Maggio 28th, 2017 Riccardo Fucile
PORTLAND: L’ASSASSINO E’ UN BIANCO VICINO AI SUPREMATISTI RAZZISTI
Cercano di fermarlo mentre lancia insulti a due donne, una delle quali musulmana con indosso il velo.
Ma non ci riescono e il bilancio è di due morti e un ferito.
L’uomo, Jeremy Joseph Christian di 35 ani, è stato fermato dalla polizia ed è in carcere con l’accusa di omicidio aggravato.
L’incidente è accaduto a Portland venerdì sera, all’inizio del Ramadan. Christian ha iniziato a insultare le due ragazze e alcune persone sono intervenute per fermarlo: due sono rimaste uccise sotto i colpi del suo coltello, un’altra è ferita.
Secondo quanto riporta il Guardian, Christian, considerato vicino ai suprematisti bianchi, avrebbe tagliato la gola alle due persone che sono intervenute per placare gli insulti all’indirizzo delle donne musulmane, una delle quali indossava il velo.
Dalla pagina facebook del 35enne, riporta ancora il quotidiano britannico, si evince la sua vicinanza al mondo della destra. Sul suo profilo c’è materiale antisemita e neonazista.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 28th, 2017 Riccardo Fucile
“SPERIAMO CHE NON LO METTANO IN CROCE, I GRANDI COME LUI DI SOLITO NON DURANO”
«Un grande saluto ai genovesi e un grande grazie per l’accoglienza che mi hanno riservato ieri», queste le parole di Papa Francesco durante il Regina Coeli oggi in piazza San Pietro. Così il Pontefice ha rivolto un pensiero a Genova dopo la visita di ieri in città terminata con la messa in piazzale Kennedy a cui hanno partecipato centomila persone.
Genova, le emozioni alla messa in piazzale Kenned
C’è Teresa Repetto, novantaquattrenne in sedia a rotelle, che spera «in una grazia per i miei malanni» aspettando il passaggio della papamobile a Boccadasse.
Yolanda Angeles, badante cilena, che s’è presa il pomeriggio libero «perchè l’ho visto in televisione stamattina, tra gli operai, e mi sono emozionata. Non potevo perdermelo. Ma poi racconto tutto alla signora, che lei ha cent’anni e non poteva uscire».
Renato Barbieri, “vecchio mangiapreti” che però ne apprezza le parole: «Ormai certe cose le dice solo lui, la sinistra se l’è dimenticate».
E la famiglia Carmarozzo, papà mamma e due bambini, che vanno incontro ad una messa di due ore sotto il sole in un sabato pomeriggio, con un sorriso a trentadue denti: «Anche solo vederlo da lontano sarà una grande emozione, è un personaggio che è già storico». C’è chi si è affacciato dal balcone solo per curiosità e chi ha fatto chilometri e chilometri per poterci essere.
Sono i centomila modi diversi in cui i genovesi hanno vissuto la visita di Papa Francesco .
E tanti di loro sono passati dal mugugno (per le strade chiuse e le misure di sicurezza) all’entusiasmo. In un crescendo, «come un diesel», come ha detto il cardinale Angelo Bagnasco. Sino a quel “Ma se ghe pensu” finale in piazzale Kennedy che forse ha colpito pure il Pontefice. «Ho visto il suo volto quando è partito il canto di”Ma se ghe pensu” – sostiene Raffaele Arnera – ma anche quando il cardinale Bagnasco ha detto che siamo un po’ orsi e ci mettiamo in moto lentamente ma poi ci facciamo sentire. È proprio così».
Uno striscione un po’ liso, rosso e blu, penzolava da una finestra in piazza Cavour, ieri mattina. Ma non era del Genoa, c’era scritto “San Lorenzo”.
Anche così, con una bandiera della sua squadra (argentina) del cuore, i genovesi hanno dato il benvenuto in città al Papa. E poi, sulla piazza della messa finale, tanti striscioni “vaticani” gialli e bianchi, bandiere dell’ Argentina, cori quasi da stadio per il Papa venuto “dalla fine del mondo”. «Un’emozione pazzesca – dice alla fine di tutto, risalendo la fiumana umana verso Brignole, una ragazza stanchissima che si regge al fidanzato – l’ho visto da lontano, ho preso il sole in faccia per tre ore, ho parcheggiato lontanissimo. Ma ne valeva la pena».
L’hanno pensato in tanti, ieri, nelle varie tappe della visita papale: gli operai che hanno ascoltato le parole sul lavoro all’Ilva , i sacerdoti e le suore che hanno seguito con attenzione la sua “lezione” in Cattedrale , i giovani che hanno scarpinato sino alla Madonna della Guardia, i bambini ricoverati al Gaslini . I genovesi hanno visto sfilare la Papamobile per via San Lorenzo, dietro le transenne. E poi nel pomeriggio in corso Italia, dove tutti gli stabilimenti balneari, ieri, “battevano” bandiera vaticana.
Tantissimi i pullman di fedeli arrivati dalle parrocchie di tutta Italia, ma anche i genovesi hanno fatto sentire la loro voce. Conquistati dallo stile di Bergoglio.
«È un papa “popolare”, sembra un nostro compaesano – spiega Alessandra Robba -è diverso da Ratzinger ma anche da Wojtyla, che pure erano grandi papi. A me ricorda più Giovanni XXIII». E anche i sacerdoti se lo tengono stretto, dopo il dialogo con il mondo ecclesiastico a San Lorenzo: «Per me oggi è una “domenica delle Palme” anche se è sabato- spiega un anziano prete arrivato da Campo Ligure, mentre mangia un gelato in piazza De Ferrari – Ma speriamo che non ce lo mettano in croce, quelli buoni di solito non durano…».
(da “Il Secolo XIX“)
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Maggio 28th, 2017 Riccardo Fucile
L’ATEO E MARXISTA ARMANDO PALOMBO SPIEGA L’ENTUSIASMO DEGLI OPERAI PER PAPA FRANCESCO
Nel capannone magazzino dell’Ilva lavoratori in tuta sventolano le bandierine bianche e gialle con la
scritta ‘W il Papa”, scrosciano gli applausi, partono cori da stadio al grido di “Francesco, Francesco”.
Armando Palombo, delegato Fiom della Rappresentanza sindacale unitaria Ilva, marxista, dichiaratamente ateo, di Lotta Comunista, non si stupisce.
«Qui in fabbrica abbiamo tanti iscritti cattolici al sindacato, anche alla Fiom. Don Franco Molinari, il cappellano del lavoro, è in stabilimento con noi e su tanti temi la dottrina sociale della chiesa e il sindacato dicono le stesse cose, non da oggi. Se gli imprenditori facessero anche solo la metà di quello che dice papa Francesco, le cose andrebbero molto meglio »
Nel suo discorso in fabbrica il Papa ha usato parole forti, ha parlato di imprenditori che non sono buoni imprenditori se sono speculatori e ha anche detto che non è un lavoro buono quello che impone di lavorare senza orari. Voi come sindacati non vi sentite scavalcati a sinistra?
«La verità che è esiste una debolezza di fondo: quando c’è un esercito industriale che preme per inserirsi a qualsiasi condizione, diventa difficile resistere. Quando abbiamo una disoccupazione giovanile al 48%, la debolezza è inevitabile. Noi per altro nel nostro piccolo il nostro dovere proprio qui all’Ilva lo abbiamo fatto, penso all’accordo di programma, che ci ha dato appigli giuridici per resistere nel corso degli anni e per garantire una tutela efficace ai lavoratori. La verità è che non sempre e non tutti sono in grado di resistere alla pressioni, mentre a volte bisognerebbe buttare il cuore oltre l’ostacolo, in questo la visita di papa Francesco può essere un aiuto, anche per chi non è credente».
Papa Francesco sostiene che l’obiettivo è avere lavoro per tutti, non reddito per tutti, siete d’accordo?
«Lo siamo al punto che proprio al l’Ilva noi abbiamo chiesto e ottenuto di inserire nell’accordo di programma i lavori di pubblica utilità , per integrare il reddito certo, ma anche per garantire dignità alle persone».
D’accordo anche sul fatto che i problemi non si risolvono andando in pensione prima?
«Cosa vuol dire andare in pensione prima? Qui all’Ilva da quando ci sono io in pensione prima ci si si va solo con l’amianto, parliamo di gente che ha anni di contributi alle spalle, la pensione se l’è guadagnata e se va prima è solo perchè ha un’aspettativa di vita inferiore, non è una cosa da poco».
Il Papa divide i lavori fra buoni e cattivi, e mette nei cattivi l’industria delle armi, cosa ne pensate?
«Attenzione, io come sindacato faccio parte di un’organizzazione che difende i lavoratori, qualsiasi lavoro facciano, ovviamente nei limiti della legalità , il resto attiene a scelte politiche e di grandi sistemi, non può certo essere una competenza del sindacato».
E il gioco d’azzardo?
«Ho le mie idee in merito, ma il problema è sempre lo stesso, è vero che abbiamo temi in comune con la dottrina sociale della chiesa, ma non tutto. Ad esempio la chiesa predica la rassegnazione, che io non condivido, anzi sono convinto che i lavoratori devono lottare, e da marxista non credo che lavoratori e imprenditori siano dalla stessa parte, hanno interessi contrapposti».
(da “La Repubblica”)
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Maggio 28th, 2017 Riccardo Fucile
PAPA FRANCESCO HA RICORDATO A TUTTI CHE SENZA AMORE E SOLIDARIETA’ QUESTO MONDO NON PUO’ PIU’ ANDARE AVANTI
Le cose, a volte, accadono per caso: ed è comunque difficile capire sino in fondo quanto negli eventi sia programmato, quanto casuale, quanto legato a contingenze inaspettate.
La visita di papa Francesco a Genova è caduta in un momento molto denso della vita sociale e civile d’Italia e, si può dire, del mondo. Una giornata particolare all’interno di una settimana senza dubbio non ordinaria ma il bilancio del quale non è stato lusinghiero.
Si è appena chiusa la “Tre-Giorni” mozzafiato forse ma non granchè conclusiva di Donald Trump, fra Riad, Gerusalemme e Roma, con argomenti come la lotta al terrorismo, le prospettive di pacificazione del Vicino Oriente, i pericoli nucleari, il ruolo di Gerusalemme rispetto allo stato d’Israele, l’eterna questione palestinese: e non è mancato chi, senza dubbio non senza un certo azzardo, ha ipotizzato che dietro l’atroce attentato di Manchester e dietro il massacro dei copti egiziani si possano leggere altrettante e tempestive repliche jihadiste alla dichiarazione di “guerra al Terrore” pronunziata a Riad dal presidente degli Stati Uniti dinanzi a un’assemblea di sceicchi dal volto non meno impenetrabile dei loro autentici sentimenti e delle loro vere intenzioni. Poi, mentre papa Bergoglio si accingeva a raggiungere Genova, ecco il summit G7 di Taormina con le sue ambiguità e le sue delusioni: genericità tinte di buone intenzioni sul terrorismo, disaccordo sui migranti e sul clima.
Alle contraddizioni emerse a Riad e a Gerusalemme, all’inconclusiva futilità della “giornata romana” del presidente Usa, all’ambiguità alquanto freddina della sua “visita di cortesia” al pontefice, si è veramente contrapposto non solo il trionfo — è il caso di dirlo — che la città di Genova ha tributato a Francesco, ma anche la lucida struttura della sua intensa giornata in città .
Va subito detto che il papa è giunto come un pellegrino, ma anche come un viandante che torni a casa, nella città da cui partirono quasi novant’anni fa i suoi nonni e il suo allor giovane padre.
Se ne andarono allora, pieni di dolore ma anche di speranza: e approdarono dall’altra parte dell’Atlantico proprio nella più ligure delle metropoli dell’America Latina, in quella Buenos Aires nella quale — come si vede nel popolare quartiere della Boca — vivissime sono le memorie della “Superba”.
Chissà che non abbia sorriso dentro di sè, questo papa che non manca di humour, definendo Genova, nel suo indirizzo di saluto ai suoi abitanti, “una città generosa”: non poteva non sapere di star in tal modo rovesciando un vecchio topos, l’immagine dei genovesi sobri fino alla taccagneria.
E’ venuto da pellegrino, il papa: e lo ha sottolineato più volte aggiungendo che siamo tutti pellegrini, che la vita è un pellegrinaggio, che nessuno ha la possibilità e in fondo nemmeno il diritto di fermarsi.
E’ la condizione umana: quella che fa di noi tutti dei migranti e ci affratella ai migranti di tutto il mondo. Lo ha detto di primo mattino, appena arrivato all’aeroporto Colombo, agli operai dell’Ilva, in quello che si è profilato fin dalle prime battute come uno splendido discorso di etica sociale e di teologia del lavoro: il lavoro come diritto ancora negato o contestato a troppi, il lavoro ch’è divenuto merce rara e preziosa per chi gestendolo ci guadagna sopra ma ch’è al tempo stesso disprezzato da chi lo distribuisce male e non lo retribuisce abbastanza.
A metà mattinata, in San Lorenzo, lo aspettava il clero in tutti i suoi ordini: i sacerdoti secolari, i membri degli Ordini monastici e mendicanti, gli uomini e le donne che hanno scelto di consacrarsi a Dio. Lì si è svolto un franco, straordinario dialogo tra Francesco e i religiosi presenti: si è parlato della crisi delle vocazioni, delle chiese che si spopolano dei fedeli, del senso della testimonianza di chi crede in un mondo che per un verso sembra affondare nel materialismo più greve e per un altro lasciarsi deviare da qualunque malefico richiamo: il vizio, la droga, la violenza, me anche i falsi idoli della superstizione e gli ambigui richiami delle “nuove religioni”.
A mezzogiorno, finalmente, l’omaggio alla Patrona, al santuario della Guardia: e lì un altro incontro di spontaneità e di freschezza inaspettate. Una raffica di domande rispettose certo, ma stringenti, da parte dei giovani presenti: sul senso della vita, sul bisogno di solidarietà in un mondo che sembra viceversa sull’orlo di guerre civili e sociali come di possibili cataclismi ecologici. E le risposte del papa: dense e profonde nella loro disarmante semplicità : come nell’invito a non giudicare mai, a resistere alla tentazione di separare sempre con rigore (ma senza carità ) il supposto bene dall’apparente male; con l’invito a non scambiare mai le proprie sia pur legittime ragioni soggettive con una verità obiettiva ch’è sempre ardua a conseguirsi, che va conquistata con verità e umiltà .
E’ stato un peccato, ma anche un bene, che la refezione comune del pontefice con i poveri, i migranti, i carcerati — gli “Ultimi”, i veri pellegrini perchè come Gesù non posseggono nulla -, si sia svolta lontano dalla magari devota curiosità dei media. I veri festeggiati, i veri privilegiati, per il papa erano loro.
Come lo erano i bambini sofferenti del Gaslini (e, come ha giustissimamente sottolineato il cardinal Bagnasco, i loro eroici sostenitori che li assistono in situazioni talora davvero dolorose), ai quali il Santo Padre ha riservato, nel pomeriggio, un’attenzione e un affetto del tutto particolari.
La messa solenne in Piazzale Kennedy — non dimentichiamo che si trattava della messa dell’Ascensione, grande festa della Chiesa — ha concluso una giornata tutta dedicata (il pontefice lo ha ricordato durante il sermone) alla condizione umana come condizione di erranza, di povertà , di bisogno. Ciascuno di noi ha bisogno degli altri: e ciascuna nostra azione non può non essere se non un servire.
Nel suo intenso e commosso indirizzo di saluto in chiusura della giornata, il cardinal Bagnasco ha davvero chiuso il cerchio aperto con l’arrivo del papa dedicando alcune belle, sentite parole proprio a Genova, il porto dal quale i Bergoglio partirono quasi nove decenni or sono e al quale è tornato adesso un anziano prete vestito di bianco che per certi versi è oggi forse l’uomo più potente — o comunque più autorevole della terra — e che tuttavia porta il peso di questo suo potere, di questa sua autorità , con lo stesso umile atteggiamento con cui porta la croce pettorale e l’anello di metallo bianco perchè ha rinunziato all’oro.
Il pontefice ha ricordati che il nucleo della fede è l’amore. Senza comprensione e solidarietà questo mondo non può più andare avanti.
Franco Cardini
(da “il Secolo XIX”)
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Maggio 27th, 2017 Riccardo Fucile
SALVINI FA PAGARE IL SUO FALLIMENTO AI CONTRIBUENTI: LUI RISPARMIA GLI STIPENDI, TANTO PAGANO I FESSI… E VI SONO CONFLITTI DI INTERESSE EVIDENTI: POLITICI CON CONTRATTO DA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Dopo vent’anni di trasmissioni Radio Padania Libera spegne le frequenze in Fm, lasciando l’etere per
trasformarsi in web radio. I suoi programmi (dieci ore di diretta al giorno) continueranno solo via Internet e grazie alla frequenza digitale in Dab e tramite applicazione per smartphone e tablet.
Negli studi di via Bellerio ha iniziato nel 1999 la sua scalata anche il segretario Matteo Salvini prima di diventarne direttore.
Quattro giornalisti e tre registi è quello che rimane della macchina mediatica voluta da Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli: Tele Padania, chiusa nel 2014, contava tre giornalisti e tre tecnici mentre il quotidiano “La Padania” al momento di fermare le rotative, un anno dopo, aveva una ventina di dipendenti tra giornalisti e tipografi.
Ora si scopre che di questa truppa di giornalisti con il fazzoletto verde in dieci sono approdati alla Regione Lombardia grazie ad un contratto di consulenza o di collaborazione, senza insomma il concorso pubblico.
Passione e fede leghista, stipendio da pubblica amministrazione.
Il primo a passare da via Bellerio a Palazzo Lombardia è stato Roberto Fiorentini.
Un passato da direttore di Tele Padania e prima ancora al quotidiano del Carroccio. Nel 2010 pochi mesi prima di diventare direttore di Lombardia Notizie, l’agenzia di informazione della Giunta regionale, è protagonista di un pasticcio brutto.
Una troupe tv gira un servizio in un campo nomadi e viene presa a sassate. Fiorentini, in collegamento radiofonico commenta l’accaduto attribuendone la responsabilità a Gad Lerner, colpevole di «aver aizzato, in maniera anche violenta, alcune comunità rom contro la Lega».
Massimiliano Ferrari è stato fondatore della tv di partito e direttore responsabile del Tg Nord. Espulso nel 2006 si è riavvicinato al movimento con l’elezione del governatore Roberto Maroni.
Ed ecco arrivare la consulenza da Eupolis, la controllata per le ricerche e la statistica. E poi la scorsa estate chiamato dall’assessore al reddito di cittadinanza e inclusione sociale Francesca Brianza per la «risoluzione delle problematiche relative alla comunicazione internazionale legata al ruolo pro tempore dell’assessore alla carica di Presidente della Regio Insubrica».
Un incarico da 19.200 euro all’anno per una macro-regione che esiste solo sulla carta.
Tra i nove giornalisti di Lombardia Notizie c’è anche Manuela Maffioli, a lungo portavoce di Ettore Adalberto Albertoni, ex membro del consiglio di amministrazione della Rai e membro laico del Consiglio superiore della Magistratura.
Percorso inverso per l’ex redattore della Padania Fabrizio Carcano: due anni e mezzo all’agenzia di notizie regionale prima di trasferirsi a Roma e diventare portavoce del segretario della lega lombarda Paolo Grimoldi.
Un passato da giornalista di Tele Padania anche per Ilaria Tettamanti: entrata nella tv nel 2001 dove è rimasta per sette anni è ora approdata al gruppo consiliare della Lega per lo «studio ed analisi dei riflessi della fine del monopolio della comunicazione e realizzazione di documenti audiovisivi che sfruttano le potenzialità di internet».
Paolo Guido Bassi è l’attuale presidente del municipio 4 di Milano, uno delle mini-giunte della metropoli. Passione leghista fin dal 1991, è stato con Salvini nel movimento dei giovani padani. All’indomani dell’elezione di Roberto Maroni a presidente ecco premiata la sua fedeltà con un contratto da giornalista di cinque anni a Lombardia Notizie.
Stesso conflitto d’interesse di uomo politico con contratto da amministrazione pubblica di Igor Iezzi, un passato al quotidiano leghista prima della cassa integrazione.
Vulcanico segretario milanese del Carroccio, consigliere comunale a Palazzo Marino e dall’estate 2015 piazzato nello staff dell’assessore allo sport, l’ex campione di canoa Antonio Rossi, con uno stipendio da circa duemila euro al mese.
Un “cursus honorum” tutto incentrato tra i muri di via Bellerio quello di Stefano Bolognini. Prima di fede maronita oggi salviniano di ferro, dopo una parentesi alla Provincia di Milano come assessore alla sicurezza e sfumata l’elezione al parlamentino lombardo è entrato nello staff dell’assessore regionale Simona Bordonali.
Dal Pirellone è passato anche il il fondatore dell’associazione Lombardia-Russia Gianluca Savoini.
Leghista della prima ora e appassionato di geopolitica, sale sul carro del segretario dopo essere stato scaricato da Bobo Maroni di cui è stato portavoce.
Ex collaboratore della Padania, ex capoufficio stampa del parlamentino lombardo, è il regista della svolta “putinista” di Salvini che lo ha piazzato come vicepresidente nel comitato regionale per le comunicazioni.
Nella selva di 105 incarichi a tempo determinato «a supporto degli organi di indirizzo politico» del Pirellone si trovano anche leghisti duri e puri come Leo Siegel, ex conduttore di Radio Padania, più volte eletto per la Lega alle amministrative oltre che mister della nazionale di calcio padana.
Per due anni uno stipendio da 36 mila euro per attività «di promozione attraverso il coinvolgimento di famiglie,
(da “La Stampa”)
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Maggio 27th, 2017 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE CHE NON C’E’: VIAGGIO NELLE ZONE DEVASTATE DAL SISMA… CHI HA PASSATO L’INVERNO IN TENDA O IN UN PREFABBRICATO E’ STANCO DI ASPETTARE L’ARRIVO DELLE “CASETTE” PROMESSE
La primavera è arrivata, le casette no.
La natura mantiene sempre le sue promesse, anche quando porta morte e devastazione come è accaduto dal 24 agosto 2016 in poi nelle terre del Centro Italia, piegate da uno dei terremoti più disastrosi e subdoli della storia d’Italia. Gli uomini, invece, si sono fatti cogliere impreparati.
Le promesse
Nove mesi dopo la prima scossa, la ricostruzione è una parola quasi cancellata dal vocabolario di chi ha subito danni.
E le casette che, secondo i rosei scenari del governo, avrebbero dovuto ripopolare gli Appennini intorno ad aprile come le margherite, sono un miraggio: ne sono state consegnate circa il 5% del totale.
Nel frattempo il numero dei Comuni coinvolti è raddoppiato, quello delle persone da assistere è aumentato di almeno dieci volte e questo tratto di Appennini è ancora un cumulo di macerie e abbandono interrotto da isole umane, le centinaia di persone che non hanno mai abbandonato il loro paese, a dispetto degli inviti ufficiali più o meno perentori, della neve, del ghiaccio della presenza di figli piccoli o di malattie.
Cinzia Quagliarini, 44 anni, 21 metri quadrati di casa prefabbricata a San Giorgio, una frazione di Cascia, in Umbria. Vive lì da due mesi con la famiglia, compresa una figlia di cinque anni. Prima, quando la temperatura era sotto lo zero, vivevano in tenda. Un regalo: sia la tenda sia la casa prefabbricata. «Le casette? Hanno fatto un sopralluogo qualche giorno fa per le aree, non abbiamo visto altro», racconta.
Adele Narcisi, 46 anni, malata di sclerosi multipla, 23 metri quadrati di prefabbricato che divide con il marito a Scai, una frazione di Amatrice: «Ho fatto richiesta per una casetta ma sembra che non ne abbia diritto. La mia casa è dichiarata inagibile perchè circondata dalle macerie, dunque un caso di rapida soluzione, secondo loro». Nel frattempo siamo a fine maggio: se la Caritas Diocesana di Rieti non le avesse regalato il prefabbricato, avrebbe dovuto abbandonare marito e lavoro e trasferirsi sulla costa.
Patrizia Vita, 48 anni, 17 metri quadrati di camper a Ussita, nelle Marche. Li divide con un’amica. Il camper è un prestito a tempo indeterminato di una famiglia, è parcheggiato con altri 5 nell’area camper del paese: «Siamo una decina di persone, teniamo in vita la nostra terra che altrimenti sarebbe totalmente abbandonata. Il nostro obiettivo? Il ritorno degli altri ussitani dalla costa. Quando saremo tutti qui potremo lavorare davvero per la ricostruzione».
Ma quando torneranno lì le popolazioni? Solo quando saranno consegnate le casette, le Sae, Soluzioni Abitative di Emergenza.
Nel frattempo le popolazioni dei Monti Sibillini e delle montagne di Amatrice e dintorni hanno imparato a vivere con la valigia sempre pronta.
Gran parte di chi è andato sulla costa ha dovuto accettare di lasciare il posto ai turisti estivi. La scadenza del contratto per gli ospiti del Natural Village di Porto Potenza Picena, secondo le istituzioni, è il 31 maggio; ma dei 180 ospiti soltanto in 12 hanno aderito in modo volontario al trasferimento, gli altri hanno deciso di rimanere.
Monica Pierdomenico ha una casa inagibile a Ussita: «Ci hanno scaricato tutti, il proprietario dell’albergo, la prefettura. Ora sembra che chi rimane dovrà pagare. In realtà ancora oggi non sappiamo nulla di quello che accadrà , siamo balia degli eventi. Sono andata a vedere se potevo affittare qualcosa ma si è anche scatenata la caccia al terremotato esasperato, ci sono prezzi assurdi e case orrende. Ci hanno scaricato e ci stanno anche sfruttando».
Le colpe
C’è poco da fare: la macchina del dopo-terremoto è in forte ritardo.
La colpa? Del governo che ha sbagliato tutto dall’inizio, sostengono i sindaci.
Della burocrazia, sostiene Renzi, che da premier ha gestito la prima fase degli interventi: «Le norme sono state fatte, i soldi ci sono e il governo Gentiloni ha fatto ancora di più di quanto fatto da noi. Ma la burocrazia diventa spesso un problema. Voglio che in tutti i Comuni, ogni settimana si affacci un parlamentare Pd a chiedere che cosa serve».
Non c’è bisogno che qualcuno si affacci. Servono le Sae, le casette. Ovunque.
A Norcia ne sono state consegnate 101 su 500. Ad Amatrice 25 su 595.
Così sintetizza Sergio Pirozzi, il sindaco: «Per le abitazioni siamo in braccio a Cristo: il percorso è ancora lungo e servirebbero procedure da guerra in tempo di guerra» invece ci sono «più soggetti che si occupano delle abitazioni mentre dovrebbe essercene solo uno».
Quello che a Norcia e Amatrice è considerato ritardo, negli altri 18 Comuni distrutti dalle scosse dell’autunno è assenza totale. Nulla a Visso. Nulla a Ussita. Forse ne arriveranno 26 a giugno ad Arquata del Tronto.
Il sindaco Aleandro Petrucci: «Se a settembre non ci saranno le abitazioni rischio di trovarmi in una situazione paradossale: avere una scuola donata dai privati ma nessuno che potrà tornare. In quel caso farò molto di più che dimettermi o andare a protestare con una tenda».
È il clima perfetto per far esplodere lotte intestine, risentimenti. Il Parco Nazionale dei Sibillini, ad esempio. La sede è a Visso, il paese dei manoscritti di Leopardi, uno dei centri più colpiti: 9 case su 10 inagibili. Ma il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, da tempo vorrebbe trasferirla sul suo territorio. Con il terremoto ha riproposto la questione chiedendo una soluzione provvisoria, per rendere meno complicati gli spostamenti dei dipendenti del Parco che abitano a Norcia.
Per ora ha ottenuto solo la risposta molto infastidita del sindaco di Visso, Giuliano Pazzaglini. Accusa Norcia di «bulimia».
«Escludendo Amatrice, da soli hanno fagocitato più contributi di quelli ricevuti da tutti gli altri 138 comuni del cratere. E ora vogliono anche la sede del Parco», scrive in una lettera al ministro dell’Ambiente Galletti, al capo della Protezione Civile Curcio e ad altre autorità . «Spero che nessuno presti ascolto a questa richiesta altrimenti – conclude – le conseguenze saranno drastiche».
(da “La Stampa”)
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Maggio 27th, 2017 Riccardo Fucile
SOLO TREMILA I POSTI MESSI A DISPOSIZIONE DAI VARI CENTRI DI ACCOGLIENZA GESTITI DAL VOLONTARIATO, ISTITUZIONI ASSENTI
L’emergenza migranti a Roma è una costante che di emergenziale ha ben poco. Il dodicesimo rapporto
dell’Osservatorio romano sulle migrazioni curato dal centro studi Isos mette in evidenza, con i numeri, le tante criticità che continuano a svilupparsi anche nel 2016, a due anni dall’apertura dell’inchiesta Mafia Capitale.
«Roma, a differenza di Milano – si legge nel dossier – non è ancora attrezzata per l’accoglienza stabile».
Lo dimostrano i 3mila posti totali messi a disposizione di rifugiati e richiedenti asilo dai vari centri di accoglienza, a fronte di un flusso che ha visto passare da Roma negli ultimi tre anni oltre 80 mila migranti.
Non tutti passati per restare, certo, ma dei cinquemila che si sono rivolti all’ufficio Immigrazione del Comune nel 2016, più di mille a dicembre erano ancora in attesa di una risposta, che in molti casi si traduce nella possibilità di avere un tetto sopra la testa e un pasto caldo assicurato.
Allargando lo sguardo sulla situazione a livello regionale, non va molto meglio.
Il Lazio, dopo la Sicilia, è la seconda regione italiana per numero di posti messi a disposizione dai centri Sprar, il sistema di protezione per i rifugiati.
Eppure, negli ultimi tre anni, mentre è cresciuto del 19 per cento il numero di ospiti delle strutture, sono diminuiti del 7 per cento i posti a disposizione.
Delle persone accolte nei sistemi Sprar, solo il 10% sono donne.
Si alza l’età media dei rifugiati: meno migranti tra i 18 e i 25 anni (-6 per cento), mentre è in lieve aumento la fascia tra i 26 e i 30 anni (+2 per cento).
Il sistema di accoglienza di Roma, al di là dei centri, viene tenuto in piedi dalle associazioni di volontariato e dal cosiddetto “privato sociale”.
Una situazione vissuta però con difficoltà , «senza l’aiuto delle istituzioni», accusa Fabiana Musicco, di Refugees Welcome Italia, associazione che si occupa di trovare a rifugiati e richiedenti asilo ospitalità in famiglie italiane.
E non va meglio all’associazione Baobab, tra le più importanti realtà del settore a Roma, che si è vista costretta allo sfratto nel 2015, dopo aver visto passare nel suo centro 35 mila migranti tra i soli mesi di giugno e ottobre, e nell’ultimo anno ha subito 17 sgomberi dei campi d’emergenza allestiti dietro la stazione Tiburtina.
Nonostante questo, i volontari di Baobab Experience continuano ad assicurare accoglienza, così come un presidio medico e legale ai rifugiati.
(da “la Stampa”)
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Maggio 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL CONTROCANTO DI GUERINI: “DOPO LA LEGGE SI PUO’ ANDARE AL VOTO”
Con la convergenza sul sistema elettorale “alla tedesca”, le elezioni si avvicinano.
Ne è convinto Silvio Berlusconi, che invia un messaggio a una manifestazione di Forza Italia a Bari per dire che “probabilmente manca poco al momento in cui gli italiani potranno di nuovo scegliere da chi vogliono essere governati, se finalmente potremo avere una legge elettorale condivisa che garantisca l’effettiva corrispondenza tra il voto espresso dagli italiani e la rappresentanza in Parlamento. Per chiarire meglio: se un Partito ottiene il 20% dei voti deve avere il 20% dei parlamentari” scrive il leader azzurro, che negli ultimi giorni ha ripreso il dialogo con il Pd di Matteo Renzi.
“Immaginate queste elezioni amministrative come il primo tempo di una partita che si concluderà con le elezioni politiche. Vincere nelle città è il presupposto per ritornare alla guida dell’Italia” ha detto Berlusconi.
Le delegazioni si incontreranno la prossima settimana proprio per mettere a punto l’intesa sulla nuova legge elettorale, mentre i 5 Stelle hanno chiamato in causa la rete su Rousseau per definire la posizione da prendere.
Parla di elezioni anche Lorenzo Guerini, uomo di punta del Pd.
“Intorno alla legge elettorale c’è la necessità di costruire l’intesa più ampia. Martedì c’è la direzione del partito e decideremo” spiega a margine di una riunione del Pd lombardo al Pirellone.
Ma aggiunge: “Intanto iniziamo a fare la legge elettorale, poi è evidente che nel momento in cui la legge elettorale viene approvata tecnicamente è possibile andare al voto. Ma un pezzo alla volta, non mettiamo il carro davanti ai buoi”.
Quanto al dialogo Renzi-Berlusconi, Guerini ha risposto che sono “sciocchezze” le voci di un accordo in vista del dopo elezioni.
“Noi – ha detto – siamo alternativi sia al grillismo sia al centrodestra. Dopodichè da soli la legge elettorale non possiamo farla. Ma quello che accadrà dopo il voto sarà un altro capitolo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 27th, 2017 Riccardo Fucile
COME UN BRACCO DI RAZZA, SILVIO HA SENTITO ODORE DI CAMPAGNA ELETTORALE E SI REGOLA DI CONSEGUENZA
Silvio Berlusconi presenta il suo “zoo” personale ad Arcore aprendo le porte del “recinto” alle
telecamere di Rete4 per la trasmissione di Michela Vittoria Brambilla “Dalla parte degli animali”.
Una dichiarazione d’amore al mondo animale da parte del Cavaliere che seduto su una sedia spartana in mezzo al parco con Dudù tra le braccia, decanta le virtù dei suoi amici a 4 zampe.
Parla dei cani, delle pecorelle salvate dalla macellazione, delle loro abitudini e dell’amore che donano senza contropartite.
Dudù (“è la mia ombra”) è il capobanda, il “leader” del gruppo. Ma c’è anche Trilly con cui Berlusconi schiaccia un pisolino nel pomeriggio tenendogli la testolina tra le mani.
“Con Marina abbiamo 23 “bambini”, dico bambini perchè li trattiamo come tali”.
Cita poi Madre Teresa: “Perchè amare gli animali? Perchè ci danno molto e non pretendono nulla, perchè offrono amore, non provano invidia… se riuscirete ad amare gli animali sarete più vicini a Dio”.
Appello agli italiani ad andare nei canili per salvare qualche cane sfortunato (“diventate mamma e papà di un cagnolino”), ma anche proposte per “sconti sull’Iva sui cibi per animali”.
Di certo bisogna colmare una lacuna europea: “Inserire nella Costituzione l’animale come essere senziente che soffre e ha emozioni”.
(da “NextQuotidiano”)
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