Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
VIVE CON I GENITORI E LAVORA PER UNA SOCIETA’ DI INTELLIGENCE DELLE MINACCE CYBERNETICHE
MalwareTech’: dietro questo nickname un pò sinistro si nasconde invece un ‘eroe per caso’, il ragazzo inglese di 22 anni che è stato capace di rallentare il cyber attacco che ha colpito i computer di mezzo mondo.
Vive con i genitori e lavora per Kryptos logic, una società di intelligence delle minacce cybernetiche, con base a Los Angeles. “Stavo pranzando con un amico, sono tornato alle 15 e ho visto un flusso di notizie sulla sanità britannica (NHS) e varie organizzazioni colpite”, ha detto al Guardian.
“Ho guardato un pò la cosa e ho trovato che c’era un malware dietro, che connetteva ad un dominio specifico, non registrato.
Così l’ho comprato senza sapere cosa facesse in quel momento”.
In realtà , quel dominio era un ‘interruttore’, inserito nel malware nel caso i creatori volessero fermarne la diffusione.
In pratica il malware interroga costantemente il dominio in questione, e se dovesse arrivargli una risposta positiva, cioè che il dominio è attivo (quindi registrato), smette di diffondersi.
Il dominio è costato 10,69 dollari, e quando MalwareTech lo ha comprato stava registrando migliaia di connessioni al secondo.
Il ragazzo ha spiegato di averlo acquistato perchè la sua società traccia i ‘botnet’, cioè le reti fantasma costruite dai malware sfruttando la potenza di calcolo dei pc infettati e collegati tra di loro.
Registrando quei domini, si può vedere come si diffondono le reti. “Lo scopo era solo monitorare la diffusione e vedere se potevamo far qualcosa dopo. Ma in realtà lo abbiamo fermato soltanto registrando quel dominio”, ha aggiunto. Le ore successive, però, non sono state facili.
“Inizialmente qualcuno ha detto che eravamo stati noi a causare l’infezione con quella registrazione, quindi ho dato di matto finchè non ho realizzato che invece era proprio il contrario”.
MalwareTech dice di voler restare anonimo perchè “lavoriamo contro i cattivi e non sono contenti di questo”.
Inoltre, assieme ai colleghi, sta inviando gli IP infetti alle autorità , in modo che possano comunicarlo alle vittime, molte ancora ignare.
Ma avverte: “Non è finita. Gli hacker realizzeranno come lo abbiamo fermato, cambieranno il codice e cominceranno di nuovo”.
Quindi, il consiglio: “Attiva gli aggiornamenti di Windows, aggiorna e riavvia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA E SCRITTORE E’ SCOMPARSO A 68 ANNI
E’ morto Oliviero Beha. Giornalista, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico, aveva 68 anni. 
Lascia la moglie Rosalia e i figli Saveria, Germana e Manfredi. Beha era nato a Firenze il 14 gennaio 1949.
Ha iniziato la carriera giornalistica, occupandosi di sport, a Paese Sera, per poi passare a Repubblica che lasciò all’inizio degli anni Ottanta.
Nel 1987 approda in televisione, conducendo con Andrea Barbato la trasmissione culturale ‘Va’ pensiero”. Uno dei suoi maggiori successi è stato il programma radiofonico, su Radiouno, ‘Radio Zorro’, di cui firmerà anche una versione televisiva, ‘Video Zorro’ su RaiTre.
Tra il ’96 e il ’97 Beha è ancora in Rai con ‘Attenti a quei tre’, programma del palinsesto notturno. In seguito, torna a dedicarsi alla radio, prima con ‘Radioacolori’, poi ‘Beha a colori’.
Beha è stato anche autore di testi teatrali, saggista e poeta.
Tra i suoi libri ‘Sono stato io’ (Tropea Editore, 2004), ‘Crescete e Prostituitevi’ (Bur, 2005), ‘Indagine sul calcio’ (Bur, 2006, con Andrea Di Caro), ‘Italiopoli’ (Chiarelettere, 2007, prefazione di Beppe Grillo), ‘Dopo di lui il Diluvio’ (Chiarelettere, 2010), ‘Il calcio alla sbarra’ (Bur, 2011, insieme ad Andrea di Caro), ‘Il culo e lo stivale’ (Chiarelettere, 2012), ‘Un cuore in fuga’ (Piemme, 2014).
In molti ricordano una delle sue inchieste più famose, condotta nel 1984 insieme a Roberto Chiodi, in cui sostenevano che la partita tra Italia e Camerun del Campionato mondiale di calcio 1982 fosse stata combinata. Ipotesi, questa, per anni molto contestata
Tra il 2005 e il 2008 ha collaborato con l’Unità , e dal 2009 era editorialista per il ‘Fatto quotidiano’, sul cui sito è apparso l’annuncio della scomparsa da parte della figlia Germana: “E’ stato un male molto veloce, papà se n’è andato abbracciato da tutta la sua grande famiglia allargata di parenti e amici”.
Ci uniamo al cordoglio per la perdita di un uomo libero che in tempi di “emarginazione” della destra politica accettò il mio invito a tenere un incontro-dibattito a Genova. Già allora le persone intelligenti lavoravano per abbattere gli steccati, non per erigerli.
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
ESPLODE UN ALTRO CASO IN LIGURIA DI “DEMOCRAZIA ETERODIRETTA”, LA BASE DENUNCIA: “ABBIAMO SEGUITO LO STATUTO, CASALEGGIO NON SI E’ NEANCHE DEGNATO DI RISPONDERCI”
Roberto Traversi non sarà il candidato sindaco del Movimento cinque stelle a Chiavari. Non ha ottenuto il simbolo e non potrà presentare la lista pentastellata. Vanificato il lavoro portato avanti negli scorsi mesi dai militanti per partecipare alle elezioni amministrative.
La candidatura dell’architetto, che il diretto interessato non ha mai confermato (ma neppure smentito), non è stata avallata dalla sede milanese del Movimento, che fa capo alla società Casaleggio associati e a Beppe Grillo e che decide di concedere oppure no il simbolo agli aspiranti sindaco.
Una scelta clamorosa, sulla quale nessun esponente del Movimento, in questa fase, accetta di rilasciare dichiarazioni.
I grillini, dunque, rinunciano alla competizione sia perchè avrebbero manifestato l’intenzione di non correre con una lista civica sia perchè l’imminenza dei termini per depositare le candidature (le 12 di sabato) non lascia loro spazi di manovra.
Dopo il caso Genova – dove il “metodo” annunciato da Grillo è sfociato in un contenzioso giudiziario e nella candidatura extramovimento della grillina Marika Cassimatis, alternativa al rappresentante ufficiale dei Cinque stelle, Luca Pirondini – si apre quello di Chiavari e nei prossimi giorni, probabilmente, saranno propri i militanti a fare chiarezza sull’accaduto.
Quel che trapela, per adesso, è molto malcontento e anche una certa irritazione sulla strategia di Casaleggio associati e dei vertici del Movimento.
I Cinque stelle locali avrebbero seguito il percorso indicato dal Movimento per inoltrare le candidature e seguito le regole statutarie.
Non si spiegano, dunque, il silenzio con cui è stato accolto il loro progetto e la mancanza di trasparenza verso un candidato sindaco voluto dalla base e non scelto, come accaduto, tra mille polemiche, in altre città , attraverso la consultazione on line.
(da “il Secolo XIX”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
A LA SPEZIA UNO DEI QUOTIDIANI REATI CHE VENGONO COMMESSI NELLE “FAMIGLIE PERBENE” ITALIANE … MA NON FANNO NOTIZIA PERCHE’ NON PERMETTONO DI SPECULARE …MEGLIO I PEDOFILI NOSTRANI DEGLI “INVASORI”?
«Mio padre adottivo mi ha fatta spogliare, dicendomi che avrei dovuto toccarmi nelle parti intime
davanti a lui». La bambina, 11 anni appena, non riesce a trattenere le lacrime quando parla con l’assistente sociale. Ha lo sguardo perso nel vuoto e il capo chino per l’imbarazzo.
E’ così che è una delle storie di abusi e maltrattamenti più tremende degli ultimi mesi è uscita dall’anonimato più assoluto.
La Procura della Spezia oggi chiede che il presunto pedofilo, un ingegnere di mezza età , originario delle Cinque Terre, venga processato per il reato di «atti sessuali con minorenne».
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori l’uomo avrebbe «indotto la vittima a compiere gesti autoerotici».
Gli indizi raccolti dai carabinieri sono numerosi e descrivono nei particolari la storia di una bambina che viene adottata assieme al fratellino da una famiglia spezzina.
Per loro avrebbe dovuto essere l’inizio di una nuova vita, una vita migliore.
Invece, giorno dopo giorno, tutto ciò si trasforma in un incubo. I fatti risalgono al 2013: secondo gli inquirenti, il padre adottivo inizia a prendere di mira la bambina vessandola in diversi modi. In un primo momento ne nasce un’inchiesta per «maltrattamenti in famiglia».
La bambina e il fratellino a quel punto vengono trasferiti in una struttura protetta, a Genova, ed è proprio lì che la piccola rivela le attenzioni morbose da parte del genitore adottivo a una assistente sociale.
La versione verrà poi confermata durante un incidente probatorio davanti al giudice per le indagini preliminari Mario De Bellis.
Il tribunale per i minorenni di Genova, che ha nominato come curatore della piccola l’avvocato Chiara Antola, sta seguendo da vicino la terribile vicenda.
Ieri il fascicolo è approdato in udienza preliminare davanti al giudice Gianfranco Petralia che però ha disposto un rinvio tecnico per consentire ai nuovi difensori dell’imputato di studiare il caso.
L’indagine è molto delicata, le accuse mosse nei confronti del professionista delle Cinque Terre sono pesantissime: l’uomo rischia dai cinque ai dieci anni di reclusione.
(da “il Secolo XIX”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
PD E M5S ALLA BATTAGLIA DELLA MONNEZZA… ECCO LA LISTA TOP SECRET
L’operazione Magliette Gialle parte camuffata.
In un clima d’odio di cui la Capitale non aveva certo bisogno parte la strategia dei volontari vicini al Partito Democratico che, come da annuncio-ordine di Renzi, “puliranno Roma che è sporca”.
E, racconta oggi Il Messaggero,
In attesa di sfidarsi sul successo o meno dell’iniziativa di domani, Pd e M5S hanno ingaggiato una sorta di guerra di spie per localizzare le aree della città dove, domani, i dem andranno con le magliette gialle a pulire e a rendere di nuovo decorosi alcuni luoghi della Città eterna.
Il Pd renderà nota ufficialmente la lista soltanto nel pomeriggio di oggi — dovrebbe trattarsi complessivamente di una trentina di siti cittadini, in media due per municipio — per non dare un “vantaggio” all’amministrazione capitolina pentastellata che potrebbe anticipare le mosse del “nemico”, mandando squadre dell’Ama a fare pulizie straordinarie nelle zone prescelte, depotenziando l’iniziativa democrat
Della guerra di spie ha parlato ieri (per scherzo, evidentemente) Davide Barillari su Twitter, mentre infuriava l’invenzione del complotto di Renzi per far sporcare Roma e poi ripulirla:
Intanto Il Messaggero riepiloga quali saranno i luoghi delle iniziative e fa sapere che Renzi forse non ci sarà :
Tra i luoghi individuati ci sono il parco della Resistenza dell’8 settembre, proprio a ridosso dell’ufficio postale teatro ieri di una doppia esplosione, ma anche il Colle Oppio e i giardini di Castel Sant’Angelo. Quindi piazza Bologna, piazza Lambertenghi (Nuovo Salario), le sponde del Tevere e, oltre il grande raccordo anulare, la zona di San Vittorino.
Prevista la partecipazione di un migliaio di volontari, guidati dai pezzi da novanta del Partito democratico. Ancora da ufficializzare la presenza di Matteo Renzi, ci saranno ministri, come Marianna Madia, parlamentari, da Matteo Orfini a Roberto Morassut, da Roberto Giachetti a Michele Anzaldi, consiglieri regionali e comunali.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
MA LA MANAGER NON SI E’ ANCORA DIMESSA PERCHE’ MANCA LA BUONUSCITA… ALTRI SOLDI BUTTATI, SIAMO AL QUARTO CAMBIO IN UNDICI MESI
Era stata individuata nel novembre scorso per sostituire Alessandro Solidoro al vertice dell’AMA e
doveva restare in carica per tre anni. Antonella Giglio è invece in uscita dall’azienda municipalizzata dei rifiuti romani e a quanto pare a darle il benservito è stata la sindaca Virginia Raggi.
Ma c’è un problema: la buonuscita.
La Giglio, arrivata in carica in quella che sembra un’era geologica fa, ovvero quando al vertice dell’assessorato c’era ancora Paola Muraro, viene considerata tra i responsabili dell’emergenza rifiuti che ha coinvolto anche AMA e le si imputa anche una scorretta gestione della vicenda della discarica di Colleferro.
Ma a quanto pare il lungo addio di Antonella Giglio all’AMA avrà strascichi. Giovedì scorso, durante l’assemblea, la Giglio aveva fatto mettere a verbale la sua intenzione di dimettersi, senza però la formale accettazione dei soci.
Poi, racconta il Messaggero, è successo il patatrac:
Poi, dopo aver capito che non avrebbe ricevuto l’attesa buonuscita, ha inviato una mail sulla casella di posta elettronica certificata dell’azienda per ritirare le sue dimissioni. Palazzo Senatorio vuole comunque proseguire sulla sua strada. Così nella prossima assemblea, convocata per lunedì alle 15,tenterà di forzare la mano: accettando il passo indietro inizialmente annunciato (e scritto sul verbale) da Giglio e nominando contestualmente i tre membri del nuovo consiglio di amministrazione.
Un’accelerazione che, a meno che non si trovi un’intesa tra le parti, porterà verosimilmente a un’azione legale da parte della numero uno uscente di via Calderon de la Barca, che tenterà di far valere la sua formale comunicazione di ritiro delle dimissioni, inviata prima che l’assemblea formalizzasse il cambio al vertice della municipalizzata.
Quello che sembra prevedibile è che si andrà quindi alle carte giudiziarie per la buonuscita. Oppure a un accordo extragiudiziale che comunque costerà tanto ai cittadini romani.
E in ogni caso ciò che spaventa è la capacità della sindaca di essere una mangia-manager senza pietà .
Da quando Virginia Raggi è arrivata al Campidoglio prima non è stata capace di trovare un’intesa con i manager che ha trovato (ai quali aveva promesso comunque la possibilità di chiudere il mandato), come Daniele Fortini il quale aveva chiesto all’amministrazione di attivarsi per spingere a commissariare il Colari nel giugno scorso.
La sindaca e il suo “staff” rifiutarono: nell’aprile scorso sono stati costretti a farlo lo stesso per fronteggiare l’emergenza rifiuti che intanto scoppiava.
Poi sono arrivati Solidoro e Bina, che hanno salutato nel frattempo. Adesso, e siamo a 11 mesi di amministrazione da parte della Raggi, tocca alla Giglio fare le valigie.
Le consigliere del Pd capitolino Valeria Baglio e Ilaria Piccolo chiosano: «O c’è una sorta di maledizione oscura che tormenta l’azienda o M5S non sa scegliere i propri manager. Molto piu’ probabile la seconda ipotesi se messa in relazione alla farsa dei 140 curricula che avrebbero dovuto essere esaminati dalla commissione ambiente per la scelta del nuovo CdA dell’azienda capitolina. Quando si tratta di poltrone, M5S somiglia sempre più alla vecchia partitocrazia dilaniata da guerre intestine tra correnti e condita da tanta incapacità quanto arroganza. Purtroppo come nell’emergenza rifiuti di questi giorni è la città a pagare il prezzo più caro. La coincidenza tra il caos rifiuti e la ‘sarabanda manageriale’ in Ama non e’ casuale, ma è l’inevitabile conseguenza di un’amministrazione pasticciona e inadeguata che rende più costosa e discontinua la gestione dei servizi ambientali (con il ricorso, come in queste ore, alla predisposizione di Task force) e la stessa direzione aziendale. Ai continui cambi di vertici seguono, infatti, pesanti ripercussioni economiche dovute alle buone uscite contrattuali dei manager. Alcune domande sorgono spontanee: Quanto costerà all’Ama l’uscita di scena della dr.ssa Giglio? E quanto costera’ l’insediamento del nuovo CdA? A quanto ammontano i costi complessivi delle rimozioni dei manager di Ama effettuati in questi 10 mesi?»
(da “NextQuotidiano“)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
“HO DETTO DUE VOLTE NO ALLA PRESIDENZA DI VIALE MAZZINI”
Il dopo primarie e il dopo Francia. Il governo Gentiloni e il governo Grillo. L’europeismo possibile e il rapporto con Sergio Mattarella.
La partita a scacchi sulla legge elettorale e ovviamente il caso Ferruccio de Bortoli-Maria Elena Boschi.
A due settimane dalla vittoria alle primarie del Partito democratico, Matteo Renzi, intervistato dal Foglio, nella sua prima intervista da neo segretario, parla a ruota libera:
“Il Pd è l’unico partito già pronto alle elezioni – dice -. Ma siccome siamo persone serie ci va benissimo votare nella primavera del 2018, non abbiamo fretta. Quindi lasciamo lavorare il governo, assicurando il massimo sostegno possibile”. “Prima – sottolinea Renzi – erano tutti contro l’Italicum, ora sono tutti a favore”.
“Noi siamo pronti a votare l’Italicum ma chi sostiene questo tipo di riforma in realtà sogna il Cespugliellum”. Alla domanda se crede che il Pd possa tornare al 40%, risponde: “Io penso di sì.
Il Pd è l’unico grande partito di governo che esiste in Italia”. Secondo Renzi, “la scissione ha lasciato una traccia emotiva vera e profonda nei cuori di qualche militante ma a livello elettorale non ci ha danneggiato”.
Poi, in merito alla vicenda Banca Etruria e alla ricostruzione di Ferruccio de Bortoli nel suo libro, dice: “Ha fatto il direttore dei principali quotidiani italiani per quasi vent’anni e ora spiega che i poteri forti in Italia risiedono a Laterina? Chi ci crede è bravo. Ma voglio dire di più. Ferruccio de Bortoli ha una ossessione personale per me che stupisce anche i suoi amici. Quando vado a Milano mi chiedono ‘ma che gli hai fatto?’. Boh. Non lo so. Forse perchè non mi conosce. Forse dà a me la colpa perchè non ha avuto i voti per entrare nel cda Rai e lo capisco: essere bocciato da una commissione parlamentare non è piacevole. Ma può succedere. Non mi pare la fine del mondo”.
Secondo Renzi, poi, “che Unicredit studiasse il dossier Etruria è il segreto di Pulcinella. Praticamente tutte le banche d’Italia hanno visto il dossier Etruria in quella fase”, aggiunge il segretario Pd, certo che “arriverà un giorno in cui si chiariranno le responsabilità a vari livelli”.
La replica
A stretto giro è arrivata pronta la replica di De Bortoli. Sul corriere.it l’ex direttore spiega.
Il segretario del Pd sostiene che io avrei nei suoi confronti un’ossessione personale. «Forse perchè dà a me la colpa per non aver avuto i voti necessari per entrare a far parte del consiglio d’amministrazione della Rai. Essere bocciati da una commissione parlamentare non è piacevole, lo capisco».
Segnalo all’ex premier che avendo detto due volte no alla proposta di fare il presidente, non era tra le mie ambizioni essere eletto nel cda della Rai. Visto quello che sta accadendo, ringrazio di cuore per non avermi votato. Non avrei potuto comunque accettare avendo firmato un patto di non concorrenza”
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
“NULLA DA NASCONDERE, MI SONO OCCUPATO DELLA BANCA COME DI ILVA E DI ALITALIA, E’ NEI MIEI COMPITI QUANDO CI SONO IMPATTI OCCUPAZIONALI”
«Sono Graziano Delrio. Le volevo dire che sono io l’autore della telefonata alla Popolare dell’Emilia
Romagna».
L’attuale ministro delle Infrastrutture rivendica il suo interesse per la vicenda di Etruria. «Non ho nulla da nascondere. Mi sono occupato di Banca Etruria come mi sono occupato di Ilva, di Alitalia e tante altre crisi che rischiavano di avere impatti occupazionali, industriali o, come nel caso di Etruria, per i risparmiatori», spiega al telefono.
Riavvolgiamo il nastro.
Siamo nelle settimane a cavallo tra il 2014 e il 2015 e il tema delle crisi bancarie non è ancora deflagrato in tutta la sua ampiezza. Banca Etruria però è uno di quegli istituti da tempo in difficoltà : nel 2013 Bankitalia aveva chiesto un rafforzamento patrimoniale, nel 2014 il ricambio del consiglio e una aggregazione con un soggetto «di elevato standing», ovvero un’altra banca solida e credibile.
Delrio è il sottosegretario alla presidenza del consiglio e, in questa veste, il primo dell’anno del 2015 chiama Ettore Caselli, allora presidente della Popolare dell’Emilia Romagna, per chiedere informazioni sulla possibile acquisizione di Etruria da parte della banca che ha sede a Modena.
È andata così ministro, è corretto?
«Sono certamente uno di quelli che aveva sul tavolo tutte le crisi aziendali. Il mio ruolo all’epoca, come sottosegretario alla presidenza del consiglio, era quello di accompagnare i ministri competenti nella gestione di queste crisi. In questa veste, ho chiamato Caselli e ho chiesto informazioni sulle intenzioni di Bper per Etruria. La risposta fu che era stata esaminata ma Bper aveva deciso di non andare avanti. Tutto qua. Per questo credo di essere io quello al quale si fa riferimento nell’articolo di ieri. Io certamente la telefonata l’ho fatta anche se è possibile che anche altri nel governo se ne siano interessati».
No, le confermo che è proprio lei quello del quale parla l’articolo. Rientrava nella sua attività istituzionale? Non ci fu nessuna pressione?
«Nessuna pressione, come del resto le ha già detto Caselli, ma una semplice richiesta d’informazioni. Come ho già spiegato il sottosegretario alla presidenza ha un ruolo di accompagnamento dei ministri competenti. Ho fatto quella telefonata come ne ho fatte tante altri per altri casi di crisi».
Etruria però non è Ilva nè Alcoa. In quei giorni era solo una piccola banca territoriale in difficoltà e in cerca di un compratore. Verrà commissariata solo un mese e mezzo dopo. Rientrava comunque tra i suoi compiti occuparsene?
«Sì. Le ricordo tra l’altro che il governo in quei giorni stava preparando il decreto sulle popolari (verrà varato il 20 gennaio successivo, ndr.). C’erano già stati vari incontri a Palazzo Chigi e Bankitalia aveva segnalato più volte al governo i problemi di alcune popolari. Problemi che poi, come abbiamo visto, sarebbero esplosi con effetti pesanti per i risparmiatori. Il governo se n’era occupato per questo, senza ossessioni particolari per Etruria».
La differenza però è che in quel governo c’era un ministro, Maria Elena Boschi, che proprio su Banca Etruria aveva un conflitto d’interesse dato dalla presenza del padre nel consiglio della banca. Tutto normale?
«Lo ripeto ancora una volta: mi sono occupato del problema con i ministri competenti e la Boschi non era tra i ministri competenti. Per quanto mi riguarda, non mi vergogno di essermi occupato di questa vicenda come non mi vergogno di essermi occupato di tutte le altre crisi che ho esaminato in quel periodo».
Sta di fatto che ne stiamo ancora parlando proprio per il ruolo della Boschi, allora ministro delle riforme e oggi nel posto che occupava lei, sottosegretaria alla presidenza del consiglio. Nessun conflitto d’interessi?
«Credo che su questo abbia già risposto la Boschi. Per quanto mi riguarda questo è quanto accaduto. In quel periodo per 24 ore al giorno mi occupavo di crisi aziendali, ben più grandi di questa. Non c’è niente da nascondere».
(da “La Stampa”)
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Maggio 13th, 2017 Riccardo Fucile
MANCINI ERA GIA’ AGLI ARRESTI DOMICILIARI, RESTA SOLO L’OBBLIGO DI FIRMA, ALLA FINE HA SCONTATO IN CARCERE SOLO 4 MESI
Torna libero Amedeo Mancini, l’ultrà della Fermana accusato per la morte di Emmanuel Chidi Nnamdi, il migrante nigeriano deceduto a Fermo dopo una violenta lite per strada il 5 luglio dello scorso anno, scoppiata perchè Mancini aveva gridato ‘scimmia’ alla compagna di Emmanuel, Chyniere.
Il Gip del tribunale di Fermo Maria Grazia Leopardi ha revocato gli arresti domiciliari e rimesso in libertà Mancini, 40enne, che lo scorso 18 gennaio ha patteggiato la pena di 4 anni davanti al gip di Fermo Maria Grazia Leopardi.
L’uomo era stato arrestato nel luglio 2016 con l’accusa di omicidio. Per Mancini resta solo l’obbligo di firma giornaliera presso i carabinieri.
Delle tre aggravanti contestate a Mancini era stata ritenuta insussistente quella dei motivi abietti e futili, mentre è stata mantenuta quella razziale, anche se con una rilevanza concreta “poco più che simbolica” (tesi giuridica originale).
“Pur potendo comportare un aumento di pena fino a cinque anni – avevano spiegato infatti i legali – l’incremento concordato era stato di soli tre mesi”.
Riconosciuta a Mancini l’attenuante della provocazione, per la quale “è stata applicata – avevano reso noto ancora i difensori – la riduzione della pena nella massima estensione possibile, pari a tre anni e cinque mesi”.
La provocazione quindi sarebbe stata non quella di aver insultato la moglie di Emmanuel, ma la reazione della vittima.
Mancini aveva trascorso in carcere il periodo successivo all’arresto, fino ad ottobre e vi era rimasto anche diversi giorni dopo che gli erano stati concessi gli arresti domiciliari, perchè non si riusciva a trovare un braccialetto elettronico.
Godeva del permesso di recarsi al lavoro nei campi. Il gip, tenendo conto del buon comportamento tenuto dall’uomo in carcere e dopo, ha ritenuto maturi i tempi per il rilascio.
“Amedeo Mancini attenderà da libero il 28 novembre il verdetto della Cassazione, che dirà se l’aggravante ‘razziale’ sia compatibile o meno con la riconosciuta attenuante della provocazione”, hanno spiegato gli avvocati Francesco De Minicis e Savino Piattoni, commentando la revoca degli arresti domiciliari.
“Qualunque sia la decisione, essa comunque non determinerà alcuna diminuzione della pena patteggiata a quattro anni”, sottolineano i legali.
“Potrà però avere importanza sul piano generico e giuridico, alla luce della motivazione con cui la sentenza del giudice concordò con il riconoscimento della provocazione, con la massima diminuzione di pena possibile”.
Dopo la decisione della Cassazione Mancini si rivolgerà al Tribunale di Sorveglianza che, “se lo riterrà meritevole, potrà consentirgli di scontare la pena residua sotto forma di affidamento in prova ai servizi sociali”.
Viene così sancito che si può insultare una donna e, qualora il marito reagisca, ammazzarlo a pugni. Con 4 mesi di carcere e 6 di arresti domiciliari con possibilità di recarvi al lavoro, ve la cavate.
A una condizione: che la vittima sia un profugo e che voi siate razzisti.
Questa è la giustizia italiana.
(da agenzie)
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