il sindaco negandogli ogni appoggio politico.
Il dissenso è nato per alcune posizioni lontane di Pizzarotti, che ha sempre sostenuto di voler agire con la sua testa, rispetto alle scelte di partito (vedi caso Bugani o altri in Emilia Romagna).
Ciò ha portato Parma, a differenze dell’attuale Roma o di altre città , a non contenere diverse correnti grilline ma, piuttosto, a prendere generali distanze dai vertici.
Il che, come noto, il 13 maggio 2016 ha portato alla sospensione del sindaco da parte dei vertici M5s.
Sospensione motivata dalla mancata trasparenza sulla comunicazione, da parte di Pizzarotti, di essere indagato per abuso di ufficio (caso Regio). Indagine poi archiviata il 16 settembre.
Nonostante l’archiviazione il MoVimento da oltre 100 giorni ha abbandonato Pizzarotti e M5s Parma (non invitato al raduno nazionale di Palermo) al suo destino. A Parma sono nati piccoli gruppi come “Amici di Beppe Grillo” e alcuni consiglieri comunali hanno abbandonato la casacca ma in generale l’M5s è rimasto unito.
Ora nuove regole del partito sono all’orizzonte e se confermate una sospensione potrebbe durare mesi.
Quanto basta perchè Pizzarotti arrivi alle prossime elezioni da “scomunicato”.
Ma il primo cittadino probabilmente non accetterà di subire anche quest’onta e lunedì 3 ottobre (anche se non è certo perchè starebbe pensando pure a un ricorso), probabilmente dirà il suo addio definitivo al Movimento. Per di più, a raccontare un processo fallito, ovvero quello del grillismo a Parma, anche i consiglieri M5s di Parma potrebbero fare un passo indietro.
Ai fatti, il primo grande esperimento “politico” sotto la bandiera M5s in Italia è stato una sconfitta, mentre quello amministrativo sarà giudicato a maggio dai cittadini liberi chiamati a riconfermare o meno la “persona” Pizzarotti.
Ma di sicuro non più il grillino.
(da “La Stampa“)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
IL MARCIO SU ROMA: CHI COMANDA REALMENTE? CON QUALI DELEGHE? PER FARE CHE COSA?
Dal cervellotico e pirotecnico “Assessority day” grillino – come l’ha ribattezzato quel genio di Maurizio Crozza – sono infine spuntati i due nomi tanto attesi.
Proprio come aveva previsto il comico genovese (quello che fa ridere in televisione, non quello che fa piangere nei comizi).
La sdrucita giunta Raggi non la ricuciono i magistrati di grido o gli economisti di rango, che comprensibilmente si sfilano uno dopo l’altro.
La rattoppano i commercialisti, che inopinatamente si ritrovano ad osare l’inosabile: salvare Roma dalla bancarotta economica, etica e politica, e dimostrare che il Movimento Cinque Stelle, superata la prova Capitale, può persino governare il Paese
Il nuovo assessore al Bilancio – poltrona vacante ormai da un mese dopo la micidiale sequenza dei caduti sul campo Minenna-De Dominicis-Tutino – è infatti un commercialista.
Ma la sindaca non l’ha selezionato fermandolo al volo per la strada, come vagheggiava Crozza nella sua irresistibile gag.
L’ha piazzato sulla sedia più elettrica del Campidoglio prelevandolo direttamente dal Raggio Magico. E tutto sommato, questo è l’unico motivo per cui Andrea Mazzillo, oggi, va a ricoprire quell’incarico così delicato.
Per il resto, e per un’insondabile nemesi della Storia, il nuovo assessore non può fregiarsi di altri meriti riconosciuti e riconoscibili, se non quello di avere come padre il professor Luigi, stimatissimo consigliere della Corte dei conti, cui la stessa Raggi si era rivolta come “cacciatore di teste”, e che alla fine non ha potuto consigliare altri che suo figlio.
Non solo: Mazzillo incarna su di sè tutto quello che i pentastellati hanno sempre odiato di più.
È dipendente in aspettativa di Equitalia (che Grillo considera un cancro da estirpare) ed è pretendente trombato a una primaria del Pd (che Grillo considera un’associazione a delinquere).
Peccati veniali, per un “establishment” infarcito di parecchi ex qualche cosa (studi legali Previti-Sammarco, giri destrorsi Alemanno-Marra)
Lo stesso, su un piano diverso, si può dire del nuovo assessore alle Partecipate. Massimo Colomban è un imprenditore trevigiano, fondatore di un marchio noto come Permasteelisa.
Anche lui ha sbandato parecchio: prima semi-leghista a fianco di Zaia, poi semi-piddino ammaliato addirittura da Renzi («è un innovatore»).
Ma oggi dalla sua non ha altro che un “atout”: l’amicizia con Gianroberto Casaleggio. Ma tanto basta, e ovviamente avanza, per farsi largo in un Movimento dilaniato dalle guerricciole di potere tra centro e periferia e affamato di “quadri” politicamente spendibili per il governo.
Il dramma che si sta consumando a Roma non è solo e non è tanto la qualità delle classe dirigente che i grillini riescono a mettere in campo.
Le giunte precedenti, rossoverdi o nerazzurre che fossero, alla fine non si sono dimostrate molto migliori, se ci hanno regalato Mafia Capitale e hanno lasciato la città sommersa dai rifiuti, ammorbata da Parentopoli e Affittopoli e con un debito monstre da 13 miliardi.
Quella che non si può più reggere è la totale assenza di strategie in politica e di regole nella governance.
Un tema che interroga nel profondo il Movimento, e che non si esaurisce solo nel fallimento del test romano.
Chi comanda? Con quali deleghe? Per fare che cosa?
A queste domande non c’è risposta. Nè a Roma nè altrove.
Tutto si risolve nella “ridiscesa in campo” del Beppe nazionale, che a Palermo si riprende a colpi di altri Vaffa le cinque stelle impazzite e spente (prima che le inghiottano i buchi neri del caos).
Tutto si confonde nella nebulosa roussouiana della Casaleggio & Associati, dove il figlio Davide sovrintende, “in nome del padre”, non si sa bene a chi e non si sa bene a cosa («lei è una figura che ci interessa per il compito di assessore – si sono sentiti dire diversi candidati in queste settimane – ma dobbiamo sottoporre il suo profilo anche a Milano…»).
Tutto si consuma negli alti e bassi del “borsino” quotidiano interno ed esterno al direttorio (i giorni pari sale Di Battista e scende Di Maio, i giorni dispari volano le quotazioni di Lombardi e crollano quelle di Ruocco).
L’autodafè che brucia a Roma, questo gigantesco falò delle velleità , è un caso troppo grave. Lo è in chiave locale.
Perchè la città è allo stremo, mentre Raggi balla sotto il vulcano alla faccia degli odiati giornalisti e ripete che è tutto bello, bellissimo.
Perchè dopo 100 giorni la giunta ha varato 39 delibere di cui 23 hanno riguardato solo nomine.
Perchè un’altra “stella” dovrà prima o poi cadere, quella di Paola Muraro, indagata ormai anche per gli scandali dell’Ama legati agli affari di Buzzi e Carminati (ma ancora non c’è una “regola” generale, che valga erga omnes su tutti gli amministratori indagati, cioè allo stesso modo per lei e per l’esecrato Pizzarotti).
Perchè i romani continuano a versare 200 milioni l’anno di addizionale Irpef nel pozzo senza fondo del deficit capitolino, mentre Ama e Atac vanno in malora, con 1,6 miliardi di costo a bilancio a fronte di un debito cumulato di 2,8 miliardi
Ma l’incendio è grave soprattutto su scala nazionale.
Riverbera i suoi effetti sul futuro politico del Paese. Sugli esiti del referendum. Sul destino dell’Italicum e su quello dell’Italia.
Conferma, purtroppo plasticamente, il deficit politico, strutturale e culturale, di un “non partito” che proprio per custodire il mito della sua ineguagliabile purezza e della sua irriducibile diversità , non sa “farsi Stato”.
E continua, nonostante tutto, a concepirsi come “setta”.
Una setta dove salta il principio della delega e della rappresentanza, perchè a decidere è un capo (uno non vale più uno, se c’è uno che vale tutti) o è una società di consulenza aziendale e comunicazione (che vaglia i curricula, e boccia e promuove secondo criteri insondabili).
Così, in nome della democrazia, si nega la democrazia.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
“QUANDO DOVRA’ CACCIARLA PER FORZA, SPERIAMO CHE LA RAGGI SAPPIA ALMENO CON CHI SOSTITUIRLA”
Alla lettura dei giornali, l’assessore all’Ambiente si sfoga con le persone a lei vicine, ma il quadro
giudiziario si complica e nei 5Stelle si inizia a valutare una exit strategy “per quando il passo indietro sarà inevitabile”.
L’assessore non sembra affatto intenzionata a tirarsi fuori, nonostante le nuove vicende che la riguardano e che raccontano della sua relazione sentimentale con Giovanni Fiscon, direttore generale dell’Ama a processo per Mafia Capitale, grazie al quale Muraro avrebbe ottenuto delle consulenze e 25 mila euro per un accesso agli atti della Regione Lazio. B
Le notizie che trapelano dalla procura sono diventate un problemone per i 5 stelle che in queste ore ribollono: alcuni parlamentari tra Camera e Senato sembrano non avere più la pazienza di sopportare.
C’è chi spera che la Muraro si dimetta il prima possibile: “Così azzeriamo questi cento giorni una volta per tutte e ricominciamo”, confida una deputata romana a taccuini chiusi poichè rispetta il silenzio stampa imposto da Beppe Grillo.
E c’è chi come Luigi Di Maio, che è andato a Mirandola per inaugurare una palestra costruita con i soldi donati dal Movimento, sostiene: “Non c’è ancora un avviso di garanzia. Aspettiamo almeno i capi di imputazione”.
La linea del componente del Direttorio è la stessa che il sindaco Virginia Raggi ha ribadito in un’intervista al Fatto Quotidiano prima però delle nuove rivelazioni: “Aspettiamo di leggere le carte e poi non faremo sconti a nessuno”, le solite chiacchiere.
La svolta garantista sembra essere ancora in auge, ma con grande sofferenza dei più ortodossi. Roberto Fico, a sua volta a Mirandola insieme a Grillo con il quale si è intrattenuto a pranzo, pubblica un post su Facebook che ricalca le sue posizioni da duro e puro di sempre: “Ecco la palestra costruita con i nostri soldi, questo è il movimento 5 stelle”. Il messaggio è sottinteso.
In questo insieme di divisioni e di sensibilità opposte, in cui cresce l’imbarazzo, parla Grillo che difende il nuovo assessore al Bilancio dagli attacchi interni e del web: “Andrea Mazzillo? Anche io ho preso la tessera del Pd ad Arzachena”.
Ma in pubblico non dice neppure una parola su Muraro.
Di certo, a cominciare dal leader tutti stanno sul chi va là , e sono in fase di elaborazione di una exit strategy: “Se arriva l’avviso di garanzia e l’accusa ipotizza reati gravi, la Raggi dovrà cacciare Muraro e noi se vogliamo sopravvivere all’ennesima bufera dobbiamo avere il sostituto già pronto”, così ragiona uno dei big riassumendo l’umore di molti.
Di fatto, nel mondo pentastellato come sempre le voci si intrecciano e si confondono, mentre una parte dei grillini insiste sull’isolamento della Muraro e dubita che la situazione sia recuperabile.
Il sindaco per ora è con l’assessore ma si cammina sulle sabbie mobile. Forse anche per questo, Raggi oggi ha evitato di esporsi pubblicamente nella difesa della Muraro.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile
L’ALTRA FACCIA DELL’UNGHERIA NON PARTECIPERA’ AL VOTO SUL REFERENDUM FARSA… PRENDONO MILIARDI DALL’EUROPA E POI RIFIUTANO 1.200 PROFUGHI
La piazza di fronte al parlamento è piena.
In Kossuth tèr a Budapest ci sono migliaia di persone. Sono arrivati in silenzio, alla spicciolata. Srotolando timidamente bandiere ungheresi ed europee hanno tirato fuori dalle borse — ma solo una volta superato il presidio della polizia – modesti striscioni fatti di cartone e fazzoletti.
Le frasi sono scritte con pezzi di scotch rosso: «Siamo tutti persone», «Restiamo umani».
«Restiamo umani», è anche lo slogan che sovrasta il piccolo palco montato in mezzo alla piazza, proprio sotto l’ufficio del primo ministro.
È il messaggio della manifestazione organizzata dalle dieci principali ong ungheresi a poche ore dal referendum sulla redistribuzione dei profughi in Ungheria voluta dall’Europa, che assegnerebbe al Paese la miseria di 1.200 rifugiati in tutto
È la prima volta che, in mesi di martellante campagna governativa per il «no», l’«altra» Ungheria scende in piazza.
Il loro è un «no» che cerca di opporsi ai muri, alle centinaia di comizi governativi, ai 4 milioni di opuscoli e agli investimenti milionari per «l’immagine del Paese» che da quando il referendum è stato indetto hanno cercato di persuadere gli ungheresi che l’immigrazione mette in pericolo la cultura cristiana, porta terrorismo e malattie, rappresenta una minaccia concreta alla sicurezza e al benessere.
Quello di ieri è stato il primo, ma non è l’ultimo, tentativo di evitare che domani si celebri la vittoria di Fidesz, il partito di governo nazional-populista.
La Coalizione democratica (all’opposizione) organizzerà una grande catena umana perchè «vogliamo rimanere in Europa» e domenica un gruppo di intellettuali, docenti universitari e artisti ha in programma una manifestazione contro la violenza e la paura
In prima fila sotto il palco, schiacciata contro le transenne, c’è Rotzsa, 87 anni, che ondeggia con grazia al ritmo di Exodus, Bob Marley. Ride, tira fuori tutto il fiato che ha per urlare «Magyarorszà¡g nem Orbà n!», l’Ungheria non è Orban.
Accanto a lei Edit Vlahovis, 56 anni, attrice, e Agnes Komanomi, 47 anni, manager per le risorse umane.
«Siamo qui oggi per dire agli ungheresi e all’Europa che non ci arrendiamo, che non tutti in questo Paese sono rimasti accecati dalla campagna di un governo che vuole distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi di cui soffriamo: un’economia stagnante, sanità ed educazione allo sfascio».
Edit ha incontrato alcuni profughi alla stazione, qualche mese fa: «Gli ungheresi viaggiano poco, e conoscono meno ancora. Così la dittatura soft di Orban ha buon gioco. Nessuno, soprattutto nelle zone più rurali, lo ha mai visto un arabo. Basterebbe parlare con qualcuno di loro per capire che, alla fine, siamo tutti esseri umani».
I sondaggi prevedono che l’80% dirà «no» alle quote decise dall’Unione europea per i ricollocamenti, ma al tempo stesso mettono in forte dubbio che il quorum dei voti validi superi il 50%, rendendo illegittima la consultazione, come avvenne per passati referendum sull’Ue e la Nato.
In più c’è l’appello di alcuni partiti di opposizione al voto nullo, barrando ad esempio entrambe le caselle e alzando così il quorum dei voti validi.
Degli intervistati solo il 42% ha dichiarato che si recherà alle urne e di questi l’83% ha detto di essere dalla parte di Viktor Orban e di voler votare contro le quote.
Solo il 13% intende votare «sì» alla domanda sulla scheda, con posizioni più filo-Ue, e il 3% pensa di annullare la scheda.
Sul fronte del no la maggior parte degli elettori di Fidesz (86%), partito di Orban, e dell’estrema destra di Jobbik (88%).
«La nostra unica speranza — dice Noemi Fers, 23 anni, studentessa di architettura – è che non si raggiunga il quorum e che si abbandonino le posizioni emozionali che hanno guidato i miei concittadini nell’ultimo anno a favore di un dialogo più razionale e costruttivo».
(da “La Stampa“)
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