Destra di Popolo.net

“COME MI LIBERO DI TRUMP?”: NEGLI USA SI TORNA A PARLARE DI IMPEACHMENT

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

MA NON SI ESCLUDONO ALTRE VIE

Ogni giorno lo scontro politico che si sta consumando nel cuore delle istituzioni americane raggiunge un nuovo picco.
Di drammaticità  o di schizofrenia, a seconda di punti di vista mai così polarizzati come nell’era di internet, delle fake news e del rovesciamento dell’algoritmo che ha smesso di fare della grande stampa americana un potere pressochè incontrovertibile.
Così oggi ci si interroga sul futuro del presidente americano Donald Trump, con nuove voci che chiedono l’impeachment, prospettiva come vedremo molto improbabile.
Il tutto mentre gli oppositori del presidente cercano altre vie per “liberarsi di Trump”, e l’attivista e regista Michael Moore annuncia un documentario esplosivo che – promette – segnerà  la fine di The Donald.
“Can he survive?”. Se lo chiede, drammatizzando un po’ i toni, l’HuffPost Usa dopo l’ultima rivelazione del New York Times secondo cui Trump avrebbe chiesto all’ormai ex capo dell’Fbi James Comey di fermare l’indagine sul suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn.
Il titolo riassume un clima di incertezza alimentato dagli ultimi colpi di scena su Russiagate e guerra degli 007, un clima in cui si torna a parlare di dimissioni o impeachment del presidente. Per ora si tratta solo di voci isolate, che però sono lo specchio di uno scontro politico sempre più avvelenato ai massimi vertici delle istituzioni americane.
A tracciare un’altra via con cui “liberarsi di Trump” è il NyTimes, che in un editoriale a firma di Ross Douthat evoca la “soluzione del 25° emendamento”, in cui si affronta il tema della successione alla presidenza stabilendo le procedure.
Scrive il quotidiano:
“La presidenza non è un incarico come un altro. È diventata, per buone e cattive ragioni, un posto politico semi-monarchico, dove si è sottoposti a inimmaginabili pressioni, e al quale spettano decisioni che possono avere impatto sul mondo”, afferma Douthat, sottolineando che “non c’è bisogno di essere un supereroe per arrivare ad avere questa responsabilità . Ma servono degli attributi base: un ragionevole livello di curiosità  intellettuale, un livello manageriale di base, auto-controllo e competenza”. A Trump questi attributi “mancano tutti, alcuni forse non li ha mai avuti, altri probabilmente si sono atrofizzati con l’età . Ha certamente talento politico, carisma e una certa creatività  che manca ai normali politici. Non sarebbe stato eletto senza queste qualità . Ma non sono abbastanza, non possono riempire il vuoto lasciato dalle altre”.
La parola impeachment rimbalza da un sito all’altro nelle ultime ore, anche se resta un’ipotesi molto lontana e improbabile, come spiega ad Abc News Jonathan Turley, professore di Legge alla George Washington University.
Ma qualcosa sta cambiando in seno al partito repubblicano: secondo Politico, i repubblicani a Capitol Hill sarebbero vicini a “un punto di rottura con Trump” dopo le ultime rivelazioni sul suo pressing per bloccare l’indagine sul Russiagate.
Questa volta i repubblicani starebbero privatamente iniziando a preoccuparsi di dover, un giorno, sedersi per giudicare Trump, o che Comey sia in possesso di informazioni ancora più compromettenti al punto da costringere il presidente a dimettersi.
Politico parla di un “distinto spostamento” tra i repubblicani al Congresso, un cambio di atteggiamento da parte di chi, finora, si è trattenuto dal criticare Trump.
Non mancano i segnali ‘in chiaro’ di questa insofferenza.
A cominciare dalla richiesta all’Fbi di consegnare tutti i documenti relativi alle comunicazioni tra il presidente e l’ex direttore dell’agenzia, avanzata da Jason Chaffetz, presidente repubblicano della Commissione di vigilanza della Camera, ovvero la principale commissione investigativa dell’Aula.
Chaffetz ha inviato una lettera all’Fbi poche ore dopo l’articolo del New York Times che ha rivelato che Trump avrebbe chiesto a Comey di bloccare le indagini sui rapporti tra l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, Michael Flynn, e i russi.
Una richiesta supportata dallo speaker della Camera, Paul Ryan, secondo cui “è necessario fare chiarezza su tutti i fatti”.
Il deputato repubblicano Adam Kinzinger ha detto di credere che sia arrivato il momento di istituire una commissione indipendente o di incaricare un procuratore speciale per indagare sui legami tra la campagna elettorale dell’attuale presidente e la Russia.
“Credo che sia il momento di fare il necessario per fare in modo che, quando sarà  tutto finito, gli americani abbiano la sicurezza che sia stata fatta giustizia […] È il momento di una commissione indipendente o di un procuratore speciale”, ha detto alla Cnn.
Più dura la posizione del repubblicano John McCain. “Abbiamo già  visto questo film, sono state raggiunte le dimensioni e la scala del Watergate, ogni due giorni c’è una nuova rivelazione”, ha commentato l’anziano senatore della vecchia guardia che in questi mesi ha più volte preso posizioni critiche nei confronti di Trump.
Parlando con Bob Schieffer, il famoso ex conduttore di Face The Nation, show politico della Cbs, l’ex candidato alla Casa Bianca ha dato a Trump lo stesso consiglio “che lei diede a Richard Nixon e che lui non seguì: fai chiarezza su tutto, non finirà  fino a quando ogni aspetto sarà  esaminato a fondo e gli americani potranno dare il loro giudizio. E più si rimanda, più la cosa si fa lunga”.
A chiedere apertamente l’impeachment è il senatore indipendente Angus King, secondo cui le rivelazioni contenute nel memorandum di Comey al centro dello scoop del NyTimes rasentano “la definizione legale di intralcio alla giustizia” e potrebbero giustificare una procedura di impeachment.
“Se è vero e confermato penso che si avvicini molto alla definizione legale di intralcio alla giustizia”, ha detto King in un’intervista alla Cnn. Il senatore ha aggiunto, rispondendo a una domanda, che questo potrebbe condurre all’impeachment di Trump. “Con riluttanza devo dire di sì semplicemente perchè l’intralcio alla giustizia è un reato grave, e lo dico con tristezza e riluttanza”. King ha aggiunto che la “Costituzione è molto chiara” prevedendo l’impeachment di un presidente in caso di “reati o misfatti gravi”.
Deputati e senatori dell’opposizione democratica sventolano l’ipotesi dell’impeachment ormai da mesi, fin dall’inizio dell’era Trump.
Una circostanza che indica come le voci di impeachment, in realtà , rientrino più nel campo delle strategie politiche che delle prospettive concrete.
Nella storia americana solo due presidenti sono stati oggetto di impeachment: Bill Clinton (1998) e Andrew Johnson (1868).
L’impeachment di Nixon per il caso Watergate fu approvato in Commissione, ma il presidente si dimise prima che l’Aula della Camera potesse votare.
Secondo la Costituzione statunitense, una maggioranza semplice alla Camera potrebbe votare l’impeachment per “tradimento, corruzione o altri gravi crimini o misfatti”.
Serve però poi la conferma con un voto dei due terzi del Senato. Nè Clinton nè Jonhson furono rimossi, perchè se la Camera votò a maggioranza semplice per l’impeachment, la mozione non ottenne il voto favorevole dei due terzi del Senato.
Sia nel caso di Nixon sia nel caso di Clinton uno dei reati contestati ai presidenti era quello di “intralcio alla giustizia”, lo stesso che si comincia a ipotizzare per Trump.
Almeno per ora, Trump di fatto non rischia nulla in un Congresso dominato dal partito repubblicano.
Servirebbe una rivolta di massa del partito contro il presidente, come avvenne nel caso di Nixon, che lasciò proprio per l’impraticabilità  politica della sua permanenza alla Casa Bianca.
Per il tycoon, non si tratta in ogni caso di una minaccia imminente: anche con un Congresso desideroso di far fuori il presidente, servirebbero comunque diversi mesi per realizzare una qualsiasi procedura di impeachment.

(da “HuffingtonPost”)

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MACRON SPARIGLIA LA POLITICA FRANCESE: NEL NUOVO GOVERNO GOLLISTI, SOCIALISTI, ECOLOGISTI E SOCIETA’ CIVILE

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

LE DRIAN AGLI ESTERI, LE MAIRE ALL’ECONOMIA, SYLVIE GOULARD ALLA DIFESA, COLLOMB AGLI INTERNI, ALLA SANITA’ LA NOTA EMATOLOGA AGNES BUZIN, ALL’AMBIENTE L’ATTIVISTA NICOLAS HULOT

Un governo con18 nomi, con alcuni ministri di sinistra e di destra.
Dopo due giorni di consultazioni, Emmanuel Macron ha messo a punto la compagine del nuovo esecutivo guidato dal premier Edouard Philippe.
Poche ore dopo l’annuncio i membri Repubblicani del governo di Philippe sono stati espulsi dal partito. “Il Paese – si legge –   ha bisogno più che mai di coerenza e di lealtà “. I repubblicani invitano alla “mobilitazione massiccia” in vista delle elezioni legislative dell’11 e 18 giugno.
Questa la compagine annunciata.
Ai socialisti vanno due dicasteri di peso: Gèrard Collomb e Jean-Yves Le Drian prendono Interno e gli Esteri. Collomb, 70 anni, è sindaco di Lione e uno dei primissimi sostenitori di Macron. Le Drian, 69 anni, attuale responsabile alla Difesa, ha sostenuto Macron durante la campagna elettorale ed è anche l’unico che rimane al governo con il cambio all’Eliseo.
La destra – oltre al premier quarantaseienne Philippe – si aggiudica due ministeri chiave: quello dell’Economia a Bruno Le Maire, 48 anni, ex ministro ai tempi del Presidente Sarkozy, e quello delle Finanze (chiamato ai Conti pubblici) al giovane dirigente della destra Gèrald Darmanin, 34 anni.
I centristi prendono due ministeri: Franà§ois Bayrou ottiene come previsto il dicastero della Giustizia e Marielle de Sarnez gli Affari europei.
Macron ha scelto alcune delle persone più vicine al movimento En Marche! come l’eurodeputata Sylvie Goulard, 52 anni, che ottiene il ministero della Difesa, o Richard Ferrand, ex socialista e segretario del movimento di Macron, che va al nuovo ministero per la Coesione dei territori.
Alla fine il segnale rinnovamento più forte viene con i ministri scelti nella società  civile con la nomina del popolare attivista Nicolas Hulot, 62 anni, all’Ambiente, oppure l’editrice Franà§oise Nyssen, fondatrice di Actes Sud, o ancora Jean-Michel Blanquer, attuale direttore della Business School Essec, all’Istruzione.
Alla Sanità  arriva Agnès Buzyn, famosa ematologa.
Al Lavoro, dicastero decisivo per le riforme promesse dal nuovo presidente, un altro nome nuovo: Muriel Pènicaud, 62 anni, ex manager di Danone.
Domani primo Consiglio dei ministri. Il primo Consiglio dei ministri guidato dal premier Edouard Philippe, alla presenza del capo di stato francese Emmanuel Macron, si svolgerà  giovedì alle 11.
Per il ruolo di primo ministro, il nuovo presidente francese Emmanuel Macron ha scelto Edouard Philippe, che è stato nominato lunedì.

(da “Huffingtonpost“)

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NOI RAGAZZI DEL REFUGE LGBT CONTRO L’OMOFOBIA

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

LA LETTERA DEI RAGAZZI OSPITI DELLA CASA REFUGE DI ROMA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO L’OMOFOBIA

I ragazzi ospiti della Casa Refuge LGBT di Roma hanno deciso di lanciare una lettera manifesto in occasione della Giornata Mondiale contro l’omofobia del 17 maggio. Credo sia uno dei messaggi più efficaci da raccogliere per combattere ogni forma di discriminazione e violenza soprattutto verso i più giovani.
La Casa Refuge Lgbt che Croce Rossa di Roma con il Gay Center e il sostegno della Regione Lazio ha aperto nella Capitale ospita fino a 8 ragazzi dai 18 ai 26 anni ed è attiva da alcuni mesi. È stata la prima in Italia e a oggi è l’unica effettivamente operativa, sul modello dei Refuge francesi, da cui prende il nome.
A questi ragazzi e ai tanti giovani che si trovano in difficoltà  voglio dedicare questa giornata, facendo appello a tutti a sostenerci per continuare un progetto che toglie dalla solitudine e dalla marginalità  chi spesso si trova a non avere più un luogo neanche in famiglia.
Non aggiungo altro, perchè in questa lettera e nelle loro immagini ci sono molti di quei messaggi che arrivano diretti e squarciano il velo dell’indifferenza.

Noi ragazzi di Refuge Lgbt di Roma siamo le vittime? Siamo noi quelli sbagliati? Siamo noi che dobbiamo lottare per reinserirci nella società ?
Queste domande sono solo alcune che potremmo fare a cui probabilmente in molti sarebbero in imbarazzo nel dover dare una risposta.
Si avvicina la giornata mondiale contro l’omofobia, ma noi l’omofobia l’abbiamo vissuta tutti i giorni, siamo stati picchiati, derisi, offesi, violentati, maltrattati, odiati.
Siamo stati allontananti dalle nostre famiglie o siamo stati costretti ad allontanarcene. Alcuni di noi sono fuggiti, rimanendo senza un luogo per molto tempo, proprio come fanno le persone che vivono in regimi che violano i loro diritti umani.
Siamo come profughi, siamo come migranti in cerca di un luogo che sappia riconoscerci, siamo quelli che nessuno vuole guardare, siamo homeless, siamo forti.
Sì, siamo forti delle nostre identità , del nostro essere, della nostra vita. Ora siamo una comunità  fatta di storie personali, di storie di vita, siamo pronti a ricominciare.
Lo siamo grazie a chi ci sta aiutando, ai volontari, agli operatori, a chi mette impegno per sottrarci alla solitudine. A chi ci ha ridato una casa, ci cerca un’occupazione, ci dà  speranza.
L’omofobia è violenza, l’omofobia è sbagliata, l’omofobia è socialmente minoritaria, l’omofobia deve essere curata.
Queste sono le risposte alle domande iniziali. Queste sono alcune delle cose che vorremmo dire ai padri e alle madri che hanno figli e figlie omosessuali e che non li accettano.
È come respingere chi ha un colore della pelle diverso, è come ai tempi della segregazione razziale, è il moderno apartheid, superato e strasuperato da leggi, matrimoni gay, unioni civili, adozioni di figli, libertà .
Siamo e resteremo donne e uomini liberi, siamo e resteremo felicemente gay, lesbiche, bisessuali e trans!

Debora Diodati
Presidente Croce Rossa di Roma
(da “Huffingtonpost”)

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CI MANCAVA ANCHE L’INTERVISTA ALLA NONNA DI RENZI

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

IL CORRIERE NON TROVA DI MEGLIO CHE UN AMARCORD CON LA NONNA DI MATTEO E MADRE DI TIZIANO

Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio pubblica una telefonata tra Renzi e il padre sull’affare CONSIP.
Repubblica di Mario Calabresi risponde con un articolo di Gianluca Di Feo che riepiloga una vicenda del 2012 in cui compaiono Marroni e Vannoni.
Il Corriere di Luciano Fontana risponde come può, ed ecco in pagina Anna Maria Pandolfi, madre di Tiziano Renzi, intervistata e fotografata con il nipote, corredato a destra di quella materna, Maria Violanti, madre di Laura Bovoli.
Ecco, a firma di Virginia Piccolillo, i dettagli dello scottante colloquio:
Signora Anna Maria, per Tiziano e Matteo è il momento dello scontro?
«Nooo. Perchè?».
C’è chi pensa che suo nipote stia scaricando il padre.
«Lui va d’accordo con il padre. Non hanno mai litigato. Nemmeno quando il ragazzo era piccolo. Certo il carattere è quello lì».
Ovvero
«Il Matteo vuole fa’ sempre quello che vuole lui».
E il babbo?
«Ha un carattere forte anche lui. Ma poi non c’era mai perchè lavorava sempre fuori. E il ragazzo alla fine riusciva sempre ad averla vinta».
Che faceva
«Ne ha fatte di tutte. E prima lo scout. E poi il calcio. E voleva fare l’arbitro. E poi il sindaco. E poi il governo».
Nonna Anna Maria ci descrive un Renzi autarchico (“vuole fa’ sempre quello che vuole lui”) che ne ha fatte di tutte (“prima lo scout, poi l’arbitro, poi il sindaco, poi il governo…”), ma pronto a tutto. E commenta anche la faccenda dei massoni:
Da piccolo Matteo era più accomodante?
«Noo. Come ora. Uguale».
E Tiziano era severo con lui?
«Come con le sorelle. Ma lui non si faceva sgridare. Era educato. Anche adesso. Ha fatto tutto da solo. Non è che gli devi dire “fai così”. Anche a scuola era bravissimo. Lo diceva la sorella: “Nonna, lui studia dieci minuti, io due ore, poi lui sa tutto, io no”».
Ora c’è questa telefonata, Matteo che invita il padre a dire la verità . Suo figlio mentiva?
«Eh ci mancherebbe… Non l’ha mai dette le bugie. Nemmeno da bambino. Anzi. Lui vorrebbe che si facesse subito il processo così può far vedere che non ha fatto niente».
Allora perchè Matteo sembra non fidarsi?
«Ma chi glielo ha detto a lei che non si fida? È che c’è tutto questo rumore. I giornali. Lo dice anche Tiziano sa? Da quando il ragazzo è su…».
Su, dove?
«Il governo, la politica. Da allora il mi’ figliolo non ha più pace. Si ritrova anche quelli che gli fanno le fotografie sotto casa. S’inquieta, s’inquieta. S’è anche sentito poco bene. Ma noi siamo una famiglia per bene. A me e l’altro mio figlio non c’hanno potuto trovare niente. Lui è vigile urbano. Cercavano, cercavano…».
Ma cosa cercavano?
«Ah, boh. I massoni? Di queste cose non ne capisco, io facevo la sarta, poi ho fatto la mamma. Ma qui c’è solo gente a posto, via. Lo fanno solo perchè Matteo vuole tornare su»

(da NextQuotidiano”)

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LA VERA STORIA DELLA QUERELA DI MATTEO RENZI A MARCO LILLO

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

LA VICENDA DI UN RISARCIMENTO DANNI OTTENUTO DA L’ESPRESSO   DOVE LILLO LAVORAVA PER UNA NOTIZIA FALSA SU RENZI… ECCO COM’E’ ANDATA REALMENTE

Ieri Matteo Renzi su Facebook, parlando della telefonata tra lui e il padre pubblicata dal Fatto, ha accusato Marco Lillo di aver pagato un risarcimento danni in una causa civile che avrebbe coinvolto il giornalista proprio contro l’ex premier, e di aver preteso una clausola di riservatezza per seppellire la vicenda. Marco Travaglio a DiMartedì ha smentito la storia senza rivelarne però i dettagli.
Renzi su Facebook aveva scritto: «Gli avvocati hanno materiali per un risarcimento danni copioso (del resto lo stesso Marco Lillo mi conosce visto che già  in un caso ha preteso di mettere una clausola di riservatezza così da non dire fuori se e quanto ha dovuto pagare: fanno sempre così i teorici della trasparenza, altrui). Spero che bastino per pagare i mutui della mia famiglia: perchè noi come tutti gli italiani abbiamo i mutui, non le tangenti».
Oggi Marco Lillo precisa meglio i contorni della vicenda e spiega com’è andata veramente:
L’Espresso, il 23 dicembre 2008, aveva pubblicato un’inchiesta — sui casi giudiziari del Pd in Italia —a doppia firma: la mia e quella del mio caporedattore. Fu proprio quest’ultimo a chiedermi di occuparmi del partito nelle Regioni del Sud: ne scrissi senza errori e senza problemi legali. Il caporedattore, invece, si occupò del Centro-Nord: trovò una notizia su Renzi, la scrisse e la editò in pagina. Renzi sporse querela. Il collega, molto bravo e solitamente scrupoloso, ammise il proprio errore e mi disse: “Tu non c’entri Marco, riguarda me e me ne occupo io”. Pochi mesi dopo, me ne andai e partecipai alla fondazione de Il Fatto. Non seppi più nulla di quella vicenda e non me ne preoccupai più perchè, per compiere il reato, ci vuole il “dolo” e io non ero stato responsabile neppure di una “colpa ”, visto che avevo zero possibilità  di verifica e di incidenza su un articolo del caporedattore centrale del giornale in cui ero redattore ordinario.
Nel 2012, mi chiamarono i carabinieri per farmi accettare la remissione di querela di Renzi. Renzi, cioè, mi fa sapere che vuole mollare la lite e mi chiede: accetti? Io dico sì e firmo solo quel foglio. Nessuna transazione tra me e Renzi, nessun patto di riservatezza con lui. Solo oggi ho scoperto che L’Espresso gli ha pagato 22 mila e 500 euro per salvare non me, ma il caporedattore (oggi vicedirettore di Repubblica ). E che Renzi, per mettersi in tasca i soldi, ha accettato un patto di riservatezza che ora sta di fatto violando, anche se il suo amico Carlo De Benedetti non se ne lamenterà 
Il giornalista autore dell’articolo su Renzi nel 2008 e oggi vicedirettore di Repubblica è Gianluca Di Feo.
L’articolo era intitolato “Tangenti Rosse” e arrivava durante la campagna elettorale per il sindaco di Firenze. L’allora presidente della Provincia di Firenze, secondo il settimanale, era “indagato” e “non si sarebbe presentato spontaneamente in Procura, ma sarebbe stato invitato dai Carabinieri”.
Tutto falso. Matteo Renzi rispose con una richiesta danni da un milione di euro e all’epoca disse:
“Io non mi incateno da nessuna parte: non è nel mio stile — afferma il Presidente della Provincia, Matteo Renzi — Ma i signori Gianluca Di Feo e Marco Lillo, giornalisti de L’Espresso, risponderanno in tutte le sedi giudiziarie per aver scritto che sono “indagato” nell’articolo, intitolato “Tangenti Rosse, apparso oggi sul settimanale. Chiederemo almeno un milione di euro per i danni”.
“Se è vero che esiste una questione morale per i politici — continua il Presidente Renzi — esiste anche una questione etica per i giornalisti che dovrebbe impedire loro di scrivere falsità . Sono impegnato nella sfida più difficile della mia breve esperienza politica: ho proposto un cambiamento radicale nella politica urbanistica di Firenze già  prima dell’inizio dell’indagine giudiziaria. Ho chiesto con grande determinazione di cambiare aria nel Pd. Non posso accettare che qualcuno metta in dubbio la mia moralità  e la mia correttezza ”.
Questa è quindi la vicenda a cui si riferiva Renzi e coinvolgeva appunto Di Feo e non Lillo, anche se era coautore dell’intera inchiesta ma non dell’articolo “incriminato”. Quattro anni dopo Renzi e l’editore hanno firmato un accordo per un risarcimento danni con clausola di riservatezza che ieri Renzi ha violato.
Lillo, in ogni caso, sostiene che Renzi sapesse che il giornalista del Fatto non era coinvolto nella vicenda perchè ne parlarono nel 2012, durante il primo colloquio che ebbero i due.
Quindi avrebbe mentito e non si sarebbe sbagliato. E Lillo sostiene di aver conservato la telefonata del loro primo colloquio.

(da “NextQuotidiano”)

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LA FIGURACCIA DELL’ASSESSORE DELLA RAGGI: SI VANTA DI UNA DELIBERA CHE IL M5S PERO’ NEL FRATTEMPO GLI HA RITIRATO

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

ADRIANO MELONI, ASSESSORE AL COMMERCIO DELLA GIUNTA CAPITOLINA , VOLEVA BLOCCARE LE AFFISSIONI ABUSIVE… VITTIMA DEL FUOCO AMICO IN AULA

Adriano Meloni, assessore al commercio della Giunta Raggi, e la maggioranza grillina in Assemblea Capitolina ieri sono stati protagonisti di una fantastica scenetta sulla delibera sui nuovi “Piani di localizzazione degli impianti pubblicitari”.
Il piano, ambizioso, dell’assessore prevedeva che i piani fossero un punto fondamentale per il rispetto del decoro: miravano a fermare l’invasione di cartelloni abusivi e a contribuire alla redazione dei bandi per l’assegnazione di quelli regolari, andando ad incidere su una materia strettamente collegata al decoro della città .
Ma qualcosa è andato storto.
Proprio mentre Meloni si vantava dell’approvazione del piano e sull’home page del sito istituzionale del Campidoglio campeggiava in apertura l’annuncio dell’avvenuta approvazione, questo veniva ritirato: nel corso della seduta i consiglieri grillini hanno deciso di fare marcia indietro per esaminare meglio il provvedimento.
Nessuno conosce i veri motivi delle perplessità , in omaggio alla trasparenzaquannocepare che guida la Giunta Raggi e la maggioranza in Assemblea Capitolina.
In compenso sono partiti gli sfottò dell’opposizione.«Qualcuno avvisi il Campidoglio che la delibera sugli impianti pubblicitari è stata ritirata dalla maggioranza. No ok Aula. Complimenti per l’informazione», ha twittato ironica la piddina Valeria Baglio. «Uno sgambetto clamoroso ai danni dell’assessore al Commercio», attacca il collega Corsetti, «evidentemente all’interno del M5S non c’è unanimità  sulla proposta».

(da “NextQuotidiano”)

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CHI HA FATTO USCIRE LA TELEFONATA TRA RENZI E IL PADRE?

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

SECONDO “REPUBBLICA” LE NOTIZIE PARTONO DA NAPOLI E DAL NOE

Carlo Bonini su Repubblica oggi ricostruisce con dovizia di particolari com’è andata la storia della telefonata tra Tiziano e Matteo Renzi che è finita nel libro di Marco Lillo “Di padre in figlio” in uscita giovedì in edicola. Repubblica ricostruisce così la sequenza dei fatti:
Il 22 dicembre 2016, la Procura di Napoli trasmette per competenza a Roma parte dell’inchiesta Consip.
Nel fascicolo, Tiziano Renzi, al contrario dell’imprenditore che i napoletani vogliono abbia trafficato con lui in “influenze” (Carlo Russo), promettendo all’imprenditore napoletano Romeo di spendersi per un aiuto nell’aggiudicazione degli appalti, non è indagato. Ma, dal 5 dicembre i suoi telefoni sono intercettati dal Noe
Intercettare “terzi non indagati” è una mossa che il codice consente in casi rari e che i pm romani evidentemente ritengono incongrua, esattamente come indagare uno soltanto di due soggetti che concorrono in uno stesso reato.
Iscrivono dunque Tiziano Renzi al registro degli indagati per traffico di influenze e, contestualmente, lasciano che le intercettazioni disposte da Napoli vadano ad esaurirsi entro i 20 giorni per i quali sono state autorizzate. Non fosse altro perchè il reato di traffico di influenze non consente l’uso delle intercettazioni. Ma, tra gennaio e febbraio, accade l’imponderabile.
La Procura di Napoli informa la Procura di Roma dell’intenzione di “riattaccare” i telefoni di Tiziano Renzi per le stesse ragioni per cui ne hanno disposto l’ascolto nel dicembre precedente:
È una mossa singolare che ha come effetto che una Procura della repubblica (Napoli) ascolti al telefono un uomo (Tiziano Renzi) su cui indaga un altro ufficio giudiziario per un reato per cui i telefoni non possono essere ascoltati.
Ciò che è uscito dalla porta di Roma rientra dalla finestra di Napoli.
Il 3 marzo, giorno dell’interrogatorio di Tiziano Renzi, il Noe dei carabinieri, che sta ascoltando per conto di Napoli i suoi telefoni, dà  conto alla Procura di Roma dell’intercettazione del giorno precedente con il figlio Matteo. Roma giudica quella telefonata penalmente irrilevante.
Qualche settimana dopo, il brogliaccio di quella telefonata viene fatto filtrare perchè vada immediatamente alle stampe.
Più o meno in coincidenza (fine marzo) con l’estromissione del Noe dei carabinieri dall’inchiesta perchè ritenuto responsabile della fuga di notizie sull’ultima delle sue informative.
Ora, copia del file audio con quella conversazione del 2 marzo, come delle altre disposte dalla Procura di Napoli sono state consegnate dalla Procura di Roma al Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma perchè vengano ascoltate e trascritte.
Bonini quindi punta il dito sull’indagine di Napoli e del NOE: le fughe di notizie partono da lì e Roma ne è vittima.
Il caso Scafarto può accompagnare solo.

(da “NextQuotidiano”)

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LA LETTERA DI IGNAZIO MARINO SU VIRGINIA RAGGI E IL CASO MONNEZZA

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

“IL MIO PIANO RIFIUTI E’ STATO DISATTESO”

Ignazio Marino ha scritto oggi una lettera al Corriere della Sera Roma in cui riepiloga la storia della monnezza a Roma e le mosse della sua giunta per l’approvazione di un piano rifiuti oggi in gran parte disatteso:
C’era una visione. E il piano rifiuti non solo venne elaborato insieme al presidente dell’Ama Daniele Fortini ma anche approvato il 26 settembre 2015 dall’Aula. Con quell’atto Roma decise di affidare all’Ama il servizio di gestione dei rifiuti urbani ed i servizi di igiene urbana fino al 2029, ma a condizioni diverse dal passato. Condizioni che furono ostacolate dai partiti al punto che sino all’ultimo non fui certo dell’approvazione. Era un piano industriale e finanziario concreto.
Dotammo Ama delle risorse necessarie ma, al tempo stesso, le imponemmo un profondo cambiamento nell’efficacia dei servizi, indicando come verificarli e con la possibilità  di affidamenti privati ove il pubblico non fosse stato all’altezza.
Per la prima volta si realizzava nella nostra Capitale la «democrazia dei rifiuti», superando la dipendenza da un monopolio privato e restituendo a Roma la ricchezza che finiva a Malagrotta, con una riduzione della tariffa.
E questo attraverso la crescita della raccolta differenziata, al 70% già  nel 2018 (nel 2015 portammo Roma oltre il 41% partendo dal 23% dell’inizio 2013 e, purtroppo, la città  è ancora ferma al nostro traguardo), e costruendo gli Ecodistretti, per la trasformazione in «prodotto industriale» di tutti i rifiuti raccolti, con oltre 300 milioni di investimenti.
Si realizzava la chiusura del ciclo dei rifiuti nel territorio della Capitale e si massimizzava l’autosufficienza degli impianti industriali Ama, in un’ottica di sostenibilità  ambientale ed economica.
Il piano approvato dall”Assemblea capitolina partiva dalla realtà  di un cambiamento già  in atto in Ama dai primi mesi di lavoro della giunta.
Un lavoro non facile per tutte le resistenze che trovai, ancora una volta, nella partitocrazia quando volli sostituire il gruppo dirigente con manager scelti non sulla base delle tessere bensì con il mio tanto criticato metodo della competenza.
Così conseguimmo nel 2015 una contrazione dei costi operativi di circa 40 milioni, riappropriandoci di autonomia gestionale ed operativa, riavviando impianti fermi da anni (come quello per il trattamento del multimateriale a Rocca Cencia) e presentando le autorizzazioni necessarie per quelli nuovi (compostaggio di Rocca Cencia).
Tutto questo si è fermato così come l’inerzia nel superare Malagrotta non aveva consentito di pianificare e attuare un sistema che consentisse di mettere in sicurezza attraverso una rete di impianti pubblici la gestione dei rifiuti della Regione Lazio e della Capitale d’Italia.
Eppure tutto questo è possibile attraverso sinergie e possibilità  di garantire efficienza ed economicità  gestionali, evitando la migrazione dei rifiuti fuori dalla regione.
Nei miei 28 mesi di governo ho insistito affinchè il sistema impiantistico di proprietà  regionale venisse riparato e reso più efficiente con un investimento Acea che non gravasse sulle tasse.
Acea si era resa disponibile ma dal 2013 al 2015 ogni tentativo si è arenato sulle scrivanie della burocrazia regionale.
Quindi la soluzione per i rifiuti esiste, da tempo. Ogni giorno perso per realizzarla può giovare ad alcuni, ma non ai romani.

(da “NextQuotidiano”)

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“DISSANGUATI TRA GLI ESCREMENTI, COSI’ SI MUORE NELLE CARCERI DI ASSAD”

Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA ALL’EX STUDENTE INCARCERATO PER AVER PARTECIPATO A UNA MANIFESTAZIONE CONTRO IL REGIME CRIMINALE, MITO DEI SOVRANISTI ITALIANI

“Non ci sono parole per descrivere l’orrore che ho vissuto” nel carcere di Sednaya, la prigione siriana dove, secondo le accuse degli Usa, il presidente Bashar Al Assad utilizza forni crematori per disfarsi delle vittime. “Vivevamo in 50 in una cella di 10 metri per cinque. Qualche volta eravamo 70. Cinque giorni a settimana, nel pomeriggio, venivamo convocati per le sessioni di tortura: duravano ore, se eravamo fortunati”.
A parlare, in un’intervista a Repubblica, è Omar Abu Ras, ex studente di economia arrestato nel dicembre del 2012 per aver partecipato a una manifestazione anti-Assad. In tutto ha trascorso 29 mesi in cella, girando per cinque diverse prigioni gestite dai servizi segreti siriani, tra cui appunto il carcere di Sednaya.
Racconta Omar a Repubblica:
“A volte [la tortura] consisteva solo nel costringerci a stare in piedi. Altre volte eravamo infilati in una ruota, in modo che spuntassero solo mani e piedi: e ci colpivano con cavi elettrici. In condizioni normali si andava dalle 30 alle 40 sferzate. Ma se c’era una sconfitta militare, un avanzamento dei ribelli, le sferzate diventavano centinaia”.
Questa la giornata tipo di un detenuto:
“Ci svegliavamo alle 5.30. Ogni cella aveva un capocella responsabile di controllare che tutti fossero in piedi. A quel punto c’era l’appello: alcuni finivano in un ospedale dove avrebbero dovuto essere curati. Ma nessuno è mai tornato da lì. Altri alla tortura. Altri agli interrogatori, che poi erano una forma di tortura. Eravamo nudi, tutto il giorno: potevamo andare al bagno solo 2 volte al giorno, in fila, piegati con la testa sul sedere della persona davanti. Una volta in bagno avevamo dieci secondi: poi ci buttavano fuori. Dovevamo andare al bagno, lavarci e bere, perchè non c’era acqua in cella”.
Il ricordo più terribile di questo ragazzo di 28 anni è “la morte di un uomo che avrebbe potuto essere mio nonno”:
“Si chiamava Abdulmajid al Majah. Era marzo 2013 e lui aveva più di 70 anni: stava male, si muoveva lentamente e quindi i secondini gli davano più tempo per andare al bagno. Una volta era di turno una guardia particolarmente feroce che per punirlo della lentezza lo ha costretto a gettare la sua dentiera negli escrementi e poi a rimettersela in bocca. Poi gli ha spaccato la testa con un colpo: quando mi sono girato era a terra, con la bocca piena di escrementi, la testa rotta, il sangue. Non abbiamo potuto fare nulla, non potevamo lavarlo, nè fermare il sangue. È morto così”.

(da “Huffingtonpost”)

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