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GRILLO SI SCOPRE ANIMALISTA: “PENE PIU’ SEVERE PER CHI MALTRATTA GLI ANIMALI”

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

E’ TEMPO DI CONVERSIONI, DOPO BERLUSCONI TOCCA AL COMICO: MA MENTRE MARINA BERLUSCONI SI E’ SEMPRE IMPEGNATA PER AIUTARE LE ASSOCIAZIONI, GRILLO CHE HA MAI FATTO?

Pene più severe per chi maltratta gli animali: il M5S con un post sul blog di Beppe Grillo ‘rispolvera’ le tematiche animaliste, giusto mentre tiene banco la ‘conversione animalista’ di Silvio Berlusconi.
Nel post a firma di Paolo Bernini si chiedono “pene più severe” per chi maltratta gli animali.
Ricordando il maltrattamento e la feroce uccisione del cane Angelo, per il quale sono stati condannati con il massimo della pena i 4 responsabili, “i sedici mesi previsti attualmente dal nostro codice penale sono stati convertiti con la condizionale in sei mesi di servizi socialmente utili presso un canile”, segnala il deputato M5S, che accusa: “appare evidente che per la gravità  del reato commesso, in considerazione anche dell’efferatezza e dell’incrudelimento contro un cane indifeso, tutto questo non possa essere punito in modo così blando”.
Per l’eletto del partito di Grillo   “una legge come quella sul randagismo (281/91) che a 26 anni dalla sua emanazione non è applicata in tutta italia, dimostra che i vecchi partiti e i vecchi soggetti, sebbene riciclandosi e cambiando casacca, non avrebbrero mai fatto la differenza per gli animali, per esempio denunciando i colleghi delle istituzioni locali per le loro omissioni di atti d’ufficio” (poteva farlo lui come privato cittadino, anche se non lo dice…n.d.r.)
E “in questo brodo di autoreferenziali zoofili la violenza e le chiacchiere sulla pelle degli animali dilagano in modo preoccupante, come in questo caso”, quello del povero cane Angelo, conclude l’eletto tra le fila del partito di Grillo.
Consigliamo Paolo Bernini di porre il quesito al suo garante, da una vita principe dell’indifferenza: si dà  il caso che se esiste una legge contro il randagismo ormai datata è stato grazie all’impegno profuso in particolare   da una associazione che avuto un presidente nazionale di Genova, quindi parliamo a ragion veduta.
Una associazione in cui, gliene va dato atto, muoveva i primi passi a quel tempo Maria Vittoria Brambilla, ancora lontana dai riflettori della politica, come responsabile di una sezione lombarda.
Il presidente nazionale di allora riuscì a coinvolgere alcune personalità  dello spettacolo (a quel poche poche) come “immagine” nella lotta al randagismo o come sponsor attraverso iniziative benefiche, compresi alcuni artisti genovesi.
E’ bene ricordarlo, Grillo non ha mai aderito, non so se perchè non era previsto un guadagno o per disinteresse al tema.
Fa piacere che Grillo in tarda età  “scopra” un mondo che per 60 anni gli è stato indifferente, meglio tardi che mai.
Ma abbia il buon gusto di evitare di dare giudizi su altri che almeno qualcosa hanno fatto per salvare animali destinati alla morte e alla sofferenza.
E, nonostante da un certo mondo è notorio ci dividano scelte politiche, non possiamo dimenticare che la prima legge regionale nacque proprio in Liguria grazie all’impegno di un assessore socialista, che a livello nazionale fu importante l’apporto di verdi e radicali, che il sostegno alle iniziative promozionali venne anche da Marina Berlusconi che peraltro non amava apparire per discrezione.
Tanto dovevamo per amore di verità  e perchè non ci piacciono gli opportunisti: allora come oggi.

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ARRIVA LA BENEDIZIONE GRILLINA AL PATTO DEL NAZARENO

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

FINO A UNA SETTIMANA FA IL MODELLO TEDESCO ERA UNA TRUFFA, ORA IL DIETROFRONT… LA GENERAZIONE TELEMACO CHE DOVEVA “UCCIDERE IL PADRE” E ROTTAMARE IL VECCHIO TORNA NEL LUOGO DOVE TUTTO E’ COMINCIATO

Negate, temute, e alla fine volute, ecco le elezioni anticipate.
Sull’accordo già  blindato tra Renzi e Berlusconi arriva adesso la sorprendente benedizione di Beppe Grillo sul modello proporzionale tedesco, che apre la via al voto in autunno. Eccolo, dunque, l’approdo.
Dopo tre anni di inutile pellegrinaggio tra vocazioni maggioritarie e Italicum, democrazie “decidenti” e premierati forti.
La Generazione Telemaco della “nuova politica”, quella che doveva “uccidere il padre” e rottamare il vecchio, torna nel luogo dove tutto era cominciato, e dal quale forse non se n’era mai andata. Il Nazareno.
E al Nazareno, inteso appunto come Patto, ha la pretesa di riportare quel che resta della sinistra italiana. Ancora una volta smarrita, confusa, divisa. Incapace di produrre una qualunque alternativa, se non quella di abbracciare un Caimano per resistere a un Grillo.
L’accordo Renzi-Berlusconi, alla luce delle parole del segretario del Pd al Messaggero, è ormai cosa fatta.
Con la scusa che “lo chiede Mattarella”, l’ex premier e l’ex Cavaliere sono pronti a fare quello che pareva chiaro dal giorno dopo la Caporetto sul referendum costituzionale, e che solo i ciechi, gli ipocriti o le anime belle si erano rifiutati di comprendere. Un’intesa sulla riforma elettorale, poi sulle elezioni anticipate, e infine sulla prospettiva di una Grosse Koalition all’italiana.
Come dice Roberto Saviano del Ventennio Berlusconiano, con la “svolta nazarena” tutto è dimenticato, tutto è perdonato.
Ed è vero che è “uno scandalo” una politica che a pochi mesi dalla scadenza della legislatura costruisce meccanismi elettorali tagliati a misura dei propri bisogni.
Ma così è, purtroppo. Ormai da almeno dodici anni, quando a questo “uso privato” delle istituzioni e delle Costituzioni ci abituò il disastroso Porcellum voluto dal Polo della destra per non far vincere l’Unione di Prodi.
Anche il sì di Grillo fa parte della svolta. Ma il furbo via libera del capocomico al sistema proporzionale tedesco, attraverso la solita farsa del clic tra gli attivisti della Rete, è tutt’altro che disinteressato.
Per Pd e Forza Italia risolve il problema dei numeri al Senato, che altrimenti sarebbero mancati, e che invece adesso ci saranno grazie ai pentastellati.
Ma per il Movimento è manna dal cielo: gli consentirà  di lucrare dividendi incalcolabili in una campagna elettorale tutta giocata contro il “Renzusconi” dell’inciucio neo-consociativo.
Ci sarà  ancora qualche dettaglio tecnico da mettere a punto. Per esempio la soglia di sbarramento.
Ma la strada è già  aperta, da almeno due casi paradigmatici di queste ultime ore. Il primo caso è la sfiducia bipartisan a Campo Dall’Orto in consiglio d’amministrazione Rai: un “ribaltone” che ha ragioni tuttora imprecisate, se non quelle legate all’urgenza di avere un servizio pubblico televisivo ancora più malleabile e controllabile in campagna elettorale.
Renzi nega, e porta come prova il fatto che il consigliere che lui conosce meglio nel cda è “Guelfo Guelfi, l’unico ad aver votato a favore del piano di Campo Dall’Orto”. Tesi tartufesca, e facilmente controvertibile: più che una prova a discapito, il voto di Guelfi (difforme da quello degli altri consiglieri pd) sembra la smoking gun sul siluramento del direttore generale.
Il secondo caso è il ripristino dei voucher, sia pure con una formula “geneticamente modificata”.
L’emendamento che reintroduce i buoni lavoro passa proprio grazie alla stampella azzurra del Cavaliere, perchè nel frattempo viene meno la stampella rossa non solo dell’Mdp di Bersani, ma anche dei dissidenti di Orlando.
Anche su questo Renzi ha una sua versione. La norma sui voucher ci sarà  perchè «abbiamo fatto quello che il ministro Finocchiaro ci ha chiesto di fare». Tesi pilatesca, e palesemente in-credibile: Gentiloni non avrebbe mai preso un’iniziativa autonoma, su un tema “sensibile” per la sinistra come i buoni lavoro.
Ad annunciare l’emendamento in Commissione è stato il capogruppo dem Rosato. E su quello, poi, il governo ha dovuto convergere.
È una forzatura della quale obiettivamente non si sentiva alcun bisogno. Sia per ragioni di metodo: i voucher erano stati appena abrogati per decreto proprio per evitare il referendum chiesto a tutta forza dai sindacati.
Sia per ragioni di merito: i voucher non hanno risolto la piaga del lavoro nero (ormai superiore ai 100 miliardi l’anno) e non hanno offerto nessuna tutela contributiva a quel milione e 600 mila precari che ne hanno “beneficiato” (dovrebbero lavorare fino a 75 anni per avere una pensione da 208 euro al mese).
Dunque, anche questa mossa non nasce per caso. Non nasce a Palazzo Chigi. Nasce a Largo del Nazareno.
E si inquadra nello stesso percorso che potrebbe portarci, in sequenza, al sistema tedesco, alla caduta di Gentiloni, al voto in autunno e alla Grande Coalizione.
Non siamo più in presenza di un’episodica geometria variabile (che talvolta in Parlamento può capitare) ma di un’autentica mutazione della maggioranza (che stavolta il Quirinale deve valutare).
Tutti i soggetti in campo non possono non esserne consapevoli. Se vanno avanti lo stesso, vuol dire nella migliore delle ipotesi che hanno accettato il rischio, nella peggiore che hanno concordato l’esito. E l’esito, ancora una volta, è quello ormai noto, nonostante le smentite a tamburo di questi mesi: un bel # paolostaisereno, e poi tutti alle urne.
In questa rincorsa congiunta alla rivincita di Renzi e alla rinascita di Berlusconi non c’è già  più spazio per le prudenze istituzionali o per le pendenze finanziarie.
L’idea è che il tripolarismo che paralizza l’Italia, con il modello tedesco, si risolve con la creazione e la contrapposizione di due blocchi: il Sistema (Renzi-Berlusconi) e l’Anti- Sistema (Grillo-Salvini). Comunque vada, un mezzo disastro.
Il rischio dell’instabilità , proprio durante una delicatissima sessione di bilancio, non è contemplato. Anzi, è inopinatamente ribaltato a nostro vantaggio. Anche questo dice Renzi: «Dopo le elezioni tedesche e fino al voto, l’Italia sarà  l’osservato speciale sui mercati. L’eventuale anticipo del voto non genera l’incertezza, ma la anticipa… ».
La scommessa è stravagante, e a dir poco azzardata. Non ci sarebbe nulla di strano se i due “pattisti” la giocassero in proprio. Purtroppo non è così: la posta in palio è il Paese.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)

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LE AMMINISTRATIVE, PRIMO VERO TEST POLITICO

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

CI SARANNO EFFETTI DETERMINANTI: POTREBBERO SEGNARE IL TRAMONTO DELLA “STAGIONE DEI SINDACI” E DEI “PARTITI PERSONALI”

In Italia tutte le elezioni hanno significato “politico nazionale”. Le consultazioni amministrative del mese prossimo non fanno eccezione. Anzi.
D’altra parte, si voterà  in oltre 1000 Comuni, distribuiti in tutto il Paese. Tra questi, 4 capoluoghi di Regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo) e 25 Capoluoghi di Provincia. Ancora: 8 città  al voto hanno più di 100mila abitanti e 153 più di 15mila.
Per questo si tratta di un test “politico” importante. Il più importante, dopo il referendum costituzionale dello scorso dicembre. Ed è probabile che l’esito stesso dell’imminente voto amministrativo contribuisca ad assecondare oppure a scoraggiare la tentazione di chiudere anzitempo la legislatura.
Le elezioni “comunali”, d’altronde, hanno assunto un ruolo “politico” particolare, fin dai primi anni Novanta.
Quando permisero di sperimentare nuovi modelli istituzionali, di fronte alla crisi della Prima Repubblica. L’elezione diretta dei sindaci, nel 1993, divenne, infatti, il metodo per rispondere alla crisi dei partiti e della classe politica, in mezzo al terremoto di Tangentopoli. I sindaci divennero, allora, gli interpreti delle istituzioni. Per dare un volto a una democrazia “impersonale”, lontana dalla società .
Dal 1993 in poi, non a caso, l’elezione diretta è stata estesa in ogni direzione. In particolare, ai Presidenti delle Regioni. In seguito, anche ai leader dei partiti, attraverso le primarie. Infine, agli stessi Capi di governo, “indirettamente eletti in modo diretto”, vista la tendenza a indicare sulle schede elettorali il nome dei leader delle coalizioni. In questo modo, la politica si è “personalizzata”.
Spinta dai media e, in particolare, dalla televisione, che hanno progressivamente riempito il vuoto lasciato nella società  e sul territorio dal declino dei partiti di massa. Difficile dimenticare la generazione dei sindaci eletti direttamente in quella fase.
In tutte le latitudini del Paese. Da Nord a Sud, passando per il Centro.
Basti pensare, fra gli altri, ad Antonio Bassolino, Francesco Rutelli, Riccardo Illy, Massimo Cacciari, Leoluca Orlando, Enzo Bianco.
Così, i sindaci si sono imposti come soggetti di democrazia – e di rappresentanza – diretta. In soccorso al logoramento della democrazia rappresentativa. Anche per questo, in seguito, alcuni di essi sono divenuti leader “nazionali”. Talora: capi del governo. Si pensi (ancora) a Rutelli, Veltroni. Allo stesso Renzi.
Infine, le elezioni comunali hanno favorito l’affermazione di nuovi soggetti politici. Da ultimo, ma non certo per importanza, il M5s. Proprio 5 anni fa. Nel 2012. Quando Federico Pizzarotti conquistò Parma. E offrì al M5s non solo visibilità , ma fondamento. Perchè fornì la prova che il M5s non era solo una rete di movimenti e di associazioni. Ma un “partito”. Magari, un “non-partito”. In grado di conquistare il governo. Delle città , dapprima. Poi, si vedrà …
Le ambizioni di governo del M5s, peraltro, sono state amplificate alle amministrative dell’anno scorso. Per questo il voto di giugno sollecita tanta attenzione. Perchè, comunque vada, determinerà  effetti rilevanti. Non solo nelle città  coinvolte. Ma sul piano nazionale. Sul consenso dei leader di partito e di governo. Sulle alleanze attuali e potenziali.
I sondaggi condotti da Demos per Repubblica e pubblicati nei giorni scorsi sono, dunque, interessanti. Anche se mancano due settimane dal primo turno e un mese dall’eventuale ballottaggio.
La realtà  potrebbe rivelarsi diversa, com’è già  avvenuto in passato. Perchè, senza considerare i limiti del metodo adottato, la campagna elettorale è tuttora in corso. Molti elettori (oltre 2 su 10) devono ancora decidere. E l’esito del primo turno può cambiare profondamente il clima d’opinione.
Com’è avvenuto l’anno scorso, quando ha, certamente, “lanciato” i candidati del M5s. A Roma, ma soprattutto a Torino.
Il sondaggio di Parma, comunque, suggerisce come Pizzarotti oggi disponga di una notevole legittimazione personale. Se 5 anni fa era il portabandiera della sfida del M5s al sistema, oggi appare protagonista della sfida del sistema al M5s. Un “non-partito” che, tuttavia, ha assunto alcuni vizi dei partiti contro i quali è nato e dichiara di combattere. Anzitutto, la centralizzazione. Meglio: la “personalizzazione centralizzata”.
È, infatti, significativo come al possibile successo di Pizzarotti, a capo di una lista “personale”, corrisponda l’insuccesso (possibile) del candidato e della lista del M5s.
Anche a Genova, dove la storia di Grillo ha “radici” profonde, il candidato del M5s, Luca Pirondini, è minacciato dalla concorrenza, per quanto limitata, espressa dalle liste presentate da due fuoriusciti. Fra loro: Marika Cassimatis, bocciata da Grillo, dopo essersi affermata alle Comunarie. Ma Genova appare un caso esemplare dell’equilibrio instabile che oggi caratterizza l’Italia.
La conferma viene da Palermo. Un osservatorio particolarmente significativo della personalizzazione, in ambito urbano e nazionale. Leoluca Orlando, infatti, è “nato”, politicamente, a Palermo. Negli anni Ottanta. Prima della stagione dei sindaci. Che ha, peraltro, interpretato, nel decennio successivo.
Quando, tuttavia, ha svolto un ruolo significativo anche in ambito nazionale. In partiti-movimenti apertamente critici verso il sistema. Dalla Rete all’Italia dei Valori. Orlando: non ha mai rinunciato alla parte del Capo popolar- populista, che, soprattutto nel Mezzogiorno, è utile ad allargare i consensi. Proprio per questo, attrae e divide. Potrebbe passare subito, al primo turno. Ma, in caso di ballottaggio, rischia di subire l’aggregarsi del “voto contro”.
Naturalmente, molte altre e diverse sono le ragioni di interesse offerte dalle prossime amministrative. Ci sarà  tempo per valutarne il significato. Per ora, mi limito a osservare che si tratterà , a mio avviso, di “elezioni critiche”. Perchè potrebbero segnare il tramonto della stagione dei sindaci.
Ma anche dei “non-partiti”, poco credibili di fronte alla prospettiva di governo, anche in ambito locale. E indeboliti dalla debolezza degli “antagonisti”: i partiti. Personali e impersonali.
L’Italia dei Comuni, insomma, non si rassegna alla politica della non-politica.

(da “La Repubblica”)

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MENTANA SULLE PROSSIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE: “PD E M5S SONO PARTITI IMMATURI, BERLUSCONI E’ VIVIDISSIMO”

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

“LA RAGGI? LA BOCCIO, MA SE SI VOTASSE DOMANI VINCEREBBE DI NUOVO”

Chi riuscirà  a conquistare il maggior numero di comuni alle elezioni amministrative fissate per l’11 giugno?
Per Enrico Mentana, il quadro politico è complicato e PD e M5S rischiano di fare una figuraccia.
Il direttore del Tg La7, intervistato da Il Fatto Quotidiano, compone infatti un arazzo variegato dell’Italia politica, in cui c’è un Silvio Berlusconi sempre pronto a uscire dall’ombra al momento opportuno.
Il Pd e i Cinque Stelle giocano a nascondersi, perchè dopo tantissimo tempo rischiano entrambi di perdere. E allora, in silenzio, il centrodestra potrebbe vincere queste comunali.
A creare problemi alla compagine grillina potrebbero essere, secondo il giornalista, gli scheletri nell’armadio.
I Cinque Stelle sono in imbarazzo soprattutto per Parma, dove potrebbe essere rieletto il loro grande nemico, il “traditore” Federico Pizzarotti, e per Genova, la città  di Beppe Grillo, dove sembrano fuori gioco. […] Sono segnali di immaturità , da parte di un movimento che è una monade senza finestre, chiuso a ogni ipotesi di alleanze
Stesso giudizio, tuttavia, per i renziani, che avrebbero dimostrato altrettanta immaturità  nei casi Consip e Banca Etruria.
Ecco, allora, che rispunta l’ombra del Cavaliere.
Il dato è che Silvio Berlusconi politicamente è vividissimo. Ma dipenderà  molto dalla sua capacità  di tenere assieme forze molto diverse, soprattutto in vista delle Politiche.
Per Mentana, comunque, i sindaci insediati solo un anno fa – che siano di destra, di sinistra o dei Cinque Stelle – sono ancora ben piantati sui loro scranni, non risentendo delle beghe a livello nazionale dei rispettivi partiti.
La mia pagella per sindaca di Roma non è positiva, ma sono convinto che se si votasse domani rivincerebbe. I sindaci eletti l’anno scorso sono ancora popolari, come Giuseppe Sala a Milano, che si è dimostrato molto più sanguigno e “politico” del previsto. O come Chiara Appendino a Torino. Sa esercitare una notevole leadership, e non si fa problemi a sedere accanto a un governatore del PD come Sergio Chiamparino. È un sindaco che unisce.”

(da agenzie)

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I CONTI DELLA CASALEGGIO ASSOCIATI

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

LA SITUAZIONE ECONOMICA DELLA SOCIETA’ DI COMUNICAZIONE NEL BILANCIO 2015

Questa settimana L’Espresso in un servizio di Luca Piana riepiloga i conti della Casaleggio Associati, l’impresa creata da Gianroberto Casaleggio e ora seguita da Davide.
Sono doverose due premesse. La prima è che l’ultimo documento disponibile è relativo al 2015, ormai un po’ datato.
La seconda è che Casaleggio, quando gli è stato chiesto, non ha mai rivelato se nei conti dell’azienda affluiscono i soldi della pubblicità  che gli inserzionisti effettuano sul blog di Grillo e su altri siti collegati al partito.
Messi in chiaro questi punti, per l’azienda il 2015 è stato un anno davvero negativo.
Il fatturato è sceso a 1,1 milioni di euro, rispetto agli 1,5 milioni del 2014 e ai due del 2013.
Il bilancio non spiega quale sia la scomposizione dei ricavi dell’azienda, che pubblica anche libri. C’è solo una breve nota, che dà  due diverse informazioni.
La prima spiega che «la società  svolge prevalentemente l’attività  di consulenza informatica strategica». La seconda che il 2015 «è stato un anno impegnativo per la società , a causa di alcuni modelli editoriali on line dimostratisi di difficile sostenibilità  economica con il modello pubblicitario e dai quali nel 2016 si è deciso di disinvestire».
Su cosa sta disinvestendo la Casaleggio? Sui siti già  messi all’indice qualche tempo fa da Buzzfeed come portatori di notizie-bufala e propaganda putiniana.
E a questo proposito, in pochi hanno notato che dopo aver pesantemente richiamato Buzzfeed sulla vicenda i contenuti da quei siti non vengono più ripostati, come prima, dalla pagina facebook di Beppe Grillo:
Quali siano questi «modelli editoriali» non si dice, anche se non dovrebbe trattarsi dei siti più conosciuti, TzeTze, La Fucina, La-Cosa, che restano attivi e collegati societariamente con la Casaleggio Associati.
La nota prosegue sostenendo che «l’area consulenziale legata alla definizione di strategie di rete originali per i clienti risulta molto apprezzata da parte delle società ».
I nomi dei clienti non vengono citati, mentre c’è una piccola novità  rispetto al 2014: l’investimento di qualche migliaia di euro per acquistare una quota in una start up californiana che fa algoritmi, chiamata Soshoma.
Alla fine, grazie a una drastica riduzione del costo del personale e delle altre spese, la perdita del 2015 è stata limitata a 123 mila euro, in calo rispetto ai 151 mila del 2014.

(da “NextQuotidiano”)

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FRATELLO GOVERNO, SORELLA LOBBY: COME IL M5S CERCA DI ACCREDITARSI TRA I POTERI FORTI

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

CITANO SAN FRANCESCO, MA CASALEGGIO SI MUOVE TRA POTENTATI ECONOMICI, ENTI DI STATO E APPARATI DI SICUREZZA

Sorrisi. Strette di mano. Uno sferragliare di bigliettini da visita. I gesti tipici che accompagnano l’ingresso del nuovo arrivato in un club ristretto e esclusivo.
Una mattinata in prima fila, nella sala conferenze del Maxxi, accanto al ministro Carlo Calenda e al presidente di Confindustria digitale Elio Catania.
L’intervento a inizio lavori, da solo sul palco, privilegio concesso solo a lui e al ministro, in piedi davanti al leggio con il telecomando in mano, per parlare di startup, investimenti pubblici e incentivi fiscali per aiutare le imprese che fanno innovazione, compresa la sua.
Che spettacolo l’apparizione nella Capitale di Davide Casaleggio, un mese fa, all’Internet day organizzato dall’agenzia Agi, di proprietà  dell’Eni.
Una giornata da imprenditore della rete, lui, il Davide della piccola Casaleggio associati seduto accanto ai grandi, alla pari con i Golia: Microsoft, Ibm, Airbnb.
Riverito e omaggiato da una platea di operatori del settore, giornalisti, il presidente della Commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia che gli stringe la mano e elogia la preparazione dei deputati del Movimento 5 Stelle della sua commissione.
In sala, però, di M5S non c’è nessuno: solo il portavoce Rocco Casalino si materializza alla fine per trascinare via Casaleggio dalle telecamere.
Camicia bianca, completo scuro, cravatta a fantasia grigia, la divisa impersonale del capo azienda in una convention di colleghi, l’opposto della maglietta del militante sfoggiata alla marcia per il reddito di cittadinanza Perugia-Assisi la settimana scorsa.
L’oratoria metallica, schematica come le slides che accende alle sue spalle.
Niente potrebbe far immaginare a un osservatore distratto che questo quarantenne è il capo di un movimento considerato da molti in Italia e in Europa populista, sfasciatutto, pericoloso per la democrazia. Nessun segno, almeno visibile. Ma è nell’invisibilità  delle relazioni e dei rapporti che Davide Casaleggio sta provando a far cambiare pelle a M5S.
Dalla piazza dei Vaffa di Beppe Grillo e delle profezie avveniristiche di Gianroberto Casaleggio alla tessitura riservata di legami con aziende di Stato, apparati, il reticolo dei poteri imprescindibili per chi intende candidarsi a governare.
È questa la vera conversione francescana predicata la settimana scorsa da Grillo ad Assisi: il lupo di Gubbio che spaventava con le sue razzie la politica italiana si sta addomesticando, sta prendendo casa nei palazzi del potere che voleva scoperchiare come una scatoletta di tonno. Fratello governo, sorella lobby.
A Roma ormai è quasi un intercalare. Non c’è lobbista, responsabile di relazioni istituzionali di un ente qualsiasi, capo di un’agenzia di comunicazione che non cominci il discorso così: «L’altro giorno abbiamo incontrato il Movimento…».
Una strategia di doppio accreditamento: M5S verso i poteri romani, i poteri verso il Movimento, perchè tra poco si vota, hai visto mai che vincano loro.
Davide Casaleggio è il regista della svolta, come si è visto a Ivrea, al meeting organizzato per il primo anniversario della morte del padre.
Niente politica e molti relatori non sospettabili di simpatie grilline o di populismo, da Paolo Magri dell’Ispi, l’istituto per gli studi di politica internazionale, a Fabio Vaccarono, amministratore delegato di Google Italia.
I deputati e senatori di M5S accorsi in massa sono rimasti silenziosi in sala, a fare da platea. Come se, in quel caso, i rapporti tra l’azienda di Casaleggio e il partito di Casaleggio fossero invertiti rispetto ad esempio a quelli che ci furono tra Fininvest e Forza Italia agli esordi del berlusconismo in politica.
Nel caso del Cavaliere l’azienda del Biscione fu chiamata a convertirsi rapidamente in partito, con gli uomini di Publitalia piazzati ai vertici della nascente formazione azzurra.
Nel caso di M5S, il movimento esiste già , è una forza politica che raccoglie tra un quarto e un terzo del consenso degli italiani, e questa forza può tornare utile per far crescere l’azienda Casaleggio, che invece sul mercato ha ancora dimensioni ridotte.
Di certo l’idea di entrare in rapporto con il capo di un partito che potrebbe conquistare il governo tra qualche mese permette al suo presidente, il figlio del fondatore Gianroberto, di essere introdotto in mondi e ambienti finora off limits.
L’Eni, per esempio, fino a poco tempo fa era considerata il male assoluto, con Grillo che si era presentato a un’assemblea tuonando contro i vertici, ora è cominciato il disgelo, con un lungo incontro tra Davide e alcuni ambasciatori dell’azienda: tantissime domande e lunghissimi silenzi da parte di Casaleggio, fase di ascolto ma l’incomunicabilità  è finita.
Con l’Enel i rapporti sono già  in fase avanzata: anche in questo caso non è passata un’era geologica da quando Grillo attaccava le centrali a carbone «che uccidono l’Italia», le bollette e i contatori inutili.
Ma due mesi fa una delegazione di M5S è volata a Copenaghen per visitare le aziende che stanno compiendo «la rivoluzione energetica danese», come l’hanno definita. C’erano i parlamentari Riccardo Fraccaro, Davide Crippa, Piernicola Pedicini, Gianni Girotto e il più entusiasta della compagnia, Luigi Di Maio: «Abbiamo toccato con mano un progetto stupendo che porta la firma dell’Italia: l’hub dei veicoli elettrici con tecnologia V2G dell’Enel», ha esultato il vice-presidente della Camera e candidato premier in pectore a proposito delle infrastrutture di ricarica per le auto elettriche.
Per tutto il viaggio gli esponenti del Movimento 5 Stelle sono stati affiancati dagli uomini dell’Enel.
Il senatore Gianni Girotto, l’uomo di M5S che segue le questioni energetiche, ha partecipato il 21 dicembre 2016 al seminario “Energy Perspectives 2017 and beyond” promosso dall’Enel e organizzato dal Centro studi americani presieduto da Gianni De Gennaro, ex capo della polizia oggi presidente di Leonardo Finmeccanica.
Nel programma per l’energia di M5S ci sono riconoscimenti espliciti per l’Enel. E a Civitavecchia il sindaco grillino Antonio Cozzolino ha firmato una convenzione con l’Enel con un contributo di 4,5 milioni al comune, dopo anni di battaglie in senso opposto.
L’altro uomo di contatto con le aziende partecipate è il deputato veneto Riccardo Fraccaro, molto attivo e molto lodato. «Ho incontrato Riccardo», ripetono i lobbisti intorno ai palazzi di Camera e Senato. «Ho visto Luigi», che sarebbe Di Maio: lui vede e incontra tutti.
Di Maio è di casa. Era accanto a Maria Elena Boschi e a Gianni Letta al Centro studi americani, il regno di De Gennaro e dell’onnipresente Paolo Messa, consigliere di amministrazione Rai in quota centrista ma molto trasversale, al punto di aver firmato una lettera pubblicata dal Corriere della Sera che anticipava la sfiducia al direttore generale Antonio Campo Dall’Orto insieme a Carlo Freccero, consigliere eletto con i voti di M5S.
Il sito dell’associazione di Messa “Formiche”, ben introdotto nelle ambasciate e nelle forze armate, non si perde un convegno o un seminario organizzato da M5S. L’occasione dell’intervento di Di Maio al centro studi americani era offerta dalla presentazione di un libro di Vito Cozzoli, già  capo di gabinetto al ministero dello Sviluppo economico con Federica Guidi. «Vito», come lo chiama confidenzialmente Di Maio, è oggi capo del servizio sicurezza della Camera. Un altro settore, quello della sicurezza e dei servizi, in cui sono in corso manovre di annusamento reciproche. Sorprendenti.
Dispensatore di consigli per M5S, quasi un consulente in materia, è il generale dei carabinieri in congedo Umberto Saccone, ex Sismi.
Invitato come relatore d’onore un anno fa al seminario “Intelligence Collettiva: Storia dei Servizi Segreti” organizzato dai gruppi parlamentari di M5S con il senatore Bruno Marton che è componente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Uscito dall’Arma, Saccone è stato per otto anni direttore della Security Eni, negli anni in cui nell’ente nazionale idrocarburi dominava Paolo Scaroni (con il faccendiere Luigi Bisignani) e un mese fa è stato nominato amministratore unico della Port Authority Security che gestisce la sicurezza nel porto di Civitavecchia, comune amministrato da M5S, oltre che di Fiumicino e Gaeta.
Il banco di prova, a proposito di nomine, è naturalmente il centro di potere più importante di M5S, il Comune di Roma dove da quasi un anno è arrivata Virginia Raggi. Dopo la prima fase drammatica, quella dei quattro amici al bar, come si chiamava la chat su whatsapp della sindaca con il capo del personale Raffaele Marra, poi arrestato, e del caposegreteria Salvatore Romeo, è arrivata l’ora del reset.
Ordinato e eseguito direttamente dalla Casaleggio associati, da Davide in persona. Prima mossa, la nomina dell’imprenditore veneto Massimo Colomban all’assessorato chiave che si occupa delle società  partecipate del Comune di Roma: animatore della Confapri e del think tank Group nel cui board di fondatori figurava anche Gianroberto Casaleggio.
Seconda mossa, le nomine dei vertici delle partecipate, la multiutility di acqua e energia Acea, l’azienda dei trasporti cittadini Atac, con nomi pescati fuori dai giri romani e dal litigioso raggio magico che circonda la sindaca.
Come amministratore delegato dell’Acea è stato scelto il milanese Stefano Donnarumma, già  in Acea, poi in Adr (Aeroporti di Roma) e infine direttore reti della A2A. All’Atac un altro milanese, Bruno Rota, l’uomo che ha diretto per anni l’azienda di trasporti meneghina Atm.
«Le migliori scelte possibili», esulta un lobbista. Accompagnate da altre nomine: l’avvocato Luca Lanzalone alla presidenza di Acea e Liliana Godino nel cda, genovesi come Grillo, e Gabriella Chiellino, veneta come Colomban.
La via pentastellata alla lottizzazione: un mix di competenze e di fedeltà , in ogni caso il tentativo di superare la prima fase dell’uno vale uno, caro a Grillo e Casaleggio senior, con i nomi da reclutare in vista di un’ipotetica squadra di governo per il dopo-elezioni (ma Di Maio giura che sarà  presentata prima del voto).
Quasi una divisione di ruoli: al partito, ai volti mediaticamente più noti, i Di Maio e i Di Battista, il compito di rappresentare pubblicamente l’anima di lotta di M5S, la diversità  grillina dagli altri partiti, sempre più labile.
A Casaleggio e ai suoi la gestione delle relazioni di potere che aprono le porte del governo, ma anche a preziose relazioni tra aziende che si occupano di web. «La forza del M5S si basa sull’unione paritaria di due componenti, quella analogica e quella digitale, che non avevano mai trovato prima una sintesi politica così micidiale», scrive Giuliano da Empoli, già  consigliere di Matteo Renzi, in “La rabbia e l’algoritmo. Il grillismo preso sul serio”, appena pubblicato da Marsilio.
Ma l’evoluzione di M5S va in direzioni inaspettate, anche rispetto ai movimenti populisti europei cui viene comunemente associato. Nè il Front National di Marine Le Pen in Francia nè l’Ukip in Inghilterra, infatti, hanno potuto godere delle entrature con un pezzo di establishment che Casaleggio e i suoi stanno coltivando.
È una storia molto italiana. Un movimento nè di destra nè di sinistra, con quasi un terzo dei voti, ha interesse a presentarsi come una possibile forza di governo, garantendo che non offrirà  posti soltanto ai suoi, a una classe dirigente che continua a non avere.
E enti di Stato, apparati e giù giù la pletora di faccendieri, lobbisti, comunicatori, il contesto romano che fa da sfondo a ogni potere, ha interesse a occupare quello spazio vuoto: a proporsi come quella classe dirigente che non c’è.
È questa la doppia conversione, il doppio movimento da tenere d’occhio nei prossimi mesi.
Fratello governo, sorella lobby.

(da “L’Espresso”
)

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L’ACCUSA DEL PARLAMENTO EUROPEO AI PAESI UE: “RICOLLOCATO UN SOLO MINORE DEI CINQUEMILA APPRODATI IN ITALIA”

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

VERGOGNA EUROPEA: SOLO L’11% DEI RICHIEDENTI ASILO E’ STATO TRASFERITO… “FINLANDIA E MALTA RISPETTANO LE REGOLE, GLI ALTRI NO”

Uno è il numero del cinismo europeo. L’Italia ha bisogno di 5000 posti nell’Unione per ricollocare i minori non accompagnati arrivati sulle nostre coste. Ma i paesi europei hanno accolto finora “soltanto un minore non accompagnato”, scrive nero su bianco il Parlamento di Strasburgo.
Così come il milite ignoto è il simbolo della ferocia della guerra, l’anonimo e unico bambino senza genitori coinvolto nel programma di accoglienza è l’emblema della mancata solidarietà  della Ue, della sua disunione e della sua crisi.
Uno stavolta non si riferisce al deficit, alle correzioni di bilancio ma alla stitica capacità  di condivisione dei nostri partner.
È il numero più significativo, un puntino scandaloso nella statistica del fenomeno migratorio e dei richiedenti asilo. L’intero piano di ricollocazione però sta fallendo.
E la risoluzione approvata a larghissima maggioranza il 18 maggio dall’Europarlamento mette in chiaro le cifre di questo fallimento.
SOLO L’11 PER CENTO
Al 27 aprile erano stati ricollocati 17.903 richiedenti asilo: 12.490 dalla Grecia e 5.920 dall’Italia. “Un dato – scrivono i promotori della mozione – che equivale ad appena l’11 per cento degli obblighi assunti”.
Cioè, 18410 persone su 160 mila previste.
CHI FA LA PROPRIA PARTE
Il programma di accoglienza solidale naturalmente esclude Italia, Grecia e Germania che fanno già  il possibile nella gestione del fenomeno. In quanto paesi di arrivo sono loro a dover essere aiutati nel controllo dei flussi da tutti gli altri. Ma questa solidarietà  si limita a pochissimi stati.
Soltanto la Finlandia e Malta rispettano gli obblighi. E la sola Finlandia lo fa “sistematicamente” per il capitolo doloroso dei “minori non accompagnati”.
CHI DISERTA
Praticamente tutti gli altri. Alcuni più degli altri. Ungheria e Slovacchia rifiutano la ricollocazione e hanno portato la commissione Ue davanti alla Corte europea di giustizia. Austria, Polonia e Repubblica Ceca sono fra i Paesi che fanno di meno.
“Ma la maggior parte degli stati membri è ancora molto in ritardo, sebbene si siano registrati alcuni progressi”.
L’ITALIA
Il paradosso è che nel 2016 il nostro Paese ha ricollocato più richiedenti asilo di quanti sia riuscita a dirottarne negli altri stati Ue. Lo scorso anno sono arrivati da noi 181.436 persone, il 18 per cento in più rispetto al 2015. Il 14 per cento di loro erano minori. Tra i richiedenti asilo sono stati ammessi gli eritrei e 20.700 sono sbarcati sulle nostre coste. In questo caso, l’Italia è indietro nella loro registrazione, necessaria a inserirli nel programma di solidarietà .
CHI FA IL FURBO
Alcuni Stati membri utilizzano criteri restrittivi e discriminatori nel rifiutare le quote di accoglienza. Ricollocano soltanto le madri sole o escludono richiedenti di alcune nazionalità , ad esempio gli eritrei. Al 7 maggio scorso la Grecia si era vista respingere 961 persone che avevano i requisiti per essere trasferiti altrove.
L’OBIETTIVO
Il Consiglio europeo si è impegnato a garantire il traguardo di 160 mila ricollocazioni. Siamo lontanissimi dal risultato. L’Europarlamento invita gli stati a dare la priorità  ai minori non accompagnati e ad altri “richiedenti vulnerabili”. Si chiede quindi almeno di cancellare dalle statistiche lo scandaloso “1” che riguarda la drammatica situazione dei bambini giunti in Italia. La Grecia sta meglio di noi, almeno in questa classifica. Invece di 5.000 posti, al momento ha bisogno di altri 163 “visti” per il trasferimento di altrettanti minori.
PROCEDURE D’INFRAZIONE
Strasburgo chiede alla commissione di partire davvero con le sanzioni. Così come scattano per i decimali di sforamento del deficit (la manovra correttiva chiesta da Bruxelles all’Italia è per l’0,2 per cento), la procedura d’infrazione adesso va avviata anche per chi non rispetta il programma sui migranti.
“Se i paesi non incrementeranno rapidamente le loro ricollocazioni, i poteri della commissione vanno usati senza esitazione”, si legge nella mozione. “Un largo fronte europeista chiede ora a Juncker di battere un colpo”, scrive il vicepresidente dell’Europarlamento David Sassoli nel suo blog su Huffpost. Ieri a Ventotene, al festival dell’associazione
“La nuova Europa”, Laura Boldrini ha detto che “l’Unione avrà  un futuro solo senza muri e senza paura”. E da Malta il segretario del Pd Matteo Renzi ha invitato il Continente “a non voltarsi dall’altra parte” davanti alla spinta migratoria.

(da “La Repubblica”)

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QUEI CORI DI GENOVA CI RICORDANO CHE SIAMO UN PAESE PREVALENTEMENTE RAZZISTA, DIVISIVO E RIPIEGATO SU SE STESSO

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

IL CALCIO E’ UN GIOCO NAZIONAL-POPOLARE, TRASMETTE VALORI MA ASSORBE ANCHE IL PEGGIO DELLA SOCIETA’… DA NAPOLETANO NON MI PRESTO AL GIOCO: PER QUESTO SABATO TIFERO’ JUVENTUS, ITALIA

Il gioco del calcio è spesso vituperato. Alcuni lo guardano dall’alto verso il basso perdendosi il senso di un’alchimia collettiva che, allorquando sorretta da una precisa strategia di gioco, diventa una sorta di regola “matematica emozionalmente orientata”.
Lo so: “detta così”, potrebbe fare addirittura sorridere.
Eppure, piaccia oppure no, questo gioco esalta le virtù ma anche la pochezza di una considerevole parte del nostro (essere) popolo. Anzi, ne è quasi lo specchio.
Uno specchio molto spesso triste, gretto, disarmante e vergognoso nel quale ci appare l’immagine dell’incapacità . Quella nella quale, l’applauso che si dovrebbe tributare al rivale più forte, si frantuma cedendo il passo alle più becere forme di campanilismo, diventando razzismo, odio e contrapposizione feroce, sia verbale che fisica
Anche ieri, a Genova, nella gara contro la Sampdoria, i tifosi avversari (quelli “blucerchiati”, tanto per intenderci) hanno inneggiato al Vesuvio affinchè ci “lavi (il riferimento è noi Napoletani) col fuoco (della lava)”
Per quanto siano davvero brutte certe frasi, nulla di davvero sconvolgente, però: il clima pseudo-culturale complessivo del nostro Paese è questo.
Le contrapposizioni, qualunque esse siano, dal calcio alla politica, dalla retorica di contesto al ragionamento ampiamente inteso, è quasi sempre gretto, superficiale, di basso profilo, privo di spessore culturale autentico. Senza qualità …
Guelfi contro ghibellini. Bianchi contro neri. Rossi contro neri. Sedicenti “onestesi” contro tutti gli altri.
Se cerchi di elevare il ragionamento ti considerano fuori dal mondo. Ti accusano di essere pseudo-elitario, di non capire “una mazza”. Di essere un traditore della storia e della “Patria”.
Se ti pieghi alle becere ragioni “dei più”, però, allora sei proprio tu a “diventare il nulla”. Non sei più uomo. Diventi il pagliaccio di turno
Il nostro è un Paese prevalentemente razzista, diviso, divisivo e assurdamente ripiegato su se stesso. Una realtà  provincialotta travestita dal potere d’imperio di quello che dovrebbe essere lo Stato; uno Stato, peraltro, molto, ma molto lontano, nella realtà  delle cose, dalle sue reali potenzialità .
Da Napoletano mi fa sempre male sentire quei cori. Mi fa sempre soffrire vedere così tanto odio. Mi disarma sempre di più constatare così tanta avversione. Per carità : noi Napoletani avremo le nostre “colpe”. Ma il resto del Paese non mi sembra (poi) così tanto migliore.
Comunque sia, mi auguro che il Vesuvio continui sempre a riposare: la “nostra politica”, sia quella locale che quella nazionale, non è mai stata davvero all’altezza di prevenire i futuri, possibili perigli connessi ai fenomeni eruttivi. Sarebbe una tragedia autentica. Drammatica. Devastante.
Ma questa è soltanto la premessa…
Sono anni che propugniamo “l’utopia” del merito. Sono anni che proviamo ad immaginare un Paese capace di premiare l’altrui grandezza e le altrui qualità  e capacità .
Sono anni che sogniamo… Già , i sogni. Quei “maledetti” sogni… Quelle spinte ideali travolte dal sempre più diffuso becerume di concetto e dalla sterilità  delle anime.
Da una sorta di socialismo reale che, nel massimizzare le coscienze, sembra schiacciarle (quasi tutte) sempre di più verso il basso. Ma colpa anche dello speudo-liberismo da salotto. Quello dei “borghesi” dal sedicente piglio professorale. Quello degli incapaci di saper comunicare, finanche con se stessi.
Il calcio sarà  anche un gioco, ma è un gioco nazional-popolare. Trasmette valori. Molti altri li assorbe.
E allora, forse, dovremmo essere “meno aristocratici”, meno “borghesi”, meno coglioni e prestare molta più attenzione, gestendolo meglio, perchè l’amore per una maglia non può (e non dovrà  mai) diventare motivo di odio verso un altro uomo, verso l’avversario. Non ha senso. E’ cosa triste “assaje”
Nella realtà  cosmica, non sarò nessuno. Giusto un “ometto” tra milioni di uomini. Giusto un Napoletano tra milioni di Napoletani.
Giusto un sognatore tra milioni di sognatori. Nessuna presunzione. Nessuna arroganza. Nessuna “verità  rivelata” posseduta…. Soltanto (la) voglia di contribuire, coi “miei versi”, alla bellezza dello “spettacolo” del ragionamento. Almeno quella di provarci. Immagino che non ci sia proprio nulla di male, in proposito..
Provo a scrivere il primo capitolo allora (anche se, molto probabilmente, sarà  il millesimo)…
Sabato prossimo si giocherà  Juventus — Real Madrid. Volevo tifare Real, e non per campanilismo, ma per effetto di ammirazione calcistica nei confronti di Ronaldo, il più grande calciatore del mondo. Beh, ho cambiato idea. Per quanto possa contare, tiferò per la Juventus. Tiferò per la squadra più forte d’Italia. E lo farò applaudendo. Lo farò con quegli stessi applausi che vorrei sentire, scroscianti, a favore degli “scugnizzi di Sarri” tutte le volte in cui, in giro per l’Italia, vanno a fare spettacolo, stravincendo.
La “natura” — ma dire “becerume di concetto” sarebbe molto più corretto — consiglierei di lasciarla perdere.
Forse, a fare gli uomini, potremmo davvero riuscirci. Volendo, saremmo ancora in tempo, per dirla “alla Totò”…

Salvatore Castello
Right BLU – Le Destra liberale

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FINI, SEQUESTRATI BENI PER UN MILIONE DI EURO: “DECISE LUI L’ACQUISTO DELLA CASA DI MONTECARLO”

Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile

FINI E’ INDAGATO PER RICICLAGGIO NELL’INCHIESTA CORALLO: “ERA PIENAMENTE CONSAPEVOLE DELLE CONDIZIONI”

Fu Gianfranco Fini a decidere l’acquisto della casa di Montecarlo. Lo scrivono gli uomini della Guardia di Finanza, che questa mattina hanno sequestrato all’ex presidente della Camera due polizze vita per un valore totale di un milione di euro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma.
L’indagine, condotta dal Servizio centrale di investigazione sulla criminalità  organizzata (Scico), aveva condotto nel dicembre scorso, all’arresto del ‘re delle slot’ Francesco Corallo, e altre quattro persone, tra le quali l’ex parlamentare del Pdl Amedeo Laboccetta, ritenute parte di un’associazione dedita ai reati di peculato, riciclaggio e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
Il profitto illecito del gruppo, una volta ‘depurato’, secondo gli inquirenti sarebbe stato impiegato da Corallo in attività  economiche e finanziarie, in acquisizioni immobiliari, e destinato anche ai membri della famiglia di Elisabetta Tulliani, moglie di Fini, suo fratello Giancarlo Tulliani, e il padre Sergio.
Tra gli immobili acquistati figura, secondo la Guardia di Finanza, anche l’appartamento ceduto da Alleanza Nazionale alle società  offshore Printemps e Timara, riconducibili a Giancarlo e Elisabetta Tulliani”.
Questo “negozio giuridico, realizzato alle condizioni concordate con Francesco Corallo ed i Tulliani, è stato deciso da Gianfranco Fini nella piena consapevolezza di tali condizioni”.
Secondo quanto ricostruiscono i finanzieri, inoltre, è emerso come “i membri della famiglia Tulliani dal 2008 abbiano ricevuto, per il tramite di società  offshore riconducibili a Corallo, oltre sette milioni di euro, trasferiti su conti personali e su conti di società  a loro direttamente o indirettamente riconducibili”.
Già  a febbraio il gip aveva emesso un “decreto di sequestro per equivalente relativo a beni immobili, mobili e conti correnti, della famiglia Tulliani”.
Da ulteriori indagini, si legge ancora, è emerso come “Fini sia stato artefice dei rapporti che si sono instaurati tra Francesco Corallo e i membri della famiglia Tulliani, rapporti in forza dei quali costoro hanno ricevuto dal primo le cospicue somme di denaro menzionate, in assenza di qualsiasi causale logica, ovvero in presenza di causali non collegabili a reali prestazioni effettuate”.
Proprio sulla base di queste nuove indagini, è stato emesso il decreto di sequestro preventivo eseguito nei suoi confronti: due polizze dal valore di riscatto di 495 mila euro l’una.
Il 10 aprile Fini è stato sentito dalla procura di Roma e si è detto estraneo ai fatti. Il fascicolo che lo riguarda è una tranche dell’inchiesta sulla presunta associazione a delinquere transnazionale che, secondo chi indaga, riciclava tra Europa e Antille i proventi del mancato pagamento delle imposte sul gioco on-line e sulle video-lottery. Fini respinge ogni accusa e rende noto di aver denunciato per calunnia Laboccetta, dalle cui dichiarazioni sono nate le accuse dirette all’ex presidente della Camera.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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