Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
AIUTO E AGEA PROVANO A DIFENDERSI MA NESSUN COLLEGA CI METTE LA FACCIA
Il panico è evidente. La fuga M5S dal caso dei soldi europei, spesi non in modo consono, sembra coinvolgere l’interno gruppo grillino di Bruxelles, che si rinchiude in un silenzio tattico ma molto eloquente.
Ogni eurodeputato ha una riunione urgente a cui andare per cui “non ho tempo per parlare di questa cosa”.
Ci sono poi telefoni che squillano a vuoto e ogni eventuale parola in libertà viene vissuta come un rischio e come un pericolo per la ragion di partito.
Il caso, sollevato dal quotidiano La Repubblica, riguarda in particolare due eurodeputate grilline, Daniela Aiuto e Laura Agea.
La prima ha chiesto il rimborso di una mezza dozzina di studi sul turismo che le sarebbero serviti per svolgere l’attività parlamentare.
“Peccato che siano risultati plagiati. Copiati da siti come Wikipedia. Per questi studi ha chiesto a Strasburgo un rimborso di svariate migliaia di euro”, si legge.
La seconda indagine interna riguarda la parlamentare Agea, che ha assunto un assistente locale che dovrebbe svolgere un’attività legata al mandato europeo della deputata ma che in realtà è un imprenditore.
Ciò suscita dubbi nell’amministrazione del Parlamento sulla conciliabilità della sua attività con quella di assistente parlamentare e per questo ci sono verifiche in corso.
Nessuno degli eurodeputati ha il permesso di parlare e commentare, nè la voglia di difenderle.
Ad intervenire però sono i stati i vertici del Movimento che hanno concordato con Agea e Aiuto, dirette interessate, una dichiarazione da affidare alle pagine Facebook. Anche Agea contattata telefonicamente rimanda al post: “Ho appreso dalla stampa che sono in corso verifiche riguardanti l’attività svolta da uno dei miei collaboratori locali. Pur non avendo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, mi metto immediatamente a disposizione delle autorità competenti per qualsiasi tipo di documentazione circa la sua attività , che si svolge nel quadro dei miei lavori di deputato al Parlamento europeo”. E poi ancora: “Ho deciso di sospendere momentaneamente la collaborazione in corso – spiega – per approfondire i termini dell’inchiesta di cui, al momento, non ho informazioni, per permettere alle autorità competenti di svolgere serenamente i dovuti controlli e per non esporre il mio collaboratore ad inutili strumentalizzazioni. Questi controlli sono fondamentali per garantire trasparenza e onestà , valori portanti del Movimento 5 Stelle”.
Aiuto si dice invece “parte lesa” ma “pienamente disponibile a collaborare” nella verifica del Parlamento europeo su alcuni suoi rimborsi.
“I servizi parlamentari – spiega – hanno contestato alcune ricerche che ho commissionato ad una società di consulenza, perchè ritenute frutto di plagio e quindi non rimborsabili dal Parlamento europeo. Ho quindi disposto la sospensione del pagamento delle fatture già emesse. Inoltre ho comunicato ai servizi parlamentari che provvederò personalmente a rimborsare le fatture già saldate”. Inoltre Aiuto fa sapere che agirà legalmente nei confronti della società di consulenza per il rimborso delle somme già sostenute e anche per il risarcimento di ogni ulteriore danno. “Pur essendo parte lesa in questa vicenda — conclude – ho dato la mia piena e totale disponibilità a collaborare con i servizi parlamentari per tutelare il Movimento 5 Stelle”.
Il Movimento 5 Stelle, almeno per ora, non dovrebbe prendere provvedimenti nei confronti di Aiuto e Agea, in seguito al chiarimento con i vertici e alle note diffuse. Sul blog di Beppe Grillo però non una parola.
Le spiegazioni delle due eurodeputate sono state accolte però tiepidamente dalla base M5S su Facebook.
Da una parte c’è chi ‘assolve’ Aiuto e Agea, ringraziandole per la precisazione, dall’altra qualcuno attacca duramente la condotta delle esponenti 5 Stelle.
Sta di fatto che i controlli sono in corso ed eventualmente i vertici sono pronti a prendere provvedimenti.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
“PERCHE’ DOVREMMO ESSERE DEPORTATI? E MOLTO DURA DA AFFRONTARE PER UNA FAMIGLIA”: NEL 1905 LA LETTERA AL PRINCIPE DI BAVIERA
“Perchè dovremmo essere deportati? È molto, molto dura da affrontare per una famiglia. Cosa
penseranno i nostri concittadini se persone oneste vengono sottoposte a tale decreto? Per non parlare delle grandi perdite materiali che dovranno sostenere”.
Oltre 110 anni fa, nel 1905, un cittadino scrisse a mano questa lettera diretta al principe di Baviera, nel terrore di essere espulso dalla città dove aveva vissuto da giovane e nella quale, dopo alcuni anni trascorsi in America, aveva deciso di tornare. Quell’uomo era Friedrich Trump, nonno del presidente statunitense Donald.
La lettera era stata riportata alla luce dal tabloid tedesco Build nel mese di novembre, la sua autenticità era stata confermata da Associated Press e adesso il testo è stato da tradotto e pubblicato in inglese da Harper’s Magazine.
Delle parole che, lette alla luce della politica adottata dal nipote Donald, risultano particolarmente suggestive.
La vicenda si era svolta così: a 16 anni, nel 1885 nonno Trump ha lasciato illegalmente la Germania, emigrando negli Stati Uniti, per sfuggire al servizio militare.
Vent’anni dopo ha deciso di tornare nella sua città di origine, a Kallstadt, ma gli è stato intimato di lasciare rapidamente la Baviera per evitare di essere espulso con la forza.
A quel punto Friedrich ha scritto una lettera diretta al principe Leopoldo, per supplicarlo di risparmiare alla sua famiglia il dolore dell’esilio.
“Sono nato a Kallstadt il 14 marzo 1869”, si legge nella traduzione pubblicata online, “I miei genitori erano semplici, onesti, buoni vignaioli. Mi hanno rigorosamente mantenuto sulla retta via: pietà , chiesa, scuola, assoluta obbedienza alle alte autorità . In America ho portato la mia attività con diligenza, discrezione e prudenza. La benedizione di Dio era con me e sono diventato ricco. Nel 1892 ho ottenuto la cittadinanza americana”.
Pochi anni più tardi, però, decise di far ritorno in patria, probabilmente per assecondare la volontà della moglie, incontrata nel 1902.
Un ritorno, racconta lui, che non ha ricevuto il benvenuto sperato.
“La città era molto contenta di aver riavuto un cittadino capace e produttivo. Mia madre era felice di rivedere suo figlio, la sua cara nuora e suo nipote. Adesso sa che mi prenderò cura di lei nella vecchiaia. Ma un fulmine a ciel sereno ci ha colto alla sprovvista: la notizia che l’High Royal State Ministry ha deciso che dobbiamo lasciare la nostra residenza nel Regno di Baviera”.
La lettera si conclude con la preghiera di un ripensamento, che però non venne ascoltata.
Friedrich è tornato negli Stati Uniti, di cui, oltre un secolo dopo, il nipote sarebbe stato 45esimo presidente.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL RE DEL TALK SHOW USA: “SAPPIAMO CHE E’ MATTO, MEGLIO PENSARE COME DIFENDERSI DA UN SOGGETTO DEL GENERE”
“Avrebbe dovuto andarci giù più duramente”: David Letterman, il re incontrastato del talk show all’americana che torna a parlare dopo un anno di silenzio, non le manda di certo a dire al suo collega Jimmy Fallon, reo di aver intervistato il neo presidente degli Stati Uniti con troppo servilismo e poca mordacia durante l’ultima puntata del “Tonight Show”.
E detto da chi ha battuto record di ascolti su record di ascolti e ha dialogato con le maggiori personalità del tempo, è una critica davvero pesante.
Il presentatore ormai in pensione è stato infatti sentito dal New York Magazine dopo un prolungato addio alle scene.
Letterman ha parlato del suo ritiro nel 2015, dei suoi desideri per il futuro e di come vede la tv di oggi.
Letterman, in particolare, ha giudicato come mal fatta l’intervista di Fallon a Donald Trump, che lui ha avuto modo di conoscere già negli anni ’80.
E non ha dubbio che – se fosse stato ancora in corsa – lui avrebbe condotto l’appuntamento ben diversamente.
“Io avrei iniziato con una lista di quello che ha fatto. Gli avrei chiesto: ‘Donald, non ti senti stupido per aver fatto questo? Chi è questo stupido Steve Bannon e perchè vuoi un suprematista bianco come consigliere?'” ha spiegato l’ex showman, che poi ha aggiunto che vorrebbe disporre di “un’ora e mezzo di colloquio col presidente”.
Eppure, è lo stesso Letterman a confessare di aver ritenuto “divertente” il tycoon in passato.
“Sono stanco di coloro che si dicono sorpresi per qualsiasi cosa dice. Dobbiamo smetterla e trovare invece modi per difenderci da lui. Sappiamo che è pazzo e dobbiamo occuparci di noi stessi”.
Affermazioni pesanti, quelle dell’ex conduttore, che del resto fanno il paio con quelle di molte altre star del piccolo e grande schermo, ormai da mesi impegnate in una lotta senza quartiere alla politica di The Donald.
Ma Letterman propone anche un “antidoto” contro il trumpismo: “Ci vuole la satira. Credo che ridurre Trump a una battuta – come fa Alec Baldwin al “Saturday Night Live” – possa funzionare”.
“Del resto, Donald Trump è Donald Ttrump, ma se non aiuta chi ne ha bisogno, è solo un cretino” ha confermato poi lo showman.
“Secondo lui, l’unica verità è quella che esce dalla sua bocca. Come fanno i dittatori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL POST DI UNA ESPONENTE LEGHISTA APRE LA SEQUENZA… “CARICO LA CARABINA E MI APPOSTO”… MA LA POLIZIA QUANDO PENSA DI ARRESTARE QUESTI DELINQUENTI? CI DEVE SCAPPARE IL MORTO?
La visita dell’ex ministra Cècile Kyenge, oggi parlamentare europea, a Medesano, in provincia di
Parma, è stata accompagnata da una sfilza di insulti su facebook.
A scatenare gli utenti sul social network un post apparso sulla pagina della leghista Silvana Parti, parente della segretaria del Carroccio a Fidenza Samantha Parri.
Kyenge era già stata oggetto di pesanti offese quando Fabio Rainieri, ex parlamentare della Lega Nord e attuale vicepresidente dell’assemblea legislativa emiliano-romagnola, pubblicò sul proprio profilo facebook una foto dell’allora ministra per l’Integrazione con il volto ritoccato in modo da apparire una scimmia.
Accusato di diffamazione con l’aggravante della discriminazione razziale, i giudici l’hanno condannato a un anno e tre mesi e a un risarcimento di 150 mila euro.
“Buon giorno Padania, finalmente oggi qui a Medesano arriva l’onorevole Kyenge, personaggio utile? A cosa?” scrive la Parti.
A quel punto, in risposta, iniziano numerosi commenti denigratori e violenti nei confronti della deputata.
“A rompere i coglioni”, “a salutare i migranti attuali e futuri”; “onorevole de che?”; “gli ho fatto la spesa, ho preso tanta frutta” scrivono alcuni haters seguiti da altri che definiscono la Kyenge “personaggio diversamente bianco”.
C’è chi arriva a postare: “Carico la carabina e mi apposto, chi mi rimborsa le munizioni?”, frase che genera risposte dal tono: “Non dovresti far fatica trovare il rimborso spesa”, “io ti pago di più”.
E si continua: “Non è desiderata da nessuno, mandatela al suo paese, Medesano sarebbe felice”; “devono decidere quanti extra mettere, vedrete”; “c’è lo zoo?”; “oggi le abbiamo comprato un casco di banane”; e ancora: “Per quanto mi riguarda ritengo che l’abbronzata non meriti il 50% del carburante per arrivare a Medesano. Non ho nulla – argomenta l’autore – contro i diversamente bianchi, anche se, culturalmente (e non solo), ci sono anni luce di diversità tra noi e loro”.
E ora, dopo i nuovi e pesantissimi insulti razzisti sul web indirizzati all’ex ministra e attuale parlamentare europea il sindaco di Medesano Riccardo Ghidini ha annunciato che denuncerà i responsabili alla magistratura: “La nostra comunità è solidale e non sarà infangata da un piccolo gruppo – ha sottolineato – Valuteremo le mosse opportune per tutelarci da tutto questo”.
Intanto nella vicina Fidenza è ancora polemica politica dopo gli insulti rivolti al sindaco Andrea Massari in occasione della visita dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi a novembre 2016.
“Mi viene augurato un ‘cancro letale’, vengo chiamato ‘la merda cittadina’, ‘handicappato’, qualcuno invita alla ricerca di un cecchino, un professore che insegna a Fidenza rivela dalla sua pagina fb — seguita anche dai suoi studenti — di aver pensato di ‘prendere una spranga e spaccare la testa a sta merda’.
E il Consiglio comunale di Fidenza – scrive Massari del Pd – invece di “riunirsi per prendere una posizione condivisa, per dire no ai manganellatori da tastiera, da qualunque parte provengano” viene convocato dalle minoranze per “cercare di processarmi ribaltando la realtà , per dire che sto cercando — teoria che ho già sentito — di intimidire i cittadini che hanno offeso e insultato, chiamandoli a rispondere di parole che a mio modo di vedere non possono far parte del dizionario di una comunità solidale come la nostra”.
“Trovo incredibile e surreale – conclude – che di fronte alle montagne di odio che sono state smosse, il problema diventi chi denuncia le minacce e le vittime siano coloro che mi hanno augurato di morire in un modo atroce. Trovo incredibile fino a che punto possono condurre le opposizioni il loro livore e la loro cattiveria politica”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
GIORNALISTI SOTTO RICATTO: O ACCETTANO I MONOLOGHI O I SIGNORINI NON PARTECIPANO ALLA TRASMISSIONE… RAI, MEDIASET E LA7 FACCIANO IL LORO MESTIERE, QUESTO NON E’ GIORNALISMO
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Beppe e il Verbo era il Blog.
Il Blog vietava ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle di andare in televisione (e ancora oggi il codice di comportamento lo sconsiglia) e per questo il senatore Marino Mastrangeli fu il primo cittadino-portavoce espulso per essere andato “troppo” in televisione.
Era il 2013 e i tempi sono cambiati, ora gli esponenti del 5 Stelle vanno regolarmente in televisione ma ci vanno alle loro condizioni, ovvero evitando il dibattito.
È noto infatti che per i talk show e le trasmissioni televisive di approfondimento politico ci sia un solo modo per avere l’intervista di Alessandro Di Battista o Luigi Di Maio: il faccia a faccia con il conduttore.
Interviste apparecchiate le ha chiamate ieri Stefano Esposito, senatore del Partito Democratico, durante una puntata di Tagadà trasmissione de La 7 dove era andato in onda l’ennesimo monologo senza contraddittorio di Luigi Di Maio.
Così come sul Blog e su Facebook lo Staff e Grillo non hanno mai risposto agli utenti allo stesso modo i cittadini-portavoce scelgono accuratamente con chi parlare, o meglio, con chi non parlare in modo da evitare il confronto.
In questo modo ad esempio Di Maio può parlare per giorni dei pericoli e dei rischi del progetto dello Stadio della Roma oppure spiegarci che le opere pubbliche si faranno lo stesso senza che il giornalista o l’intervistatore metta in dubbio quello che dice.
E dal momento che non c’è il contraddittorio e Di Maio non è costretto a confrontarsi con una posizione alternativa alla sua il messaggio che passa è che l’esponente pentastellato stia dicendo tutte cose giuste e corrette.
Anzi, che le cose vere le dicano solo i politici del 5 Stelle perchè sono gli unici che non vengono interrotti quando parlano.
Più che interviste sono videomessaggi e bisogna dare atto al MoVimento di essere riuscito grazie ai continui lamenti sulle “televisioni che sono contro il MoVimento 5 Stelle” a costringere i conduttori televisivi a piegarsi alle loro condizioni.
Questa situazione è frutto di una scelta precisa dello staff della Comunicazione ed era stata denunciata già da Paolo Becchi, il professore ed ex ideologo dei pentastellati che aveva spiegato che sono i giornalisti a permettere ai 5 Stelle di sottrarsi al confronto organizzando interviste “su misura” per i cittadini-portavoce:
Non è vero che le televisioni sono contro il M5S; la verità è che loro vanno e scelgono con chi confrontarsi, mentre i conduttori glielo permettono. E cercano di evitare gli ospiti che potrebbero metterli in difficoltà . Io non me la prendo con il direttore del programma ma con il fatto che c’è chi si fa le regole del gioco su misura; dovrebbero accettarsi di confrontarsi con tutti. Come mai siamo arrivati al punto che se Becchi è invitato in un programma televisivo l’Ufficio di comunicazione dice ‘Noi veniamo ma a patto che ritiriate Becchi’? Questo è il dato di fatto.
Che sia in studio o con un collegamento esterno il parlamentare del M5S dialoga solo con il conduttore e non con gli altri ospiti se questi sono esponenti politici di altri partiti.
Ci sono rare eccezioni, ad esempio qualche giorno fa Giulia Sarti era ospite a Bersaglio Mobile di Enrico Mentana che evidentemente è riuscito ad imporsi sulle regole della Comunicazione del MoVimento e in studio a fianco della Sarti c’era anche David Ermini del Partito Democratico.
Ma si tratta appunto di un’eccezione, perchè — e basta guardare i video estratti dai talk show e caricati sul canale YouTube M5SParlamento — per rendersi conto che la stragrande maggioranza degli interventi televisivi dei parlamentari a 5 Stelle — soprattutto quelli di Di Battista e di Di Maio — sono in solitaria.
Che si tratti di Agorà , di Matrix, della Gabbia. di Carta Bianca o di Piazza Pulita i pentastellati sono sempre da soli e al massimo oltre a quelle del conduttore rispondono a domande poste dai giornalisti invitati in studio.
Questo sottrarsi al confronto politico in televisione serve ovviamente a marcare la differenza con i “politici di professione” e a non rischiare di farsi cogliere in fallo su alcuni temi.
Il politico a 5 Stelle non viene mai contestato, non è costretto ad alzare la voce e a strepitare come abbiamo visto fare ad altri parlamentari durante accesi — e spesso poco onorevoli — litigi televisivi.
Di fatto il MoVimento utilizza la televisione come se fosse lo spazio del Blog, anzi, grazie a questo escamotage le interviste possono tranquillamente essere utilizzate come video di propaganda già fatti e finiti.
Non c’è bisogno di affaticarsi a fare tagli, gli elettori che li vedono tramite la Cosa o i vari canali di disseminazione pentastellati non devono sentire le obiezioni di altri esponenti politici ma sentono solo la versione “a 5 Stelle” di un dato fatto o di una certa questione: il canale ufficiale dei deputati del MoVimento ha 136.266 iscritti e 52.037.533 di visualizzazioni).
In buona sostanza i 5 Stelle sono riusciti a creare attorno a loro un vuoto, un intercapedine che li separa dagli altri esponenti politici.
Deputati e Senatori con i quali giocoforza si confrontano quotidianamente in Aula e in Commissione ma evidentemente non è “opportuno” riproporre quei dialoghi al pubblico televisivo.
Non essendo riusciti ad aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno (o avendo visto che non era poi così conveniente) i pentastellati hanno creato una bolla televisiva all’interno della quale esistono solo loro.
Per il partito che aveva iniziato la sua avventura politica con le dirette in streaming delle trattative con Bersani e Renzi si tratta di un bel cambiamento.
Risulta agevole a quel punto utilizzare quei titoli acchiappa click come “Alessandro Di Battista ASFALTA il PD” o altre amenità del genere.
Se il PD (o l’altra parte politica) non appare e non può obiettare significa che è stato ridotto al silenzio dalle argomentazioni pentastellate quando in realtà il silenzio è stato creato artificialmente per far sentire una sola voce.
Quando non è fisicamente presente in studio Alessandro Di Battista preferisce collegarsi con un gruppo di attivisti alle spalle, per far vedere che lui è ggente e che sta in mezzo al popolo (arrivando a vette di interpretazione gentista come il finto sfogo “io voglio votare”).
Di Maio invece, che da sempre ha scelto un profilo più istituzionale, invece si collega dal suo ufficio di Vicepresidente della Camera quasi per invitare telespettatori e attivisti a vedere che sta lavorando per loro all’interno del Palazzo.
Una scelta non casuale perchè Di Battista e Di Maio sono complementari e rappresentano le due anime del MoVimento: quella più movimentista e sognatrice e quella più pacata e riflessiva. Due anime però che scompaiono all’unisono quando il M5S è nei guai avvalendosi della facoltà di non rispondere.
I 5 Stelle sono stati bravi, bisogna ammetterlo, perchè sono riusciti a sfruttare il desiderio dei giornalisti di avere qualcosa di apparentemente impossibile da ottenere per imporre le loro condizioni sulla presenza televisiva dei loro esponenti di spicco. Ma al tempo stesso, tra interviste concordate con giornalisti e ospiti graditi il M5S si sta comportando come quei politici che rifiutano il confronto e parlano solo attraverso comunicati ufficiali.
I giornalisti però hanno le loro responsabilità perchè i monologhi a 5 Stelle possono andare bene per uno spettacolo teatrale o uno show su Netflix ma non giovano al dibattito politico.
Qualcuno deve far presente ai pentastellati che fare politica è accettare il confronto con gli altri, perchè oggi a farne le spese sono gli esponenti dei partiti politici, domani potrebbero essere i giornalisti e chiunque venga identificato come nemico o non degno di prendere parte al confronto.
Del resto stiamo parlando del partito dove alcuni esponenti si vantavano di non stringere la mano agli avversari politici.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
CONTESTATO IL RUOLO DEL VICESINDACO LUCA BERGAMO CHE PIAZZA LE SUE CONOSCENZE
Ci sono troppi ex Partito Democratico scelti dalla Giunta Raggi. 
Dopo il caso di Luca Montuori, che ha rivendicato il suo passato di veltroniano in un’intervista alla vigilia della sua nomina come assessore all’urbanistica, il MoVimento 5 Stelle comincia a vedere come il fumo negli occhi il vicesindaco Luca Bergamo, di cui lo stesso Montuori era caposegreteria, ritenendolo responsabile dell’«invasione».
Racconta oggi il Messaggero che un nuovo punto di contrasto è stata la scelta dei membri del CdA del Teatro di Roma:
Va così in porto tra diversi malumori interni l’operazione voluta da Bergamo. L’antipasto della tensione grillina sull’autonomia del vicesindaco c’è stato qualche ora prima con i due membri scelti dal Campidoglio per il Consiglio di amministrazione del Teatro di Roma.
Lo scontro in commissione con le critiche della grilline Monica Montella e Gemma Guerrini che si sono astenute sul parere alla nomina dei due componenti — Emanuele Bevilacqua e Cristina Da Milano — scelti dal Comune per la squadra di una delle più importanti realtà culturali della Capitale.
Profili scelti con un bando pubblico. Eppure la Da Milano non era affatto sconosciuta al vicesindaco che ha vagliato i curricula sottoponendoli poi alla Raggi.
Esperta di marketing culturale, si era candidata con la lista civica di Sabrina Alfonsi nel I Municipio, con tanto di post a favore di Bergamo.
Ecco perchè le due consigliere grilline hanno sgranatogli occhi. Tanto che la Montella al termine della riunione, trai corridoi, ha commentato: «E poi siamo noi quelli del cambiamento…».
Ed è sempre il quotidiano romano a fare ironia sull’«impero bergamasco» che Luca Bergamo starebbe costruendo: a dicembre i galloni di vicesindaco tolti a Daniele Frongia, le nomine “amiche” nei cda (Biblioteche e teatri di Roma), il tour in diretta Facebook con Beppe Grillo (e Raggi) al Valle, la dichiarazione congiunta con Mauro Baldissoni sullo stadio della Roma (accordo poi bloccato per l’irritazione dei grillini) e adesso il nuovo assessore all’Urbanistica, che era il suo capo segreteria nonchè antico compagno.
Egemonia culturale, direbbe qualcuno.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
L’IMPIANTO, A DIFFERENZA DI QUELLO DELLA JUVENTUS, NON SARA’ DELLA SOCIETA’ DI CALCIO, MA DEGLI AMERICANI DI NEEP ROMA HOLDING
“Famo ‘sto stadio!”, aveva sollecitato con veemenza in diretta televisiva l’allenatore dell’As Roma, Luciano Spalletti, all’inizio di febbraio.
A supportarlo, poco dopo, nonostante i dissapori tra i due risalenti all’anno scorso, era arrivato il “Pupone” Francesco Totti, che aveva vergato su Facebook: “Al fianco del mister e della società : vogliamo il nostro Colosseo moderno, una struttura all’avanguardia per i nostri tifosi e per tutti gli sportivi! #FamoStoStadio”.
A rincarare la dose era stato poi il presidente della Roma nonchè capofila degli azionisti americani, James Pallotta, che aveva sentenziato che in caso di mancata costruzione dello stadio di proprietà a Tor di Valle “sarebbe una catastrofe per il futuro dell’As Roma, del calcio italiano, della città di Roma e francamente per i futuri investimenti in Italia”.
Il clima si è fatto più disteso poi il 26 febbraio, quando, in serata, la sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha annunciato di avere raggiunto un accordo con l’As Roma e il costruttore Luca Parnasi, proprietario dei terreni su cui sorgerà la struttura sportiva.
Ma perchè alla Roma e al suo presidente e proprietario Pallotta sta così tanto a cuore lo stadio di proprietà ?
E chi sarà a possedere l’impianto?
La squadra di calcio, come nel caso della Juventus, o i suoi principali azionisti, gli americani riuniti sotto il cappello della Neep Roma Holding (che mentre attendono lo stadio continuano a sborsare denaro per il club giallorosso)?
La relazione finanziaria semestrale al 31 dicembre 2016 dell’As Roma fornisce qualche spunto utile per provare a rispondere a queste domande.
“In data 16 maggio 2016 — si legge innanzi tutto nel documento — è stata perfezionata un’operazione volta al finanziamento dei costi preliminari di sviluppo connessi al progetto ‘Stadio della Roma’ mediante la sottoscrizione di un contratto di finanziamento, per un ammontare massimo pari a 30 milioni, con Goldman Sachs International”.
Quindi, per finanziare il progetto, la società giallorossa si è rivolta a Goldman Sachs. In altri termini, alla banca americana con cui abitualmente lavora Pallotta e che già è la principale finanziatrice dell’As Roma.
Sempre a Goldman Sachs, infatti, è da ricondurre gran parte dell’esposizione bancaria del club calcistico. E’ vero che dalla relazione semestrale emergono circa 158 milioni (144,8 in scadenza oltre i 12 mesi più 13,3 entro l’anno) di prestiti con Unicredit, risalenti al contratto siglato nel febbraio del 2015, ma è altrettanto vero che la banca guidata da Jean Pierre Mustier risulta essersi interamente “coperta” proprio con Goldman Sachs, che secondo alcune ricostruzioni potrebbe avere piazzato parte di questo debito anche presso altri investitori, come per esempio fondi hedge. L’esposizione della Roma da 158 milioni sarebbe quindi, in ultima analisi, in capo alla banca statunitense.
Ed è proprio con questo argomento che dal quartier generale di Trigoria respingono con forza le ipotesi, circolate in ambienti finanziari, che nei mesi scorsi Unicredit, complice la nuova gestione targata Mustier (l’ad, non amante del calcio, ha già interrotto la sponsorizzazione della Champions League) abbia chiesto il rientro dei debiti al club.
E così Goldman Sachs finanzierà ora anche la costruzione dello stadio.
Nel dettaglio, si legge ancora nella relazione semestrale, “As Roma, Neep Roma Holding, azionista di maggioranza della società , Stadio Tdv (StadCo), società deputata alla gestione e al finanziamento del progetto ‘Stadio della Roma’, il cui capitale sociale è interamente detenuto da Neep, e As Roma Spv llc, azionista di maggioranza di Neep, sono state coinvolte a vario titolo nell’operazione nell’ambito della quale è stato sottoscritto un contratto di finanziamento per un ammontare massimo pari a 30 milioni tra (i) Goldman Sachs International (…) e (ii) StadCo, in qualità di beneficiario”.
Obiettivo dell’operazione è “finanziare quest’ultima al fine di sostenere determinati costi preliminari di sviluppo connessi al progetto ‘Stadio della Roma’”. Quindi, beneficiaria del finanziamento da 30 milioni è la società Stadio Tdv, che è interamente controllata non già dalla Roma ma dai suoi azionisti americani (Neep).
Il prestito per lo stadio è corredato da tutta una tela di accordi laterali che rendono l’operazione ancora più complessa.
Tanto per cominciare, la Roma “ha sottoscritto, congiuntamente alle altre società interessate, un contratto di finanziamento infragruppo ai sensi del quale metterà a disposizione di StadCo una linea di credito rotativa”.
Tale finanziamento infragruppo “funge da garanzia” al rimborso di quello contratto verso Goldman Sachs da StadCo “nel caso in cui quest’ultima non fosse in grado di rimborsarlo autonomamente e non come fonte primaria di rimborso dello stesso”.
Ma non è ancora finita, perchè, “ai sensi del finanziamento infragruppo”, la Roma e le società riconducibili ai soci americani (Neep e As Roma Spv) “hanno sottoscritto un contratto di garanzia in base al quale (i) Neep pagherà alla società giallorossa ogni ammontare dovuto da quest’ultima a StadCo in base al finanziamento infragruppo, per un massimo pari a circa 32 milioni; e (ii) TopCo (cioè As Roma Spv, ndr) indennizzerà Neep per un massimo pari a circa 32 milioni”.
Quindi, riassumendo e tentando di semplificare: Goldman Sachs finanzia per 30 milioni la società posseduta dai soci americani guidati da Pallotta, Stadio Tdv. Se quest’ultima non riuscisse a rimborsare autonomamente la banca statunitense, l’As Roma pagherebbe il debito, ma sarebbe a sua volta “risarcita” fino a 32 milioni dagli azionisti americani. Che quindi, se la loro società Stadio Tdv non riuscisse a restituire a Goldman Sachs il denaro per la costruzione dello stadio, sarebbero gli ultimi della catena a dovere aprire il portafogli.
(da “BusinessInsider“)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
GIRI DI COCAINA DENTRO E FUORI LO STADIO, POI I RAID INCAPPUCCIATI… DENUNCIATO ANCHE IL FIGLIO DEL PROCURATORE CAPO DI BRESCIA
I “bomboni” e le torce sparate contro la polizia intervenuta per fermare un assalto a un pullman di
tifosi interisti. Le cariche in pieno centro, in mezzo allo shopping del sabato pomeriggio, come non si erano mai viste prima a Bergamo.
Gli scontri di quel 16 gennaio 2016 al termine di Atalanta-Inter erano rimasti impressi nella memoria di chi c’era: ma tutto il resto, o meglio il “contorno” – lo spaccio sistematico di cocaina prima e durante le partite, gli scontri scatenati sotto effetto delle sostanze, le rapine, i tentativi di estorsione e le spedizioni punitive per recuperare i crediti delle attività di spaccio – è un mondo che viene a galla adesso, almeno da un punto di vista investigativo.
La Squadra Mobile di Bergamo e lo Sco della polizia di Stato ci hanno lavorato su per un anno e mezzo: il risultato, per ora, sono venti persone arrestate, quasi tutti ultrà atalantini.
Tra gli indagati anche il figlio del procuratore capo di Brescia Tommaso Buonanno. Francesco Buonanno ha avuto la misura cautelare dell’obbligo di firma disposta dal gip. Il figlio del magistrato dovrà presentarsi il sabato e la domenica in questura a Bergamo per firmare.
In mattinata le forze dell’ordine hanno effettuato una perquisizione a casa del figlio del magistrato: è accusato di detenzione e spaccio di droga. Ma lo spaccio era “una attività sistematica per una parte degli ultras nei confronti dei supporter”, ha spiegato il direttore dello Sco, Alessandro Giuliano. Tra i 42 indagati figura anche Claudio “Bocia” Galimberti, leader della curva atalantina lontano dagli stadi perchè oggetto di nove Daspo.
Dalle indagini emerge quello che, secondo gli investigatori, era diventato una sorta di modus operandi adottato dalle frange più estreme della Curva Nord: caricarsi di coca prima di incappucciarsi e entrare in azione all’esterno dello stadio per cercare lo scontro con le tifoserie avversarie.
Gli scontri dopo Atalanta-Inter del 16 gennaio di un anno fa sono stati uno dei casi più eclatanti. Stando all’indagine denominata “Mai una gioia” (dal titolo di uno striscione esposto in curva dagli ultrà , anche una loro frase abituale), c’era dunque un giro di spaccio nell’ambiente della tifoseria organizzata nerazzurra. Alcuni dei soggetti fermati sarebbero stati anche protagonisti di rapine.
La polizia ha stretto il cerchio intorno a un gruppo di italiani, a un cittadino albanese e un serbo, in prevalenza ultras dell’Atalanta, dediti alla cessione di ingenti quantitativi di droga, anche tra i tifosi della tifoseria stessa.
Tra gli indagati figurano anche un 73enne e 63enne. Le misure cautelari firmate dal giudice delle indagini preliminari (i reati di cui si parla sono resistenza a pubblico ufficiale, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, rapina) riguardano dunque una ventina di persone:
11 finiranno in carcere, le altre 9 saranno sottoposte ad altri provvedimenti, tra arresti domiciliari e obblighi di firma. I particolari dell’inchiesta verranno spiegati nel dettaglio dal procuratore della Repubblica di Bergamo, Walter Mapelli, dal sostituto Gianluigi Dettori e dal questore Girolamo Fabiano, con i dirigenti dello Sco.
Si torna dunque a parlare degli ultrà dell’Atalanta, e ancora una volta per casi di cronaca nera e giudiziaria.
Uno spartiacque, in questa lunga storia di tifo e violenze, era stato il maxi processo a carico di 143 persone (tra cui anche alcuni ultrà del Catania) per una scia di episodi tra i quali l’assalto alla Berghem Fest di Alzano Lombardo ad agosto 2010: bombe carta lanciate durante la manifestazione della Lega Nord per protestare contro l’introduzione della tessera del tifoso voluta dall’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni.
Il maxi processo agli ultrà , procedimento inedito per Bergamo, si era chiuso in primo grado con condanne per 47 anni, 10 mesi, 10 gg di carcere e 30 mila euro di multe, nel complesso, a 50 supporter atalantini (37 quelli assolti).
L’imputato numero 1 era proprio Claudio “Bocia” Galimberti. Per lui il pm Carmen Pugliese aveva chiesto una pena di sei anni: il giudice Maria Luisa Mazzola l’ha dimezzata (tre anni). La sentenza di appello, a novembre 2016, ha confermato nel complesso il verdetto di primo grado ma ha ridotto di un mese le pene ai tifosi che hanno partecipato all’assalto di Alzano Lombardo perchè il reato di radunata sediziosa è stato considerato prescritto (anche la pena inflitta a Galimberti è stata scontata a 2 anni e 11 mesi).
Gli ultrà e il loro capo, dunque. Quel “Bocia” che, nonostante i Daspo, secondo la Digos continua a essere il leader indiscusso della curva atalantina. Tra le misure applicate a Galimberti anche la sorveglianza speciale (riservata solitamente ai mafiosi): la sera del 5 settembre 2015, fresco di notifica di un nuovo Daspo quinquennale, mentre allo stadio Comunale l’Atalanta giocava per il trofeo Bortolotti, il Bocia si presentò in questura spalleggiato da un centinaio di ultrà .
A quanto pare non fu solo un sit-in di protesta: stando alle accuse Galimberti – già protagonista in passato di un’aggressione ai danni del giornalista de l’Eco di Bergamo, Stefano Serpellini – entrò in questura arrabbiatissimo, minacciando e insultando il dirigente della Digos, Giovanni Di Biase.
Comportamento che gli costò una denuncia per minacce aggravate e oltraggio a pubblico ufficiale.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
NELLE 65 FONDAZIONI POLITICHE LA TRASPARENZA E’ UN OPTIONAL: IL 93,3% NON RENDE ACCESSIBILE L’ELENCO DEI SOCI E DEI DONATORI
Nella informativa degli investigatori del NOE, nell’ambito dell’inchiesta Consip, è spuntato anche il nome del senatore Gaetano Quagliariello che fece un finanziamento di 50 mila euro alla Fondazione Magna Carta, della quale il senatore di Idea è presidente.
Lui stesso ha chiarito che si tratta di un contributo, tracciato, del 2016: «Fondi destinati a un progetto editoriale, per il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, La Verità ».
La società della moglie di Romeo nel 2014 ha donato 60 mila euro alla Fondazione Open (motore del fundraising di Renzi).
Il Corriere della Sera in un articolo a firma di Dino Martirano oggi racconta il proliferare delle fondazioni, ovvero di quegli enti dotati di un patrimonio destinato a determinati scopi: «possono essere culturali o politici, religiosi o scientifici, in ogni caso devono essere esplicitati nell’atto costitutivo e nello statuto (insieme a nome, sede, patrimonio). Negli ultimi anni, dopo il taglio del finanziamento pubblico ai partiti, è lievitato il numero delle fondazioni politiche: se ne contano 65».
Nelle 65 fondazioni politiche (tante ne ha censite Openpolis), il cui numero è lievitato dopo l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, la trasparenza è un optional: il 93,33% della fondazioni omette, con la scusa della privacy, di rendere accessibile l’elenco dei soci e dei donatori.
Poca trasparenza, dunque, anche se poi i 60 mila euro donati nel 2014 dalla società della moglie di Romeo alla Fondazione Open (il motore del fundraising di Matteo Renzi) erano stati oggetto di un’intervista dell’allora sindaco di Firenze: «Io quel finanziamento non l’avrei accettato…».
Ma quei soldi andavano restituiti? «Non so, chiedetelo alla Fondazione», tagliò corto Renzi.
Per il resto, il biglietto da visita di Open ce l’ha in tasca il presidente, l’avvocato Alberto Bianchi, che oltre a essere consigliere d’amministrazione dell’Enel è «arbitro» nelle controversie che investono la Consip.
(da “NextQuotidiano”)
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