Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
COME AVEVA PROMESSO, IL PD BONIFAZI CON UNO STAFF DI TRIBUTARISTI HA PRESENTATO LA DENUNCIA: “CORTINA FUMOGENA” ATTORNO AL BLOG PER NON RENDERE TASSABILI I REDDITI
Ieri il tesoriere del Partito Democratico Francesco Bonifazi l’ha annunciato su Facebook: ha presentato l’esposto per evasione fiscale nei confronti di Beppe Grillo. L’esposto è il seguito della vicenda della difesa di Grillo nella causa civile per risarcimento danni intentata dal PD.
All’epoca Grillo sostenne di non essere il titolare nè del blog nè degli account social, allo scopo di tirarsi fuori da una richiesta di risarcimento danni:
Oggi a parlare del contenuto dell’esposto è Jacopo Iacoboni sulla Stampa:
I tributaristi del Pd sospettano che la «cortina fumogena» attorno al blog sia stata creata per non rendere chiari, e dunque tassabili, redditi non piccoli prodotti dalla popolarità del comico, ma anche dalla viralizzazione pubblicitaria dei video delle webstar M5S.
Il blog pubblicizza attività professionali di Grillo (dai tour ai libri), perciò, sostiene l’esposto, va chiarito il rapporto economico esistente tra Grillo e l’azienda titolare dei dati, la Casaleggio.
I legali fanno qui due ipotesi: o che si possa profilare una dichiarazione fiscale infedele di Grillo, che celerebbe reddito derivante da questo rapporto.
O, e sarebbe l’ipotesi più grave, una «interposizione fittizia» da parte della Casaleggio, o anche di altri soggetti formali percettori di ricavi pubblicitari.
Esiste un sistema di società ? Questo è ciò che chiedono al magistrato di verificare.
Se così fosse, spiegano, gli uffici tributari potrebbero imputare al contribuente i redditi di cui altri appaiono titolari.
La denuncia di 17 pagine e 24 allegati riguarda profili fiscali e tributari di carattere penale, tocca il rapporto mai chiarito tra il comico e la Casaleggio Associati.
Dichiara Bonifazi al Foglio:
“Abbiamo sollevato alcune questioni, saranno i magistrati ad indagare. Da diversi fatti documentali si desume la titolarità del blog facente capo a Grillo, lo stesso blog lo denota come autore all’interno del codice sorgente, la privacy policy lo qualifica come effettivo titolare così come il Non Statuto all’articolo 4… Sia come sia, due sono le alternative: o il blog è effettivamente ascrivibile a Grillo, in tal caso lui dovrebbe partecipare agli introiti, se così non fosse si configurerebbe un’ipotesi di interposizione fittizia di società , formalmente amministratrice del sito, allo scopo di trarre vantaggi fiscali, chiamatela pure frode.
Oppure Grillo non ha nulla a che fare con il blog, resta allora da comprendere quali siano i flussi di ricchezza intercorrenti tra lui e la società gestrice, dal momento che blog e account fanno un uso costante del brand BeppeGrillo, con sfruttamento di nome e immagine. Si tratterebbe di una controprestazione da sottoporre a tassazione agli effetti sia Iva che redditi personali”.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
SU “OGGI” CONTINUA LA PENOSA GIUSTIFICAZIONE DI ESSERE STATO FUORICORSO E NON ESSERSI MAI LAUREATO… COME SE NON BASTASSE SI PARAGONA A MACRON: “ANCHE IO INNAMORATO DI UNA DONNA PIU’ GRANDE” (MA MACRON NON LE FA PAGARE LO STIPENDIO DAL PARTITO)
Oggi ha pubblicato un’interessantissima intervista al wannabe Imperatore del Mondo Luigi Di Maio,
nella quale è stata affrontata anche una tematica scottante: quella della laurea di Giggino.
L’argomento, come sapete, è sensibile perchè Di Maio ha fatto sapere che concorrerà per la carica di candidato premier del MoVimento 5 Stelle alle prossime elezioni, ma dopo tutta l’ironia dei grillini sulla mancanza di titoli dei vari ministri nei governi targati PD di questa legislatura la questione diventa quantomeno discutibile.
Proprio Di Maio la affronta nell’intervista al settimanale
«(quella della laurea è una) vecchia storia. Ero iscritto a giurisprudenza alla Federico II di Napoli, le prospettive del dopo laurea erano grigie e ho deciso di specializzarmi in informatica ed e-commerce, che crescevano in modo vertiginoso. Nel 2012 ho fatto partire insieme ad alcuni amici una società di web marketing, un anno dopo, a 26 anni, sono stato eletto in parlamento e nominato vicepresidente della Camera. Non ho buttato via il mio tempo».
Di Maio dimentica come al solito di dire quanti esamo aveva effettivamente dato in 7 anni di Università e il fatto che avrebe dovuto laurearsi già due anni prima rispetto alla data in cui è stato eletto con poche centinaia di voti in Parlamento.
Quindi laurea uguale pezzo di carta?
«Dico che conta anche quel che un individuo riesce a fare. Mark Zuckerberg era ad Harvard, si inventò Facebook e abbandonò gli studi, ma a fine maggio ci tornerà per ricevere la laurea honoris causa».
Si può agevolmente notare che Di Maio si paragona a Zuckerberg, anche se l’allievo di Harvard ha inventato Facebook mentre lui ha forse solo inventato un modo per guadaganre 100.000 euro l’anno.
In ogni caso l’occasione è propizia per proporre un appello alla Federico II anche per lui: date una laurea honoris causa anche al vicepresidente della Camera, magari in Lettere se proprio non è il caso di fornirgli quella in giurisprudenza.
Così la smettiamo di fare ironia sui suoi studi e finalmente potremo concentrarci sulle sue note capacità .
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
“L’ITALIA NON SARA’ ESCLUSA, MA FACCIA LE RIFORME”
Se fosse un quadro, quello che si vede dalle finestre del sobrio ufficio di Wolfgang Schà¤uble si potrebbe intitolare “il secolo breve”.
Si intravedono un pezzo del Muro di Berlino, l’ingresso dei sotterranei della Gestapo e le scintillanti vetrine di Friedrichstrasse.
E il ministro delle Finanze tedesco ha scelto di concedere a Repubblica quest’intervista in esclusiva in un “momento fatale” per il futuro dell’Europa, come lo avrebbe chiamato Stefan Zweig.
L’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo non è un passaggio qualsiasi. Il politico cristianodemocratico 75enne, che fu protagonista di almeno due momenti chiave della storia tedesca, ministro dell’Interno di Kohl quando cadde il Muro e ministro delle Finanze di Merkel nelle fasi più acute della crisi, spiega nei dettagli come immagina, partendo dalla ripartenza franco-tedesca, il futuro dell’Euro.
Emmanuel Macron è stato eletto domenica presidente francese…
“…e Sebastian Vettel è in testa ai mondiali della Formula uno con la Ferrari! Il che dimostra che la collaborazione italo-tedesca, quando funziona, è imbattibile (ride, ndr)”.
…E il pericolo di un Le Pen all’Eliseo è scongiurato di nuovo. Ministro, il sollievo universale potrebbe significare che si torna a ‘più Europa’
“Anzitutto siamo tutti contenti che Emmanuel Macron sia diventato presidente. E ‘più Europa’ è da un tempo la posizione del governo tedesco. In Germania pensiamo da molto tempo che l’Unione monetaria vada rafforzata. Il problema è noto: abbiamo una politica monetaria comune senza una convergenza adeguata delle politiche economiche e finanziarie. Ci sono molte iniziative per compensare questo difetto: il piano Juncker, piani bilaterali. Ora si tratta di migliorare, intanto, nei Paesi dove mancano le riforme strutturali e la competitività . Il piano Juncker è stato rafforzato a 500 miliardi di euro. Ora bisogna creare le condizioni per investire. Ci stiamo lavorando: siamo disponibili a piani di cooperazione franco-tedeschi – ma anche con altri paesi. Le condizioni, però, vanno create nei singoli Paesi”.
Cosa vuol dire?
“La strettoia, spesso, è dovuta non alla mancanza di fondi, ma alla mancanza di di presupposti per gli investimenti – anche in Germania. Un problema enorme sono le procedure per le autorizzazioni: infinitamente lunghe e farraginose. Il progetto dell’aeroporto di Berlino non sta fallendo per la mancanza di soldi, esattamente come la costruzione di strade nello Schleswig-Holstein o da altre parti. I mezzi non mancano, mancano le condizioni giuste”.
Macron ha espresso, come lei, il desiderio di rafforzare l’area dell’euro
“Ne abbiamo parlato spesso, io e lui. Se legge mie vecchie interviste e articoli troverà molti punti in comune”.
Ma il suo Ministro delle Finanze comune ha altre caratteristiche, no? Lei vorrebbe che avesse possibilità di intervento sui bilanci”
“Sì, altrimenti non ha senso. E Macron e io la pensiamo esattamente allo stesso modo. Però bisognerebbe cambiare i Trattati europei”.
…E non si può fare? Neanche dopo le elezioni tedesche?
“Non è certo un problema della Germania. Il trasferimento di pezzi di sovranità nazionali all’Europa non è mai fallito per colpa della Germania o l’Italia, ma piuttosto della Francia. Il presidente Macron e io siamo totalmente d’accordo su questo: ci sono due modi di rafforzare l’eurozona: cambiare i Trattati oppure farlo con pragmatismo attraverso l’intergovernativo. Modifiche dei Trattati richiedono l’unanimità e la ratifica nei Parlamenti nazionali o in alcuni Paesi addirittura un referendum. Siccome al momento non è realistico, dobbiamo provare ad andare avanti con gli strumenti esistenti, dunque attraverso uno sviluppo del trattato che regola il fondo salva-Stati Esm”.
Il fondo salva-Stati Esm deve diventare un Fondo monetario europeo, come lei lo sostiene da tempo?
“Sì, ne ho parlato spesso con Mario Draghi: bisognerebbe rafforzare le istituzioni perchè la Bce non debba sempre portare il peso di tutto. Ma ci vogliono cambiamenti dei Trattati. Però non possiamo neanche non fare nulla, perchè rischiamo che si disgreghi l’Europa. La seconda migliore soluzione, dunque, è quella di creare un Fondo monetario europeo, sviluppando lo statuto dell’Esm”.
E su cosa siete già d’accordo con Macron?
“Potremmo rafforzare i meccanismi. Ne ho parlato anche con Emmanuel Macron: con i parlamentari del Parlamento europeo si potrebbe creare un Parlamento dell’Eurozona. Che potrebbe avere un potere consultivo sul fondo salva-Stati”.
Lei ha anche proposto che l’Esm diventi una sorta di istituzione terza che controlli rigorosamente i conti pubblici, senza margini di flessibilità . Una sorta di commissario della Commissione Ue…
“L’idea è semplice: se creiamo norme comuni, vanno applicate. Non mi piace essere criticato perchè voglio che le regole siano rispettate. E’ il motivo per cui cresce la distanza tra i cittadini e l’Europa: quando non vengon rispettate le regole. E’ qualcosa che sfinisce le persone”.
E’ stato un errore riconoscere molta flessibilità all’Italia?
“No, e non ho mai criticato la Commissione Ue per questo. Lo chieda al ministro Padoan. E trovo che il Patto conceda abbastanza margini di flessibilità . A proposito: se i debiti creassero crescita, la Germania dovrebbe crescere di meno. E invece. Non si può dare sempre la colpa agli altri. Se la Francia ed altri hanno problemi, non può essere sempre colpa della Germania”.
Ma la Spagna cresce a ritmi robusti adesso, dopo anni di sforamento del disavanzo.
“La Spagna ha fatto soprattutto le riforme. A proposito: anche l’Italia ha fatto molte riforme. Ma ormai devo stare attento quando elogio il suo Paese. Quando l’ho fatto prima del referendum dello scorso dicembre la reazione dei media italiani non è stata gradevole. Ho grande rispetto per il lavoro che sta facendo Gentiloni. Spero non lo danneggi”.
Ma l’Italia cresce poco. Secondo lei perchè?
“Non lo so. Anche il mio collega italiano, Pier Carlo Padoan, ritiene la crescita attuale insufficiente. Io penso che il percorso di riforme di Renzi, quando era presidente del Consiglio, sia stato giusto. Adesso temo che l’Italia soffra della fase attuale di incertezza politica. Spero sia rapidamente superata”.
Questa incertezza la spaventa?
“Ho una grande fiducia nella saggezza democratica dell’Italia. La Germania ha un interesse genuino al benessere di tutti, in Europa, compresa l’Italia”.
L’euro è “irreversibile”, come sostiene Mario Draghi?
“Sì”.
Pensa che vada introdotto un meccanismo per consentire a qualcuno di uscire?
“Se un Paese non vuole uscire deve fare riforme strutturali, come la Grecia. Con l’euro è finita l’era in cui alcuni Paesi restavano competitivi attraverso la svalutazione delle monete. E’ una scorciatoia politica. In questo sono perfettamente d’accordo con l’analisi di Mario Draghi sui difetti dell’eurozona. E quello che Draghi dice sempre è che i Paesi devono creare da soli le condizioni per crescere. In questo la Grecia sta migliorando. E il programmi di aiuti decisi durante la crisi per la Grecia, il Portogallo, Cipro, la Spagna e l’Irlanda sono stati molto criticati, ma hanno sempre portato risultati”.
Cos’altro può cambiare?
“Credo che il fondo salva-Stati ESM dovrebbe aiutare Paesi in difficoltà , ma penso anche che i titoli di Stato dovrebbero avere implicita, sin dall’emissione, la possibilità di una ristrutturazione. E un’altra cosa che va fatta, con cautela, è riconoscere la non neutralità dei titoli di Stato. So che è un tema spinoso. E penso anche che le regole per la ristrutturazione delle banche vadano applicate”.
Per lei la valutazione non neutrale dei titoli di Stato è un pre requisito per completare l’Unione bancaria con il deposito comune?
“Prima di mettere i rischi in comune, dobbiamo ridurli”.
L’Italia non sottoscriverà mai una cosa del genere.
“Ovunque, anche in Italia, i bilanci delle banche devono essere messi in ordine, va risolto il problema delle sofferenze. Su questo siamo d’accordo tutti. Lo abbiamo ampiamente fatto e alcune le abbiamo anche chiuse – Westdeutsche Landesbank non esiste più. E’ un percorso doloroso. Ma è accaduto anche in Portogallo o in Spagna: deve essere gestito in modo cauto. Abbiamo negoziato a lungo le regole per le banche, ma se poi non le applichiamo alimentiamo i populismi”.
Facile per il governo tedesco insistere sul bail in e su regole create dopo che avevate già salvato i vostri istituti di credito con soldi pubblici…
“Dopo il fallimento di Lehman Brothers emersero problemi acuti e fummo costretti ad agire in fretta. Poi si diffuse il pensiero che non bisognava più salvare le banche con soldi dei contribuenti. Una retorica globale. E allora abbiamo faticosamente creato regole per questo. E’ vero, abbiamo ristrutturato WestLB quando valevano altre regole. Adesso, però, le regole saranno applicate rigorosamente anche qui – e anche qui in Germania ci sono istituti di credito con problemi”.
Quindi la direttiva sul bail in, quella che coinvolge anche azionisti e risparmiatori nei salvataggi, non si può cambiare?
“Si può parlare di tutto. Ma finchè valgono le regole attuali, vanno applicate”.
Lei è il politico più amato in Germania, ma nel resto del continente meno. E’ considerato il simbolo dell’austerità .
“Io sono il simbolo della crescita”.
E dove vede la crescita, in Europa?
“Ovunque! Per la prima volta da quasi un decennio la Commissione Ue si aspetta tassi di crescita positivi in tutti gli Stati membri. Io sono il ministro delle Finanze tedesco, quindi conosco soprattutto la Germania. Abbiamo una crescita forte e, grazie a una disoccupazione bassa, salari in aumento e consumi in crescita. Però sopporto il peso di essere considerato il capro espiatorio di tutti coloro che non riescono a risolvere i loro problemi, in Europa”.
E il surplus commerciale tedesco, non ha nulla a che fare con le sue politiche di risparmio che smorzano la domanda interna?
“Il surplus è per metà colpa dell’euro debole. E noi non crediamo che possa essere risolto se ci indeboliamo noi: sono gli altri che si devono rafforzare. La predominanza delle squadre spagnole in Champions League non può certo essere risolta indebolendo il Real Madrid. E’ la Juventus che si è rafforzata”.
Crescita inclusiva’ è la nuova parola d’ordine dei consessi internazionali, ma che vuol dire?
“Sono felice che finalmente sia un tema discusso al livello internazionale, dopo anni che ho cercato di introdurlo nelle riunioni del Fmi, del G7 e del G20. La crescita ‘inclusiva’ può essere ottenuta soltanto se le differenze tra i Paesi avanzati e quelli emergenti si riducono. E’ sbagliato dire che solo i Paesi più industrializzati debbano crescere di più. Ho sempre sostenuto che il divario va rimpicciolito. In Germania abbiamo avuto il padre dell’economia sociale di mercato, Ludwig Erhard. Lui diceva che la competitività e la stabilità sociale vanno sempre combinate, solo questo rende stabili le società . Vale anche per la comunità mondiale. Non è un caso che con la presidenza tedesca del G20 l’Africa sia per la prima volta nell’ordine del giorno”.
Lei è a favore di un assegno di disoccupazione comune in Europa, come Macron?
“Lasciamolo lavorare, intanto, ha un percorso complesso davanti a sè….In Europa abbiamo il problema che a causa degli standard di vita molto diversi tra Paesi, l’armonizzazione dei servizi sociali è un problema gigantesco”.
Lei ci crede al fatto che l’asse franco-tedesco possa rivitalizzare l’Europa?
“Noi tedeschi sappiamo che il nostro futuro sarà positivo solo se l’Europa starà bene. In Francia è in atto un processo interessante. Emmanuel Macron ha la stessa età di JF Kennedy quando divenne presidente. Ha fondato un movimento nuovo e ha vinto le elezioni. Trovo straordinario che sia andato sul palco del Louvre accompagnato dall’Inno alla gioia, l’inno europeo. Riempie molti giovani di speranza. Se qualche giovane in più fosse andato a votare a giugno in Gran Bretagna non avremmo avuto la Brexit. Però non dobbiamo neanche fare come se il rinnovato motore franco-tedesco fosse la ripartenza dell’Europa”.
Cosa intende dire?
“Senza l’Italia non si può fare l’integrazione europea. Ne sono sempre stato convinto: Carlo Azeglio Ciampi glielo potrebbe raccontare, se fosse ancora vivo. Le direbbe che (negli anni Novanta, ndr) un certo Wolfgang Schà¤uble, allora capogruppo della Cdu al Bundestag, si impegnò molto per fare entrare l’Italia nel gruppo di testa dell’euro, nonostante i problemi finanziari che aveva. E l’Italia ha fatto un’impresa grandiosa, all’epoca. Ma poi ci si è riposati per un ben pezzo sugli allori. L’Italia deve proseguire sul percorso di riforme. E’ quello che volevo dire prima del referendum di dicembre scorso”.
Lei è stato ministro delle Finanze durante la Grande crisi…
“Quale crisi? L’eurozona cresce dello 0,5% nel primo trimestre, i dati finanziari migliorano. La crisi è alle nostre spalle e adesso dobbiamo capire come andare avanti in modo positivo”.
Fu un errore la sua proposta di far uscire temporaneamente la Grecia dall’euro, nel drammatico luglio del 2015?
“Lei sa ciò che Pier Carlo Padoan disse pubblicamente: una stragrande maggioranza dei ministri delle Finanze erano convinti che sarebbe stato meglio se la Grecia fosse uscita temporaneamente dall’euro. E’ stata la Grecia a decidere diversamente. Adesso ci stiamo impegnando perchè il terzo pianto di aiuti abbia successo”.
Lei è famoso per essere leale. E’ anche una qualità che riconosce a se stesso. Lo è stato con Helmut Kohl, ma anche l’anno scorso con Angela Merkel, quando la crisi dei profughi aveva fatto emergere indiscrezioni sul fatto che lei potesse sostituirla alla cancelleria. Lei invece preferì rimanerle leale. Perchè?
“Ho un’idea un po’ dèmodè della politica. Ovvio che sono molto ambizioso e ho l’esigenza di impormi. Altrimenti non sarei un politico. Ma cerco sempre di dire che non io sono la cosa più importante. E’ vero, sono leale. Ma proprio perchè sono leale, sono libero e scomodo. E forse in questa combinazione è tollerabile.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
SI RIPETE LA VICENDA DEL 1973, QUANTO NIXON CACCIO’ IL PROCURATORE CHE INDAGAVA SUL WATERGATE…E DIVENTO’ “LA NOTTE DEL MASSACRO DEL SABATO SERA”
È quell’odore acre di paura, quel sentore di “noi contro il resto del mondo” sprigionato oggi dalla Casa
Bianca di Trump che riporta l’America ai giorni cupi di Nixon e del Watergate.
Alle sei della sera di martedì, quando la guardia del corpo del presidente ha consegnato di persona la lettera di licenziamento del direttore Jim Comey alla reception dell’Fbi come un Pony express, i campanelli d’allarme della memoria hanno cominciato a suonare e gli altoparlanti dei televisori a gridare il nome che a quasi 45 anni dopo ancora rimbomba nella memoria storica della nazione, fra terrore e speranza: “Impeachment”.
Tanti sono gli anni che dividono la presidenza Trump dai giorni dell’autunno 1973 quando un Richard Nixon ormai lambito sempre più da vicino dalle inchieste sullo scasso del quartier generale Democratico nel palazzo del Watergate e sui tentativi di insabbiare le inchieste, cercò di fermare tutto licenziando l’Inquisitore Speciale e portando a dimissioni in massa al ministero della Giustizia.
Fu la “Notte del Massacro del Sabato Sera” e se il licenziamento del direttore dello Fbi non raggiunge il livello della “strage” nixoniana, c’è un parallelo che anche un senatore repubblicano, Richard Burr, ha subito individuato.
La cacciata del direttore di quella superpolizia federale che sta conducendo le indagini segrete sui possibili rapporti illeciti fra Mosca e il Team Trump “crea l’impressione che abbiano qualche cosa da nascondere”.
Non si capisce perchè questa cacciata proprio ora e perchè con il ridicolo pretesto di avere condotto male le indagini su Hillary Clinton, quelle indagini che tanto aiutarono Trump a vincere.
Vivemmo allora, noi imbarcati nella nave delle battaglie politiche a Washington, ore e giorni febbrili, tra sospetti, accuse, interventi del governo e dei suoi “plumbers”, degli stagnini voluti da Nixon per bloccare quelle fughe di notizie che lo stavano distruggendo e che venivano – lo riveleranno anni dopo i cronisti del Washington Post – da quello stesso Fbi che oggi Trump ha decapitato.
Ma l’America del 2017 è molto diversa dall’America del 1973. La convalescenza dai terribili anni Sessanta, dagli omicidi politici, dalla lunga, sanguinosa malattia della guerra in Vietnam finita con la resa americana non era neppure cominciata e la voglia di un capro espiatorio per purificare la nazione dalle proprie colpe era acuta. Nixon, ben oltre gli errori, i crimini, la paranoia che lo portarono alle dimissioni per evitare la destituzione ormai certa nel 1974, era il perfetto simbolo politico da sacrificare.
Ma il sentimento di inevitabilità , che impregnava Washington in quel biennio ’73 e ’74, che ogni giorno segnava con nuove rivelazioni e nuovi tentativi di bloccarle l’agonia di un presidente, oggi manca.
Il Congresso è saldamente nelle mani di un partito Repubblicano che privatamente aborre Donald Trump, ma pubblicamente non osa tradirlo, non avendo alternativa.
I Democratici, che si agitano per creare una nuova figura di Inquisitore Speciale sul “Russiagate” non hanno i numeri, in Parlamento, per spingere il governo a nominarlo, nè per formare una Commissione d’inchiesta con poteri giudiziari.
La tensione cresce, alimentata da comportamenti che sembrano tradire la paura di un’inchiesta che già ha individuato almeno cinque degli ex collaboratori di Trump nella campagna elettorale, compreso il suo futuro consigliere per la Sicurezza Nazionale, tra coloro che segretamente intrattenevano rapporti con il governo Putin e ricevevano da Mosca pagamenti.
Come 44 anni fa, quando il Watergate partì dagli assistenti e dai cortigiani di Nixon, l’impressione è che questo licenziamento, per errori che Comey avrebbe commesso la scorsa estate, voglia servire da barriera tagliafuoco fra Trump e i suoi più compromessi.
Naturalmente, licenziare un direttore dello Fbi è perfettamente legittimo e anche Bill Clinton, nel primo caso dalla creazione del “Bureau of Investigation” nel 1908, licenziò un direttore, William Sessions, quando emerse che lui aveva usato fondi pubblici per interessi personali e 10 mila dollari del “Bureau” per rifarsi la staccionata attorno alla propria casa.
E la febbre del Watergate, che sta agitando la capitale, i media tradizionali, i nuovi veicoli in Rete fra grida di indignazione e accuse di montatura da “fake news” non avvicina la temperatura rovente degli anni ’70.
La nazione oltre la “Beltway”, la cintura d’asfalto che circonda Washington, sembra ancora indifferente e divisa nelle due metà che detestano o adorano Trump.
La paranoia anticomunista che tormentava Nixon e con lui la maggioranza dell’elettorato è diventata l’ossessione neo nazionalista e xenofoba che lega Trump al proprio elettorato e su quella potrà continuare a contare.
Ma la memoria dispettosa rammenta che, l’America “silenziosa” là fuori si ribellò dopo lo sfacciato tentativo di insabbiare l’inchiesta e il numero di coloro che volevano l’incriminazione, l’Impeachment, superò di pochissimo i contrari.
Spiritosamente, i curatori della Biblioteca Nixon, dove si conservano i documenti relativi alla sua presidenza hanno anche voluto twittare che “almeno Nixon non aveva mai licenziato il direttore dello Fbi”.
Solo Trump sa quello che ha fatto o non fatto e il licenziamento di Comey toglie i denti all’unica inchiesta giudiziaria che poteva insidiarlo.
Il successore del licenziato non avrà zanne molto lunghe. Ma il passato, questa volta correttamente, avverte che gli uomini e le donne dello Fbi, da chiunque siano scelti o promossi non giurano fedeltà al presidente, ma alla Costituzione. Promettendo di difenderla da tutti i nemici esterni e interni.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
E IL PORTAVOCE SPICER RISCHIA IL POSTO
La lettera di addio inviata da Comey agli agenti Fbi. Il subpoena (un mandato di comparizione) inviato dal Senato al generale Flynn, l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale costretto alle dimissioni per il Russiagate. Una nuova testa in procinto di cadere, quella del portavoce della Casa Bianca Sean Spicer.
Sono passate meno di 24 ore da quando il direttore del Fbi è stato licenziato da Donald Trump e ogni ‘ultima notizia’ scaccia dai titoli quella precedente, in una valanga (mediatica e di immagine) che si ritorce come un boomerang sulle decisioni del presidente meno popolare della recente storia d’America.
Se The Donald con il suo ‘fired!’ (licenziato) pensava di risolvere in poche ore il caso, quasi fosse il reality tv di cui è stato a lungo protagonista, si è sbagliato, se credeva di chiudere le indagini sulle interferenze della Russia di Putin non ha tenuto conto della complessità dei rapporti Casa Bianca-Congresso e ha sottovalutato i distingui di esponenti repubblicani di primo piano come il senatore McCain, se (come sembra) farà presto rotolare anche la testa del suo fidato portavoce rischia di crearsi nuovi nemici.
Ha ancora un grande vantaggio, la maggioranza del Grand Old Party schierata con lui e l’appoggio del potente speaker della Camera Paul Ryan (“licenziare Comey è stato giusto, ora occorre trovare al più presto il suo sostituto), ma con il mandato di comparizione a Flynn le indagini sul Russiagate difficilmente a questo punto potranno essere insabbiate.
L’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale si era sempre rifiutato di collaborare alle indagini del Fbi, adesso dovrà rispondere alle domande di una commissione del Senato guidata da un presidente democratico e nella quale anche un paio di esponenti repubblicani vogliono chiarimenti effettivi e non mera propaganda (o peggio ancora bugie).
Mentre a Washington, Chicago ed in altre città degli Stati Uniti la piazza prende le difese di Comey (ci sono già state piccole manifestazioni di protesta, altre ne seguiranno) l’ormai ex direttore del Fbi ha scritto una lettera di saluto-commiato agli agenti federali (in maggioranza attraverso le proprie organizzazioni schierati con lui): “Ho sempre pensato che un presidente può licenziare il direttore del Fbi per qualsiasi ragione o anche per nessuna ragione. Non voglio domandarmi il perchè e il come sia avvenuto, è stato fatto e va bene così, anche se mi mancherete profondamente, sia voi che la missione a cui ero stato chiamato. Vi avevo detto che in tempi di turbolenza il popolo americano aveva bisogno di un Fbi competente, onesto e indipendente. La mia speranza è che voi continuiate a fare la cosa giusta, a vivere secondo i valori americani e difendere la Costituzione”.
La serata di Washington si chiude con la notizia della Cnn. Citando fonti interne alla Casa Bianca la tv all-news racconta che il presidente americano, insoddisfatto di come Spicer lo sta difendendo di fronte alla stampa, avrebbe preso in seria considerazione l’idea di sostituirlo con la vice, Sarah Huckabee Sanders (figlia dell’ex Governatore dell’Arkansas e candidato del Gop alla Casa Bianca Mike Huckabee).
(da “la Repubblica”)
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Maggio 10th, 2017 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZONI IN CUI EMERGONO LE MINACCE
Lui che ha sempre difeso l’onore delle forze dell’ordine, ora si ritrova accusato, tra l’altro, di aver
minacciato con pressioni indebite due ufficiali dell’Arma dei carabinieri.
L’ex ministro del governo Berlusconi, Carlo Giovanardi, starà ripensando a tutte quelle volte in cui si è schierato per proteggere dal “fango” mediatico gli uomini in divisa ogni volta che uno di questi finiva al centro delle cronache per aver violato la legge, vedi caso Cucchi, Aldrovandi e molti altri ancora.
Perchè il senatore ha un’idea di Stato molto particolare.
È lui stesso a spiegarla a un colonnello dei carabinieri, il quale, poi, sentito come persone offesa in un’indagine antimafia, ai pm riferisce: «Il senatore ha raccontato di un generale dell’Arma che aveva avuto problemi giudiziari, relativi agli anni Ottanta. Riferendosi alla successiva assoluzione del militare, Giovanardi disse che aveva ottenuto dall’allora ministro dell’Interno Mancino un interessamento a favore del medesimo per quanto riguardava il sostegno delle spese legali.
Disse precisamente che il giorno dopo aver parlato con Mancino si presentò qualcuno alla porta del generale con il contante. Specificò poi trattarsi di 70 milioni di lire. Mi pare che il senatore abbia riferito questo episodio dicendo che questo era quello che doveva fare lo Stato e cioè essere vicino, disse che lui lo Stato lo intendeva in quel modo, non compresi se alle forze di polizia o a chi risultava poi assolto».
La posizione dell’ex ministro è al vaglio del giudice delle indagini preliminari, che sta valutando la rilevanza di alcune intercettazioni e di numerosi tabulati, i contatti telefonici, cioè, del parlamentare con altre persone coinvolte nell’indagine.
La “vicenda Giovanardi” rientra nel filone investigativo relativo agli appoggi interni alla prefettura di Modena su cui poteva contare un’azienda sotto processo per ‘ndrangheta. I titolari sono imputati a Reggio Emilia per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nella stessa aula alla sbarra c’è il gotha della ‘ndrangheta emiliana: boss, gregari e complici del clan guidato da Nicolino Grande Aracri, detto “Mano di gomma”, che vanta amicizie massoniche e vaticane. Un maxiprocesso, questo, con oltre 140 persone in attesa di giudizio.
Il nome di Giovanardi è già emerso durante alcune udienze del dibattimento. Nell’indagine a carico del senatore , componente anche della commissione antimafia, i pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini contestano la rivelazione di segreto e la minaccia a corpo amministrativo dello Stato.
Con un’aggravante molto seria: aver agevolato l’organizzazione mafiosa, cioè la ‘ndrangheta, che grazie alla società Bianchini era entrata nel giro che conta degli appalti. Una società , la Bianchini, che gli inquirenti ritengono a disposizione dei clan.
Insieme al parlamentare sono indagate altre 11 persone, tra cui gli imprenditori che hanno chiesto aiuto al politico e il capo di gabinetto della prefettura modenese, Mario Ventura. Giovanardi, sostengono i pm, sarebbe stato consapevole delle relazioni pericolose degli imprenditori modenesi.
Eppure ha proseguito nella sua crociata per salvare l’azienda dai provvedimenti della prefettura di Modena, istituzione che aveva escluso la Bianchini costruzioni dalle “white list”, gli elenchi prefettizi delle aziende “pulite”.
Solo le imprese iscritte a queste liste possono lavorare nei cantieri pubblici della ricostruzione post terremoto.
Crociata fatta di un pressing costante sulle istituzioni locali e centrali. Minacciando trasferimenti e denunce nei confronti dei servitori dello Stato che, invece, resistevano al pressing a tutto campo del parlamentare.
L’atto d’accusa della procura antimafia è un lungo elenco di date, riunioni, colloqui registrati. Fatti che riconducono l’attività dell’ex ministro, fino al 2011 anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un recinto ben preciso: ha agito, sostengono i pm, «in assenza di qualsiasi connessione, se non strumentale, con qualsivoglia attività parlamentare».
Il senatore si difende affermando che ha agito sempre secondo le regole, del resto, dice, è prerogativa di un senatore della Repubblica svolgere attività di sindacato ispettivo sulle altre istituzioni, in questo caso la prefettura.
Nulla da obiettare, se non fosse per gli incontri che, secondo gli inquirenti, sono andati oltre le «prerogative» del ruolo istituzionale che ricopre.
Sul comportamento di Giovanardi emergono ulteriori particolari, che a prescindere dal rilievo penale o meno, lo rendono una figura ingombrante all’interno della commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi.
È opportuno, infatti, che un membro di questa commissione pronunci frasi del tipo «purtroppo il prefetto è un coniglio, personaggio che pensa solo a non fare cose che siano controproducenti per lui», così come risulta dagli atti?
Oppure che manifesti l’intenzione di rivolgersi a un funzionario del ministero per chiedere «la testa del prefetto»?
E poi ci sono due verbali, che hanno un peso specifico non indifferente, che descrivono nei dettagli la strategia del politico.
Sono, appunto, quelli dei due carabinieri. Uno porta la firma del colonnello Stefano Savo, ex comandante provinciale dei carabinieri di Modena, l’altro è del tenente colonnello Domenico Cristaldi, capo del nucleo investigativo, il reparto cioè che ha seguito fin dall’inizio l’inchiesta Aemilia sulla ‘ndrangheta emiliana e dove è rimasto implicato l’imprenditore che “attiva” Giovanardi. Entrambi gli ufficiali sono stati contattati dal senatore per avere un incontro e discutere del caso “Bianchini”.
I due si recano all’appuntamento in uniforme, così da non lasciare spazio a equivoci. Il luogo stabilito era uno spazio pubblico, alla presenza, quindi, di altre persone.
Il colonnello Savo, per primo, riporta quanto dettogli quel giorno dal senatore: «Disse che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi, facendo il parallelo con la responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione presentare degli esposti su questa vicenda. Ho avuto la percezione che volesse riferirsi al mio comando e alla mia persona».
L’altro ufficiale chiarisce meglio il tono usato dal politico: «Mai immaginavo che le attenzioni manifestate dal senatore potessero giungere a un incontro del genere…voglio sottolineare che ha tenuto un comportamento estremamente deciso e perentorio, incalzante…Peraltro sia io che il comandante eravamo in divisa, in un esercizio pubblico, e il parlamentare non usava un tono di voce basso». Un grande imbarazzo, dice di aver provato Cristaldi, «per i temi trattati e i toni, proprio perchè riguardavano una nostra attività di ufficio di natura riservata e di cui lui si mostrava pienamente a conoscenza».
C’è, tuttavia, una data che rappresenta uno spartiacque. Almeno questa è l’ipotesi dei pm. Si tratta del 18 ottobre 2014. È il giorno in cui nell’ufficio del politico, a Modena, si è tenuto uno degli incontri riservati tra Giovanardi e la famiglia Bianchini. In questa occasione gli imprenditori, con il “vizietto”di registrare gli incontri importanti, ammettono davanti al parlamentare di aver sgarrato più di una volta. Dove per sgarrare intendono rapporti commerciali e fatture false con pezzi grossi della ‘ndrangheta oltre che l’assunzione di operai tramite un boss calabrese. Oltre a verbali e registrazioni private, quelle effettuate dagli imprenditori, gli inquirenti chiedono di potere utilizzare alcune telefonate.
Da quanto risulta all’Espresso sono quattro dialoghi telefonici intercettati per caso durante un’altra indagine, parallela.
Si tratta di telefonate tra Giovanardi e un imprenditore, Claudio Baraldi, titolare di un’impresa anch’essa in passato bloccata dalla prefettura di Modena con un’interdittiva antimafia.
A differenza della Bianchini, la Baraldi, che orbita nella galassia confindustriale, è stata poi riabilitata. Pure per riabilitare quest’ultima società Giovanardi si era speso moltissimo. È forse per questo motivo che chi indaga ritiene fondamentali quelle telefonate. Materiale investigativo utile a ricostruire tutta la vicenda e soprattutto il ruolo del senatore.
Se il giudice dovesse ritenerle rilevanti sarà lui stesso a inviare tutta la documentazione alla giunta per le autorizzazioni del Senato.
Ma l’ultima parola spetterà all’aula di palazzo Madama. Saranno i senatori, infatti, a esprimersi sull’utilizzo delle intercettazioni in cui spunta l’ex ministro che risolve problemi e che «sfruttava la sua influenza politica e il prestigio derivante dagli incarichi in passato occupati nel governo italiano nonchè quello instaurato con le autorità prefettizie».
Nell’informativa dei carabinieri di Modena, inoltre, vengono individuate alcune utenze telefoniche contattate da Giovanardi. Ai pm interessano quelle di cinque persone, tra cui il capo di gabinetto della prefettura di Modena – grande amico del politico – e dei Bianchini.
Vista la delicatezza del ruolo ricoperto da Giovanardi, gli inquirenti nella loro richiesta al gip precisano che «non sono state disposte acquisizioni di dati relativi al traffico telefonico di utenze in qualsiasi modo ricollegabili al parlamentare… L’obiettivo iniziale era ricostruire la ragnatela di rapporti esistente attorno ai Bianchini e individuare coloro che avevano agito illecitamente nel loro interesse». In pratica, la procura di Bologna stava seguendo tutt’altra pista.
Poi, a un certo punto, piomba sulla scena Carlo Giovanardi, che le prova tutte per capovolgere l’esito dell’indagine amministrativa a carico dell’azienda modenese. Una missione ossessiva, tanto che il capo di gabinetto della prefettura definì l’amico parlamentare un «martello pneumatico» per la determinazione dimostrata nel voler salvare quell’impresa che secondo gli investigatori era nell’orbita del clan.
Dopo l’anticipazione dell’Espresso sull’indagine a carico del senatore Carlo Giovanardi da parte dell’antimafia di Bologna, la commissione presieduta da Rosi Bindi prende posizione, chiedendo al parlamentare di non partecipare più ai lavori per opportunità politica. Stessa richiesta avanzata nei confronti dell’onorevole Riccardo Nuti (M5S).
(da “L’Espresso”)
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Maggio 10th, 2017 Riccardo Fucile
“RIVOLGETEVI A ME SOLO SE SIETE IN PERICOLO DI VITA”… SE VALE IL PRINCIPIO “PADRONI A CASA NOSTRA”, NELLA CASA DELLE OPERE PARROCCHIALI LA CHIESA OSPITA CHI GLI PARE… FORZA MINNITI, FAI VEDERE CHE FAI RISPETTARE LA LEGGE
“Comincia così la mia resistenza. Agli abitanti della frazione cuneese che hanno esposto il cartello “Noi i negri non li vogliamo”, comunico che non intendo prestar loro alcun intervento sanitario se non in caso di immediato rischio di vita o qualora si configurassero le condizioni di una denuncia per il reato di omissione di soccorso. Siete pertanto pregati di rivolgervi a un altro più qualificato professionista”
Il post è stato diffuso dal dottor Corrado Lauro, che opera anche in chirurgia generale all’ospedale Santa Croce di Carle di Cuneo.
Il messaggio su facebook è rivolto agli abitanti delle frazioni di Roata Canale e Spinetta dopo la polemica scoppiata per i manifesti anonimi comparsi nelle vie di questi paesi.
I cittadini protestavano aspramente contro l’ipotesi che la Casa delle opere parrocchiali ospitasse 24 migranti o richiedenti asilo.
Fomenta la rivolta il comitato che sostiene la candidatura a sindaco di Giuseppe Menardi per il centrodestra.
La polemica sui migranti aveva coinvolto anche il vescovo di Cuneo monsignor Piero Delbosco, che aveva incontrato circa 400 cittadini in un’assemblea pubblica il 30 aprile. Ma tutti gli avevano risposto quasi all’unisono: “Non li vogliamo”, dopo due ore e mezza di un dibattitto dai toni accesi in cui il vescovo aveva cercato di spiegare il progetto di accoglienza dell’associazione Ubuntu di Cuneo, una onlus che rientra nell’ambito dell’organizzazione internazionale Lvia.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2017 Riccardo Fucile
IL M5S SI ACCORGE CHE NON PUO’ PRESENTARE UNA MOZIONE DI SFIDUCIA ALLA BOSCHI, VISTO CHE NON E’ PIU’ MINISTRO… DA DUE GIORNI SI PARLA DEL NULLA
Continua la farsa sul caso Boschi-Unicredit-Banca Etruria.
“Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”, annuncia in conferenza stampa a Palazzo Chigi la sottosegretaria, che ribadisce: “Quello che dovevo dire l’ho detto ieri, sono intervenuta in Parlamento il 18 dicembre del 2015 e confermo quello che ho detto”. Ma, ha aggiunto, “la misura è colma”.
Alla minaccia di una querela, l’ex direttore del Corriere della Sera risponde: “Sono assolutamente tranquillo e sicuro della bontà delle mie fonti” ha detto, “non ho parlato di pressioni, mi è stato riferito da una fonte vicina a Unicredit”.
“Nel suo caso – ha spiegato – c’era un conflitto di interessi. Credo che un politico debba preoccuparsi di quello che succede a una banca, ma un conto è farlo, un conto è fare pressioni indebite e io non ho parlato di pressioni”.
“Ho parlato di interessamento e non di pressioni – ha ribadito – credo che si debba uscire dall’ipocrisia, i politici possono e debbono occuparsi dei problemi del territorio, non ci trovo nulla di strano. Ma un conto è preoccuparsi, altra cosa sono le ingerenze”. Secondo de Bortoli “Unicredit ha agito correttamente, da mie fonti ho saputo che ha aperto un dossier e poi l’ha chiuso”.
‘Eccessiva’, invece, gli sembra comunque la richiesta di dimissioni dell’ex ministra Boschi.
Boschi, già in passato, aveva negato di aver intrapreso alcuna iniziativa attribuitale per tentare di salvare l’ex popolare dell’Etruria, commissariata dalla vigilanza nel 2015, e ieri, poco dopo le prime voci sul suo coinvolgimento nella vicenda, aveva ribadito la sua posizione su Facebook, mentre l’ex amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, per ora preferisce non rilasciare alcuna dichiarazione in merito.
Se l’ex ministra sceglie di usare poche parole e affida agli avvocati la sua difesa, il Movimento 5 stelle torna all’attacco e, nel corso di una conferenza stampa indetta a Montecitorio, chiede che il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenga in Aula sulla vicenda e che vengano revocate alla sottosegretaria tutte le deleghe.
Il Movimento di Beppe Grillo, però, non presenterà una mozione di sfiducia, perchè si è finalmente accorto che “come atto parlamentare non può essere presentato dato che Boschi non è più ministra”.
“È vergognoso e strumentale l’attacco M5s a Boschi teso unicamente a coprire i disastri di Roma o l’inchiesta sulle firme false a Palermo”, aveva dichiarato il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, che oggi ha ribadito: “Anche Unicredit ha smentito tutto. Si tratta di una bufala montata dal Movimento 5 stelle per nascondere le sue disgrazie”.
Fine della seconda giornata di polemiche sul nulla.
Quante copie avrà venduto De Bortoli oggi?
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2017 Riccardo Fucile
IL PREFETTO PECORARO: “SINDACA E GOVERNATORE COLLABORINO, ALTRIMENTI COMMISSARIAMENTO”
“A Roma ci sono rifiuti quasi ovunque” e i politici “continuano a promettere – e falliscono – di tenere il problema sotto controllo”.
Lo afferma un editoriale del New York Times firmato da Frank Bruni.
“La situazione” dei rifiuti “è peggiore del solito e più deprimente che mai, perchè i romani hanno eletto lo scorso anno un giovane sindaco di un nuovo e giovane partito politico che si era impegnato a cambiare le cose. Quasi 11 mesi dopo, non ha fatto quasi nulla del genere” si legge nell’editoriale.
Nell’editoriale dal titolo la ‘sporca metafora di Roma’, Bruni mette in evidenza il contrasto della città , con i monumenti tirati a lustro e la spazzatura.
I rifiuti “sono la prima cosa che i romani nominano a chi gli chiede della loro città in questi giorni. Ma anche la seconda e la terza” si legge nell’editoriale, dove viene citato Massimiliano Tonelli che descrive la situazione come “tragica. Nessun altro paese europeo ha la sua capitale in queste condizioni”.
Tonelli insieme ad altri romani fa la cronaca dei rifiuti sul “sito tristemente popolare ROma Fa Schifo”, che ha contribuito a fondare.
Tonelli si lamenta del contrasto fra i monumenti splendenti per turisti mentre Roma puzza per i cittadini. Una contraddizione che ricorda costantemente agli italiani che “il settore pubblico è inefficiente e disorganizzato mentre quello privato funziona meglio”.
Il New York Times si spinge anche oltre. “Non sono solo i rifiuti. E’ la profusione di venditori ambulanti senza licenza nelle strade. Gli irregolari trasporti pubblici. La corsa a ostacolo delle auto parcheggiate dove non dovrebbero essere parcheggiate”.
Il prefetto Pecoraro: “Istituzioni collaborino altrimenti si commissari”.
“Non voglio entrare nella politica, ma credo che il dialogo tra le istituzioni sia indispensabile. Si crei un gruppo di lavoro interistituzionale: il Comune, la Regione e il ministero dell’Ambiente collaborino per individuare al più presto una soluzione, altrimenti si vada al commissariamento”.
Così all’Adnkronos il prefetto Giuseppe Pecoraro, già prefetto di Roma ed ex commissario straordinario per l’emergenza rifiuti.
(da “Huffingtonpost”)
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